26 gennaio: San Timoteo (I secolo), collaboratore di San Paolo.
| Ehi chatgpt, fammi un mosaico di San Timoteo con un calice di vino nella destra e la mano sinistra sullo stomaco. |
26 gennaio: Santi Senofonte, Maria, Arcadio e Giovanni (V secolo)
Senofonte e Maria vivono a Costantinopoli nel V secolo e hanno un sogno: avviare i due figli Arcadio e Giovanni alla più perfetta santità. Decidono quindi di metterli su una nave diretta verso una qualche scuola teologica a Beirut, ma la nave affonda e i due fratelli si perdono di vista nel naufragio. Decidono entrambi, separatamente, di entrare in due monasteri. Senofonte e Maria sono convinti di averli persi quando anni dopo intraprendono ormai anziani un pellegrinaggio nei Luoghi Santi; che sorpresa quando li trovano laggiù. Sembra il tentativo di recuperare in un'agiografia lo spunto narrativo dei fratelli separati da un naufragio – come nella Commedia degli errori di Shakespeare, che del resto si fa a Plauto il quale a sua volta attingeva da commediografi o romanzieri di epoca ellenistica – sicché avrei voluto approfondire... ma la Bibliotheca Sanctorum mi ha fatto un tiro in credibile. Alla voce "SENOFONTE, Maria e figli" (XI volume) ti dice semplicemente: vai alla voce Xenofonte. Allora tu prendi il volume XII, cerchi la X di XENOFONTE, e... non c'è. Cioè, vi rendete conto? Un rimando a vuoto nella Bibliotheca Sanctorum dell'Istituto Giovanni XIII presso la Pontificia Università Lateranense. È una cosa che addolora e avvilisce – specie quando ormai uno è da anni che è abituato a rubacchiare la BS al punto che la dà per scontata. Ci si sente traditi in questi casi, anche perché a questo punto non ho scelta, devo veramente affrontare il caso di
26 gennaio: San Timoteo (I secolo), collaboratore di San Paolo
Come se fosse facile, collaborare con Paolo; eppure anche da un resoconto di parte come il Nuovo Testamento si evince che molti non ci sono riusciti a lungo (compreso lo stesso Pietro). Timoteo e Tito ce l'hanno fatta, e insieme al ricco Filemone sono gli unici a cui nel Nuovo Testamento Paolo scrive di persona: le altre epistole le invia a intere comunità (Colossesi, Efesini, Tessalonicesi). Ma a Tito arriva un'epistola "di Paolo apostolo a Tito", e a Timoteo addirittura due. Sono chiamate anche "lettere pastorali", perché per la prima volta contengono istruzioni di un apostolo a dei referenti locali che vengono chiamati "vescovi" o "presbiteri", e sono considerate carriere professionali: un segno che Paolo stava già cominciando a progettare una gerarchia ecclesiastica, oppure che le lettere sono state scritte più tardi, da autori che usavano il nome di Paolo per attribuirgli la responsabilità della gerarchia che nel frattempo si era formata (in altre lettere Paolo non considera la sua attività apostolica come un mestiere e rivendica il fatto di vivere di un proprio lavoro). Il dibattito è aperto: si può anche ipotizzare che Tito e Timoteo queste lettere se le siano scritte da soli.
A rileggerle con laica diffidenza, non suonano molto autentiche. Sembrano dettate da un anziano che impartisce istruzioni e buoni consigli e non si preoccupa che siano banali. Occorre moderarsi in tutto (le donne più degli uomini, ma pure gli uomini): anche nella pietà, anche nei sacrifici. In giro c'è un sacco di gente faziosa che si perde in "genealogie inutili": inutile discutere con questi che nella lettera a Tito vengono chiamati per la prima volta "eretici". Le lettere insomma lasciano intendere l'esistenza di una struttura ecclesiastica che ai tempi di Paolo non poteva già esistere; tutto sommato però non tradiscono lo spirito paolino – in particolare quell'ambigua tensione tra attesa di un Messia che sta per tornare e profonda diffidenza per chi vuole approfittare di questa attesa per mettere in discussione lo status quo. La prima lettera di solito è quella preferita di chi vuole sottolineare la misoginia di Paolo e della Chiesa che stava fondando. In effetti il motivo per cui è ancora oggi difficile immaginare, per i cattolici, un sacerdozio femminile, sta tutto in 1 Timoteo 2,12: "Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all'uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo". Per motivare questa subordinazione, Paolo riparte dalla Genesi ("Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione"), ed è in queste pieghe che ci sembra di riconoscere un autore diverso dal Paolo degli Atti e di altre lettere, che oltre a non disdegnare le collaboratrici femminili, rielabora i precetti biblici con molta più disinvoltura. Anche il fatto che questo Pseudopaolo affermi che la donna possa essere salvata "partorendo figli" ci può lasciare perplessi; il Paolo originario viveva in una dimensione apocalittica, il secondo Avvento magari non era imminente ma comunque vicino; metter su famiglia non così indispensabile. Il "Paolo" che scrive a Timoteo invece ha già la preoccupazioni tipiche di chi sa che la sua comunità dovrà durare per qualche generazione, e quel tipo di esperienza che i capi delle comunità non improvvisano; Timoteo per esempio deve stare molto attento a iscrivere nel "registro delle vedove" (una lista di signore che presumibilmente accedevano a un fondo pensione) soltanto quelle dai sessant'anni in su; delle altre lo Pseudopaolo non si fida: perché non si risposano? Fanno ancora in tempo, invece di restare in giro a spacciare e nutrire pettegolezzi ("trovandosi senza far niente, imparano a girare qua e là per le case e sono non soltanto oziose, ma pettegole e curiose, parlando di ciò che non conviene"). In questo e in altri passi, più che dar voce ai propri pregiudizi lo Pseudopaolo sembra temere quelli degli altri: cosa penserà la gente se accettiamo tra noi una vedovella che poi magari ci coinvolge in uno scandalo?
Un'altra cosa abbastanza importante che dobbiamo alla prima lettera a Timoteo è il permesso, anzi l'incoraggiamento a bere un po' di vino – certo, non è l'unico passo del Nuovo Testamento in cui Gesù e apostoli ne bevono, a partire dalle nozze di Cana. Ed è soprattutto grazie a Paolo che il vino ha assunto una posizione centrale nel rito cristiano; è nella prima lettera ai Corinti che viene descritta la liturgia eucaristica come si celebra a tutt'oggi, con la transustanziazione del sangue di Cristo nel vino, (bevetene tutti, questo è il mio sangue). Paolo del resto è il più acerrimo nemico dei divieti alimentari, e lo ribadisce anche a Timoteo ("tutto ciò che è stato creato da Dio è buono e nulla è da scartarsi"). La prima lettera però è l'unico testo (pseudo)paolino che sembra stato rimaneggiato da un consorzio di vinicoltori decisi a difendere il loro prodotto da qualsiasi critica: in effetti fino a un certo punto l'autore non sembra affatto così incline al consumo di alcolici. In ben due passi insiste sul fatto che i ministri della fede non devono essere "dediti al vino" (πάροινον). Ora, la differenza tra bersi un calice ogni tanto (anche a scopo liturgico) ed essere "dediti" all'alcool era chiara anche allora, ma forse a qualcuno non bastava, perché a un certo punto – in modo abbastanza improvviso e imprevisto – lo Pseudopaolo si scopre preoccupato per la salute di Timoteo e gli ordina di bersi regolarmente un bicchiere, ché fa bene allo stomaco. "Smetti di bere soltanto acqua, ma fa uso di un po' di vino a causa dello stomaco e delle tue frequenti indisposizioni". È il versetto 5,23 – grazie al quale San Timoteo è invocato da chi soffre di dolori di stomaco, come protettore del medesimo – ma se tutta la lettera dà la sensazione di essere stata inventata, questo versetto la dà ancora di più. Quando riceve queste parole, Timoteo è ancora giovane ("Nessuno disprezzi la tua giovane età", gli aveva scritto poco prima); da nessun'altra parte si accenna a queste "frequenti indisposizioni" o ad altri aspetti della sua salute fisica. La stessa raccomandazione a bere vino si trova incuneata tra altre che riguardano la purezza morale e l'importanza delle opere di bene: insomma ha tutta l'aria dell'aggiunta posticcia. Possiamo fantasticare su questo (pseudo)Timoteo che dopo aver ricevuto la lettera di un superiore, spaventato da quel ("πάροινον") che qualche suo fedele avrebbe potuto interpretare come una critica alle sue abitudini alcoliche, decide di interpolare la lettera con un versetto che le giustifichi; ma in generale il versetto 5,23 mi sembra il più grande successo della lobby vinicola nella sua lotta contro l'evidenza; un successo che è dovuto a quel sano principio che ogni pubblicitario conosce: battere sempre sullo stesso tasto. Un bicchiere al giorno fa bene, lo dicono oggi in tv e lo dicevano anche nel primo secolo dC. Riuscivano a infilare lo slogan persino nel Nuovo Testamento – dev'essere stato più difficile che conquistare i talk notturni della Rai. Resta da stabilire se il vino ha avuto tanto successo perché i cristiani lo bevevano, o se il cristianesimo abbia avuto tanto successo perché è la religione che più lo ha integrato nella liturgia e nella dieta. Forse non lo sapremo mai; né servirà berci sopra. Buon San Timoteo, e bevete con moderazione.
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