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lunedì 12 ottobre 2026

Piccoli inquisitori crescono

A che punto siamo? Questo pezzo viene dopo altri due (1), (2), che però si possono agevolmente saltare – chi invece ha già letto gli altri due pezzi può saltare il riassunto e ripartire da qui. Chiedo scusa ai pazienti lettori, ho debordato come non capitava da anni: il fatto è che non sono sicuro che queste cose le potrò scrivere anche il mese prossimo.


– Francesca Albanese è la relatrice sui Territori Occupati presso l'ONU. I suoi rapporti non piacciono evidentemente ai sionisti, che hanno chiesto e ottenuto pesanti sanzioni nei suoi confronti da parte degli USA. Attualmente non può avere un conto corrente intestato a suo nome, nemmeno in Italia. Questo non le ha impedito di proseguire il suo lavoro (l'anno scorso è stata riconfermata per un nuovo mandato), ma ha senz'altro contribuito a renderla più popolare presso chi, in Italia e altrove, assiste sgomento a un massacro che negli ultimi tre anni ha assunto le dimensioni e i caratteri di un genocidio. Per contro, i sionisti individuano in lei la leader di un movimento "propal" che si animerebbe a suo comando. È un'enorme forzatura, che però risponde a un obiettivo pratico (dare addosso a qualcuno) e colma un vuoto (questo misterioso movimento ormai riempie le piazze e impedisce ai deputati di votare ddl a cuor leggero, eppure non ha un partito, non ha un leader, insomma nessuno che si possa direttamente demonizzare). 

– Trovandosi spesso sotto i riflettori, Francesca Albanese fa quel che può per mantenere alta l'attenzione sulla questione palestinese, ma non è perfetta; a volta commette errori. Ad esempio due settimane fa, intervistata da una testata argentina, ha affermato che all'inizio l'antisemitismo designasse l'ostilità nei confronti non solo degli ebrei, ma di tutti i popoli semiti (inclusi dunque gli arabi). Questa nozione non è del tutto esatta, ma ci aiuta a capire la concezione di antisemitismo che l'Albanese condivide con tanti contemporanei, me compreso: vivendo nella contemporaneità, osservando ovunque preoccupanti fenomeni di xenofobia, tendiamo a rileggere l'antisemitismo come una forma particolare di xenofobia – quella forma che storicamente ne illustra con maggiore evidenza gli aspetti distruttivi. Il termine "antisemita" viene coniato a metà Ottocento per dare a questa ostilità per le minoranze una spiegazione scientifica e non più religiosa; purtroppo è la scienza di metà Ottocento, che definiva i popoli come razze: "antisemita" era preferito ad "antiebreo" perché a rendere gli ebrei irriducibilmente diversi dai popoli ariani europei sarebbe la loro appartenenza al ceppo semitico delle razze medio-orientali. Benché questa pseudoscienza sia stata quasi completamente rinnegata dopo il crollo del nazifascismo, il termine "antisemitismo" è rimasto in auge perché designava un fenomeno preciso: l'odio per gli ebrei.

– Sia come sia, l'Albanese aveva commesso degli errori, e appena qualche hater italiano è riuscito a rintracciarli su youtube (su un canale argentino!), è cominciato il consueto tiro al piccione: reso più violento dalla frustrazione di chi per mesi aveva accusato l'Albanese di antisemitismo senza mai trovare appigli che non fossero ridicoli. In particolare nei due pezzi precedenti mi sono concentrato su un giornalista del Foglio, GV, che a questo tiro si è dedicato con una foga per lui insolita e... rivelatrice (ho deciso di non appesantire l'esposizione col suo nome e il suo cognome, forse nel tentativo di non scendere al suo livello). Nel frattempo la stessa Albanese ha ammesso pubblicamente i suoi errori, chiedendo scusa: comportamento singolare che nessuno si aspetta mai, da parte chi commette un errore; e infatti nessun hater a quel punto ha immaginato di dover aggiustare il tiro. 

***

Ripartiamo da qui. Perché GV deve investire tante energie per squalificare una persona che a un certo punto di un'intervista senza dubbio si confonde, senz'altro commette un errore, ma comunque concorda sul significato attuale del termine "antisemitismo"? Affermare che la parola sia nata per designare l'odio per i popoli semiti è impreciso tanto quanto sostenere che la parola non portasse in sé quella sfumatura di significato, e non se la sia trascinata con sé almeno fino al 1938: insomma se l'Albanese sbaglia, anche GV non è che sia del tutto corretto. In compenso l'Albanese ha preso una topica sull'origine del termine "Musulmaner" nei Lager (un termine che nessuno sa bene da dove sia arrivato: forse dal fatto che i prigionieri più derelitti assumessero una posizione prostrata): basta questo per essere denunciata come leader della Spectre antisemita? Perché un intellettuale che si ritiene moderato si mette a scrivere in pubblico sadiche fantasie di interrogazione e bocciatura? Perché un garantista decide di sopprimere per l'occasione ogni margine di carità interpretativa? C'è un in effetti un ottimo motivo, che può spiegarci con le sue parole:  

Il sottinteso è questo: oggi Israele è l’avamposto della “bianchezza” in Medio Oriente, perché, con il progetto sionista, gli ebrei sono diventati parte del mondo “bianco”, dunque portatori di razzismo, colonialismo e apartheid. Ergo, per combattere veramente il razzismo (di cui l’antisemitismo è un ampio sottoinsieme, inclusivo degli arabi) bisogna combattere Israele. Dite che esagero nella lettura malevola? 

Immagino che si tratti di una domanda retorica, e non oso quasi rispondere: perché insomma qui GV non soltanto tira in ballo concetti che l'Albanese non ha mai espresso (la "bianchezza"), ma vuole metterglieli in bocca, con tanto di virgolette. È un atteggiamento inquisitorio, ma soprattutto rivelatorio (ogni accusa è una confessione). Se permettiamo a qualcuno di "scippare la Shoah agli ebrei per consegnarla genericamente ai semiti", il passo successivo sarà accusare di antisemitismo chi odia gli arabi – toccherà correre a nascondere i volumi della Fallaci che abbiamo comprato per infastidire i noglobal? Il passo ulteriore sarà accusare di antisemitismo chi gli arabi li odia più di tutti... ovvero Israele! E a quel punto a che saranno serviti tutti i disegni di legge antiantisemiti? Ecco cosa sta veramente pensando la perfida Albanese, mentre finge di chiedere scusa! E se non lo sta pensando lei, lo starà pensando sicuramente qualcun altro... Sì, in effetti almeno una persona lo sta pensando: GV. È lui che ha messo per iscritto che "Israele è l'avamposto della bianchezza in Medio Oriente". È lui che ha lasciato scritto che siano "portatori di razzismo, colonialismo e apartheid". È lui, inoltre, a caldeggiare un intervento legislativo che renda queste idee non più esprimibili pubblicamente. Forse, immagina, se la gente smetterà di dirle in giro, io smetterò di pensarle.



Comunque il suo punto di vista è interessante. È qualcosa con cui ci scontriamo, ad esempio, ogni 27 gennaio: quando ci viene puntualmente e autorevolmente rammentato che il Giorno della Memoria serve a ricordare le vittime della Shoah, soltanto le vittime della Shoah, e che qualsiasi paragone con altre vittime rappresenta un tradimento e una banalizzazione. E se da una parte bisogna ammettere che il rischio di trasformare la Storia in una sequela di "olocausti" esiste, e in Italia lo corriamo eccome (vedi il "giorno del ricordo" per gli infoibati) dall'altra si finisce sempre per domandarsi: che senso ha ricordare una tragedia unica nella Storia, se non la possiamo usare come pietra di paragone per quello che ci succede oggi? Perché a noi questo serve: capire cosa succede oggi. Noi – perlomeno io e tante altre persone, tra cui direi anche l'Albanese – noi che viviamo in un orizzonte apocalittico, perplessi di fronte a un futuro prossimo che sembra contenere segni di catastrofe: curiosi del passato quanto basta per capire come interpretare questi segni. Noi viviamo in questo orizzonte, vediamo la crescita di un sentimento xenofobico, ricordiamo situazioni in cui un simile sentimento è già successo, ne ricaviamo un grido d'allarme. GV no. I sionisti no. Il loro orizzonte è diverso, e prevede la manifestazione in terra di un segno che dia un senso alle tragedie del passato, e spieghi quelle del futuro. Questo segno è lo Stato di Israele. La Shoah appartiene agli ebrei (l'Albanese voleva "scipparla"), ne motiva il progetto nazionale, e fornisce un identikit morale a chiunque osi osteggiarlo: chiunque sia, per qualsiasi motivo, sarà riconoscibile come complice dei nazisti, e sicuramente antisemita. GV la vede così, e immagino di dover rispettare la sua visione. Magari qualche volta tentare di condividerla, quel che posso, per cercare di capire. E a volte ci provo – ma non riesco a lungo, tanti sono i problemi che a quel punto mi ritrovo davanti: problemi così evidenti che mi domando come faccia a non vederli lui. Come facciano tutti. Secondo me li vedono. 

1. Ad esempio: se decidiamo – e non è affatto scontato – che Israele trae la sua motivazione primaria dallo stesso sentimento antisemitico che ha ispirato la Shoah, non stiamo per caso trovando una giustificazione teleologica alla Shoah? Per farla breve: esisterebbe Israele senza Hitler? E se Israele è tanto giusto, tanto necessario, tanto bello, non è che ci tocca ringraziare anche il tizio col baffetto? È lo stesso problema che angustiava i trascrittori dell'Esodo: Mosè non ci avrebbe mai mostrato la grandezza di D*o, se il Faraone non si fosse opposto alla Sua volontà di farci uscire dall'Egitto. E siccome c'è un solo D*o, anche l'ostinazione del Faraone non poteva che essere ispirata da Lui: la Scrittura parla chiaro, e più volte: "Dio indurì il cuore del Faraone". Non è che per caso abbia indurito anche quello del Führer? Se scegli di riconoscere in Israele il Messia, il fatto che qualcuno si opponga alla sua manifestazione in terra rientra nello schema divino delle cose. Ne consegue che se per noi apocalittici il nazismo è un pericolo sempre in agguato, da prevenire e combattere, per i sionisti messianici il nazismo è una fase inevitabile della Storia, una persecuzione dolorosa ma necessaria. Questo spiegherebbe da parte loro una maggior disinvoltura ad assumere i comportamenti che nel passato sono stati dei loro inquisitori e persecutori; il che, più salta agli occhi, più richiede interventi legislativi affinché sia proibito che qualcuno lo dica ad alta voce. 

2. Come la mettiamo con gli altri popoli, con le altre nazioni? Israele ha diritto di esistere, ovviamente: ma se questo diritto passa da una catastrofe unica nelle Storia, non se ne dedurrà per caso che anche il diritto di Israele è unico nella Storia, e quindi merita di essere fatto valere più del diritto di altre nazioni, ad esempio di quella palestinese? E anche qui: sarà un caso, ma nella Bibbia si parla di un popolo eletto. Non è chiarissimo il perché D*o l'abbia eletto, visto che molto spesso si lamenta dei suoi tradimenti e lo tratta malissimo, acciocché impari: però l'elezione implica un trattamento preferenziale. Questo tipo di trattamento è compatibile con certe credenze contemporanee – per dirne una, i principi del diritto internazionale? A occhio mi pare di no. Da cui l'interrogativo, magari già antisemitico ma inevitabile: il sionismo è compatibile col diritto internazionale? Il modo in cui trattano le corti e le istituzioni internazionali, il conto in cui ne tengono le risoluzioni, ci suggerirebbe di no.   

3. Ma a proposito: chi sono gli ebrei? Perché se definire l'antisemitismo alla fine è abbastanza facile (è l'odio per gli ebrei), definire questi ultimi è un annoso ginepraio. Nell'antichità erano un popolo, e sta bene. Nel medioevo si screziano in una moltitudine di comunità definite da religione, costumi, nicchie professionali. Nell'Ottocento, abbiamo visto, diventano una razza. Oggi nessuno di questi criteri soddisfa del tutto la definizione; eppure gli ebrei certamente esistono e si arrabbiano parecchio se non li riconosci come tali: problema che diventa un po' meno filosofico e un po' più pratico quando una nazione riconosce per legge che qualsiasi ebreo al mondo ha il diritto a una terra e un voto in una porzione complicata di Medio Oriente. Per quanto gli ebrei non siano necessariamente gli adepti di una religione, l'autorità preposta a riconoscere l'ebraismo di un individuo rimane se non sbaglio un'autorità religiosa. Per cui notate come sia in questo punto, sia nei precedenti due, la religione rientri dalla finestra anche nella casa dei sionisti che magari l'avevano messa alla porta da generazioni.

Immagino che tutto questo, per molti ebrei, debba essere seccante. Cresci con la sensazione che tutti ti odiano – in effetti qualcuno ti odia davvero. Non capita per la verità soltanto agli ebrei di essere odiati, ma se sei ebreo quell'odio ha una Storia con radici addirittura mitologiche (persino nella Bibbia è pieno di popoli che li tormentavano; persino JHWH li prende spesso e volentieri a pedate). È un odio che ha un lignaggio millenario, antenati coronati e inmitriati. È un odio che dà un senso non a una semplice esistenza individuale, ma all'identità di un popolo. È un odio con un pedigree letterario, ne parlano Proust e Primo Levi. È un odio, infine, che giustifica l'esistenza di una nazione che si è data proprio la missione di contrastarlo: il che potrebbe portare qualcuno a riflettere sul fatto che la stessa nazione ha bisogno di quell'odio per non perdere il proprio significato: considerazione che si potrebbe suffragare osservando che ormai i nemici di Israele sembrano disegnati su misura – barbari fanatici tagliagole accuratamente selezionati da generazioni di famiglie segregate, e occultamente finanziati da Israele affinché indebolissero altre frange di resistenti meno fanatiche... stop! Stop! Non si può pensare a questo! Vietato pensarlo, o almeno vietato dirlo. Cosa stavamo invece dicendo? Ah sì, l'odio per gli ebrei non è un qualsiasi odio. C'è nella Bibbia e nelle Leggi Fondamentali dello Stato di Israele. È un odio che percorre tutta la Storia, è un odio sacro! Lo vuoi confondere col primo prurito xenofobico che assale gli italiani quando cominciano ad arrivare barconi dall'Africa? Ma non esiste, ma vuoi mettere, Paul Celan e Bello Figo sulla stessa barca. No, no, no. Si tratterà – si deve trattare – di due fenomeni radicamente separati. L'antisemitismo non è un razzismo – ok, in effetti è stato teorizzato da pseudoscienziati che si definivano razzisti, ma... ma... è un razzismo diverso, ecco. Non confondeteci coi musulmani, noi siamo occidentali. Anche se in Occidente generalmente ci odiano, il che è stato un ottimo motivo per andarcene. Un motivo che dev'essere vero tuttora, altrimenti non avrebbe più senso essercene andati. In un altro posto dove tutti ci odiano adesso. C'è da impazzire: sinceramente ammiro chi non ci impazzisce. 

Anche perché, rifletteteci bene. A tutti capita di ricevere critiche – a prescindere dal fatto che siano giuste o no, oneste o no. Queste critiche ci fanno soffrire, ci fanno riflettere, ci fanno crescere: a prescindere che siano giuste o no, oneste o no. Crescere significa, tra le altre cose, saper distinguere quando una critica ha un senso e quando non ce l'ha. E tra le cose che crescono, c'è anche l'autostima necessaria a comprendere la differenza: quello che ci impedirà di scattare d'ira al minimo appunto, quello che ci permetterà di ostentare indifferenza davanti a un rilievo inutile o malevolo. Quella che ci consentirà di chiedere persino scusa a chi ci fa un rilievo malevolo, ma sensato, com'è successo all'Albanese. Mi chiedo spesso se questo tipo di crescita non sia preclusa a molti ebrei sionisti. Di fronte a qualsiasi critica, hanno già una risposta preconfezionata: qualcuno li odia. Non per i loro eventuali e riscontrabili difetti, ma in ragione di questo pregiudizio millenario da cui soltanto il sionismo li può salvare. Dopo un po' diventa impossibile parlarci, e infatti li vedi che si parlano tra loro. Hanno gli stessi difetti che avevano a vent'anni, anzi li ostentano. Se la vita ha riservato loro qualche delusione, è stato evidentemente a causa di un complotto contro di loro, e quindi insomma non è stata nemmeno una delusione, anzi una riconferma. Ritornando invece a GV, rimane da notare un dettaglio: il suo anticattolicesimo. Non ha semplicemente definito Francesca Albanese una capra: l'ha chiamata "madonna pellegrina". Proprio mentre ammetteva che la Shoah avesse ispirato "soprattutto dai primi anni Novanta", una "religione civile" che "aspirava – con tutte le contraddizioni del caso – all’universalismo, offrendo una pagina storica incomparabile come pietra di paragone di ogni “inumanità dell’uomo verso l’uomo”", ebbene, di questa religione civile il "palestinismo" dell'Albanese sarebbe una deriva eretica, "per vocazione settario e irriducibilmente dualistico (superfluo specificare quale sia il principio maligno di questa teologia). La precisazione: clonare la religione della Shoah non equivale, per ciò stesso, a replicare un prototipo ebraico". 

Precisazione anch'essa rivelatoria, perché fin qui forse non avevamo tutti capito quanto fosse importante che la religione civile fosse ispirata a un simile prototipo. Ma tu vedi certe volte come si ripete la Storia: dopo aver tentato di scimmiottare il messianismo ebraico col loro cristianesimo, eccoli di nuovo a cercare di clonare un "prototipo ebraico" ottenendo un aborto di religione civile, il palestinesimo: sono sempre loro, ma chi? Ma è ovvio, i cattolici. Sempre lì a pasticciare con i concetti di un monoteismo di cui non sanno apprezzare l'astratta pulizia, sempre lì a cercare il Messia nel primo che passa, a inventarsi pagliacciate e trucchi da baraccone. "Nel 1999 lo storico Peter L. Novick osservò che la commemorazione dell’Olocausto in America aveva assunto via via tratti più cristiani che giudaici: i percorsi liturgici nei musei ricordavano la Via Crucis, le reliquie erano esposte nelle teche “come frammenti della Vera Croce o tibie dei santi”, il sopravvissuto assurgeva a santo laico. Le processioni con i sudari per Gaza hanno anch’esse una vistosa matrice cattolica. E non è un caso che la papessa Francesca faccia frequenti visite pastorali presso la diocesi di Palermo, dove l’antimafia devozionale ha già fondato da anni una chiesa gemella". Il cattolicesimo come perversione pagana della vera fede, come distorsione a base di tibie, reliquie e altre porcherie. E pensare che si sta parlando di un'esperta di diritto internazionale di cui è praticamente difficile rintracciare un'affermazione in qualche modo riconducibile al cattolicesimo; e ne sta parlando uno scrittore che, per quel che ne so, non è ebreo né per religione né per origine: eppure guarda quanto poco basta, per riscoprire atteggiamenti inquisitorii, e ricadere in quel tipo di linguaggio che prelude a una guerra di religione. 

Il sionismo ci porta a questo, ma non era inevitabile che diventasse questo. Una rielaborazione messianica, un nazionalismo fanatico che si nutre dell'odio che produce, un regime segregazionista, una macchina sociale che ingoia giovani talenti e restituisce adulti mediocri e paranoici? Certo non erano queste le intenzioni iniziali. Purtroppo la Storia non ci giudica dalle intenzioni. C'era comunque un problema a monte: chi aveva una coscienza pura e un giudizio lucido se n'è accorto per tempo. Tra gli autori su cui GV potrebbe interrogarci e bocciarci senza pietà, c'è Primo Levi. Già in passato gli è capitato di ammonirci severamente: qualcuno infatti aveva scoperto una pagina in cui Levi prendeva le distanze dal sionismo. Come se Levi fosse un profeta, le cui verità si lascino estrapolare da questo o quel versetto, indipendentemente dal contesto; e in effetti non avrebbe avuto tutti i torti. Purtroppo il modo in cui GV e altri si opposero a questa lettura antisionista di Primo Levi fu reperire un'altra pagina in cui lo stesso autore parlava del sionismo in un tono più conciliante: uno a uno, palla al centro, ma è possibile andare avanti così? Va bene, adesso tocca a me. Nella prefazione all'edizione del 1947 di Se questo è un uomo, Levi scrive:
A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che "ogni straniero è nemico". Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.

Insomma, al di là di quel che potesse pensare del sionismo nel 1970 o nel 1980, Primo Levi era un apocalittico, come noi. Come noi guardava al futuro, perché è da lì che vengono i problemi; il passato, per quanto gli ingombrasse ancora i sogni, serviva soltanto a fornire "sinistri segnali di pericolo". Anche lui cercava di interpretare i segni e strutturarli in catene di cause ed effetti: in particolare riteneva che i Lager fossero la conseguenza di un sillogismo che partiva dall'"odio per gli stranieri": quella che oggi chiamiamo xenofobia. Ovvero Primo Levi, nella prefazione del 1947, riteneva implicitamente l'antisemitismo come una manifestazione xenofobica; la stessa interpretazione fornita da Francesca Albanese, e ha pure dovuto chiedere scusa. Dopodiché, per carità, Primo Levi non è un profeta: può darsi che sbagliasse pure lui. Ma insomma lui la pensava così: nel momento in cui si comincia a dire a voce alta che "ogni straniero è nemico", i Lager da qualche parte sono già in via di progettazione. Scrive "ogni straniero", non "ogni ebreo", perché se è pur vero che i nazisti cominciarono con gli ebrei, Levi sapeva bene che non avevano intenzione di fermarsi. Perché è così: non hanno intenzione di fermarsi, non possono fermarsi da soli. Finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano.

martedì 6 ottobre 2026

La capra e i capri


[Rileggendo questo pezzo, ho deciso di rimuovere nome e cognome della persona che lo ha ispirato. Le sue generalità restano facilmente rintracciabili on line, e i contenuti che sto citando sono tutti comparsi su profili pubblici. Comunque, nel caso li volesse ritirare, posso cancellarli anche da qui: basta chiedermelo. Gli ho dato tanto spazio perché in effetti mi interessavano le sue affermazioni, e il suo atteggiamento, in una situazione come questa: ma il mio intento non era metterlo alla berlina. Ognuno è responsabile delle cose che scrive, anche se non sempre è chiaro davanti a chi. Senz'altro non davanti a me; a me piace semplicemente riflettere su quello che trovo scritto in giro: per farlo non ho bisogno di mettere nomi e cognomi, puri purissimi accidenti].  

Dov'eravamo rimasti? Per molti mesi, GV ha provato a screditare il lavoro della relatrice ONU sui Territori Occupati, senza preoccuparsi di entrare nel merito del lavoro in sé, ma spiegandoci che la relatrice era antisemita: linea di accusa parzialmente ostacolata dal fatto che Francesca Albanese non dicesse e non scrivesse cose antisemite. Finalmente, qualche giorno fa, GV riesce a mettere le mani su un'intervista in cui, discutendo di antisemitismo in una prospettiva storica, l'Albanese afferma alcune inesattezze. A quel punto cosa ci saremmo aspettati, da GV: scrittore, accademico, corsivista del Foglio? Probabilmente un intervento arguto, in punta di penna, giusto per ribadire una certa superiorità culturale che in quell'ambiente si porta molto. Ecco, invece no. Per quanto generalmente ci tenga, all'arguzia, alla penna ben tornita, a tutta quella serie di cose, ho già avuto  modo di sperimentare che quando lo toccano su certi argomenti il bon ton della casa cessa di schianto. Accludo il primo documento:
 

Definire una relatrice "analfabeta" non è proprio il massimo dell'arguzia, ma sotto l'iperbole sgarbata è l'inconscio ad agitarsi: se infatti l'Albanese davvero fosse analfabeta, non potrebbe scrivere i suoi cospicui rapporti, il che giustificherebbe il fatto che GV non li stia leggendo. "Anzi, parafrasando Saba..." Spesso davanti a chi assume una posa pignola vien voglia di replicare raddoppiando la pignoleria; notando, per esempio, che qui nessuno sta parafrasando la Capra di Saba: al limite qualcuno la sta parodiando. È pur vero che da tanto tempo (non so nemmeno da quando) l'espressione è diventata un cliché, qualcosa che uno scrittore di solito garbato e colto come lui dovrebbe sforzarsi di evitare; ma appunto, qui qualcosa è crollato, tutta una serie di censure sono saltate, metti anche che in estate il woke è morto, insomma il garbato corsivista del Foglio sta dando della capra analfabeta a una signora. Parodiando Saba, ma soprattutto pervertendolo, perché in quella capra dal viso semita il dolore del poeta "sentiva querelarsi ogni altro male, ogni altra vita". Per offendere una signora che ha un punto di vista diverso dal suo – magari basato su nozioni sbagliate – GV sceglie di usare versi che alludono letteralmente al carattere universale del dolore, al suo accumunare creature di ogni razza, animali e uomini. Sul serio: come gli è venuto in mente? Usare Saba per offendere una persona? Ci vuole impegno, e un certo tipo di educazione. Ci torneremo. Bisogna però a questo punto registrare l'episodio più incredibile di tutta la faccenda, ovvero che Francesca Albanese, aggredita da questi e altri interventi similmente scomposti, ha reagito nel più imprevedibile dei modi: si è accorta che si era sbagliata, e ha chiesto pubblicamente scusa. Una mossa davvero spiazzante, che nessuno si aspetta in questo genere di dibattiti; prova ne è che GV e sodali hanno deciso di reagire... ignorandola. Non può avere chiesto scusa davvero. Lo dice, ma non lo pensa. Notate, per favore, il commentatore più in basso, che addita le scuse dell'Albanese come prova di "perfidia".


Fingendo di chiedere scusa, l'Albanese non si dimostra "malvagia", o "subdola", o "ipocrita": di tutti i termini, il commentatore sceglie quello che nella liturgia preconciliare del Venerdì Santo veniva associato agli ebrei: "perfidi" nel senso di senza fede (o anche: traditori della fede). Ma veniamo al terzo documento – che spiega, in parte, le ragioni di tanto accanimento.  


C'è il ddl, quel maledetto disegno di legge in ballo. Lo sapevate che Francesca Albanese è "la principale promotrice della campagna contro il ddl antisemitismo"? Io no, sinceramente lo ignoravo. Due settimane fa l'ho sentita discutere in pubblico delle cose di cui è esperta per un'oretta: del ddl antisemitismo si è appena accennato. Del resto, malgrado i suoi detrattori continuino a darla per candidata, Francesca Albanese non è la leader di nessun movimento. È vero che con la sua popolarità potrebbe diventarlo, ma non ci sta proprio provando. È vero che tanti sionisti italiani, comprensibilmente spaventati dall'impopolarità che cresce intorno a loro, non sapendo bene che volto dare a questa impopolarità, in mancanza di fisionomie più celebri e riconoscibili decidono di affibbiarle il suo: ma è una distorsione: Francesca Albanese non convoca cortei, non lobbizza i parlamenti. Parla del suo lavoro di relatrice, questo sì. 

Insomma qui c'è tutta una costruzione sillogistica abbastanza fantastica, come accade quando i palazzi  o i ragionamenti si progettano dal tetto alle fondamenta, dagli effetti alle cause. Perché il ddl antisemitismo non passa alla Camera? Forse perché è una legge scritta malissimo, basata su un documento che non era concepito per ispirare interventi legislativi (ed è comunque scritto malissimo anch'esso, da propagandisti maldestri)? Forse perché molti deputati si rendono conto che votare una legge che censura chi critica Israele in questo periodo non è proprio l'ideale – specie sotto le elezioni? No. No. Non capiamo niente. Il ddl è scritto bene, il momento è propizio, gli elettori capirebbero: se l'operazione malgrado tutto ciò fallisce, non può che essere a causa di un oscuro complotto antisemita; e se è un complotto antisemita non può che essere stato ordito attraverso la papessa occulta (ecco perché ne parla tutto sommato poco: deve tramare nell'ombra). E le raccolte firme di giuristi, e di ebrei italiani, che hanno chiesto di accantonare la legge, magari rifarla da capo? GV preferisce ignorarle, come ignora i report essoterici dell'Albanese. E passiamo al quarto documento, forse il più succoso.
Ci sono lacune di superficie, e faglie che rivelano una voragine spaventosa. Ognuno trasponga l’esempio nell’area in cui è più competente, io userò la mia: 
1 - Se uno studente mi dice che “Il gabinetto del dottor Caligari” è un film del 1923 sta commettendo un piccolo errore, che forse gli costerà un voto un po’ più basso all’esame;
2 - Se uno studente mi dice che il film si chiama “Il capannetto del dottor Calimeri” ed è un musical in technicolor del 1892 di Federico Antonioni sta rivelando di non sapere niente di niente di niente. Non supera uno stupidissimo esame del triennio, figuriamoci se può insegnare storia del cinema all’università o diventare il capofila di una campagna contro una legge a tutela del cinema muto. 
Ecco, il discorso di Albanese sull’antisemitismo rientra pienamente nel secondo caso. Dicendo quelle incredibili fesserie ha dimostrato di non sapere nulla di: storia dell’antisemitismo, ebrei, Israele, Shoah, Primo Levi, SS, nazismo e mondo arabo, e una serie di altre materie connesse che non starò a elencare. 
L'allegoria tra cinematografia e antisemitismo potrebbe sembrare bislacca a chi non sapesse che GV insegna tra l'altro Storia del cinema, e quindi insomma cosa sta facendo qui? Sta pubblicamente immaginando che Francesca Albanese sia una sua studentessa; si sta trastullando con l'idea di interrogarla, scoprirla insufficiente, bocciarla. E lo so che psicologizzare le persone in questo modo è indelicato – non più che dare della capra a una signora – ma accidenti, sono tutti contenuti pubblici, chiunque può passare e dare un'occhiata. Non solo, ma ci sta indirettamente ricordando che su una serie di materie ("storia dell'antisemitismo, ebrei, Israele, Shoah, Primo Levi, SS, nazismo e mondo arabo"), lui è così competente che potrebbe interrogarci tutti quanti – appioppandoci voti che possiamo facilmente immaginare. Ma è davvero così competente?
Indubbiamente su questi argomenti ha letto molti libri – e non solo su questi. Però, ecco, potrebbe averli letti con la stessa eccentrica impostazione con cui ha letto la Capra di Saba; potrebbe insomma essergli sfuggito qualcosa che il lettore medio (di Saba, e di Primo Levi, e di tanti altri testi) riconosce senza difficoltà: ad esempio una certa empatia per il prossimo, anche quando è uno straniero; persino quando è... una capra.

Torniamo sulle dichiarazioni tanto caprine che l'Albanese ha ritrattato. Lei fino a qualche giorno credeva che il termine antisemitismo, all'inizio, alludesse a tutti i "ceppi semitici" – probabilmente intendeva: tutti i popoli che provenivano dal ceppo semitico. È un errore? In un certo senso è un errore. Ma un po' più sottile di quel che sembri. Comunemente si ritiene che il primo ad adoperare il termine "antisemita" sarebbe stato un ebraista mitteleuropeo, Moritz Steinschneider, per definire i pregiudizi che Ernest Renan, l'autore della Vita di Gesù, nutriva nei confronti degli ebrei. Dunque sin dall'inizio il termine indica quello che indica oggi: l'Albanese ha commesso un errore. Ma c'è un motivo non banale che porta Steinschneider a non usare "antiebraico" o "antigiudaico", a preferire un termine apparentemente meno preciso; e soprattutto conduce dopo di lui tanti altri a usare lo stesso termine. Siamo nel 1860, il positivismo è in fase ascendente. Allo spirito delle patrie comincia a subentrare un'apparentemente più rigorosa scienza delle nazioni. Ogni nazionalità comincia a essere categorizzata come se fosse una sottospecie dell'umanità – qualcuno qua e là comincia apertamente a parlare di razze: e ne parla convinto che si tratti ormai di una nozione scientifica, come di qualcosa di realmente esistente tra natura e cultura. L'antisemitismo come concetto nasce in questo momento: il termine che a noi oggi sembra più impreciso (non tutti i semiti sono ebrei) in quel momento suonava più rigoroso: l'antisemitismo è sin dall'inizio concepito come una violenta avversione nei confronti degli ebrei, ma è un tipo di avversione che non si dà più ragioni religiose, bensì (pseudo)scientifiche. Per secoli gli ebrei sono stati perseguitati in quanto perfidi: il Messia si era manifestato in mezzo a loro, e non l'avevano riconosciuto. Anzi, lo avevano fatto crocifiggere. A metà Ottocento questa motivazione non basta più a spiegare l'antiebraismo che alligna in diversi segmenti della società. Gruppi e individui che non sono più così sensibili al messaggio cristiano, quando non sono completamente laicizzati, o addirittura atei: eppure continuano a diffidare degli ebrei. Non più come religione, e sempre più come "razza". 

Malgrado questo razzismo si dia arie di scienza, le categorie sono ancora quelle della Bibbia: i popoli intorno al Mediterraneo ancora suddivisi nei tre "ceppi" che la Genesi faceva partire dai tre figli di Noè: da Sem i semiti (i popoli del Medio Oriente), da Cam i camiti (africani subsahariani), da Iafet gli Iafetiti (gli "ariani"). Ed ecco trovata una nuova spiegazione razionalista, scientista, agli antichi pregiudizi antiebraici: i semiti, mescolandosi agli ariani, ne indebolirebbero e minaccerebbero l'identità, così come un bassotto inquinerebbe il pool genetico di un levriero afgano – in effetti, sotto il camice scientista, nell'ideologo razzista di fine Ottocento si indovina la casacca e la rude mentalità dell'allevatore. Chiunque legga testi coevi può farci caso: gli stereotipi secolari che venivano appioppati agli ebrei (infidi, avidi, ingegnosi, ecc.) non vengono affatto confutati, ma inquadrati in un sistema storico e geografico: è una razza di origine levantina, cresciuta tra i pericoli del mare e l'aridità del deserto, dedita da millenni al commercio: ecco spiegata la predisposizione ai calcoli e ai traccheggi. Per farci un'idea di dove portino queste riflessioni nel giro di tre generazioni possiamo semplicemente sfogliare la celebre rivista fondata da uno dei padri nobili del principale partito di governo, La difesa della razza, anno I (1938) numero 2; sul serio, su internet si può sfogliare...


...quanto basta per scoprire che per i teorici fascisti del razzismo gli Ebrei rappresentano in Italia l'unico elemento semita di fronte alla popolazione ariana. Dal punto di vista somatico gli Ebrei dell'Italia per lo più si avvicinano al tipo "orientale" con forte influenza "asiatica anteriore"... E un po' sopra: "Si comprende... come giustamente il razzismo italiano respinga nella maniera più recisa l'affermazione che gli Italiani delle province meridionali e delle isole appartengano ad una comune razza mediterranea di origine africana, comprendente anche le popolazioni semitiche e camitiche". Nelle illustrazioni (sin dalla famosa copertina) si cerca ossessivamente di evidenziare somiglianze somatiche e craniche tra gli ebrei europei e raffigurazioni di antichi Sumeri, Babilonesi, Fenici. Quindi sì, l'antisemitismo designa sin dall'inizio l'odio per gli ebrei, ma al contempo ne fornisce una spiegazione razionale, come naturale diffidenza degli ariani per i rappresentanti di un ceppo razziale diverso; non solo, ma nel momento in cui si innerva nell'ideologia ufficiale del regime, esso implica la più generale diffidenza per tutti i popoli di origine semita, e l'esigenza di separarli dagli italiani di "pura razza ariana". 

C'è da dire che, se in Italia nel 1938 ancora di musulmani ce n'è pochissimi, i fanti italiani hanno avuto modo di conoscerli in Libia: l'antisemitismo/anticamitismo di regime si prestava all'esigenza di fornire agli italiani delle colonie una ragione 'scientifica' per non mescolarsi con gli autoctoni. Il fascismo inoltre riscrive la Storia antica, giusto quanto basta per potersi inserire nel solco dell'Impero Romano (tentazione a cui non è indifferente nemmeno Valditara): questa riscrittura comporta per esempio la rilettura delle guerre puniche in quanto momento decisivo di un conflitto di civiltà tra l'imperialismo difensivo e civile dei latini e il colonialismo prevaricatore e mercantile dei Cartaginesi, di origine fenicia, e quindi semiti. Concetti che a fine anni Trenta i nostri nonni si ritrovano improvvisamente sul sussidiario, ora, secondo voi tutte queste cose GV non le sa? Come potrebbe non saperle? Tutte queste cose le conosce molto meglio di Francesca Albanese – che in effetti è un'esperta di diritto internazionale e diritti umani, non di Storia contemporanea: che quando accetta di parlare di antisemitismo, commette soprattutto l'errore strategico di scendere nel campo degli avversari – un campo che peraltro gli avversari ritengono di poter modificare a piacere, modellando la definizione di antisemitismo a seconda delle loro necessità.

Comunque non sono qui per difenderla. Né per denigrare il suo accusatore. L'unica cosa che posso fare è cercare di capire perché GV e l'Albanese non possono capirsi – e nemmeno vogliono. C'è uno choc culturale qui: due persone che parlano della stessa cosa nella stessa lingua, ma è come se vivessero in secoli diversi. Francesca Albanese vive nel mondo in cui vivo io, quindi mi risulta più naturale capirla. In questo mondo i diritti umani vengono costantemente messi in discussione: è l'emergenza che a lei sta più a cuore, per sensibilità e inclinazione professionale. Se le chiederanno un parere sull'antisemitismo, lei concederà che l'antisemitismo esiste (ci mancherebbe altro), e tenderà a considerarlo parte di quel fenomeno più vasto e preoccupante che è l'odio discriminatorio nei confronti delle minoranze. Non si preoccuperà nemmeno troppo di definire le minoranze: a volte saranno religiose, a volte linguistiche, a volte 'etniche' – parola che facciamo tutti fatica a usare, come se si trattasse del tappo a un vaso che nessuna Pandora dovrebbe più aprire. Ma alla fine quel che importa per Francesca Albanese è la discriminazione: il fatto che sia rivolta a una comunità piuttosto che a un'altra passa in secondo piano. L'antisemitismo esiste, in quanto sottospecie di un più generale fenomeno razzista o xenofobico, che forse è sempre esistito, anche se di secolo in secolo può rivolgersi su obiettivi diversi. Nell'Ottocento tanti europei odiavano la minoranza ebraica, oggi odiano gli arabi: per Francesca Albanese è lo stesso fenomeno. Il fatto che l'odio investa minoranze diverse dimostra quanto sia arbitrario lo stesso concetto di minoranza: abbiamo bisogno di capri espiatori e la Storia ci serve a ogni generazione quelli che trova tutto intorno: oggi i musulmani, quando ero bambino i meridionali, al tempo di mio nonno gli ebrei, ma questo non dipende né da i musulmani né dai meridionali né dagli ebrei; prescinde dalla loro identità e non ci serve certo a definirla: sono semplicemente i capri espiatori che la Storia ci serve in quel momento. Persino i motivi per cui odiamo quei capri e non altri sono assolutamente relativi, arbitrari, definiti a posteriori: prima viene la diffidenza per lo straniero, e in seguito l'esigenza di razionalizzarla per trasformarla in un'istanza politicamente spendibile: prova ne è che in ogni epoca troviamo nuovi motivi per odiare i gruppi sociali che odiamo. Secondo Giovanni Crisostomo avevano assassinato Cristo (ma è probabile che temesse soprattutto la popolarità di alcune feste della comunità ebraica di Costantinopoli, che richiamavano anche fedeli gentili e battezzati), secondo Bernardino da Feltre rubavano e assassinavano i bambini, secondo Almirante minacciavano la purezza del sangue ariano, secondo Vannacci ci portano la criminalità e abbassano il costo della manodopera. Ogni epoca trova i suoi motivi per allontanare i suoi capri; il che ci conduca a pensare che i motivi vengano dopo l'istinto ad allontanarli. Credo che Francesca Albanese la pensi più o meno così, e – per quel che importa – anch'io. Questo tipo di pensiero, GV non può assolutamente accettarlo, ma perché?

Perché non vuole essere preso per un beduino.
(No, in realtà c'è una risposta molto più complessa. Continua...)

sabato 3 ottobre 2026

Francesca Albanese e i suoi piccoli inquisitori

– Per quanto mi sia capitato di parlare molto più spesso di Gaza, dal 7/10/2023 in poi, vorrei lasciare per iscritto che non ho mai pensato che parlarne avrebbe potuto aiutare i gazawi. Li ritenevo condannati tre anni fa, avrei preferito sbagliarmi, non è successo. Se continuo a parlarne, quello che realmente voglio salvare è qualcosa di meno importante, ma forse ancora alla mia portata. La mia anima? Il mio buon nome? Qualcuno dovrebbe ricordarsi che comunque io non ero d'accordo, non partecipavo, non collaboravo, non guardavo da un'altra parte? Se devo essere sincero non credo davvero in queste cose: non cerco il perdono e non riconosco autorità a cui domandarlo. Forse semplicemente difendo un principio: le rappresaglie sui civili non sono giuste. Massacrare un popolo non è giusto. Non lo diventa nemmeno se gli assassini hanno amici importanti, una Storia tragica e complessa, dei crediti nei nostri confronti. Quel che sta succedendo è ingiusto, è disumano, ma non è passato inosservato; forse, continuando a dirlo, a farlo presente, potremo aiutare i nostri prossimi a costruire un mondo in cui queste cose saranno inammissibili – il mondo in cui speravamo di vivere noi, fino a qualche anno fa. 

– C'è un altro motivo, assai meno nobile. Se continuiamo a parlarne è anche perché qualcuno insiste che non se ne dovrebbe parlare; che non sta succedendo; e se davvero succede, forse è giusto così: anzi necessario, meritorio. Ad attirare la nostra attenzione sulla tragedia palestinese non è nemmeno la sua oggettiva eccezionalità, quanto gli sforzi ciclopici, patetici, esercitati da israeliani e sionisti per farci distogliere lo sguardo. La questione israelo-palestinese è il più grande esempio di Effetto Streisland che un sociologo può sperare di osservare oggi: basta aprire qualsiasi finestra informativa sul mondo e aspettare qualche minuto, perché arrivi qualcuno determinato a spiegarti che i palestinesi meritano di morire, e comunque non stanno nemmeno morendo così tanto, e in ogni caso i palestinesi in quanto palestinesi non esistono, sono un'invenzione. Questo trentennale confrontarsi con la cattiva coscienza dei sionisti, non posso negarlo, ha qualcosa di rassicurante e di consolatorio. È rassicurante, perché in qualsiasi momento dell'anno o del secolo, tu troverai i sionisti dire sempre le stesse cose, indifferentemente dalla crisi in corso e dall'andamento dei combattimenti: noi eravamo lì tremila anni fa, Israele è minacciato nella sua stessa esistenza, è difeso dall'esercito più morale del mondo, i palestinesi sono come i nazisti, non amano i loro bambini quanto odiano i nostri, eccetera eccetera (anche all'inferno, udire gli stessi lamenti e le stesse bestemmie tutti i giorni deve produrre un senso di confortevole familiarità). È consolatorio, perché basta ascoltare un sionista per cinque minuti, basta leggerlo per tre righe, per registrare così tanta malafede che è impossibile poi non sentirsi una persona migliore, perlomeno non altrettanto pessima – a volte mi accorgo di andarmeli a cercare perché ne ho bisogno, sarà la dopamina o qualche altra molecola. Ho sempre avuto la sensazione che questo sia molto sbagliato, come esagerare col caffè o gli alcolici. Ho provato a regolarmi. A volte ci riesco. Ogni tanto ci ricasco, ma sia chiaro: non mi sento un combattente sul fronte delle idee, mentre lo faccio. È un vizio, so benissimo che confrontarmi con un Pigi Battista non fa di me una persona migliore. So bene che la situazione è troppo tragica per distrarmi o addirittura divertirmi con un Pigi Battista. E tuttavia Pigi Battista esiste, è lì che mi sculetta davanti con le sue frasi fatte e la sua cattiva coscienza, dovrei essere un santo per non farci caso. Non lo sono. 

– I sionisti italiani, dal canto loro, non stanno passando un buon periodo. I risultati pure innegabili di Netanyahu non li entusiasmano, ormai hanno capito che ogni metro quadro di Striscia o di Libano spianato e conquistato si paga in termini di credibilità: Netanyahu a questo punto ne fa tranquillamente a meno, loro no. Tra un po' in Israele si vota, e i casi sono due: o rivince Netanyahu, e toccherà affondare con lui; oppure perde, una splendida occasione per liquidarlo dopo tutto il lavoro sporco che si è accollato: dopodiché però bisognerà vedere il bluff, e si scoprirà che l'unico modo di succedere a Netanyahu è proseguirne il lavoro (i genocidi hanno questo grande problema, che una volta cominciati non c'è tutto questo margine per sospenderli e chiedere scusa: l'unica è andare avanti, finché qualcun altro ci ferma, o noi stessi ci autodistruggiamo). Il disegno di legge sull'antisemitismo è impantanato alla Camera, a nulla sembra servire aver scomodato la Segre, aver minacciato per l'ennesima volta le dimissioni di Fiano da un partito che non lo candiderebbe più comunque; è come se alla gente quel ddl non interessasse, hanno altre preoccupazioni, il carovita, il riscaldamento globale. Però i soldi per andare al cinema a vedere Naza li trovano, maledetti (sì, un documentario sui crimini di guerra è primo ai botteghini). Insomma sono giorni aridi di soddisfazioni, per il sionista italiano. Quel che gli servirebbe è almeno una piccola vittoria parziale, un contentino, qualcosa che giustifichi ai posteri la sua indecente postura. Si è difeso per anni con il mantra "due popoli due Stati", e ora si accorge che in Israele non ci crede più nessuno. Ha negato per anni i "numeri di Hamas", finché gli stessi numeri non li ha confermati l'Esercito più Morale del Mondo. Ha ammesso che il massacro era orribile, purché non lo si chiamasse "genocidio", una parola che ha contribuito più di ogni altro a diffondere, perché nessuno come lui se l'è fatta trovare in bocca: non chiamatelo genocidio, non pensate che sia un genocidio, non pensate al genocidio... E ha irriso per anni Francesca Albanese, liquidandola come un'opinionista da talk; ma tre anni dopo Francesca Albanese è ancora lì, relatrice ONU sui Territori Occupati. Non ha più un conto in banca, in tv non c'è quasi mai, su internet continuano a raccontare aneddoti ormai leggendari in cui umilia con un sorriso il sindaco di Reggio nell'Emilia, eppure la sua reputazione resiste, si consolida, è ben strana questa cosa. È come se la gente apprezzasse il coraggio di chi si oppone ai potenti: ai sionisti questa ipotesi deve risultare parecchio seccante, con la fatica che hanno fatto a corteggiare gli stessi potenti. In questi giorni ancora estivi, in cui la gente sta ancora fuori il fine settimana, l'Albanese si ritrova più spesso in giro per le città, e di solito incontra soltanto gente che stima il suo lavoro e ammira la sua integrità. Quelli che restano in casa a criticarla potrebbero magari leggere i suoi report per cercare gli errori fattuali, ma ecco, la cosa più interessante è che nemmeno li aprono: hanno completamente rinunciato a dibattere con l'Albanese nel merito del suo lavoro. Probabilmente temono di scoprire cose che non saprebbero confutare, neanche presso il parzialissimo tribunale della loro coscienza. È l'approccio tipico: ignorare il messaggio, svalutare il messaggero. Non resta che frugare su youtube finché non si trova qualche intervista in qualche lingua straniera in cui al minuto 18 l'Albanese abbia detto qualcosa di controverso, magari abbia commesso un errore di qualche tipo: e indovinate, questi errori esistono, Francesca Albanese è umana. Ciò non le sarà perdonato.


– Il 25 settembre del corrente anno, GV scopre che sul canale youtube di un'agenzia argentina c'è un'intervista in cui (dopo 18 minuti e 34 secondi), Francesca Albanese fornisce una definizione di antisemitismo storicamente non accurata. Dopo aver ribadito che "l'antisemitismo esiste, è una piaga", l'Albanese lo definisce non soltanto come "discriminazione nei confronti degli ebrei", ma di tutti i "ceppi semitici". Sostiene altresì che al momento in cui fu coniata, la parola "antisemitismo" [ma probabilmente voleva dire "semitico"] si riferiva "a chiunque non fosse europeo e venisse dal Medio Oriente": secondo nazisti e fascisti "gli ebrei erano semitici". L'"Antisemitismo" si sarebbe sovrapposto al concetto di "antigiudaismo" semplicemente perché gli ebrei erano la comunità semitica più numerosa in Europa. Concede dunque che oggi antisemitismo significhi "odio per gli ebrei", anche se avrebbe un significato più ampio. Ricorda che, secondo svariate testimonianze, nei campi di sterminio gli ebrei destinati alle camere a gas venivano soprannominati "musulmani", il che le sembra una dimostrazione della sostanziale coincidenza tra odio per gli ebrei e odio per i popoli semitici in generale. Gran parte di queste discutibili affermazioni – spoiler – l'Albanese le ritratterà abbastanza presto, scusandosene pubblicamente, ma restiamo un attimo al 25 settembre: quando grazie a un attento lavoro di setaccio, finalmente GV viene in possesso di quella che ritiene subito essere una vera e propria pistola fumante: l'Albanese non conosce bene la storia del termine antisemitismo, ergo è antisemita. Se l'ergo può parervi affrettato (al netto di svariate imprecisioni, l'Albanese sta comunque dicendo che l'antisemitismo esiste, e che oggi significa "odio per gli ebrei") tenete conto della situazione psicologica di GV, che da mesi, lo ammette lui stesso, ci va mettendo in guardia contro "la Madonna pellegrina", la "papessa" di questa nuova religione che sarebbe il "palestinismo".
 
Che ci vada mettendo in guardia, non c'è dubbio: ma che abbia mai convinto qualcuno, ecco, almeno fino al 25 settembre sembrava di no; gli indizi fin qui raccolti in mesi di ricerche non dovevano sembrare sufficienti neppure a lui – o non avrebbe continuato a cercarne fino in Argentina. Qualche giorno prima da Twitter rimpiangeva che anche dopo la concessione di un'intervista a un network russo (altra prova schiacciante di cospirazione contro l'occidente), nessuno volesse vedere "il vero volto" dell'Albanese, ora, questa espressione "vero volto" è abbastanza interessante. I cacciatori di antisemiti in servizio permanente sono infatti persuasi di questa cosa, che chi è antisemita abbia un volto segreto e faccia di tutto per nasconderlo. Dev'essere qualcosa di deforme: orecchie a punta, denti aguzzi? Si fingono umani, intonano suadenti discorsi di pace e giustizia dietro ai quali solo un attento inquisitore può decifrare l'antisemitismo nascosto. A nulla vale obiettare che l'antisemitismo è in linea di massima un'ideologia, non un complotto; che chi lo professa davvero non ha nessuna difficoltà a definirsi tale e a fare discorsi orgogliosamente antisemiti, eh ma quello era l'antisemitismo novecentesco, che a un certo punto è stato sconfitto. A riportarlo in auge non sarebbero i movimenti di estrema destra che pure risultano quasi sempre implicati ogni volta che viene realmente malmenato un ebreo o imbrattato un cimitero ebraico, bensì questi personaggi apparentemente innocui che parlano di pace e giustizia – in sostanza, i marrani dell'antisemitismo. In attesa di una legge che li costringa a confessare, con le buone o con le cattive, non resta a GV che procedere per via indiziaria, vincendo immagino una certa ripugnanza – o forse no, forse il garantismo non si applica ad argomenti così gravi (continua...)

mercoledì 30 settembre 2026

La lotta di classe in classe


[Questo pezzo è evidentemente uscito qualche giorno fa su Rivista Studio... e a proposito, oggi esce in edicola La fine del mondo con un pezzo mio! Purtroppo non è un fumetto]. 

Sono un insegnante di scuola secondaria (quella che tutti chiamano ancora “media”, e per inciso hanno ragione: “secondaria” è un brutto nome). Per circa vent’anni ho lavorato in una scuola in cui gli alunni di origine straniera superavano puntualmente la soglia massima prevista dalle circolari ministeriali – la parola chiave in questo caso era “deroga”: la mia scuola era sempre in deroga. Per vent’anni ho sentito i politici lamentarsi di questa cosa, e promettere che avrebbero trovato una soluzione. Per vent’anni la soluzione è stata, in sostanza, produrre circolari che ci impedivano di formare le classi, per poi consentirci di formarle lo stesso “in deroga”. E cosa succede quando una scuola sistematicamente rimane in “deroga”? Nulla, non succede nulla. 

Ora, mi rendo conto che questo modo di vedere le cose non è molto giornalistico. Per i giornalisti ogni fatto è importante in quanto notizia, ovvero dev’essere qualcosa di nuovo, possibilmente mai sentito, mai visto. Così, ad esempio, Giorgia Meloni fa notizia se promette di emanare un decreto legge che riduca il numero di stranieri per classe: nessuno l’aveva promesso prima! Per noi lavoratori della scuola, invece, tutto questo è ordinaria amministrazione. Domattina tornerò a scuola, e la percentuale di studenti di origine straniera sarà la stessa di cinque anni fa, di dieci anni fa: con quel lieve aumento che è ragionevole aspettarsi dall’andamento demografico. Del resto io faccio il mio lavoro, per lo meno ci provo; Giorgia Meloni fa il suo, che soprattutto verso la fine della legislatura comprende anche l’esternazione di promesse non necessariamente realizzabili. 

Proverò allora a far notizia così: io, insegnante democratico e progressista, non avrei in principio nulla in contrario alla proposta di Giorgia Meloni. La trovo viceversa assolutamente in linea con uno dei miei articoli preferiti della Costituzione, il terzo. Quello che non solo ci informa che siamo tutti eguali davanti alla legge (senza distinzione “di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”) ma si dà anche “un compito”, lo chiama proprio così: “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Quello che adoro di questo articolo è che prima enuncia un principio (davanti alla legge siamo tutti uguali), poi riconosce che “di fatto” le cose al mondo vanno molto diversamente, con una franchezza e un realismo che raramente troverete in una carta costituzionale. Un po’ come la Dichiarazione d’Indipendenza americana, che non promette la felicità, ma il diritto a cercarla (“the pursuit of happiness”): così la nostra Carta ammette che non siamo uguali, che forse non lo diventeremo mai davvero, ma che abbiamo comunque il diritto/dovere di provarci, il compito di rimuovere più ostacoli possibile. 

Questo spiega come mai, per esempio, la scuola è “obbligatoria e gratuita” (art. 34). Già. Cosa c’è di più democratico, di più egalitario, diciamolo: cosa c’è più “di sinistra” che immaginare che tutti possano vivere la medesima esperienza scolastica, venendo in contatto con lo stesso numero di studenti provenienti dall’estero? (Continua su Rivista Studio)

domenica 27 settembre 2026

Gli alunni "stranieri", tra i condizionatori e i metal detector

[Questo pezzo è uscito per il Manifesto del 22/9. A proposito: mercoledì esce nelle edicole La fine del mondo, e c'è anche un pezzo mio! Vabbe', ma soprattutto ci sono i fumetti]. 


Così Giorgia Meloni ci ha annunciato che metterà un tetto agli studenti stranieri per classe. Se i vostri amici insegnanti hanno reagito alla notizia sbuffando, non è necessariamente per avversione ideologica. È che loro lavorano nella scuola vera, e nella scuola vera il tetto per gli studenti stranieri c’è già. Da una circolare della ministra Gelmini (2010). Da quel momento, si sono verificati sostanzialmente due casi. Nella stragrande maggioranza delle scuole non è successo niente – ovviamente, dato che gli studenti stranieri non hanno mai superato il 12% della popolazione scolastica. In quel migliaio di scuole (su trecentomila in tutt’Italia) in cui la percentuale di stranieri supera effettivamente il 15% o anche il 30%… niente, non è successo niente neanche lì, perché né la circolare Gelmini, né le successive (ne ha emanata una anche Valditara, tre anni fa), hanno mai chiarito cosa sarebbe successo nel momento in cui il tetto veniva sforato. La parola chiave, in questo e in altri casi molto italiani è “deroga”. Si fissa un tetto, e quando si sfonda il tetto, si va in deroga. Esiste un numero massimo di deroghe? Nessuno l’ha capito.

Questo accade nelle scuole vere, e quindi interessa molto relativamente il dibattito politico, ormai entrato nella fase della campagna elettorale. Nelle scuole immaginate dai politici, ogni problema sollevato dai media incontra rapidissimamente una soluzione che si può scrivere in un brevissimo titolo di giornale. I ragazzi esagerano con gli smartphone? “Valditara vieta gli smartphone”. Uno studente estrae un coltellino? “Valditara introduce i metal detector”. Fa caldo? Valditara ci monta i condizionatori. E così via: non esiste emergenza o caso di cronaca che non trovi la sua pronta soluzione. Se poi vi capita di passare per una scuola vera, scoprirete che molti ragazzi tengono ancora gli smartphone in tasca (Valditara non ci poteva mica permettere di perquisirli); che i metal detector sono rarissimi (e del resto per usarli serve personale di pubblica sicurezza); e che gli studenti stranieri continuano a concentrarsi a macchie di leopardo, in alcune zone d’Italia, lasciandone altre completamente sgombre: non per malizia, ma perché banalmente l’immigrazione in Italia ha funzionato così. Il che in effetti ha creato un grosso problema: una tensione perenne tra luoghi dove gli stranieri sono tanti (coi problemi di integrazione annessi e connessi) e altri luoghi dove sono talmente pochi da risultare una minaccia sconosciuta, di cui gli abitanti sentono parlare soltanto da media sempre più ansiogeni.

In effetti, se Giorgia Meloni fosse seria (e se disponesse di risorse illimitate), la sua proposta non solo avrebbe un senso, ma sarebbe assolutamente auspicabile: permettere a ogni alunno con un deficit linguistico di poter frequentare una classe di italiani non sarebbe uno dei modi migliori per mettere in pratica il terzo articolo della Costituzione, contribuendo a rimuovere gli ostacoli che impediscono a chi non parla italiano in famiglia di sentirlo parlare e di impararlo a scuola? Eppure i vostri amici insegnanti borbottano, e addirittura i presidi fanno trapelare un certo scetticismo. Cosa faranno in concreto Meloni e Valditara, che non si potesse fare già dal 2010 in poi? Quanti pulmini servirebbero per spargere i ragazzi in quartieri meno etnicamente connotati? Fino a che punto si possono costringere i genitori italiani a iscrivere i ragazzi nella scuola di quartiere, senza evitare una fuga verso scuole private? E a proposito: si potrebbero obbligare gli istituti paritari ad accettare quote cospicue di studenti stranieri a costo zero. Oseranno farlo? Vediamo come va, ma non possiamo non ricordare i precedenti.

Nella scuola vera – quella in cui i politici raramente mettono i piedi – la differenza tra studenti italiani e stranieri semplicemente non esiste. Vi sono sfumature molto più difficili da interpretare: studenti senza cittadinanza, ma che parlano un buon italiano; studenti che all’anagrafe risultano italiani, ma che non parlano italiano neanche a casa. Per i genitori la situazione è molto più drastica, soprattutto a settembre: se nel registro la maggior parte dei cognomi non suona italiana, la classe è un ghetto. Chi ha il coraggio di restare magari può scoprire che alcuni di quei cognomi prendono i voti migliori, anche in italiano. Certo, ci vuole pazienza. Il governo questa pazienza non ce l’ha, del resto ormai è in campagna elettorale.

domenica 20 settembre 2026

Enrico Mentana e Francesca Albanese, una sera

Ieri sera in piazza a Parma c'era Francesca Albanese – che comunque sarà a DIG tra una settimana a presentare Naza – e però ieri sera in piazza a Parma c'era Enrico Mentana che intervistava Francesca Albanese, e devo ammettere che la cosa mi solleticava: così ci sono andato.

– L'occasione era la Festa di Open, e quindi in sostanza è Mentana che ha invitato l'Albanese. Questa cosa io non so bene come interpretarla. Mentana è tante cose ma non stupido, e quindi l'arrivo di un pubblico pregiudizialmente ostile nei suoi confronti doveva e poteva aspettarselo. Quindi se l'aspettava? Cercava i fischi, voleva fare notizia in questo modo? È una possibilità (1). Un'altra (2) è che stia cercando di riposizionarsi, perché appunto, non è uno stupido e si rende conto che un certo tipo di giornalismo supino a Tel Aviv ha i giorni contati anche nella nostra provincia dell'impero. Quindi ha invitato Francesca Albanese, l'ha fatta parlare senza troppo contraddirla (ha dato veramente l'impressione di conoscerla e di stimarla), si è preso comunque qualche fischio ma li aveva messi in conto. Perché è successa davvero questa cosa, che non mi aspettavo: Enrico Mentana, che fino a qualche mese non voleva sentir parlare di genocidio, ha lasciato Francesca Albanese esprimere le sue opinioni sul genocidio (del resto, se non l'avesse fatto, la folla non l'avrebbe presa molto bene). Un'ultima possibilità (3) è che Mentana – come tanti altri che però, a differenza sua, spesso sono stupidi – avesse sottovalutato la popolarità di Francesca Albanese, che in effetti nella mediasfera italiana risulta una tale che ha fatto una figuraccia con un sindaco, poi in tv è provata ad andarci ma se n'è andata alla prima provocazione, insomma un personaggio ormai fuori dalla lista di chi invitare ai talk. L'Albanese invece ha un seguito solido, e certe piazze le riempie: la festa di Open prevedeva cento posti a sedere (li ho contati) abbiamo dovuto schiacciarci un po' ovunque; chi fosse passato da Modena l'anno scorso sempre per DIG si sarebbe reso conto del problema, ma appunto, forse nella mediasfera credono che l'Albanese non sia più popolare come un anno fa perché gli USA le hanno chiuso i conti e in Italia qualche sindaco l'ha rimproverata. È precisamente il contrario.

– Ad avvalorare la seconda ipotesi (Mentana sta cercando di smarcarsi da un filosionismo che fa più danni che utile), molto presto la conversazione arriva sugli insediamenti nei Territori, ed è Mentana ad affermare: vanno sgomberati. A quel punto l'Albanese – che più dei palestinesi ieri sera si è trovata a difendere il principio di realtà – gli ha semplicemente chiesto: da chi? Chi è che concretamente dovrebbe cacciare quei coloni da trecento insediamenti [che spesso sono fortezze blindate]? E Mentana, serenissimo, ha risposto che ci vuole una forza di interposizione internazionale. Cioè, ripeto: Mentana, che fino a qualche mese fa aveva difficoltà a dire "colono" in diretta tv (e di fatto non ha usato la parola neanche ieri sera), vuole i caschi blu nei Territori Occupati, a cacciare i coloni dai loro bunker. Teniamocelo per detto.

– Francesca Albanese è un'esperta di diritto internazionale, incaricata dall'ONU di stilare periodici report sulla questione palestinese. Non è un'oratrice, non è una polemista professionista. L'urgenza di portare i suoi argomenti nelle piazze e sui social l'ha portata in passato a cadere in alcune trappole. Ieri sera com'è andata? Secondo me molto bene. Per tutto il tempo è rimasta nel suo ruolo, che è quello di chi studia e documenta un genocidio. Mentana le chiedeva la pars construens, uno Stato o due Stati? Lei rispondeva: non lo so, e in effetti perché dovrebbe saperlo. Non sta a lei proporre soluzioni, o fingere che ne esistano.


– A un certo punto è stata lei ad avvertirci che rischiava di andare come a Reggio Emilia, e qui secondo me c'è un grosso equivoco: com'è andata a Reggio Emilia? Una folla importante è andata a vedere l'Albanese: ha trovato un sindaco che faceva sottili distinguo sul 7 ottobre; ha cominciato a fischiarlo e l'Albanese si è messa in mezzo. Stessa cosa ieri sera: dopo una buona mezz'ora di dialogo sensato,
Mentana ha sentito la necessità di tirare fuori il 7 ottobre nel modo un po' dogmatico in cui lo tirano fuori i sionisti: però c'è stato il 7 ottobre, dovete capire che c'è stato il 7 ottobre. Una data che per qualche motivo dovrebbe annullare quello che stava succedendo prima, e giustificare la catastrofe che è venuta dopo. Siccome la gente non c'è mai cascata (sono quei meme che funzionano solo in laboratorio e in qualche discussione on line) ha iniziato a fischiarlo, e Mentana se l'è presa: ma si trattava di qualcosa di assolutamente prevedibile. Mentana però non è professionalmente abituato a essere interrotto in pubblico da gente qualsiasi, il che ha portato l'Albanese di nuovo a mettersi in mezzo, a intercedere per il suo interlocutore: sì, il 7 ottobre c'è stato, è stato terribile, nessuno lo nega, ecc. Mentana, dal canto suo, ha evitato di accennare a feti sventrati e neonati nel forno. Un'altra parola che nessuno ha mai usato ieri è stata "antisemitismo".

– A un contestatore che ha urlato, semplicemente: "c'è stato anche il 6 ottobre", frase magari sibillina ma non insultante, Mentana ha risposto piccato, perché lui diceva quel che voleva, essendo "a casa sua". Era a Parma, in piazza Garibaldi. È vero, l'evento l'ha organizzato lui per conto di una testata che ha finanziato lui, e però una testata si può comprare, un po' di giornalisti si può stipendiare... ma una piazza no, in piazza può arrivare chiunque.

– Nella stessa piazza, qualche ora prima, aveva parlato Pina Picierno. Non se l'era cavata neanche male e i 100 posti a sedere erano occupati. Ma la fatica che ha fatto a trovare un po' d'applausi è interessante. C'era molta gente e non applaudiva, o applaudiva poco. Una piazza non significa molto, ma posso immaginare la frustrazione di una parte politica che ha puntato tutto sulla sacra difesa dei confini europei e non ce la sta facendo, è proprio un tema che non ha presa sulla gente. Mentana a un certo punto ha voluto chiedere all'Albanese il suo parere sull'Ucraina e anche lì l'Albanese è stata brava, secondo me: ha ribadito che il suo campo specifico è un altro, che il suo è un parere qualsiasi, ha accettato i fondamentali (la Russia ha invaso illegalmente l'Ucraina) e ha immediatamente riportato la questione su Gaza: se contro la Russia abbiamo immediatamente varato pacchetti di sanzioni, perché non l'abbiamo fatto con Israele? Se Mentana trova giusto armare i resistenti ucraini, perché non dovremmo armare i resistenti palestinesi? Ecco, questo è stato il momento in cui Mentana è stato preso di sorpresa. Si capiva che questa cosa di considerare i palestinesi come esseri umani con dei diritti era comunque una novità per lui, qualcosa che magari sta cominciando ad accettare, ma per la quale non è ancora emotivamente equipaggiato.

– A tempo abbondantemente scaduto, è stato Mentana ad aver ricordato che Francesca Albanese attualmente è perseguitata dagli autorità USA, che le impediscono di poter usare conti bancari (anche in Italia). Altri su un'evidenza così scandalosa costruirebbero un intero personaggio: ieri sera l'Albanese ne ha parlato soltanto un minuto prima di alzarsi dalla poltrona, e soltanto perché Mentana glielo ha chiesto.

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