È da trent'anni che gli esperti si dicono convinti di sì, che le elezioni si vincano al Centro: e che è quindi opportuno, soprattutto in campagna elettorale, tentare la fascia moderata con proposte il più possibile moderate – detassare i proprietari di prima casa mi sembra l'esempio più felice, anche se B. quelle elezioni non le vinse: le pareggiò. Quando si fa presente che a insistere troppo sul Centro si rischia di disaffezionare la fascia estrema, gli esperti fanno spallucce: in un modello bipolare gli estremisti non hanno alternative. O si turano il naso e votano moderato, o non votano proprio (il che a volte significa votare liste e candidati che non hanno chance). Inutile dire che di questo modello bipolare essi sono i più convinti fautori. Trent'anni fa speravano che l'introduzione del bipolarismo li avrebbe resi preziosi come l'ago della bilancia; quelli che nel frattempo sono cresciuti nel sistema non concepiscono proprio che ne possano esistere altri. Contro la loro tesi, noi incalliti anti-bipolari non abbiamo che invocare i fatti: non è che non funzioni, il bipolarismo; semplicemente non esiste. Per quanto il sistema elettorale possa essere truccato fino a costringere gli elettori a scegliere tra un rosso e un blu (entrambi convergenti verso il centro) senza altre opzioni, gli italiani sono ugualmente riusciti a inventarsele e a votarsele: vedi il drammatico risultato del 2013, quando un partito nato dall'insoddisfazione degli italiani per Berlusconi e per il PD si prese un terzo dell'elettorato. L'Italia non è bipolare e non c'è motivo per cui debba diventarlo – se si esclude l'interesse di qualche piccola lobby e di qualche grande proprietario che vorrebbero piazzarsi al centro e determinare ogni futura scelta con un piccolo pacchetto di voti. La scommessa dei centristi, che i centristi perdono sempre, mentre ai margini nascono formazioni magari altrettanto effimere, ma che attraggono in meno tempo molti più elettori.
Completiamo quindi l'ipotesi di Berlusconi (l'elettore vota per curare i propri interessi) con un corollario: quando non ci trova nessun interesse, l'elettore semplicemente non vota. Questo forse ci aiuta a capire cosa sta succedendo al sud, cosa Meloni & co. non hanno capito, e cosa rischiamo di non capire anche noi.
Uno dei modi in cui ci mentono le mappe è il fatto che dietro ogni colore ce ne potrebbero essere altri. Se in una provincia il rosso spunta sul verde di pochi punti percentuali, noi coloriamo la provincia di rosso e non ci accorgiamo più di quanto verde comunque c'era sotto. Tanti errori si potrebbero correggere con un uso più attento delle sfumature: ma le bugie a volte diventano soltanto più sottili. Ad esempio guardate questa.
Questa è la carta archetipica – i forestieri ci sfottono, dicono: tutte le vostre carte sono così. Nella fattispecie, si tratta dell'affluenza al voto del 2022, ma potrebbe essere il 2018 o il 1964: la gente va a votare più al nord che al sud, fine. Se poi aggiungi che il nord è più popolato, capisci perché i demagoghi storicamente abbiano preferito tarare i propri messaggi sui capannonici che sugli elettori meridionali. E però.
E però nella cartina ci sono numeri scritti in piccolo, che potrebbero dirci un'altra cosa. Ad esempio che in Campania (terza regione d'Italia per popolazione) nel 2022 ha votato il 55% degli aventi diritto. E quindi? Se guardassimo una cartina del 2018, troveremmo più o meno lo stesso colore, ma... aveva votato il 68%. Questa cosa vale più o meno per tutto il sud: nel 2018 andarono a votare centinaia di migliaia di elettori in più – ed è vero che nel complesso votarono soprattutto per il M5S. Giuseppe Conte era ancora un insigne sconosciuto. Nel 2022 invece era il leader del M5S, e in quanto tale mantenne un buon risultato soprattutto al sud, che evidentemente riconosceva nel M5S l'unico partito che tutelava i suoi interessi: ma in quell'occasione centinaia di migliaia di elettori non andarono a votare. Stanno ora parzialmente rientrando, perlomeno in un'occasione in cui non dovevano votare per un partito o per un leader, ma semplicemente per dire NO a una riforma del centrodestra.
L'errore di valutazione di Giorgia Meloni e del suo staff sta probabilmente qui. Per mesi girava l'idea che una maggiore affluenza al voto avrebbe premiato il Sì – è successo l'esatto contrario, ed è successo al sud. Un territorio che Fratelli d'Italia, e in generale il centrodestra, avevano sacrificato nel 2018, con un calcolo che almeno fino a quel momento si era rivelato corretto: si trattava di scegliere tra promettere ai capannoni la flat tax e l'abolizione del tetto sul contante e al meridione il mantenimento del reddito di cittadinanza. Il centrodestra scelse i capannoni e vinse; nell'occasione, molti suoi sostenitori meridionali non passarono al M5S o alla sinistra, ma semplicemente non andarono a votare. Meloni & co. hanno commesso l'errore di continuare a considerare quei non-elettori un esercito di riserva, una quinta colonna che in occasione del referendum si sarebbe fatta viva, ma perché? Per ideologia, per appartenenza, per inerzia? Ma la gente non vota per queste cose: ricordate cosa diceva Berlusconi?
La cartina ci dice anche che Giuseppe Conte non è esattamente il fulmine di guerra che qualcuno sta cominciando a celebrare. Perlomeno non lo era nel 2018, quando comunque poteva rivendicare la gestione di un paio di governi (che però avevano varato misure impopolari). Magari lo sta diventando ora; in certi casi l'opposizione corrobora. Ma chi davvero votava per il Reddito di Cittadinanza, lo ha già votato nel 2022. Se nel frattempo il centrodestra si inventa qualcos'altro – sembrano abbastanza suonati, ma non è detto – il meridione è assolutamente contendibile, lo dice proprio il rosso di quella cartina. Anche solo l'affluenza in Campania può oscillare di 15 punti percentuali, e sono centinaia di migliaia di voti.
