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domenica 12 aprile 2026

La sofferenza di Emanuele Fiano


Venerdì è stato il giorno della passione di Emanuele Fiano, segretario nazionale di Sinistra per Israele: e se per caso vi stavate preoccupando di altre cose – stragi in Libano, Hormuz ancora chiuso, voli annullati, potremmo restare senza fertilizzante... ecco, sì, va bene, siamo evidentemente entrati in una crisi mondiale dalla quale forse non si uscirà senza una catastrofe, ma cerchiamo di mettere le cose in prospettiva. Venerdì Emanuele Fiano era molto preoccupato.

Per le centinaia di vittime civili in Libano

Ma no. 

Peraltro Israele ci ha prontamente fatto sapere che almeno la metà erano militanti di Hezbollah, quindi meritevoli di morte, e che per Israele un rapporto di una vittima innocente ogni vittima colpevole è assolutamente civile e degno dell'esercito più morale del mondo, per cui no, Emanuele Fiano non era preoccupato di questo.

Per la reputazione di Israele?

Perché questa idea che il mondo stia per andare in fiamme semplicemente perché Netanyahu ha convinto Trump che una guerra all'Iran era fattibile, e ora Netanyahu non può essere convinto che un cessate il fuoco è necessario – ecco, tutto questo pare stia incidendo negativamente sulla reputazione di Israele nel mondo, perlomeno così dice Jonathan Safran Froer e chi siamo noi per mettere in discussione la premessa di J. S. Froer – ovvero che Israele, prima di questa guerra, avesse ancora una reputazione da difendere. Verrebbe la voglia di supplicare gli obiettivi libanesi, i gazawi che patiscono la fame, i cisgiordani che vengono quotidianamente aggrediti e uccisi dai coloni: perché vi ostinate a farvi colpire? Non capite che così facendo, consentite a Israele di minare la propria reputazione? Non trovate ci sia dell'antisemitismo in tutto questo? Una situazione oggettivamente preoccupante: forse che Emanuele Fiano era preoccupato di questo?

No. 

Emanuele Fiano venerdì era molto preoccupato – mettetevi seduti – perché il PD milanese ha proposto in consiglio comunale di ritirare il gemellaggio tra Milano e Tel Aviv. Un gemellaggio, capite. Con Tel Aviv. Si può restare in un partito che si ritira da un gemellaggio?

 

Evidentemente si può, perché dopo una notte di "sofferenza", ha usato questa parola, Emanuele Fiano ha deciso di restare nel PD. Di ciò mi sembra necessario ringraziarlo, non solo a nome di tutto il partito, dei militanti e dei sostenitori, ma più in generale dell'umanità tutta, in nome della quale traggo il mio sospiro di sollievo. Sappiamo che l'angelo di Dio promise ad Abramo che avrebbe risparmiato Sodoma, se solo vi avesse trovato dieci uomini giusti; per come poi andarono le cose mi sembra evidente che non li trovò... ma chissà, forse grazie all'eroica sopportazione di Emanuele Fiano, il PD potrebbe essere risparmiato da un'analoga ira di Dio. 


Chi segue Fiano e Sinistra per Israele da un po', credo abbia ormai familiarizzato con la sofferenza di Emanuele Fiano. È un patimento storico, con radici profonde, che si rinnova ad ogni stagione. Fu nello scorso autunno, ad esempio, che Emanuele Fiano soffrì per le contestazioni ricevute durante un'assemblea all'università di Venezia. In quell'occasione il fior fiore dei cattedratici e degli opinionisti si mobilitarono per gridare: vergogna! Emanuele Fiano non è stato fatto entrare all'università!

Anche se in effetti nell'università c'era entrato.

Va bene – rispose il fior fiore –  ma è terribile questa cosa che non lo abbiano fatto parlare, no?

Certo che era terribile, anche se in effetti, Emanuele Fiano aveva assolutamente parlato. 

Va bene, però è terribile questa cosa che non lo abbiano fatto finire, che lo abbiano cacciato via, no?

Indubbiamente era terribile. Benché in effetti Fiano fosse rimasto finché gli inservienti non gli avevano chiesto, scusi, ci scusi, signore, l'università alle 19 chiude.


Chiunque altro di fronte a questa ennesima provocazione avrebbe ceduto, lasciando le aule in balia di chi doveva pulirle per il giorno dopo: chiunque altro, ma non Emanuele Fiano. "Non potevo accettare anche quella prevaricazione". L'episodio, spiegò, gli aveva ricordato quanto era successo a suo padre: davvero, subire una contestazione all'università gli aveva ricordato quando suo padre, dopo il 1938, avendo perso i diritti civili, non era più potuto entrare a scuola. E in effetti se ci pensate è più o meno la stessa situazione, no? Che differenza c'è tra essere contestati da un gruppo di studenti all'università e diventare un cittadino di serie B che non può più godere del diritto allo studio? Se lo chiedete a Emanuele Fiano, nessuna differenza: e quindi non chiedetemelo a me, magari mi verrebbe una risposta diversa e probabilmente, a questo punto, antisemita.  

Così insomma venerdì la sofferenza di Emanuele Fiano ha rischiato di traboccare, perché qualche membro del suo partito aveva osato proporre di ritirare un gemellaggio con Tel Aviv. Una città dove "centinaia di migliaia di persone hanno chiesto la fine della guerra"... ecco, se davvero l'hanno chiesta (e se davvero sono "centinaia di migliaia") si potrebbe quantomeno obiettare che non l'hanno proprio ottenuta: forse per Fiano è l'intenzione che conta – ma anche l'intenzione potrebbe incrinarsi, se a quelle "centinaia di migliaia" (facciamo decine di migliaia?) giungesse notizia che il comune di Milano ha sospeso un gemellaggio. 

Sono cose che succedono, no? Tu scendi in piazza per manifestare contro qualcosa che in coscienza ritieni sbagliato. Il tuo governo ti reprime, ti malmena persino, ma tu resisti... finché non giunge un messaggero con la ferale notizia: il Comune di Milano ha sospeso il gemellaggio! No.  

A quel punto puoi essere il telavivese più eroico, ma davvero, come si fa? Come si può lottare per un mondo migliore con la consapevolezza di non avere più il Comune di Milano al tuo fianco? Perlomeno questo mi sembra il ragionamento di Emanuele Fiano, il quale poi giustamente aggiunge: e allora perché non chiedete anche la sospensione del gemellaggio con San Pietroburgo? Già. Qualcuno a quel punto ha persino osato obiettare che il gemellaggio con San Pietroburgo è stato già sospeso: rilievo abbastanza indelicato, nei confronti di una persona che si sta impegnando con tutte le sue forze per difendere Israele con le armi retoriche che Israele suggerisce, la più popolare tra le quali in questi mesi è lo specchietto putiniano. Chiunque si permetta di criticare lo Stato Ebraico, anche solo di fischiarlo allo stadio, deve essere messo di fronte a un simile impietoso dispositivo: perché non hai fischiato altrettanto i russi? Ti abbiamo sentito, che li fischiavi più piano. Così fanno da anni, e mica si può pretendere che smettano così, d'un tratto, semplicemente perché non è così che funziona – che ne sappiamo alla fine noi di come funzionano le cose? Noi viviamo nel mondo reale, forse dovremmo accettare che Fiano è in un mondo diverso. 

Un mondo dove la reputazione di Israele conta più della nostra vita, di quella di chi ci sta intorno: un mondo dove Israele non solo ha diritto di esistere, ma ne ha molto più di noi. Un mondo dove il PD non è un partito di centrosinistra, votato da milioni di persone che si preoccupano della crisi medio-orientale e mondiale, e dell'escalation armata a cui il governo israeliano (non troppo osteggiato dall'opposizione israeliana) sta trascinando l'umanità, no: in questo mondo il PD ha un senso solo se Emanuele Fiano, vincendo una troppo giusta ripugnanza, continua a militarvi; portando in dote certo non un cospicuo pacchetto di voti (gli ebrei milanesi essendo poche migliaia, e quelli sionisti persino meno), ma quel quid arcano e imperscrutabile senza il quale davvero forse l'angelo di Dio potrebbe distruggerci, da un momento all'altro. Questo Emanuele Fiano non lo vuole – per ora – e per questo motivo dobbiamo essergli grati. A lui e agli altri nove giusti che devono pur esserci al mondo, oggi. 

Domani boh, vediamo. 

giovedì 9 aprile 2026

Se non metti in ordine arriva Donald Trump


Donald Trump è da anni il caso di megalomania più noto e studiato al mondo, che altro potrei aggiungere a questo punto? Che ci ha fatto rivalutare George W. Bush, Berlusconi, Putin, gli ayatollah? Che l'angoscia dei patrizi romani, mentre aspettavano che un pretoriano più coraggioso di un altro si avvicinasse all'imperatore pazzo e lo soffocasse coi cuscini, scompare di fronte a quella dei cittadini del mondo che al mattino controllano sul telefono se una civiltà non è stata nuclearizzata nottetempo per capriccio? Mi limito a confessare una cosa: io continuo a trovare qualcosa di rassicurante, in Donald Trump. La sua ignoranza, la sua mitomania, la sua ostentata volgarità, la sua ridicola pretesa di capire il mondo mentre il mondo lo strozza, la sua arroganza, sono troppo reali per esserlo davvero. Per quanto possa essere malvagio, resta un malvagio da melodramma, da telefilm. Ti aspetti che calchi i toni perché prima o poi sarà punito, e il pubblico avrà la soddisfazione che pretendeva dallo spettacolo. Ed è come lui stesso lo capisse, un lampo di lucidità che lo percorre proprio nei momenti in cui sbrocca più forte. Non può durare, Donald Trump: è programmato per perdere, e perdere male. Si tratta soltanto di capire quanta gente dovrà rimetterci, prima della scena risolutiva. Magari miliardi. Ma non credo sia possibile una Storia dell'uomo in cui Trump non venga sconfitto e punito – e se esiste, è la Storia di un animale che ha scoperto l'intelligenza per puro caso e vi ha rinunciato abbastanza presto, non costituendo nessun vantaggio evolutivo: invece di aiutarlo ad adattarsi all'ambiente, lo distruggeva. 

Ripeto: o la nostra civiltà finisce con Trump (e potrebbe), o nei resoconti storici prossimi venturi Trump sarà il fantoccio da irridere, il simbolo di cosa succede alla democrazia se non poti i populismi e i razzismi sul nascere, l'esempio da evitare intorno al quale costruire daccapo un intero sistema educativo, sociale e politico. A chi chiederà: ma perché dobbiamo tassare i patrimoni? risposta: Donald Trump. Perché dobbiamo destinare così tante risorse alla formazione di una classe dirigente illuminata e competente? Perché altrimenti poi succede Donald Trump. Perché abbiamo smesso di bruciare idrocarburi? Per evitare un altro Donald Trump. Perché devo mangiare le verdure? Donald Trump non le mangiava. 

martedì 7 aprile 2026

Un'intera civiltà morirà stanotte

 

Comunque andrà, una civiltà è morta davvero. 

E magari qualcosa di rivoluzionario può succedere, chissà?

venerdì 3 aprile 2026

Sul fronte meridionale


È più o meno il ventennale di quella volta che Berlusconi disse: ""Ho troppa stima dell'intelligenza degli italiani per pensare che ci siano in giro così tanti coglioni che votano contro il proprio interesse". Citazione testuale che subito qualcuno pensò di male interpretare, lanciando alti strali perché B. aveva dato dei coglioni agli elettori di sinistra. B. aveva semplicemente suggerito che l'orientamento al voto dipenda molto più dagli interessi percepiti che da altri fattori (l'appartenenza, l'ideologia, l'inerzia, ecc.). Nell'occasione si era mostrato più materialista di molti avversari a sinistra, e i risultati di quella tornata elettorale non gli diedero torto. Promise di abolire la tassa sulla prima casa, e i proprietari votarono per lui. Da lì in poi la tassa sulla prima casa non è più stata ripristinata. Ma la domanda è: prima che B. promettesse, all'ultimo minuto di una tribuna elettorale, di abolire l'ICI, gli stessi proprietari stavano tutti pensando di votare Prodi?

È da trent'anni che gli esperti si dicono convinti di sì, che le elezioni si vincano al Centro: e che è quindi opportuno, soprattutto in campagna elettorale, tentare la fascia moderata con proposte il più possibile moderate – detassare i proprietari di prima casa mi sembra l'esempio più felice, anche se B. quelle elezioni non le vinse: le pareggiò. Quando si fa presente che a insistere troppo sul Centro si rischia di disaffezionare la fascia estrema, gli esperti fanno spallucce: in un modello bipolare gli estremisti non hanno alternative. O si turano il naso e votano moderato, o non votano proprio (il che a volte significa votare liste e candidati che non hanno chance). Inutile dire che di questo modello bipolare essi sono i più convinti fautori. Trent'anni fa speravano che l'introduzione del bipolarismo li avrebbe resi preziosi come l'ago della bilancia; quelli che nel frattempo sono cresciuti nel sistema non concepiscono proprio che ne possano esistere altri. Contro la loro tesi, noi incalliti anti-bipolari non abbiamo che invocare i fatti: non è che non funzioni, il bipolarismo; semplicemente non esiste. Per quanto il sistema elettorale possa essere truccato fino a costringere gli elettori a scegliere tra un rosso e un blu (entrambi convergenti verso il centro) senza altre opzioni, gli italiani sono ugualmente riusciti a inventarsele e a votarsele: vedi il drammatico risultato del 2013, quando un partito nato dall'insoddisfazione degli italiani per Berlusconi e per il PD si prese un terzo dell'elettorato. L'Italia non è bipolare e non c'è motivo per cui debba diventarlo – se si esclude l'interesse di qualche piccola lobby e di qualche grande proprietario che vorrebbero piazzarsi al centro e determinare ogni futura scelta con un piccolo pacchetto di voti. La scommessa dei centristi, che i centristi perdono sempre, mentre ai margini nascono formazioni magari altrettanto effimere, ma che attraggono in meno tempo molti più elettori. 

Completiamo quindi l'ipotesi di Berlusconi (l'elettore vota per curare i propri interessi) con un corollario: quando non ci trova nessun interesse, l'elettore semplicemente non vota. Questo forse ci aiuta a capire cosa sta succedendo al sud, cosa Meloni & co. non hanno capito, e cosa rischiamo di non capire anche noi. 

Uno dei modi in cui ci mentono le mappe è il fatto che dietro ogni colore ce ne potrebbero essere altri. Se in una provincia il rosso spunta sul verde di pochi punti percentuali, noi coloriamo la provincia di rosso e non ci accorgiamo più di quanto verde comunque c'era sotto. Tanti errori si potrebbero correggere con un uso più attento delle sfumature: ma le bugie a volte diventano soltanto più sottili. Ad esempio guardate questa. 


Questa è la carta archetipica – i forestieri ci sfottono, dicono: tutte le vostre carte sono così. Nella fattispecie, si tratta dell'affluenza al voto del 2022, ma potrebbe essere il 2018 o il 1964: la gente va a votare più al nord che al sud, fine. Se poi aggiungi che il nord è più popolato, capisci perché i demagoghi storicamente abbiano preferito tarare i propri messaggi sui capannonici che sugli elettori meridionali. E però. 

E però nella cartina ci sono numeri scritti in piccolo, che potrebbero dirci un'altra cosa. Ad esempio che in Campania (terza regione d'Italia per popolazione) nel 2022 ha votato il 55% degli aventi diritto. E quindi? Se guardassimo una cartina del 2018, troveremmo più o meno lo stesso colore, ma... aveva votato il 68%. Questa cosa vale più o meno per tutto il sud: nel 2018 andarono a votare centinaia di migliaia di elettori in più – ed è vero che nel complesso votarono soprattutto per il M5S. Giuseppe Conte era ancora un insigne sconosciuto. Nel 2022 invece era il leader del M5S, e in quanto tale mantenne un buon risultato soprattutto al sud, che evidentemente riconosceva nel M5S l'unico partito che tutelava i suoi interessi: ma in quell'occasione centinaia di migliaia di elettori non andarono a votare. Stanno ora parzialmente rientrando, perlomeno in un'occasione in cui non dovevano votare per un partito o per un leader, ma semplicemente per dire NO a una riforma del centrodestra. 

L'errore di valutazione di Giorgia Meloni e del suo staff sta probabilmente qui. Per mesi girava l'idea che una maggiore affluenza al voto avrebbe premiato il Sì – è successo l'esatto contrario, ed è successo al sud. Un territorio che Fratelli d'Italia, e in generale il centrodestra, avevano sacrificato nel 2018, con un calcolo che almeno fino a quel momento si era rivelato corretto: si trattava di scegliere tra promettere ai capannoni la flat tax e l'abolizione del tetto sul contante e al meridione il mantenimento del reddito di cittadinanza. Il centrodestra scelse i capannoni e vinse; nell'occasione, molti suoi sostenitori meridionali non passarono al M5S o alla sinistra, ma semplicemente non andarono a votare. Meloni & co. hanno commesso l'errore di continuare a considerare quei non-elettori un esercito di riserva, una quinta colonna che in occasione del referendum si sarebbe fatta viva, ma perché? Per ideologia, per appartenenza, per inerzia? Ma la gente non vota per queste cose: ricordate cosa diceva Berlusconi?

La cartina ci dice anche che Giuseppe Conte non è esattamente il fulmine di guerra che qualcuno sta cominciando a celebrare. Perlomeno non lo era nel 2018, quando comunque poteva rivendicare la gestione di un paio di governi (che però avevano varato misure impopolari). Magari lo sta diventando ora; in certi casi l'opposizione corrobora. Ma chi davvero votava per il Reddito di Cittadinanza, lo ha già votato nel 2022. Se nel frattempo il centrodestra si inventa qualcos'altro – sembrano abbastanza suonati, ma non è detto – il meridione è assolutamente contendibile, lo dice proprio il rosso di quella cartina. Anche solo l'affluenza in Campania può oscillare di 15 punti percentuali, e sono centinaia di migliaia di voti. 

giovedì 2 aprile 2026

Primarie sì primarie no (primarie fantasma)

Stavamo dicendo: al centrodestra non sono mai servite le primarie per scegliere il leader. Per i primi vent'anni sarebbero state pleonastiche: il carrozzone lo pagava Berlusconi, il candidato era lui. In seguito è entrato in vigore il patto non scritto per cui a Palazzo Chigi va il capo del partito della coalizione che ha preso più voti. Il sistema funziona bene anche perché fin qui asseconda l'andamento ciclico dei leader: nel '17 scoccava l'ora di Salvini, nel '22 quella di Giorgia Meloni. Ma adesso? 

Adesso abbiamo un problema, anzi per una volta ce l'hanno loro. Forse fino a qualche mese fa i dirigenti di FdI erano convinti che la Meloni potesse invalidare quella legge empirica per cui la fortuna di un leader non dura neanche una legislatura intera. Nel frattempo magari qualcuno si guardava intorno, alla ricerca del prossimo personaggio carismatico, ma tutto quello che è riuscito a trovare è un generale in prepensione, che malgrado abbia imparato alla svelta e a memoria tutti i punti dell'agenda antiwoke, non riesce a venderli a una maggioranza silenziosa ma non così scema. Non sarà una coincidenza che nelle bozze della nuova legge elettorale compaia l'obbligo di ufficializzare il candidato di coalizione – un dettaglio, questo, che molto difficilmente la corte costituzionale potrà concedere, tanto è chiaro sulla Carta il principio che assegna la nomina del governo al presidente della repubblica – e però prima che la corte si pronunci bisogna fare ricorso, prima di fare ricorso bisogna che la legge sia votata e ratificata, per cui insomma non sarebbe davvero molto strano che si andasse a votare con l'ennesima legge-pastrocchio evidentemente incostituzionale. L'unico che davvero potrebbe mettersi in mezzo è Mattarella e non sempre ne ha voglia. Ma insomma non è solo l'ambizione personale a suggerire aa Meloni un trucco per restare in sella: è proprio che, per quanto sia declinante il suo astro, altri sorgenti in quell'emisfero non se ne vedono. E nel nostro?

Nel nostro abbiamo una serie di problemi che però rischiamo di fraintendere. Prendi Elly Schlein: all'apparenza il problema è uno scarso carisma – che si scontra con l'evidenza per cui, da quando ha vinto a sorpresa le primarie, il PD è cresciuto a ogni tornata elettorale, in modo non spettacolare ma costante e consistente. E tuttavia non sembra il candidato adatto: ha un cognome strano, di cui l'italiano medio diffida; e poi ha questo grande problema che è una donna. Non una donna portata sugli scudi da una coalizione orgogliosamente patriarcale e machista, come Giorgia Meloni, la cui femminilità serviva ad attenuare quel forte sentore di spogliatoio maschile che emanavano i suoi ranghi; no, Elly Schlein è segretaria di un partito che del femminismo si fa alfiere e interprete, e questo molti potenziali elettori non riescono ad accettarlo, è un limite con cui fare i conti. 

Dall'altra parte c'è Giuseppe Conte, che se davvero riuscisse a spuntarla sarebbe la prima eccezione alla regola per cui a un leader viene concessa una sola stagione per brillare. Bisogna dire che il suo è già il caso più atipico: quello che per gli altri leader è stato l'apice della carriera – l'arrivo al governo – per lui è stato l'inizio. Ma è stato comunque quasi dieci anni fa; e chi resta convinto che Conte abbia davvero molte chance in più della Schlein, probabilmente si basa su sondaggi che hanno lo stesso valore di quelli che mesi fa, sondando un'opinione pubblica distratta, davano il No in abbondante vantaggio sul Sì. È pur vero che "Conte" e "Schlein" sono opzioni più concrete di "Sì" o "No", ma dobbiamo accettare che la maggior parte degli elettori oggi non risponderebbero né per l'uno né per l'altra: devono ancora scegliere. Certo, se convochiamo delle primarie, la scelta diventerà presto obbligata. E come tutte le scelte obbligate, comporterà tensioni e rinunce. 

Il precedente più simile sembra quello delle primarie del 2012, lo scontro (a due fasi!) tra Renzi e Bersani. Qui devo ammettere una cosa. Nell'occasione, mi sbagliai. Quando la campagna entrò nel vivo, attirando un po' di traffico persino su questo piccolo sito, io scambiai quel po' di attenzione mediatica per un reale focolaio d'interesse. Per la prima volta in Italia le primarie non erano una semplice consacrazione popolare di un leader già designato, ma una lotta accesa tra due candidati che esprimevano due concezioni definite e distanti, il che per me era fantastico, anche perché ci metteva al centro della scena. Per un attimo anche gli elettori di M5S e centrodestra sembrarono genuinamente interessati allo scontro – se per ottenere la loro attenzione dovevamo litigare un po', non c'era problema: litighiamo sempre volentieri e nell'occasione non credo di essermi risparmiato. Alla fine, dopo tanto disputare, le cose andarono come era più logico che andassero, e Bersani la spuntò. Dopodiché si andò a votare, e Bersani... non vinse. Cos'era successo?

Tante cose. Molti ipotetici elettori della mozione Renzi non votarono per Bersani: la polarizzazione che si era compiuta durante le primarie aveva ottenuto il risultato di allontanarli – anche e soprattutto a causa di Renzi, che ci teneva a dimostrare che se non era in grado di gestire la festa, poteva comunque ancora farla fallire. Molti optarono per la lista di Monti, che peraltro era nata appositamente per evitare la possibilità che il PD di Bersani vincesse da solo. Bersani peraltro, per quanto fosse segretario del PD da poco tempo, rappresentava la continuità ed era visto come fumo degli occhi da una buona parte dell'elettorato grillino, per cui, insomma, no, le primarie combattute non ebbero quell'effetto che avevo sperato che avessero. Se conquistarono un po' di attenzione, non conquistarono voti, anzi alienarono quelli della fazione che aveva perso. 

Io credo francamente che una tornata di consultazioni primarie tra Conte e Schlein (più altri segnaposto e figuranti) otterrebbe domani un risultato simile. Molta attenzione da parte dei giornalisti – alla fine alle primarie ci tengono soprattutto loro, è un'occasione per fare accessi e vendere inserzioni – ma un risultato politico che sarebbe inferiore alla somma delle parti. Forse perché il vero problema non è il carisma di Elly Schlein o di Giuseppe Conte, ma l'irriducibilità dei loro bacini elettorali. Ci sono elettori M5S che al momento sono convinti di non poter votare per lei, ci sono elettori PD altrettanto convinti che Conte non sia votabile. E sono esattamente quegli elettori che dobbiamo portare alle urne se vogliamo evitare altri cinque anni di un centrodestra sempre più rancoroso. Quindi che si fa? (Continua)

martedì 31 marzo 2026

Tutti vogliono le primarie (nella stanza dei ciechi)

Nonostante una certa tendenza ad azzeccare le previsioni, io non credo sinceramente di intendermi più di tanto di politica, o di avere il polso del Paese eccetera. Con le diottrie che mi trovo, posso simulare ampiezza di visione soltanto in una stanza dove chiunque altro sia cieco, e quindi comincio a pensare che sia questo il caso: non sono io che ci capisco qualcosa, sono politici e politologi a non capirci niente. Già. Ma perché? Qualcuno sarà anche semplicemente stupido: più spesso si benderanno gli occhi perché gli conviene. Ma il caso dell'ultimo referendum credo sia illuminante: per mesi un sacco di gente ha veramente creduto che il No potesse vincere, perché lo dicevano i sondaggi. I quali sondaggi stavano sondando un'opinione pubblica ancora disinformata e soprattutto disinteressata, che ci ha messo mesi ha capire quale fosse la sostanziale differenza tra Sì e No. Per molti mesi i politologi sono andati alla cieca, fidandosi di sondaggi che captavano un sostanziale rumore di fondo – questa è un'ipotesi. Ed è interessante perché ora più o meno gli stessi politologi ci stanno dicendo che gli elettori del cosiddetto Campo Largo preferirebbero Giuseppe Conte a Elly Schlein. Sarà vero? E ci conviene davvero scoprirlo prima delle elezioni?

Un altro problema degli esperti nostrani è il dare per scontate alcune caratteristiche invero bizzarre della politica italiana, come se fossero aspetti tipici di qualsiasi democrazia e non bizantinismi escogitati a un certo punto da qualcuno che cercava un trucco per assicurarsi una maggioranza stabile. I premi di maggioranza (quelli che secondo il geniale politologo ce li avevano in tutto il mondo e secondo wikipedia soltanto la Grecia e San Marino). Le coalizioni da formare obbligatoriamente prima delle elezioni, e non dopo come in qualsiasi sistema parlamentare gestito da adulti: con tanto di programma di coalizione, perché se devi deludere i tuoi elettori lo devi fare prima che ti votino, a sinistra, perlomeno (a destra devono vincere). In effetti storicamente gran parte di queste regolette sono state escogitate per evitare che una sinistra vincesse; dopodiché ce le siamo tenute manco fossero le XII tavole. In realtà non ci è dato sapere che legge elettorale ci toccherà stavolta; considerato chi la sta scrivendo, diamo per scontato che sarà l'ennesima legge incostituzionale – come scoprirà prevedibilmente anche stavolta la Corte Costituzionale, non prima che sia stata firmata dal Presidente e non ci abbia costretto a scrivere liste elettorali ad hoc, con le quali avremo già eletto l'ennesimo parlamento che a quel punto dovrà scriverne un'altra, chissà magari perfino peggiore – scusate, ma capite che ci sono già passato più volte, per tutte queste fasi? Ecco, un altro problema dei politologi è che sembrano avere memorie cortissime. 

Dicevo, non ci è dato sapere che legge elettorale ci toccherà, ma il cattivo risultato referendario (e le cattive vibrazioni successive) ci autorizzano a sperare che Giorgia Meloni stia calando un po' le penne: adesso che non è più convinta di vincere, magari il premio di maggioranza calerà un po'. E forse potrebbe anche riconsiderare l'elemento più anticostituzionale (e demenziale), ovvero l'obbligo di designare un candidato di coalizione. Proprio la cosa che il centrodestra postberlusconiano si è ben guardato di fare, nel 2017 come nel 2022. Il che ha consentito, al centrodestra (sempre meno centro), di cambiare con disinvoltura il proprio leader, da Salvini aa Meloni, senza affannare i sostenitori in estenuanti risse tra segretari di partiti così simili per bacino elettorale e ideologia. Il tutto in virtù di un patto tra segretari: chi prende più voti diventa il presidente designato. Facile. Economico. Sembra anche il trucco più efficace per motivare gli elettori del leader in declino (che però può avere ancora chances, se i suoi continuano a sostenerlo). E anche il più elastico, quello che permette ai leader qualche avventura fuori dal seminato: quando ad esempio Salvini fece un governo coi grillini, mentre aa Meloni, ogni tanto ricordiamocelo, restava fuori anche dall'esecutivo 'tecnico' di Draghi. A occhio, insomma un sistema che funziona meglio delle primarie: ma ammetto che l'occhio è mio. Nella stanza invece c'è un sacco di gente che le primarie le vuole proprio fare. Avranno ragione loro, no? (Continua)

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