lunedì 8 agosto 2022

98. Ragazzi non giocate troppo spesso accanto agli ospedali

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Battiato, oggi con la canzone più lunga e antica ancora in lizza].

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Sequenze e frequenze (#144)

Nel momento in cui scrivo, mentre continua il testa a testa serrato tra Aria di Rivoluzione e La Cura, Sequenze ha buone probabilità di essere l'unico brano pre-Cinghiale nei 32 ammessi al terzo turno. Questo, se in parte è ingiusto nei confronti di un periodo in cui Battiato ha inciso e sperimentato molto, dall'altra conferma quanto Sequenze sia l'episodio più rappresentativo almeno di tutta la fase 1972-1975 (diciamo da Fetus a Gladiator), sospeso com'è tra l'anima prog e quella più avanguardistica che si esprime soprattutto nella lunga coda strumentale. Ma è anche la prima canzone in cui Battiato sperimenta il suo stile salmodiante: la prima in cui mette in gioco le memorie del suo passato, la prima in cui fissa il mare. Sulle corde di Aries è di gran lunga il disco più solare di quegli anni, ed è il primo di cui FB in seguito parlerà volentieri, come di un'esperienza purificatrice. E nonostante la percepibile distanza con Pollution, il synth è ancora in primo piano; la suite che occupava un lato intero dell'album era quasi un luogo comune del prog (tutti gli artisti che ascoltavamo negli anni '80, se andavi a cercare, nel decennio precedente avevano fatto un disco con almeno un pezzo lungo un intero lato; un pezzo che a riascoltarlo sembrava inspiegabile, completamente diverso da tutto quello che avevano fatto dopo, misterioso come un vecchio album di foto dei genitori pieno di gente sconosciuta coi baffi). 


Venezia-Istanbul (Battiato/Pio, #48)

Ecco un brano che mi sorprende di trovare ancora in gioco. Non ha neanche avuto un percorso così facile – ha buttato fuori Mesopotamia, Un vecchio cameriere, Ruby Tuesday. La sensazione è che i grandi elettori della Gara ragionino più per album che per canzoni singole, e anche ai singoli più rilevanti del Battiato pre o post-Ottanta preferiscano anche gli episodi meno noti dei dischi degli anni Ottanta. Patriots continua a essere uno dei dischi più amati: è un caso tipico di successo postumo, perché quando uscì vendette appena quarantamila copie (l'Hunky Dory di Battiato, in un certo senso).

Se parla di qualcosa, Venezia-Istanbul potrebbe parlare di relativismo culturale, un concetto di cui al tempo non si parlava parecchio (e anche adesso mi sa passato di moda). I pagani ammazzavano i cristiani, poi viceversa, il mondo va così (forse finisce qui). Spuntano qua e là tra le righe riferimenti all'omosessualità come pratica o tendenza: Socrate parlava spesso delle gioie dell'Amore, e nel petto degli alunni si affacciava quasi il cuore, tanto che gli offrivano anche il corpo, e poi i famosi "due abbracciati in un cinemino di periferia", che nel testo riportato in copertina sono specificati "uomini" tra parentesi: una precisazione a cui evidentemente Battiato teneva, ma che sui solchi del disco avrebbe pregiudicarne la diffusione radiofonica. Non era poi così facile parlare di queste cose in un disco nel 1980. Una riflesso equivoco ricade anche sulla passione di D'Annunzio per gli aeroplani e le bande legionarie, con quel commento sibillino: che scherzi gioca all'uomo la Natura.    


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97. Il cielo a volte, invece, ha qualche cosa d'infernale

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Battiato, che sembra non finisca mai e invece oggi cominciano i sedicesimi! Con una lotta abbastanza impari tra la favorita per ranking e una delle ultime superstiti degli anni Novanta].

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1981: Centro di gravità permanente (Battiato/Pio, #1).

Grazie a commentatori anonimi (che ringrazio), sono riuscito a identificare la vecchia bretone con un cappello, un ombrello di carta di riso e canna di bambù: dovrebbe proprio essere l'esploratrice (ma diciamo pure avventuriera) Alexandra David-Néel, teosofa, reincarnazione di qualche lama, che malgrado i numerosi e faticosi viaggi morì centenaria (quindi "vecchia"), non era bretone ma per un po' soggiornò a Mont-Saint-Michel (lo so che non è tecnicamente Bretagna, ma magari Battiato no), e spesso è raffigurata con gli ombrellini coloniali ma all'occorrenza riusciva a travestirsi da monaco tibetano per arrivare a Lhasa e restarci mesi prima di essere scoperta. Per campare s'improvvisò pure cantante lirica ad Hanoi; a Tunisi mentre studiava il Corano fece la direttrice artistica come Battiato a Catania, insomma un personaggio che FB non poteva non ammirare e che probabilmente introduce il tema del mascheramento. Però attenzione: mentre di Matteo Ricci è menzionato il travestimento da bonzo, della David-Néel si ricordano gli accessori coloniali, come a dire: è quello il travestimento, la David-Néel autentica era una monaca tibetana (ne adottò uno), se si vestiva da occidentale era per farsi accettare da noi europei, per far passare i suoi messaggi – proprio come FB si era travestito da avanguardista perché erano "i giorni di maggio" e la credibilità si guadagnava raccogliendo ortiche, mentre ora deve inforcare gli occhiali neri da popstar per volgarizzarci un po' di Gurdjieff; travestirsi da freejazzista, da punk, da artista new wave, infiocchettando le sue canzoni con i finti cori russi dei madrigalisti di Milano (negli anni in cui il Coro dell'Armata Rossa era una presenza fissa ai festival dell'Unità). Il fatto che non sopporti veramente nessuno di questi codici musicali è un'affermazione inversa a quella contenuta in Bandiera bianca, di preferire l'insalata a Beethoven: là Battiato è nel personaggio, qui lo sta svelando.   


1996: Strani giorni (Battiato/Sgalambro, #33)

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, Battiato ha inciso più titoli negli anni Novanta che negli Ottanta. Lo stesso numero di album (sei), ma alcuni un po' più lunghi – probabilmente per venire incontro alla maggiorazione dei prezzi con l'imporsi dei CD, e qui ci si potrebbe domandare se la necessità di stiracchiare la propria ispirazione abbia giovato a Battiato dall'Imboscata in poi. Sia come sia, il giudizio del secondo turno del torneo è abbastanza reciso: solo tre brani degli anni '90 dovrebbero averlo passato. Strani giorni è una delle tre ed è la sola ad aver fatto fuori un pezzo degli '80, Chanson egocentrique. È anche una delle tre superstiti del catalogo di Sgalambro, che ne ha cofirmate una sessantina. 

Un'altra cosa che al terzo turno mi piacerebbe aver chiarito: chi tra i cantanti ha inciso il verso "Il cielo azzurro appare limpido e regale"? Nessuno mi pare sia ancora riuscito a trovare il riferimento. Sarebbe bello che fosse lo stesso Battiato, che del resto non ha mancato di associare il cielo alla divinità (vedi Lo spirito degli abissi), e che qui Sgalambro liquiderebbe come "uno dei tanti". Un altro buon candidato potrebbe essere Jim Morrison, visto che la canzone si chiama Strani giorni, e che alla fine è uno degli autori rock più citati da Battiato. Riferimenti morrisoniani nelle sue canzoni: "The end, my only friend" in Bandiera bianca; "strani giorni" in Strani giorni, "Come on baby light my fire" in La musica muore (solo nella sua versione: in quella originale di Camisasca non ci sono citazioni). Ok, sono solo tre, cioè è pari merito con Dylan e coi Beatles. Un fleur che avrei sentito volentieri è Light My Fire col sintetizzatore di Fetus. Non avrebbe avuto senso, dite. Vi ricordo che ha rifatto Hey Joe...

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domenica 7 agosto 2022

96. Chi stranu e cumplicatu sintimentu

[Questo è l'ultimo trentaduesimo di finale della Gara delle canzoni di Franco Battiato, con due canzoni che stanno appena a quattro anni di distanza, ma in mezzo c'è la Milano-Napoli e la Salerno-ReggioCalabria, e un oceano (di silenzio)].

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1984: Temporary Road (#107)

Vigilesse all'erta come teddy boys. Che La voce del padrone riuscisse a portare tutte le sue sette canzoni al secondo turno era abbastanza prevedibile. Che ci riuscisse anche Patriots, un po' più sorprendente. Ma che il disco con più superstiti in assoluto fosse Mondi lontanissimi (otto brani su nove) ecco, questo non me lo aspettavo. L'unico brano che non ce l'ha fatta è la povera Personal Computer, che ha questo punto mi fa pure tenerezza, perché lei no e Temporary Road sì? E possibile che Campane tibetane sia stata mandata a casa da quest'ultima, più che una canzone uno scherzo dettato dalle frustrazioni del traffico milanese e dalla necessità di portare in tv qualcosa di leggero? (i pezzi dell'Arca di Noè non si prestavano più di tanto). Poi bisogna dire che la melodia iniziale è proprio piacevole, anche se non sono del tutto sicuro che sia farina del suo sacco (sprecarla per un pezzo così?)

Quello di Mondi è un primato abbastanza discutibile, non solo perché "otto su nove" non suona come "sette su sette", ma anche perché un titolo (Il re del mondo) è in comproprietà col Cinghiale bianco, e in generale si tratta di un LP a metà strada tra l'album e la raccolta, con alcuni brani che il turno l'hanno passato nonostante la versione di Mondi (Tozeur, ad esempio, e la stessa Re del mondo). È un disco che somiglia molto alla lontana ai dischi che in quegli anni mandava fuori Dylan, con tante cose diverse messe assieme all'ultimo momento quando compariva all'orizzonte la scadenza contrattuale. Ci sono gli abbozzi 'spaziali' che ruotano già intorno all'opera Genesi, le tracce di un lavoro di riarrangiamento del suo catalogo che sta facendo per i mercati esteri (un progetto portato avanti con scarsa convinzione e una strumentazione che in tempi brevissimi sarebbe risultata datata: non è nemmeno del tutto colpa sua, tutti i suoni che produceva la Roland ci stancarono all'improvviso, come un giocattolo stanca il bambino). Battiato non è sicuro di voler continuare questa cosa della popstar, e nemmeno di voler restare a Milano. Per cui è abbastanza bizzarro che i brani di questo periodo di crisi alla fine ci piacciano di più di quelli composti in altri periodi assai più pacifici, in cui Battiato sapeva cosa voleva fare e dove voleva stare. O no? In realtà no, le cose migliori le fai ti escono quando sei sotto pressione e vorresti/dovresti fare qualcos'altro. È il motivo per cui esiste Milano, probabilmente. L'hanno proprio costruita apposta.


1988: Veni l'autunnu (#86).

Scura cchiù prestu. L'albiri perdunu i fogghi e accumincia a scola. Mi piace pensare che non sia un autunno qualsiasi, ma il primo che Battiato decide di passare in Sicilia: prima l'autunno era la stagione milanese per eccellenza ("Torneranno di nuovo le piogge, riapriranno le scuole, cadranno foglie lungo i viali...") La fine di una transumanza più che ventennale – che purtroppo coincide con il periodo creativo più interessante. Abbiamo già notato come il procedimento del collage (che però Battiato rifiutava di chiamare così) resista, da Fisiognomica in poi, solo nei rari brani in vernacolo siciliano che somigliano in questo a certe raccolte di modi di dire dialettali che dalle mie parti occupano uno scaffale apposito delle librerie, spesso il più vicino alla cassa. Per cui alla fine non è così semplice distinguere l'avanguardia dalle manifestazioni di folklore più ingenuo. Battiato ha nei confronti della cultura orale tradizionale un'ammirazione che lo colloca a colpo sicuro in un filone neoprimitivista che dobbiamo ancora formalizzare ma che a un certo punto in Italia è diventato una cosa importante: non ci sono solo personaggi mediatici alla Mauro Corona, c'è Ermanno Olmi, per dire, ma in un certo senso pure Pasolini, autori che Battiato non cita assolutamente mai ma con cui condivide una diffidenza per il progresso che forse è un tratto distintivo della nostra cultura nazionale: la rivoluzione industriale noi non l'abbiamo mai veramente accettata, è una cosa che viene da fuori e siamo convinti che prima o poi se ne dovrà andare. 

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sabato 6 agosto 2022

95. Tutti i muscoli del corpo pronti per l'accoppiamento

[Siete pronti al 95mo incontro della Gara delle canzoni di Franco Battiato?, oggi con una canzone scritta per tappare un buco che è una delle sue più ascoltate, e con Mal d'Africa che alla fine ha prevalso su Scalo a Grado per un voto appena, sì, il mio].

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1981: Sentimiento nuevo (#11)

"A volte capita di dover completare un lp. Hai scritto sei canzoni che ritieni riuscite e te ne manca una sola per arrivare alla conclusione. Allora non aspetti l’ispirazione, ti metti d’impegno e ne vieni a capo. Quando l'hai finita senti che non è una canzone riuscitissima, al livello delle altre. Poi esce il disco, e quella canzone, a cui tu avevi dato meno peso, ha un suo successo, forse proprio perché l'hai scritto con più superficialità. L'hai scritta in fretta, pensavi che fosse così-così, e invece è solo un po' leggera, e anche la leggerezza può essere un pregio. Ne ricordo una, inserita nell'lp La Voce del Padrone, che s'intitolava Il sentimiento nuevo: ebbe un grandissimo successo. Per me era stato un riempitivo divertente. L’avevo composta con una certa spensieratezza, ma anche con freschezza, era una cosettina leggera. Ma quando la cantavo, il pubblico rispondeva". La cosa più incredibile di questo passo di Tecnica mista su tappeto, per me, è che Battiato afferma candidamente che quando ha inciso La Voce aveva pronte sei canzoni. E basta. Non le ha scelte da una rosa, non ha dovuto selezionare le migliori, anzi gliene mancava persino una, l'ha scritta all'ultimo momento e gli è venuta meglio di interi dischi suoi. Per dire lo stato di grazia di quel 1981.

Anni passati ad ammirare il finale della Voce, l'eleganza di finire con un inno all'amore corporeo, come dire: avete ascoltato abbastanza musica, ora è tempo di darsi da fare – e invece niente, è l'ultimo brano semplicemente perché l'ha scritto per ultimo e lo considerava meno riuscito. 

(Tom Waits, parlando di In the Wee Small Hours, il primo vero LP 12 pollici americano, lo considerava anche il primo concept album perché "lo metti sul piatto dopo cena e alla fine sei esattamente dove dovresti essere". Ecco, non credo che nessuno abbia mai messo sul piatto La voce del padrone per lo stesso motivo, ma forse è un esperimento che andrebbe fatto).

Mi pare che Sentimiento sia l'unico titolo spagnolo del suo catalogo italiano. Battiato, com'è noto, amava sfoggiare lingue straniere con notevole sprezzo del ridicolo. Ogni lingua evoca una cultura abbastanza delimitata: l'inglese è la modernità, l'arabo le radici ancestrali, il tedesco la cultura europea, il greco antico la cultura classica, il francese le belle canzoni di una volta. Lo spagnolo non è associato a niente. Non è nemmeno una delle lingue che Battiato incontra nei suoi viaggi, come il portoghese o il mongolo; lo spagnolo è neutro. Forse non è una coincidenza che sia anche l'unica lingua – oltre all'italiano – in cui Battiato è riuscito a essere un interprete credibile.


1983: Mal d'Africa (#75) 

MIKE BONGIORNO: "È un po' come l'ultima cena, eh?"
FRANCO BATTIATO: "No, per carità!"

"Qualcuno", ammette Battiato in Tecnica mista, lo "considera uno dei pezzi più belli della mia carriera. In effetti, il testo soprattutto, ha qualcosa di toccante, di speciale". Non sapremo mai chi è quel qualcuno, ma in testa abbiamo tutti Pippo Baudo che per qualche settimana volle il video di Mal d'Africa come sigla finale di Domenica In, in quello slot preziosissimo dopo il termine di 90° Minuto. Sul rapporto tra Baudo e Battiato si potrebbe scrivere un libro, qui annoto soltanto il mio stupore per il fatto che Mal d'Africa fosse considerata la canzone-traino di Orizzonti perduti: non il singolo perché Battiato e/o la Emi non ritenevano che valesse la pena farne uscire, ma il brano da portare in tv, da Baudo o da Bongiorno. Il sospetto è che non fosse la canzone più accessibile, ma quella con cui Battiato si sentiva più a suo agio: con La stagione dell'amore avrebbe dovuto atteggiarsi a crooner, magari replicare dal vivo la buffa coreografia del videoclip. Mal d'Africa era meno catchy ma consentiva messe in scena come "l'ultima cena" di Superflash, un'idea semplicissima ma abbastanza efficace. E intanto si portava in tv un po' di vagheggiamento dei vecchi tempi preindustriali di grandi famiglie patriarcali al tavolo della domenica, qualcosa che sia Baudo sia Bongiorno non avevano ancora idea di quanto sarebbe piaciuto ai telespettatori. Nell'intervista Battiato riesce a rispondere a Bongiorno senza sembrare detestabile: spiega che oltre al nuovo disco ha in cantiere l'Eurofestival in coppia con Alice e poi un tour negli USA (Bongiorno ha il guizzo di specificare che non è un tour dedicato agli emigrati italofoni). Dalla Voce del padrone sono passati due anni, Battiato in mezzo ci ha messo altri due dischi diversissimi tra loro. Continua a sorprendere, non si ferma, sembra inarrestabile.

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venerdì 5 agosto 2022

94. Quanti perfetti e inutili buffoni

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con il trentaduesimo di finale più pesante, nel senso che la somma del ranking dei due brani è la più alta di tutti gli altri trentaduesimi – tenete conto che la somma minima di un trentaduesimo è 65; ebbene questo fa 27+219= 246, ed è tutta colpa della Convenzione].

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1972: La convenzione (#219)

Nella discografia di Battiato, La convenzione è sempre stata un brano a parte; per lunghe ere dimenticato, poi riscoperto e rivalutato magari oltre i suoi limiti. Situazione ribadita in questo torneo, di cui è l'unico brano sotto il #200 ad aver passato il turno. Quindi il brano superstite col ranking più basso, ma non solo: anche il più antico, visto che nessuna canzone dei '60 né di Fetus è riuscita ad arrivare fin qui. È anche il solo a non essere contenuto in nessun album ufficiale (Stage Door è un caso un po' particolare). Si tratta di un brano che sviluppa le premesse prog di Fetus in un senso più commerciale, preannunciando i temi di Pollution ma al contempo lasciandoci immaginare che Pollution avrebbe potuto essere un disco molto diverso e forse molto più venduto. È l'espressione di un personaggio di cui FB si disfa completamente interrompendo il tour di Pollution, e di cui negli anni Ottanta resistevano soltanto memorie inattendibili e foto inspiegabili – il singolo, come ogni cosa BlaBla, era fuori catalogo e introvabile. Ci vorrà il tour di Gommalacca, un mezzo secolo dopo, perché Battiato si decida a rispolverare un passato che non lo imbarazzava più. A questo punto succede però una delle cose più bizzarre della sua discografia, ovvero Pino Massara, ancora custode di un po' di materiale inedito di casa BlaBla, decide di ripubblicare il brano nel 2002 in un CD molto ambiguo, che sfruttando proprio il minimo ritorno d'interesse s'intitola La convenzione. Benché il nome più in evidenza sulla copertina sia "Franco Battiato", Massara non ha abbastanza materiale e così allunga il brodo con brani di Camisasca e Osage Tribe, in cui Battiato non sempre è presente. Una versione inedita di Stranizza d'amuri è retrodatata al 1975, magari per confondere gli avvocati della Emi; La convenzione è pubblicata nella versione del singolo promozionale per la stampa con una strofa bisbigliata in più, che oggi è quella che tutti possiamo trovare su Spotify; ma alla fine del CD viene allegata una "nuova versione 1997" che purtroppo su Youtube viene da molti scambiata per quella originale e non può francamente esserlo, con quell'arrangiamento vistosamente hard rock. Ma non può nemmeno essere una versione del 1997, visto che la traccia cantata è la stessa dell'originale 1972. E allora cos'è? Ha tutta l'aria di essere un Battiato remixato abusivamente, un Battiato taroccato messo in giro da Massara nel tentativo di ottenere qualcosa di trasmettibile in radio nel 2002, e nell'auspicio che il Battiato autentico sia troppo buono da mandargli gli avvocati (auspicio probabilmente avveratosi, visto che la versione è ancora in circolazione). Un Battiato alternativo, in un universo parallelo in cui si è lasciato macinare dalla macchina per il successo progettata da Massara e Gianni Sassi, e dopo qualche singolaccio come La convenzione sia rapidamente finito nel dimenticatoio insieme al Balletto di Bronzo o agli Osanna; salvo rispuntando ogni tanto con versioni riarrangiate degli stessi pezzi, come fanno le meteore per rimanere in orbita (vedi Cugini di campagna). Un Battiato di cui francamente non avevamo bisogno, anche se forse ce lo saremmo meritato. 


1991: Povera patria (#27)

A un certo punto, senza che lui facesse il minimo sforzo, le coordinate politico-ideologiche di Franco Battiato si sono di colpo chiarite. Non era ancora così nel 1991: la chiacchiera che fosse un cantante di destra, già smentita, non era così facilmente liquidabile. Anche solo per il ricorso alla parola "patria", che Battiato recuperava per la seconda volta dopo Patriots: si trattava di una parola ancora piuttosto pesante nei primi anni Novanta (forse più a nord che in meridione), che nessun cantautore di sinistra avrebbe mai usato in senso non ironico. Battiato sembrava apolitico, ma sdegnato; rispettava le istituzioni, ma diffidava degli uomini che le impersonavano; non faceva nessuno sforzo per non apparire elitario, e proprio per questo non lo si riusciva a liquidare come un esponente del progressismo urbano che Montanelli aveva insegnato a etichettare come "radical chic": a ben vedere restava un autodidatta con riferimenti assolutamente personali, assai lontani dalla sinistra tradizionale ma anche dalla destra (che poi tre anni prima dell'avvento di Berlusconi era ancora un ghetto ben poco invitante). Il punto è che Battiato, scusate se insisto, era già grillino, molto prima che a Grillo venisse in mente di fondare un movimento. Un cognitario sradicato della diaspora meridionale, sedotto dalla grande città ma tentato dal ritorno alla campagna; da sempre diffidente nei confronti della civiltà dei consumi e portato a vagheggiare di età dell'oro pre o post industriali. In Povera patria c'è tutto questo, compresa l'idea, ingenua ma potente, che il Cambiamento possa muovere da un grande processo di risveglio collettivo. Certo, "Cambierà, forse cambierà" suona molto più conciliante di "Svegliaaaaaa!" Ma l'idea di fondo non è molto diversa. 

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93. A Beethoven e Sinatra preferisco l'insalata

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, con due brani in cui Battiato entra esce in personaggi inutili]. 

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1981: Bandiera bianca (Battiato/Pio, #6)

Alla fine è notevole questa cosa, no? Che per trent'anni i giornalisti hanno continuato a chiedergli: ma davvero preferisci l'insalata a Beethoven, e lui ogni volta, pazientemente: no, scherzavo. Come se non fosse stato chiaro fin da subito – non è come chiedere oggi ai Kraftwerk superstiti: ma è vero che siete robot? O a Fortis se odia davvero i romani? E magari qualcuno glielo chiede ancora, i giornalisti sono tipi, come dire, prevedibili. 

In parte è persino responsabilità di Battiato, che il dispositivo ironico non lo ha usato sempre in modo coerente – prendi proprio Bandiera bianca. Forse non abbiamo davvero capito cosa intendesse fare con questa canzone che probabilmente all'inizio era uno dei suoi tentativi più radicali di scrivere qualcosa di brutto – più brutto di Up Patriots to Arms, che malgrado l'inflessione disco non gli era riuscita così male, meno brutto di La musica è stanca, che sarà il coronamento finale di questo tipo di sforzo punk: ma comunque brutto. Vedi la testimonianza di Eugenio Finardi: "Ricordo di essere entrato nello studio di Alberto Radius mentre Franco, Titti Denna, Giusto Pio e Filippo Destrieri si esaltavano cercando il suono "più brutto" per la iconica frase di Bandiera bianca..." Alla fine il suono peggiore che questi turnisti riescono a trovare è il riff suonato da Destrieri sull'organo Hammond, che poi Battiato riprende nel cantato, tutto giocato su un'oscillazione di un solo semitono. Variare di appena un semitono, in molti casi, significa steccare, e Battiato l'idea della stecca la suggerisce in tutte le strofe: e se non riesce comunque a produrre qualcosa di veramente dissonante, è perché è più forte di lui. Il riff è anche una parodia, non so quanto consapevole, della Bagatella n. 25 (Für Elise) di Beethoven, insomma della stessa Per Elisa che Battiato aveva appena evocato nel riff con cui Alice aveva espugnato Sanremo. È la stessa oscillazione tra bequadro e bemolle, ma ora ripetuta ossessivamente da uno studente che si rifiuti di imparare il resto, perché appunto, preferisce l'insalata. 

All'"immondizia musicale", dovrebbe corrispondere a livello di testo un'immondizia etica, ma così com'è incapace di stonare apposta, allo stesso modo Battiato non ce la fa ad apparire uno yuppie milanese tutto insalatine, occhiali da sole e menefreghismo. Certo, là fuori ci sono ancora brigatisti che sparano e liquidarli come "stupide galline che si azzuffano per niente" è abbastanza forte: ma troppo spesso sotto gli occhiali intravediamo il cipiglio del moralista incline all'invettiva ("quante squallide figure attraversano il paese..."). Per cui davvero è lecito domandarsi a ogni verso se Battiato stia scherzando o no, se sia nel personaggio o no – almeno era lecito domandarselo diciamo fino a tutto il 1982; vent'anni dopo solo un santo avrebbe trovato ancora una risposta simpatica alla domanda "preferisci l'insalata". Battiato era quel tipo di santo. 


1991: Lode all'inviolato (#70).

Il fatto che Lode all'inviolato sia passata al secondo turno mi consente se non altro di correggere tutte le fregnacce che ho scritto l'altra volta: parlavo di progressione ascendente, dove avevo le orecchie? Lode all'inviolato è una canzone che scende, anzi rotola in perpetuo. Quasi il contrario di Delenda Carthago, anch'essa costruita su quattro accordi ripetuti incessantemente. Ma mentre gli accordi di Delenda ascendono, incalzano, quelli della Lode prima scendono (La-, Sol, Fa), poi forse si rialzano (Sol), ma proprio quest'unica risalita della progressione è occultata all'orecchio dell'ascoltatore dalla scala discendente di note che in quel momento ha la funzione di ricondurlo al primo accordo della ruota. In certe canzoni di FB si ha la sensazione di crescere sempre più in alto anche se si rimane sui propri passi; qui l'esatto contrario, si può scendere all'infinito. Il che forse avvalora l'ardita ipotesi di qualche lettore: e se l'"inviolato" stavolta fosse il diavolo? Dopotutto lo sapeva bene Paganini che egli suona il violino (e nella Lode FB fa ampio uso di archi). Onestamente non penso il Battiato di Caffè de la Paix capace di tanta doppiezza, anche se per quanto mi riguarda non l'avrei disdegnata. È ormai un artista consacrato alla sua idea della verità (un'idea completamente diuturna, luminosa) che non ha difficoltà a parlare di quello in cui crede, rifiutando ogni tipo di ipocrisia e ironia – anche quel minimo sindacale con cui noi poveri mortali ci schermiamo in società. 

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Fuori concorso (canzoni che non hanno partecipato alla gara per questo o quest'altro motivo).

Lo spirito degli abissi (2015)

Lo sapete che tutta la Gara è falsata, sì? Avevo completamente rimosso Lo spirito degli abissi, giuro, non sapevo che esistesse e invece non è neanche un brano così nascosto: sta all'inizio del secondo CD delle Nostre anime – il cofanetto testamentario del 2015 e quindi può essere considerata la penultima uscita inedita di Franco Battiato. È un brano che rivela la stessa lieve sconnessione dell'altro inedito del cofanetto (Le nostre anime) e di qualche brano di Apriti Sesamo, la tendenza a cominciare un discorso e passare ad altro con una noncuranza che non dovrebbe più di tanto sorprenderci – Battiato non è mai stato un campione di consequenzialità – ma intanto la voce si è fatta più faticosa e accresce la sensazione che cominci a essere difficile, per lui, tenere un filo. La prima cosa che salta alle orecchie è il riferimento alla Grande Guerra, nel quasi centenario, descritta in termini junghiani come un episodio di possessione dell'inconscio collettivo ("Lo spirito degli abissi si impadronì del nostro destino"). Anche questo non sorprende affatto chi ricorda passate interviste in cui Battiato aveva evocato simili categorie per descrivere i cambiamenti di Zeitgeist negli anni Settanta e Ottanta. Più singolare è il richiamo alla preghiera ("Mi è ritornata voglia di pregare"), in un senso esplicitamente cristiano: ("seguendo la tenacia dei padri del deserto"): non una meditazione rivolta a sé, come Battiato ha spesso praticato, ma un desiderio di intercessione rivolto agli altri: Battiato vuole pregare "per quelli che hanno perso da tempo la loro via, per chi non riesce a sopportare i dolori dell'esistenza". A intervalli regolari, torna la memoria paradisiaca di un giardino invaso dal sole. È difficile ascoltare senza commuoversi un brano concepito probabilmente per essere l'ultimo. 


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