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lunedì 13 luglio 2026

La stagione delle lettere



In estate, per tutta una serie di motivi, ci mettiamo a discutere di scrittori. Il che potrebbe portarci un giorno, chissà, a parlare persino di letteratura. Qui ci sono un po' di cose che ho messo su facebook negli ultimi mesi; sul blog non avrebbero avuto molto senso, ma forse rileggendole tutte insieme... nah. 


16 giugno: uno scrittore israeliano a caso era stato invitato a un convegno a caso. Polemica. Sì, è antipatico che qualcuno non voglia invitare lo scrittore X al convegno Y. Bisognerebbe sempre fare proposte in positivo, ad esempio mi piacerebbe che il convegno Y invitasse Refaat Alareer, scrittore e poeta palestinese che descrisse l'assedio di Gaza con passione e una punta di humour. Una volta ad esempio, siccome qualcuno su Twitter si ostinava a parlare di bambini cotti in un forno a microonde, lui domando: "Ma con o senza lievito"? Purtroppo questo tweet fu ripreso da Bari Weiss come esempio di empietà palestinese, Alareer cominciò a ricevere telefonate dall'IDF, dopodiché il suo appartamento a Gaza fu bombardato da un drone. Per questo motivo nessun convegno può più invitare Alareer – che non faceva parte di Hamas, ma del corpo dei volontari dello zoo di Gaza. Qualcuno dirà che più o meno è la stessa cosa, e che comunque non è censura, perché l'IDF prima di ucciderti ti telefona, e se ti telefona prima non è né censura né genocidio. Ugualmente a me dispiace che Alareer non possa più essere invitato a nessun convegno, mentre qualsiasi scrittore israeliano sì.

Questo tipo di discussione è inutile, ogni tipo di discussione è inutile se provi a rivolgerla ai sionisti. Già prima non è che brillassero per acume (e chi brillava ha avuto tutto il tempo e le occasioni per scendere dal carro): chi è rimasto, oltre a non essere il più sveglio della cumpa, è in preda al panico. Vale la pena di spiegare che un boicottaggio non è censura, che ci sono differenze tra il disinvitare uno scrittore a un convegno e bruciare i suoi libri in piazza – o bombardare il suo appartamento? No, non vale la pena, se volessero capire avrebbero capito da mò. Sono stati liberali senza capire cosa fosse la libertà, sono stati radicali gandhiani perché pensavano che il boicottaggio consistesse nel pasteggiare a cappuccini per fare notizia. L'idea che un boicottaggio possa implicare delle rinunce, dei danni, molto spesso autoinflitti, non la capiscono: il loro eroe del resto digiunando prendeva peso. Sono sempre stati col più forte e sono nervosi perché il più forte non vince tutte le guerre, amen. Gli scrittori continueranno a scrivere, se ogni tanto qualcuno non li inviterà a un convegno ciò molto spesso farà loro più pubblicità di un atto di presenza. A Gaza c'è stato un genocidio, a chi si mette a sottilizzare sulla definizione non regalerei tribune, se qualcuno ancora vuole perdere tempo e fatica nel tentativo (vano) di migliorare l'immagine di Israele, che sia almeno Israele a pagare. In casa non mi fanno neanche più bere il chinotto perché anche la sottomarca è di proprietà di un brand che sta sulla lista BDS, deve piangermi il cuore perché uno scrittore non può andare in un posto? Vorrà dire che quel fine settimana starà a casa, dove difficilmente un drone lo andrà a snidare, e anche se suona un allarme antimissile c'è senz'altro un comodo rifugio attrezzato.  

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25 maggio: Erri De Luca si scopre esperto di diritto internazionale. Il discorso sugli extraparlamentari di sinistra dei '70 che diventano i fasciosionisti nel '20 lo abbiamo fatto tante volte che non vale più la pena – a volte riguardo Allonsanfan, o riascolto certo Gaber, e mi pare che avessero capito già tutto molto prima che avvenisse. Già a metà '90 il tema del riflusso era diventato uno stucchevole romanzo generazionale il cui principale problema era che i protagonisti erano assai consapevoli di esserlo, ben disposti a drammatizzare certi tradimenti – come se invecchiare pompieri non fosse la sorte più banale che può capitare a un incendiario. Molti venivano da famiglie bene, parcheggiati in quella zona d'ombra tra giornalismo, politica e università, dove si stimava che non avrebbero fatto danni (qualcuno c'è riuscito lo stesso). Erano sinceramente convinti che sarebbero diventati la classe dirigente: il che dopo il '68 richiedeva determinate pose rivoluzionarie, e nel '94 (per alcuni) mettersi a disposizione di Silvio Berlusconi. Uno dei tratti che non hanno mai abbandonato, in tutte le loro incarnazioni, è una certa sicumera, la sensazione di aver capito il mondo prima di noi buzzurri e di avere la bontà per spiegarcelo. Questo spiega in parte Erri de Luca, che un giorno legge la Bibbia e diventa un biblista, un altro giorno va in Israele e diventa un esperto di genocidi. Uno non riesce neanche a prendersela, perché poi il vero problema è anche sotto, ovvero quelle centinaia di lettori/discepoli che ci sono cascati per tanti anni, contribuendo a perpetrare tutta una serie di equivoci per cui quando parla un De Luca (o un Adriano Sofri, o un Paolo Mieli, o aggiungetene a piacere) noi dovremmo stare in religioso silenzio e meditare in cuore i loro ponderati discorsi. Alla fine fa un po' ridere, no? – tutta una vita passata ad aspettare il ritorno del fascismo, come i Tartari dalla fortezza Bastiani, e poi quando arriva: prego, prego, si accomodi, ah ma era il fascismo? Nooo, ma cosa dite, impossibile, il fascismo era diverso, questo è una cosa simpatica, ti invitano anche ai convegni, e hai visto i gadget?

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27 giugno: il ministro Valditara annuncia una nuova bozza delle Indicazioni nazionali per la scuola secondaria. Lo studio dei Promessi sposi torna in seconda. 

Vorrei almeno fosse chiaro che il punto non sono i Promessi sposi; che i PS sono un pretesto. Il dibattito sull'opportunità di leggerli a 17 anni piuttosto che a 15 era lezioso due mesi fa, figuriamoci ora. Non è neanche la punta dell'iceberg, diciamo un gabbiano appollaiato sulla punta. Le Indicazioni sono, appunto, indicazioni: gli insegnanti che ritenevano necessario e utile leggere i PS in seconda l'avrebbero fatto comunque; quelli che (a torto o a ragione) lo consideravano uno sforzo inutile/dannoso non cambieranno idea ora. La punta dell'iceberg è un ministro che sconfessa una sottocommissione che lui stesso ha nominato, una sottocommissione di esperti che aveva avuto ottimi motivi per nominare e che in questi anni ha evidentemente dialogato con gli insegnanti, recependone le esigenze (cosa che non si potrebbe dire, ad esempio, per la sottocommissione Storia); un gruppo di lavoro a capo del quale c'è un esperto che ha difeso pubblicamente le scelte della sottocommissione con argomenti che il ministro si guarda bene dall'affrontare. La punta dell'iceberg è un enorme documento prodotto per dare la sensazione che tutto cambi, laddove se appena in una paginetta si riscontra un timido ma effettivo cambiamento, ecco il ministro ingranare la retromarcia in autostrada, incurante di giocarsi una credibilità che in effetti non ha mai avuto. C'è senz'altro anche un'espressione manzoniana per definire un tipo così, ma non me la ricordo e mi sono rotto più i coglioni dei Promessi sposi in questi tre mesi che in vent'anni e più d'insegnamento, potrebbe essere il momento di dare una chance a Fabio Volo.


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21 giugno: Michele Mari viene accusato di avere sparlato di Michela Murgia sul minivan del Premio Strega, adesso mi rendo conto che questa frase fa ridere, ma vi garantisco che nel 2026 per due settimane ne abbiamo parlato tantissimo, ci sembrava una cosa davvero molto importante. 

Sentite, gli scrittori sono stronzi. Quasi tutti. Le eccezioni sono spesso purtroppo scrittori mediocri. Avete presente quella pagina bianca di fronte alla quale vi trovavate a volte prima di chatgpt, quando vi chiedevano una relazione o anche solo due righe di condoglianze per un collega cui è morto un padre, vi immaginate se invece di due righe ci dovreste scrivere centinaia di pagine di fatti sostanzialmente vostri, e poi queste centinaia di pagine portarle in giro, cercare di rivenderle a un editore, addirittura a dei lettori, ma vi tenete conto di quanto narcisismo richieda tutto questo sforzo, al punto che è più facile imbattersi in assassini seriali e dittatori che hanno fallito come scrittori che il contrario. Sono degli stronzi, lo dico senza acrimonia, non è che mi abbiano scopato la fidanzata (oddio, adesso che ci penso), in quanto italianista li ho sempre preferiti morti e sepolti dentro pesanti monumenti, ma non è questo il punto. Il punto è metterli su un pulmino, cioè cosa ti aspetti da sei stronzi su un pulmino? Ma persino se fossero idraulici, persino se fossero sei insegnanti, il minimo che puoi aspettarti è che a qualcuno scappi una malignità su un collega assente. Il minimo, veramente il minimo. Direi che il genio che ha inventato questa cosa del pulmino si aspettava esattamente situazioni come queste, questo tipo di pubblicità. A parte che è una cosa che la dice lunga sul livello a cui il povero scrittore vivente deve scendere, cioè ve li immaginate i cinquinisti del '56 tutti assieme su un pulmino, Bassani, Carlo Levi, Petroni... ma a parte questo, insomma, sei scrittori su un pulmino non è neanche la premessa per un reality, sei scrittori italiani su un pulmino è il preambolo di un inedito di Agatha Christie.


28 giugno: ne stavamo ancora parlando

Non c'è niente di male nel litigare sopra gli scrittori, sul serio: qua sopra litighiamo per centinaia di argomenti anche meno interessanti. Il problema al massimo è l'inesorabile rapidità con cui compaiono le parole amichettismo, circolino, clan, conventicola. Parole il cui intento è stigmatizzare un comportamento tipico di scrittori e altri operatori intellettuali, ovvero? Ovvero l'abilità di crearsi una rete di amici e sodali che diventano, nei momenti giusti, una cassa di risonanza. Ora, secondo alcuni ciò sarebbe sbagliato. Farsi degli amici? Magari selezionati in base a un comune sentire, a un'ideologia condivisa? E con questi amici tentare magari di costruirsi una scena, di ampliare un bacino di lettori? Ma ciò è malvagio! Gli scrittori sempre a casa dovrebbero stare, a litigare coi famigliari perché cercano l'ispirazione fissando il vuoto sul balcone invece di scendere a buttare l'umido. 

Chi sostiene queste cose (oltre a far parte lui medesimo di un reticolo sociale, di cui fruisce a volte senza rendersene conto come il pesce dell'acqua) (oltre a scriverle su qualche social network, letteralmente reticoli sociali in cui l'amicizia si conquista e si trattiene con le unghie), chi affetta questa intolleranza per i clan e i circolini, ha perso la facoltà di collegare gli umanisti a una delle più umane attività, la socialità; magari davvero al liceo ha studiato i classici come medaglioni crociani completamente avulsi dal contesto sociale, il che gli ha impedito di scoprire ad es. quanti Giordani servono per ottenere un Leopardi; e che razza di ragnatele di relazioni stessero intorno a scrittori che ci piace immaginare solitari e scostanti. 

Nel 1911 Giovanni Papini è un signor nessuno con tre figlie a carico. La Voce è un bel progettino editoriale, ma non gli paga le bollette: però gli ha fatto conoscere un tipografo coraggioso, tal Vallecchi. Con un amico pittore spiantato decide di mettere in piedi un giornale artistico un po' di rottura, che possa pubblicare inserzioni pubblicitarie di cui i giornali si vergognano (purganti e preservativi). Boom, cominciano a comprarlo i militari sui treni che li portano in licenza. Papini si sfrena, scrive in prima pagina le cose più estreme che gli vengono in mente: chiudiamo le scuole, amiamo la guerra. L'amico pittore si azzuffa coi futuristi, per poi entrare in società coi futuristi quando si rende conto che Marinetti, per quanto sia persino meno credibile di loro, è quello con la grana. La pacchia dura un anno o poco più e già verso la fine dell'anno Papini deve scrivere: ma perché dite che siamo una "camorra"? Ci conoscete, siamo io e Soffici, abbiamo un po' di contatti, siamo fuori dall'università, fuori dal giro degli editori importanti, ci siamo fatti da soli, ci siamo inventati una roba che precede il Male di 60 anni, precede Libero di 80, come fate a prenderci per lo status quo? Niente, la gente è così. 

Lo scrivo io che sono la persona meno brava a tenersi gli amici, e ciononostante ne ho e mi invitano alle presentazioni, a volte persino di libri che ho scritto io, cioè spiegatemi esattamente cosa c'è che non va in tutto questo? Perché non dovrebbero gli scrittori cercare di associarsi, di lottare per ottenere più attenzione per sé e per i propri sodali? Questo tipo di lavoro, se non lo fanno loro, chi lo dovrebbe fare? Un editore milanese? Un algoritmo californiano? Io non so se la Murgia in futuro sarà ricordata soprattutto per la rete di scrittori che si è saputa costruire nei pochi anni che è riuscita a vivere; o se viceversa, di lei si ricorderanno soltanto le opere, e la ragnatela tutt'intorno sparirà nel recipiente degli epigoni. Non lo so e non m'interessa, tanto non ci sarò. Mi dispiace che la gente pensi che ci sia qualcosa di male nello stare assieme e nell'aiutarsi; mi dispiace per quel signore che ogni volta che in un pezzo compare il fastidioso termine "Amichettismo" interviene per lamentarsi che il termine è suo, cioè lo ha inventato lui – come se fosse un'idea originale, cioè ok, capisco che "camorra" oggi abbia assunto un significato diverso e "conventicola", dopo quel film, sia inutilizzabile, ma sul serio vuoi ricordare a tutti che hai inventato una parola da stronzo? Sul serio vuoi rischiare di essere ricordato per quella parola? Ma non ce l'hai almeno un amichetto?

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18 giugno

Lo dico vergognandomene, ma di Carlo Ginzburg ho letto così poco che si fa prima a dire che non ho letto niente. E allo stesso tempo ho la sensazione di aver vissuto in un mondo che era migliore perché se non io, almeno i miei insegnanti ne avevano letto, e della microstoria avevano fatto un metodo. La cultura, quando è un edificio che regge, diventa un sistema dove davvero, a volte puoi permetterti di conoscere un autore solo per sentito dire perché tutt'intorno a te c'è gente che comunque ha preso molto da lui, e te l'ha riproposto. Ciò non cancella la vergogna, e aggiunge l'inquietudine di vivere in un edificio che per vari motivi non regge più.


mercoledì 8 luglio 2026

Il 15 luglio a Genova (ancora!)


Buongiorno a tutti. Interrompo l'inquietante silenzio per annunciare, magari un po' in ritardo, che parteciperò alle iniziative per il venticinquennale del G8 di Genova, e in particolare alla presentazione di Nessuna notte finisce sola, questo libro di Parallels in cui tra l'altro è pubblicato il diario che in quei giorni tenevo su questo stesso blog. Se qualcuno vuole passare, insomma, ci vediamo il 15/7 in piazza Rostagno alle 19:30.

martedì 23 giugno 2026

Il tema della maturità

[Questo pezzo è uscito sul Manifesto del 19/6/2026]. Non capita di frequente che le tracce dell’esame di Stato rivelino un tema ricorrente. Quest’anno è successo, ed è curioso. Quasi tutte le tracce della prima prova della maturità 2026 parlavano… di maturità: parola e concetto del resto molto amati dal ministro. Ne parla esplicitamente il sociologo Frank Furedi – giusto qualche riga per lamentarsi che i trentenni di oggi non la accettano. Ne parla Mario Calabresi nel suo elogio della fatica quotidiana, ispirato alla figura di una saggia anziana (la nonna) e anch’esso contrapposto a una contemporaneità in cui “si è fatta strada l'idea che sia possibile raggiungere risultati, conquistare traguardi, compiere imprese senza fare fatica”. Ne parla la giornalista Wenke Husmann, per lamentarsi che con l’età adulta scompaia l’”incanto”, quella sensazione di meraviglia suscitata dai fenomeni naturali prima che lo studio della scienza intervenga con le sue spiegazioni. Il brano è forse l’unico che sembra voler stimolare una reazione polemica da parte di studenti che probabilmente in gran parte non avranno avuto il coraggio di smentire Calabresi sull’importanza di “alzarsi all’alba, a fare lavori ripetitivi e sfinenti”, né se la saranno sentita di ridiscutere le considerazioni per quanto banali del brano di Furedi; mentre dissentire dalle opinioni della Husmann sembra più semplice – anche grazie agli spunti forniti dall’altra traccia a contenuto scientifico, la pagina del divulgatore Piero Bianucci che descrive (un po’ semplicisticamente) il progresso scientifico come una serie di sorprese meravigliose, sperimentate da scienziati curiosi (Röntgen, Einstein, Fleming) che vi inciampano mentre cercavano tutt’altro. 

Messe una accanto all’altra, molte tracce conducono insomma alla stessa conclusione: maturare è faticoso, doloroso, ma necessario. Un concetto che lo studente deve condividere – molto prima di averlo vissuto davvero – e illustrare con tutta la retorica che ha appreso lungo la strada. Anche uno dei due testi letterari, la pagina di diario di Brancati, mette al centro la figura del vecchio saggio, unico depositario del “bene comune” costituito dai ricordi, in un mondo ipotetico che abbia perso la facoltà di ricordarli. Al vecchio saggio possiamo associare Giuseppe Saragat, che in realtà quando compose il suo discorso introduttivo all’Assemblea Costituente tanto anziano non era: ma il brano contenuto nella traccia è pur sempre una pagina di oratoria del secolo scorso, che per quanto contenga concetti comuni e abbastanza inattaccabili, avrà spaventato la maggior parte degli studenti. 

Riguardo alle tracce letterarie, non si può che registrare come la volontà di scovare a ogni costo testi originali che nessun insegnante abbia già fatto leggere in classe, conduca in certi casi a riscoprire brani effettivamente interessanti come quello di Brancati, ma anche a poesie tutto sommato trascurabili, come quella tratta dal volumetto postumo di Cesare Pavese su cui pesa come un macigno il giudizio di Pier Vincenzo Mengaldo, "droga di intere generazioni di liceali". 

Il totomaturità – che si basa, in mancanza d’altro, sulle ricorrenze – suggeriva che questo avrebbe potuto essere l’anno delle donne, o almeno con qualche donna in più sul fascicolo: dopo tutto nel 2026 ricorre l’ottantesimo anniversario del primo voto alle donne, o il centenario del Nobel a Grazia Deledda. E invece, oltre alla Husmann, l’unica altra donna citata per nome e cognome è un’attrice, Constance Dowling: e non per meriti propri, ma come l'amore non corrisposto di Cesare Pavese, in una nota che non aggiunge nulla alla comprensione del testo poetico, ma attesta la persistenza di quel biografismo da rotocalco che ogni buon insegnante cerca di evitare ai suoi studenti.

martedì 16 giugno 2026

Vannacci, ovvero le stesse sciocchezze che vi prometteva la Meloni, in un pacchettino nuovo


Dopodiché vabbe', parliamo pure di Vannacci. Come se fosse una sorpresa, come se non fosse un fenomeno prevedibile e previsto, come se non l'avessimo visto arrivare felpato come un Leopard1 cingolato in dismissione. 

Vannacci, sento dire, prende punti perché chi lo intervista in TV sbaglia a intervistarlo, beh certo voi sareste più bravi. Vannacci, sento dire, piglia soldi da Putin... boh, perché no, ma saranno i soldi decisivi? Sono tutte reazioni prevedibili e superficiali. Vannacci non è un personaggio (cioè lo è, ma la parte personaggio è la meno interessante), Vannacci è una reazione quasi obbligata di un sistema mediatico-industriale che già un paio d'anni fa cominciava a porsi il problema: come recupereremo al voto i delusi daa Meloni? Perché delusi ce ne saranno, era chiaro a settembre '22. Da questo punto di vista la proposta di Vannacci rivela una sconfortante mancanza di fantasia: si tratta esattamente della stessa robaccia che aa Meloni poteva vendere fino a settembre '22. La "remigrazione" tre anni fa si chiamava ancora "rimpatrio": a chi la venderanno, la stessa sòla di quattro anni fa con un pacchetto nuovo? Agli stessi elettori.  

Il sistema mediatico-industriale di cui sopra possiede organi d'informazione sui quali magari qualcuno scrive ancora che le elezioni si vincono al centro, che è necessario conquistare il centro moderato con proposte centriste e moderate, dando tantissimo spazio all'ultimo progetto di aggregazione centrista e moderato che a differenza di tutti i partitini centristi personali del passato, cambierà davvero lo scenario politico – ok, questo è il pastone industriale che vi servono. Chi due calcoli li sa fare davvero sa benissimo che no, le elezioni non si vincono affatto al centro, ma ai bordi: che i bacini elettorali interessanti non oscillano al centro da un partito all'altro, ma agli estremi: dal partito di riferimento all'astensione. L'elettore daa Meloni non voterà mai centrosinistra, neanche se metti la Picierno nuda sui cubi a promettere di abolire l'ICI sulle seconde case: quando aa Meloni lo delude, smette di votare. A meno che non si trovi un altra proposta un po' più estrema daa Meloni, che non abbia ancora deluso (semplicemente perché non ha ancora governato). Insomma, chi due calcoli li sa fare li ha già fatti e ha già trovato, un paio d'anni fa, il personaggio adatto – o il meno disadatto che è riuscito a recuperare. Ed ecco che dal nulla spunta 'sto tizio con un libro autoprodotto in top ten, cosa che a un gruppo industriale costa molto meno di quanto possa sembrare da fuori. Cosa promette? Le stesse promesse da marinaio daa Meloni, con qualche etichetta nuova, per gli stessi fresconi. 

Ora, non è che io possa escludere a priori che un calcolo del genere possa essere stato fatto all'ombra del Cremlino, e però entia non sunt multiplicanda, nel senso: c'è davvero bisogno di arrivare fino al Cremlino per trovare gruppi di potere che hanno tutto l'interesse a tenere il centrodestra al governo anche per la prossima legislatura? Cerchiamo di non fare l'errore che facevano tanti antiberlusconiani, cioè pensare che Berlusconi si conquistasse le popolarità facendosi intervistare dai suoi giornalisti (Berlusconi ai talk non ci andava quasi mai). Berlusconi, anche lui, prima di essere un personaggio era un progetto politico: la tv la usava per prepararsi al terreno, usando le dirette del pomeriggio per calcare su determinati temi (ad es. la microcriminalità) costruendo un frame che lo inquadrava come necessario salvatore del popolo. Se ora sta succedendo la stessa cosa, se dai talk risulta di nuovo un'invasione di islamisti minacciosi, se improvvisamente a fare notizia è l'emergenza terroristica costituita da un coro di bambini in una scuola che grida "Free Palestine", tutto questo non succede né per caso, né perché Putin stia pagando i direttori del Giornale, di Libero, del Tempo, della Verità. 

Cioè lo sapete benissimo chi paga i direttori del Giornale, di Libero, del Tempo, della Verità. La campagna a Vannacci la stanno facendo loro (e i talk della Mediaset), non Lilli Gruber. Se un indomani troveremo qualche città nella situazione di Belfast, prima di incolpare il Cremlino, cominciamo a guardarci intorno: a notare chi semina il vento e incassa percentuali su ogni tempesta. Non perché il Cremlino non vada espugnato, davvero, se si trovasse un sistema non avrei obiezioni: ma perché è davvero troppo comodo attribuirgli responsabilità che altrimenti dovreste localizzare presso chi vi sta pagando in questo momento – e capisco quanto possa essere lacerante.

Detto questo, a chi sta cercando di dimostrare che a Vannacci non bisogna rispondere nel modo X ma nel modo Y, vorrei ricordare che non stiamo giocando a scacchi, ma al massimo a Monopoli: e i nostri avversari hanno iniziato a giocare con gli alberghi già piazzati nelle caselle migliori. Berlusconi era un genio della comunicazione? Bof, magari qualche buona idea l'aveva, ma soprattutto possedeva i mezzi della diffusione del consenso – e ha passato trent'anni a fare la guerra a chi gliene voleva togliere alcuni. Vannacci è un genio? Ma dai. Vannacci è la dimostrazione che chiunque può fare politica in Italia, se gli Angelucci e i Berlusconi decidono di dargli spazio (e Cairo dopo un po' si allinea). Io se dovessi replicare a chi parla di remigrazione, suggerirei di parlare meno e di recarsi alla buon ora in qualche piantagione di pomodori, perché il dumping salariale non si combatte con le chiacchiere. E poi sì, chi propone di remigrare la manodopera non specializzata ha in mente per i suoi figli un futuro da bracciante, questo dovrebbe essere chiaro. È una risposta che funziona? Sicuramente no. Ma se andasse a reti unificate e in prima pagina sul Tempo, sul Giornale, sul Libero... no, forse non funzionerebbe lo stesso. Anche Vannacci, non è detto che debba funzionare così bene. La gente non è stupida. Non troppo, non tutta, non sempre. 

sabato 13 giugno 2026

Cosa potrei dire su Due spicci


Mi ero segnato di scrivere qualcosa sulla serie di Zerocalcare, che è molto bella, ma quello l'hanno scritto in tanti; per cui mi ero segnato di scrivere qualcosa di critico, o almeno di dialettico, insomma qualcosa che creasse uno spazio di discussione – sapete come funziona qui, no? – ma ecco quel "qualcosa di critico" non so bene in cosa consistesse, non me l'ero segnato: mi ero soltanto segnato di scriverlo, dopodiché ne sono successe tante – Marjane Satrapi, Erri De Luca, Pina Picierno, Vannacci, gli scrutini, e insomma mi sono proprio dimenticato. È quel tipo di cosa che succede sempre in giugno, tante cose da fare tutte assieme, poi per un attimo più nulla, poi di nuovo tante cose, è un mese che ti frega ogni volta: la grandine, i tigli, le cavallette. E faccio strani sogni: ma tanto non me li ricordo. 

Una cosa che non faccio più da quand'ero bambino sono gli incubi. Anche i sogni angosciosi, quelli in cui è successo qualcosa di terribile che per fortuna si dissolve al risveglio – anche quelli, molto rari. Ma è da parecchio che ho notato comunque un problema. C'è una specie di camera di decompressione, tra il sogno e il risveglio, un corridoio angusto in cui devo recuperare le mie generalità, ricordarmi chi è la persona che sta per svegliarsi: e una delle nozioni principali che devo ogni volta riassumere, è che sono vecchio, vecchio: che ho più di cinquant'anni! Nel frattempo il sogno svanisce: è molto raro che me ne ricordi più di qualche frammento. Quel che mi resta quando apro gli occhi, è il senso di vergogna, di panico, che mi dà la scoperta improvvisa che sono un vecchio coi capelli bianchi. E capisco che possa succedere una volta ogni tanto: ma tutte le mattine? Cioè quand'è che il mio inconscio si abituerà alla cosa?

Il mio inconscio, per quel poco che lo conosco, è rimasto in un periodo abbastanza preciso, tra i diciotto e i ventiquattro anni. Non ricordo mai sogni in cui sono più piccolo, né più grande. Mi aggiro per una casa che in linea di massima è quella dei miei: ma non sono più un adolescente, non vado neanche più al liceo. Ho amici e amiche che frequentavo all'università, e quel tipo di desideri e di problemi. Non mi capita mai di sognare case o amici più recenti, per quanto ne abbia avuti. Il mio inconscio si è fermato lì, e da lì vorrebbe ricominciare. Il risveglio lo riporta su una versione della mia vita che non sarebbe interessato a proseguire. Certe scelte, io le ho fatte: lui no; non le condivideva, e non ritiene giusto pagarne le conseguenze. Così ogni volta che mi risveglio da un sogno devo riprendere coscienza degli anni che ho, e ricompierli tutti in una volta. È frustrante, no? Se ogni tanto rileggo qua sopra, non c'è un motivo tanto ricorrente quanto quello del mio invecchiamento personale. Per quanto possa essere un'idea indigesta, il mio io-blog non ha fatto che ripetermela per mesi, anni e decenni: sì che potremmo considerare questa pagina una lunga preparazione, un lento apprendistato alla vecchiaia e alla morte. Inutile, almeno per quel che riguarda il mio io sotterraneo: lui il concetto non lo accetta, non gli interessa, è pronto per andare a Barcellona con una tenda nel baule dell'opel corsa.

Perciò alla fine cosa posso dire. Mi dispiace non aver scritto a caldo qualcosa sull'ultima serie di Zerocalcare che, come le altre sue, mi ha lasciato intontito e soddisfatto. Probabilmente avrei voluto aggiungere qualcosa di controverso sui suoi personaggi, che vanno per la quarantina ma sembrano ancora venticinquenni, e così si comportano – pur calandosi in impicci da adulti. Del resto la fortuna di Zero è cominciata quando è riuscito a cristallizzare sé e i suoi compagni in bozzetti – è il dono e la maledizione di ogni grande fumettista seriale; anche Charlie Brown e Mafalda non potevano invecchiare, non lo prevede il format e non lo avrebbero sopportato i lettori. Zero può giusto alzarsi la fronte, è il massimo che gli è concesso. Chi rileggerà le sue storie tra qualche anno, e le confronterà con quelle delle generazioni precedenti, noterà la mutazione e si porrà il problema: cosa ci è successo, diciamo dagli '80 in poi? Troppa televisione? La fine della civiltà operaia? La crisi del ceto medio? Ecco, mi piacerebbe leggere le risposte che si darà, da un punto di vista che non posso raggiungere. Le mie, di risposte, sono deludenti. A Zero dovrei rimproverare quel che capita a me: di portarmi in giro un ventenne, ovunque vada, che salta fuori nei momenti peggiori e non mi lascia invecchiare in serenità. Esistono sicuramente croci più pesanti, ma questa ci è toccata e di questa dobbiamo parlare, con gli strumenti che abbiamo e la sincerità che ci possiamo permettere. 

domenica 7 giugno 2026

Milano è troppo piccola (per Landolfo e Grossolano)

7 giugno: Beato Landolfo da Vareglate, vescovo di Asti (1070?-1132?)

A Landolfo di Vareglate capitò questa sfortuna, che quando già aveva fatto un lungo pezzo di carriera presso la curia di Milano, e di lui si parlava come un possibile successore dell'arcivescovo Anselmo IV, ecco che scoppiò la prima Crociata, e non solo Anselmo ritenne indispensabile parteciparvi, ma decise di portarsi con sé anche Landolfo. In Terrasanta i milanesi giunsero un po' in ritardo (partirono nel 1100, Gerusalemme era stata presa l'anno precedente), rimediando in compenso una sonora sconfitta in battaglia; lo stesso Anselmo, ferito, sarebbe morto due anni dopo a Costantinopoli. A questo punto Landolfo si ritenne costretto a tornare a Milano, giusto il tempo per constatare che nella Cattedrale si era installato un altro arcivescovo, Grossolano. Era chiamato proprio così, anche se qualche ricopiatore pietoso preferisce tradurre Gresolano. Malgrado il nome, non veniva affatto dalla campagna, anzi era già vescovo di Savona. In quanto tale aveva ricevuto l'ordine di subentrare temporaneamente ad Anselmo finché l'arcivescovo era in guerra; dopodiché appunto Anselmo era morto, e Grossolano aveva dimostrato un certo attaccamento alla cattedra. Landolfo non era del tutto convinto della regolarità della nomina, tanto che ripartì per Roma per chiedere conferma. La sua insoddisfazione è comprensibile, ma bisogna anche dire che rifletteva un malcontento generale: questo vescovo venuto da lontano non piaceva ai milanesi, perlomeno non a tutti; e arrivava tra l'altro in un periodo in cui nella città ribollivano ancora gli umori del movimento patarino. 

Quella dei patarini è una storia lunga e complicata: nell'XI secolo nascono per opporsi alla nomina imperiale di un vescovo inviso al popolo; raccolgono consensi presso i ceti più umili calcando sempre più l'idea di una Chiesa povera, alienata da ogni possesso materiale: afferrano un concetto (la "simonia", il peccato di chi accede a cariche ecclesiastiche corrompendo il clero) e lo estendono a tutta la gerarchia ecclesiastica: i preti che non sono d'accordo con loro sono tutti simoniaci! Vengono per qualche tempo cavalcati dalla Chiesa ufficiale, quel papa Gregorio VII che della lotta alla simonia aveva fatto un manifesto; dopodiché però Gregorio muore, la sua riforma ormai si è consolidata, e di questi propagandisti arrabbiati col mondo c'è sempre meno bisogno, così che qualche vescovo comincia a perseguirli per eresia; ai tempi di Landolfo e Grossolano il movimento stava rientrando, ma non così rapidamente da poter accettare un arcivescovo piovuto da lontano. Così, anche quando Landolfo a Roma aveva ricevuto conferma della nomina di Grossolano, a sfidare l'autorità di quest'ultimo ci pensò uno degli ultimi grandi leader patarini, prete Liprando. Per quando fosse già stato esiliato, scomunicato e mutilato (i nemici dei patarini gli avevano mozzato orecchie e naso), la sua parola in città valeva ancora qualcosa, e nel 1103 la usò per accusare pubblicamente Grossolano di simonia. 

Liprando non aveva le prove, né riteneva necessario raccoglierle (secondo una logica stringente: se Grossolano aveva abbastanza ricchezze per comprarsi una nomina, poteva anche averne per comprarsi i testimoni che lo scagionassero). Il diritto medievale però gli dava un'altra possibilità, che già ai tempi doveva sembrare il retaggio di un passato barbarico: l'ordalia. Il giudizio di Dio. Liprando avrebbe camminato attraverso due cataste di legna di quercia: se non si fosse ustionato, questo era un segno evidente che Dio stava dando ragione a lui e non a Grossolano. Il quale Grossolano ritenne comunque più prudente lasciare la città prima che Liprando entrasse nelle cataste; e non vi sarebbe rientrato mai più. Liprando in effetti sopravvisse alla prova, generando una grande emozione nel popolo accorso a vedere un miracolo, o (male che andasse) un patarino bruciacchiato. Eppure il cronista che riporta la storia (un altro Landolfo, Landolfo Juniore) ammette che sin dall'inizio intorno al miracolo non ci fu consenso: dopotutto Liprando una mano se l'era scottata (ma forse prima di entrare nelle cataste, quindi non contava), e secondo alcuni anche un piede (secondo altri no, gliel'aveva pestato un cavallo). Il successo di Liprando fu relativo, perché papa Pasquale II, dovendo scegliere se appoggiare il fuggitivo Grossolano o i redivivi patarini, scelse il primo. Grossolano restava vescovo di Milano, anche se a Milano non lo facevano entrare. In attesa che qualcosa si muovesse a suo favore, decise di fare un pellegrinaggio, che era il modo più efficace di sembrare impegnato mentre prendeva tempo. Passò a Gerusalemme, e a Costantinopoli partecipò a delle dispute con vescovi greco-ortodossi. Nel frattempo i milanesi nominavano un nuovo vescovo, Giordano, e papa Pasquale decideva di appoggiare quest'ultimo. Grossolano doveva tornare a Savona: ma piuttosto di subire quest'umiliazione, entrò in un monastero a Roma, dove sarebbe morto nel 1117. E Landolfo di Vergiate, nel frattempo? Perché questa all'inizio era la scheda di Landolfo di Vergiate. 

Landolfo non era stato con le mani in mano, anzi. Già prima dell'ordalia di Liprando aveva riconosciuto Grossolano come vescovo legittimo, ed era stato ricompensato da papa Pasquale con la diocesi di Asti. Che è il motivo per cui secondo gli astigiani, Landolfo sarebbe nato nell'oscura località astigiana di Varigliè, e non in quello che oggi è Vergiate (non Vergate), nel varesotto. Asti è senz'altro più piccola di Milano; in compenso il vescovo vi ricopriva anche le responsabilità del governo civile, come feudatario diretto dell'imperatore. E come feudatario diretto, Landolfo trovò il modo di litigare sia con l'imperatore (che assediò Asti nel 1118), sia con un arcivescovo di Milano: che assediò Asti nel 1130. Ebbe insomma una vita piena e avventurosa, ricoprendo responsabilità importanti e compiendo scelte gravide di conseguenze. Tutto questo perché aveva accettato di essere il primo uomo di Asti, piuttosto che il secondo a Milano. Grossolano aveva fatto una scelta diversa, ma alla fine ognuno fa quel che può, nelle circostanze in cui si prova. Mica nasciamo tutti arcivescovi: e di Milano inoltre ce n'è una sola, ringraziando il cielo.


7 giugno: Beata Marie-Thérèse de Soubiran (1834-1889) fondatrice della Società delle Sorelle di Maria Ausiliatrice

Accade per le congregazioni religiose quel che si nota per tante altre opere dell'ingegno umano, che dopo qualche tempo esigono una loro leggenda: in effetti se esistono qualcuno deve averle create, più o meno dal nulla: benché di solito siano il risultato di infiniti dibattiti, lotte e compromessi, tutto questo noioso lavorìo cooperativo deve essere nascosto sotto il tappeto, e sostituito da una bella leggenda di fondazione che faccia risalire il tutto a una grande personalità, geniale, originale. E così passano i secoli, e noi li passiamo a ricordare che Francesco ha inventato i francescani, Domenico i domenicani, Giovanni di Dio i fratelli della misericordia, e così via. Ma è anche un po' vero il contrario: nel senso che Francesco è una figura leggendaria che i francescani hanno definito e modificato a seconda delle loro esigenze, così come i domenicani hanno definito il loro Domenico, eccetera. Molto spesso, volendo risalire davvero al fondatore storico, si notano le cancellature e le correzioni degli agiografi. Con l'età moderna queste correzioni sono diventate un po' più difficili, ma non impossibili. 

Ad esempio nel 1890 il piccolo ordine delle Sorelle di Maria Ausiliatrice viene sconquassato da uno scandalo che è difficile ricostruire – nessuno ci tiene a dire cattiverie sulle Sorelle di Maria – fatto sta che la madre superiora, Marie-François Richer, si dimette dal ruolo che aveva assunto più di quindici anni prima, fuoriuscendo dall'ordine. Le sorelle, che non sopportavano più le "stravaganze" non meglio definite di Marie-François, non devono semplicemente eleggere una nuova madre superiora, ma riscrivere la loro storia. Se Marie-François non è più l'eroina che le ha salvate dalla bancarotta, chi ha fondato davvero il loro ordine? La nuova superiora ha l'idea di riabilitare chi in quella bancarotta forse le aveva proiettate, ovvero Marie-Thérèse de Soubiran. La proposta ha più di un senso: Marie-Thérèse era stata davvero la prima superiora delle sorelle (quando non aveva ancora vent'anni), nonché la nipote di chi l'ordine l'aveva realmente ispirato, il canonico Louis de Soubiran. Certo, ai tempi in cui rivestiva quel ruolo la sua instabilità caratteriale poteva avere creato problemi e imbarazzi (come Francesco e Giovanni di Dio, Marie-Thérèse sembrava soggetta a cicliche crisi depressive). Ma nel 1890 questo aspetto non impensieriva più le ex consorelle. Marie-Thérèse era infatti morta l'anno precedente, e in quanto tale, diventava una figura molto più malleabile. 

Certo, bisognava riscrivere quella parte della storia che attribuiva a Marie-Thérèse una gestione dissennata, misurabile in un debito societario di più di un milione e mezzo di franchi: si comincia perciò a mettere per iscritto l'idea che il dissesto finanziario fosse stato causato da Marie-François, che già qualche anno prima di subentrare alla superiora nel 1873 aveva iniziato a tenere i conti della società: sarebbe stata lei a costringere l'ingenua fondatrice a firmare qualche contratto di troppo. Come andarono veramente le cose non lo sapremo mai: e però Marie-François, dopo aver ottenuto l'allontanamento di Marie-Thérèse – che era arrivata alla Società già trentanovenne, per interessamento dei Gesuiti – era riuscita a rimettere in sesto la Società e a governarla per più di quindici anni. Dopodiché se n'era andata, sbattendo la porta, ed è cosa nota in tutte le società, non solo religiose: quando qualcuno se ne va, tutte le colpe improvvisamente ricadono su di lui; così nel 1890 Marie-François si attirò le stesse critiche che nel 1873 aveva fatto convergere su Marie-Thérèse. 


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