Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi. Noi no. Donate all'UNRWA.

sabato 24 febbraio 2024

La guerra mondiale è già cominciata?

La guerra, noi pensavamo che avrebbe immediatamente rovesciato e capovolto la vita di tutti. Invece per anni molta gente rimase indisturbata nella sua casa, seguitando a fare quello che aveva fatto sempre. (Lessico Famigliare).

https://it.wikipedia.org/wiki/Beatus

– Se anche una guerra mondiale fosse già scoppiata, che senso avrebbe scriverlo qui. Nessuno. O forse il senso è da cercare in quell'antica superstizione italica che prende il nome di scaramanzia. Mentre tutti là fuori fanno previsioni e sperano di azzeccarle (se le fanno tutti i giorni, prima o poi una dovrebbero azzeccarla) può darsi che io scriva per l'esatto contrario; per far sì che quello che immagino non si avveri. Quattro anni fa oggi, una circolare avvisò che le scuole dell'Emilia-Romagna sarebbero rimaste chiuse per una settimana per un concreto rischio epidemico. Io scrissi che mi sembrava assurdo, una settimana non avrebbe cambiato niente. Avevo probabilmente ragione: una settimana non avrebbe cambiato niente. Avevo decisamente torto: le scuole riaprirono in settembre.  

– (Invece due anni fa dissi in una classe di stare tranquilli perché no, i russi stavano soltanto mostrando i muscoli, ma non potevano invadere un'altra nazione sovrana. Purtroppo Putin non volle ascoltarmi e un anno fa cominciai a notare che non stavamo vincendo. Vedete, statisticamente prima o poi uno ci azzecca; mai quando vorrebbe). 

– A chi ti dice che studiamo troppo Storia (sì, qualcuno ogni tanto lo dice), mostra la cosiddetta intervista a Putin di Tucker Carlson. Che appena prova a fare una domanda che abbia senso per un americano (signor Putin, perché ha invaso l'Ucraina?) viene travolto da una lunga digressione storica che parte dalla Rus di Kiev e non può replicare, non può notare le distorsioni, le pure invenzioni, perché non ha la minima idea, non capisce neanche di che millennio si stia parlando. Conoscere un po' di Storia può aiutarci a non lasciarci fregare dal primo dittatore che ti propone la sua narrazione. 

– Così come può servirti a capire quanto tutto sia relativo, spesso, e arbitrario. Per esempio: quando scoppiò la seconda guerra mondiale, non tutti lo accettarono subito, il nome non prese piede immediatamente. Per diversi mesi sembrò un conflitto circoscritto. È vero, Germania e URSS avevano invaso la Polonia, ma era stata una guerra lampo. È vero, Regno Unito e Francia avevano dichiarato guerra alla Germania, ma per un po' non successe quasi niente. Poi la Francia fu travolta, e a quel punto De Gaulle lo ammise: questa è una guerra mondiale (l'alternativa era che fosse una guerra persa). Ma quando era cominciata? 

Dipende. È una nozione arbitraria, di solito elaborata dai vincitori. Di solito la consideriamo iniziata il 1° settembre del 1939, come un anno scolastico (che infatti finisce nell'estate di sei anni dopo). Ma è mondiale perché interessa anche il Pacifico, e in Pacifico il Giappone aveva già invaso la Cina da qualche anno. Del resto anche in Europa l'espansionismo tedesco (e italiano) aveva iniziato a manifestarsi ben prima; la guerra di Spagna vede già impegnati bombardieri tedeschi e fanti italiani, contro un governo socialista e sostenuto dall'Unione Sovietica. Potremmo anche dire che la Seconda Guerra Mondiale comincia in Spagna: se non lo facciamo, è perché all'appello mancavano le democrazie occidentali, ovvero quelle che reclamano di averla vinta e scelgono di raccontarla in un certo modo. Molti combattenti, volontari o meno, intuivano già che la Spagna era soltanto uno dei teatri di un conflitto più grande. Nessuno lo chiamava ancora per nome, ma a volte il nome è l'ultima cosa che arriva, quando proprio non si può negare l'evidenza del fenomeno. 

– In questi giorni sta succedendo quasi il contrario: sempre più osservatori ci informano che il conflitto in atto è un conflitto mondiale. C'è un asse del male ormai abbastanza definito: la Cina che appoggia la Russia che istruisce l'Iran che arma Hamas. Criticare Israele significa sostenere la Russia, ovvero tradire l'Ucraina, ovvero sei un traditore della patria dell'Occidente. Questi appelli di solito partono sempre da personaggi di area cosiddetta liberale che due anni fa ci spiegavano che un'eventuale guerra contro la Russia sarebbe stata breve, brevissima, e vittoriosa entro l'inverno. Ora che le cose sembrano andate diversamente, scopriamo che la Russia non ha intenzione di fermarsi, dopo l'Ucraina sarà la volta dei Paesi Baltici, della Moldavia, l'esercito che non ha preso Odessa in due anni ce lo dovremmo trovare a Berlino in pochi mesi. Chi si affanna ogni giorno in questa propaganda spicciola somiglia al giocatore che due anni fa pensava di avere le carte giuste e non vuole accettare che si sbagliava: fosse per lui, continuerebbe a raddoppiare la posta finché la sorte non gliele servirà. Molto meno nervosa appare la destra di governo: vuoi perché deve fare dimenticare anni e anni di simpatia per Putin, vuoi perché governando un po' il polso del Paese lo senti, e il Paese tutta questa voglia di guerra decisamente non ce l'ha. 

– Ce l'hanno i borghesi. Qui l'analogia è più con la Prima Guerra che con la Seconda: quando a chiedere a gran voce l'Intervento erano le pagliette, gli avventurieri, i futuristi, oltre ovviamente alla Fiat e all'Ansaldo. Oggi invece è una tribù che pur avendo occupato ormai tutti gli organi di stampa lasciati liberi da Mondadori-Angelucci, non riesce ad avere una rappresentanza politica, o meglio: è perfettamente rappresentata dalla sociopatia dei personaggi che dovrebbero rappresentarla, un Renzi o un Calenda o il radicale di turno. Quel che possono fare è bersi la propaganda Nato: rielaborarla in messaggi interessanti per il pubblico italiano è una missione al di sopra delle loro capacità e possibilità. Il grillismo prima, e il covid in poi, li hanno fortificati nella percezione di essere gli unici intelligenti in un Paese di stupidi, e questo è sostanzialmente tutto quello che hanno da dire a chi non gli dà retta: siamo stupidi. Stupidi a non capire che Putin è debolissimo e sta per perdere, serve ancora un piccolo sforzo; stupidi a non capire che Putin è minacciosissimo e potrebbe invadere dopodomani l'Unione Europea, stupidi a manifestare contro un genocidio senza capire che Israele è minacciato nella sua stessa esistenza, stupidi a non capire che un minuscolo Paese al centro del Medio Oriente non è un'esca, bensì un baluardo contro l'invasione araboislamica dell'Europa, e così via. Soprattutto siamo stupidi perché ogni volta che ci chiamano stupidi, non ce ne convinciamo: è sconfortante. Non c'è più Berlusconi a spiegar loro come si parla alla gente, o a parlare alla gente visto che loro non sono capaci: e si vede. 

– Magari non è ancora iniziato, ma un conflitto su scala planetaria è forse inevitabile. Nei prossimi anni la crisi climatica causerà la morte di centinaia di milioni di persone. Non moriranno di caldo – alcuni sì, ma la maggior parte degli effetti del riscaldamento: crisi energetica, carestie, epidemie. A chi ti chiede perché studiare Storia puoi rispondere che a volte ti dà qualche dritta, ad esempio di solito quando compaiono due cavalieri dell'Apocalisse (Carestia, Epidemia) il terzo è dietro l'angolo, ed è Guerra. L'unico motivo per cui una corsa all'accaparramento delle risorse primarie – alimentari ed energetiche – non debba per forza sfociare in un conflitto mondiale è la presenza di arsenali nucleari che garantirebbero a tutte le parti una mutua distruzione assicurata: purtroppo questo è anche il motivo per cui un conflitto su larga scala nel territorio europeo era inimmaginabile, fino a due anni e qualche giorno fa.

– ...niente, volevo finire con una nota di speranza, anche solo una battuta, ma non mi viene: se qualcuno vuole aggiungerla qua sotto, prego.

mercoledì 21 febbraio 2024

Il popolo più intelligente (che fine ha fatto)

Buongiorno, mi chiamo Leonardo e sono un determinista geografico – perlomeno nel senso che credo che la geografia determini il modo in cui stiamo al mondo. L'ho sempre pensata così, quindi all'inizio non era che un pregiudizio: ma in seguito non ho trovato che conferme. 

Ad esempio: c'era una volta, ma neanche tantissimo tempo fa, un popolo che per una lunga e complicata serie di problemi era stato costretto a spargersi per il mondo, e inevitabilmente a mescolarsi con gli altri popoli; pur conservando con una certa ostinazione i riti e le leggende di una cultura millenaria. Ebbene, è probabile che questo popolo nei secoli avesse sviluppato una caratteristica peculiare: un'intelligenza media... sopra la media. Possiamo dimostrarlo? No, ma abbiamo molti indizi: il grande numero di intellettuali di spicco, alcuni dei quali diedero letteralmente vita a intere branche della scienza e della filosofia; la quantità di personalità ascese ai livelli più alti della scena politica e finanziaria senza diritto di nascita, o anche banalmente il numero di premi Nobel conferiti. Non bastava nascere in seno a quel popolo per essere più intelligenti, ma in un qualche modo aiutava. Il perché non è chiaro, e ci dà anche un certo fastidio domandarcelo. Si ha sempre paura di fare un discorso razzista.

Wikipedia

Sarebbe senz'altro un discorso razzista, se considerassimo quel popolo una razza (i nazisti lo facevano); ma siccome nel frattempo abbiamo concluso che le razze non esistono, e in particolare non potrebbe esisterne una che si mescoli nei secoli con le altre che incontra sulla strada, l'ipotesi razziale è facilmente archiviata. Più difficile risulta scartare del tutto un'ipotesi genetico-evolutiva, ovvero una tendenza tipica di quella specifica cultura a premiare gli individui più intelligenti, quelli che imparavano a leggere e a calcolare con meno sforzo; magari erano considerati elementi importanti della comunità e stimolati a sposarsi tra loro e ad avere famiglie numerose; laddove in altre culture individui con le stesse predisposizioni venivano persino disincentivati a figliare, mediante l'istituzione di caste di intellettuali celibi (vedi il cattolicesimo). Un altro stimolo poteva venire dall'appartenere, ovunque nel mondo, a una minoranza quasi costantemente minacciata e angariata; il lavoro intellettuale poteva apparire ai membri di questa comunità una via di fuga dai ghetti fisici e virtuali. Probabilmente non lo sapremo mai con certezza e probabilmente è meglio così – a un dittatore distopico potrebbe venire in mente di istituire un ghetto anche solo per verificare l'ipotesi.

Va bene, direte voi, e il determinismo geografico cosa c'entra? Parliamo di uno dei popoli meno geograficamente determinati del mondo! Ecco, appunto. Erano mediamente più intelligenti, erano spesso perseguitati (forse anche per questo motivo), erano sparsi per tre e più continenti. A un certo punto qualcuno di loro ha pensato, e non sembrava una cattiva idea: ma se ce ne tornassimo tutti nello stesso posto? Non necessariamente quello da cui provenivano i nostri antenati duemila anni fa – oppure no, aspetta, tutto sommato la terra costa lì meno che altrove, andiamo proprio lì. Ecco. Che idea potente. Milioni di persone mediamente più intelligenti degli altri, concentrate nello stesso piccolo spicchio di terra. Cosa avrebbero potuto fare, cosa avrebbero potuto diventare? Una civiltà da fare impallidire l'Atene di Pericle; ebbene, dopo qualche generazione oso dire di no. 


Sarò persino più brutale. Sono andati a vivere nel deserto, sono già diventati predoni. La geografia è un destino. Lo dico senza la minima soddisfazione, perché se invece fossero riusciti a farlo fiorire davvero, quel deserto, sarebbe stata una buona notizia per tutti. Ma per farlo fiorire serve banalmente l'acqua; per avere l'acqua bisogna prenderla ai palestinesi, e il resto della storia lo sapete. Dopodiché certo, Israele continua a essere un Paese culturalmente rilevante, con università importanti e intellettuali di spicco. Sarebbe anche il minimo, coi soldi che arrivano dagli USA ogni anno. Ma se andiamo a vedere un po' più da vicino, ecco, nelle università gli studenti urlano insulti ai professori dissidenti. I grandi intellettuali hanno una certa età, i più giovani sembrano meno interessanti e più faziosi: esattamente come in Italia, ma perché avrebbe dovuto finire come in Italia?


C'erano tutte le premesse perché Israele diventasse un faro per l'occidente e il mondo; appunto, c'erano tutte le premesse tranne la geografia: si vede che la geografia è l'unica condizione necessaria. Prendi il popolo più intelligente del mondo, schiaffalo su una strisciolina di terra con poche risorse, in mezzo ad altri popoli ostili, e guarda quanto ci mette a sviluppare un nazionalismo fanatico, e a devolversi anima e corpo a un militarismo spietato. La più giovane delle nazioni occidentali a costituirsi tale è anche il più grande argomento contro il concetto di nazione. E noi che una volta ci misuravamo con scrittori e intellettuali di straordinario acume, ci ritroviamo a leggere il fondo di una tale Dina Porat, "consulente accademica del centro Vad Yashem e professoressa emerita dell'università di Tel Aviv". 

Parliamo di un temino sconfortante, che in futuro magari sarà usato come pietra di paragone per stabilire la degenerazione dell'intelligenza media nel Ventunesimo secolo, probabilmente a causa della concentrazione di polveri sottili. Attenzione, non sto dicendo che la professoressa sia stupida – mai mi permetterei, non la conosco – ma è decisamente stupido il discorso che sceglie di fare: tarato per lettori incapaci di discorsi complessi, che poi saremmo noi che lo leggiamo. La professoressa ci spiega per prima cosa che la mentalità israeliana è per sua natura occidentale. A riprova di ciò cita... niente, assolutamente niente, l'occidentalità degli israeliani è autoevidente, eventuali prove ci affaticherebbero. Il fatto che gli israeliani stiano combattendo una lotta tribale contro altre fazioni tribali, a dispetto di ogni logica strategica ed economica, non deve distrarci. Se anche si stanno facendo terra bruciata intorno, lo fanno con una mentalità occidentale che "pensa seguendo linee logiche, calcola le proprie mosse in base al profitto e mira al benessere di cittadini e nazioni", capito? Noi occidentali siamo così, il romanticismo lo avrà elaborato qualche altra cultura. "La mentalità occidentale, e quella cristiana in particolare, ritiene che gli esseri umani siano fondamentalmente onesti..." No, aspetta.

Chiedo al lettore, se è arrivato fin qui, un piccolo sforzo. Chiuda gli occhi. Pensi a Lutero. Ad Agostino di Ippona. A Paolo di Tarso. E poi rilegga.

La mentalità occidentale, e quella cristiana in particolare, ritiene che gli esseri umani siano fondamentalmente onesti.

Per scrivere qualcosa del genere (e per pubblicarlo sul quotidiano che un tempo era Repubblica), bisogna essere o molto in buona fede, o molto in malafede. Non sta a me determinarlo, ma o la professoressa Porat ignora completamente il pensiero cristiano – il che denoterebbe un tragico abbassamento degli standard qualitativi delle istituzioni accademiche che rappresenta – oppure pensa che ce la beviamo, in fondo figurati se li studiamo davvero, quei Luteri e quegli Agostini.

Ci sta blandendo, proprio come un accorto mercante beduino blandisce il cliente frescone. Ed eccoci davanti al paradosso del bugiardo: se la prof.sa Porat ci sta prendendo in giro, non è "fondamentalmente onesta", e quindi non è così occidentale come vorrebbe sembrare, anzi starebbe facendo prova di astuzia levantina... oppure no, è perfettamente occidentale, tranne che la cultura occidentale non è così logica e consequenziale come lei sostiene che sia: magari mira davvero al "benessere di cittadini e nazioni", ma nel farlo non si preoccupa di dire bugie e causare il malessere di altri cittadini, altre nazioni. Non saprei. Mi sembra tutto così avvilente. Forse la Fallaci era scesa così in basso, ma era anziana, era malata ed era il Corriere, ventidue anni fa. Da tanti errori dovremmo avere capito qualcosa e invece no, siamo ancora allo stereotipo dell'occidentale onesto che non capisce il beduino astuto e malvagio. Tranne che anche questa propaganda di basso livello intellettuale cosa ormai l'abbiamo delocalizzata, la facciamo scrivere direttamente ai beduini.  

Quando i leader e gli opinion maker israeliani e occidentali pensano all'Islam e ai musulmani lo fanno sulla base del proprio modo di pensare e delle proprie convinzioni, e non su una profonda e attenta conoscenza della mentalità e delle convinzioni dei musulmani. Credono ciò che vorrebbero fosse vero. Questo è il motivo per cui di fronte ai fatti del sette ottobre Israele si è trovata impreparata...

Ah, ecco, questo è il motivo. Pensi che ingenui, professoressa; noi credevamo che il governo israeliano si fosse trovato impreparato perché incompetente, assorbito dalle beghe interne, e non del tutto ostile all'eventualità che qualche miliziano producesse un casus belli prima delle elezioni USA del 2024. Mentre invece ora è tutto chiaro: non se l'aspettavano perché erano occidentali, cioè un po' cristiani, cioè un po' ingenui, incapaci di concepire la malvagità del nemico. Inoltre la terza guerra mondiale è in pratica già scoppiata, perché Hamas è un emissario dell'Iran, che "ha stretto un'alleanza con Russia e Cina. I tre Paesi sono ferventemente anti-americani e anti-occidentali, e quindi ostili ad Israele e agli ebrei". Quante volte ci è capitato di dircelo in questi anni: chi aspetta i barbari, molto spesso non sa di esserlo. La professoressa è convinta di fare un discorso "occidentale": razionale, cartesiano, utilitaristico. Laddove sotto una paginetta del genere l'Occidente è morto, o quantomeno riavvolto fino al secolo XI: qualcuno dal balcone ci sta chiamando alle crociate, i cristiani sono buoni e i mori sono cattivi. Certo che questi discorsi si leggevano anche vent'anni fa. Su Libero, sul Giornale. Oggi arrivano su Repubblica, e infiammano quel che resta di una borghesia che, nello spicchio che intravedo da Twitter, mi sembra completamente sconvolta dagli eventi: hanno investito molta emotività su fronti che non stanno reggendo. L'Ucraina è un baluardo dell'Occidente – salvo che il fronte cede; Israele è un baluardo dell'Occidente – peccato che stia commettendo crimini contro l'umanità. Ormai vedo professori cattedratici buttarsi su Milei, il quale per quel che ci è dato da capire ha una concezione dell'economia tanto facilona quanto facilone è l'approccio della Porat al conflitto israelopalestinese. Stiamo diventando tutti scemi? Sono le polveri sottili? O la semplificazione intellettuale e linguistica è quel che avviene quando comincia una guerra, e la guerra è appunto già cominciata?


martedì 20 febbraio 2024

Lost in Ratio: Proportional Thinking and the Gaza Catastrophe

(This should be the English translation of this post. Unfortunately, after so many years, my English still doesn't fit my thoughts, so please be indulgent).

Israel is a complex phenomenon that we shouldn't try to summarize with simplistic definitions. No doubt about it. But those who argue that it is also an out-of-control sociological experiment have been provided with an important evidence in the last few days: the latest statement from the Israeli embassy to the Holy See.


Why does the Israeli government communicate in such a disastrous way? Here, in a thin A4 sheet of paper, we have a display of arrogance and an admission of guilt. "We must consider the big picture", they say. OK. Those who said the same thing after October 7th were called anti-semitic, but now of course it's different. So what's the big picture here? Looks like we should consider that for every militant "killed", only three civilians "lost their lives". Only three civilians out of four, yes, they're really claiming something like that. They don't even seem to expect that the interlocutor could react by asking: who caused these three civilians to "lose" their "lives"? The most immediate explanation is that they are used to interlocutors who never ask them these questions: by constantly rejecting any criticism as anti-semitic thoughtcrime, they have slipped into a self-referential bubble where no one would dare accuse them of killing civilians. But it's not just that.

To be truly convincing, you must believe in what you say, and this is usually one of the flaws underlying every regime based on propaganda: at some point, friction with reality becomes explosive. Whoever wrote that statement seems to believe that three civilian victims for every combatant is a success, something to be proud of. The Israel Defence Force is and will always be the most moral army in the world, and this should be proven by the fact that in wars fought by NATO in recent years, the ratio was higher, 1 to 9 or 1 to 10. How they managed to extract these numbers, I don't know, I took a look at the data for Iraq and it's a huge mess. Here I'll take them for granted because I'm not interested in debunking propaganda; I'm interested in understanding what they're thinking because it's the way they think that has led them to the catastrophe of these days.

My hypothesis is that Israeli government officials are so used to communicate ratios that they no longer understand absolute values. This leads to a culture shock, as absolute values are the only interesting data for the rest of the world. The rest of the world realizes that thirty thousand deaths in three months is an immense figure, unparalleled for a contemporary war (and there are many very close and very violent ones). How do Israeli government officials respond? They don't even try to correct the absolute value (thirty thousand). Instead, they provide a ratio (one militant out of four victims). How the rest of the world is supposed to react? Someone does the math and deduces that the IDF is accusing itself of having eliminated 22,500 civilians. It's still an enormous number, especially from a government defending itself in The Hague against a charge of genocide. Whoever wrote the statement didn't probably think that anyone would divide thirty thousand by four and then multiply by three. He was only thinking about the fractional number: three out of four, come on, it's not bad. In other wars it went worse, why do you even look at us?

Why so much emphasis on the ratio? Well, it certainly looks better than the absolute value. But to think that the rest of the world would buy into this, Israeli government officials must have bought into it first and for a long time. If we now take a look at how they communicated in the last 20 or 30 years, we realize that the habit of turning every absolute value into a ratio between different quantities is practically mandatory for them. Twenty years ago, during the so-called Second Intifada, I called it the Kissinger equation, except it's not exactly an equation (and I'm not exactly a mathematician). I called it that because at some point the former US diplomat, trying to explain the Israeli point of view, turned an already significant figure of victims (50 victims of suicide bombings) into something much more dramatic: he said that the suicide bombers had killed "the equivalent of 2500" US victims.

How did Kissinger get this figure? With a ratio. 50 Israeli victims stood to the total of Israeli Jews as 2500 victims stood to the total of US citizens. It's not that it didn't make sense. The sense was also to make it clear how serious a figure (50 civilian deaths) could be, which in the vast USA may seem almost routine. No, those 50 deaths were a lot because Israel is very small. Here, perhaps, we are at the heart of the whole problem.

Israel is very small. The disproportion between its size and its military and economic power (and its cultural and diplomatic influence) is something unseen since the times of the Greek city-states. Perhaps the catastrophe stems from here: the West is trying to save a too small outpost in every way; it cannot begin to give up pieces of it (it is already too small!), or let an enemy occupy strategic positions on the heights or the coast. But geography is a destiny: if a region is too small, and surrounded by potential enemies, it doesn't matter how many resources and settlers you can pour on it; one day it will simply cost too much.

Another immense disproportion is between Israel's smallness and the huge attention it receives from the world. To maintain this attention, to justify it, to alleviate the impression that half the world is fighting over an irrelevant strip of land, Israeli communicators have very quickly become accustomed to turning every number ratios by the Kissinger equation. I could cite endless examples, but I'm lazy. This is a slide published by IDF in 2014. 


Even in 2014 Gaza war, Palestinian deaths were more or less thirty times those of Israelis, but this was not the ratio that IDF wanted to share with us. The Israeli Force was keen to point out to us that the situation, although as usual confined to an area roughly the size of one of the 20 Italian regions, was extremely serious: the equivalent of carpet bombing over more than two-thirds of the peninsula. It's just propaganda, of course.

Or maybe not. In the eternal debate between those who think that language shapes thought and those who believe that thought shapes language, I wonder if some philospher wasn't right when he suggested that language and thought eat each other's tails infinitely. I'm not sure what philospher was and if he really said that. However, it seems to me a powerful idea: man has a thought, to express it he invents a language, and yet language leads him to think in certain ways and not others, which leads him to speak in certain ways and not others, until this thought/language leads him to collide with a reality that no longer corresponds to his thoughts or his words. Many empires have crashed on this problem.

The Kissinger equation, in the way Mr Kissinger applied it, didn't sound so eccentric. The problem is when you're not just communicating like this, but you start to think like this. Behind that ratio (one dead Israeli is worth 50 dead Americans) lies an axiom of chilling nationalism: every country recognized by the international community would be worth the same amount. Just as we are used from middle school to divide the GDP by the number of inhabitants, perhaps we should also divide the victims of wars and terrorism. As once I pointed out, this would make the injury of a citizen of the Republic of San Marino a crime against humanity. I was obviously joking. But whoever wrote that statement is serious. 

For him, the absolute number is not of great value. It needs to be contextualized – i.e., introduce a ratio between quantities that shows that other wars have had more victims. Even during the Iraqi War it took years and years of fighting in more cities to put together a similar number of civilian casualties. What happened in the last three months, however, is extraordinarily circumscribed, both in time and space. This is a strong argument for those who speak of attempted genocide. And yet Israeli government officials don't seem to understand it. It's possible that they are simply hiding behind the numbers. That would be the most optimistic hypothesis. I have another one: they consider Israel a state at risk of extinction. Any number of collateral victims would ultimately be irrelevant because the essential thing is the survival of Israel: without which perhaps the world would perish. Assuming that the world matters something to Netanyahu: let's hope so, or let's hope for his successors.

venerdì 16 febbraio 2024

Il pensiero proporzionale e la catastrofe di Gaza

Al Jazeera

Israele è senza dubbio tante cose. Ma chi sostiene che si tratti anche di un esperimento sociologico fuori controllo, nelle ultime ore ha potuto mettere a verbale una prova importante: l'ultimo comunicato dell'ambasciata alla Santa Sede. 

Perché il governo israeliano comunica in un modo così disastroso? Qui abbiamo, in un esile foglio A4, un'esibizione di arroganza e un'ammissione di colpevolezza. A chi in questi giorni ha criticato me e altri perché prendevo per buono il bodycount delle autorità di Gaza (ovvero di Hamas), non posso che segnalare che il governo israeliano quei numeri già da tempo li ha accettati. Anche in questo comunicato non li nega. Oserei dire che li rivendica, ma lasciamo perdere quel che penso io. Cerchiamo di capire cosa pensano loro. 

Bisogna considerare il quadro generale, dicono. Senz'altro. (A chi diceva la stessa cosa il 7 ottobre davano dell'antisemita senza troppi complimenti: ma prendiamolo per un progresso). Per ogni militante ucciso, hanno perso la vita tre civili, spiegano; dando per scontato che l'interlocutore non reagirà immediatamente chiedendo: ma chi gliel'ha fatta "perdere", la "vita", ai tre civili? La spiegazione più immediata è che sono abituati a interlocutori che queste domande non gliele fanno mai: a furia di respingere ogni critica come psicoreato antisemita, si sono lasciati cullare in una bolla autoreferenziale dove nessuno oserebbe accusarli di uccidere i civili. Ma non è soltanto questo. 

Per essere davvero convincenti, bisogna credere in quello che si dice e questo è di solito uno dei difetti alla base di ogni regime basato sulla propaganda: a un certo punto l'attrito con la realtà diventa deflagrante. Chi ha scritto questa cosa, ritiene davvero che tre vittime civili per ogni vittima combattente sia un successo, una cosa da rivendicare a testa alta: siamo l'esercito più morale del mondo, lo prova il fatto che nelle guerre combattute dalla Nato negli ultimi anni il rapporto era più alto, 1 a 9 o 1 a 10. Come siano riusciti a estrarre questi numeri non lo so, ho dato un'occhiata ai dati per l'Iraq ed è un ginepraio immenso. Qui li prenderò per buoni, perché non m'interessa debunkare la propaganda; mi interessa capire cosa stanno pensando, perché è il modo in cui pensano che li ha portati alla catastrofe di questi giorni. 

L'ipotesi è che i governativi israeliani siano talmente abituati a usare indici relativi, da non comprendere più gli indici assoluti. Che invece sono quelli che interessano al resto del mondo. Il resto del mondo a un certo punto si rende conto che trentamila morti in tre mesi è una cifra immensa, senza paragoni per una guerra contemporanea (e ce ne sono di molto vicine e molto violente). Come rispondono i governativi israeliani? Non si sognano neanche di correggere il numero assoluto (trentamila). Forniscono invece un indice relativo (un militante su quattro vittime). A questo punto il resto del mondo rimane sbigottito: qualcuno fa l'operazione e deduce che l'IDF si stia autoaccusando di avere eliminato 22.500 civili. Continua a essere un numero enorme: da parte poi di un governo che si sta difendendo all'Aja da un'accusa di genocidio. Ma probabilmente chi ha scritto il comunicato non pensava davvero che qualcuno avrebbe diviso trentamila per quattro e poi moltiplicato per tre. Chi ha scritto il comunicato pensava soltanto al numero frazionario: tre su quattro, dai, non è male, in altre guerre è andata peggio. 

Perché tanta enfasi sul numero frazionario? Beh, senz'altro si presenta meglio del valore assoluto. Ma per pensare che il resto del mondo si beva questa cosa, i governativi israeliani se la devono essere bevuta per primi e molto a lungo. Se ora diamo un'occhiata a come hanno comunicato negli ultimi 20 e 30 anni, ci rendiamo conto che l'abitudine a trasformare ogni valore assoluto in un rapporto tra grandezze diverse è per loro un passaggio praticamente obbligato. Vent'anni fa, durante la cosiddetta Seconda Intifada, la chiamavo equazione Kissinger, salvo che non è esattamente un'equazione (e io non sono esattamente un matematico). La chiamavo così perché a un certo punto l'ex diplomatico statunitense, per cercare di spiegare il punto di vista degli israeliani, trasformava una cifra di vittime già importante (50 vittime di attentati suicidi) in qualcosa di estremamente più drammatico: 2500 vittime statunitensi "equivalenti").

Come faceva Kissinger a ottenere questa cifra? Con un rapporto. 50 vittime israeliane stavano al totale degli ebrei israeliani come 2500 vittime stavano al totale dei cittadini USA. Ora, non è che la cosa non avesse un senso. Il senso era anche quello di far capire quanto poteva essere grave un dato (50 morti civili) che negli sterminati USA può sembrare quasi di routine. No, quei 50 morti sono tantissimi, perché Israele è molto piccolo. Ecco, siamo forse al nodo di tutto il problema.

Israele è molto piccolo. La sproporzione tra la sua grandezza e la sua potenza militare ed economica (e la sua influenza culturale e diplomatica) è qualcosa di mai visto dai tempi delle polis greche e forse nemmeno a quei tempi. Forse la catastrofe nasce da qui: l'occidente sta cercando di salvare in tutti i modi un avamposto troppo piccolo; né può cominciare a cederne dei pezzi (è già troppo piccolo!), o lasciare che un nemico occupi posizioni strategiche sulle alture e sulla costa. E però la geografia non perdona: puoi rovesciare risorse e coloni, ma una regione troppo piccola sarà sempre troppo difficile da difendere. 


Un'altra sproporzione immensa è tra la piccolezza di Israele e l'enorme attenzione che riceve dal mondo. Per mantenere questa attenzione, per giustificarla, per alleviare l'impressione che mezzo mondo stia litigando per una irrilevante strisciolina di terreno, i comunicatori israeliani si sono molto presto abituati a trasformare ogni numero con l'equazione Kissinger. Potrei citare infiniti esempi, ma non ho tanto tempo. Questa è una slide del 2014, credo che l'operazione si chiamasse Margine di Protezione. Anche in quel caso i morti palestinesi furono più o meno dieci volte quelli israeliani, ma non era questo l'indice relativo che interessava al governo israeliano. Il governo israeliano ci teneva a farci presente che la situazione, per quanto come al solito circoscritta in un territorio grande più o meno come l'Emilia-Romagna, era gravissima: l'equivalente di un bombardamento a tappeto su più di due terzi della penisola. È solo propaganda, certo. 

Oppure forse no. Nell'eterno dibattito tra chi pensa che il linguaggio formi il pensiero e chi ritiene che il pensiero formi il linguaggio, io mi domando se per caso non avesse ragione Charles Sanders Peirce quando suggeriva che le due cose si mangino la coda all'infinito. Lui a dire il vero non si esprimeva così. Non sono nemmeno sicuro che lo abbia mai detto davvero. È possibilissimo che sia io ad aver capito male, in effetti per essere un pragmatista era piuttosto incomprensibile. Mi sembra comunque un'idea potente: l'uomo ha un pensiero, per esprimerlo inventa un linguaggio, e però il linguaggio lo porta a pensare in determinati modi e non altri, il che lo porta a parlare in determinati modi e non altri, finché questo pensiero/linguaggio non lo porta a sbattere contro una realtà che non corrisponde più né ai suoi pensieri né alle sue parole. Molti imperi sono andati a sbattere contro realtà simili. 

L'equazione Kissinger, nel modo in cui la applicava l'omonimo ex diplomatico, non suonava nemmeno così eccentrica: era un banale rapporto, tipico del linguaggio giornalistico americano che ama istituire rapporti tra oggetti lontani e domestici, ad esempio misurare la distanza tra un pianeta e il sole in campi da football. Il problema è quando, oltre a comunicare così, si comincia a pensare così. Perché dietro a quel pensiero (un morto israeliano vale 50 morti USA) c'è un assioma di un nazionalismo agghiacciante: ogni Paese riconosciuto dalla comunità internazionale varrebbe la stessa quantità, diciamo 1. Così come siamo abituati sin dalla scuola media a dividere il PIL per il numero di abitanti, così dovremmo forse dividere le vittime di guerre e terrorismo. Come facevo notare, questo avrebbe reso il ferimento di un cittadino della Repubblica di San Marino un crimine contro l'umanità. Stavo ovviamente scherzando. Ma chi ha scritto quel comunicato è serio. Per lui il numero assoluto non ha un grande valore. Occorre contestualizzare – ovvero introdurre un rapporto tra grandezze che dimostri che altre guerre hanno avuto più vittime. A dire il vero persino durante la guerra in Iraq, per mettere assieme una quantità simile di vittime civili, servono anni e anni di combattimenti in più città. Quello che è successo negli ultimi tre mesi è invece straordinariamente circoscritto, sia nel tempo sia nello spazio. Questo è un grande argomento a favore di chi parla di tentato genocidio, ma i governativi israeliani non sembrano capirlo. Può darsi che si stiano semplicemente nascondendo dietro ai numeri. Sarebbe l'ipotesi più ottimista. La mia è che ritengano Israele uno Stato in perenne via di estinzione. Qualsiasi numero di vittime collaterali alla fine sarebbe irrilevante, perché l'essenziale è la sopravvivenza di Israele: senza la quale perirebbe forse il mondo. Ammesso che del mondo interessi qualcosa a Netanyhau: speriamo di sì, o speriamo nei suoi successori. 

mercoledì 14 febbraio 2024

Questo non è fascismo (non è abbastanza serio)


Nel 1938 l'editore italiano di origine ebraica Angelo Fortunato Formiggini decise di protestare contro le leggi razziali nel modo più spettacolare, lanciandosi dalla Ghirlandina (la torre del duomo di Modena). Si dice che prima di lanciarsi avrebbe urlato "Italia" tre volte. Si dice: ma per un po' se ne dovette parlare sottovoce. I giornali non riportarono il fatto. Sotto il fascismo andava così.

Continuo a essere convinto che ogni volta che paragoniamo una situazione qualsiasi al nazismo (e al fascismo), noi esprimiamo per prima cosa la nostra scarsa fantasia. Il '900 è la nuova Bibbia, ci ha dato le parole che parliamo e i concetti che pensiamo, e non riusciamo a uscirne. Tra l'altro è un secolo di orrori, che fa impallidire quelli della Bibbia vera. Per esempio, chi paragona quel che è successo in Rai questi giorni a quello che sarebbe successo sotto il nazismo (o il fascismo), manca clamorosamente il punto. In un regime davvero nazista un cantante come Ghali... non sarebbe nemmeno nato, ma ipotizziamo che un Ghali relativamente biondo avesse detto davanti ai microfoni del Festival della Canzone Nazista "Stop al genocidio": come avrebbe reagito a quel punto un regime seriamente nazista?

Non avrebbe reagito.

Nessuno avrebbe risposto niente.

Avrebbe dato alla vicenda la minore importanza possibile. Meno se ne parla, meglio è.

 
Chi era davanti alla tv in quel momento (non moltissimi gli svegli) ne avrebbero parlato un po', nei giorni successivi, ma non così tanto, anche perché in sé la frase non dice molto: stop al genocidio, e ci mancherebbe, chi sarebbe mai favorevole a un genocidio? Nemmeno chi lo commette, di solito, sostiene di esserlo. E poi di che genocidio si tratterebbe? Alla radio ogni tanto parlano di un genocidio da qualche parte in Cina – gli uiguri? O forse in Congo, meno male che il nostro beniamino Ghali Biondo ci ricorda che esistono anche questi lontani scenari di guerra. Bravo Ghali Biondo, e sarebbe finita lì.

L'Eiar funzionava così. L'Eiar non improvvisava. Se avete dato un'occhiata a qualche cinegiornale Luce, sapete che non avevano nessuna remora a parlare di crimini di guerra. Purché fossero crimini imputabili agli inglesi, o ai sovietici.  

Invece nel nostro Paese, che chiamare fascista è offensivo (forse a questo punto è anche offensivo nei confronti del fascismo), un cantante ha cantato che non gli sembra giusto bombardare gli ospedali... e nel giro di poche ore il presidente di una importante comunità aveva scritto un comunicato in cui definiva inaccettabile, giuro, inaccettabile, il fatto che una canzone stigmatizzasse gli ospedali bombardati. Dal che cosa dobbiamo dedurre: che la comunità in questione è favorevole a bombardare ospedali? O piuttosto che il loro rappresentante non li sta rappresentando al meglio?

I cantanti di mestiere vendono canzoni, e se un po' di polemica li può aiutare, troppa rischia di essere controproducente per cui lo stesso Ghali, lo stesso Ghali! ha immediatamente tentato di stemperare la questione, dichiarando di avere scritto quel verso prima del 7 ottobre. E la sera successiva si è limitato ad aggiungere "Stop genocidio". Nient'altro.

Ed è scoppiata una crisi diplomatica.
Per Ghali. 
L'indimenticabile interprete di "Chi se ne frega dei tuoi ma, dei tuoi se, dei tuoi bla-bla".
Ghali. 

Se la situazione non fosse tragica, sarebbe persino divertente, perché davvero, non si è mai vista a memoria d'uomo una coda di paglia tanto grande, tanto in fiamme. Ghali ha detto "Stop genocidio", e il giorno dopo l'ambasciatore israeliano ha sentito la necessità di rispondergli, trasformando un cantante famoso tra i ragazzini nel nuovo punto di riferimento del pacifismo italiano. Merlo lo ha già definito antisemita, e come ti sbagli? Un'AI sarebbe stata meno prevedibile, magari Merlo ormai adopera l'AI, oppure l'AI adopera Merlo. Costretto da cotanti interlocutori a ritornare sull'argomento a Domenica In, Ghali non ha detto molto di più, ma tanto è bastato per costringere Mara Venier a leggere un comunicato della direzione, e se credete che tutto questo sia il fascismo avete una strana idea del fascismo. Questo è il risultato di un sistema mediatico che invece di troncare e sopire ogni dissenso, lo stimola e amplifica finché non diventa una crisi diplomatica. Questo è anche il disastro comunicativo che si verifica quando qualcuno che crede di avere ben saldo il controllo della narrativa scopre che non è così: un cantante qualsiasi ha notato che il re è nudo e non c'è più niente che si può fare. 

Ovvero no: si può continuare a sfilare nudi, portando a casa almeno un po' di coerenza e decenza, come il re della favola di Andersen. Invece il re che abbiamo visto all'opera in questi giorni sta passando il tempo a strepitare sui giornali e sui social che lui non è nudooooooo! basta dire che sono nudoooooo! Questo è un vestito finissimooooooo, posso mostrarvi le fatture dei sarti di fama mondiale, voi non lo vedete perché siete incompetenti. Saremo anche incompetenti, ma la sentenza preliminare della Corte di Giustizia Internazionale dell'Aja l'abbiamo letta; c'è scritto che i rischi di genocidio erano concreti e che Israele doveva prevenirli. Questo, alcune settimane fa: dopodiché il governo israeliano ha intimato ai profughi palestinesi di raggiungere Rafah, e ora sta bombardando Rafah. Un'altra cosa che il governo ha fatto è cercare di screditare l'UNRWA, che aveva fornito gran parte delle prove ammesse alla Corte. Ma per ora nessuna accusa è stata provata. 

Ora vi prego di seguirmi: se Israele, che doveva prevenire un genocidio, non lo sta facendo, e anzi sta distruggendo archivi e cimiteri – i segni della secolare presenza palestinese a Gaza – premendo la striscia come un tubetto di dentifricio sul varco di Rafah, si sbaglierà più di tanto Ghali a dire "Stop genocidio"? Che non vuol nemmeno dire che il genocidio ci sia già stato. Vuol dire che il rischio c'è, perdio, siamo a trentamila morti, due terzi civili, se avete paura a usare la parola in questo momento, per quale motivo al mondo abbiamo perso tempo a insegnarvela? Lo capite che tutta la Storia che avete studiato serviva a evitare di ritrovarvi qui, ora, di fronte a una catastrofe, con gli occhi chiusi per non vedere, e la bocca piena di se, di ma, di bla-bla, per non sentire?  

No, non solo Ghali non sbaglia, ma non dice niente di eccezionale. Quel che dice diventa eccezionale perché nessuno professionista ha il coraggio di dirlo. Ghali e Dargen D'Amico – quanto dev'essere frustrante passare anni e risorse a piazzare un po' di gente in tutto il sistema mediatico e politico, a blandire e minacciare, per poi scoprire che la gente dà retta a un tizio vestito da scemo che cantava Fottitene e balla? Di chi è esattamente la colpa, se Ghali e Dargen D'Amico sono più informati e attendibili della Repubblica e del Corriere? Quanto può essere ridicolo un Molinari che non pubblica l'intervista a Ghali finché non prende le distanze da Hamas, come se i lettori fossero più interessati alle lezioni di Molinari che alle parole di Ghali? Diteci ancora una volta, coraggio, che i giornali stanno sul mercato perché danno alla gente quello che vuole leggere.  

Come ha notato per esempio Anna Momigliano su Haaretz, in Italia di Gaza non si stava parlando molto, prima di Sanremo. E Ghali non ne stava praticamente parlando, prima che i filoisraeliani non lo stimolassero in tal senso. Convinti di avere dalla loro parte una cassa di risonanza che non funziona, anzi li stordisce, li convince di avere il polso di un pubblico che semplicemente non li conosce. Se sulla Repubblica non esce un'intervista a Ghali, non è certo un danno per Ghali. Sarebbe un danno per Repubblica, se non avesse chiuso, qualche anno fa.

domenica 11 febbraio 2024

Per favore, Angelina Mango, rinuncia all'Eurovision Song Contest

Cara Angelina Mango

per prima cosa, complimenti: hai vinto il festival della canzone italiana, al termine di una delle edizioni più seguite e più combattute. Con la tua vittoria hai probabilmente scritto una pagina della storia della musica italiana, e tante altre frasi fatte che potrei scriverti, prima di passare al dunque. Perché alla fine, se ti scrivo, è soltanto perché devo chiederti un favore. Molto grande.

Cara Angelina Mango, 

in quanto vincitrice del festival, hai il diritto di partecipare all'Eurovision Song Contest. Immagino che si tratti di un'occasione non piccola per far conoscere il tuo brano e la tua bravura anche all'estero. Ecco il motivo per cui ti scrivo. 

Devo chiederti di non partecipare: di boicottare l'Eurovision Song Contest. 

Sì, lo so, non sono cose da chiedere a un'artista.  

Ma non so a chi altro rivolgermi, sono abbastanza disperato. Proprio in questi giorni in cui tu hai avuto altre cose cui pensare, il governo israeliano ha chiesto ai civili palestinesi di evacuare Rafah, perché deve smantellare le basi di Hamas che a quanto pare adesso si troverebbero lì – è tre mesi che le cerca, devastando la Striscia nel processo. In queste ore l'esercito israeliano sta già bombardando Rafah. I civili dovrebbero andarsene, ma c'è un problema: Rafah è l'ultima città della Striscia. La gente che tre mesi fa ha accolto un simile invito ad andarsene da Gaza, è scappata più a sud, a Khan Younis – salvo che gli israeliani hanno bombardato e occupato anche Khan Younis, invitando la popolazione ad andare ancora più a sud, appunto a Rafah. Più a sud di così non possono andare, c'è solo il confine egiziano, che rimane chiuso. Ci sono centinaia di migliaia di civili in trappola, a Rafah. Negli ultimi tre mesi ne sono morti più di 25.000, uccisi dalle bombe e dai fucili dell'esercito israeliano. Più di un terzo erano minori. Sono numeri che il governo israeliano non contesta. È chiaro che tu non hai nessuna responsabilità di tutto questo.

Però all'Eurovision gareggerai contro gli artisti di altri Paesi, tra cui Israele, che ha già ufficialmente presentato la cantante che difenderà i suoi colori. Ora, parliamoci chiaro: l'Eurovision è una baracconata al quadrato, che moltiplica due cose che sono già baracconate in sé: le competizioni tra canzoni e le competizioni per nazioni. Tu ci vai a promuovere la tua canzone, non a difendere l'Italia; e allo stesso modo la tua collega non andrà a difendere Israele, né a rappresentare le decisioni del governo o i bombardamenti dell'esercito. E però ci andrà. Come se non stesse succedendo niente. 

Questa cosa, perdonami, la trovo insopportabile. Non è vero che non sta succedendo niente. Due anni fa, come sai, la Russia è stata esclusa dall'Eurovision in seguito all'invasione dell'Ucraina. I rappresentanti di diverse nazioni (non l'Italia) avevano annunciato che se la Russia restava in gara, loro non avrebbero partecipato. A tutti gli osservatori non filorussi sembrò una decisione ragionevole, un modo per dare un segnale al governo e alla popolazione russa: non possiamo tollerare un'invasione a poche centinaia di km da casa nostra, non possiamo giocare assieme a votare il cantante mentre c'è chi bombarda e uccide. Ecco. Due anni dopo il messaggio che rischia di passare è l'opposto: che il governo israeliano può fare quello che vuole senza che nessuno, almeno in Europa, si opponga. E cosa vuole fare il governo israeliano?

Youtube

C'è una sentenza provvisoria della Corte di Giustizia Internazionale dell'Aja che lo mette nero su bianco: Israele deve prevenire qualunque atto che possa essere ricondotto a genocidio. Il che significa quanto meno che il rischio di genocidio c'è. Dopo averla recintata e isolata dal mondo per decenni, l'esercito israeliano sta distruggendo la Striscia. I soldati stanno uccidendo migliaia di palestinesi, cercando di forzarne l'esodo in Egitto. Ufficialmente lo fanno per eliminare i guerriglieri di Hamas e ritrovare gli ostaggi, ma non sembra che stia funzionando. Inoltre compiono azioni che non sembrano avere molto a che fare con l'antiguerriglia. Ad esempio, distruggono gli archivi. e smantellano i cimiteri. Per quale motivo al mondo un esercito in guerra può perdere tempo a eliminare tombe e documenti? Mi viene in mente un solo motivo: cancellare la storia degli abitanti di Gaza, impedire che in futuro qualcuno possa dimostrare l'entità di quello che è successo. Ma come (potresti obiettare), sappiamo bene cosa sta succedendo: ci sono i giornalisti sul posto. Ormai non più, dall'inizio della crisi ne sono morti più di cento, sotto i bombardamenti o colpiti da armi da fuoco. È un numero assolutamente eccezionale, per un teatro di guerra così circoscritto. Sembra proprio che i giornalisti siano presi di mira dai militari israeliani. 

È come se in gioco non ci fosse soltanto la vita di centinaia di migliaia di persone (il che già basterebbe) ma la nostra oggettività. Israele è un Paese nostro amico, e quindi può riscrivere la sua storia a piacimento, e noi dobbiamo far fingere che sia tutto ok, che un tentativo di genocidio sia semplicemente un'operazione antiterroristica. Dobbiamo continuare a raccontarci questa cosa finché non cominceremo a crederci. Scrivere nei nostri libri che i palestinesi erano una sparuta minoranza che a un certo punto si è dileguata per cause naturali, e poi farli leggere ai nostri figli finché non si convinceranno che sia andata così. Questa normalizzazione comincia oggi, quando un tuo collega dice "stop genocidio" e la Rai taglia la frase dal video dell'esibizione; quando si parla dell'Eurovision e diamo tutti per scontato che ci saremo noi e ci sarà anche Israele.

Cara Angelina Mango, il giorno del tuo trionfo a Sanremo ha coinciso con il giorno del ricordo dei massacri delle foibe, forse hai sentito a un certo punto Amadeus che ne parlava. Si tratta di un episodio storico molto controverso; ti basti pensare che su wikipedia le stime dei morti infoibati oscillano tra le tre e le undici migliaia. Anche volendo prendere il numero più alto, si tratta di un massacro inferiore a quello che è avvenuto a Gaza negli ultimi mesi. Da cui la solita domanda: a cosa serve ricordare un episodio di 80 anni fa, se non a impedire che cose simili succedano? E se lasciamo che cose simili succedano senza opporre nemmeno la nostra coscienza, a che ci serve ricordare episodi di 80 anni fa?

Cara Angelina Mango,

probabilmente sto sbagliando tutto. Il conteggio dei morti non è mai un argomento efficace. La fantasia umana ha dei limiti oltre ai quali non riesce più a concepire l'orrore: tremila, trentamila, non fa nessuna differenza. Per questo motivo i comunicatori più abili di solito si concentrano sui casi singoli. Forse avrei dovuto parlarti semplicemente di Hind Rajab, la bambina di sei anni che è sopravvissuta per qualche ora al bombardamento che aveva ucciso la sua famiglia. Stavano scappando da Gaza in automobile, quando è stata presa di mira. La cugina quindicenne è riuscita a chiamato la Mezzaluna Rossa prima di morire. La Mezzaluna Rossa ha richiamato e solo Hind poteva rispondere, così ha risposto. Ha implorato che la venissero a prendere, era lì nascosta tra i cadaveri dei parenti e aveva paura del buio. Il personale della Mezzaluna Rossa ha contattato l'esercito israeliano, ha chiesto di poter accedere all'area. Ha aspettato per ore. Finalmente un'ambulanza è potuta partire, ma non è mai arrivata. L'esercito ha sparato anche all'ambulanza. Non è così raro laggiù. I volontari che partivano, sapevano che il rischio c'era. Ma c'era una bambina sola al buio, e così sono andati. Tutto questo non è normale, non dovrebbe succedere. Se abbiamo la minima possibilità di impedirlo, dobbiamo utilizzare quella minima possibilità. 

Così la mia minima possibilità, stasera, è domandarti questa cosa: per favore, prendi almeno in considerazione l'idea di non partecipare all'Eurovision. Che poi diciamocelo, hai già vinto Sanremo, cosa dovresti dimostrare all'Eurovision? Tutti gli anni una canzone vince l'Eurovision: di solito è un ritornello scemo e ce ne dimentichiamo la settimana dopo. Ma se tu riuscissi a dire, nei prossimi giorni: preferirei non andare, mi sento a disagio a partecipare; vorrei che prima di partecipare Israele si attenesse alla sentenza della Corte Internazionale di Giustizia e prevenisse un genocidio, ecco, credo che milioni di persone in Italia, e in Palestina, e in tutto il mondo (persino in Israele) non ti dimenticheranno più. Scriverai un'altra pagina di storia, persino più nitida di quella che hai scritto ieri.  

E poi certo, qualcuno se la prenderà. C'è gente che non sopporta nemmeno di sentire le parole "stop genocidio": le considera offensive, forse non sa cosa significa genocidio, oppure pensa che è una buona cosa, non lo so. Esiste gente così, e se tu dici che non vuoi andare all'Eurovision, si offenderà molto. Ma è gente che non ti avrebbe ascoltato comunque. E siccome non si può piacere a tutti, probabilmente la cosa migliore è scegliere di non piacere a chi difende i genocidi. Scusami, sono stato troppo lungo. Grazie. E ancora complimenti.

Altri pezzi