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martedì 17 febbraio 2026

Ճանաչել զիմաստութիւն եւ զխրատ, իմանալ զբանս հանճարոյ:

Bassorilievo a Yerevan
DI EPOCA SOVIETICA. 
17 febbraio: San Mesrop Mashtots (361-440), alfabetizzatore dell'Armenia. 

Cosa rende una nazione... una nazione? È la Storia, sì, ma di cosa? È la cultura, ovvero? Potrebbe essere la letteratura, ma in che lingua? Allora forse è la lingua, ma quella cambia in continuazione. Questo tipo di domande, che forse avremmo dovuto dichiarare decadute un secolo fa, e invece rispuntano, probabilmente alla lunga si rivoltano su sé stesse, riportandoci al punto di partenza (una nazione è un insieme di persone definite dalla cultura che si produce nella lingua di quella nazione) confermando un'antica intuizione pragmatica: un segno rappresenta quel che tutti insieme vogliamo che rappresenti, vale per le smorfie come per i concetti che ci mandano in guerra. È tutto arbitrario, e allo stesso momento predeterminato da correnti umane non facilmente manovrabili. Ogni nazione decide per sé, di volta in volta, e da parecchio tempo in qua gli armeni hanno deciso che alla radice di tutto c'è il loro alfabeto. Il monaco Mesrop Mashtots, che l'avrebbe inventato all'inizio del V secolo per evangelizzare i suoi connazionali, non è l'unico alfabetizzatore a essere venerato come un santo (ne abbiamo ricordati altri due proprio questa settimana), ma per gli armeni è molto di più: il padre della lingua e quindi della patria, esaltato prima dai patrioti armeni, poi dagli intellettuali sovietici armeni, e in seguito dai nazionalisti armeni, tutti più o meno concordi su un punto: senza l'alfabeto, non ci sarebbe un'Armenia; gli armeni si sarebbero disciolti da millenni nel calderone mediorientale, come gli Assiri o i Medi o i Parti. Questo malgrado si abbiano notizie di alfabeti pre-esistenti a quello di Mesrop, e della produzione di Mesrop medesimo resistano poche tracce: qualche inno, alcuni versetti della Bibbia che però altri avrebbero tradotto integralmente dopo di lui e grazie a lui.  

La sua leggenda a ben vedere contraddice un altro mito fondativo della nazione armena, ovvero che sia stata in assoluto la prima ad aver adottato il cristianesimo come religione ufficiale già verso il 310 (e quindi 70 anni prima che l'Editto di Tessalonica facesse del cristianesimo la religione di Stato dell'impero romano). Un simile primato sarebbe dovuto alla fulminante opera di apostolato di San Gregorio l'Illuminatore, che dopo essere stato confinato in un pozzo per tredici anni da re Tiridate III, lo avrebbe guarito da un male incurabile, stimolando il sovrano non solo a chiedere il battesimo, ma a renderlo obbligatorio per tutti i sudditi. Potrebbe persino essere successo davvero, e non contraddirebbe troppo il fatto che il monaco Mesrop, nato cinquant'anni dopo, si ritrovasse a fare i conti con un popolo che ignorava i fondamenti della propria religione. Sono cose che sono successe altrove, ad esempio nelle colonie spagnole e portoghesi, dove gli evangelizzatori si trovavano spesso davanti a indigeni ignari di cristianesimo, ma formalmente già battezzati da qualche missionario molto sbrigativo. 

Può darsi che il successo di Mesrop, intellettuale di estrazione nobile, già cortigiano e poi monaco, sia in parte causato dalla situazione in cui si trova a operare, in uno dei tanti momenti storici in cui l'Armenia sembra decadere da nazione a "espressione geografica": dal 387 il territorio è spartito tra l'impero Romano a ovest e un regno formalmente indipendente, ma in sostanza satellite dell'impero Partico, a est. È in quest'ultimo che Mesrop vive e fonda monasteri, riuscendo però anche a ottenere il permesso di predicare in lingua armena entro i confini dell'impero romano, direttamente dall'imperatore Teodosio II che avrebbe incontrato a Costantinopoli. Poteva sembrare una situazione provvisoria, e invece l'Armenia non avrebbe ritrovato un assetto unitario fino a oggi: le successive invasioni arabe, turche, mongole e russe a complicare il quadro. Il fatto che gli sia stata attribuita anche la paternità di altri alfabeti (il georgiano l'albanese caucasico) mostra come l'autorevolezza di questo santo, morto nel 440, abbia oltrepassato i confini che nel Caucaso sembrano spesso insormontabili.

Անկասկած, սա գրագիտության սրբերի շաբաթն է. 14-ը գլագոլիցայի (որը հետագայում հիմք հանդիսացավ կիրիլիցայի) գյուտարարների և տարածողների՝ Կյուրեղի և Մեթոդիոսի տոնն էր. այսօր հերթը հայկական այբուբենի գյուտարար Մեսրոպ Մաշտոցի է. այն փաստը, որ նրան վերագրվում է նաև այլ այբուբենների (վրացական և կովկասյան ալբանական) ստեղծումը, ցույց է տալիս, թե ինչպես է այս սրբի հեղինակությունը գերազանցել Կովկասում հաճախ անհաղթահարելի թվացող սահմանները: Երբ Մեսրոպն աշխատում էր իր այբուբենի վրա, Հայաստանն արդեն մեկ դար քրիստոնյա էր. այն առաջին թագավորությունն էր, որը քրիստոնեությունը հռչակեց պետական ​​կրոն (301 թվականին), բայց հունական պատարագը անհասկանալի էր նրա հավատացյալների մեծ մասի համար: Հունական այբուբենի նշաններից սկսած՝ Մեսրոպը որոշեց մշակել նոր այբուբեն՝ 36 տառերով, որը արտացոլում էր հնդեվրոպական մյուս լեզուներից զգալիորեն տարբերվող լեզվի հնչյունաբանությունը (որոնց այն, այնուամենայնիվ, պատկանում է): Ժողովրդին նոր այբուբեն տալը նշանակում էր սուրբ գրքերի և պատարագի թարգմանության համար ճանապարհ հարթել ընդհանուր լեզվով. մի բան, որը Արևմտյան Եվրոպայում տեղի կունենար միայն տասնվեցերորդ դարում՝ բողոքական բարեփոխումների ժամանակ, իսկ քսաներորդ դարում՝ Վատիկանի երկրորդ ժողովի ժամանակ։ Ազնվական ծագում ունեցող մտավորական, նախկինում արքունի, ապա վանական, աստվածաբան և հիմների հեղինակ, Մեսրոպը հայտնվեց այն բազմաթիվ պատմական պահերից մեկում, երբ Հայաստանը, կարծես, ազգից վերածվեց «աշխարհագրական արտահայտության». տարածքը բաժանվեց Հռոմեական և Պարթևական կայսրությունների միջև, և ավելի ուշ ժամանեցին արաբներ, թուրքեր, քրդեր և ռուսներ։ Եթե նրանց հաջողվեց պահպանել իրենց լեզուն և մշակույթը, դա նաև շնորհիվ Մեսրոպի այբուբենի էր։ 


17 febbraio: San Teodoro di Amasea, soldato non proprio ignoto, ma abbastanza dimenticato.

Teodoro è un santo legionario come tanti. Tutto quello che sappiamo di lui ce lo ha raccontato Gregorio di Nissa: proveniente non si sa bene da quale centro urbano dell'Oriente, si trova di stanza nella località anatolica di Amasea quando l'imperatore Galerio Massimino promulga un editto riguardante l'obbligo dei legionari di sacrificare agli dei. Teodoro si rifiuta, il che potrebbe fare di lui un anticipatore della resistenza passiva, senonché decide di dar fuoco a un tempio di Cibele, maledetto vandalo e casseur. Viene pertanto torturato al cavalletto, e rinchiuso in una cella in cui dovrebbe morire di fame, il che però non accade. È dunque bruciato vivo il 17 febbraio di un anno che potrebbe essere il 306 come il 311: di lì a poco Costantino e Licinio avrebbero posto termine alle persecuzioni dei cristiani, per cui Teodoro è uno degli ultimi. Ma soprattutto Teodoro sarà, per diversi secoli, l'unico martire a portare questo nome, che soprattutto nella parte grecofona del Mediterraneo era molto diffuso: il che lo renderà molto più popolare di quanto la sua breve storia avrebbe meritato. Nel VI secolo sorgono monasteri dedicati a lui a Palermo, Messina, Ravenna, Napoli; a Roma, è ritratto in un mosaico nella basilica dei Santi Cosma e Damiano al Foro. A Venezia Teodoro (anzi, "Todaro") sarà il patrono più popolare fino al XII secolo, quando sarà soppiantato da Marco: ma la sua statua è ancora ben visibile accanto a quella di Marco sulle due colonne duecentesche della piazzetta che si affacciano sul molo. Todaro per l'occasione è ritratto mentre calpesta un drago-coccodrillo: il che ci fa pensare che la sua figura si stesse già confondendo con quella di altri santi soldati come Giorgio o Michele
La popolarità di Teodoro stava già declinando verso il Mille, quando al santo legionario capita una vera sfortuna: da qualche parte salta fuori un altro San Teodoro, anche lui militare ma con un grado decisamente più alto: generale. Anche la data sembra fatta apposta per generare confusione: il generale era morto martire il 7, il soldato semplice il 17. Fatalmente, le due figure finiscono per sovrapporsi, al punto che persino la scheda di Santiebeati, dopo aver descritto con molta chiarezza che si tratta di due santi diversi, conclude così: "Comunque trattasi della stessa persona commemorata in due giorni diversi". Ma come? Per quanto non sia certo la prima volta che un generale si prende la gloria di un suo sottoposto, è comunque un esito triste. Viva San Teodoro, quello semplice, quello del 17. 

giovedì 12 febbraio 2026

Un papa quasi re

11 febbraio: San Gregorio II, papa dal 715 al 731

Un diamante è per sempre,
Sutri è per gli Apostoli. 
Certi periodi storici hanno semplicemente avuto più successo che altri. L'Atene di Pericle, la Roma di Cesare, l'Inghilterra di Elisabetta, e così via. Non sono necessariamente periodi di gloria. Non è affatto detto che la gente vivesse meglio, allora, rispetto al millennio prima o al secolo dopo. Il motivo per cui hanno forato l'attenzione è molto più casuale di quanto amiamo ammettere. Ha a che vedere soprattutto con la quantità di fonti che ci sono arrivate – ma se ci sono arrivate forse è anche perché la gente preferiva rileggere informazioni su Cesare rispetto che su Filippo l'Arabo – insomma, è complicato. Però è quel che succede: quando pensiamo al passato, per lo più pensiamo a periodi abbastanza delimitati nello spazio e nel tempo.

Altri periodi non li conosce nessuno, tranne due o tre specialisti nei dipartimenti di Storia che ne parlano poco volentieri, con aria colpevole. Ci svegliassimo di colpo nell'ottavo secolo, ci ritroveremmo immediatamente smarriti – tanto per cominciare, nessuno ci darebbe informazioni precise sulla data, come accade a Troisi e Benigni in quel film. Era il Settecento-e-qualcosa dopo Cristo, sì, ma nessuno ancora ci dava importanza, questa mania di conteggiare gli anni a partire da un'ipotetica data di nascita di Gesù avrebbe attecchito trecento anni dopo. E comunque ci ritroveremmo immersi in un caleidoscopio linguistico abbastanza incomprensibile – ancora molto latino, ma frammisto a lingue germaniche ancora vive e non disciplinate dalla sintassi romanza, un po' di greco nei porti, e qua e là qualche dialetto dell'Asia profonda. A un certo punto capiremmo probabilmente di trovarci nell'Alto Medioevo, ma dove? quando? Persino i nomi dei popoli non combaciano. Quella che noi chiamiamo Italia, per alcuni è la Tuscia, per altri la Longobardia; molta gente parla dialetti germanici, ma a volte li chiamano ancora Unni, benché di Unni veri ormai non ce ne sia più in giro da un pezzo; a Ravenna ci sono i Romani, ovvero i Greci, insomma i Bizantini, ma nessuno li chiama così (nessuno li ha mai chiamati così). E a Roma? A Roma c'è Gregorio II, un grande papa. E allora perché non ne abbiamo mai sentito parlare? Ma certi secoli sono fatti così, sui manuali scolastici scorrono veloci come se non vi fosse successo nulla di rilevante. E invece tutto cambia continuamente, un po' per volta. Quando viene nominato, Gregorio è ancora tutto sommato un emissario dell'imperatore di Costantinopoli, che gli riconosce la massima autorevolezza in campo religioso, ma si aspetta anche che obbedisca ai suoi editti. Quando morì, quindici anni dopo, nel suo letto, dopo aver scampato a diversi tentativi di farlo fuori, Gregorio era un'autorità anche temporale: ai suoi successori lasciava un'entità che cominciava davvero ad assomigliare a uno Stato Pontificio. Anche se le cose sono un po' più complesse (sono sempre più complesse). 

Gregorio era il suo nome di battesimo, non sentì il bisogno di cambiarlo. Veniva da una famiglia romana abbastanza importante (i Savelli) e interruppe una serie di papi provenienti dall'Impero d'Oriente. È probabile comunque che la sua nomina fosse inizialmente gradita all'imperatore: Gregorio era conosciuto a corte, avendo accompagnato a Costantinopoli il suo predecessore, papa Costantino, che vi si era recato per dirimere definitivamente la questione del Concilio Quinisesto – una specie di coda burocratica degli ultimi due concili ecumenici, appunto il Quinto e il Sesto, che l'imperatore Giustiniano II aveva convocato nel 692 senza darsi troppa pena di invitare qualcuno da Roma o in generale dall'Occidente. Questo aveva portato a scontri anche aspri tra papato e impero, che vent'anni dopo erano tutt'altro che sopiti. Tra le altre cose, nei canoni del Quinisesto si cominciava a sentire una certa diffidenza orientale nei confronti delle immagini, che i romani non capivano: si proibiva ad esempio di raffigurare Gesù come agnello, il che in realtà stimolava gli artisti a rappresentazione più realistiche e meno simboliche, ma a Roma all'agnello di Dio erano affezionati. Nell'occasione, comunque, Gregorio dovette dare sfoggio di doti diplomatiche che dovettero essere apprezzate, dal momento che fu eletto papa già all'indomani della morte di Costantino. Il giorno prima non era nemmeno sacerdote, ma appena un suddiacono. Se però a Bisanzio credevano di avere trovato una pedina manovrabile, il seguito della partita li avrebbe smentiti.

La scacchiera per altro era complessa come può accadere a metà di certe partite convolute. Perlomeno all'inizio Gregorio poteva avere la sensazione di distinguere i Neri dai Bianchi, i barbari (per lo più Longobardi) dai Romani – ma i pezzi erano completamente mescolati, i territori controllati dagli amici sparsi lungo i porti e collegati via terra da sentieri sempre meno controllabili; i nemici, sparsi nei territori interni, apparentemente inarrestabili ma a veder bene bloccati da faide interne che li stavano già dividendo. Gregorio intuiva che la situazione poteva degenerare e che Roma aveva bisogno di nuove mura, o almeno di restaurare le vecchie: non ci riuscì del tutto, ma forse si conquistò la fiducia degli abitanti, che l'avrebbero poi difeso meglio dei mattoni. La prima crisi arrivò nel 718, quando il duca longobardo di Benevento, Romualdo, riuscì a impadronirsi di alcune città bizantine, tra cui la rocca di Cuma. Gregorio di Cuma aveva bisogno; probabilmente rappresentava una proprietà fondiaria che la Curia non si poteva permettere di perdere; ma le autorità bizantine che avrebbero dovuto restituirgliela non erano in grado di aiutarlo granché: la stessa Costantinopoli era assediata dagli arabi: e benché le cronache attestano che Cuma fu riconquistata dal duca bizantino di Napoli, Giovanni, sappiamo anche che Gregorio per riaverla dovette corrispondere 70 libbre d'oro, non a Giovanni, ma ai  Longobardi di Benevento. Può darsi che siano vere entrambe le cose; Gregorio nell'occasione potrebbe aver capito che una vittoria militare non cambia necessariamente i rapporti di forza; che i Longobardi prima o poi sarebbero tornati e che oltre a Cuma valeva la pena di ottenere la loro amicizia.

Di lì a poco in effetti gli amici ufficiali – i bizantini – sarebbero diventati particolarmente esosi. Leone III Isaurico, dopo avere sconfitto gli assedianti arabi a prezzo di innumerevoli sacrifici, aveva infatti deciso che una parte importante di questi sacrifici li avrebbero pagati i sudditi italiani. Ne risultò una rivolta fiscale capeggiata proprio dal papa, il quale nell'occasione inventò un concetto destinato ad avere una grande fortuna: le tasse degli italici avrebbero dovuto servire a finanziare opere e servizi nel territorio italico – oggi lo chiamiamo federalismo fiscale, ed è buffo pensare che sia venuto in mente a un romano. Leone come la prese? In modo abbastanza sportivo, per la media degli imperatori bizantini. Scrisse ai più importanti funzionari – l'esarca di Ravenna, il duca di Roma, e altri – chiedendo se per caso non si trovava un modo di ucciderlo. La congiura fallì miseramente: gli esecutori materiali furono condannati a morte, il duca – che di Roma era il comandante militare – si diede alla fuga. Quando l'esarca, qualche anno più tardi, tentò di inviare a Roma un nuovo duca a destituire Gregorio, la sconfitta bizantina fu ancora più pesante, perché per l'occasione la città fu difesa non solo dai suoi abitanti, ma dagli stessi Longobardi di Spoleto e di altri ducati. Gregorio si era sostanzialmente reso indipendente dai bizantini, forse più di quanto lo desiderasse perché in coscienza continuava a considerare Roma come una parte dell'impero, e Leone come il suo legittimo imperatore. 

Leone dal canto suo però non faceva molto per venirgli incontro, anzi. Nel 726 emise i primi editti iconoclastici, che vietavano il culto delle immagini. Una frattura importante con la cultura cristiana del tempo, che è stata lungamente interpretata: Leone probabilmente intendeva ribadire il primato della sua figura, e magari impadronirsi delle ricchezze dei santuari che avevano prosperato grazie alla popolarità di questa o quell'icona; ma l'iconoclastia veniva anche incontro alla sensibilità dei sudditi arabi ed ebrei che Leone aveva obbligato per legge a convertirsi, se non nel cuore, almeno nelle apparenze. In Italia, di nuovo, la situazione era molto diversa, e l'iconoclastia dette un colpo fatale a un'autorità già molto labile. A Ravenna l'esarca fu linciato; a Roma una seconda congiura ducale contro il papa si risolse con la messa a morte di tutti i congiurati, duca incluso. Nel frattempo alcune città, come Sutri, si devolvevano liberamente ai Longobardi, che da barbari senzadio erano diventati, all'improvviso, i difensori delle immagini sacre. Non è chiaro quanto pesò l'autorità di Gregorio in questa rivolta che contagiò rapidamente tutti i domini bizantini della penisola; di sicuro si oppose con veemenza alle misure iconoclastiche, denunciandole apertamente come eretiche. Ma quando gli insorti cominciarono a parlare di eleggere un nuovo imperatore e di mandarlo in testa a un esercito a Costantinopoli, fece capire che no, non era il caso. Si dice che temesse i Longobardi, ma coi Longobardi Gregorio continuava a discutere, e ormai doveva trovarli più ragionevoli dei Bizantini; tanto che nel 729 riuscì a ottenere da re Liutprando la restituzione di Sutri. 

L'atto è noto come "donazione di Sutri", ed è un momento fondamentale per la storia dello Stato Pontificio, perché Sutri non viene restituita all'impero Romano, ma donata "al patrimonio degli apostoli Pietro e Paolo". Forse per la prima volta veniva messo nero su bianco che un territorio non apparteneva a un imperatore, ma alla Chiesa. Con la sua generosità, Liutprando dimostrava di aver capito quanto fosse utile avere Gregorio dalla sua parte. Era il re della Longobardia settentrionale (maior): il suo obiettivo non era qualche castello nel Lazio, ma il controllo della Langobardia minor: dei ducati centromeridionali, Spoleto e Benevento, fino a quel momento i più fedeli alleati del papa. Il papa da parte sua si trovava a sventare l'ennesima congiura bizantina nei suoi confronti, stavolta ordita dall'eunuco Eutichio che a quanto pare era stato nominato duca di Napoli con la missione prioritaria di farlo fuori. Siccome anche stavolta l'attentato andò a monte, Eutichio provò con la diplomazia, proponendo a Liutprando di puntare su Spoleto e Benevento; l'imperatore, prometteva, avrebbe riconosciuto la sua sovranità su quei territori. In cambio però Liutprando doveva passare da Roma e deporre quel papa riottoso. Liutprando non declinò la proposta: ma invece di scendere subito a Roma, prese la via larga, sottomise Spoleto e Benevento e solo a quel punto si mise in strada verso la città a cui tutte le strade portano. 

In un qualche modo, Gregorio riuscì a salvarsi anche stavolta. Le cronache lo dipingono come un novello Leone Magno, che disarmato affronta un Liutprando/Attila e lo convince con la forza della persuasione cristiana. Se anche in quel caso qualche libbra d'oro cambiò proprietario, non ci è dato saperlo; fatto sta che il re longobardo visitò la tomba degli Apostoli da pellegrino e non da conquistatore, ottenendo in questo modo il riconoscimento della sua autorità regale non solo dall'imperatore ma anche dal papa. Gregorio non era stato spodestato, ma anche il suo rapporto con Costantinopoli sembrava migliorato: addirittura fu lui a inviare un esercito contro un tale Tiberio Petasio che a Monterano si era proclamato imperatore, e a inviare la testa di tale Tiberio Petasio a Costantinopoli. Da quel momento Leone III sospese ufficialmente i tentativi di ucciderlo, e anzi in un qualche modo accettò il fatto che a Roma il potere temporale fosse ormai nelle mani di un papa. Dal canto suo, Gregorio non cedette sul fronte delle icone, anzi si rifiutò di riconoscere la nomina del nuovo patriarca iconoclasta di Costantinopoli, Anastasio. È ricordato anche come il papa che permise l'evangelizzazione dei Frisoni, avendo lui autorizzato la missione (non troppo fortunata) di Bonifacio di Magonza. Morì nel 731, lasciando una città e una Chiesa un po' più sicure di come le aveva trovate. 

venerdì 6 febbraio 2026

Un poliziotto isolato non è in trappola: è la trappola


– A Torino come sapete c'è stato un corteo, la polizia ha ferito diversi manifestanti (un manifestante invece ha ferito un poliziotto), e io non ne sto parlando perché, appena comincio, mi rendo conto di scrivere le stesse cose e ne ho pudore. Ma pare che sia un problema solo mio – questo pesantissimo archivio a destra che mi ricorda come tutto sia stato già riflettuto lungamente e invano. Altri non si fanno il problema, altri non hanno nessun pudore a premere un tasto – quei bei tasti sulle tastiere di una volta, ricordate? Sarà un F6 o un F7 – che evochi immediatamente le Bierre, Vallegiulia e Pasolini. Paragoni che erano insensati, stucchevoli e sballati venticinque anni fa – non sto esagerando, l'archivio non perdona: ventitré anni fa. E io dovrei vergognarmi perché mi viene in mente invece Genova 2001, e le due o tre cose che mi pare di aver capito allora? In mezzo ai dinosauri, anche il mammut può sentirsi giovanile.

Quando parlate delle BR, ma di cosa (cazzo) parlate? Cosa c'entravano le BR coi centri sociali? Nulla, ci stanno come minimo vent'anni di distanza. Le BR erano lo spauracchio quando eravate bambini? Ok, ma non lo siete più da un pezzo, non potevate studiare un po'? Lo studio anche a questo serve, a levarvi le paure. State continuando a usare i teoremi del nonno, quelli che non hanno mai dimostrato di funzionare nemmeno su un piano euclideo. Credete che nelle scuole e nelle università si annidino i cattivi maestri: non fu così per le BR, non era così nel 2001, non è così nemmeno oggi – fino a prova contraria. Pensate che una piazza aggressiva (una piazza che non si rassegni a prenderle soltanto) porti inevitabilmente alle BR: se fosse andata davvero così, perché dopo Genova nessuno si è dato al brigatismo? Proprio nessuno! Avete vent'anni a disposizione per capire quanto avete torto, perché non imparate niente mai? È sconfortante. 

– Bisognerebbe invece sforzarsi di notare che tutto cambia, e quasi mai in meglio; che anche situazioni che sono riuscite a mantenersi in equilibrio per venti, trent'anni, potrebbero però essere cambiate ogni volta in modo impercettibile, finché un giorno l'equilibrio non regge più. A me dispiace che Askatasuna sia stato sgomberato; sono sicuro che sia stato un luogo importante e formativo per molti torinesi – detto questo, se continuate a ragionare come vent'anni fa, il minimo che possa succedere è che qualcuno vi aspetti esattamente dove vi facevate intrappolare anche vent'anni fa: se siete prevedibili, qualcuno potrebbe pensare di sfruttare la cosa. Forse a qualcuno fate comodo così, fatevi venire il dubbio ogni tanto. Riporto un pezzo di comunicato:

Al termine della manifestazione, una parte del corteo ha deciso di proseguire in corso Regio Parco e un’altra parte, numericamente significativa, ha deviato in Corso Regina per avvicinarsi allo stabile di Askatasuna, oggi murato e devastato al suo interno dai vari distruttori in divisa. In corso Regina, l’apparato repressivo messo in campo dal governo Meloni e dal ministro Piantedosi ha risposto subito alla deviazione con una forza sproporzionata, scaricando centinaia di lacrimogeni sullo spezzone. Questa gestione muscolare, coerente con quanto visto nei giorni precedenti (quasi 800 fermi e identificazioni, intimidazioni, minacce), è stata però colta di sorpresa. Non si aspettavano che lo spezzone colpito reggesse l’urto, resistesse, avanzasse metro dopo metro, senza panico né tentennamenti con l’obiettivo di avvicinarsi a uno stabile che è stato strappato come uno scalpo dal governo per cancellare un pezzo di quella storia partigiana che ha caratterizzato da sempre Torino e che mai gli andata giù.  

Allora: questa roba è giocare alla guerra, e non funziona. Forse per vent'anni avete pensato che funzionasse, ma era un'illusione. Ve lo facevano fare soltanto nella misura in cui gli era comodo mostrare poliziotti feriti e qualche carrozzeria ammaccata. Non è un pezzo di storia partigiana, è una liturgia e voi non siete i sacerdoti; ogni tanto qualcuno di voi sarà l'agnello. 

– Penso a quello che succede in Minnesota: anche lì non è i manifestanti ogni tanto non perdano la pazienza – anche ad Alex Pretti qualche giorno prima era saltata – eppure lì è molto chiaro che l'ICE mena e i manifestanti le prendono. Per quanto sia inevitabile che qualcuno resista alle cariche, bisognerebbe fare questo sforzo di capire che il messaggio che deve passare è che i poliziotti le danno e i manifestanti le prendono, e non viceversa. Dare un martelletto in testa a un poliziotto significa dare una medaglia al poliziotto, qualcuno ancora non l'ha capito? Inoltre: se vedi un poliziotto isolato, non è in trappola lui; lui è la trappola.

– Se fai esattamente quello che la polizia vuole che tu faccia, tu in pratica stai prendendo ordini dalla polizia: accetta la cosa. Hai un bel da negare che esistano infiltrati: l'infiltrato sei tu, per forza stai negando. 

– Ogni tanto, l'ho spiegato, mi fisso su un relitto alla deriva, ad es. Parenzo. Parenzo a poche ore dagli scontri stava già chiedendo a qualcuno di dissociarsi. 

Poche ore prima aveva spiegato ai suoi follower che sì, effettivamente la cifra di 70000 morti palestinesi nella Striscia di Gaza, fornita dalle autorità di Gaza (e mai smentita da quelle israeliane), la cifra più volte denunciata come propaganda antisemita... e recentemente confermata da fonti anonime dell'IDF, non costituisce un genocidio, perché? Perché "Israele ha stimato" che tra quei 70000 c'erano più di 20000 terroristi, il che (secondo Israele) sarebbe un'ottima proporzione: non è genocidio se per ogni nemico uccidi un civile o un civile e mezzo.

È una logica aberrante che solo Israele ha il coraggio di reclamare – ma anche di questo si è già parlato: rimane da annotare la coincidenza. David Parenzo, che ci chiede di dissociarsi dal terribile fatto che un poliziotto ha passato qualche ora in un pronto soccorso, sta rivendicando il massacro di 70000 palestinesi, sta spiegando che è un massacro giusto, migliore di altri massacri commessi negli ultimi anni da eserciti meno morali di Israele. 

domenica 1 febbraio 2026

Gaza, l'elefante della Memoria


Onorevole Liliana Segre, 

le scrivo per ringraziarla delle parole che ha scelto di usare nel suo discorso al Quirinale, in occasione del Giorno delle Memoria, e per confessarle una perplessità.

Sono un insegnante che ha più o meno cominciato a lavorare quando il Giorno fu istituito, e condividendone profondamente le finalità non ho smesso di domandarmi quale fosse la chiave, la strategia migliore per far riflettere gli studenti sul fatto che "questo è stato". Anche se prima o poi, in 25 anni, fossi arrivato a delle conclusioni soddisfacenti, c'è da dire che i ragazzi cambiano, perciò nulla può essere dato per scontato. Nel frattempo il Giorno viveva una sua storia parallela sugli organi di informazione, che ogni anno sentivano la necessità di dedicarvi un po' di tempo e spazio. Rispetto a noi insegnanti tuttavia i giornalisti hanno questo problema, che non cambiano il loro pubblico da un anno all'altro; i loro lettori sono più o meno gli stessi e non sopporterebbero – come i nostri studenti – di farsi raccontare tutti gli anni le stesse cose. Occorre aggiungere qualcosa, è il medium che lo richiede: e in nove casi su dieci quel qualcosa è una polemica. Anche quando nessuno ne vedesse la necessità (che polemica si può imbastire sulla commemorazione della Shoah?), il giornalista comunque ne ha bisogno. Abbiamo quindi cominciato a leggere molto presto pensosi editoriali su quanto il Giorno della Memoria fosse diventato una commemorazione stanca, meccanica, ecc , insomma che col tempo vada incontro a forme di ritualizzazione che in effetti sono prevedibili e inevitabili; così come in effetti è possibile che a uno studente capiti di leggere più volte la stessa pagina, o guardare lo stesso film: ma nel frattempo stanno crescendo, e anche tornare agli stessi contenuti ha un valore formativo. 

Inoltre, siccome dopo un po' anche parlare di "stanchezza" è stancante (per fare un esempio, De Bortoli ne scrive da almeno 15 anni), i giornalisti hanno scoperto un'altra opzione: collegare il Giorno della Memoria all'attualità, che purtroppo non è mai avara di eventi tragici (anche se mai così tragici); e siccome quasi sempre questi collegamenti risultano inopportuni e fuorvianti, più spesso il giornalista decide di lamentarsi che qualcun altro li stia facendo; e quasi sempre quel qualcuno siamo noi insegnanti. Per fare un altro esempio, al Foglio da qualche anno in qua "boicottano" il Giorno della Memoria, nel senso che si danno il cambio a scrivere un editoriale sdegnato sul fatto che qualcuno osi parlare, durante il Giorno della Memoria, di altre questioni da loro non autorizzate: l'anno scorso fu Pierluigi Battista, quest'anno David Parenzo ma insomma i contenuti sono molto simili e battono sullo stesso tasto: come osiamo noi insegnanti paragonare Gaza alla Shoah? In entrambi i casi si dà infatti per scontato che noi insegnanti lo facciamo; addirittura Parenzo esordisce annunciando che le iniziative scolastiche che accostano Gaza al Giorno si stiano "moltiplicando", lasciandoci la curiosità di capire come abbia fatto ad accorgersene (setaccia i siti scolastici di tutta la penisola? o avrà un paio di contatti coi soliti licei di Milano o Roma?) e addirittura a notarne la moltiplicazione.

Per quanto mi riguarda, il 27 gennaio io preferisco parlare di Shoah e basta – magari bastasse un giorno solo per un evento tanto tragico e complesso. Non perché non trovi giusto collegarlo ad altri fatti storici, ma perché i collegamenti dovrebbero farli i ragazzi, coi loro tempi, e dopo aver approfondito un minimo gli argomenti da collegare. E confesso che dopo aver guardato per l'ennesima volta qualche scena di Schindler's List (dite quel che volete, con gli adolescenti continua ad avere l'impatto migliore) mi veniva in mente più il Minnesota che Gaza; semplicemente perché gli ultimi rastrellamenti ed eccidi che abbiamo visto sui social sono avvenuti lì. Se invece dopo un po' mi rimetto a pensare a Gaza, forse è proprio perché continuo a leggere voci più e meno autorevoli che insistono sul fatto che non ne dovrei parlare – e non ne sto nemmeno parlando! – ma loro insistono, forse non si ricordano di quel vecchio libro titolato Non pensare all'elefante

A questo punto, onorevole, noi insegnanti ci troviamo tra due fuochi: noiosi se continuiamo a parlare del passato, irrispettosi se ogni tanto proviamo a istituire confronti con presente (confronti che poi sono quelli che di solito chiediamo ai nostri studenti). Il resto dell'anno la cosa non presenta nessun problema: si può per esempio confrontare la schiavitù degli antichi con le condizioni di lavoro nel Terzo Mondo, si può riflettere sugli imperialismi del passato e su quelli contemporanei. Soltanto un giorno all'anno la cosa crea difficoltà e, ho la sensazione, soltanto un determinato accostamento, che da anni siamo ammoniti a non fare, con messaggi sempre più perentori: Gaza e la Shoah. Ecco, non saprei dirlo con maggiore chiarezza: Gaza è diventato l'elefante della Giornata della Memoria. Più ci viene chiesto di non pensarci, più è difficile evitarlo, così come diventa impossibile aggirare la domanda: perché proprio di Gaza non si dovrebbe parlare?

È in questa situazione, onorevole, che il suo discorso al Quirinale mi ha raggiunto come una ventata di aria fresca. "Si può parlare di Gaza nel Giorno della Memoria?", si è chiesta? E si è risposta:

"Certamente se ne può parlare... Il valore universale degli insegnamenti che derivano dalla Shoah ci porta a riflettere sempre sulle tragedie e i crimini che ancora dilagano nel mondo. Si può, si deve parlare di Gaza, di Iran di Ucraina, di Venezuela e di Sudan, e di tutto ciò che offende la dignità e chiama in causa la nostra responsabilità di cittadini di un mondo globale".

Non posso che ringraziarla per le parole, che fin qui sottoscrivo pienamente, ma le devo confessare la mia perplessità per quel che segue:

"Il problema è un altro: non si può usare Gaza contro il Giorno della Memoria. Tentare di oscurare o alimentare o lasciar correre ossessivi tentativi di banalizzazione di distorsione e di inversione della Shoah; non si può accettare che diventi occasione di una vendetta sulle vittime di allora".

Ecco, dunque: preso atto che banalizzare e distorcere è sempre sbagliato (ma è quasi inevitabile: cercheremo per quanto possiamo di banalizzare e distorcere il meno possibile), quello che non riesco a capire è la questione dell'"inversione", che sta invece diventando il punto cruciale. In Israele e negli USA "Holocaust Inversion" è ormai una frase fatta, e la stessa Francesca Albanese è stata ostracizzata precisamente con questa accusa. Non solo, ma il concetto di "Holocaust Inversion" è contenuto in uno dei punti della definizione di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA), che è il testo di riferimento del Ddl Romeo: là dove si ammonisce a non "fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti". E dunque, se mi è lecito interpretare le sue parole: certo che si può parlare del massacro di Gaza nel giorno in cui si ricorda la Shoah: ma non si può assolutamente suggerire che gli israeliani di oggi si stiano comportando come i nazisti di allora. Ciò equivale a "inversione", e l'"inversione" è sbagliata. Non è che la cosa non abbia un senso – è evidente che ci siano differenze sensibili tra quello che successe allora e quanto sta succedendo oggi, però ecco, non riesco davvero a immaginare come potrei concretamente parlare di Gaza, in classe, durante una Giornata della Memoria, senza impedire che siano gli studenti stessi a notare, oltre alle differenze tra Shoah e Gaza, le similarità. Se non riesco io, a non pensare all'elefante, come posso chiedere di non pensarci ai miei ragazzi? Può darsi che un paragone simile, onorevole, non sia insufflato in loro da dieci, cento, mille educatori sediziosi; può darsi che semplicemente sorga spontaneo dal modo in cui si presentano i fatti: e una prova di questo potrebbe essere proprio il fatto che tanti sentano ancora la necessità di avvertirmi che no, non dovrei pensare a Gaza. Non solo io non posso impedirmi di farlo, ma evidentemente anche loro non ci riescono. 

Né mi posso immaginare appostato a un metaforico cancello, mentre spiego ai miei studenti quali paragoni sono buoni e giusti e quali no – onorevole, in franchezza, questa ha tutta un'aria di una trappola; e siccome non mi posso permettere di cascarci, il 27 continuerò a parlare di Shoah e soltanto di Shoah. Magari bastasse un giorno. E di giorni di scuola, comunque, ne ho duecento. 

Distinti saluti

un insegnante

mercoledì 28 gennaio 2026

Inginocchiarsi a Israele, tutti. Sempre. Ringraziando.


Presidente Meloni, le scrivo perché non capisco.

Ho letto che ha definito "inaccettabile" una cosa che è successa nella Palestina occupata. Com'è possibile che qualcosa che accade laggiù sia "inaccettabile"?

Non è vero, Presidente, che laggiù sono state uccise decine di migliaia di persone, perlopiù civili: assediate, bombardate e affamate da un esercito occupante in base a un principio di ritorsione sconosciuto al diritto internazionale? Non è vero che chi assedia, chi bombarda e chi affama, è un nostro riverito alleato, e che noi accettiamo tutto quello che fa? E se accettiamo tutto quello che fa, cosa ci può essere di peggio, cosa può esserci di "inaccettabile"?

In pratica sarebbe successo questo brutto fatto: due carabinieri stavano perlustrando una zona occupata per preparare la visita ufficiale di alcuni diplomatici UE, quando hanno incontrato un cittadino israeliano. Un riservista, a quanto pare. Armato – com'è la prassi, laggiù. E questo riservista avrebbe intimato loro di inginocchiarsi. Cosa che essi hanno fatto. Credo che lo avrei fatto anch'io, nei loro panni. 

Questo episodio, senz'altro sgradevole, lei ha deciso di considerarlo "inaccettabile", e io non capisco. Cioè, capisco quanto sia sgradevole (per due membri dell'Arma, poi!) doversi inginocchiare davanti a un tizio che in teoria, se le risoluzioni Onu fossero rispettate, non avrebbe nessun motivo di essere lì, né di essere armato. Anzi ci terrei ad aggiungere che sono solidale con loro, e condivido il loro senso di umiliazione. Ma a lei che ha una ben maggiore responsabilità – e dalla sua posizione, una migliore visione delle cose – non può sfuggire che a ordinare ai due carabinieri di inginocchiarsi era un cittadino israeliano. E quindi.

E quindi se un israeliano ci dà un ordine, presidente, noi ci permettiamo di discuterlo?

Addirittura di trovarlo "inaccettabile"?

Trovo la cosa incomprensibile, se non addirittura un po' antisemita – egregia presidente, io a questo punto avevo capito che qualsiasi cosa gli israeliani ci chiedono di fare, noi dobbiamo accettarla di buon grado e senza troppe discussioni. E inginocchiarsi un po', per quanto faticoso, non è certo la cosa più umiliante che ci chiedono di fare, anzi. 

Li stiamo armando, li stiamo spalleggiando. Se a Netanyahu venisse l'uzzo di venirla a trovare, benché tecnicamente sia un ricercato internazionale (e il mandato lo ha spiccato una corte a cui abbiamo aderito) noi lo proteggeremmo. Con le nostre forze dell'ordine, polizia e carabinieri, cosa possiamo fare di più compromettente che proteggere un criminale internazionale alla luce del sole? 

Ma se accettiamo questa cosa, presidente (e lei l'ha accettata!), che vuole che sia un inchino, al confronto?

Un inchino, presidente, non è che la plastica descrizione del nostro atteggiamento: noi siamo sempre inchinati a Israele. Qualunque cosa faccia, ci deve andare bene, anche quando danneggia noi e i nostri amici, ovvero sempre: qualsiasi loro desiderio è per noi un ordine. O sbaglio?

Presidente, in questi giorni in parlamento si discutono diverse proposte di legge, tutte più o meno dettate da associazioni di amici di Israele. In queste proposte si legge, molto chiaramente, che il diritto di parola in Italia non deve essere esercitato troppo liberamente, laddove confligga col ben più incontestabile diritto di Israele di fare ciò che vuole senza essere criticato. Un'eventuale critica allo Stato di Israele sarà da qui in poi considerata un atto di antisemitismo, ovvero (anche se ancora non si può dire, ma all'idea ormai ci stiamo abituando) un reato di pensiero. Queste proposte di legge – una delle quali è stata stilata da un suo vecchio compagno di partito – si basano tutte su una definizione di antisemitismo che è stata evidentemente rimaneggiata da alcuni amici di Israele, al punto che il risultato è un testo ridicolo, un'offesa al senso comune e all'intelligenza di chi lo legge: ma non importa. Davvero, tra l'intelligenza e la fedeltà a Israele non è che si possa scegliere: la mia sensazione per lo meno è che la scelta sia già stata fatta. E quindi, presidente.

Che problema sarà mai un inchino? Certo, se uno non è allenato può fare male alle giunture. Ma noi ormai siamo allenati, perlomeno da un punto di vista morale. Israele ci ordina, noi dobbiamo ubbidire. Sempre, e celermente. Questo pezzo che le scrivo, tra qualche mese non potrò più scriverlo, o sbaglio? Sbaglio a ritenere che un pezzo del genere possa essere considerato antisemita, e in quanto tale passibile di denuncia per psicoreato? In questo pezzo è suggerito che in Italia vi siano politici che antepongono ai nostri interessi nazionali quelli dello Stato di Israele, il che è ovvio ed evidente, ma è anche una nozione che non potrà più essere messa per iscritto, in quanto affermare qualcosa del genere (anche qualora sia evidente e conclamato) rientra nella definizione ormai accettata di antisemitismo: una definizione che dovrebbe fare accapponare la pelle di ogni giurista serio e coscienzioso, ma dobbiamo ormai accettare che la coscienza, la decenza, il diritto internazionale, i diritti civili, sono tutte cose che valgono fino a un certo punto. E che questo punto lo decide Israele, in qualsiasi momento. Perché scusi, eh:

Se un giorno Netanyahu le si presentasse a Palazzo Chigi e le domandasse di inginocchiarsi, non lo farebbe?

Se le chiedesse di prostrarsi al suo cospetto – come Aman al cospetto di Ester – non lo farebbe?

Non lo ha già fatto, in fondo? E perché dovrebbe smettere di farlo?

E perché non dovremmo farlo noi, ogni volta che un israeliano ci chiede di farlo, anzi ringraziando?

Presidente, vorrei metterla al corrente di alcune mie paure. Lei è più giovane, ma credo sia stata informata di quel periodo in cui la Repubblica Italiana, pur trovandosi a far parte della Nato in una delle posizioni più avanzate sullo scacchiere europeo, rischiava a ogni elezione che la maggioranza del parlamento fosse l'espressione di partiti comunisti e socialisti più vicini all'Unione Sovietica. Un paradosso molto pericoloso: come si risolse? Eh, forse ne ha sentito parlare: scoppiarono alcune bombe, dopodiché (anche per altri motivi) il rischio si ridimensionò. Storia vecchia, e speriamo archiviata. Ultimamente però ci troviamo in questa situazione: siamo una delle nazioni europee più vicine a Israele – e lo siamo anche per la sua propensione a inginocchiarsi; e però in Italia, più che in altri Paesi, ha preso forma un movimento di protesta nei confronti del governo Netannyahu e della sua politica (lo scrivo finché posso), genocida. Un altro paradosso abbastanza pericoloso, come si risolverà?

Gli israeliani ogni tanto, nella loro illuminata superiorità, ci avvertono: c'è un forte rischio di attentati. Ovviamente non da parte loro, figuriamoci. Qualche arabo pronto a rivendicare lo si trova sempre, non costano tanto. Però davvero, il rischio c'è, e ho il sospetto che lei se ne renda conto. E con lei tanti parlamentari che davvero a questa legge anti-antisemitismo ci tengono tanto. Accusarli di far parte di una lobby è così miope – cioè, certo che fanno parte di una lobby: ma è per il nostro bene. L'alternativa l'abbiamo già vista, no? Ma a questo punto.

A questo punto le chiedo per l'ultima volta: cosa c'è di "inaccettabile" in un inchino? Forse che non ci inchiniamo tutti i giorni? Forse che non si inchina il governo? Forse che non si inchina il parlamento? E allora è inaccettabile che si inchinino i carabinieri? Proprio loro, usi a obbedir tacendo e tutto il resto? Suvvia. 

Richiami l'ambasciatore, le chieda scusa, e se fa l'offeso le offra casa sua – forse che se un israeliano reclamasse casa sua, non gliela cederebbe ringraziando? Un antisemita non lo farebbe e lei, presidente, non vuol mica passare per antisemita, no?

Grazie per l'attenzione, e salute ai suoi padroni.

lunedì 26 gennaio 2026

Un bicchiere ogni tanto fa bene (a Timoteo)

26 gennaio: San Timoteo (I secolo), collaboratore di San Paolo.

Ehi chatgpt, fammi un mosaico 
di San Timoteo con un calice di vino
nella destra e la mano sinistra sullo
stomaco.
Timoteo fu, secondo Eusebio di Cesarea, il primo vescovo di Efeso, consacrato direttamente da Paolo di Tarso; e a Efeso sarebbe stato martirizzato per essersi pubblicamente rifiutato di onorare il culto del dio Dioniso. Rispetto ad altri protovescovi evanescenti  o leggendari, Timoteo ha il grosso vantaggio di essere nominato più volte negli Atti degli Apostoli, e di comparire come destinatario di ben due lettere paoline. Considerato che Paolo prima o poi litigava con tutti, questo è sufficiente a convincerci che fosse un santo... però di lui in realtà sappiamo molto poco: potrebbe essere stata proprio la sua vicinanza all'Apostolo a dissuadere gli agiografi medievali, che con altri personaggi si scatenavano, ma che su di lui non ritengono di non dover aggiungere nemmeno un miracolo. Vale per lui quel che si può dire di quei personaggi che nei romanzi epistolari ricevono le lettere ma non rispondono (o se rispondono, l'autore non ritiene necessario inventarsele e pubblicarne); quel che per Jacopo Ortis è Lorenzo Alderani, noi alla fine che ne sappiamo di questo Lorenzo? È come una quinta impassibile che assiste muta agli sfoghi di Jacopo; il suo scopo è assistere, dopo un po' non resta che accettare che Lorenzo siamo noi. Lo stesso vale per Timoteo, sul quale Paolo riversa una sfilza non interminabile ma cospicua di consigli di vita che già in partenza danno la sensazione di essere rivolti non solo a lui, ma a tutti (perlomeno a tutti i ministri del culto), e non ci fanno intravvedere nessun carattere personale. Per cui io su San Timoteo non avrei veramente molto da dire – in realtà oggi preferirei scrivere una scheda su una di quelle leggende senza capo né coda, come quella di San Senofonte:


26 gennaio: Santi Senofonte, Maria, Arcadio e Giovanni (V secolo)

Senofonte e Maria vivono a Costantinopoli nel V secolo e hanno un sogno: avviare i due figli Arcadio e Giovanni alla più perfetta santità. Decidono quindi di metterli su una nave diretta verso una qualche scuola teologica a Beirut, ma la nave affonda e i due fratelli si perdono di vista nel naufragio. Decidono entrambi, separatamente, di entrare in due monasteri. Senofonte e Maria sono convinti di averli persi quando anni dopo intraprendono ormai anziani un pellegrinaggio nei Luoghi Santi; che sorpresa quando li trovano laggiù. Sembra il tentativo di recuperare in un'agiografia lo spunto narrativo dei fratelli separati da un naufragio – come nella Commedia degli errori di Shakespeare, che del resto si fa a Plauto il quale a sua volta attingeva da commediografi o romanzieri di epoca ellenistica – sicché avrei voluto approfondire... ma la Bibliotheca Sanctorum mi ha fatto un tiro in credibile. Alla voce "SENOFONTE, Maria e figli" (XI volume) ti dice semplicemente: vai alla voce Xenofonte. Allora tu prendi il volume XII, cerchi la X di XENOFONTE, e... non c'è. Cioè, vi rendete conto? Un rimando a vuoto nella Bibliotheca Sanctorum dell'Istituto Giovanni XIII presso la Pontificia Università Lateranense. È una cosa che addolora e avvilisce – specie quando ormai uno è da anni che è abituato a rubacchiare la BS al punto che la dà per scontata. Ci si sente traditi in questi casi, anche perché a questo punto non ho scelta, devo veramente affrontare il caso di 


26 gennaio: San Timoteo (I secolo), collaboratore di San Paolo

Come se fosse facile, collaborare con Paolo; eppure anche da un resoconto di parte come il Nuovo Testamento si evince che molti non ci sono riusciti a lungo (compreso lo stesso Pietro). Timoteo e Tito ce l'hanno fatta, e insieme al ricco Filemone sono gli unici a cui nel Nuovo Testamento Paolo scrive di persona: le altre epistole le invia a intere comunità (Colossesi, Efesini, Tessalonicesi). Ma a Tito arriva un'epistola "di Paolo apostolo a Tito", e a Timoteo addirittura due. Sono chiamate anche "lettere pastorali", perché per la prima volta contengono istruzioni di un apostolo a dei referenti locali che vengono chiamati "vescovi" o "presbiteri", e sono considerate carriere professionali: un segno che Paolo stava già cominciando a progettare una gerarchia ecclesiastica, oppure che le lettere sono state scritte più tardi, da autori che usavano il nome di Paolo per attribuirgli la responsabilità della gerarchia che nel frattempo si era formata (in altre lettere Paolo non considera la sua attività apostolica come un mestiere e rivendica il fatto di vivere di un proprio lavoro). Il dibattito è aperto: si può anche ipotizzare che Tito e Timoteo queste lettere se le siano scritte da soli. 

A rileggerle con laica diffidenza, non suonano molto autentiche. Sembrano dettate da un anziano che impartisce istruzioni e buoni consigli e non si preoccupa che siano banali. Occorre moderarsi in tutto (le donne più degli uomini, ma pure gli uomini): anche nella pietà, anche nei sacrifici. In giro c'è un sacco di gente faziosa che si perde in "genealogie inutili": inutile discutere con questi che nella lettera a Tito vengono chiamati per la prima volta "eretici". Le lettere insomma lasciano intendere l'esistenza di una struttura ecclesiastica che ai tempi di Paolo non poteva già esistere; tutto sommato però non tradiscono lo spirito paolino – in particolare quell'ambigua tensione tra attesa di un Messia che sta per tornare e profonda diffidenza per chi vuole approfittare di questa attesa per mettere in discussione lo status quo. La prima lettera di solito è quella preferita di chi vuole sottolineare la misoginia di Paolo e della Chiesa che stava fondando. In effetti il motivo per cui è ancora oggi difficile immaginare, per i cattolici, un sacerdozio femminile, sta tutto in 1 Timoteo 2,12: "Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all'uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo". Per motivare questa subordinazione, Paolo riparte dalla Genesi ("Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione"), ed è in queste pieghe che ci sembra di riconoscere un autore diverso dal Paolo degli Atti e di altre lettere, che oltre a non disdegnare le collaboratrici femminili, rielabora i precetti biblici con molta più disinvoltura. Anche il fatto che questo Pseudopaolo affermi che la donna possa essere salvata "partorendo figli" ci può lasciare perplessi; il Paolo originario viveva in una dimensione apocalittica, il secondo Avvento magari non era imminente ma comunque vicino; metter su famiglia non così indispensabile. Il "Paolo" che scrive a Timoteo invece ha già la preoccupazioni tipiche di chi sa che la sua comunità dovrà durare per qualche generazione, e quel tipo di esperienza che i capi delle comunità non improvvisano; Timoteo per esempio deve stare molto attento a iscrivere nel "registro delle vedove" (una lista di signore che presumibilmente accedevano a un fondo pensione) soltanto quelle dai sessant'anni in su; delle altre lo Pseudopaolo non si fida: perché non si risposano? Fanno ancora in tempo, invece di restare in giro a spacciare e nutrire pettegolezzi ("trovandosi senza far niente, imparano a girare qua e là per le case e sono non soltanto oziose, ma pettegole e curiose, parlando di ciò che non conviene"). In questo e in altri passi, più che dar voce ai propri pregiudizi lo Pseudopaolo sembra temere quelli degli altri: cosa penserà la gente se accettiamo tra noi una vedovella che poi magari ci coinvolge in uno scandalo? 

Un'altra cosa abbastanza importante che dobbiamo alla prima lettera a Timoteo è il permesso, anzi l'incoraggiamento a bere un po' di vino – certo, non è l'unico passo del Nuovo Testamento in cui Gesù e apostoli ne bevono, a partire dalle nozze di Cana. Ed è soprattutto grazie a Paolo che il vino ha assunto una posizione centrale nel rito cristiano; è nella prima lettera ai Corinti che viene descritta la liturgia eucaristica come si celebra a tutt'oggi, con la transustanziazione del sangue di Cristo nel vino, (bevetene tutti, questo è il mio sangue). Paolo del resto è il più acerrimo nemico dei divieti alimentari, e lo ribadisce anche a Timoteo ("tutto ciò che è stato creato da Dio è buono e nulla è da scartarsi"). La prima lettera però è l'unico testo (pseudo)paolino che sembra stato rimaneggiato da un consorzio di vinicoltori decisi a difendere il loro prodotto da qualsiasi critica: in effetti fino a un certo punto l'autore non sembra affatto così incline al consumo di alcolici. In ben due passi insiste sul fatto che i ministri della fede non devono essere "dediti al vino" (πάροινον). Ora, la differenza tra bersi un calice ogni tanto (anche a scopo liturgico) ed essere "dediti" all'alcool era chiara anche allora, ma forse a qualcuno non bastava, perché a un certo punto – in modo abbastanza improvviso e imprevisto – lo Pseudopaolo si scopre preoccupato per la salute di Timoteo e gli ordina di bersi regolarmente un bicchiere, ché fa bene allo stomaco. "Smetti di bere soltanto acqua, ma fa uso di un po' di vino a causa dello stomaco e delle tue frequenti indisposizioni". È il versetto 5,23 – grazie al quale San Timoteo è invocato da chi soffre di dolori di stomaco, come protettore del medesimo – ma se tutta la lettera dà la sensazione di essere stata inventata, questo versetto la dà ancora di più. Quando riceve queste parole, Timoteo è ancora giovane ("Nessuno disprezzi la tua giovane età", gli aveva scritto poco prima); da nessun'altra parte si accenna a queste "frequenti indisposizioni" o ad altri aspetti della sua salute fisica. La stessa raccomandazione a bere vino si trova incuneata tra altre che riguardano la purezza morale e l'importanza delle opere di bene: insomma ha tutta l'aria dell'aggiunta posticcia. Possiamo fantasticare su questo (pseudo)Timoteo che dopo aver ricevuto la lettera di un superiore, spaventato da quel ("πάροινον") che qualche suo fedele avrebbe potuto interpretare come una critica alle sue abitudini alcoliche, decide di interpolare la lettera con un versetto che le giustifichi; ma in generale il versetto 5,23 mi sembra il più grande successo della lobby vinicola nella sua lotta contro l'evidenza; un successo che è dovuto a quel sano principio che ogni pubblicitario conosce: battere sempre sullo stesso tasto. Un bicchiere al giorno fa bene, lo dicono oggi in tv e lo dicevano anche nel primo secolo dC. Riuscivano a infilare lo slogan persino nel Nuovo Testamento – dev'essere stato più difficile che conquistare i talk notturni della Rai. Resta da stabilire se il vino ha avuto tanto successo perché i cristiani lo bevevano, o se il cristianesimo abbia avuto tanto successo perché è la religione che più lo ha integrato nella liturgia e nella dieta. Forse non lo sapremo mai; né servirà berci sopra. Buon San Timoteo, e bevete con moderazione.

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