venerdì 3 aprile 2020

Prof volevo dirle

Prof volevo dirle

Sì,

metto in ordine un po' di idee e poi comincio, va bene?

No non si preoccupi stavolta sarò breve

giuro

Ci metto sopra una citazione magari Vaghe stelle dell'orsa, una cosa così.

Ma poi non riesco a iniziare lo stesso.

È sempre stato terribile, iniziare.

Prof volevo dirle che le cose che non sono molto soddisfatto di come sono andate le cose, che credo di avere fatto degli errori. Però li ho fatti io, eh? Lei non c'entra niente. Certo, a volte mi è capitato di pensare: se fosse stata un po' meno brava. Appena un po' meno brava. Magari mi sarei iscritto a boh, a giurisprudenza. Poi da cosa nasce cosa, tre o quattro anni a sgobbare sui codici e adesso sarei un tizio che indaga sui camorristi, va' a sapere (oppure sarei uno che i camorristi li difende, davvero, va' a sapere).

Prof volevo dire avrà saputo

che invece mi sono ritrovato a fare il suo mestiere (si fa per dire), e non sono sicuro, ma credo che sia successo appena dopo averla incontrata l'ultima volta, ed è un caso, o forse no, perché prof volevo dirle che mi vergogno, davvero mi vergogno di non averla più vista da un certo punto in poi, e che lei fa parte di un gruppo di persone che rivedere mi costava sempre più fatica, un gruppo di persone da cui ho cercato non del tutto consciamente di allontanarmi. Se ora ci fosse ancora, se potesse leggermi, scuoterebbe la testa ma questo non significa che non ci sia una differenza sensibile, io almeno la sento tutti giorni, tra quello che vedevate in me e quello che sono diventato, e questa cosa mi pesa più di altre pietre teoricamente più gravose che mi porto al collo. Sento che vi ho tradito, che non mi sono impegnato abbastanza, che ho fatto un decimo di quello che potevo che dovevo fare e questo a un certo punto mi ha reso sempre più difficile incontrarvi; e inoltre odio scrivere i biglietti, prof lo sa.

Ma prof volevo dirle
che ora siamo bloccati in casa tutto il giorno, che scusa perfetta per non incontrare più nessuno. C'è anche questa legge che impone oggi i sepolcri fuori dei guardi pietosi, e il nome ai morti contende, ma se vogliamo proprio dirla tutta io i cimiteri a un certo punto ho iniziato a evitarli, pensi che abito a duecento metri da un cimitero e non ci sono entrato in quindici anni, da ragazzino non ero così ma non volevo dirle questo, volevo dirle

che una volta in quarta non volevo venire interrogato e siccome non mi veniva una crisi allergica me mi arrangiai da me. Mi feci sanguinare il naso per mezz'ora, non mi ci vuole niente sa? le risparmio i dettagli. Anche adesso mi capita in classe e vado avanti a spiegare la grammatica, col naso tappato in un kleenex, ecco se vuole questo prof è il mio contrappasso. Prof volevo dirle che tra le tante cose che mi sono rimaste,

"straniante" è una parola che userei ogni dieci minuti. Ma lo so da sempre – cioè lo so dal 1991 – e quindi mi cautelo coi sinonimi, ad es. "dissonante", o "stonato", o "inquietante", lo so lo so che non è la stessa cosa. Ma prof volevo dirle che non c'è un testo o un microtesto in cui io non mi metta a trovare i dettagli stranianti, le note stonate, continuo a fare così, non ci posso fare niente, è come se fossi nato così. Poi lo so che a volte i ragazzini crescendo confondono tutto, dimenticano cento lezioni e ne ricordano una di dieci minuti che nella loro testa diventa un corso biennale, però prof davvero, per lei era tutto così straniante e non c'era una riga apparentemente banale che non nascondesse quel dettaglio straniante a fissarla bene e io continuo a fare questa cosa, anche se prof io non la sto facendo così bene, per esempio

secondo lei quando Leopardi ripete "O natura o natura", non lo trova straniante? La prima volta passi, ma la seconda volta insomma come si permette di ripetersi così, nel 1828 non ci si ripeteva così, è come un gesso che si spezza sulla lavagna, io almeno così la spiego in classe, è come se volesse strapparti la poesia mentre la leggi, ehi, fin qui abbiamo scherzato ehi, natura, ma che cazzo fai ma come ti permetti, non si fa così. Non si fa così. Ti aspettavi che facessi il mio numero, il mio pianto per la fanciulla da chiuso morbo combattuta e vinta? eh no vaffanculo la poesia finisce qui io non te la do vinta o natura, vabbe', forse proietto, forse vedo straniamenti ovunque, mi hanno insegnato così ma l'allievo esagera sempre, l'allievo mediocre intendo.

Prof lo sa che ho fatto un anno di latino senza comprare il libro, e adesso a volte mi viene in mente una cosa di Plauto e ah no è vero, me lo facevo sempre prestare dal compagno, che cialtrone che ero come avete potuto sopportarmi

e parte della mia vergogna è che ho scelto di fare il suo mestiere senza essere così bravo, avrei potuto prendere altre vie ma ho scelto di farlo, e forse l'ho proprio scelto perché così posso tornare ogni anno sugli autori più scontati del mondo, ogni anno di nuovo Dante, di nuovo Petrarca – provo anche a portare Ariosto, lo so che non dovrei, e anche Foscolo non so perché m'impunto, cioè lo so ma è un errore. A gente di tredici anni che non glielo posso dire prof che errori fanno davvero, non glielo posso dire, a gente di tredici anni somministro Leopardi, e Verga, e ho sempre questo sospetto di farlo più per me che per loro, con tutti i draghi e i maghi che ci sono in libreria, ma cosa vado a rileggere la Vergin Cuccia e La Roba ma perché, ma chi mi credo di essere davvero. Prof volevo dirle

che tra le varie cose che mi sono successe a un certo punto mi è scattato questo meccanismo per cui ora detesto le ombre dei cipressi e le urne; che fosse per me i miei morti di famiglia non dico i fiori freschi, ma non si leggerebbe il nome dalle ragnatele, non vado neanche volentieri ai funerali. Forse avrei perso anche il suo, sarei stato così stronzo? Non lo sapremo mai.

che non credo di essere sopravvissuto all'elaborato di quinta sulle Ricordanze, dentro di me sono ancora prigioniero di quelle bozze, lo so che se lei ci fosse non si ricorderebbe di cosa sto parlando ma neanche la tesi di dottorato mi ha fatto sudare di più. E volevo anche dirle

che sono un maledetto egotico che prende i lutti a pretesto per parlare di sé stesso, e lo so, ma è anche vero che gli insegnanti migliori sono come degli specchi che ti mostrano quello che eri e che sei e che diventerai e a parte questo a volte non ti mostrano tantissimo, io forse non volevo nemmeno vedere altro, m'imbarazzava volerle bene. Anche adesso i miei studenti migliori, quando credono di vedere in me qualcosa, io ho sempre quella sensazione che li sto fregando, che tutto quello che imparano lo imparerebbero anche da soli, forse meglio da soli (o comunque con un insegnante migliore). Volevo dirle

che non sono soddisfatto di come sono andate le cose, ma non per me, dentro di me c'è come un meccanismo che scatta quando il dolore è troppo, devo averlo elaborato in seguito a circostanze così dolorose che non me le ricordo. Così vado a letto contento, magari ci vado alle quattro di mattina ma non credo di avere rimpianti. Devo solo tenermi nascosto da quelle quattro o cinque persone che credevano in me, che si aspettavano da me qualcosa di più, e una di quelle persone era indubbiamente lei, ma non è colpa sua – certo se fosse stata un po' meno brava. Appena un po' meno.

Volevo dirle prof, che io non corro questo rischio e lo so per certo – in questi giorni con la didattica a distanza mi è capitato di dover registrarmi, e risentirmi, e cancellare i balbettii, e tutte quelle incertezze infinite insopportabili che sulle pagine dei temi erano freghi e scarabocchi, prof volevo dirle che mi dispiace per tutti quei freghi e scarabocchi e incertezze e per averle fatto aspettare a volte anche quaranta minuti, dopo la sesta campana, io non capisco davvero perché non se ne andava, cioè che cazzo avevo ancora da ricopiare dopo quattro ore chi mi credevo di essere, Hemingway, Flaubert, perché non mi strappava il foglio protocollo dalle mani o anzi me lo lasciava lì, vattene a floberteggiare alla stazione autocorriere. E invece no lei era sempre tranquilla – io almeno la ricordo sempre tranquilla, ecco, questo avrei voluto imparare da lei, e si leggeva questi paragrafi barocchi tremendi ricopiati all'ultimo momento, con quella calligrafia scema, mi vergogno così tanto, però volevo dirle

che passo gli anni, abbandonato, occulto, senz’amor, senza vita; ed aspro a forza tra lo stuol de’ malevoli divengo?

Ma no.
Volevo dirle che non sono soddisfatto di me, ma questo non toglie che io sia stato un ragazzo straordinariamente fortunato, che ha avuto il privilegio, diciamo pure l'incredibile botta di culo di infilare una mezza dozzina di insegnanti fantastici, tra cui lei era la migliore – ovviamente lei adesso penserebbe che a turno questa cosa la dirò a tutti ma non andrà così, lei era la migliore e mi sembra di portarla dentro di me in ogni cosa che leggo e che scrivo. Volevo dirle che non c'è nulla che mi ripaga più di fare una buona lezione, dove per buona si intende 0,3 della scala Marchiò, a volte 0,5, più spesso 0,1. E adesso tutto questo lo rileggerò e lo ricopierò in bella tanto ormai ho tutto il tempo del mondo, no? Tanto lei non può più leggermi, quindi ho tutto il tempo del mondo per lamentarmi in brutta o in bella copia della mia sventura (o natura). Volevo dirle questo, ecco.

L'ho fatta lunga, lo so.
Si vede che non ce la faccio proprio, si vede che sono fatto così.
Lei sarà sempre con me.

mercoledì 1 aprile 2020

C'è vita oltre PowerPoint?

https://marketoonist.com/

"Signori, siamo tutti qui riuniti per risolvere un problema: sembra che le presentazioni in powerpoint abbiano perso il loro mordente. Ovvero, sì, la gente continua a trovarle repellenti, ma l'effetto sorpresa del tipo "aaasrgh cos'è questa roba orribile" non c'è più, c'è stata una specie di assuefazione, e insomma, qualcuno ha un'idea?"

"Io non so, la butto lì, ma... se provassimo a indurre nello spettatore un senso di nausea e vomito tra una slide e l'altra?"

"Nausea e vomito, ok, interessanti, ma come?"

"Non lo so... magari con pseudo-movimenti di camera velocissimi".

"Ma sai che è una grande idea?"

"Grazie".

"Pseudo-movimenti di camera velocissimi per indurre nausea tra una slide e l'altra. GENIO!"

"Altrettanto".

(Com'è nato Prezi, secondo me).

lunedì 30 marzo 2020

Pietà per noi 40

Pietà per noi quarantenni, che siamo a fine corsa e non l'abbiamo capito.


Non siamo progettati per capire. Siccome nessuno ci prendeva sul serio abbiamo dovuto cominciare a farlo da soli, tirandoci su dalle sabbie mobili dell'ironia come il barone di Munchausen, con risultati discutibili. Anche adesso non capisci se ci siamo o ci facciamo. Wall Street può crollare, ma non toccateci la passeggiata. Un lockdown è Stato totalitario, una vecchia dal balcone che urla "State a casa" è il panopticon. Se solo Anna Frank potesse leggere i nostri diari on line, che pianti si farebbe, che empatia.

Pietà per noi quarantenni, che non siamo mai stati maggioranza e questo a un certo punto dev'essere diventato un limite cognitivo. Ancora oggi la domanda è: ma se vado al parco da solo, che problema c'è? E se tutti si facessero la stessa domanda, lo capisci che in quel parco saremmo in cinquecento, e un problema forse ci sarebbe? Ma il quarantenne non ragiona così, non si è mai visto massa e adesso è complicato cominciare. Moltiplicare tutti i suoi tic, le sue idiosincrasie, per un milione, dieci milioni, sessanta milioni. Come si fa.

Pietà di noi quarantenni che passiamo la giornata a domandarci di chi è la colpa, a inveire contro il governo e/o contro l'opposizione, contro i cinesi e contro gli inglesi, contro chi corre e contro chi non chiude le fabbriche. L'apocalisse ce la immaginavamo meglio comunicata, meglio descritta; è chiaro che mancano le competenze e manca la visione d'insieme.

Pietà per noi cresciuti alla scuola del cinismo. È inutile che ci racconti che ora tutto cambierà, fosse anche vero è troppo tardi. Se siamo quarantenni ne avevamo venti quando due grattacieli crollarono, sì, è facile dirlo adesso, che in fin dei conti cosa vuoi che fossero due grattacieli. Dovevi esserci quel giorno, e avere vent'anni: dovevi sentirti ripetere che nulla sarebbe mai stato come prima, e poi scoprire – indovina! Che tutto restava abbastanza come prima; magari qualche guerra in più, qualche attentato in più, ma neanche tanti. Adesso che ti aspetti, è il Duemilaeventi e se abbiamo quarant'anni è quel tipo di cifra che da bambini si metteva nel titolo di un film di fantascienza.

Hai un bel da dire che questo virus sarà complicato e poi ce ne saranno altri, e dalle crisi seguiranno crisi, e l'emergenza climatica e tutto il resto. Non è che non ce l'aspettassimo, ma è tardi. Non è che non immaginassimo di dover cambiare il nostro stile di vita, ma un po' prima, non a mutuo sulla casa quasi estinto. Non è che non ci aspettassimo l'arrivo dei Tartari, ma erano schedulati verso il Duemila, al massimo Duemilaecinque: adesso abbiamo famiglia, come si fa.

Pietà di noi che non abbiamo mai avuto una battaglia vera, un nemico chiaro da combattere: stavamo qui, cercavamo di mantenere un minimo di decenza, di difendere un minimo di cose che a un certo punto erano pericolosamente simili a uno status quo che nemmeno ci favoriva, ma insomma, in linea di massima uno deve fare quel che può nel luogo dove gli è capitato di vivere, e così abbiamo fatto: e ovviamente non bastava, e questo ci sarà contato: pietà di noi.

Pietà per noi che stavolta la sfangheremo, e magari non impazziremo – finché gli uffici e le scuole non riapriranno (e alcuni erediteranno cose che non vogliono e non sanno gestire): e allora sì, ci ritroveremo soli in cabina di comando e la prossima sirena adesso lo sappiamo, che suonerà per noi.

mercoledì 25 marzo 2020

Inferno XXXIII 1-78 (lettura notturna e spudorata)

(Chiedo scusa, avrei dovuto lavorarci molto di più per renderla presentabile, ma non mi è possibile. Buon dantedì).

Diui Vdertii apotheosis

Di Uderzo potrei parlare per mesi e non escludo di farlo in un momento più tranquillo. Era il più grande. Ha regnato per un quarto di secolo in una regione impossibile, tra l'iperrealismo e la caricatura. Disegnava gli accampamenti romani più realistici e li riempiva di nanerottoli col nasone, nessuno riusciva a passare dal grottesco al classico con tanta disinvoltura.

È un tipo di arte che siamo sempre meno in grado di apprezzare, la caricatura soprattutto: non so quanto in patria si sia già attivato un movimento per definirlo un razzista, tutti i caricaturisti in un certo senso lo erano e Uderzo non si è mai tirato indietro fino alla fine: in particolare il suo ultimo Asterix trasudava di una xenofobia lungamente negata e repressa.

Bisognerà spiegare ai ragazzini che all'inizio della storia quei nasoni e quelle pance, quei distillati di un'arte grafica secolare, esprimevano sotto i costumi di scena le speranze di un'Europa del dopoguerra in cui i popoli cominciavano timidamente a presentarsi gli uni gli altri (ed erano popoli di mezza età, panciuti e sdentati, proprio come quelli usciti dal conflitto mondiale): ma forse non basterà, forse non riusciremo a farci capire, forse di Asterix rimarrà solo il guscio vuoto, come Mickey Mouse che degli anni della Depressione non conserva nemmeno più la coda. Mi dispiacerebbe però.

domenica 22 marzo 2020

Il più grande nasconditore di preti d'Inghilterra

22 marzo – Nicholas Owen (1562-1606), carpentiere, occultatore di preti

Di santi ce n'è di tutte le misure – Nicholas Owen era quello che si diceva un nanerottolo. Perlomeno le cronache ce lo consegnano così, ed è uno dei tanti dettagli della sua storia troppo perfetti per sembrare veri. Nicholas Owen di mestiere costruiva piccoli nascondigli segreti per i preti cattolici – ovvero, di mestiere faceva il carpentiere come suo padre (e come il padre di Gesù), ma quella era solo la copertura. Di giorno in effetti aveva una sua bottega da carpentiere, dove probabilmente gli capitava di sonnecchiare sulla pialla e tirare martellate a caso per far sentire all'esterno che si stava impegnando; di notte viaggiava in incognito, nome in codice Little John o Little Michael; entrava in case e palazzi e al buio e nel silenzio costruiva armadi a scomparsa, finti corridoi, inganni prospettici, passaggi segreti più a misura di nano che d'uomo, ma utili a un clero cattolico ormai passato in clandestinità. "Priest holes", li chiamavano le guardie al servizio di Sua Maestà, quando li trovavano, buchi da prete. C'è una villa nel Wostercershire che ne ha almeno undici – bisogna dire "almeno" perché gli storici non sono affatto sicuri di averli trovati tutti. Un trucco tipico di Owen era il doppio nascondiglio: ne costruiva uno relativamente facile da trovare che ne nascondeva un altro ben più complesso. Per tutti questi trucchi che salvarono la vita a dozzine di preti, Owen non chiese mai più della paga ordinaria.


Di santi ce n'è di tutti i tipi – Nicholas Owen non sembrava il più adatto a diventare il personaggio di un film d'azione. Aveva l'ernia e un cavallo rotolandogli addosso lo aveva lasciato zoppo di un piede. Almeno un paio di volte fu proprio l'apparenza prosaica a salvarlo, quando veniva arrestato perché cattolico e poi rilasciato perché considerato un pesce piccolo. Tutto il contrario di padre John Gerard, l'agente segreto dei gesuiti, che in un film del genere potrebbe essere il James Bond, o meglio ancora lo Zorro, visto che per ingannare le autorità anglicane fingeva di condurre una vita dissoluta, conciandosi da damerino e giocando d'azzardo. Gerard nel 1594 fu arrestato con Owen: il secondo fu rilasciato dietro cauzione; Gerard aveva l'aria di essere una figura molto più importante e così fu trasferito alla Torre di Londra, l'unico luogo dove era consentito usare il terribile cavalletto per torturare i detenuti. Tra un interrogatorio e l'altro, Gerard ebbe la prontezza di spirito di chiedere a un guardiano delle arance, col succo delle quali avrebbe scritto i messaggi che avrebbero consentito a una task force cattolica di liberarlo. L'architetto dell'epica fuga dalla Torre sarebbe stato proprio Nicholas Owen. La task force, insieme a Gerard (che sarebbe evaso appendendosi a una corda, malgrado i polsi slogati dalla tortura), prelevò anche il guardiano, evidentemente un po' corrotto: il che ci suggerisce che le cose potrebbero anche essere andate in modo meno epico di come lo stesso Gerard le avrebbe raccontate nella sua autobiografia. Ma ormai la sua fuga è parte integrante del folklore della Torre, è una cosa che si racconta ai bambini, non sarebbe così facile rinunciarci. Sia come sia, Padre Gerard non smise mai di onorare il piccolo carpentiere che aveva aiutato lui e i suoi colleghi. "Non credo davvero che nessuno abbia fatto più di lui, tra quelli che lavorarono nella vigna inglese".



Altri nel frattempo stavano tramando disastri – in una cantina di Londra, nel 1605, una cellula di cattolici radicalizzati stava ammucchiando barili di polvere da sparo. Constatata l'impossibilità di riconvertire la classe dirigente al cattolicesimo, l'idea era quella di farla saltare in aria, la classe dirigente: e proprio a Westminster, durante la prima seduta del parlamento. L'unico prete informato del complotto aveva ricevuto la confidenza durante una confessione, e quindi non poteva rivelarlo. L'aveva però a sua volta confessato al superiore, padre Henry Garnet. Garnet scrisse qualche lettera, anche al papa: lasciò intendere che la situazione era, come dire, esplosiva, e forse qualche pulce nell'orecchio degli inquirenti la attivò: il che non lo salvò dalla furia di questi ultimi, una volta sventata la congiura. Trovò rifugio proprio in uno dei priest holes costruiti da Nicholas Owen, in quella villa del Worcestershire in cui ce n'erano almeno undici. In uno di questi a un certo punto le guardie trovarono Nicholas Owen stesso, e la tradizione vuole che sia stato lui a palesarsi nel tentativo di distogliere l'attenzione dall'obiettivo più importante, che era padre Garnet. Ma forse qualche uccellino nel frattempo aveva cantato, insomma stavolta sapevano di aver catturato il pesce giusto.

Lo stesso Segretario di Stato, Robert Cecil, mette per iscritto un'"incredibile gioia" scatenata dalla notizia del suo arresto, "sapendo la grande abilità di Owen nel costruire nascondigli, e l'innumerevole quantità di oscure tane che ha progettato per nascondere preti in tutta l'Inghilterra". Alla fine presero anche Garnet, dopo otto giorni in cui aveva succhiato nutrimento da una fessura con una cannuccia, in un nascondiglio che Owen non aveva potuto provvedere di servizi igienici, cosicché a un certo punto chi ci stava dentro non poté fare altro che uscirne. Garnet fu giustiziato sulla pubblica piazza con l'accusa di alto tradimento, ma la procedura che prevedeva l'impiccagione, lo sventramento mentre il condannato era ancora vivo e lo squartamento non fu applicata completamente, le cronache dicono che la folla non era d'accordo e Gerard rimase appeso alla forca. A Guy Fawkes e agli altri congiurati non fu fatto lo stesso favore.

Ci santi ce n'è di predicatori, e confessori, e ogni genere di chiacchieroni: Nicholas Owen era del tipo taciturno (come il padre di Gesù). Lo rimase anche alla Torre di Londra, quando lo appesero per i polsi coi pesi alle caviglie finché non ne morì, senza dire un solo nome. Questo almeno è quello che raccontano di lui gli agiografi, e in effetti suona tutto un po' troppo perfetto per essere vero. La Storia ci insegna a diffidare: magari qualche nome alla fine sotto tortura potrebbe averlo fatto, magari qualche nascondiglio non lo aveva costruito lui. Magari Padre Gerard uscì dalla porta di servizio della Torre fischiettando mentre i guardiani contavano le ghinee della mazzetta.  Chi lo sa. Certo è notevole che in una storia tanto sanguinolenta e fetida di polvere da sparo, Owen emerga pulito come un bambino. Sembra davvero il caratterista dei film, quello di poche parole che si trova sempre sul set nel momento giusto, quando c'è da nascondere un eroe o farlo evadere. Verso la fine del film spesso viene sacrificato; è l'occasione per far scendere una lacrima e motivare una riscossa risolutiva. Che in questo caso non ci fu: dopo la Congiura delle Polveri i cattolici divennero ancor più invisi al popolo inglese. Padre Gerard riparò in continente e (su ordine dei superiori) scrisse la sua avventurosa vita ad maiorem Dei gloriam. Non gli riuscì neanche di diventare santo: al suo fido carpentiere sì, è stato canonizzato nel 1970 con altri quaranta martiri inglesi (e gallesi) delle guerre di religione.

sabato 21 marzo 2020

Il roveto di Benedetto

21 marzo - San Benedetto da Norcia (480-547), eremita, fondatore dell'ordine benedettino, patrono d'Europa

[2013]. Benedetto ogni tanto lo volevano ammazzare. Gli intossicavano il vino, gli avvelenavano il pane, a lui ovviamente bastava un segno di croce perché il bicchiere impestato si frantumasse, o un corvo venisse a far sparire il pane avvelenato. Ma chi è che voleva così male a Benedetto? Gli invidiosi, come al solito. Quelli che prima magari avevano strisciato per portarselo nel proprio monastero, per il solito fatto che un teorico della povertà integrale è sempre molto decorativo; però poi quando si rendevano conto che Benedetto non scherzava, che digiunava sul serio e voleva che anche i confratelli lo facessero, cercava un sistema per toglierlo di mezzo. Il tentativo più famoso comunque resta quello di Don Fiorenzo che, constatata l'impossibilità di avvelenare Benedetto, tentò di screditarlo mandando sette giovinette nude a ballare girotondi nel giardino del monastero. Giacché diciamocelo: chi resisterebbe a un girotondo di sette giovinette nude?

Benedetto, per esempio. Vide le giovini, provò una profonda tristezza, fece i bagagli e se ne andò. Pochi minuti dopo lo stavano già richiamando: torna pure indietro, Don Fiorenzo è morto, era sul terrazzo a guardarti partire e sghignazzava così tanto che insomma il terrazzo è crollato, eheh.

Dai, facciamo una cena elegante (È il famoso quadro in cui il Sodoma aveva dipinto le giovani nude, per precisione filologica, ma i monaci di Monte Oliveto non lo pagarono finché non le rivestì).

Qualcun altro si sarebbe inginocchiato e avrebbe reso gloria al Signore, Benedetto invece si rattristò, era pur sempre morta una persona, e redarguì il messaggero: che hai da ridere? vergognati, piuttosto, e penitenziagìsci. Resistere alle coreografie di sette donne nude è già una virtù eroica, ma non accennare nemmeno una smorfia di soddisfazione mentre apprendi che il tuo nemico è morto precipitato tra i rottami mentre ti rideva alle spalle, questo è da superman della santità, questi è Benedetto, primavera del Medioevo. Non amava che i monaci ridessero; la sua Regola tradisce una certa insofferenza per il riso. Ma tutto sommato è un testo ragionevole, poco in sintonia con l'integralismo del Benedetto leggendario, che prima di dirigere o fondare monasteri era stato a lungo un eremita solitario e poi forse, chissà, invecchiando si era di molto addolcito. L'esempio più famoso è quello del vino: il digiunatore Benedetto nella Regola lascia benissimo intendere che lui non ne berrebbe mai ("riteniamo che il vino non sia per il monaco"), ma siccome con i giovani è impossibile ragionarci, vada per un quartino al giorno, e non di più. Una dose di tutto riguardo, considerati gli standard di vita dei secoli bui. Con Benedetto i monasteri occidentali si allontanano dagli eccessi ascetici di oriente e si avviano a diventare luoghi di rifugio per artigiani e intellettuali in quei secoli senza mecenati.

Ai tempi in cui resisteva vittorioso alle sette ballerine nude, Benedetto era ormai trasceso al di là di ogni concupiscenza. Non era stato un percorso graduale o faticoso, come smettere di fumare. Da giovane aveva sperimentato la seguente terapia shock: un giorno che si era sorpreso a pensare a una ragazza vista per strada, si era gettato nudo in un roveto. La libido era cessata all’istante. Son quelle leggende che quando te le leggono da bambino, in refettorio, tu alzi il sopracciglio, mmm, la capriola nel roveto che ti fa passare per sempre la voglia di copulare, certo, certo. Ma poi il tempo passa, e quanto ne passa a inseguire persone di solito inadatte, che magari hanno solo la sfortuna di passare di lì e poi devono sopportarti per mesi, anni, e quanta fatica, per cosa poi? Diciamo la verità: trovassimo il rovo di San Benedetto, non ci getteremmo? Una capriola, un po’ di croste e poi via, tranquilli ed eunuchi per il resto dei nostri giorni. Non ci faremmo un pensiero?

No.


I funerali
Non ci pensa mai nessuno. Solo qualche maniaco, quando lo beccano, chiede la castrazione chimica, ma è comoda così. Noi proprio non ce la facciamo a spegnere il pulsante. È frustrante, è faticoso, ti porta a commettere gli errori peggiori della tua vita, e ciononostante non lo spegne nessuno. Neanche i più intelligenti sono così intelligenti. Neanche i più potenti. Faccio un nome a caso. Silvio Berlusconi. Ma cosa combinava, ma è possibile. Poteva avere tutto quello che voleva, possibile che tutto quello che voleva fosse una corte dei miracoli di sgallettate che avevano un quarto dei suoi anni? Poi la gente dice che è tutta invidia. Può anche darsi che lo sia. Voglio dire, il caso di Berlusconi mi interpella come maschio. Ogni volta che ne leggo una nuova su di lui non posso fare a meno di misurarmi, di pensare: ma se io avessi tutto quello che ha lui, se potessi fare tutto quello che può lui, sul serio mi ritroverei a settant’anni a scambiare appartamenti per pompini? Davvero potrei essere così imbecille? E per quanto la coscienza mi dica di no, perbacco, che io non sono così, non lo sono mai stato, c’è un’altra voce più profonda, dal basso scroto che mi dice Altroché che tu potresti. Siete tutti uguali. Siete maschi. Capite un cazzo. Solo quello. Quando punta, voi seguite.


Colgo l’occasione per salutare un grande re d’Israele che nel calendario non c’è, il saggio Salomone. Su di lui le Scritture si contraddicono allegramente: per parecchi capitoli non fanno che dire quant’era savio, quant’era bravo, e qui e là: ma nei fatti dopo di lui il Regno franò miseramente spezzandosi subito in due. A mo’ di spiegazione la Bibbia accenna al fatto che Salomone, dopo aver chiesto e ottenuto da Dio la saggezza, verso la fine si era un po’ rincoglionito a causa delle troppe concubine, peraltro non tutte 100% ebree. Insomma a un certo punto Dio, scandalizzato avrebbe ritirato il suo dono. Ma se dissipare tutte le energie senili in concubine fosse al contrario la cosa più saggia da fare? Se Salomone, se Berlusconi non fossero semplici vecchietti bavosi, se al contrario avessero capito tutto quello che c’è da capire?

Siamo tutti così. Se non allestiamo un condominio per le nostre concubine è soltanto perché non ce lo possiamo permettere. Io comunque non ho intenzione di invecchiare così, eh, appena trovano il roveto di San Benedetto…

“Trovato”.

“Eh?”

“Sai il roveto di cui parlavi? L’hanno trovato”.

“Ma no ma dai che stai dicendo”.

“È in farmacia”.

“Ah, bene”.

“Quindi vai?”

“Magari domani”.

“Punto la sveglia?”

“Magari tra un anno o due”.

“Google Calendar?”

“Ma cambiamo argomento, è un periodo che mi sento flaccido, stavo pensando di iscrivermi a un corso, qualcosa…”

“Pilates?”

“No pensavo una cosa un po’ più sociale, non so, tipo… la salsa e…”

“Il merengue? Sei pronto per la salsa e il merengue? Sul serio?”

“Guarda che si bruciano un sacco di calorie, e inoltre…”

“Penitenziagisci”.

giovedì 19 marzo 2020

L'ultimo patriarca, il primo papà

Lo sapevo, tutto sua madre.
19 marzo - San Giuseppe artigiano, padre putativo di Gesù (primo secolo)

[2012]. Giuseppe, dice il messale romano, è l'ultimo patriarca della Bibbia. Buffo, lui che era padre solo in senso lato. Però pensando ai suoi predecessori – Noè che ubriaco si fa ridere dietro da Cam e lo maledice; Abramo che quasi sacrifica Isacco; Isacco che benedice Giacobbe ma solo perché è travestito da figlio maggiore; Giacobbe che ha 12 figli ma sembra curarsi solo di Giuseppe e Beniamino; il profeta Samuele che quasi adotta Saul, lo unge re e poi lo tratta da mentecatto; Saul che quasi adotta Davide e poi cerca di farlo fuori... la lista potrebbe continuare, ma insomma in fondo alla sequela di tutti questi padri e patrigni arrabbiati o distratti, talvolta paranoidi, schizzati, tutte proiezioni di un Dio padre geloso e irascibile... Giuseppe sembra fin troppo tranquillo: un intruso.

In realtà non conosciamo quasi nulla di lui; anche nel suo caso molte cose che crediamo di sapere sono incrostazioni di leggende e chiose che non hanno fondamento nella lettera dei Vangeli. Per esempio ci piace raffigurarcelo come un tizio avanti negli anni ("i vecchi quando accarezzano" cantava De Andrè, "hanno paura di far troppo forte"). L'anzianità di Giuseppe è un dettaglio che diventa sempre più nitido man mano che si chiarisce, nel corso dei primi secoli, l'altro dettaglio fondamentale della verginità di Maria: immaginare il marito anziano era il modo più spiccio per allontanare il sospetto di intimità tra i due sposi.

In realtà i pochi versetti che ce ne parlano hanno dato filo da torcere a chi voleva saltare a certe conclusioni. Di Giuseppe parla soprattutto Matteo, l'evangelista più legato al mondo ebraico dove Gesù era nato e vissuto; Luca, come abbiamo visto, è più liberal, scrive subito in greco e mette donne e proletari in primo piano, il suo Giuseppe è un semplice custode di Maria: è lei che viene visitata dall'angelo, è lei che acconsente, è lei che intona il Magnificat, che medita le cose nel suo cuore, Giuseppe è una semplice scorta. Matteo tratta il marito con più considerazione: nel suo vangelo è lui a ricevere più volte istruzioni dall'angelo. Il problema è che proprio in Matteo (1,25) c'è una parolina maledetta, che anche San Girolamo a malincuore dovette tradurre con "donec", "finché": Giuseppe "non ebbe con lei rapporti coniugali finché Maria non ebbe partorito un figlio".

Non vi dico le arrampicate sugli specchi dei padri della Chiesa per dimostrare che quel finché in realtà non è quel che sembra, e che Maria restò vergine anche in seguito. Arrampicate rese ancor più disagevoli da quel che Matteo combina nel capitolo 13: mette per iscritto una lista di fratelli di Gesù, nientemeno. Hanno tutti nomi familiari. C'è da dire che a parlare è la folla, e si sa, la folla è sempre male informata. Ma comunque:
Non è questi il figlio del falegname? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda?
Anche qui si sono spesi in centinaia per dimostrare che "fratelli" non vuol dire proprio "fratelli", che al tempo di Gesù si diceva "fratelli" anche ai cugini, agli amici, ai conoscenti, come no, la Galilea era una specie di Bronx dove tutti si dicevano Hey Bro. Giusto per mettere il dito sulla piaga, anche Luca negli Atti degli Apostoli e Paolo nella Lettera ai Galati menzionano un personaggio importante della prima comunità di Gerusalemme chiamandolo Giacomo, "il fratello del Signore". Un'altra spiegazione è che i fratelli fossero in realtà fratellastri, e che Giuseppe avesse sposato Maria da vedovo. Ecco un'altra buona ragione per immaginarlo vecchietto incanutito (ma è anche un tizio che quando l'angelo gli dice in sogno: adesso prendi su con la tua sacra famigliola e ti rechi in Egitto per tot anni fino a nuovo ordine, lui lo fa; non era proprio un viaggetto di piacere da raccomandare a un pensionato).

Il versetto sopra è fondamentale anche per determinare la professione di Giuseppe: falegname. Di questo almeno siamo sicuri, o no? No, nemmeno di questo.

Intanto la parola greca (tekton) è più vaga: un tekton lavorava con materiali duri, senz’altro con il legno, ma poteva essere anche carpentiere o muratore. Persino impresario di cantiere, e in questo caso cadrebbe la tradizione di San Giuseppe artigiano e patrono dei medesimi. Ma c’è di più. Se leggiamo il versetto corrispondente in Marco (6,3), ci accorgiamo che è un po’ diverso

Non è questi il falegname, il figlio di Maria, e il fratello di Giacomo e di Iose, di Giuda e di Simone? Le sue sorelle non stanno qui da noi?
Dai che ti fai buon sangue

Qui ci sono delle sorelle, addirittura… ma notate: non c’è più il padre. Marco non parla mai del padre. C’è la parola falegname (che in realtà è tekton), e poi la parola figlio. Qui è Gesù a essere chiamato tekton: ma magari suo padre non lo era, chi lo sa? Va bene, quel che sappiamo della mobilità del lavoro nella Galilea del primo secolo ci autorizza a immaginare che Gesù abbia fatto gavetta come tekton semplicemente perché era il mestiere del patrigno. Di quest’ultimo Marco non parla forse perché nel suo breve vangelo ci tiene a sottolineare la vera, divina, paternità di Gesù, e il patrigno diventa un’inutile distrazione. Viceversa Matteo scrive per gli ebrei del suo tempo, che nel perplesso ebreo Giuseppe potevano riconoscersi. Ovviamente non ci siamo mai messi d’accordo su quale dei due vangeli sia stato scritto per primo.

Nell’ultimo episodio evangelico in cui compare Giuseppe, Gesù ha 12 anni. Dopo aver festeggiato la Pasqua a Gerusalemme, come si conviene, la Famiglia è ripartita per la Galilea. Che Gesù fino a quel momento fosse stato un figlio modello lo dimostra il fatto che papà e mamma si facciano un giorno di viaggio senza nemmeno domandarsi come mai Gesù non si faccia sentire, non si lamenti che vuole fare la pipì o comprare un pupazzetto all’autogrill. Solo verso sera si accorgono che non è più nella carovana, e questa è la Sacra Famiglia, figuriamoci quelle ordinarie. Il mattino dopo ripartono per Gerusalemme. Lo cercano per tre giorni, che sembrano un’esagerazione: alla fine lo trovano al tempio che si fa interrogare da scribi e dottori della legge e dà i punti a tutti. A quel punto parla Maria, perché l’evangelista è Luca (2,48); però parla anche per conto del padre, che in tutto il Nuovo Testamento non dice una parola. Forse è davvero un falegname e in mezzo a tutti quei dottoroni si vergogna; oppure è un padre sanguigno, di quelli che se inizia a parlare poi esplode, e Maria sta cercando di contenerlo; oppure è solo triste, come certi padri che non sanno bene come si fa, ci provano tutti i giorni ma non esistono ancora i manuali, insomma Giuseppe tace e frigge, e Maria parla per lui:

«Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io ti cercavamo, stando in gran pena». Ed egli disse loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io dovevo trovarmi nella casa del Padre mio?»
Secondo me, sbaglierò, proietterò, mio padre è un artigiano e quando mi laureai era un po’ a disagio, però secondo me in quel momento a papà, volevo dire a Giuseppe, si spezza il cuore: e poi scompare. Lasciamo stare le leggende medievali, se sia stato o no assunto in cielo, sì, d’accordo, glielo auguriamo tutti, però se restiamo alla lettera dei vangeli da lì in poi nessuno ne parla più. Solo i nemici di Gesù per screditarlo, taci tu che sei figlio del tekton. L’evangelista Marco nemmeno lo nomina. Alla fine di tutti i padri padroni della Bibbia, Giuseppe è il padre che non minaccia, che non maledice, che non disereda e non cospira, è il padre che si lascia cancellare così: dopo avere sposato una vergine, dopo averne accudito il figlio, dopo averlo nascosto in Egitto, riportato in Galilea, magari insegnato un mestiere, quando non ha avuto più nulla da dare al figlio suo, lo ha lasciato andare. L’ultimo patriarca, il primo papà.

martedì 17 marzo 2020

Di che ti vanterai, San Lalemant

17 marzo – San Gabriel Lalemant, missionario gesuita, martire in Canada (1610-1649).

"Piccolo Prete, Piccolo Prete".
"Vecchio Falco, che c'è?"
"Oggi noi moriamo".
"Oggi?"


Di che ti vanterai col tuo Signore? Anche se fossi il più forte tra gli uomini, è Lui che così ti ha creato. Del resto si fa per dire, Gabriel Lalemant: tu non sei certo il più forte degli uomini. Sei miope e hai la scoliosi. I polmoni, potessi sputarli a primavera, li vedresti spugnare sangue. Dio ti ha scelto missionario in Canada e ti ha regalato un'allergia a un parassita della corteccia degli aceri, a maggiore sua gloria. Un premolare ti pulsa impazzito, il dentista più vicino è a una settimana di marcia dal villaggio. Hai sempre freddo, hai sempre fame, in un altro secolo saresti depresso; nel diciassettesimo stai per morire.

Gli irochesi, dice Vecchio Falco. Stanno arrivando, sono in tanti. Hanno i colori di guerra ma se volessero combattere avrebbero aspettato che tornassero dalla caccia i maschi atti alle armi. Sono venuti a distruggere il villaggio, Piccolo Prete. Ammazzeranno noi vecchi, stupreranno le donne, adotteranno qualche bambino. È così che fanno gli irochesi.

"Sei ben informato sui loro costumi".
"E va bene, Piccolo Prete, anche noi uroni facevamo così, ma Grande Prete mi ha dato il Perdono".
"Sì sì il Perdono".

Di che ti vanterai al cospetto di Dio? Anche se fossi il più coraggioso tra gli uomini, è Lui che l'ha deciso. Tu ti saresti semplicemente trovato col coraggio necessario al momento giusto. Del resto si fa per dire, Gabriel Lalemant; tu non sei il più coraggioso tra gli uomini. C'è un punto preciso del basso ventre che te lo sta confermando, la pelle ti si fa d'oca come quando al collegio nell'ora di latino cercavi in qualche modo di non fartela addosso.

"Ma c'è una qualche maniera di... non so, è previsto che possiamo arrenderci?"
"Arrenderci, Piccolo Prete?"
"Sì, non combattere".
"Non credo che possiamo combattere".
"E quindi ci arrendiamo e loro..."
"Ammazzano noi vecchi, violentano le donne e rapiscono i bambini".
"Anche se ci arrendiamo".
"Arrenderci, Piccolo Prete?"
"Non conosci la parola, vero?"
"Mi perdoni, Piccolo Prete".
"Ti perdono, ti perdono, possiamo scappare almeno?"
"Le donne e i bambini possono scappare".
"Le donne e i bambini".
"Ma i guerrieri irochesi sono più veloci".
"Sono più veloci".
"Allora Piccolo Prete dobbiamo fare la... non so come si dice in francese, Piccolo Prete".
"Dobbiamo chiuderci nelle capanne e sparare e lanciare frecce e tenerli occupati".
"Anche fare urla di donna nel frattempo, io credo che Piccolo Prete le sa fare".
"Urla di donna?"
"Io ho sentito Piccolo Prete cantare la messa e credo che gli irochesi crederanno di sentire una donna. Anche molte donne".
"Cioè fammi capire".
"Grande Prete ha già radunato le donne, che portino via i bambini nella foresta. Gli altri vecchi saremo una dozzina. Abbiamo frecce e il fucile di Grande Prete, io forse lo so usare".
"No no no, lascia perdere quell'affare, prima che ti esploda in m-"
"Se fa chiasso è comunque utile, e comunque oggi io muoio. Intanto Piccolo Prete canterà per noi".
"Cantare? Cosa dovrei cantare?"
"Quella che più sembra un verso di donna... alla fine della messa, lei sempre canta quella cosa che fa tedeeeeeu...."
"Il Te Deum".
"Aspetta però. Prima Piccolo Prete deve essere sicuro di una cosa. È importante".
"Cosa c'è"
"È sicuro che non Si arrabbierà?"
"Chi?"
"Il Signore nella Grande Casa".
"Ah, Lui".
"Non si arrabbierà se ti sente cantare il Suo Nome? Mentre noi tiriamo frecce e cerchiamo di uccidere gli irochesi, che Grande Prete ci disse essere peccato".
"Sì beh, ecco, io..."
"Piccolo Prete per favore non m'importa di morire oggi, sono vecchio e sono urone. Ma nel Fuoco Eterno non ci voglio andare, quindi la mia domanda è più seria della vita, capisce?"
"Capisco Vecchio Falco, capisco".
"Se tu canti forte e Lui ti sente, Si arrabbierà?"
"Io... io non lo so".
"Come non lo sa?"
"È complicato".
"Ma tu sei Prete! Tu devi sapere".


Di che ti vanterai col tuo Signore? Anche se fossi il più saggio degli uomini, da chi viene tutta la saggezza? Chi l'ha dispensata agli uomini, dandone tanta ad alcuni, poca o punta a molti, e calcola quanta ne deve aver passata al malaticcio Gabriele Lalement, il giorno in cui gli ha instillato la voglia pazza di fare il missionario in America, che non sembra un'idea saggia da qualsiasi parte tu la guardi, e specialmente all'alba di quel 17 marzo 1649 in cui si muore, e davvero bisogna morire cantando il Te Deum in falsetto, chi può dire se a Nostro Signore la cosa piacerà? Magari era persino il giorno in cui Gabriele ci credeva poco – la gente pensa che la Fede scorra sempre copiosa come un grande fiume in chi ne è degno: e invece no, troppo spesso è uno di quei torrenti capricciosi che in inverno sono rivoli quasi secchi e d'estate vanno in piena, o viceversa; e metti che Gabriele fosse in secca proprio in quel giorno in cui gli toccava di morire, Vecchio Falco, che ti dico?

Non solo Dio è imperscrutabile, ma voi indiani chi vi capisce, e io sto qui in culo al mondo a fare l'interprete tra due entità che non ho mai capito, che vita assurda, che mal di denti, chissà quanti me ne caveranno al palo della tortura prima di trovarmi quello che mi pulsa –

– Entra in scena un ragazzo, spalanca l'uscio senza bussare. Zoppica e mugola una cosa che nel dialetto del villaggio vuol dire porcaputtana Vecchiofalco le merde sono qui. È quel tipo di maleducazione che ti sorregge nei colpi di sfortuna. Non fosse caduto su un ginocchio la scorsa settimana starebbe già cacciando col padre o al limite scappando nella foresta con la madre, ma zoppica e quindi anche lui deve morire oggi. Vecchio Falco gli bisbiglia qualcosa del tipo: ma vergognati, non vedi che sono qui col Prete? Il ragazzo fa finta di accorgersi che c'è il prete. China la testa e congiunge le mani in un tentativo di saluto ossequioso, ma è così nervoso che gli salta fuori un applauso, clap!

"Chiedo perdono, Piccolo Prete, io..."
Questi chiedono perdono continuamente, Grande Prete (Jean de Brébeuf) ha messo loro addosso una paura dell'inferno che in certi casi magari è utile; non in questo.
"Ti perdono, Scoiattolo che c'è?"
"Le mer... Gli irochesi sono qui".
"Lo so".
Zang!
(O qualsiasi sia il rumore di una freccia che si conficca nella fessura tra due pali di una capanna).

"Giù la testa" dice in dialetto Vecchio Falco, ma lo dice e non lo fa, e la capanna non ha vetri, quindi un attimo dopo averlo detto sta fissando la punta di una freccia che gli esce dalla spalla, dunque oggi si muore così? Beh, meglio che restare al palo per un giorno di torture. Sul serio, se è una vita che ci pensi, quando arriva magari ti sollevi. Resta quella questione del Fuoco Eterno da chiarire ed è sempre più impellente, Vecchio Falco già ne annusa la fuliggine. Gabriele sta strisciando verso la cassapanca, lì dentro c'è l'archibugio di Père Jean, un affare arrugginito che con ogni probabilità gli esploderà in mano, d'altro canto gli irochesi ti cavano gli occhi e te li rimettono di brace; scottano una punta di freccia e ti ci sodomizzano, e Scoiattolo? Scoiattolo è in un angolo che piange e chiama la mamma perché questo fanno gli esseri umani, in tutte le civiltà, in tutte le latitudini, quando hanno dodici anni e fuori ci sono i cattivi. Oh mamma mamma mamma mamma mamma ma...

Più forte! Grida Vecchio Falco.

"Oh mamma mamma mamma mamma mamma mamma!"

L'archibugio ora è carico, ma bisogna dar fuoco alle polveri. Sul comodino nell'angolo, c'è ancora la candela accesa...

"Oh mamma mamma mamma mamma mamma mamma!"

"Non basta! Devi piangere come dieci! Fuori devono credere che dieci bambini sono qui!"

"Ma io ho una bocca sola! Non posso..."

"E invece Scoiattolo tu devi. Per tuo fratello, per tua madre, ora tu piangi –

BANG!

Gabriele ha dato fuoco a una carica e si è ustionato una mano e ora sta strillando in falsetto, a maggior gloria di Dio. Bravo Prete, bravo, strilla forte, strilla, anche di più, Vecchio Falco approva con tutto il fiato che gli resta. Qualcuno magari un giorno tirerà fuori un romanzo da tutto questo, o una scena da film, un vecchio un bambino e un prete che eroici resistono nella sagrestia che è l'avamposto del villaggio. Ma questo non è ancora un romanzo, questa è una baracca con un ragazzino in un angolo che piange, un prete in un altro angolo che si tiene una mano e strilla, e un vecchio urone al centro del pavimento che sanguina e approva con la testa, più strilli, più strilli per favore. Ci prova anche lui, auauauauauauauauauauau, ma gli manca il fiato di nuovo. Gli irochesi si sono fermati per un istante, forse un fucile non se l'aspettavano. E non va bene, bisogna fare baccano, bisogna far credere chissà cosa. Dalle altre case si sente il sibilar di frecce, qualche altro vecchio risponde, qualche altro ragazzino terrorizzato grida dalle finestre, quanto tempo riusciremo a fargli perdere mentre le donne scappano? Non si sa, non importa, ogni respiro è un dono di Dio.

"Te Deum laudamus: te Dominum confitemur..."

"No, Piccolo Prete, no".

"E perché no".

"Se non ne è sicuro, Piccolo Prete non deve cantare".

"E perché non dovrei esserne sicuro? Sono un prete".

"Giura, Piccolo P..."

"Te lo giuro".

"Sulla tua anima, giura che il Signore non si arrabbierà".

"Vecchio Falco, sulla mia anima ti giuro che il Signore non si arrabbierà se canto il suo nome mentre i tuoi fratelli combattono per salvare le nostre donne e i nostri bambini. Nel nome del Signore".

"Allora mentre Piccolo Prete canta, io posso andare".

"Te aeternum patrem, omnis terra veneratur..."

"...Mi perdona?"

"Tibi omnes angeli... di che ti devo perdonare?"

"Non lo so Piccolo Prete, non lo so".

"Vecchio Falco in verità ti dico: tu mi precedi in paradiso".

"Grazie".

"Tibi caeli et universae potestates:
tibi cherubim et seraphim,
incessabili voce proclam..."

Di che ti vanterai col tuo Signore? Anche se tu fossi il più forte, il più coraggioso, il più saggio degli uomini – ma tu non lo eri. Invece eri Gabriele Lalement: eri malato, e hai salvato un villaggio. Avevi paura e hai combattuto col fucile in braccio, cantando lodi a Dio, e magari era uno di quei giorni in cui nemmeno ci credevi. E sei morto dopo ore di torture, e quando hanno finito ti hanno strappato il cuore e lo hanno mangiato come si mangia il cuore dei condottieri coraggiosi: e al posto dei tuoi occhi miopi avevi due tizzoni ardenti, e di tutto questo quanti possono vantarsi davanti al Signore? Ma se c'è un Regno dei Cieli, è il regno in cui il più forte, il più coraggioso, il più saggio, si chinano al passaggio di San Gabriel Lalemant. E come Scoiattolo giungono le mani, così in fretta che parte l'applauso.