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venerdì 31 luglio 2026

Omero non esiste, Nolan si ingegna


Qualcosa potrebbe essere successo davvero – in migliaia di anni, è plausibile. Ad esempio: quante volte un uomo sarà tornato tardi da una guerra, scoprendo la moglie a barcamenarsi tra i pretendenti. Storia intrigante, che però suscita abbastanza presto una serie di scrupoli, di censure. Qualcuno/a vuole sentirsi raccontare che la moglie è rimasta integerrima; qualcuno/a insiste sul fatto che l'uomo dev'essere stato trattenuto solamente dal destino, e che per quanto vecchio dev'essersi comunque abbondantemente vendicato (vendicato di cosa, se la moglie è rimasta integerrima? Boh, magari i pretendenti mangiavano e bevevano a sbafo). Gli aedi registrano e rielaborano – sono cantastorie, per secoli non hanno fatto che modulare un racconto a seconda di quello che il pubblico voleva sentirsi raccontare. E ancora: un uomo potrebbe davvero essere entrato nella città nemica nascosto nell'intercapedine della stiva di una nave. Magari nemmeno se l'aspettava; si era nascosto lì quando il nemico aveva invaso la spiaggia, dopodiché la nave viene portata dentro le mura e offerta a qualche Dio: che storia da raccontare. E chissà com'è finita. Ma passano i secoli, e nei racconti la nave diventa un cavallo di legno – potrebbe davvero trattarsi di un semplice equivoco, le navi erano hippos, i cavalli del mare, e magari avevano una testa di cavallo come polena, tutta una simbologia che nel medioevo ellenico sfuma, anche perché l'idea di un cavallo di legno lasciato sulla spiaggia colpisce più l'immaginazione. Ed è vero che la colpisce, ma è anche una storia assurda, poco plausibile, e allora che si fa? Quel che si è fatto per secoli, si tirano in mezzo gli Dei. Evocati come sempre per rispondere a domande scomode, che però stavolta non hanno tanto a che fare con gli eterni interrogativi cosmici (chi ha creato l'universo?) o morali (perché comportarsi bene?), ma a rammendare quelli che oggi chiamiamo buchi di sceneggiatura: come si fa a trovare un enorme cavallo di legno sulla spiaggia e a tirarlo dentro la città senza guardarci dentro? Ce ne accorgiamo ancora meglio con Virgilio, che quelle vecchie storie (già antichissime ai suoi tempi!) le deve riscrivere per un pubblico raffinato e adulto: un pubblico che deve sforzarsi di credere all'espediente dei guerrieri nascosti in un cavallo, sì, ma come? Sono gli Dei che accecano i Troiani, non possono essere che loro. Virgilio addirittura immagina un sipario collaterale, con Laocoonte che in quanto sacerdote è in qualche modo immune all'ipnosi collettiva e cerca di convincere i concittadini a bruciare il cavallo, al punto che Minerva deve mandare due serpenti di mare a stritolare lui e la sua famiglia. Un caso tipico di superfetazione mitologica: si giustifica un racconto che nei secoli è diventato assurdo (perché una parola ha cambiato significato), con un racconto ancora più strambo. La letteratura epica è questo aggrovigliarsi di racconti, dove paradossalmente i più strani vengono inventati da un'istanza razionalizzatrice – cioè servono a spiegare quelli originari. 

Qualcosa dev'essere successo davvero, ma troppo tempo fa: lo osserviamo come si osserva una stella in cielo, che ci manda la sua luce da secoli fa, e presa da sola non vuol dire niente: invece se la accosti ad altre stelle nei dintorni puoi ottenere una costellazione, e affibbiargli un senso, ma è comunque arbitrario, specie se insisti a voler riconoscere le costellazioni che qualcuno ha disegnato secoli fa: nel frattempo qualche stella ha cambiato colore o magari si è spenta, e comunque chi è Cassiopea, cos'è un Eridano? 

Un uomo torna a casa e nessuno lo riconosce: quindi dev'essere passato molto tempo. Lo riconosce però il cane: storia intrigante, ma dev'essere un cane molto anziano, che l'uomo ha lasciato quando era ancora un cucciolo. Oppure non è passato così tanto tempo – anche perché quando arriva, l'uomo fa una strage in stile Kill Bill – allora diciamo che è Atena a invecchiarlo temporaneamente, per nasconderlo. Magari per secoli gli aedi hanno litigato: una fazione trovava più sensato e poetico che Ulisse tornasse anziano da un viaggio lunghissimo, mentre altri insistevano che dovesse tornare ancora vigoroso – finché chi ha messo per iscritto ha cercato di trovare un compromesso, e forse dovremmo accettare che il testo dell'Odissea è questo: un compromesso, un tentativo di far entrare in un canone più episodi possibile, mettendo assieme alla benemeglio l'Ulisse curiosone e combinaguai dei primi libri con l'Ulisse vendicatore e stragista degli ultimi. L'Odissea all'inizio non era nemmeno una storia quanto piuttosto un genere, una serie di racconti orali che forse condividevano il protagonista, come le storie a fumetti che fino a qualche anno fa al cinema funzionavano meglio dei peplum. In un certo senso non ha mai smesso di essere un grande racconto orale: ce ne accorgiamo bene in questi giorni, in cui tutti si sentono di poter parlare a ragion veduta di un'opera di cui hanno letto, forse, una dozzina di pagine in traduzione a scuola; un'opera che non leggono integralmente neppure gli insegnanti a cui tocca insegnarla, in prima media e poi in prima superiore. Un'opera che tutti credono di conoscere, al punto da strabiliare quando scoprono che le Sirene non hanno la coda di pesce o che mai nel testo si afferma che Polifemo avesse un occhio solo (ma è abbastanza implicito: altrimenti a Ulisse sarebbero serviti due pali). Un'opera che tutti continuiamo a interpretare come preferiamo, e i registi – moderni aedi – si adattano. 

In questi giorni ne ho lette di tutti i colori, e a un certo punto sono inciampato sul commento di un tizio che si lamentava che l'Ulisse di Nolan avesse dei sensi di colpa, mentre quello di "Omero" era un eroe tutto d'un pezzo senza rimpianti. Ma tutto d'un pezzo in che senso?, mi sono chiesto, perché me lo ricordavo come un eroe dalla lacrima facile, in particolare quando presso i Feaci sente un profugo troiano cantare della rovina della sua città. Allora sono andato a controllare sul testo e mi sono reso conto di tre cose: (1) anch'io non lo avevo probabilmente mai letto, (2) è vero che Ulisse piange, ma "Omero" non spiega il perché: potrebbe piangere di gioia per la riuscita del suo piano, o di nostalgia per quei bei tempi in cui si bruciavano le città, si stupravano le prigioniere e si lanciavano i fanciulli dalle torri. Potrebbe semplicemente piangere perché l'aedo canta bene, come si piange ai matrimoni quando canta Sal Da Vinci. Il fatto che io consideri quelle lacrime come un senso di colpa è già un'interpretazione, che parla più di me che di "Omero". 


Ma soprattutto (3) io sovrapponevo all'Ulisse omerico quello meravigliosamente interpretato da Bekim Fehmiu nello sceneggiato Rai del 1968: è lui che avevo in mente, che si mette a piangere perché si rende conto di essere un distruttore di città. Ma l'Odissea è sempre stata questa cosa, una nuvola di interpretazioni intorno a un testo tradotto da traduzioni. Forse non è un caso che in Italia nessuna versione si sia imposta con l'autorevolezza che ebbe per almeno un secolo l'Iliade di Monti. Nell'anglosfera invece ha fatto chiacchierare una recente versione che a quanto pare per la prima volta è stata affidata a una donna (noi italiani abbiamo già avuto traduttrici di Iliade e Odissea senza che la cosa fosse per sé una notizia). Questa esperta ha deciso che l'uomo "di multiforme ingegno" andava reso come un "complicated man". Ma Ulisse è davvero così complicato o siamo noi che vogliamo vedere dubbi e complicazioni in un uomo "tutto d'un pezzo"? Dipende tutto da noi, da quel che vogliamo sentirci raccontare, oggi come tremila anni fa. Noi abbiamo delle esigenze e gli aedi si adattano. Secoli fa cantavano accompagnandosi con la cetra, poi sono passati alla scrittura, ma per quanto possa essere sembrata una cristallizzazione finale, anche questa era una fase: e oggi abbiamo le traduzioni, i film – con tutte le deformazioni che comportano a livello visivo e di sceneggiatura – e soprattutto le discussioni intorno ai film. La pretesa di trasformare Ulisse in un complicato antieroe moderno, che si pente del male che ha fatto, non è di per sé più campata in aria di quella di voler tornare a un Ulisse "omerico", che se davvero Elon Musk riuscirà a realizzare, ci sembrerà un fumettone senza profondità in cui succedono cose assurde e gli Dei intervengono continuamente anche solo per giustificare le correnti d'aria. 

Telemaco è un bambinone petulante o un Amleto in cerca di un senso? Penelope sa veramente cosa sta facendo? Oggi come nell'800 aC, dipende soprattutto da cosa volete sentirvi raccontare. E Nolan si è reso conto che molti spettatori vogliono sentirsi raccontare che gli americani a un certo punto hanno esagerato. Magari le intenzioni erano buone – come in Oppenheimer, chiudere una guerra che poteva andare avanti all'infinito – ma la vittoria fu gravida di hubris, e questo già Omero ce lo faceva sospettare (Virgilio ne era sicuro). La catastrofe è inevitabile e giusta, l'eroe lo è nella misura in cui cerca di salvare il salvabile: prima un equipaggio, poi la sua piccola patria e la famiglia, e la memoria dei compagni inseppelliti. Questo magari non è "Omero", ma chi lo ha studiato alle medie e alle superiori (cioè più o meno tutti) dovrebbe anche rassegnarsi: Omero non è mai esistito, la civiltà di cui parlava è scomparsa in modo improvviso e non del tutto chiaro, e già qualche secolo dopo chi ne ascoltava le storie non si raccapezzava, come un marinaio in un cielo di stelle irriconoscibili, e doveva inventarne di nuove per rendere l'insieme credibile. Nolan, come Virgilio, si trova a dover rivendere queste storie a un pubblico che si autopercepisce come adulto e raffinato, un pubblico che non accetterà nei panni di Polifemo un attore con una maschera di cartapesta ripreso da lontano (come il pur fantastico ciclope di Mario Bava): e il risultato è un freak antispettacolare, che si priva persino del piacere sadico di dialogare con Ulisse/Nessuno, perché il risultato sarebbe sembrato probabilmente troppo fumettoso e puerile: eppure il senso che per secoli abbiamo dato all'episodio stava proprio nella tracotanza verbale del mostruoso pastore, che si dichiara superiore agli dei, che crede di poter fregare il re marinaio ("ti mangerò per ultimo"), e che una volta accecato si riscopre fragile, perfino affettuoso con le proprie greggi. 

Nel 1968 Bava era riuscito a mantenere un equilibrio miracoloso tra fumetto e tragedia – qualcosa che azzeccava quel senso di sublime baracconata che per secoli è stato il genere epico – ma di fronte a un banale dettaglio si era arreso: non era riuscito a mostrare i compagni di Ulisse legati sotto le pecore. Forse è un difetto intrinseco del cinematografo, che può mostrarti cose assurde e grottesche come se fossero vero, purché siano grandi, ciclopiche: dunque un gigante con un occhio solo sì, è fotogenico; ma un uomo legato sotto due pecore no, è complicato da realizzare (le pecore non collaborano) e non rende sullo schermo. Nel 2026 Nolan trova un compromesso cinematograficamente efficace che chiunque abbia accarezzato una pecora respingerà: gli uomini ingannano il ciclope legandosi alla schiena delle fascine di paglia. Nel 1968 Rossi ambientava interminabili puntate alla corte dei Feaci, che sono il baricentro della storia; nel 2026 Nolan li sopprime completamente, credo per una questione di economia: dopotutto i Feaci siamo noi spettatori, che scopriamo un naufrago sulle nostre rive e vogliamo conoscerlo, vogliamo capirlo, giudicarlo, possibilmente aiutarlo, ma temiamo di offendere un Dio e di innescare un destino catastrofico che è comunque già scritto e inevitabile. L'Odissea di Nolan parla di noi, più o meno come quella di Rossi parlava dei nostri genitori e nonni, e quella consultata da Virgilio parlava dei Romani dell'età augustea, trionfanti ma sempre a un passo dalla decadenza e dalla catastrofe. I libri fanno così, e l'Odissea non è nemmeno così tanto un libro. Nolan ci ha messo qualcosa di personale, ma meno del solito: per un attimo all'interno del Cavallo ci siamo ritrovati su uno dei relitti di Dunkirk, mentre a Ogigia andava in onda uno spezzone di Memento. Tra Scilla e Cariddi l'equipaggio esita come tra i due sistemi di Interstellar, e soprattutto Interstellar riecheggia nel crescendo finale. Gli dei si fanno vedere poco o nulla perché Nolan sa che lo spettatore contemporaneo globale li avrebbe malsopportati. Da qualche secolo infatti abbiamo smesso di consultarli ad alta voce (abbiamo sviluppato questa cosa problematica che si chiama "coscienza") e ad addebitare loro qualsiasi fenomeno – abbiamo sviluppato quest'altra cosa problematica che si chiama consequenzialità, e ovunque cerchiamo rapporti di causa ed effetto, anche quando per trovarli dobbiamo di nuovo aggiungere storie su storie: rileggere Circe come una femminista estremista, Antinoo come un renitente alla leva. Sono le nostre nuove costellazioni: qualcuno si lamenta, preferiva le vecchie. Ma non saprebbe riconoscerle in cielo. 

martedì 28 luglio 2026

Storia di un'antipatia (prima biliosa e antipatica, poi allegra)

La Repubblica

Quattro anni fa moriva Pietro Citati, senza che io sentissi l'esigenza di scriverne qualcosa. Coi morti bisogna fare la pace, ma Citati da questo punto di vista non è nemmeno così morto – dando un'occhiata in archivio ho trovato il commento a un suo pezzo di ormai vent'anni fa sulla scuola che potrebbe avere scritto Galli Della Loggia giovedì scorso. Ripensandoci, però, la storia della mia antipatia per Citati è interessante. È stato per me un punto di riferimento prezioso, in anni in cui era più difficile trovarne.  

Con Citati partii subito male. Il primo ricordo che ho di lui è la sua stroncatura del Pendolo di Foucault, in prima pagina sulla Repubblica, episodio che dopo tanti anni ancora mi sorprende: immaginate uno scrittore italiano che sia riuscito a piazzare un best seller in America (riuscite a immaginarlo?) Immaginate che non sia un personaggio misterioso alla Ferrante, ma un professore universitario con una solida collaborazione con le testate di un importante gruppo editoriale. Immaginate che il suo secondo, attesissimo romanzo, sia stroncato in prima pagina sul quotidiano di quello stesso gruppo editoriale. No, non riuscite a immaginarlo, secondo me: oggi il mercato non funziona più così (oggi il mercato non funziona). Mentre nel 1988 Eco non solo poteva permettersi stroncature così autorevoli, ma dava la sensazione di sollecitarle. Io comunque al tempo capivo solo che anche a Repubblica c'era un trombone a cui dava fastidio che un romanzo potesse essere allo stesso tempo colto, complicato e divertente. 

In seguito, man mano che crescevo e mi accostavo sciaguratamente allo studio della letteratura, fu divertente notare tutte le volte in cui Citati spuntava al mio orizzonte senza che io l'avessi evocato e sempre, invariabilmente, per rovinarmi qualcosa. I due casi che mi vengono in mente in realtà dicono pochissimo, ovvero: (1) è stato lui a inventarsi il titolo Lezioni americane, capirai, quel libro secondo me ha banalizzato Calvino e devastato la sua ricezione (non tanto quel libro quanto il modo in cui è stato pubblicizzato) ma sarebbe successo anche con un altro titolo, no? Non lo so. E poi... (2) l'assassinio del partigiano Johnny.  Che detta così fa ridere (ma anche un po' piangere), però se ricordo bene fu proprio Citati che suggerì a questo timido commerciante di vermut che aveva nel cassetto un romanzo monstre sulla guerra: senti, di libri sulla Resistenza ce n'è già tanti, invece la prima parte sulla guerra fascista è interessante, perché NON FAI FUORI JOHNNY SUBITO DOPO L'OTTO SETTEMBRE DIOSIGNORE PIETROCITATI MA NEANCHE SATANA A GESÙ CRISTO NEL DESERTO UNA PROPOSTA COSÌ. Che certo, riflettendoci, contestualizzando, se Fenoglio ha pubblicato Primavera di Bellezza e non ha mai finito il Johnny, che colpa può averci un editor Garzanti? Diciamo il 5%, il 10%, sotto un 80% da attribuire alle multinazionali del tabacco. 

Tutto qui, niente di eccezionale. Non è stato Citati a trasformare Calvino in un pubblicitario, né a impedire a Fenoglio di mettere in bella un capolavoro. Ma nel frattempo nella testa mi era entrato un tarlo, l'idea di Citati come guastafeste del secondo Novecento, e da qui era un attimo a cominciare a fantasticare su cosa avrebbe fatto Citati in altri periodi, se fosse stato costretto a transitarvi come l'ebreo errante: un estimatore degli stilnovisti che incontra Dante e gli dice: ma lascia stare l'Inferno, a chi vuoi che freghi qualcosa di barattieri e biscazzieri, roba vile vile, concentrati sul sublime, più cherubini, più serafini, dai che questa roba la dobbiamo vendere ai prof di liceo... E tu Franz ma scusa ma cos'è questo bacherozzo gigante, il racconto andrebbe anche bene, ma non può svegliarsi tipo farfalla sublime? E Sigmund senti, Al di là del principio del piacere mi sembra un po' tranchant, che ne dici di un bel Lezioni Viennesi, sento già quell'aroma di Sachertorte, e così via. 

Quattro anni fa se n'è andato Pietro Citati, e nel frattempo qualcuno da qualche parte potrebbe avere appena scritto un gran libro ma come si fa a saperlo? senza una sua stroncatura, come potrò mai esserne sicuro? 

giovedì 23 luglio 2026

L'America al Pilastro

Sento che sto diventando un complottaro: è l'età? Il caldo? I social network pieni di matti? Il grottesco che mi circonda e che sembra ormai disegnato da un'AI alla quale non sono stati limiti di budget né di cattivo gusto? O un meccanismo istintivo, la pareidolia che riconosce cause ed effetti anche quando non esistono, un riflesso difensivo che scatta a caso come gli allarmi durante le tempeste? O saranno le ultime tempeste che mi stanno facendo impazzire, alberi per strada e chicchi di grandine come arance, metti la macchina nel parcheggio coperto, togli la macchina dal parcheggio coperto?

Sento che sto diventando un complottaro: l'emergenza maranza che ho visto scoppiare di Facebook semplicemente perché aa Meloni aveva perso un referendum, ho visto foto della mia città con didascalie impazzite: non possiamo più passare di qui perché ci sono le Risorse che ci arrubano! La Creatura adolescente di lì ci passa tutti i giorni. È come se fosse arrivato il solito consulente dall'America, magari stavolta non Bannon ma un simile capiscione che di Italia capisca ugualmente poco, ed ecco i suoi consigli: pompiamo al massimo il caso di un gioielliere che spara a caso per strada! Insistere sul fatto che la sinistra woke ci toglierà il sacrosanto diritto a sparare a caso per strada! Inoltre in una città storicamente a sinistra deve scoppiare una rivolta in stile banlieue, o meglio ancora the battle of LA, avete presente? Prendete il pulotto più esaltato che avete e gli fate sopprimere un tizio coloured, se non sa come si fa deve cercare George Floyd su youtube. Dopodiché vedrete che suburre a ferro e fuoco! 

Divento complottaro, ma in fondo è da quando sono bambino che sono addestrato a leggere la realtà con le lenti degli sceneggiatori americani. Sembra veramente tutta una loro idea, che fa i pugni con la realtà del territorio: da noi chi spara per strada è un pazzo pericoloso, e gli immigrati non mettono quartieri a ferro e fuoco. Non ancora. Forse siamo solo in ritardo, ma chi sta puntando davvero in quella direzione? 

venerdì 17 luglio 2026

Altri santi di luglio

19 luglio: Sant'Arsenio il grande, educatore ed eremita (354-450 ca.)

Philip de Champaigne, 1633

Un giorno Arsenio il Grande fu visto consultarsi con un umile eremita egiziano. Questo non è che si intoni molto con quello che altre fonti dicono di lui: Arsenio in effetti era il più scontroso degli eremiti della sua generazione, non riceveva nemmeno l'imperatore in ginocchio (che del resto era stato suo studente), non andava a trovare nessuno e se qualcuno osava andarlo a trovare, lui non aveva niente da dirgli: è comprensibile, uno non si ritira nel deserto per far salotto coi turisti religiosi, e tuttavia altri eremiti si mostravano molto più ospitali con chi compiva lunghi e perigliosi viaggi per visitarli; Arsenio no. Comunque nei Detti dei padri del deserto si legge che quando gli chiesero: ma come mai, tu così ferrato in greco e in latino, chiedi consigli a questo contadino, egli rispose: è vero che ho imparato il greco e il latino, ma di questo contadino non so nemmeno l'alfabeto. Che è un po' il sentimento che mi affratella ad Arsenio quando mi trovo davanti a uno studente e mi servirebbero l'ucraino o l'urdu o il punjabi e invece mi hanno insegnato il latino, e un'altra cosa che mi affratella ad Arsenio in questi giorni è che ebbe il "dono delle lacrime", ovvero a quanto pare a un certo punto si mise a piangere e non smise più, una congiuntivite cronica che nell'aria secca del deserto doveva risultargli ancor più fastidiosa e l'altro giorno anch'io mi sono svegliato lacrimando e non ho più smesso, povero Arsenio. 
Arsenio, come Girolamo (di cui fu allievo), proveniva da una nobile famiglia romana e la sua grande cultura gli aveva procurato un impiego d'eccezione: istitutore dei due figli dell'imperatore Teodosio: Arcadio e Onorio. Questo a dire il vero non depone a favore della sua caratura d'insegnante, viste le magre figure che Arcadio a Oriente e Onorio a Occidente avrebbero rimediato una volta intronati. C'è anche una voce messa in giro non si sa bene in qualche pagina web che riferisce che il più grande, Arcadio, "congiurò" contro di lui, senza specificare in che cosa consisterebbe questa "congiura": pagò un sicario per ucciderlo? o gli allacciò i sandali alla cattedra mentre sonnecchiava? Capite che dagli imperatori romani ci si può aspettare di tutto, specie quando sono ancora ragazzini, comunque a un certo punto Arsenio si stufò, andò in crisi, forse cominciava già a lagrimare, forse sentì una voce che gli diceva φεῦγε τoὐς ανθρὡπους e reagì come avreste reagito voi sentendo una voce che vi dice φεῦγε τoὐς ανθρὡπους: partendo per il deserto egiziano, dove il cenobitismo era nella sua fase eroica. Nel cenobio di Scete, Arsenio incontra l'abate Giovanni il Nano, che lo saluta lanciandogli un pezzo di pane; invece di scansarsi, Arsenio l'afferra e ringrazia: ha superato la prova. Dopo un duro apprendistato, alla morte del Nano gli succede come abate; in seguito dovette spostarsi a Troe a causa di certe invasioni libiche. Non è molto chiaro quando sia morto; i cronisti devono fare qualche acrobazia per conciliare il suo ruolo di istitutore di Arcadio e Onorio con una data di morte molto avanzata, già nel 450. Un altro suo detto famoso è: ho rimpianto tante volte di aver detto qualcosa; mai di essere stato in silenzio. Amen. (A Sant'Arsenio, provincia di Salerno, c'è una statua ottocentesca la cui testa si sarebbe scolpita da sola, nottetempo). Nell'ultima versione del Maritrologio Romano, Arsenio non c'è: secondo Wikipedia i latini lo celebravano l'otto maggio, ma secondo la Bibliotheca Sanctorum questo è l'uso greco, mentre latini e siro-maroniti lo celebrerebbero oggi.    


21 luglio: San Simeone il Folle (VI secolo)

La prima volta che comparve a Emesa (oggi Homs, Siria), Simeone trascinava un cane morto: lo aveva trovato in un immondezzaio fuori le mura e aveva legato la coda alla sua cinta. Lo videro dei ragazzini e si misero a picchiarlo: del resto c'erano ottimi motivi per lasciare le carogne degli animali fuori dalle città, con tutte le malattie che portavano. Simeone non lo sapeva? Può darsi che dopo 29 anni di vita nel deserto, Simeone non fosse più molto pratico della vita cittadina. Anche se i primi trent'anni li aveva trascorsi a Edessa: la vocazione al deserto l'aveva scoperta durante un viaggio in Palestina, una terra che fa impazzire un po' tutti da migliaia di anni. Simeone però non era del tutto matto: faceva finta. Questo almeno secondo i suoi agiografi: come aveva confessato al confratello Giovanni, le sue stravaganze erano il modo con cui aveva deciso di "prendersi gioco del mondo". In questo modo reagiva a un fenomeno di banalizzazione della santità che era sopraggiunto da quando il cristianesimo era diventata la religione egemone: i santi ora non scandalizzavano più come ai tempi dei martiri, anzi ormai erano figure aspirazionali. Simeone non voleva essere additato come uomo pio o saggio: preferiva spegnere le candele con le noci. Si spogliava in pubblico, spesso e volentieri, defecava in giro e si faceva picchiare spesso e volentieri, persino da un gruppo di donne quella volta che decise di entrare nel reparto femminile dei bagni pubblici. Tutti questi atteggiamenti (che alla lontana ricordano la figura del filosofo Diogene) dovevano distogliere i buoni cittadini di Emesa dalla vera natura di Simeone, che in segreto praticava la virtù senza ambire a ricompense sociali. Simeone è una specie di Batman del cristianesimo tardoantico: di notte aiuta i poveri e compie buone azioni, di giorno storna i sospetti facendo il matto. Quel che successe è che dopo la morte e i miracoli che ne seguirono (gli angeli cantavano durante le esequie, qualche pagano si convertì, il corpo scomparve) Simeone il Folle fu riconosciuto come santo e anche la sua via così stravagante alla santità divenne un modello per secoli di emuli, soprattutto in ambito ortodosso e particolarmente in Russia, dove il "folle di Dio" divenne una precisa tipologia di predicatore/mendicante. In Occidente i folli sarebbero stati più rari, ma memorabili: tra tutti, Francesco d'Assisi.  

I sette vizi capitali (e i quattro novissimi) di Hieronymus Bosch

23 luglio: San Giovanni Cassiano, monaco e scrittore (360-435)

Ai bravi scrittori si perdona tutto, non so se l'avete notato. Giovanni Cassiano, nato a metà del IV secolo, fu evidentemente un bravo scrittore, al punto che quando il concilio di Orleans condannò alcune sue tesi in quanto semipelagiane, agli atti risultarono i titoli dei libri ma non dell'autore; alcuni dei titoli poi vennero definiti apocrifi. Cassiano a quel punto era morto già da un secolo e nessuno gli contestava la fama di santo. Nato forse alla foce del Danubio, dopo aver visitato gli eroici cenobi della Palestina era stato ordinato sacerdote a Costantinopoli da Giovanni Crisostomo, divenendo testimone della sua caduta in disgrazia presso la corte. Giunto in Occidente, forse per perorare la causa del suo maestro, non c'era riuscito, ma a Marsiglia aveva fondato uno dei primi monasteri in terra di Francia, anzi si chiamava ancora Gallia. I suoi testi sui padri del deserto e sulle istituzioni cenobitiche avranno un grande successo per tutto il Medioevo, influenzando tutte le regole da Benedetto in poi. Desideroso di fornire ai suoi monaci strumenti di introspezione che li rendano santi in terra, Cassiano introduce un'idea che avrà un'enorme fortuna: gli otto vizi capitali, che in seguito diventeranno sette (Cassiano includeva anche la "Vanagloria" e la "Tristezza", che in seguito saranno accorpate rispettivamente con Superbia e Accidia; invece non conosceva ancora l'Invidia, beato lui). 
Cassiano scrisse anche sul pelagianesimo, per condannarlo, ma nei decenni successivi vinse la linea molto più dura di Agostino, rispetto alla quale Cassiano risultava quasi pelagiano. Pelagio era un monaco irlandese che non credeva nel peccato originale; ovvero sì, Adamo ed Eva avevano senza dubbio peccato ed erano stati puniti per questo, ma Pelagio trovava assurda l'idea che il loro peccato si fosse trasmesso alla discendenza (e che Cristo fosse morto in croce per annullarlo). Pelagio era un estremista del libero arbitrio, e per qualche tempo la sua opinione non fu considerata così eretica; senonché Agostino da Ippona ne aveva una completamente opposta, e forse la sapeva argomentare con più convinzione: l'umanità era in balia del peccato, solo la grazia di Dio consentiva agli uomini di salvarsi, ecc. Cassiano, che aveva una comunità di monaci da guidare verso la perfezione, sentiva la necessità di una posizione intermedia: sì, l'uomo è fondamentalmente un peccatore, ma sta a lui recepire la grazia di Dio; il quale Dio probabilmente vorrebbe salvarci tutti, ma ecco, dipende da noi, per cui non parlateci di predestinazione. Da cui si capisce come il semipelagianesimo di Cassiano, pur ufficialmente condannato a Orleans, non abbia affatto abbandonato la mentalità dei cristiani occidentali, fino allo scisma luterano che accusava i papisti, appunto, di semipelagianesimo. Trovatosi insomma nell'occhio del ciclone di una delle dispute dottrinali più lunghe e violente della cristianità, Cassiano non è mai stato accusato esplicitamente di eresia perché alla fine basta leggerlo per capire che è solo un buon monaco che ci tiene a far vivere santamente i suoi confratelli – a differenza di Agostino e Lutero, grandi scrittori pure loro ma molto più torbidi, ecco.

Reliquiario dei Magi a Colonia

24 luglio: Traslazione dei Magi a Colonia

Quando nella primavera del 1162 Federico Barbarossa, dopo avere espugnato per la seconda volta Milano, ordinò di distruggerla, non è che fosse rimasto molto da portarsi su in Germania. Qualche reliquia comunque andava requisita, era un atto dovuto, non si torna mai da un sacco senza un souvenir, i parenti potrebbero dire alle spalle che non ci sei stato davvero, è tutta una montatura. Fu in quell'occasione che Raimondo di Dassel, braccio destro di Federico e arcicancelliere d'Italia, avrebbe portato le reliquie dei Magi da Milano a Colonia, città di cui era arcivescovo. Che ci facessero poi a Milano i re Magi non era tanto chiaro: secondo la leggenda ufficiale i corpi erano stati raccolti a Costantinopoli dall'imperatrice Elena, e in seguito quasi dimenticati, sinché il vescovo di Milano Eustorgio sarebbe riuscito a farseli consegnare. A Costantinopoli non ci sono tracce di una particolare venerazione per i Magi, e anche a Milano c'erano reliquie molto più popolari (Ambrogio, Gervasio e Protasio) che però ai bravi fedeli di Colonia non avrebbero detto molto: i re Magi invece divennero ben presto l'attrazione principale della cattedrale e poco importa che nel frattempo Marco Polo avesse scoperto una più plausibile tomba dei Magi in Persia; le reliquie di Colonia attraggono visitatori da tutta l'Europa centrale, Per loro Giovanni di Hildesheim scrive l'Historia trium regum in cui le poche notizie su di loro contenute nel Vangelo di Matteo vengono integrate con informazioni tratte da leggende medievali; i magi diventano definitivamente tre, ricevono i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, e un destino di martiri dopo il battesimo ricevuto dall'apostolo Tommaso.

lunedì 13 luglio 2026

La stagione delle lettere



In estate, per tutta una serie di motivi, ci mettiamo a discutere di scrittori. Il che potrebbe portarci un giorno, chissà, a parlare persino di letteratura. Qui ci sono un po' di cose che ho messo su facebook negli ultimi mesi; sul blog non avrebbero avuto molto senso, ma forse rileggendole tutte insieme... nah. 


16 giugno: uno scrittore israeliano a caso era stato invitato a un convegno a caso. Polemica. Sì, è antipatico che qualcuno non voglia invitare lo scrittore X al convegno Y. Bisognerebbe sempre fare proposte in positivo, ad esempio mi piacerebbe che il convegno Y invitasse Refaat Alareer, scrittore e poeta palestinese che descrisse l'assedio di Gaza con passione e una punta di humour. Una volta ad esempio, siccome qualcuno su Twitter si ostinava a parlare di bambini cotti in un forno a microonde, lui domando: "Ma con o senza lievito"? Purtroppo questo tweet fu ripreso da Bari Weiss come esempio di empietà palestinese, Alareer cominciò a ricevere telefonate dall'IDF, dopodiché il suo appartamento a Gaza fu bombardato da un drone. Per questo motivo nessun convegno può più invitare Alareer – che non faceva parte di Hamas, ma del corpo dei volontari dello zoo di Gaza. Qualcuno dirà che più o meno è la stessa cosa, e che comunque non è censura, perché l'IDF prima di ucciderti ti telefona, e se ti telefona prima non è né censura né genocidio. Ugualmente a me dispiace che Alareer non possa più essere invitato a nessun convegno, mentre qualsiasi scrittore israeliano sì.

Questo tipo di discussione è inutile, ogni tipo di discussione è inutile se provi a rivolgerla ai sionisti. Già prima non è che brillassero per acume (e chi brillava ha avuto tutto il tempo e le occasioni per scendere dal carro): chi è rimasto, oltre a non essere il più sveglio della cumpa, è in preda al panico. Vale la pena di spiegare che un boicottaggio non è censura, che ci sono differenze tra il disinvitare uno scrittore a un convegno e bruciare i suoi libri in piazza – o bombardare il suo appartamento? No, non vale la pena, se volessero capire avrebbero capito da mò. Sono stati liberali senza capire cosa fosse la libertà, sono stati radicali gandhiani perché pensavano che il boicottaggio consistesse nel pasteggiare a cappuccini per fare notizia. L'idea che un boicottaggio possa implicare delle rinunce, dei danni, molto spesso autoinflitti, non la capiscono: il loro eroe del resto digiunando prendeva peso. Sono sempre stati col più forte e sono nervosi perché il più forte non vince tutte le guerre, amen. Gli scrittori continueranno a scrivere, se ogni tanto qualcuno non li inviterà a un convegno ciò molto spesso farà loro più pubblicità di un atto di presenza. A Gaza c'è stato un genocidio, a chi si mette a sottilizzare sulla definizione non regalerei tribune, se qualcuno ancora vuole perdere tempo e fatica nel tentativo (vano) di migliorare l'immagine di Israele, che sia almeno Israele a pagare. In casa non mi fanno neanche più bere il chinotto perché anche la sottomarca è di proprietà di un brand che sta sulla lista BDS, deve piangermi il cuore perché uno scrittore non può andare in un posto? Vorrà dire che quel fine settimana starà a casa, dove difficilmente un drone lo andrà a snidare, e anche se suona un allarme antimissile c'è senz'altro un comodo rifugio attrezzato.  

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25 maggio: Erri De Luca si scopre esperto di diritto internazionale. Il discorso sugli extraparlamentari di sinistra dei '70 che diventano i fasciosionisti nel '20 lo abbiamo fatto tante volte che non vale più la pena – a volte riguardo Allonsanfan, o riascolto certo Gaber, e mi pare che avessero capito già tutto molto prima che avvenisse. Già a metà '90 il tema del riflusso era diventato uno stucchevole romanzo generazionale il cui principale problema era che i protagonisti erano assai consapevoli di esserlo, ben disposti a drammatizzare certi tradimenti – come se invecchiare pompieri non fosse la sorte più banale che può capitare a un incendiario. Molti venivano da famiglie bene, parcheggiati in quella zona d'ombra tra giornalismo, politica e università, dove si stimava che non avrebbero fatto danni (qualcuno c'è riuscito lo stesso). Erano sinceramente convinti che sarebbero diventati la classe dirigente: il che dopo il '68 richiedeva determinate pose rivoluzionarie, e nel '94 (per alcuni) mettersi a disposizione di Silvio Berlusconi. Uno dei tratti che non hanno mai abbandonato, in tutte le loro incarnazioni, è una certa sicumera, la sensazione di aver capito il mondo prima di noi buzzurri e di avere la bontà per spiegarcelo. Questo spiega in parte Erri de Luca, che un giorno legge la Bibbia e diventa un biblista, un altro giorno va in Israele e diventa un esperto di genocidi. Uno non riesce neanche a prendersela, perché poi il vero problema è anche sotto, ovvero quelle centinaia di lettori/discepoli che ci sono cascati per tanti anni, contribuendo a perpetrare tutta una serie di equivoci per cui quando parla un De Luca (o un Adriano Sofri, o un Paolo Mieli, o aggiungetene a piacere) noi dovremmo stare in religioso silenzio e meditare in cuore i loro ponderati discorsi. Alla fine fa un po' ridere, no? – tutta una vita passata ad aspettare il ritorno del fascismo, come i Tartari dalla fortezza Bastiani, e poi quando arriva: prego, prego, si accomodi, ah ma era il fascismo? Nooo, ma cosa dite, impossibile, il fascismo era diverso, questo è una cosa simpatica, ti invitano anche ai convegni, e hai visto i gadget?

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27 giugno: il ministro Valditara annuncia una nuova bozza delle Indicazioni nazionali per la scuola secondaria. Lo studio dei Promessi sposi torna in seconda. 

Vorrei almeno fosse chiaro che il punto non sono i Promessi sposi; che i PS sono un pretesto. Il dibattito sull'opportunità di leggerli a 17 anni piuttosto che a 15 era lezioso due mesi fa, figuriamoci ora. Non è neanche la punta dell'iceberg, diciamo un gabbiano appollaiato sulla punta. Le Indicazioni sono, appunto, indicazioni: gli insegnanti che ritenevano necessario e utile leggere i PS in seconda l'avrebbero fatto comunque; quelli che (a torto o a ragione) lo consideravano uno sforzo inutile/dannoso non cambieranno idea ora. La punta dell'iceberg è un ministro che sconfessa una sottocommissione che lui stesso ha nominato, una sottocommissione di esperti che aveva avuto ottimi motivi per nominare e che in questi anni ha evidentemente dialogato con gli insegnanti, recependone le esigenze (cosa che non si potrebbe dire, ad esempio, per la sottocommissione Storia); un gruppo di lavoro a capo del quale c'è un esperto che ha difeso pubblicamente le scelte della sottocommissione con argomenti che il ministro si guarda bene dall'affrontare. La punta dell'iceberg è un enorme documento prodotto per dare la sensazione che tutto cambi, laddove se appena in una paginetta si riscontra un timido ma effettivo cambiamento, ecco il ministro ingranare la retromarcia in autostrada, incurante di giocarsi una credibilità che in effetti non ha mai avuto. C'è senz'altro anche un'espressione manzoniana per definire un tipo così, ma non me la ricordo e mi sono rotto più i coglioni dei Promessi sposi in questi tre mesi che in vent'anni e più d'insegnamento, potrebbe essere il momento di dare una chance a Fabio Volo.


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21 giugno: Michele Mari viene accusato di avere sparlato di Michela Murgia sul minivan del Premio Strega, adesso mi rendo conto che questa frase fa ridere, ma vi garantisco che nel 2026 per due settimane ne abbiamo parlato tantissimo, ci sembrava una cosa davvero molto importante. 

Sentite, gli scrittori sono stronzi. Quasi tutti. Le eccezioni sono spesso purtroppo scrittori mediocri. Avete presente quella pagina bianca di fronte alla quale vi trovavate a volte prima di chatgpt, quando vi chiedevano una relazione o anche solo due righe di condoglianze per un collega cui è morto un padre, vi immaginate se invece di due righe ci dovreste scrivere centinaia di pagine di fatti sostanzialmente vostri, e poi queste centinaia di pagine portarle in giro, cercare di rivenderle a un editore, addirittura a dei lettori, ma vi tenete conto di quanto narcisismo richieda tutto questo sforzo, al punto che è più facile imbattersi in assassini seriali e dittatori che hanno fallito come scrittori che il contrario. Sono degli stronzi, lo dico senza acrimonia, non è che mi abbiano scopato la fidanzata (oddio, adesso che ci penso), in quanto italianista li ho sempre preferiti morti e sepolti dentro pesanti monumenti, ma non è questo il punto. Il punto è metterli su un pulmino, cioè cosa ti aspetti da sei stronzi su un pulmino? Ma persino se fossero idraulici, persino se fossero sei insegnanti, il minimo che puoi aspettarti è che a qualcuno scappi una malignità su un collega assente. Il minimo, veramente il minimo. Direi che il genio che ha inventato questa cosa del pulmino si aspettava esattamente situazioni come queste, questo tipo di pubblicità. A parte che è una cosa che la dice lunga sul livello a cui il povero scrittore vivente deve scendere, cioè ve li immaginate i cinquinisti del '56 tutti assieme su un pulmino, Bassani, Carlo Levi, Petroni... ma a parte questo, insomma, sei scrittori su un pulmino non è neanche la premessa per un reality, sei scrittori italiani su un pulmino è il preambolo di un inedito di Agatha Christie.


28 giugno: ne stavamo ancora parlando

Non c'è niente di male nel litigare sopra gli scrittori, sul serio: qua sopra litighiamo per centinaia di argomenti anche meno interessanti. Il problema al massimo è l'inesorabile rapidità con cui compaiono le parole amichettismo, circolino, clan, conventicola. Parole il cui intento è stigmatizzare un comportamento tipico di scrittori e altri operatori intellettuali, ovvero? Ovvero l'abilità di crearsi una rete di amici e sodali che diventano, nei momenti giusti, una cassa di risonanza. Ora, secondo alcuni ciò sarebbe sbagliato. Farsi degli amici? Magari selezionati in base a un comune sentire, a un'ideologia condivisa? E con questi amici tentare magari di costruirsi una scena, di ampliare un bacino di lettori? Ma ciò è malvagio! Gli scrittori sempre a casa dovrebbero stare, a litigare coi famigliari perché cercano l'ispirazione fissando il vuoto sul balcone invece di scendere a buttare l'umido. 

Chi sostiene queste cose (oltre a far parte lui medesimo di un reticolo sociale, di cui fruisce a volte senza rendersene conto come il pesce dell'acqua) (oltre a scriverle su qualche social network, letteralmente reticoli sociali in cui l'amicizia si conquista e si trattiene con le unghie), chi affetta questa intolleranza per i clan e i circolini, ha perso la facoltà di collegare gli umanisti a una delle più umane attività, la socialità; magari davvero al liceo ha studiato i classici come medaglioni crociani completamente avulsi dal contesto sociale, il che gli ha impedito di scoprire ad es. quanti Giordani servono per ottenere un Leopardi; e che razza di ragnatele di relazioni stessero intorno a scrittori che ci piace immaginare solitari e scostanti. 

Nel 1911 Giovanni Papini è un signor nessuno con tre figlie a carico. La Voce è un bel progettino editoriale, ma non gli paga le bollette: però gli ha fatto conoscere un tipografo coraggioso, tal Vallecchi. Con un amico pittore spiantato decide di mettere in piedi un giornale artistico un po' di rottura, che possa pubblicare inserzioni pubblicitarie di cui i giornali si vergognano (purganti e preservativi). Boom, cominciano a comprarlo i militari sui treni che li portano in licenza. Papini si sfrena, scrive in prima pagina le cose più estreme che gli vengono in mente: chiudiamo le scuole, amiamo la guerra. L'amico pittore si azzuffa coi futuristi, per poi entrare in società coi futuristi quando si rende conto che Marinetti, per quanto sia persino meno credibile di loro, è quello con la grana. La pacchia dura un anno o poco più e già verso la fine dell'anno Papini deve scrivere: ma perché dite che siamo una "camorra"? Ci conoscete, siamo io e Soffici, abbiamo un po' di contatti, siamo fuori dall'università, fuori dal giro degli editori importanti, ci siamo fatti da soli, ci siamo inventati una roba che precede il Male di 60 anni, precede Libero di 80, come fate a prenderci per lo status quo? Niente, la gente è così. 

Lo scrivo io che sono la persona meno brava a tenersi gli amici, e ciononostante ne ho e mi invitano alle presentazioni, a volte persino di libri che ho scritto io, cioè spiegatemi esattamente cosa c'è che non va in tutto questo? Perché non dovrebbero gli scrittori cercare di associarsi, di lottare per ottenere più attenzione per sé e per i propri sodali? Questo tipo di lavoro, se non lo fanno loro, chi lo dovrebbe fare? Un editore milanese? Un algoritmo californiano? Io non so se la Murgia in futuro sarà ricordata soprattutto per la rete di scrittori che si è saputa costruire nei pochi anni che è riuscita a vivere; o se viceversa, di lei si ricorderanno soltanto le opere, e la ragnatela tutt'intorno sparirà nel recipiente degli epigoni. Non lo so e non m'interessa, tanto non ci sarò. Mi dispiace che la gente pensi che ci sia qualcosa di male nello stare assieme e nell'aiutarsi; mi dispiace per quel signore che ogni volta che in un pezzo compare il fastidioso termine "Amichettismo" interviene per lamentarsi che il termine è suo, cioè lo ha inventato lui – come se fosse un'idea originale, cioè ok, capisco che "camorra" oggi abbia assunto un significato diverso e "conventicola", dopo quel film, sia inutilizzabile, ma sul serio vuoi ricordare a tutti che hai inventato una parola da stronzo? Sul serio vuoi rischiare di essere ricordato per quella parola? Ma non ce l'hai almeno un amichetto?

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18 giugno

Lo dico vergognandomene, ma di Carlo Ginzburg ho letto così poco che si fa prima a dire che non ho letto niente. E allo stesso tempo ho la sensazione di aver vissuto in un mondo che era migliore perché se non io, almeno i miei insegnanti ne avevano letto, e della microstoria avevano fatto un metodo. La cultura, quando è un edificio che regge, diventa un sistema dove davvero, a volte puoi permetterti di conoscere un autore solo per sentito dire perché tutt'intorno a te c'è gente che comunque ha preso molto da lui, e te l'ha riproposto. Ciò non cancella la vergogna, e aggiunge l'inquietudine di vivere in un edificio che per vari motivi non regge più.


mercoledì 8 luglio 2026

Il 15 luglio a Genova (ancora!)


Buongiorno a tutti. Interrompo l'inquietante silenzio per annunciare, magari un po' in ritardo, che parteciperò alle iniziative per il venticinquennale del G8 di Genova, e in particolare alla presentazione di Nessuna notte finisce sola, questo libro di Parallels in cui tra l'altro è pubblicato il diario che in quei giorni tenevo su questo stesso blog. Se qualcuno vuole passare, insomma, ci vediamo il 15/7 in piazza Rostagno alle 19:30.

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