Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi. Noi no. Donate all'UNRWA.

giovedì 18 luglio 2024

L'accelerazione è percepibile

L'impressione che potrei dare a un lettore di passaggio è che mentre il mondo va in malora – ci è sempre andato, ma da qualche mese l'accelerazione è percepibile – l'impressione che potrei dare, a chi ancora si ricorda di passare su questa paginetta web, è quella di un tizio che a un certo punto ha mollato e si è ritirato in un chiostro, e adesso parla con gli uccellini, che è molto meglio di parlare, per dire, su twitter. Sì. 

Cioè no, non è successo, ma non mi spiace dare questa impressione. I santi hanno reso bene, non tanto perché hanno venduto più di quanto mi aspettavo (mi aspettavo pochissimo), ma per lo spazio che mi hanno fatto intorno, quel sentore di muschio e muffa più che consono a un sito internet più vecchio della maggioranza della popolazione umana al mondo. Pensatemi finalmente assorbito in una passione futile, ogni maschio della mia età ne ha almeno una; e non con gli occhi sbarrati davanti a questo schermo mentre vedo il mondo bruciare e mi torco le mani, e pesto i piedi, e dalla cucina qualcuno mi chiede cosa sto combinando, niente, niente, ho chiuso un attimo la Bibliotheca Sanctorum e sotto c'era un tweet da Gaza, bombardano la spiaggia. Vuoi vedere che Hamas ha messo i tunnel anche lì. 

A novembre in USA si vota e chi vincerà sarà fuori da ogni giurisdizione, infallibile come il papa salvo che il papa al massimo oggi ti scomunica, laddove i presidenti tendono a bombardare. Sarà il comandante sul ponte di un Occidente che affonda, sarà nervoso e circondato da imbecilli, un'élite liberale che ha fatto tutto il possibile per mandare la nave a scontrarsi contro ogni logica di sopravvivenza. Sarà tante cose, ma a questo punto tenderei a escludere che sarà una persona equilibrata e sana di mente: Trump non lo era neanche quando aveva ancora due orecchie, Biden se lo fosse si sarebbe ritirato mesi fa. Questa persona si ritroverà sulle spalle l'emergenza climatica, il fallimento strategico e morale di tutte le campagne degli ultimi anni, e in mano la valigetta nucleare. Se non sembra un incubo, è perché a sognarlo tutti i giorni dopo un po' ci si sente come a casa. 

Qualche fine settimana vado al mare, perché fa davvero troppo caldo; anche se a dirlo passi per un fanatico. Leggo qualcosa, scrivo qualcos'altro, guardo cartoni animati, faccio anche le parole crociate. Se pensassi che il mondo fosse finito, che non restasse più niente da fare, probabilmente mi comporterei nello stesso modo. Quindi forse lo penso. 

venerdì 12 luglio 2024

Veronica che fotografò Gesù

12 luglio – Santa Berenice/Veronica, paleo-fotografa. 

Grazie Gesù (e chi ti smacchia più) (Mattia Preti).
[2018]. Berenice in greco significa "porta la vittoria". La B già in quei secoli si pronunciava V, la C è sempre stata dura: "Veronica" è la versione latina dello stesso nome, ma verso il 1200 si insinuò un'altra etimologia, "vera icona", vera immagine. Berenice è la pia donna che terge il sangue e il sudore di Gesù nella sesta stazione della Via Crucis, una liturgia ispirata alla passione e morte di Gesù Cristo. Pur seguendo abbastanza fedelmente il racconto dei vangeli, la Via Crucis aggiunge qualche dettaglio che aveva preso forma nella tradizione medievale: le tre cadute sulla via del Calvario e appunto la  Berenice/Veronica, l'unico personaggio della Via Crucis che ai vangeli non risulta. Era comunque una figura molto popolare, a cui non si poteva negare un siparietto – anche se nella versione ufficiale viene omesso il dettaglio più sensazionale e controverso: sulla pezzuola offerta da Berenice a Gesù sarebbe rimasta miracolosamente impressa l'immagine del Suo volto. Non una strisciata di pur preziosissimo sangue, ma un'immagine completa: e non dipinta da mano umana, ma impressa miracolosamente nelle fibre del tessuto. "Acheropita", dicevano i greci (="non fatta da mano"). Una Vera Icona, dicevano i cristiani d'occidente.

Una fotografia, diremmo noi.

La Veronica di Hans Memling
(1475, notate le due punte della barba).
È forse la prima volta nella storia della fantasia occidentale che la fotografia viene non inventata, ma almeno immaginata: e per essere una fantasia è già sorprendentemente nitida. C'è già l'idea del ritratto, e soprattutto dell'istantanea, dello scatto, ovvero la cosa che più distingue la pittura dall'arte fotografica molto al di là da venire (anche dopo l'invenzione della camera oscura e del dagherrotipo, ci vorrà ancora parecchio tempo prima di ottenere immagini istantanee). È un'idea straordinaria, che nasce nelle terre dell'Impero d'Oriente, in una situazione storica molto particolare, ma alla Chiesa d'occidente non è andata sempre a genio: e così nella Via Crucis approvata da Roma, Veronica dovette limitarsi a raccogliere sangue e acqua, senza ricavarne nessun'immagine miracolosa. I predicatori confondevano volentieri Berenica/Veronica con un'altra comparsa femminile dei vangeli, l'emorroissa guarita da Gesù. La leggenda però non era sparita del tutto e ogni tanto qualcuno riportava dalle terre d'oriente una santa veronica. Il telo era meno richiesto della scheggia della Vera Croce o della Vera Lancia, ma comunque anche per gli asciugamani col volto di Cristo c'era un mercato. Non si doveva nemmeno dimostrare che fosse la veronica originale: i fedeli si sarebbero accontentati di una copia il più possibile conforme.

Il Volto di Vienna.
Questo spiega ad esempio come mai se ne venerino senza difficoltà tuttora una mezza dozzina: un paio in Spagna, ad Alicante e a Jàen; una a Genova nella chiesa di San Bartolomeo degli Armeni (dono dell'imperatore Giovanni V Paleologo). Quella nella Schatzkammer del palazzo Hofburg di Vienna è notevole proprio perché non ci prova nemmeno a sembrare un ritratto: è decisamente una macchia scura su un panno, quel che potrebbe succedere se provassimo a sviluppare un negativo slightly out of focus scattato mille anni fa da un reporter emozionato. Né pretende di essere l'originale: reca persino la firma di "P. Strozzi", un segretario di papa Paolo V che nel 1617 ne fece produrre una tiratura limitata di sei esemplari. Ma qual era l'originale fedelmente serigrafato da Strozzi? In Vaticano ce ne sono due. Quella custodita nella cappella di Matilda, citata per la prima volta in un documento papale del 1517 che ne disapprovava l'esposizione; oppure quella su tela che viene esposta la quinta domenica della Quaresima, con ben poca pubblicità, considerato che si tratterebbe dell'istantanea per quanto sfuocata del volto di Cristo.

La Veronica di Roma
Da quel poco che si riesce a vedere si tratta davvero di un'ombra sbiadita su una tela incorniciata. Oppure è una patacca, una copia della copia: anche questo è plausibile, dal momento che i cronisti l'avevano data per persa in qualche taverna durante il sacco di Roma dei lanzichenecchi protestanti nel 1527. La veronica vaticana è così deludente che nel momento in cui l'idea di un fotoritratto di Gesù è tornata prepotentemente di moda, papa Ratzinger ha deciso di investire su un'altra immagine, il Volto Santo di Manoppello in provincia di Pescara: una tela stilisticamente più vicina al Rinascimento che al Medioevo. È chiaramente un dipinto, lo capirebbe un bambino e senz'altro lo capisce uno studioso con la cultura e il gusto di Ratzinger; ma presenta il grosso vantaggio di assomigliare un po' al volto della Sindone di Torino


Sul volto di Manoppello si sono lette cose incredibili, non nel medioevo, ma di recente: c’è chi ha sostenuto che non ci siano pigmenti sulla tela ma poi ha dovuto smentire; chi ci ha spiegato che è fatta con un tessuto raro di origine marina, il bisso, che veniva adoperato anche per i sudari dei faraoni, su cui sarebbe impossibile dipingere; ma il bisso nel Rinascimento non era poi così raro, oltre ai faraoni lo usavano anche i pescatori, Vasari ci racconta che almeno Albrecht Dürer non aveva difficoltà a dipingere su tele di bisso (il volto di Manoppello assomiglia anche agli autoritratti di Dürer) e inoltre – colpo di scena – finché la Chiesa non accetta a fornire un campione, non possiamo nemmeno essere sicuri che il tessuto sia bisso; potrebbe essere del comunissimo lino.

Autoritratto in forma di Gesù Cristo (o di rockstar), Albrecht Dürer, 1500 (ecco, questo se non lo conoscessi potrei davvero scambiarlo per una foto).

Tutte le veroniche occidentali sembrano derivare da uno stesso modello perduto che ci piace immaginare sia il Mandylion di Edessa (oggi Şanlıurfa, Turchia sudorientale), una delle icone più antiche e venerate della cristianità. Se ne sono perse le tracce dopo i saccheggi della Quarta Crociata, quella imbarazzante che i veneziani dirottarono su Costantinopoli perché volevano essere pagati in anticipo per il trasporto. Ne abbiamo comunque tantissime riproduzioni, che ci danno un’idea su come fosse fatto: un volto barbuto disegnato senza sfondo e senza collo. Non è chiaro se l’aureola ci fosse o no (nelle versioni occidentali non c’è). La leggenda di Veronica forse aveva preso forma proprio per spiegarne l’esistenza; eppure il Mandylion è più antico. Sappiamo infatti che nei primi secoli non era affatto considerato acheropita. Proprio come la più famosa immagine miracolosa del Nuovo Mondo, la vergine della Guadalupe, venerata come icona dipinta per più di un secolo, prima che qualcuno cominciasse a raccontare la storia del miracoloso scatto fotografico.

Re Abgar riceve un souvenir dalla Palestina (miniatura).

In effetti nel primo racconto che attesta l’esistenza del Mandylion, gli Atti apocrifi dell’apostolo Taddeo, la tela era stata dipinta dal vero per il re di Edessa, Abgar V il Nero, da un suo funzionario, Hannan. Abgar V lo aveva mandato a cercare Gesù Cristo perché era ammalato e ne aveva sentito parlare un gran bene come guaritore; Cristo naturalmente aveva altri impegni ma aveva apprezzato la lettera di Abgar e si era fatto ritrarre per lui, un pensiero gentile. Abgar era miracolosamente guarito, i suoi sudditi si erano convertiti e la città ne aveva guadagnato una reliquia di prim’ordine. All’inizio, insomma, il Mandylion si conquista una preminenza tra i ritratti di Cristo perché è considerato semplicemente il più antico e fedele all’originale, dipinto da mano umana ma dipinto dal vero. Siamo già nel VII secolo: gli abitanti di una popolosa città dell’Impero Bizantino hanno una certa dimestichezza coi ritratti, e sanno che il Mandylion, per quanto eccezionale, rientra in questa categoria. Poi le cose cambiano.

Nel secolo successivo scoppia la guerra delle icone, che oggi rischiamo di liquidare come una rissa tra due fazioni di superstiziosi ma è qualcosa di più, l’ennesimo round di un lungo scontro tra due concezioni antitetiche della divinità: gli iconoduli (i devoti alle immagini) la pretendono concreta, incarnata nella carne e nel sangue di Gesù, documentata da reliquie, riproducibile con ogni tecnologia disponibile, addirittura commestibile nell’ostia e nel vino. Dio è entrato nel mondo, ha perforato i nove cieli e si è fatto carne. La passione di Gesù non è un mito da interpretare, ma un fatto storico: esistono le prove, si possono toccare. È un’idea rivoluzionaria, che crea una frattura coi saperi tradizionali greco-romano-giudaici, e che viene accolta con entusiasmo soprattutto dai ceti più bassi.

Giovanni Damasceno, l’arabo che amava la Madonna.

Gli iconoclasti, “distruttori delle immagini”, malgrado il nome rock’n’roll sono viceversa spesso i membri di un élite intellettuale e sociale; a una religione basata su ossa e pezzi di carne oppongono una concezione più astratta e spirituale (e tradizionale), una divinità assoluta incommensurabile e irraffigurabile: in oriente avevano lottato a lungo per l’egemonia, finendo spesso scomunicati come eretici, gnostici, monofisiti o monoteliti; finché non era arrivato l’Islam a soccorrerli, con la predicazione iconoclasta di Maometto e con le armi. Anche Bisanzio ebbe un paio di imperatori iconoclasti: le immagini venivano ciclicamente distrutte e poi riabilitate, nel complesso si fecero più rare e forse a un certo punto l’esperienza di vedere un volto dipinto, come quello del Mandylion, divenne qualcosa di eccezionale. Proprio in quel momento un eroico difensore delle icone nelle terre d’oriente, Mansour Ibn Sarjun AKA Giovanni di Damasco, gioca l’asso che riapre la partita: il Mandylion non l’avrebbe prodotto il funzionario Hannan, ma Gesù Cristo in persona. E siccome non riusciamo a immaginare Gesù che si dipinge allo specchio come quel vanesio di Albrecht Dürer, evidentemente si trattava di un miracolo: le forme dovevano essersi impresse nella tela senza sforzo, nel flash di un istante: selfie! 

Prima di Giovanni Damasceno anche il cronista Evagrio Scolastico alla fine del VI secolo aveva parlato di un’immagine “di origine divina” che, scoperta in una fessura delle mura di Edessa, aveva salvato la città da uno dei periodici assalti dei persiani sassanidi. Nei verbali del Secondo Concilio di Nicea (787) il Mandylion viene definito charactèr, “impronta”: con la stessa parola si definiva l’immagine sul conio delle monete. Il concilio sanciva la prima vittoria degli iconoduli contro gli avversari; ma si poneva anche il problema di regolare la produzione delle icone ed evitare derive idolatre.


Il Mandylion non era solo l’impronta della divinità, la prova che Cristo era favorevole ai ritratti, ma era anche il modello da imitare per tutte le immagini sacre da quel momento in poi, un po’ come la sbarra in platino-iridio nell’Archivio Internazionale di Pesi e Misure di Sèvres era il modello di tutti i metri del mondo. Con la piccola differenza che la sbarra è ancora a Parigi, in un frigorifero che la mantiene a 0°, e se proprio ci tieni te la fanno vedere, mentre nel 787 il Mandylion, il Ritratto Zero, era praticamente perso. In teoria era ancora a Edessa, ma Edessa era passata ai persiani zoroastriani, poi di nuovo ai bizantini, poi agli arabi musulmani, e il telo in teoria così efficace contro le invasioni a un certo punto s’era perso di vista: qualcuno aveva visto degli invasori iconoclasti gettarlo in un pozzo. Ogni tanto veniva miracolosamente ritrovato, ma insomma, è chiaro che nel mondo islamico un pezzo del genere era sprecato. Prima o poi i bizantini avrebbero dovuto recuperarlo: ci misero un altro secolo, e un’altra crisi iconoclastica, ma alla fine nel 943 l’imperatore Romano I diede il via libera a una missione di recupero. A un generale bizantino, Giovanni Curcuas, fu destinato un budget di 12.000 corone d’oro da offrire ai notabili di Edessa in cambio del charactèr del volto di Gesù. L'offerta inoltre prevedeva che fossero liberati duecento prigionieri di guerra e uno status di immunità perpetua per la città: tutto in cambio di un disegno su una tela che forse non esisteva più da duecento anni.

Ora voi mettetevi nei panni della controparte: si può dire di no a un’offerta così? Almeno proviamoci, disegniamo una faccia barbuta su una tela, è vero che in quanto musulmani magari non siamo i più bravi coi ritratti, ma insomma vediamo come va. La prima versione offerta ai cristiani in effetti viene rigettata da Curcuas come un falso, un dettaglio intrigante perché ci fa immaginare una sorta di contrattazione: dicendo di no al primo prototipo, Curcuas avrà avuto la possibilità di far capire agli interlocutori che tipo di prodotto si aspettava che gli portassero: mi serve un volto più realistico, la barba mi raccomando a due punte, (nelle copie che abbiamo a Bisanzio ha sempre due punte), ecc. ecc.. Gli edessini recepiscono e finalmente riescono a produrre il Mandylion originale. Curcuas, tutto contento, lo impacchetta e lo porta a Costantinopoli, dove lo aspettano glorie e onori, e soprattutto una grande curiosità: in quel telo c’è il vero volto del Cristo! Chissà quant’è bello! E i capelli come li avrà: neri o castani, lisci o crespi? (non credo che nessuno a Costantinopoli nel X secolo si immaginasse dei boccoli biondi). Tutta una serie di dettagli teologicamente insignificanti ma irresistibili per il popolino medievale e anche per noi, che se in una gallery di internet ci mostrano “la ricostruzione 3d del vero volto di Gesù” prima o poi clicchiamo. Ma la famiglia imperiale, quando finalmente può vedere in anteprima, il Primo Ritratto, come reagisce? In un modo assai strano e suggestivo.

Una cronaca racconta che i figli dell’imperatore non riuscivano a vedere proprio niente; mentre il loro zio acquisito, Costantino Porfirogeneto, ne prova subito un’immensa emozione. Questo forse significa semplicemente che per il cronista Costantino meritava di succedere al trono imperiale più dei figli legittimi di Romano I, cosa che effettivamente accadrà (la Storia la scrivono i vincitori). Ma c’è un’altra ipotesi, molto più affascinante: forse i figli non vedono nulla perché, essendo giovani e principi, si sono proprio messi davanti al telo, mentre l’immagine si riesce a vedere solo alla distanza di qualche metro. A qualche metro c’è appunto Costantino Porfirogeneto, che non solo si trova nel punto di vista migliore, ma ha anche l’età, l’esperienza di vita necessaria per capire che quell’immagine è davvero straordinaria, diversa da qualsiasi altra.

Un’ipotesi intrigante, anche per le porte che spalanca. Un’immagine che non può essere vista da vicino ma soltanto da lontano: esistevano immagini del genere nel medioevo? Come potevano essere realizzate? Il primo esempio che viene in mente è almeno di tre secoli più tardo, ma è pur sempre medioevo; e inoltre è anch’esso un ritratto di Cristo, a modo suo. 

È la Sindone di Torino, sempre lei.

giovedì 11 luglio 2024

La santa che abbatteva le statue

11 luglio: Santa Marciana di Cesarea di Mauritania (III secolo), martire e abbattitrice di statue

FALSA! SEI FALSA!

È da un po' che nessuno maltratta una statua – perlomeno i giornali non ne parlano, e considerata la rilevanza che ultimamente davano al fenomeno, do per scontato che se qualche monello avesse maltrattato un nano da giardino ce lo farebbero sapere. O invece no, forse i giornalisti hanno capito di avere esagerato – lo spartiacque potrebbe essere stato quel fondo della De Gregorio di un anno fa, chiamò cerebrolesi dei tizi che avevano buttato giù una statuetta e i cerebrolesi se la presero – ma a quel punto non era nemmeno più chiaro perché le statue avessero tanta importanti, e perché vandalizzarle fosse considerato un gesto così importante e pericoloso.

Anche in questo caso il carattere effimero del fenomeno dipendeva soprattutto dal fatto che avevamo importato una pratica dagli USA, senza capire perché negli USA fosse così importante. Laggiù le statue provocano discussioni perché ogni comunità innalza le sue, senza chiedere il permesso agli altri. È il modo in cui si è sviluppata la società – una specie di guerra fredda tra comunità basate su identità razziali o religiose. Se sei razzista non è che puoi proprio dirlo in giro, ma puoi sventolare una certa bandiera, e/o esibire la statua di qualche vecchio schiavista. Finché qualcuno non prova a tirartela giù. Da noi è diverso, le statue di solito sono esposte in uno spazio considerato pubblico, e in molti casi sono pubbliche anch'esse. Per cui di solito il dibattito sull'opportunità di erigerne una si fa prima, o durante l'erezione. Per avere una statua devi entrare nel pantheon dei venerati maestri, dopodiché di te si parlerà generalmente bene e poco. Le eccezioni di solito segnalano l'originalità di qualche amministratore, o, nel caso di Montanelli, lo smottamento dell'opinione pubblica, che vent'anni fa lo trovava tutto sommato un gran personaggio e adesso no. 

Comunque il fatto che l'ultima fiammata iconoclastica sia arrivata di riflesso dall'America non significa che in generale prendersela con le statue non abbia un senso e un'efficacia. È peraltro pratica già antica, dopotutto le statue esistono da che esiste l'umanità (le pietre sono la prima cosa che abbiamo cominciato a scheggiare). E come tutte le pratiche antiche senz'altro esiste un santo del calendario che l'ha praticata, e che si può proporre come patrono degli abbattitori di statue. Potrebbe trattarsi proprio di Santa Marciana di Cesarea di Mauritania, che fu condannata alle belve per aver decapitato una fontana. 

La pagina che le dedicano gli Acta sanctorum è insolitamente asciutta: non vengono descritti miracoli, ogni accadimento sembra insolito, ma verosimile. Marciana è presentata come una vergine di grande bellezza e di indubbia moralità, decisa a vivere una vita di penitenza. Invece di ritirarsi nel deserto – pratica che si sarebbe diffusa soltanto nel secolo successivo – Marciana si trasferisce dalla piccola Russucur a Cesarea, capoluogo della Mauritania (oggi più o meno l'Algeria), e qui finisce molto presto nei guai. Durante una festa di quartiere, trovandosi davanti una statua della dea Diana su una fontana, rimane così scandalizzata da vandalizzarla, troncandole il capo. Immaginatevi gli opinionisti a quel punto: gioventù dissoluta, cerebrolesi, con quel che costa il marmo e la manodopera, ai miei tempi le fontane e le Diane si adoravano, altroché. La folla a momenti la lincia sul posto; durante il processo Marciana prende parola solo per dissuadere i cittadini dall'adorare dei di marmo o legno o qualsiasi metallo, e di convertirsi al vero Dio: una linea di difesa abbastanza azzardata, durante le persecuzioni di Diocleziano. 

Marciana viene condannata "ad bestias": nel grande anfiteatro di Cesarea viene risparmiata da un leone, incornata e sollevata da un toro, dilaniata da un leopardo. Un tale supplizio può sembrare esagerato: sappiamo che a Roma, contro Perpetua e Felicita, non fu aizzato nemmeno un toro, ma una giovenca. Ma di solito in una storia di santi l'esagerazione serve a introdurre un intervento miracoloso, che qui non c'è. Forse davvero in Mauritania si usavano le fiere anche contro le ragazzine, del resto su quella sponda del mediterraneo era più facile  procurarsele. 

Se ad altri santi sono attribuiti comportamenti iconoclastici, è abbastanza curioso che in questo caso a distruggere un'immagine pagana davanti a tutti sia una vergine, da cui ci si aspetterebbe una condotta assai più timida. Si potrebbe persino ipotizzare che il gesto inconsulto di Marciana sia stato un raptus causato dal panico: proveniente da un piccolo centro, forse la santa non aveva mai visto una statua di buona fattura a grandezza naturale, qualcosa che per noi è abbastanza normale ma che per lei risiedeva nell'uncanny valley dei simulacri così simili all'umanità da risultare perturbanti. Potrebbe avere provato lo stesso orrore che proveremmo nei confronti di un androide semovente che pretende di parlarci come un essere umano. Non solo, ma il suo orrore nei confronti delle immagini potrebbe indicare la presenza di una corrente iconoclastica nelle piccole comunità cristiane africane, tre secoli prima dell'arrivo dell'Islam e delle guerre delle icone a Costantinopoli. Siamo abituati a pensare che l'avversione per le icone si irradi dalla Mecca, ma non avrebbe avuto il successo che avuto se avesse incontrato un terreno ostile. L'idea che le immagini fossero qualcosa di profondamente sbagliato circolava già, se non altro nelle comunità ebraiche e probabilmente anche in qualche comunità cristiana eccentrica o eretica. Può darsi che Marciana ne avesse fatto parte, prima di arrivare nel grande capoluogo e imbattersi in un idolo di marmo a grandezza naturale. E romperlo. Del resto per lei era una truffa. Fate presto a giudicare voi: vi capitasse l'occasione di sventare una truffa in una pubblica piazza, davanti a tutti, non ne approfittereste? Senza fare male a nessuno, le statue non provano dolore. Sono fredde, dure, non provano e non pensano niente, non l'hanno mai pensato. Sarà forse questo che affascina i giornalisti italiani.

giovedì 4 luglio 2024

A Rainha Santa Isabel

4 luglio: Sant'Elisabetta (1271-1336), regina del Portogallo

Francisco de Zurbarán
Di Elisabetta (che era un'Aragona, e in aragonese si chiamava Isabel) sono riportati alcuni miracoli che sono, come dire, i classici miracoli da agiografo principiante, quelli che ti mettono nella valigetta il primo giorno di lavoro: guarda, se non ti viene in mente niente, racconta questa cosa. Ad esempio la regina Elisabetta aveva un paggio di cui si fidava ciecamente, ammirandone l'onestà e il timor di Dio: e gli affidava ingenti somme affinché le desse ai poveri. Un cortigiano invidioso cominciò a mettere la pulce all'orecchio di suo marito Dionigi, re del Portogallo: è evidente che quel paggio è il suo amante, ma c'è un sistema molto spiccio per liberarsene. Ordinagli di recarti presso la tal fornace, dove dovrà dire "mi manda il re"; gli operai, opportunamente istruiti, sentendo quelle parole sapranno che si tratta del cortigiano che devono gettare nel fuoco. Va bene, dice il re, facciamo così: e ordina al paggio di recarsi presso la tal fornace. Il paggio però, tenendo a Dio più che alla puntualità, prima di andare in fornace si ferma a prendere una messa. Nel frattempo il re si agita, pesta i piedi, vorrebbe sapere com'è andata la cosa, finché non ordina al cortigiano invidioso di andare alla fornace a controllare. Il cortigiano, convinto che tutto sia già finito, arriva e avverte gli operai: Ehi, mi manda il re... ovviamente non fa in tempo a finire la frase.

Un'altra volta la stessa Elisabetta stava portando del pane ai poveri, quando il marito sospettoso (e alquanto avaro) la scoprì: ferma là, cosa stai portando in grembo? E lei: ma niente, un mazzo di rose. Ora, questo miracolo ha molto più senso se è riferito a una santa che svolga una professione più umile, come Santa Zita che era una domestica, o al limite Francesca Romana che era una nobildonna, sì, ma stava a Trastevere e poteva davvero infilarsi un sacco di pane sotto il gonnellone. È appunto a causa della scarsa fantasia degli agiografi improvvisati se verso il Quattrocento questo miracolo comincia a essere attribuito a regine come Elisabetta d'Ungheria, e poi Elisabetta di Portogallo che peraltro era sua nipote. Comunque quando re Dionigi insiste per vedere cosa c'è davvero nel sacco, indovinate: il pane si è trasformato in un mazzo di rose. Per questo motivo Elisabetta è spesso ritratta coronata da rose, e Francisco de Zurbarán la ritrae con la gonna più grande che riesce a mettere nel quadro, perché se una regina deve proprio uscire di palazzo per portare pane ai poveri, sembra giusto che ne porti un'ingente quantità. In seguito viene introdotta la variante per cui a trasformarsi in un mazzo di rose non è un po' di pane, ma un sacchetto di monete che avrebbero finanziato opere di carità più degne di una regina. Ma d'altro canto cosa ci si aspetta da una santa regina?

Diverse cose. Che si sposino volentieri con il sovrano loro destinato; che gli scodellino rapidamente qualche erede maschio ma non troppi (sennò poi tocca combattere le guerre di successione); che sopportino invecchiando i tradimenti del marito e che alla sua morte si ritirino in un convento magari fondato e senz'altro finanziato da loro. Elisabetta non si scosta molto dal modello già incarnato dalla zia, Elisabetta di Turingia e Ungheria. Ci aggiunse comunque l'impegno con cui si dedicò a mettere pace tra i suoi litigiosi congiunti. In tutte le famiglie ci sono elementi così, di solito cucinano per le feste e cercano di far sedere tutti allo stesso tavolo; per Isabel invece si trattava di fermare eserciti già schierati cavalcando lungo la linea del fronte e brandendo un crocefisso, per evitare che suo figlio Alfonso Quarto attaccasse il padre Dionigi re del Portogallo e dell'Algarve. 

Cosa metteva contro il padre e il figlio? Ma le solite questioni: Dionigi sembrava preferire ad Alfonso certi fratellastri di quest'ultimo, avuti da altre donne mentre la regina Isabel chiudeva santamente gli occhi. Per quanto i genitori gli assicurassero che lui restava il legittimo primogenito, Alfonso non si fidava del tutto e dando un occhiata al suo assai intricato albero genealogico non possiamo dargli torto. La stessa Elisabetta/Isabel, pur essendo figlia di Pietro III il Grande d'Aragona, era nipotina di Manfredi di Svevia, uno dei famosi figli del grande imperatore Federico II: tutti probabilmente illegittimi (non si è ancora capito se Federico sposò o no la madre di Manfredi sul letto di morte). Quanto a papà Dionigi, era un Borgogna, figlio di Alfonso III re come lui del Portogallo, ma la madre Beatrice era figlia illegittima di un altro re Alfonso, quest'ultimo di Castiglia, e Decimo della sua serie. 

Vien da pensare che chiudere un occhio sulla legittimità degli eredi fosse l'unico modo per allargare un poco il pool genetico tra casate regnanti di Spagna, Borgogna e Sicilia, ormai ridotte a una sola famiglia neanche troppo allargata. Nota che tutti questi matrimoni tra consanguinei non impedivano agli Alfonsi e ai Dionigi di farsi comunque qualche guerra ogni tanto. Tanto più meritoria l'impresa di Sant'Elisabetta, che forse avvenne a Coimbra durante un assedio (qui avrebbe cavalcato un cavallo) e forse a Lisbona dove invece avrebbe montato una mula, o magari è capitato due volte. Non capita anche nella vostra famiglia che i litigi si somiglino un po' tutti. 

Il marito premiò quest'opera di conciliazione facendola rinchiudere per un po' con l'accusa di tradimento, in quanto avrebbe sobillato il figlio. Una bella faccia, tosta, ma alla prima malattia seria se ne pentì e la riabilitò. Elisabetta, dopo aver accudito al marito malato, ottenendone il pentimento per i peccati quando questi era ormai in fin di vita, sarebbe entrata come terziaria francescana nel convento da lei fondato a Coimbra. Ne sarebbe uscita un'ultima volta per tentare di mettere pace tra il figlio Alfonso IV e il marito della figlia di quest'ultimo, anche lui un Alfonso, ma re di Castiglia e pertanto Undicesimo. Ma stavolta l'opera di pacificazione non funzionò e allora lei disse sai che c'è? Mi sono rotta di tutti questi Alfonsi di Castiglia e d'Aragona e di Borgogna, io torno a Coimbra e tra un po' me ne vado in paradiso, ciao. No, non lo disse (più probabilmente morì di febbre prima di arrivare nel teatro delle operazioni), ma non avrebbe avuto tutti i torti.

martedì 2 luglio 2024

(Non compie gli anni nessuno in particolare)

– Stavo pensando che all'età che mi ritrovo sarebbe anche il caso ogni tanto di scrivere un pezzo che esprima indignazione per il fatto che il mondo vada in direzioni che non avevo previsto e che nel futuro le persone non non vivranno come sono vissuto io, non ameranno le cose che ho amato io, non lavoreranno come lavoro io e forse non lavoreranno proprio nel senso che io do oggi al termine – del resto neanch'io sarei stato probabilmente un lavoratore nel senso che i miei nonni davano al termine (oddio anche mio padre credo che abbia sempre avuto dei dubbi su di me in tal senso). 

Alcuni alla mia età preferiscono non affrontare ancora la cosa di petto, magari partire da un segmento più ristretto, ad es. i gusti musicali, c'è gente in tutti gli asili nido del mondo che non ascolterà la musica che abbiamo ascoltato noi e probabilmente svilupperà gusti musicali diversi dai nostri, non trovate tutto questo intollerabile? Alla mia età pare che diventi intollerabile. 

Nei commenti di questo pezzo potreste dare il vostro contributo esprimendo solidarietà nei miei confronti e pena per chi viene dopo di noi, poveri esseri usciti da uno stampino a cui sarà per sempre preclusa una vera autentica esistenza, e suggerire anche motivi per cui questo è successo, potrebbe essere stata l'Intelligenza Artificiale o l'enigmatica Dittatura del Politicamente, fatto sta che dopo di noi il diluvio e non è che ci faccia piacere, però non possiamo che constatare che i tempora, i mores, è tutto andato a puttane esattamente nel momento in cui compivamo il 45esimo anno di età e ora ci aggiriamo scrollando la testa tra le macerie di questo disastro morale, ultimi superstiti di un'era di superuomini, sperando di incontrare qualcuno che ci capisca, poi da cosa nasce cosa. Purché non ne nascano bambini! Ci abbiamo già provato ma invece di dare la luce a individui perfetti come noi, maledizione, sono nate queste creature sciocche piangenti e puzzolenti che ascoltano la trep o i moleskin.

lunedì 1 luglio 2024

Bernardino, santo e assassino?

2 luglio: San Bernardino Realino (Carpi 1530 – Lecce 1616), poeta pentito e gesuita

Bernardino Realino è nato a Carpi, ma non è il patrono di Carpi: quest'ultimo è Bernardino da Siena, che nel Quattrocento forse passò per il borgo (del resto non stava fermo un attimo). Non solo i carpigiani lo invocano, soprattutto in caso di pestilenze, carestie o alluvioni, ma talvolta battezzano i loro figli bernardini, e così era destino che prima o poi un santo omonimo spuntasse da qui. A Carpi, come si vedrà, Realino non ha fatto in tempo a fare nulla di santo; in compenso è patrono di Lecce, per acclamazione. Le agiografie raccontano volentieri che quando era in fin di ricevette una delegazione della cittadinanza leccese, che gli chiese ufficialmente di diventare santo patrono di Lecce. In quel momento Bernardino non solo non era stato ancora canonizzato da nessuna corte ecclesiastica, ma nemmeno beatificato, e soprattutto – condizione non sufficiente ma necessaria – non era ancora morto; e però tanto erano apprezzate le sue opere di carità e lodato il suo trentennale apostolato tra i leccesi, che tutti questi passaggi ormai i concittadini li davano per scontati e l'unica cosa che volevano sapere era se lui fosse d'accordo: poteva Bernardino non essere d'accordo? Diede il suo assenso, commettendo un veniale e comprensibile peccato di superbia, probabilmente per non contrariare la cittadinanza che sembrava tenerci molto. Non è che puoi sempre fare il muso e dichiararti un peccatore indegno di partecipare alla Tua mensa.

Di Bernardino Realino nessuna agiografia riporta invece il fondamentale peccato di gioventù, che non furono gli scritti e gli studi letterari – e capirai, a quel tempo se da giovane non avevi scritto neanche una corona di sonetti eri un analfabeta – ma qualcosa di un filo più grave, ovvero: mentre i leccesi si proponevano di canonizzarlo da vivo, forse Bernardino era ancora alle prese col senso di colpa per avere ucciso un uomo a vent'anni. Di questo si parla poco, e del resto non è nemmeno chiaro se la cosa sia successa o no (è un giallo? Ma sì, dai, è un giallo). Lo scrive per esempio Silvana Menchi nel Dizionario Biografico degli italiani Treccani: "fu costretto a lasciare gli Stati estensi per aver ucciso in duello un altro gentiluomo (così il Tiraboschi; secondo altri per aver semplicemente ferito la stessa persona, ma aggredendola per vendicarsi d'un torto ricevuto)"; e però lo stesso Tiraboschi nella Biblioteca modenese o Notizie della vita e delle opere degli scrittori natii degli stati del serenessimo signor duca di Modena non parla di un duello ma di una lite con un magistrato in seguito a una discussione su un arbitrato che al giovane Bernardino non era piaciuto; e non di un morto ma di un ferito grave: "ſendo in tempo delle autunnali vacanze tornato a Carpi, abbattutoſi a caſo nel detto arbitro, e venuto a parlar con lui dell’affare, nel diſcorſo ſi acceſe per modo, che dato di mano a un pugnale ferillo in fronte". Il delitto era troppo palese, scrive Tiraboschi, "perchè poteſſe andare impunito; e perciò Bernardino ne ebbe in pena non già l'eſilio, come diceſi nella Vita, ma la condanna al taglio della mano, e una multa di 200 lire". Che si applicasse ancora la legge del taglione a Modena verso il 1550 è cosa che onestamente non sapevo, ma forse era un sistema come un altro per comminare l'esilio: ovvero Bernardino, che era già sulla buona strada per diventare un cortigiano a Ferrara, a quel punto lasciò gli Stati Estensi e non lo videro mai più.

Per prima cosa andò a Bologna a completare gli studi in giurisprudenza che aveva interrotto. È possibile che Realino non si sentisse veramente tagliato per il diritto: la sua intenzione iniziale era diventare medico. A convincerlo a studiare legge era stata la donna amata: "eſſendoſi allora acceſo di caldo amore per una cotal Cloride giovane non ſolo per la bellezza del corpo, ma anche per le rare virtù, che ne adornavano l’animo, degna di eſſere amata da chi gli foſſe in ſaviezza e in virtù ſomigliante, a inſinuazione di eſſa applicoſſi in vece alla Giuriſprudenza"Come mai questa Cloride ritenesse la carriera dell'avvocato più savia e virtuosa di quella del medico non ci è dato sapere, ma non ha così importanza perché Cloride sarebbe morta giovane, come si conviene alle ragazze che ispirano le poesie, salvo che di poesie su di lei non ce ne sono rimaste perché Bernardino, una volta entrato nei gesuiti, distrusse tutto o quasi. I contemporanei che avevano fatto in tempo a leggere avevano parole di apprezzamento, ma si sa che i letterati tra loro tendono a capolavorarsi ogni due per tre, non ci si può fidare. Magari ci siamo persi un grande poeta del Cinquecento, ma i leccesi starebbero ancora cercando il loro santo protettore, chi può dirlo.

Dopo la laurea Bernardino, tramite il padre, trovò subito lavoro nell'amministrazione nei vasti possedimenti del governatorato spagnolo di Milano, segnalandosi dal Piemonte all'Abruzzo come funzionario capace e onesto; di quell'onestà che sconfina talvolta nella dabbenaggine, perché trovandosi sempre più spesso in province gravate da carestie, invece di mettere qualcosa da parte finiva per offrire del suo, al punto che quando a 34 anni a Napoli entrò nei gesuiti, in dote portava più debiti che altro. Gli stessi gesuiti continuarono ad adoperarlo come i datori di lavoro precedenti, mandandolo nei posti difficili dove nessun altro voleva andare: nel suo caso a Lecce, dove la Compagnia aveva appena ereditato un lascito con la clausola di dover aprire una "casa professa", ovvero una filiale in loco. Queste clausole erano spesso una fregatura: i gesuiti non sono mendicanti, le case professe spesso costano più dei lasciti stanziati. Bernardino, col suo curriculum di amministratore, sembrava l'uomo giusto per capire se conveniva davvero aprire o no; ma anche a Lecce Bernardino finì per mettere l'ottimismo della volontà davanti al cubismo del budget, attirandosi qualche rimprovero dai superiori ma l'amore incondizionato dei leccesi, che quarant'anni dopo volevano metterlo nel calendario ancor prima che salisse in cielo.

Altri pezzi