Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi. Noi no. Donate all'UNRWA.

martedì 3 marzo 2026

Tablet e straccetto, studente perfetto


[Questo pezzo è uscito sul Manifesto del 27/2/2026]. Chi pulirà le scuole? Annoso dibattito. Contrariamente a quanto si crede, a molti studenti non dispiace dedicare un po' del loro tempo a riordinare l'aula. Non la considerano affatto un'incombenza umiliante, anzi a volte un diversivo gradito alla lezione frontale: il che può spiegare come mai spesso producano molti più rifiuti del necessario. 

La questione rimane di scottante attualità perché la legge di bilancio prevede il taglio di più di duemila figure ATA (ausiliario, tecnico e amministrativo) da qui al 2027. È pur vero che anche le classi si ridurranno, a causa di un calo demografico e in base ad arcani studi basati sulle rilevazioni Invalsi che dimostrerebbero ciò che nessun insegnante in cuor suo si sentirebbe di confermare, ovvero che le classi numerose sarebbero più efficienti delle classi più contenute. 

Così, invece di avere più spazio per ragazzi che continuano a crescere in altezza (mentre i banchi tendono a diventare più piccoli per questioni di sicurezza), continueremo a vivere, insegnare e studiare in meno aule, ma altrettanto affollate: e chi le pulirà? Un suggerimento ce lo ha dato il Ministro dell'Istruzione e del Merito con la circolare dello scorso 25 febbraio, la quale invita dirigenti e personale “a sensibilizzare gli alunni e gli studenti alla pulizia e al decoro degli ambienti scolastici e degli arredi”. “In particolare”, prosegue, “si ritiene utile l'introduzione di una regola volta alla sistemazione dell'aula, degli arredi e del materiale didattico personale o condiviso al termine delle lezioni così come al riordino dei laboratori, degli attrezzi delle palestre e di ogni altro ambiente scolastico...” Parole di buonsenso, come si vede, che purtroppo non nascondono più di tanto la gravità della situazione: il bilancio è quel che è, la spesa militare aumenta e quella per la scuola si riduce sempre più: del resto gli studenti non votano e gli insegnanti non sono il segmento su cui il centrodestra punta per vincere le elezioni. I genitori, loro sì, potrebbero sollevare obiezioni al fatto che i figli dedichino parte del tempo scolastico a riordinare e rassettare; ma nel caso facilmente se la prenderanno col dirigente. Per quest'ultimo, in effetti, è più facile farsi finanziare laboratori e progetti innovativi che mettere a bilancio l'acquisto di spugne e scope, o a contratto qualcuno che le sappia usare. Tablet e straccetto, studente perfetto. 

Nelle stesse ore il ministro ci ha informato di un decreto “che stanzia 30 milioni di euro per la realizzazione di progetti didattici per promuovere la cura e il rispetto dei parchi e dei beni scolastici da parte degli studenti”. Tanta attenzione potrebbe commuoverci, se non provenisse dallo stesso governo che ha appena tagliato 480 milioni ai fondi per la sicurezza degli edifici scolastici. “Gli spazi pubblici, una volta riqualificati, potranno essere trasformati in veri e propri ambienti didattici all'aperto”. Non è affatto un'utopia, anzi non c'è dubbio che si realizzerà, alla prossima frana o al prossimo sisma, quando insegnanti e allievi si ritroveranno letteralmente senza un tetto sotto il quale studiare. 

lunedì 2 marzo 2026

Maledetti scudi umani, la mattina, la domenica

Il Sole 24 ore. 

1) ATTENZIONE! qui radioradicale vi preghiamo di non seguire la notizia di una scuola iraniana che sarebbe stata colpita da un missile, decine di studentesse morte È FALSO! FATE GIRARE! Quella scuola era un noto scudo umano perché attorno a essa era stata costruita una base navale dei guardiani della rivoluzione, che è stata in effetti colpita da un missile (la base navale) ma non la scuola (che è uno scudo umano). FATE GIRARE! NON CREDETE AL REGIME!

2) Ok forse è stata colpita una scuola ma ERA VUOTA! ERANO LE OTTO DEL MATTINO! e comunque era uno SCUDO UMANO! Per qualche perverso motivo continuano a fare gli scudi in carne umana anche se noi continuiamo a bombardarli, sono pazzi fanatici. E comunque chi è che va a scuola alle otto del mattino?

3) Ok a quanto pare c'è un sacco di posti dove la gente va a scuola alle otto del mattino e inoltre quei pazzi fanatici sono su un fuso orario diverso (maledetti pazzi fanatici) ma comunque non è stata colpita nessuna scuola! Ah e poi era DOMENICA! La domenica le scuole sono chiuse! non credete al regime!

4) Ok in effetti ci sono paesi musulmani senzadio dove le scuole alla domenica sono aperte, ma la scuola non è stata colpita! E comunque non era un razzo dei nostri, bensì un terra-aria della contraerea iraniana! C'è la foto! maledetti pazzi fanatici! lanciano i missili terra-aria contro i nostri missili diretti sui loro scudi umani!

5) Ok la foto ha sullo sfondo montagne con la neve e quindi è stata presa in tutta un'altra stagione, in un'altra regione, e questo per un motivo preciso, ovvero che NON È STATA BOMBARDATA NESSUNA SCUOLA! E comunque se fosse successo QUELLA SCUOLA SAREBBE STATA CHIUSA! e comunque UNO SCUDO UMANO! ALLE OTTO DI MATTINA! DI DOMENICA! ma quante scuse ancora ci dobbiamo inventare insomma, perché continuate a credere al regime? No sul serio adesso sinceramente, perché loro sono più convincenti di noi? Noi abbiamo tanti profili, tanti professionisti, tante prove fotografiche e video, tante scuse, ma voi niente: e allora è chiaro che ci odiate, perché ci odiate? Lo capite che è antisemitismo? Insomma per quale altro motivo non dovreste trovarci convincenti? 

6) E comunque ok, forse un centinaio di bambine, ma presto comunque avrebbero dovuto coprirsi i capelli.

domenica 1 marzo 2026

Il fantasma dell'89

E così la guerra tra Russia e Ucraina ha compiuto quattro anni (più di dodici, in realtà, se teniamo conto del precedente periodo di bassa intensità). Si trattava, già pochi mesi dopo l'inizio dei combattimenti, del più grande conflitto europeo dal 1945: quattro anni dopo le stime che superano il milione di morti, per quanto non facilmente verificabili, sono del tutto plausibili. Se non è una guerra mondiale, è comunque una guerra enorme, che forse non riusciamo a comprendere, tanto è fuori scala rispetto ai conflitti a cui capita di interessarci (l'esatto opposto della Palestina, un inferno concentrato in territori di cui non riusciamo ad afferrare la piccolezza). È una guerra immensa e non ne vediamo la fine. Come avviene spesso in questi casi – abbiamo libri di Storia che ce lo raccontano – ogni proposta di cessare il fuoco viene interpretata dal nemico come un segno di debolezza: questo è vero per i russi, che continuano a mandare a monte ogni trattativa, ma lo è anche ad esempio per gli europei, che ancora giocano al rialzo: pochi giorni fa Kaja Kallas ha avanzato una serie di richieste che include il ritiro dei russi anche da Ossezia, Abcazia e Transnistria – richiesta ineccepibile dal punto di vista del diritto internazionale, ma insomma, a chi non riesci a sconfiggere su un fronte forse non dovresti chiedere di ritirarsi da altri tre. A complicare il quadro, la completa inaffidabilità di Trump; in mezzo, la sofferenza del popolo ucraino che in un qualche modo continua a resistere, sorprendendo molti osservatori e anche me, per quel che conta: e dire che Guicciardini l'avevo pur studiato

Da qualche parte ho intravisto un pezzo che dimostra che l'economia russa sia ormai entrata in una fase di crisi irreversibile. Un pezzo che probabilmente troverei più credibile se non ne avessi letto simili già 4 anni fa – dopodiché è pur vero che prima o poi, se prevedi morte e disperazione, ci azzecchi: è il trucco dei profeti da Isaia in giù. Non mi costa insomma molto credere che la Russia sia in crisi: tra l'altro anche i segnali sul fronte confermano un arretramento. Il passaggio logico che mi costa un po' fatica, mentre vedo che molti lo danno per scontato, è che per questo valeva la pena combattere (anzi per questo valeva la pena far combattere e morire un milione di ucraini), che questa specie di catastrofe sociale sia un obiettivo auspicabile per noi, nel medio-lungo termine. È un'idea che molti danno per scontata: se la società va in crisi, non può che seguirne una fase di rivolta che porterà a democrazia e libertà. È la stessa idea che ha portato gli USA a isolare Cuba e a complicare la situazione con l'Iran, eccetera. Non è un'idea illogica, anzi è per molti versi verosimile: ha soltanto il grosso difetto che non si è verificata praticamente mai. A Cuba il castrismo ha battuto ogni record di durata per un regime, in Iran (contrariamente alle attese) gli ayatollah non smollano, eccetera. Ma più in generale, fatevi venire in mente una nazione in cui il regime interno sia collassato perché una lunga guerra o un embargo internazionale avevano reso la vita molto più dura agli abitanti. A me non ne viene in mente nessuno, tanto che mi verrebbe da formulare l'ipotesi inversa: le guerre esterne possono aiutare una classe dirigente a cementare la propria posizione. 

Se comincio ad andare indietro arrivo a un decennio molto più promettente in cui i regimi sì, cadevano: cadde il Muro di Berlino, cadde l'apartheid; ma non caddero a causa di guerre esterne o di una situazione di embargo imposta con la forza. Allo stesso tempo credo che il mito fondativo dei regime changer sia proprio quell'89-95 in cui tutto è cambiato all'improvviso dopo decenni in cui sembrava che nulla potesse cambiare. Questo lo capisco – o forse lo proietto: è infatti possibile che il mio ostinato interesse per una disciplina arida di soddisfazioni come la politica internazionale sia stata causata dal medesimo imprinting: da qualche parte nella mia testa resiste una cellula convinta che tutto possa cambiare in meglio all'improvviso, nell'89 sembrava andare così e perché non dovrebbe ripetersi. 

Il guaio è che i regime changer hanno assorbito quegli avvenimenti come un mito, non li hanno studiati come un fatto storico: altrimenti non penserebbero di poter sostituire a un lungo processo di logoramento economico (nel caso dei Paesi del Comecon) una guerra di posizione; o a una lunga campagna internazionale di sensibilizzazione (come nel caso del Sudafrica) un embargo con qualche saltuario bombardamento e/o assassinio mirato. L'URSS non saltò perché era sotto pressione militare, anzi in quello specifico momento non lo era così tanto: stava cominciando timidamente ad aprirsi alle immagini di benessere che provenivano da ovest e forse furono quegli spiragli a rendere instabile la struttura. Con la Russia ci stiamo comportando nel modo diametralmente opposto: ci ha sfidato nell'unico campo in cui poteva farlo alla pari (lo sforzo bellico, le materie prime), e a questa sfida abbiamo risposto sullo stesso piano, come se non avessimo altri argomenti. Perché forse alla fine non li abbiamo, o se li abbiamo non li riconosciamo più.

***

Mentre meditavo queste cose, Trump ha ceduto – come sempre cedono gli uomini deboli – alle insistenze di Netanyahu, e il bombardamento dell'Iran è ricominciato. Di questo bombardamento Israele ha bisogno per prolungare all'infinito uno stato di crisi che ormai coincide con la sua stessa esistenza: siccome è ormai una nazione fondata sul genocidio, e il genocidio può essere giustificato soltanto in condizioni emergenziali, l'emergenza non può finire – perlomeno finché non sarà evacuato l'ultimo angolo di Cisgiordania. Ufficialmente l'attacco è "preventivo", ovvero basato sull'idea che un giorno gli iraniani potrebbero disporre di armamenti nucleari e potrebbero usarli (a differenza di ogni altra potenza nucleare fin qui), per scopi offensivi e non dissuasivi. Questo è l'argomento, salvo che non riescono a fingere di crederci neanche loro – se nemmeno Netanyahu nella sua fase più fanatica, seduto su un arsenale di trecento armi nucleari, si mette a usarle, possiamo pensare che lo faccia l'Iran quando ne avrà un paio? Si ripete qui il vecchio paradosso iracheno: gli iraniani non possono dimostrare di non possedere armi di distruzione di massa; l'onere della prova toccherebbe ai loro avversari. Così l'obiettivo si è spostato, in modo progressivo ma percepibile, all'idea del regime change. Si è molto insistito, nei mesi scorsi, sulle azioni repressive del regime: gli stessi organi che ostinatamente non vogliono credere ai conteggi delle vittime nella Striscia di Gaza (neanche quando vengono confermati da organi internazionali) hanno immediatamente preso per buona una cifra di 30000 vittime divulgata da un influencer. Si sono organizzati banchetti e presidi anti-ayatollah, da qualche armadio o caveau è stato ripescato un erede di Pahlevi, una tizia in Canada che si accendeva una sigaretta con una foto di Khamenei è diventata un simbolo per una frangia di attivisti/comunicatori che insistono sulla liberazione delle donne iraniane con un'ossessività tutta particolare – non vedono l'ora che si scappuccino, che si spoglino, anche se è inverno, non importa. Tutto questo evidentemente doveva prepararci al nuovo round di bombardamenti, che magari sarà più intenso di quello estivo ma soprattutto ha un fine diverso: ora si bombarda per provocare una rivoluzione. A parte questo, la strategia è la stessa: bombardamenti tattici (che inevitabilmente fanno vittime civili) e assassini mirati. A questo punto dovrebbe già essere stato eliminato Khamenei, che ci viene presentato come l'ennesimo tiranno solitario, e non la figura apicale di una struttura gerarchica ramificata e capillare, che morto un ayatollah ne nominerà un altro. E anche qui: vi viene in mente una dittatura che sia collassata su sé stessa perché veniva assassinato il leader? Il franchismo? Mah, vedremo. Non è insomma del tutto impossibile... ma se succedesse, è auspicabile? Una volta dimostrato che la democrazia si può esportare bombardando e assassinando, cosa ci tratterrebbe da bombardare e assassinare chiunque? Se oltre a essere rispettivamente un demente e un criminale, Trump e Netanyahu si rivelassero due statisti visionari, non credo che questa rivelazione sarebbe una buona notizia per il mondo intero. 

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Più realisticamente, l'eliminazione di K. può essere il risultato minimo al quale Trump può appigliarsi per dichiarare che anche questa guerra lampo è vinta, e lasciare Netanyahu in sospeso per altri sei mesi. Con questo non voglio dire che un regime change eterodiretto non sia possibile. Un'opzione già sperimentata, che ha consentito di rovesciare concretamente un regime proprio nel Medio Oriente esiste, e prevede, dopo i bombardamenti, un'invasione da terra. È quello che è successo con la seconda guerra del Golfo – in sostanza l'invasione USA dell'Iraq – che è durata quasi nove anni e ha causato, secondo le stime internazionali, almeno un milione di morti civili. 

L'Iran è vasto il triplo dell'Iraq (con catene montuose che ostacolano l'intervento da terra) e popolato il doppio, quindi un'invasione di questo tipo non sembra una cosa che persino menti non esattamente lucide come quelle di Trump e Netanyahu possano prospettare seriamente. Trump, alla prima leva militare seria, ci perderebbe le elezioni (le ha vinte con un programma di disimpegno militare); l'IDF ha difficoltà a penetrare per qualche km in Libano senza spararsi nei piedi. 

Dove si capisce come stavolta il regime change più che un obiettivo sia una condizione sine qua non: la guerra prosegue soltanto se gli iraniani si rivoltano seriamente contro gli ayatollah. Il che può benissimo darsi, anche se fin qui non è successo: e il motivo per cui si bombarda è proprio che non è ancora successo – ma ecco: se bombardi di più succederà? I bombardamenti aumentano la disaffezione del popolo nei confronti del regime o aiutano il regime a compattare il consenso? Non lo so – anche l'esempio italiano del '43-45 mi sembra ormai scarsamente riutilizzabile – ma l'impressione è che più che il risultato di un calcolo, i bombardamenti siano l'espressione di un'insofferenza: Trump e Netanyahu non sanno più cosa fare, e qualcosa devono farlo (soprattutto N.). Il regime non crolla, hanno provato con qualche assassinio mirato e non crolla, poi con bombardamenti e comunque non crolla, poi ancora con bombardamenti e ancora non crolla, e ora che si fa? Si bombarda di nuovo, non perché stia dando l'impressione di funzionare, ma perché è l'unica opzione che hanno. Idee poche, missili tanti, avanti così. Fino a un disastro che prima o poi avverrà, perché tutto prima o poi avviene. È il trucco dei profeti, ricordate.

venerdì 20 febbraio 2026

Il bonus docente è davvero fantastico (nel senso che non l'ha visto ancora nessuno)

[Questo pezzo è apparso il 18 febbraio sul Manifesto. Era stato scritto qualche giorno prima, ma vorrei rassicurarvi: è ancora attuale. Nel senso che a oggi il bonus che i docenti dovevano percepire a settembre non è stato ancora corrisposto; il che dovrebbe forse trattenere i consulenti del Ministero dal lodarne le caratteristiche e le finalità, se conoscessero, non per sentito dire, un minimo di decenza. È pur vero che sono pochi soldi, ma sono nostri. C'è una parola molto semplice che definisce chi si tiene i miei soldi, invece di darmeli].


Ma quando riaprono la Carta Docente? Ogni tanto ancora qualcuno in sala insegnanti se lo chiede. Nessuno ha più il coraggio di rispondere, perché fin qui tutte le previsioni sono state deluse. Ce l’aspettavamo a fine settembre – e già allora qualcuno borbottava: in effetti, se c’è un periodo in cui i docenti hanno veramente bisogno di comprare libri, materiale, e iscriversi a corsi d’aggiornamento, è proprio nel mese in cui tradizionalmente il servizio viene sospeso. Stavolta però a ottobre la carta non si è riaperta, e chi non si era affrettato a spendere i suoi 500€ di bonus annuale ha avuto un brivido: ce li riaccrediteranno? Di solito succede, ma se stavolta non succede?

Dopo settimane di suspense, la piattaforma si è effettivamente riaperta. A quel punto abbiamo scoperto che le aziende che gestiscono lo Spid – un servizio ormai indispensabile, non solo per usufruire della Carta – non lo faranno più gratis. Ma almeno il bonus arretrato era ancora lì, dove i meno spendaccioni lo avevano lasciato: quello del 2025/26 però non era ancora accreditato, e a quel punto chissà se lo sarà. Speravamo almeno per Natale, ma c’è sempre un inghippo burocratico, una sentenza da rispettare, un provvedimento da riscrivere. A quanto pare si tratta di un decreto interministeriale che dovrebbe essere approvato a fine febbraio, dopodiché finalmente i docenti potranno accedere a quello che gli spettava di diritto a settembre. Sei mesi di ritardo, per una categoria storicamente sottopagata che nel frattempo sta sperimentando un’evidente perdita di potere d’acquisto. Il minimo che si possa dire è che ci sia stato arrecato un danno: ragione per cui qualcuno cominciava ad aspettarsi una beffa. Di solito funziona così, con questo governo almeno.

Se ne è voluta forse incaricare Loredana Perla, coordinatrice della commissione governativa che sta riscrivendo le indicazioni nazionali. Alcuni giorni fa la pedagogista se l’è presa con insegnanti e sindacati che criticano la “nuova carta”, che non sarà più semplicemente una “carta docenti”, ma una “carta servizi” che potrà essere impiegata non soltanto per consumi culturali, ma per esigenze più pedestri (ancorché necessarie) come i trasporti. È pur vero che sarà un po’ leggera (100 euro in meno, una riduzione del 20%!), dato che la “platea dei consumatori” si è allargata: varie sentenze hanno infatti ribadito l’obbligo del governo a corrispondere il bonus anche ai docenti precari. Qualcuno potrebbe obiettare che siamo lavoratori, non pesci in un acquario che aumentando di numero devono accontentarsi di meno mangime pro capite: se gli aventi diritto a un bonus aumentano, non c’è nessuna legge matematica o sociale che proibisca di aumentare il budget; insomma dove la professoressa Perla vede una necessità, c’è invece una precisa decisione del governo che ha stabilito di non spendere un centesimo in più; e anche quei centesimi, ci sta mettendo sei mesi a trovarli. Immaginate che qualcuno vi proponga di calarvi il salario perché ha intenzione di assumere qualche collega; ecco, questo è il problema coi bonus: hanno una logica tutta loro che non è quella della contrattazione.

Col senno del poi forse aveva ragione chi del bonus si era detto perplesso sin dall’inizio; chi quei 500 euro (40 al mese…) avrebbe preferito vederli in busta: pochi, maledetti e subito. L’idea del bonus non viene dalle associazioni di categoria; è forse quel che resta di una delle stagioni più bizzarre del riformismo scolastico, la Buona Scuola di Renzi. A suggerirla fu un insegnante-scrittore, Marco Lodoli, che più volte spiegò come il suo intento fosse convincere gli insegnanti a tenersi aggiornati, ad andare oltre i soliti classici, insomma a leggere anche gli autori viventi. Sin dall’inizio insomma la misura fu vista come un aiuto, più che agli insegnanti, all’editoria, e in generale alla traballante industria culturale; il problema non era tanto che i prof avessero pochi soldi da spendere, ma che non li spendessero in biglietti di teatro, in libri (possibilmente libri nuovi, scritti da autori viventi, non i soliti classici). L’acquisto di device digitali era tollerato, purché non fossero i diabolici smartphone. Con queste limitazioni, il bonus non ha mai smesso di essere considerato come un’illuminata elargizione, e non un diritto acquisito; una paghetta per la quale l’insegnante non dovrebbe mai smettere di ringraziare, anche quando l’aspetta per sei mesi e non arriva.

La nuova Carta, ci spiega Perla, sarà «estesa in prospettiva anche al personale amministrativo»: benissimo, ma speriamo che questo non comporti l’ulteriore riduzione di un bonus già esiguo. Sarà insomma qualcosa di fantastico, questa nuova Carta: potremo usarla per andare in autobus come al cinema (chissà se finalmente qualche museo l’accetterà), insomma perché noi utenti non la apprezziamo? Perché insistiamo a borbottare? E noi docenti forse tanto entusiasmo vorremmo condividerlo: a frenarci, fin qui, non è qualche faziosità ideologica, quanto l’antica abitudine (che una pedagogista dovrebbe comprendere) a giudicare non le intenzioni, ma i risultati. Perché per quanto possa essere bellissima, questa nuova Carta, un grosso difetto ce l’ha: non c’è. Non l’ha ancora vista nessuno; chissà, forse a fine mese. Speriamo.

mercoledì 18 febbraio 2026

Dovevamo aspettarcela, l'inquisizione sionista


Non scriverò una riga per difendere Francesca Albanese dall'ennesimo attacco, organizzato dai soliti manipolatori professionisti. Non lo farò perché in tanti lo hanno già fatto, e comunque l'Albanese sa difendersi da sola. Stavolta più che mai la manipolazione è davanti agli occhi di tutti, il che ha già costretto qualcuno a tapparseli. Non importa più di tanto, non è di questo che dovremmo parlare.

Chi ci vuole far litigare sull'Albanese, oggi, combatte una battaglia di retroguardia, che ha poco a che vedere con la situazione palestinese, col genocidio palestinese e perfino con il lavoro di Francesca Albanese: i report che, fateci caso, non vengono messi in discussione e nemmeno citati. Questo malgrado siano potenzialmente il terreno più pericoloso, quello in cui si citano numeri e fatti, e si mettono per iscritto indizi non sempre dimostrabili. Eppure no, nessuno critica Francesca Albanese per il suo lavoro. Forse perché è inattaccabile? O comunque Israele e i suoi amici non hanno piacere che di questo lavoro si discuta. E invece di cosa dovremmo discutere? 

Di antisemitismo. Francesca Albanese viene messa sulla graticola per una frase che, se fosse mai stata pronunciata, definirebbe Israele come "nemico dell'umanità", è questo è antisemitismo e quindi non si può dire. I difensori dell'Albanese a questo punto obiettano – e giustamente – che lei quella frase non l'ha detta: che intendeva qualcosa di diverso. È assolutamente normale obiettare in questo modo a una simile accusa, e io farei lo stesso se mi fosse rivolta. Anzi: io ho fatto lo stesso ogni volta che mi è stata rivolta. Allo stesso tempo, mi chiedo se obiettando con troppa foga non facciamo per caso il gioco di chi ha deciso di spostare il problema su questo livello: da una discussione sul genocidio palestinese, a una discussione sulle parole che si possono usare. No, Francesca Albanese non intendeva dire una certa cosa. Ma anche se l'avesse detta, si sarebbe trattato di qualche brutta parola. Le brutte parole non stanno cacciando i palestinesi dalle loro case: i coloni invece lo fanno. Le brutte parole non stanno uccidendo palestinesi senza applicare la minima differenza tra civili e miliziani: l'esercito israeliano lo fa. Le brutte parole sono un problema? Il problema mi sembra piuttosto un'operazione di pulizia etnica condotta alla luce del sole, nell'imbarazzo dell'opinione pubblica mondiale, mentre i responsabili si lamentano perché qualcuno osa fischiare le loro insegne alle olimpiadi. Sono fatto così, tendo a giudicare i fatti, i risultati. Qualcun altro preferisce concentrarsi sulle intenzioni, e perseguitarci per cose che potrebbe averci sentito dire, abolendo ogni carità interpretativa e impedendoci di spiegarci meglio. Ci sono stati, nel passato, tribunali che funzionavano così. 

Niente di nuovo, tutto sommato. A chi periodicamente (retoricamente) si domanda come mai il conflitto israelo-palestinese attiri l'attenzione molto più di altri scenari di guerra, posso rispondere almeno per me: ci sono stati conflitti più sanguinosi, ma nessuno ha mai visto lo sfoggio di tanta propaganda, di tanta cattiva fede. Forse sono soltanto un appassionato di fenomeni linguistici, e questo tentativo incessante, secolare, di spostare l'attenzione dal sangue alla parola mi ipnotizza, per quanto maldestro come certe pubblicità che ti colonizzano il cervello proprio per quanto sono stupide. Israele viene sospettata di genocidio? Israele nemmeno ci prova, a smentire le accuse. Israele decide di vietare l'uso della parola "genocidio". E così via. E siccome dal peccato di parola al peccato di pensiero il passo è breve, molto presto trovi un debunker professionista pronto ad affermare che non ha nessuna importanza quel che Francesca Albanese scrive: perché anche se non ha detto certe cose, in fondo le pensa. Questa è l'inquisizione, né più né meno, e posso ancora scriverlo perché all'IHRA non hanno fatto i compiti e non hanno ancora pensato a inventare, dopo l'"holocaust inversion", l'"inquisition inversion". Questione di settimane, dopodiché non dubitiamo che anche il parlamento italiano si prostrerà supino di fronte all'esigenza più che mai sentita di introdurre un altro psicoreato, e prima ancora del parlamento, il governo di quella poveretta che non sa più ormai da che parte prostrarsi, che razza di mestiere si è scelta. Niente di nuovo: discutere con un sionista è sempre stato questa cosa esilarante. Riporti dei fatti, si arrabbia perché le tue parole, lette in un certo modo, significano che odi il suo popolo. E il suo popolo non si può odiare! Tutti gli altri sì, il suo no. È un tranello da quattro soldi – un attimo fa stavi parlando di fatti, ora stai parlando del fatto che non odi nessun popolo, ma chi se ne frega? Lasciali perdere, rimettiti a parlare dei fatti. 

Quella intorno alla figura di Francesca Albanese – non intorno al lavoro di Francesca Albanese – resta una battaglia di retroguardia. Chi ha perso sul terreno dell'informazione vorrebbe consolarsi col suo scalpo, e magari a un certo punto l'otterrà: per scoprire subito dopo di non aver ottenuto nulla. Quello che in tanti non capiscono, o non vogliono capire, è che Francesca Albanese non è la leader di un movimento: e questo malgrado un movimento esista e spesso la percepisca come tale. Malgrado anche lei, a volte, si comporti come tale. Francesca Albanese è la relatrice ONU sui territori occupati, il che la mette nella posizione (molto scomoda) di puntare il dito sul genocidio che sta avvenendo nei territori occupati. Lei cerca di farlo da più pedane possibile, in modi che potete trovare discutibili, ma che non cambiano la sostanza della situazione, e la situazione è un genocidio. Il giorno che l'Albanese fosse rimossa, lei finalmente potrebbe riaprire un conto negli USA e magari trovare un altro mestiere sicuramente più tranquillo e remunerato. Non smetterebbe all'improvviso di essere una figura apprezzata e detestata. Nel frattempo il genocidio resterà tale, e qualcun altro al suo posto si troverà nella posizione di denunciarlo. Non si può fare diversamente, la realtà quella è, non si cambia: si possono cambiare le parole, ma è un tentativo patetico e perdente. Avete vinto un pezzetto di terra, avete perso l'anima. È andata così, prendetevela pure con chi non riesce a distogliere gli occhi dal vostro sfacelo. 

martedì 17 febbraio 2026

Ճանաչել զիմաստութիւն եւ զխրատ, իմանալ զբանս հանճարոյ:

Bassorilievo a Yerevan
DI EPOCA SOVIETICA. 
17 febbraio: San Mesrop Mashtots (361-440), alfabetizzatore dell'Armenia. 

Cosa rende una nazione... una nazione? È la Storia, sì, ma di cosa? È la cultura, ovvero? Potrebbe essere la letteratura, ma in che lingua? Allora forse è la lingua, ma quella cambia in continuazione. Questo tipo di domande, che forse avremmo dovuto dichiarare decadute un secolo fa, e invece rispuntano, probabilmente alla lunga si rivoltano su sé stesse, riportandoci al punto di partenza (una nazione è un insieme di persone definite dalla cultura che si produce nella lingua di quella nazione) confermando un'antica intuizione pragmatica: un segno rappresenta quel che tutti insieme vogliamo che rappresenti, vale per le smorfie come per i concetti che ci mandano in guerra. È tutto arbitrario, e allo stesso momento predeterminato da correnti umane non facilmente manovrabili. Ogni nazione decide per sé, di volta in volta, e da parecchio tempo in qua gli armeni hanno deciso che alla radice di tutto c'è il loro alfabeto. Il monaco Mesrop Mashtots, che l'avrebbe inventato all'inizio del V secolo per evangelizzare i suoi connazionali, non è l'unico alfabetizzatore a essere venerato come un santo (ne abbiamo ricordati altri due proprio questa settimana), ma per gli armeni è molto di più: il padre della lingua e quindi della patria, esaltato prima dai patrioti armeni, poi dagli intellettuali sovietici armeni, e in seguito dai nazionalisti armeni, tutti più o meno concordi su un punto: senza l'alfabeto, non ci sarebbe un'Armenia; gli armeni si sarebbero disciolti da millenni nel calderone mediorientale, come gli Assiri o i Medi o i Parti. Questo malgrado si abbiano notizie di alfabeti pre-esistenti a quello di Mesrop, e della produzione di Mesrop medesimo resistano poche tracce: qualche inno, alcuni versetti della Bibbia che però altri avrebbero tradotto integralmente dopo di lui e grazie a lui.  

La sua leggenda a ben vedere contraddice un altro mito fondativo della nazione armena, ovvero che sia stata in assoluto la prima ad aver adottato il cristianesimo come religione ufficiale già verso il 310 (e quindi 70 anni prima che l'Editto di Tessalonica facesse del cristianesimo la religione di Stato dell'impero romano). Un simile primato sarebbe dovuto alla fulminante opera di apostolato di San Gregorio l'Illuminatore, che dopo essere stato confinato in un pozzo per tredici anni da re Tiridate III, lo avrebbe guarito da un male incurabile, stimolando il sovrano non solo a chiedere il battesimo, ma a renderlo obbligatorio per tutti i sudditi. Potrebbe persino essere successo davvero, e non contraddirebbe troppo il fatto che il monaco Mesrop, nato cinquant'anni dopo, si ritrovasse a fare i conti con un popolo che ignorava i fondamenti della propria religione. Sono cose che sono successe altrove, ad esempio nelle colonie spagnole e portoghesi, dove gli evangelizzatori si trovavano spesso davanti a indigeni ignari di cristianesimo, ma formalmente già battezzati da qualche missionario molto sbrigativo. 

Può darsi che il successo di Mesrop, intellettuale di estrazione nobile, già cortigiano e poi monaco, sia in parte causato dalla situazione in cui si trova a operare, in uno dei tanti momenti storici in cui l'Armenia sembra decadere da nazione a "espressione geografica": dal 387 il territorio è spartito tra l'impero Romano a ovest e un regno formalmente indipendente, ma in sostanza satellite dell'impero Partico, a est. È in quest'ultimo che Mesrop vive e fonda monasteri, riuscendo però anche a ottenere il permesso di predicare in lingua armena entro i confini dell'impero romano, direttamente dall'imperatore Teodosio II che avrebbe incontrato a Costantinopoli. Poteva sembrare una situazione provvisoria, e invece l'Armenia non avrebbe ritrovato un assetto unitario fino a oggi: le successive invasioni arabe, turche, mongole e russe a complicare il quadro. Il fatto che gli sia stata attribuita anche la paternità di altri alfabeti (il georgiano l'albanese caucasico) mostra come l'autorevolezza di questo santo, morto nel 440, abbia oltrepassato i confini che nel Caucaso sembrano spesso insormontabili.

Անկասկած, սա գրագիտության սրբերի շաբաթն է. 14-ը գլագոլիցայի (որը հետագայում հիմք հանդիսացավ կիրիլիցայի) գյուտարարների և տարածողների՝ Կյուրեղի և Մեթոդիոսի տոնն էր. այսօր հերթը հայկական այբուբենի գյուտարար Մեսրոպ Մաշտոցի է. այն փաստը, որ նրան վերագրվում է նաև այլ այբուբենների (վրացական և կովկասյան ալբանական) ստեղծումը, ցույց է տալիս, թե ինչպես է այս սրբի հեղինակությունը գերազանցել Կովկասում հաճախ անհաղթահարելի թվացող սահմանները: Երբ Մեսրոպն աշխատում էր իր այբուբենի վրա, Հայաստանն արդեն մեկ դար քրիստոնյա էր. այն առաջին թագավորությունն էր, որը քրիստոնեությունը հռչակեց պետական ​​կրոն (301 թվականին), բայց հունական պատարագը անհասկանալի էր նրա հավատացյալների մեծ մասի համար: Հունական այբուբենի նշաններից սկսած՝ Մեսրոպը որոշեց մշակել նոր այբուբեն՝ 36 տառերով, որը արտացոլում էր հնդեվրոպական մյուս լեզուներից զգալիորեն տարբերվող լեզվի հնչյունաբանությունը (որոնց այն, այնուամենայնիվ, պատկանում է): Ժողովրդին նոր այբուբեն տալը նշանակում էր սուրբ գրքերի և պատարագի թարգմանության համար ճանապարհ հարթել ընդհանուր լեզվով. մի բան, որը Արևմտյան Եվրոպայում տեղի կունենար միայն տասնվեցերորդ դարում՝ բողոքական բարեփոխումների ժամանակ, իսկ քսաներորդ դարում՝ Վատիկանի երկրորդ ժողովի ժամանակ։ Ազնվական ծագում ունեցող մտավորական, նախկինում արքունի, ապա վանական, աստվածաբան և հիմների հեղինակ, Մեսրոպը հայտնվեց այն բազմաթիվ պատմական պահերից մեկում, երբ Հայաստանը, կարծես, ազգից վերածվեց «աշխարհագրական արտահայտության». տարածքը բաժանվեց Հռոմեական և Պարթևական կայսրությունների միջև, և ավելի ուշ ժամանեցին արաբներ, թուրքեր, քրդեր և ռուսներ։ Եթե նրանց հաջողվեց պահպանել իրենց լեզուն և մշակույթը, դա նաև շնորհիվ Մեսրոպի այբուբենի էր։ 


17 febbraio: San Teodoro di Amasea, soldato non proprio ignoto, ma abbastanza dimenticato.

Teodoro è un santo legionario come tanti. Tutto quello che sappiamo di lui ce lo ha raccontato Gregorio di Nissa: proveniente non si sa bene da quale centro urbano dell'Oriente, si trova di stanza nella località anatolica di Amasea quando l'imperatore Galerio Massimino promulga un editto riguardante l'obbligo dei legionari di sacrificare agli dei. Teodoro si rifiuta, il che potrebbe fare di lui un anticipatore della resistenza passiva, senonché decide di dar fuoco a un tempio di Cibele, maledetto vandalo e casseur. Viene pertanto torturato al cavalletto, e rinchiuso in una cella in cui dovrebbe morire di fame, il che però non accade. È dunque bruciato vivo il 17 febbraio di un anno che potrebbe essere il 306 come il 311: di lì a poco Costantino e Licinio avrebbero posto termine alle persecuzioni dei cristiani, per cui Teodoro è uno degli ultimi. Ma soprattutto Teodoro sarà, per diversi secoli, l'unico martire a portare questo nome, che soprattutto nella parte grecofona del Mediterraneo era molto diffuso: il che lo renderà molto più popolare di quanto la sua breve storia avrebbe meritato. Nel VI secolo sorgono monasteri dedicati a lui a Palermo, Messina, Ravenna, Napoli; a Roma, è ritratto in un mosaico nella basilica dei Santi Cosma e Damiano al Foro. A Venezia Teodoro (anzi, "Todaro") sarà il patrono più popolare fino al XII secolo, quando sarà soppiantato da Marco: ma la sua statua è ancora ben visibile accanto a quella di Marco sulle due colonne duecentesche della piazzetta che si affacciano sul molo. Todaro per l'occasione è ritratto mentre calpesta un drago-coccodrillo: il che ci fa pensare che la sua figura si stesse già confondendo con quella di altri santi soldati come Giorgio o Michele
La popolarità di Teodoro stava già declinando verso il Mille, quando al santo legionario capita una vera sfortuna: da qualche parte salta fuori un altro San Teodoro, anche lui militare ma con un grado decisamente più alto: generale. Anche la data sembra fatta apposta per generare confusione: il generale era morto martire il 7, il soldato semplice il 17. Fatalmente, le due figure finiscono per sovrapporsi, al punto che persino la scheda di Santiebeati, dopo aver descritto con molta chiarezza che si tratta di due santi diversi, conclude così: "Comunque trattasi della stessa persona commemorata in due giorni diversi". Ma come? Per quanto non sia certo la prima volta che un generale si prende la gloria di un suo sottoposto, è comunque un esito triste. Viva San Teodoro, quello semplice, quello del 17. 

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