Mi ero segnato di scrivere qualcosa sulla serie di Zerocalcare, che è molto bella, ma quello l'hanno scritto in tanti; per cui mi ero segnato di scrivere qualcosa di critico, o almeno di dialettico, insomma qualcosa che creasse uno spazio di discussione – sapete come funziona qui, no? – ma ecco quel "qualcosa di critico" non so bene in cosa consistesse, non me l'ero segnato: mi ero soltanto segnato di scriverlo, dopodiché ne sono successe tante – Marjane Satrapi, Erri De Luca, Pina Picierno, Vannacci, gli scrutini, e insomma mi sono proprio dimenticato. È quel tipo di cosa che succede sempre in giugno, tante cose da fare tutte assieme, poi per un attimo più nulla, poi di nuovo tante cose, è un mese che ti frega ogni volta: la grandine, i tigli, le cavallette. E faccio strani sogni: ma tanto non me li ricordo.
Una cosa che non faccio più da quand'ero bambino sono gli incubi. Anche i sogni angosciosi, quelli in cui è successo qualcosa di terribile che per fortuna si dissolve al risveglio – anche quelli, molto rari. Ma è da parecchio che ho notato comunque un problema. C'è una specie di camera di decompressione, tra il sogno e il risveglio, un corridoio angusto in cui devo recuperare le mie generalità, ricordarmi chi è la persona che sta per svegliarsi: e una delle nozioni principali che devo ogni volta riassumere, è che sono vecchio, vecchio: che ho più di cinquant'anni! Nel frattempo il sogno svanisce: è molto raro che me ne ricordi più di qualche frammento. Quel che mi resta quando apro gli occhi, è il senso di vergogna, di panico, che mi dà la scoperta improvvisa che sono un vecchio coi capelli bianchi. E capisco che possa succedere una volta ogni tanto: ma tutte le mattine? Cioè quand'è che il mio inconscio si abituerà alla cosa?
Il mio inconscio, per quel poco che lo conosco, è rimasto in un periodo abbastanza preciso, tra i diciotto e i ventiquattro anni. Non ricordo mai sogni in cui sono più piccolo, né più grande. Mi aggiro per una casa che in linea di massima è quella dei miei: ma non sono più un adolescente, non vado neanche più al liceo. Ho amici e amiche che frequentavo all'università, e quel tipo di desideri e di problemi. Non mi capita mai di sognare case o amici più recenti, per quanto ne abbia avuti. Il mio inconscio si è fermato lì, e da lì vorrebbe ricominciare. Il risveglio lo riporta su una versione della mia vita che non sarebbe interessato a proseguire. Certe scelte, io le ho fatte: lui no; non le condivideva, e non ritiene giusto pagarne le conseguenze. Così ogni volta che mi risveglio da un sogno devo riprendere coscienza degli anni che ho, e ricompierli tutti in una volta. È frustrante, no? Se ogni tanto rileggo qua sopra, non c'è un motivo tanto ricorrente quanto quello del mio invecchiamento personale. Per quanto possa essere un'idea indigesta, il mio io-blog non ha fatto che ripetermela per mesi, anni e decenni: sì che potremmo considerare questa pagina una lunga preparazione, un lento apprendistato alla vecchiaia e alla morte. Inutile, almeno per quel che riguarda il mio io sotterraneo: lui il concetto non lo accetta, non gli interessa, è pronto per andare a Barcellona con una tenda nel baule dell'opel corsa.
Perciò alla fine cosa posso dire. Mi dispiace non aver scritto a caldo qualcosa sull'ultima serie di Zerocalcare che, come le altre sue, mi ha lasciato intontito e soddisfatto. Probabilmente avrei voluto aggiungere qualcosa di controverso sui suoi personaggi, che vanno per la quarantina ma sembrano ancora venticinquenni, e così si comportano – pur calandosi in impicci da adulti. Del resto la fortuna di Zero è cominciata quando è riuscito a cristallizzare sé e i suoi compagni in bozzetti – è il dono e la maledizione di ogni grande fumettista seriale; anche Charlie Brown e Mafalda non potevano invecchiare, non lo prevede il format e non lo avrebbero sopportato i lettori. Zero può giusto alzarsi la fronte, è il massimo che gli è concesso. Chi rileggerà le sue storie tra qualche anno, e le confronterà con quelle delle generazioni precedenti, noterà la mutazione e si porrà il problema: cosa ci è successo, diciamo dagli '80 in poi? Troppa televisione? La fine della civiltà operaia? La crisi del ceto medio? Ecco, mi piacerebbe leggere le risposte che si darà, da un punto di vista che non posso raggiungere. Le mie, di risposte, sono deludenti. A Zero dovrei rimproverare quel che capita a me: di portarmi in giro in ventenne, ovunque vado, che salta fuori nei momenti peggiori e non mi lascia invecchiare in serenità. Esistono sicuramente croci più pesanti, ma questa ci è toccata e di questa dobbiamo parlare, con gli strumenti che abbiamo e la sincerità che ci possiamo permettere.
