Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi. Noi no. Donate all'UNRWA.

venerdì 5 giugno 2026

Tutto quello che ho capito dell'Iran

Credo sia ingeneroso affermare che tutto quello ho capito dell'Iran, me l'ha insegnato Marjane Satrapi. Lei stessa, se fosse viva e presente (e so di scrivere una sciocchezza, ma è una persona che non ho smesso di sentire viva e presente), lei stessa mi potrebbe obiettare: ma guarda che dell'Iran, tu, hai capito pochissimo: e comunque io – che meritavo allievi più attenti – non sono l'Iran, non ho mai preteso di esserlo; al massimo sono una persona che è cresciuta negli anni della rivoluzione e della guerra ed è scappata e sopravvissuta per raccontare la sua piccola storia; dopodiché ho fatto tanto altro... ma tu continui soltanto a rileggere Persepolis, a guardare Persepolis; sei uno dei tanti che non riesce ad accettare che sono cresciuta, forse perché non sei cresciuto tu. Tutto giusto, tutto vero, e mi vergogno: mi dispiace non averla seguita dopo Persepolis, è un grosso problema che ho con gli artisti che sopravvivono ai loro capolavori, tenga conto che per vent'anni non ho voluto accettare che Paul McCartney avesse inciso dischi dopo il 1969. Mi dispiace non aver studiato qualcosa in più su una nazione che è sempre più importante – certi capolavori sono come dei segnaposti, leggi Kundera e sei a posto con la Cecoslovacchia, leggi Persepolis ed è così facile, l'Iran raccontato con dei disegnini gradevoli, che bisogno c'è di approfondire. E allo stesso tempo, Madame che posso dirle: qualche mese fa, a guardare tv e leggere giornali, sembrava che il futuro della Persia fosse un tizio di cognome Pahlavi. Ci cascava anche gente molto informata, anzi più si informavano più ci cascavano. Io invece pensavo a lei, ai suoi disegnini apparentemente ingenui, e non ci potevo cascare. Avrò anche capito poco, ma l'ho capito bene. 

Proprio perché non ha mai preteso di raccontare una storia che non fosse la sua; ma raccontandola nel modo più impietoso, più sincero possibile. Persepolis non è l'Iran: è una Teheran che all'inizio si dà ancora arie di capitale cosmopolita. La piccola Marjane è figlia di borghesi intellettuali, e nipote di principi comunisti. I pasdaran non nascono nella notte della ragione: sono operai e contadini che si riprendono la capitale. In una delle scene più illuminanti del film, una signora si accorge che il funzionario che potrebbe concedere un visto al marito cardiopatico, il funzionario che ha il potere di vita e di morte su suo marito, è il suo vecchio lavavetri. Quel che è successo nell'Afganistan dei talebani – ma anche nella Turchia di Erdogan: ci piace continuare a guardare il mondo con le lenti che selezionano gli aspetti religiosi, ma dietro alle vittorie dell'integralismo islamico c'è una mera questione demografica: a volte le campagne pesano più delle grandi città, e questo in Occidente non riusciamo a capirlo. Né Marjane Satrapi voleva più di tanto spiegarcelo: lei si contentava di raccontare la sua storia, e a volte basta questo: una storia raccontata con sincerità, tracciando con attenzione le coordinate storiche, economiche e sociali. Probabilmente agli artisti dovremmo chiedere soltanto questo. Non proclami, nemmeno prese di posizione (quelle dobbiamo  prenderle noi), ma storie sincere. Precise, impietose. Certo, tanta sincerità non è per tutti. Può anche ucciderti – non so se sia stato il suo caso, ma già Persepolis lasciava sospettare una insidiosa fragilità. Quella corazza di bugie, mezze verità e silenzi che noi mediocri lasciamo crescere sulle nostre depressioni e le nostre manie, Marjane Satrapi non se la poteva permettere: aveva messo la sua vita in quei disegnini, e non riusciva più ad averla indietro. Non so più che dire, di solito un coccodrillo serve a sentirsi meglio. Ma non credo che sia giusto sentirsi meglio. Marjane Satrapi è morta, mi ha dato tantissimo, e io non le restituirò mai niente. Credo sia giusto sentirsi di merda. 

lunedì 25 maggio 2026

Il bug di Beda

25 maggio: San Beda il Venerabile (673-735)

Il monaco Beda, che nella sua vita non lunghissima ha composto manuali di grammatica, retorica, aritmetica, geografia, cronologia, astronomia, meteorologia, scienze naturali, poesia, storia, esegesi, morale, teologia... di sé stesso ha scritto pochissimo, ma quel poco brilla a più di un millennio di distanza. All'età di sette anni i miei genitori mi affidarono alla cura del reverendissimo abate Benedetto, e in seguito a Ceolfrid, perché mi istruissero. Da quel momento ho passato tutta la mia vita all'interno del suddetto monastero, dedicando tutte le mie fatiche allo studio delle Scritture, e fra l'osservanza della disciplina monastica e del compito quotidiano di cantare in Chiesa, è sempre stato per me piacevole imparare, insegnare o scrivere. Come riesce bene, il Venerabile, a scolpire in poche righe l'autoritratto di un intellettuale che ha la fortuna di trarre piacere da tutto quello che fa, e Beda, nel suo monastero nell'Anglia settentrionale, ha veramente fatto tanto. Tra le varie conoscenze che ci ha tramandato, quella che ci capita di usare tutti i giorni è il computo degli anni a partire dalla nascita di Cristo. Un secolo prima, a Roma, Dionigi il Piccolo aveva stabilito che Gesù doveva essere nato nel settecentocinquantatreesimo anno dalla fondazione di Roma; Beda, nella sua Storia ecclestiastica delle genti inglesi, volendo aggiornare i cicli pasquali che aveva trovato in un'opera di Cirillo di Alessandria, e rifiutando di contare come Cirillo gli anni a partire dall'empio imperatore Diocleziano, decise di prendere come riferimento la data di Dionigi, e indicare gli anni Ab Incarnatione Domini (quindi dall'Annunciazione, non dal Natale). Nessuno prima di lui lo aveva fatto: da lui in poi non abbiamo più smesso. Nel frattempo abbiamo capito che probabilmente Dionigi si sbagliava, e che Gesù potrebbe essere nato qualche anno prima: ma non è un grande problema. Il guaio vero è un altro, chi ha studiato astronomia e fisica già sa. 

James Doyle Penrose

Il guaio è che Beda, in quell'occasione, partì dall'anno Uno. E che c'è di male (direte voi): non è un ottimo anno da cui cominciare? Chi, dovendo iniziare un elenco, una lista, una cronaca, non partirebbe dall'Uno? Già. Ma così facendo Beda – che resta Venerabile per centinaia di altri motivi – ci ha pur sempre creato un problema. Può sembrare un rilievo ingeneroso: Beda era uno degli intellettuali più importanti del suo secolo, ed era anche un buon divulgatore della scienza aritmetica: tra le sue opere più lette nel medioevo c'era un trattato sull'arte di risolvere le operazioni con le dita. Ma di qui a scoprire lo zero ce ne voleva, se si pensa che il concetto arrivò in Europa più o meno con Fibonacci verso il 1200. Oggi ci sembra intuitivo, ma per Beda non lo era; e quindi succede questa cosa che, l'anno Uno dall'Incarnazione (25 marzo) sia l'anno in cui Gesù compirebbe un anno (il 25 dicembre). Bene. Dunque Gesù in che anno sarebbe nato? Questo Beda non lo dice; ma chi dopo di lui ha voluto iniziare a contare gli anni a ritroso, non ha pensato di segnare un anno Zero. Per cui succede questa cosa buffa, che Gesù Cristo sarebbe nato nell'primo anno Avanti Sé Stesso. Non è un miracolo, è quel che succede a contare le cose se non hai ancora il concetto di zero. Una settimana dopo cominciano gli anni dopo Cristo, il che significa che al momento della circoncisione (primo gennaio dell'1 dC), quando Gesù aveva otto giorni, viveva già un anno dopo Sé Stesso. Si tratta di paradossi solo teorici – probabilmente anche Beda sospettava che Gesù avrebbe potuto nascere un po' prima o un po' dopo, la precisione assoluta non è per gli storici (gli astronomi, che ne hanno più bisogno, hanno introdotto l'anno Zero nel Settecento, per cui per loro l'1 aC è 0, il 2aC è il -1, e così via). 

Strafalcione del Corriere della Sera, subdolamente fotografato 
prima che lo cancellassero il mattino del 4 gennaio 2018 dC (sec. XXI).

I veri problemi cominciano coi secoli: Gesù, in effetti oltre a essere nato negli ultimi giorni del primo Secolo prima di Sé Stesso, è anche vissuto nel primo secolo dopo di Sé Stesso. Si tratta del bug che affligge da sempre gli studenti di Storia, per cui quando contano i secoli con gli ordinali (ad esempio Beda è vissuto tra VII e VIII) devono ricordarsi di sottrarre cento numeri cardinali (infatti è nato a cavallo tra 600 e 700). Si potrebbe risolvere introducendo il concetto di Secolo Zero, ma poi non riusciremmo più a leggere correttamente tutti i libri che abbiamo scritto fin qui (e aggiungi il piccolo dettaglio che non abbiamo mai inventato un numero romano per indicare lo 0). È lo stesso bug per cui teoricamente i secoli finiscono il 31 dicembre dello '00, e non del '99. È un millenium bug che ci teniamo dai tempi di Beda, il quale probabilmente se sapesse quanti fastidi ci ha dato ne sarebbe costernato: per lui le cose dovevano essere il più possibile chiare e praticabili. 

martedì 19 maggio 2026

Il razzismo perde sempre (domenica, a Modena)


Il luogo dove Salim El Koudri ha investito le sue vittime è familiare non solo a qualsiasi modenese, ma credo a chiunque in città passi anche solo due o tre volte in una vita: in quel punto, nel Medioevo, la via Emilia usciva dalla città, sboccando appena fuori dalle mura in un grande spazio che oggi è un piazzale bello e complicato – aiuole, fontane monumentali, semafori, fermate dell'autobus, il teatro Storchi, e sul limite orientale cominciano già i condomini del dopoguerra – è un luogo meraviglioso, in realtà: è tutta Modena in una piazza sola, ma non ce la godiamo: abbiamo sempre fretta di andare da qualche parte a fare qualche cosa. La psicosi ha spinto El Koudri come un tonno verso la trappola: si è ritrovato all'improvviso nel punto in cui il piazzale si restringe bruscamente, diventa un Largo e poi una via pedonale. 

Quello che è successo è stato paragonato ad altri episodi, più o meno simili. Io non posso fare a meno di ricordare un'altra tragedia più cruenta, avvenuta nella mia città (Carpi, in provincia di Modena) sembra ieri ma sono già passati 15 anni. Un'anziana signora che aveva i permessi speciali per condurre l'auto nella piazza centrale – una piazza enorme – perse i controlli e uccise tre persone, una la conoscevo. Fu assurdo e terribile, tra l'altro in un giorno di festa: eppure nessuno perse tempo su internet per riversare odio su quella signora. Internet, garantisco, era più o meno la fogna che è oggi. Il motivo per cui nessun politico di livello nazionale si scomodò (e dire che c'erano dei morti), il motivo per cui nessuno promise inasprimenti delle pene e remigrazioni, è molto semplice: quella signora aveva un nome e cognome italiano. Tutto qui, non è nemmeno una questione di cittadinanza, perché Salim El Koudri è assolutamente italiano, nato in Italia da genitori italiani: una cosa che molti fanno fatica ad accettare, eppure controllate sulla Costituzione: è proprio così. 

Modena Today

Il motivo per cui a Carpi nel 2011 nessuno pensò al terrorismo, e a Modena nel 2026 alcuni hanno iniziato a parlarne quando le ambulanze non erano ancora arrivate in ospedale, ha a che fare semplicemente con un nome e un cognome arabo, e forse con un colore di pelle appena un po' più scuro della media modenese. Razzismo, puro e semplice: irradiato, nutrito e alfabetizzato da mandanti politici, alla luce del sole – magari dietro di loro c'è pure qualcuno che lavora nell'ombra, ma quel che riusciamo a vedere alla luce del sole è abbastanza chiaro, io mi accontento. Ho tutte le prove che mi servono per affermare che Matteo Salvini è un razzista (e un fallito); Giorgia Meloni è una razzista (e sta per fallire), Vannacci è un razzista (e fallirà). I giornali di Angelucci vendono, seminano e raccolgono razzismo: ma vendono poco, perché è scarso anche Angelucci. Molti commentatori razzisti, che in questi giorni vi hanno fatto incazzare in calce alle notizie, semplicemente non esistono: sono più o meno gli stessi bot che dovevano far vincere alla Meloni un referendum, e non ci sono riusciti. Gli italiani non saranno proprio tutti brava gente, ma somigliano più alla piazza Grande di domenica pomeriggio che ai commenti puzzolenti in coda al Resto del Carlino. Il razzismo sembra spesso invincibile, ma controllate su qualsiasi libro: alla fine perde sempre, è programmato per perdere (ce l'ha nel sangue...) Certo, occorrerà un'attenzione maggiore di quella che abbiamo avuto fin qui. Nei prossimi anni abbiamo una finestra di opportunità: la destra ha promesso tutto quel che poteva promettere e ha deluso tutti quelli che poteva deludere. È il momento non soltanto di vincere, ma di emarginare definitivamente una frangia che è minoritaria nel Paese, i cui successi dipendono sostanzialmente dall'accanimento di alcuni finanziatori, editori e comunicatori. Non chiedo leggi speciali, le leggi esistono già: promuovere l'odio razziale è già un crimine, che si può misurare in disagio sociale, in diffidenza, in morti e feriti: traiamone le conseguenze, i mandanti sono alla luce del sole. Andiamoli a prendere e facciamo in modo che non possano più inquinare i pozzi, non possiamo permettercelo. Schizofrenici ne avremo sempre (ma dobbiamo cercare di curarli); auto che non frenano automaticamente davanti a un ostacolo ne troveremo sempre meno; per quale motivo dovremmo continuare a tollerare invece il razzismo? Troppa gente comincia a ritenerlo un'opinione come un'altra, magari garantita dalla Costituzione – ecco, appunto no: tutto il contrario. 

Per quanto ci venga naturale associare luoghi e ricordi, vi sono certi spazi di transito così frequentati che i ricordi dopo un po' sono troppi, e si annullano tra loro (è uno dei motivi per cui bisognerebbe cambiare città, a un certo punto della vita). Francesco Guccini, che a Modena ci restò poco, in quell'unica canzone confessa candidamente di avere associato a molti angoli del centro i suoi sogni erotici. Ecco, appunto, bisognerebbe lasciare una città quando contiene quel tipo di ricordi; altrimenti poi succede questa cosa imbarazzante per cui il luogo in cui hai baciato una ragazza diventa lo stesso luogo in cui correvi di fretta per andare a lezione di guida, nonché lo stesso luogo in cui hai ricevuto una notizia di lavoro importante, nonché lo stesso luogo dove è avvenuto un fatto tragico di rilevanza nazionale. Un altro ricordo che non vorrei sbiadisse è uno dei tanti cortei che si fermò proprio lì, meno di un paio di anni fa, ed era una mobilitazione per la Palestina. Ecco, un altro motivo per cui un cognome arabo fa immediatamente pensare a un attentato, è che in un certo senso tutti ce lo aspettiamo. Sono quasi tre anni che a Modena vengono organizzati cortei e presidi. Una mobilitazione che non è importantissima per numero, ma è interessante per composizione: non è la prima volta che musulmani e autoctoni marciano assieme, ma non erano mai stati così sparsi, e insieme così compatti, al punto che ormai non riesci a separarli. Hanno le stesse bandiere, gli stessi slogan, e non si trova il modo per incriminarli: non fanno niente di male, a parte questa pretesa fastidiosa di denunciare un genocidio. Ora, non mi metterò a far la morale ai giornalisti: è chiaro che uno schizofrenico che investe sei persone fa più rumore di centinaia di musulmani che da tre anni protestano pacificamente. Vorrei solo cercare di spiegare perché di uno stragista col cognome arabo, Salvini Meloni Angelucci e Vannacci a questo punto avessero un disperato bisogno. È una cosa da tenere conto: quella è gente che quando capisce che sta per perdere, le prova tutte. Teniamone conto, prepariamoci. A presto. 

mercoledì 6 maggio 2026

Prima di abbaiare (ancora) a Galli della Loggia


Ma certo che ora potrei scrivere l'ennesimo pippone su Ernesto Galli della Loggia che qualcuno potrebbe trovare divertente, ma...

non è che sto personalizzando un po' troppo?

Me la prendo con gli individui, invece che coi problemi. Mi attacco a Fiano, e poi me la prendo con Battista, e poi con GdL... ma è proprio indispensabile? Come se poi ci fosse qualcosa di originale in loro, come se non fossero meri segnaposti, Large Language Model bloccati nella fase artigianale, quella in cui si prendevano giovani cervelli standard, li si nutriva con quel migliaio di pagine imprescindibili dopodiché potevano andare avanti come giocattoli a molla per trent'anni a scrivere sempre gli stessi pezzi: sì, compreso l'ultimo uscito sui pacifisti neghittosi e pavidi, che per quanto possa suonare sinistramente attuale nel momento in cui Trump forse ritira un po' di truppe Nato, è una cosa che GdL scrive periodicamente dagli anni Ottanta. E il giorno in cui GdL ci lascerà, perché il difetto congenito di questi Language Model artigianali è l'obsolescenza programmata del corpo umano, cambierà forse qualcosa? Qualcun altro ne prenderà il posto, magari con due o tre ritornelli diversi e una firma nuova... dunque perché fissarsi sull'unica cosa (la firma) che è destinata a cambiare? Gli individui non sono che puntini su una parabola: non sarebbe più interessante individuare la funzione che la descrive, nelle sue variabili sociali, economiche, esistenziali? Sì. 


Sarebbe più interessante, ma forse un filo meno divertente, e poi io non sono un sociologo: vengo da un altro dipartimento, sono abituato a studiare testi e identificare questo fenomeno forse secondario che sono gli Autori. Inoltre scrivo su un blog, e qui forse tocca spiegare, perché i blog sono morti e stramorti: ma in quel breve momento in cui ancora non lo erano, costituivano una specie di camera di compensazione per quelle povere persone che in Italia leggevano i giornali, passando quotidianamente da cosacazzo in cosacazzo. Avremmo voluto leggere cose interessanti, e invece in prima pagina c'era il temino di Panebianco. Avremmo voluto un po' di stimoli, e ci ritrovavamo il temino di Sartori. Cercavamo qualcosa di un po' dissonante, e invece trovavamo Ferrara coi suoi assoli di trombone. E così via, e via e via. Non sono nemmeno cambiati, e dire che sembravano già vecchi allora. Gente mediamente poco interessante, poco informata, molto orgogliosa delle proprie idee ricevute e soprattutto di sé, ma perché? Oggi – per fare un esempio – se Veltroni incontra un elettrodomestico e finge di intervistarlo, dai social parte una selva di pernacchie che in pochi minuti ci riconcilia con l'umanità, e perfino con Veltroni. Sul serio, vien quasi da difenderlo, povero vecchio che scambia uno specchio per l'interlocutore – del resto chi, se non Veltroni, potrebbe riconoscersi in un risponditore automatico. Probabilmente dice ancora grazie alla segreteria telefonica, e rimprovera il roomba perché non pulisce bene gli angoli. Ebbene una volta non era così: i giornali comparivano nelle edicole e sulle rassegne stampa, monolitici e sicuri della propria autorevolezza, e non c'era modo di insultarli, di farsi una ragione della loro trombonaggine, tranne annoiare i colleghi alla macchinetta. Io è da vent'anni che non annoio più un collega alla macchinetta, insomma i blog a qualcosa sono serviti. Certo, a questo punto si potrebbe anche tirare una somma e affermare che

                                                                abbiamo perso, ragazzi. 

Vent'anni che abbaio a Galli della Loggia, e nel frattempo Galli della Loggia si è ritrovato capo della commissione che ha redatto le Indicazioni Nazionali per l'insegnamento della Storia nei licei, a proposito sapete cosa faccio io tra un'abbaiata e l'altra, per vivere? Insegno, tra le altre cose, Storia nei licei.   

Ironico, no? Quel tipo di verità un po' scomoda che un LLM o un altro servo sciocco non ti dirà mai. Ho perso il mio tempo ad abbaiare alla luna? Avrei dovuto dedicarmi a qualcosa di più costruttivo? Indubbiamente, ma invece è andata così. Anch'io alla fine non sono che un puntino in una funzione più complessa, c'è un limite alle posizioni in cui avreste potuto trovarmi. Ero programmato per stroncare inutilmente gente come GdL, e così come senza alcun merito GdL occupa una ribalta nazionale, così nessuna colpa mi si può imputare se continuo a lampeggiare come l'allarme che rappresento: ATTENZIONE, TROMBONI. La responsabilità sarà di chi l'allarme poteva vederlo e l'ha ignorato. Dovrei smetterla? No, e perché mai. Tanto più che forse l'ora sta per scoccare, c'è un certo nervosismo nell'aria, i Tartari potrebbero arrivare da un momento all'altro, insomma no. Neanche se fossi in grado di smettere, non lo farei proprio adesso. Quindi eccomi qui: ora scriverò l'ennesimo pippone su Ernesto Galli della Loggia.

Anzi no, ormai il pezzo è finito.

Facciamo un'altra volta.

Gallidellaloggeide:

2025: "Se dalla facciata ci spostiamo un po' verso l'interno, notiamo come Valditara sia guidato, nella sua opera (contro)riformatrice, da un principio fondamentale: la centralità di Ernesto Galli Della Loggia, non in quanto pedagogo (non lo è), ma in quanto essere umano perfetto. Questa perfezione – che ritroviamo sottesa nell'incessante produzione saggistica dello stesso Ernesto Galli Della Loggia – non lo configura tanto come fine ultimo della Storia e/o della dialettica, alla Hegel insomma, quanto come obiettivo ideale a cui tendere, oserei dire idea platonica di italiano, formatosi a una scuola che non esiste più a causa dei malvagi sessantottini, finalmente sgominati. Se Galli Della Loggia è perfetto, il sistema scolastico che lo ha prodotto non può che essere il migliore di tutti i tempi; mentre le riforme che lo hanno modificato, impedendoci di assistere alla gemmazione di ulteriori Ernesti Galli Della Loggia, nient'altro che perniciose degenerazioni da abolire..."

2024: "Gli ultimi articoli che Ernesto Galli della Loggia sta mandando al Corriere, sulla scuola italiana e in particolare sulla questione dell'inclusione, sono davvero una fotografia spietata di uno dei principali problemi del sistema educativo nazionale. 

Ovvero Ernesto Galli della Loggia. 

È un grosso problema. 

Che un personaggio così continui a scrivere pezzi su realtà che non conosce, inanellando strafalcioni; che il Corriere gliene pubblichi; che i lettori ne parlino come se si trattasse di cosa seria, ecco questo è un enorme problema culturale di cui non ci preoccupiamo abbastanza.."

2024: "Proprio così, spudorato Ernesto, e quindi che senso ha chiederle se non si è vergognato appena un po', mentre confessava (in prima pagina sul Corriere) di non essere esperto di diritto internazionale, proprio lei che tante altre volte ci ha ricordato quanto sarebbe necessario applicare a scuola un po' di sana meritocrazia. Soltanto a scuola, evidentemente: laddove sulle prime pagine dei quotidiani nazionali è meglio che lo spazio sia riservato a cognomi illustri privi di competenza in materia e addirittura orgogliosi di rimarcarlo, affinché sia chiaro anche al più bue dei lettori che le materie non sono competenza di chi le studia, ma di chi è più lesto a suonare la trombetta del più forte, e ieri il più lesto è stato lei, complimenti: e le auguro una vita lunghissima, non solo perché possa vedere almeno un po' della distruzione e della sofferenza che sta auspicando, ma affinché possa vergognarsi di quel che ha scritto, e non solo domani e dopodomani, ma ogni mattino della sua vita, per miliardi di mattine..."

2018: "Non importa se la maggior parte dei lettori trova ridicola la predella: nel frattempo ci siamo rimessi a parlarne e qualcuno, anche uno su cento, magari non l'ha trovata una cattiva idea. E così, editoriale dopo editoriale, il frustino diventa uno scenario sempre meno improbabile. Soprattutto se nessuno ogni tanto si sobbarca il fastidio di intervenire per far presente che chi suggerisce una cosa così demenziale come un gradino in mezzo a un'aula evidentemente non conosce le normative in fatto di sicurezza – quelle su cui il personale scolastico è tenuto ad aggiornarsi a intervalli regolari. Proporre anche solo per scherzo una cosa del genere non tradisce solo una scarsa conoscenza della scuola contemporanea, ma un po' di tutto il mondo del lavoro..."

2017: "Quello che GdL sta proponendo (una legge che preveda iter diversi a seconda se il soggetto è musulmano o no) si chiama discriminazione su base religiosa: è esplicitamente proibita dalla Costituzione e dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo..."


2011La scocca è la base di tutto, perché rende i luoghi comuni resistenti al senso critico. E dev'essere aerodinamica, nel senso che deve offrire meno attrito possibile agli argomenti contrari. Deve dare l'immagine della coerenza, della logica, della rapidità, così che quando da lontano vedono passare il mio editoriale con tutti i luoghi comuni al posto giusto sulla scocca, tuo papà e tua mamma esclamano: “è tutto chiaro! Non c'è nulla da aggiungere, ha già detto tutto il Professore!”

domenica 3 maggio 2026

Chi chiacchiera sa tutto; chi ha sparato non sa più niente

Ogni popolo probabilmente si ritrova il giornalismo che si merita: i francesi ad esempio grazie a Zola ebbero il "J'accuse". Noi da Pasolini in poi siamo affetti da un genere un po' più stucchevole, che non possiamo che definire "Io so". I nostri opinionisti infatti sanno un sacco di cose, e quando è ora decidono di elencarle senza troppo preoccuparsi di rimandare a fonti o esibire prove. In un "Io so" si è cimentato, pochi giorni fa, Pierluigi Battista: lo scopo manifesto era fornire circostanze attenuanti a Eitan Bondì, perché almeno fino a due giorni fa l'idea generale è che ne avesse bisogno. Aveva preso di mira due manifestanti che indossavano fazzolettoni dell'ANPI, uno lo aveva colpita alla gola; una volta fermato dalle forze dell'ordine, aveva affermato di militare in una "brigata ebraica"; in casa si era scoperto che nascondeva un discreto arsenale. A quel punto, se avesse avuto un cognome diverso (magari un po' arabeggiante), e un incarnato più olivastro, i nostri più pregiati opinionisti non avrebbero esitato ad annunciare la scoperta di una cellula terroristica; ma Eitan Bondì è un ebreo romano, e gli ebrei romani, ci spiega Battista, vivono in un "clima fetente e irrespirabile", nei "bassifondi della disperazione". "Ma io so che chi parla e delira di “gruppi para militari” ebraici è un cialtrone. Io so, e a differenza di Pasolini, ho pure le prove": che sarebbe un finale ad effetto, se seguisse un link alle "prove": invece no, Battista ce le ha ma non ce le fa vedere, e del resto sarebbe difficile riuscire a provare che "l’Anpi non dice mai niente e si arroga il diritto di cacciare gli ebrei dalle manifestazioni del 25 aprile" proprio all'indomani di un 25 aprile in cui tanti ebrei hanno marciato liberamente in mezzo ai manifestanti senza che nessuno ci trovasse qualcosa da dire

Battista non è cognitivamente equipaggiato per rendersi conto che si contraddice da solo: la sua missione sarebbe negare che esiste un "gruppo paramilitare ebraico", e la sua strategia è suggerire una situazione di accerchiamento in cui la nascita di un simile gruppo paramilitare sarebbe perfettamente giustificata... però non esiste! E chi dice che esiste è un cialtrone! Tra le varie cose che Battista sa di sapere, c'è che "dopo il 7 ottobre a Roma hanno sfregiato la targa che ricorda il piccolo Stefano Gay Taché, ucciso dagli eroi anti sionisti nell’ottobre del 1982 davanti al Tempio Maggiore". Già l'associazione tra l'Anpi a un atto di vandalismo è cosa che lascia perplessi, ma Battista va decisamente oltre, definendo "eroi anti sionisti" i terroristi del gruppo di Abu Nidal che uccisero Gay Taché: contribuendo nel suo piccolo a quell'incessante opera di strumentalizzazione che va avanti ormai da quarant'anni su una povera vittima innocente; per Battista tra un commando terrorista eterodiretto e chi grida 40 anni dopo a un corteo "Palestina libera" non c'è poi tutta questa differenza, lui "lo sa" e ha pure "le prove". Prove che non esibirà mai, anche perché si è poi scoperto che non servono.

Eitan Bondi, infatti, non proviene dai Bassifondi della Disperazione. Non respira un Clima Fetente e Irrespirabile. E soprattutto non milita in nessuna brigata ebraica. Lo ha negato recisamente, appena ha potuto parlare con un buon avvocato. Subito dopo non ha più saputo spiegare perché ha mirato in faccia due sessantenni col fazzolettone dell'Anpi. È qualcosa di inspiegabile, assurdo, lo Straniero di Camus. Siamo dunque pregati, anzi intimati, di credere che Bondì andasse in giro senza alcuna motivazione politica con una pistola ad aria compressa (forse modificata, comunque in grado di inferire lesioni gravi) durante una manifestazione antifascista, e senza alcun motivo politico abbia preso di mira due persone che portavano su di sé simboli dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia. E perché no?

La gente fa cose assurde – a vent'anni, specialmente. Bondì la Digos lo conosceva già, ma chissà quanti fascicoli apre la Digos, su quanta gente (ciao agenti Digos). La gente non sa quasi mai spiegare perché combina cazzate, chi più chi meno (i maschi a vent'anni più più che meno). L'assurdità però, per quanto possa avere una sua efficacia in tribunale ("il mio cliente non sa spiegare perché ha preso di mira proprio quelle persone, proprio quel giorno"), rischia di scatenare poi il complottismo, perché chi agisce senza sapere il perché, spesso non sa di essere stato agito da qualcun altro: il fatto che non conosca il senso delle proprie azioni non significa che altri non lo conoscano. Bondì non sembra un matto che spara a casaccio per vendicare irrazionalmente le proprie frustrazioni: perlomeno, se lo fosse, avrebbe usato una pistola vera: magari il fucile a pompa che gli hanno trovato a casa. 

Tutto lascia pensare che Bondì volesse ferire, sì, ma non troppo: e con proiettili non mortali e non tracciabili; probabilmente per ottenere una reazione. Insomma stava provocando, e forse non se ne rendeva nemmeno conto. Forse imitava altre persone che due anni prima avevano lanciato bombe carta sui manifestanti – e lui probabilmente c'era. Bondì stava giocando ad alzare la tensione, e in questo senso ha fallito il segno, i cortei sono andati avanti pacificamente. Ma anche una volta identificato, Bondì non ha rinunciato a muoversi come una pedina di questo specifico gioco: ha reclamato la sua appartenenza a una non specificata brigata ebraica, e si è fatto trovare con un arsenale: il che dovrebbe spingere qualcuno (nella logica della tensione) a pensare: ma insomma, questi fanno sul serio, questi sono armati, armiamoci anche noi.   

Poi è arrivato l'avvocato, e l'approccio è radicalmente cambiato. Per una singolare coincidenza, l'avvocato che ha convinto Bondì di non rappresentare nessuna frangia della comunità ebraica romana... è l'avvocato della comunità ebraica romana. Così almeno ho letto in giro. Però magari mi sbaglio. Non so mica tutto. Anzi non so quasi nulla. Io.

venerdì 1 maggio 2026

I giacigli ai senzatetto

C'è un posto giù in città in cui, mi hanno detto,
un tizio onesto che si dà da fare
procura dei giacigli ai senzatetto:
un letto a chi non l'ha, e può riposare.

Certo, là fuori è ancora ingiusto il mondo:
il povero arricchisce il suo padrone;
tra i due il divario resta assai profondo –
non migliora così, la situazione.

Però... per una notte, un marciapiede
non è il supplizio a qualche poveraccio:
lo sbirro di pattuglia non lo vede,
non lo percuote il vento, o uccide il ghiaccio.

(Ma tu che leggi e ti commuovi, ora,
non andare via, leggi un po' ancora): 

Dicevo, quella notte il marciapiede
non è letto di morte a un poveraccio:
lo sbirro che lo cerca non lo vede,
e invano infuria il vento, e gela il ghiaccio...

...però qua fuori è ancora ingiusto, il mondo:
il povero arricchisce il suo padrone,
tra i due quel solco è sempre più profondo –
No. Non cambia così, la situazione.

(da Brecht)

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