Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

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martedì 6 ottobre 2026

La capra e i capri


[Rileggendo questo pezzo, ho deciso di rimuovere nome e cognome della persona che lo ha ispirato. Le sue generalità restano facilmente rintracciabili on line, e i contenuti che sto citando sono tutti comparsi su profili pubblici. Comunque, nel caso li volesse ritirare, posso cancellarli anche da qui: basta chiedermelo. Gli ho dato tanto spazio perché in effetti mi interessavano le sue affermazioni, e il suo atteggiamento, in una situazione come questa: ma il mio intento non era metterlo alla berlina. Ognuno è responsabile delle cose che scrive, anche se non sempre è chiaro davanti a chi. Senz'altro non davanti a me; a me piace semplicemente riflettere su quello che trovo scritto in giro: per farlo non ho bisogno di mettere nomi e cognomi, puri purissimi accidenti].  

Dov'eravamo rimasti? Per molti mesi, GV ha provato a screditare il lavoro della relatrice ONU sui Territori Occupati, senza preoccuparsi di entrare nel merito del lavoro in sé, ma spiegandoci che la relatrice era antisemita: linea di accusa parzialmente ostacolata dal fatto che Francesca Albanese non dicesse e non scrivesse cose antisemite. Finalmente, qualche giorno fa, GV riesce a mettere le mani su un'intervista in cui, discutendo di antisemitismo in una prospettiva storica, l'Albanese afferma alcune inesattezze. A quel punto cosa ci saremmo aspettati, da GV: scrittore, accademico, corsivista del Foglio? Probabilmente un intervento arguto, in punta di penna, giusto per ribadire una certa superiorità culturale che in quell'ambiente si porta molto. Ecco, invece no. Per quanto generalmente ci tenga, all'arguzia, alla penna ben tornita, a tutta quella serie di cose, ho già avuto  modo di sperimentare che quando lo toccano su certi argomenti il bon ton della casa cessa di schianto. Accludo il primo documento:
 

Definire una relatrice "analfabeta" non è proprio il massimo dell'arguzia, ma sotto l'iperbole sgarbata è l'inconscio ad agitarsi: se infatti l'Albanese davvero fosse analfabeta, non potrebbe scrivere i suoi cospicui rapporti, il che giustificherebbe il fatto che GV non li stia leggendo. "Anzi, parafrasando Saba..." Spesso davanti a chi assume una posa pignola vien voglia di replicare raddoppiando la pignoleria; notando, per esempio, che qui nessuno sta parafrasando la Capra di Saba: al limite qualcuno la sta parodiando. È pur vero che da tanto tempo (non so nemmeno da quando) l'espressione è diventata un cliché, qualcosa che uno scrittore di solito garbato e colto come lui dovrebbe sforzarsi di evitare; ma appunto, qui qualcosa è crollato, tutta una serie di censure sono saltate, metti anche che in estate il woke è morto, insomma il garbato corsivista del Foglio sta dando della capra analfabeta a una signora. Parodiando Saba, ma soprattutto pervertendolo, perché in quella capra dal viso semita il dolore del poeta "sentiva querelarsi ogni altro male, ogni altra vita". Per offendere una signora che ha un punto di vista diverso dal suo – magari basato su nozioni sbagliate – GV sceglie di usare versi che alludono letteralmente al carattere universale del dolore, al suo accumunare creature di ogni razza, animali e uomini. Sul serio: come gli è venuto in mente? Usare Saba per offendere una persona? Ci vuole impegno, e un certo tipo di educazione. Ci torneremo. Bisogna però a questo punto registrare l'episodio più incredibile di tutta la faccenda, ovvero che Francesca Albanese, aggredita da questi e altri interventi similmente scomposti, ha reagito nel più imprevedibile dei modi: si è accorta che si era sbagliata, e ha chiesto pubblicamente scusa. Una mossa davvero spiazzante, che nessuno si aspetta in questo genere di dibattiti; prova ne è che GV e sodali hanno deciso di reagire... ignorandola. Non può avere chiesto scusa davvero. Lo dice, ma non lo pensa. Notate, per favore, il commentatore più in basso, che addita le scuse dell'Albanese come prova di "perfidia".


Fingendo di chiedere scusa, l'Albanese non si dimostra "malvagia", o "subdola", o "ipocrita": di tutti i termini, il commentatore sceglie quello che nella liturgia preconciliare del Venerdì Santo veniva associato agli ebrei: "perfidi" nel senso di senza fede (o anche: traditori della fede). Ma veniamo al terzo documento – che spiega, in parte, le ragioni di tanto accanimento.  


C'è il ddl, quel maledetto disegno di legge in ballo. Lo sapevate che Francesca Albanese è "la principale promotrice della campagna contro il ddl antisemitismo"? Io no, sinceramente lo ignoravo. Due settimane fa l'ho sentita discutere in pubblico delle cose di cui è esperta per un'oretta: del ddl antisemitismo si è appena accennato. Del resto, malgrado i suoi detrattori continuino a darla per candidata, Francesca Albanese non è la leader di nessun movimento. È vero che con la sua popolarità potrebbe diventarlo, ma non ci sta proprio provando. È vero che tanti sionisti italiani, comprensibilmente spaventati dall'impopolarità che cresce intorno a loro, non sapendo bene che volto dare a questa impopolarità, in mancanza di fisionomie più celebri e riconoscibili decidono di affibbiarle il suo: ma è una distorsione: Francesca Albanese non convoca cortei, non lobbizza i parlamenti. Parla del suo lavoro di relatrice, questo sì. 

Insomma qui c'è tutta una costruzione sillogistica abbastanza fantastica, come accade quando i palazzi  o i ragionamenti si progettano dal tetto alle fondamenta, dagli effetti alle cause. Perché il ddl antisemitismo non passa alla Camera? Forse perché è una legge scritta malissimo, basata su un documento che non era concepito per ispirare interventi legislativi (ed è comunque scritto malissimo anch'esso, da propagandisti maldestri)? Forse perché molti deputati si rendono conto che votare una legge che censura chi critica Israele in questo periodo non è proprio l'ideale – specie sotto le elezioni? No. No. Non capiamo niente. Il ddl è scritto bene, il momento è propizio, gli elettori capirebbero: se l'operazione malgrado tutto ciò fallisce, non può che essere a causa di un oscuro complotto antisemita; e se è un complotto antisemita non può che essere stato ordito attraverso la papessa occulta (ecco perché ne parla tutto sommato poco: deve tramare nell'ombra). E le raccolte firme di giuristi, e di ebrei italiani, che hanno chiesto di accantonare la legge, magari rifarla da capo? GV preferisce ignorarle, come ignora i report essoterici dell'Albanese. E passiamo al quarto documento, forse il più succoso.
Ci sono lacune di superficie, e faglie che rivelano una voragine spaventosa. Ognuno trasponga l’esempio nell’area in cui è più competente, io userò la mia: 
1 - Se uno studente mi dice che “Il gabinetto del dottor Caligari” è un film del 1923 sta commettendo un piccolo errore, che forse gli costerà un voto un po’ più basso all’esame;
2 - Se uno studente mi dice che il film si chiama “Il capannetto del dottor Calimeri” ed è un musical in technicolor del 1892 di Federico Antonioni sta rivelando di non sapere niente di niente di niente. Non supera uno stupidissimo esame del triennio, figuriamoci se può insegnare storia del cinema all’università o diventare il capofila di una campagna contro una legge a tutela del cinema muto. 
Ecco, il discorso di Albanese sull’antisemitismo rientra pienamente nel secondo caso. Dicendo quelle incredibili fesserie ha dimostrato di non sapere nulla di: storia dell’antisemitismo, ebrei, Israele, Shoah, Primo Levi, SS, nazismo e mondo arabo, e una serie di altre materie connesse che non starò a elencare. 
L'allegoria tra cinematografia e antisemitismo potrebbe sembrare bislacca a chi non sapesse che GV insegna tra l'altro Storia del cinema, e quindi insomma cosa sta facendo qui? Sta pubblicamente immaginando che Francesca Albanese sia una sua studentessa; si sta trastullando con l'idea di interrogarla, scoprirla insufficiente, bocciarla. E lo so che psicologizzare le persone in questo modo è indelicato – non più che dare della capra a una signora – ma accidenti, sono tutti contenuti pubblici, chiunque può passare e dare un'occhiata. Non solo, ma ci sta indirettamente ricordando che su una serie di materie ("storia dell'antisemitismo, ebrei, Israele, Shoah, Primo Levi, SS, nazismo e mondo arabo"), lui è così competente che potrebbe interrogarci tutti quanti – appioppandoci voti che possiamo facilmente immaginare. Ma è davvero così competente?
Indubbiamente su questi argomenti ha letto molti libri – e non solo su questi. Però, ecco, potrebbe averli letti con la stessa eccentrica impostazione con cui ha letto la Capra di Saba; potrebbe insomma essergli sfuggito qualcosa che il lettore medio (di Saba, e di Primo Levi, e di tanti altri testi) riconosce senza difficoltà: ad esempio una certa empatia per il prossimo, anche quando è uno straniero; persino quando è... una capra.

Torniamo sulle dichiarazioni tanto caprine che l'Albanese ha ritrattato. Lei fino a qualche giorno credeva che il termine antisemitismo, all'inizio, alludesse a tutti i "ceppi semitici" – probabilmente intendeva: tutti i popoli che provenivano dal ceppo semitico. È un errore? In un certo senso è un errore. Ma un po' più sottile di quel che sembri. Comunemente si ritiene che il primo ad adoperare il termine "antisemita" sarebbe stato un ebraista mitteleuropeo, Moritz Steinschneider, per definire i pregiudizi che Ernest Renan, l'autore della Vita di Gesù, nutriva nei confronti degli ebrei. Dunque sin dall'inizio il termine indica quello che indica oggi: l'Albanese ha commesso un errore. Ma c'è un motivo non banale che porta Steinschneider a non usare "antiebraico" o "antigiudaico", a preferire un termine apparentemente meno preciso; e soprattutto conduce dopo di lui tanti altri a usare lo stesso termine. Siamo nel 1860, il positivismo è in fase ascendente. Allo spirito delle patrie comincia a subentrare un'apparentemente più rigorosa scienza delle nazioni. Ogni nazionalità comincia a essere categorizzata come se fosse una sottospecie dell'umanità – qualcuno qua e là comincia apertamente a parlare di razze: e ne parla convinto che si tratti ormai di una nozione scientifica, come di qualcosa di realmente esistente tra natura e cultura. L'antisemitismo come concetto nasce in questo momento: il termine che a noi oggi sembra più impreciso (non tutti i semiti sono ebrei) in quel momento suonava più rigoroso: l'antisemitismo è sin dall'inizio concepito come una violenta avversione nei confronti degli ebrei, ma è un tipo di avversione che non si dà più ragioni religiose, bensì (pseudo)scientifiche. Per secoli gli ebrei sono stati perseguitati in quanto perfidi: il Messia si era manifestato in mezzo a loro, e non l'avevano riconosciuto. Anzi, lo avevano fatto crocifiggere. A metà Ottocento questa motivazione non basta più a spiegare l'antiebraismo che alligna in diversi segmenti della società. Gruppi e individui che non sono più così sensibili al messaggio cristiano, quando non sono completamente laicizzati, o addirittura atei: eppure continuano a diffidare degli ebrei. Non più come religione, e sempre più come "razza". 

Malgrado questo razzismo si dia arie di scienza, le categorie sono ancora quelle della Bibbia: i popoli intorno al Mediterraneo ancora suddivisi nei tre "ceppi" che la Genesi faceva partire dai tre figli di Noè: da Sem i semiti (i popoli del Medio Oriente), da Cam i camiti (africani subsahariani), da Iafet gli Iafetiti (gli "ariani"). Ed ecco trovata una nuova spiegazione razionalista, scientista, agli antichi pregiudizi antiebraici: i semiti, mescolandosi agli ariani, ne indebolirebbero e minaccerebbero l'identità, così come un bassotto inquinerebbe il pool genetico di un levriero afgano – in effetti, sotto il camice scientista, nell'ideologo razzista di fine Ottocento si indovina la casacca e la rude mentalità dell'allevatore. Chiunque legga testi coevi può farci caso: gli stereotipi secolari che venivano appioppati agli ebrei (infidi, avidi, ingegnosi, ecc.) non vengono affatto confutati, ma inquadrati in un sistema storico e geografico: è una razza di origine levantina, cresciuta tra i pericoli del mare e l'aridità del deserto, dedita da millenni al commercio: ecco spiegata la predisposizione ai calcoli e ai traccheggi. Per farci un'idea di dove portino queste riflessioni nel giro di tre generazioni possiamo semplicemente sfogliare la celebre rivista fondata da uno dei padri nobili del principale partito di governo, La difesa della razza, anno I (1938) numero 2; sul serio, su internet si può sfogliare...


...quanto basta per scoprire che per i teorici fascisti del razzismo gli Ebrei rappresentano in Italia l'unico elemento semita di fronte alla popolazione ariana. Dal punto di vista somatico gli Ebrei dell'Italia per lo più si avvicinano al tipo "orientale" con forte influenza "asiatica anteriore"... E un po' sopra: "Si comprende... come giustamente il razzismo italiano respinga nella maniera più recisa l'affermazione che gli Italiani delle province meridionali e delle isole appartengano ad una comune razza mediterranea di origine africana, comprendente anche le popolazioni semitiche e camitiche". Nelle illustrazioni (sin dalla famosa copertina) si cerca ossessivamente di evidenziare somiglianze somatiche e craniche tra gli ebrei europei e raffigurazioni di antichi Sumeri, Babilonesi, Fenici. Quindi sì, l'antisemitismo designa sin dall'inizio l'odio per gli ebrei, ma al contempo ne fornisce una spiegazione razionale, come naturale diffidenza degli ariani per i rappresentanti di un ceppo razziale diverso; non solo, ma nel momento in cui si innerva nell'ideologia ufficiale del regime, esso implica la più generale diffidenza per tutti i popoli di origine semita, e l'esigenza di separarli dagli italiani di "pura razza ariana". 

C'è da dire che, se in Italia nel 1938 ancora di musulmani ce n'è pochissimi, i fanti italiani hanno avuto modo di conoscerli in Libia: l'antisemitismo/anticamitismo di regime si prestava all'esigenza di fornire agli italiani delle colonie una ragione 'scientifica' per non mescolarsi con gli autoctoni. Il fascismo inoltre riscrive la Storia antica, giusto quanto basta per potersi inserire nel solco dell'Impero Romano (tentazione a cui non è indifferente nemmeno Valditara): questa riscrittura comporta per esempio la rilettura delle guerre puniche in quanto momento decisivo di un conflitto di civiltà tra la civiltà ariana dei latini e il colonialismo prevaricatore e mercantile dei Cartaginesi, di origine fenicia, e quindi semiti. Concetti che a fine anni Trenta i nostri nonni si ritrovano improvvisamente sul sussidiario, ora, secondo voi tutte queste cose GV non le sa? Come potrebbe non saperle? Tutte queste cose le conosce molto meglio di Francesca Albanese – che in effetti è un'esperta di diritto internazionale e diritti umani, non di Storia contemporanea: che quando accetta di parlare di antisemitismo, commette soprattutto l'errore strategico di scendere nel campo degli avversari – un campo che peraltro gli avversari ritengono di poter modificare a piacere, modellando la definizione di antisemitismo a seconda delle loro necessità.

Comunque non sono qui per difenderla. Né per denigrare il suo accusatore. L'unica cosa che posso fare è cercare di capire perché GV e l'Albanese non possono capirsi – e nemmeno vogliono. C'è uno choc culturale qui: due persone che parlano della stessa cosa nella stessa lingua, ma è come se vivessero in secoli diversi. Francesca Albanese vive nel mondo in cui vivo io, quindi mi risulta più naturale capirla. In questo mondo i diritti umani vengono costantemente messi in discussione: è l'emergenza che a lei sta più a cuore, per sensibilità e inclinazione professionale. Se le chiederanno un parere sull'antisemitismo, lei concederà che l'antisemitismo esiste (ci mancherebbe altro), e tenderà a considerarlo parte di quel fenomeno più vasto e preoccupante che è l'odio discriminatorio nei confronti delle minoranze. Non si preoccuperà nemmeno troppo di definire le minoranze: a volte saranno religiose, a volte linguistiche, a volte 'etniche' – parola che facciamo tutti fatica a usare, come se si trattasse del tappo a un vaso che nessuna Pandora dovrebbe più aprire. Ma alla fine quel che importa per Francesca Albanese è la discriminazione: il fatto che sia rivolta a una comunità piuttosto che a un'altra passa in secondo piano. L'antisemitismo esiste, in quanto sottospecie di un più generale fenomeno razzista o xenofobico, che forse è sempre esistito, anche se di secolo in secolo può rivolgersi su obiettivi diversi. Nell'Ottocento tanti europei odiavano la minoranza ebraica, oggi odiano gli arabi: per Francesca Albanese è lo stesso fenomeno. Il fatto che l'odio investa minoranze diverse dimostra quanto sia arbitrario lo stesso concetto di minoranza: abbiamo bisogno di capri espiatori e la Storia ci serve a ogni generazione quelli che trova tutto intorno: oggi i musulmani, quando ero bambino i meridionali, al tempo di mio nonno gli ebrei, ma questo non dipende né da i musulmani né dai meridionali né dagli ebrei; prescinde dalla loro identità e non ci serve certo a definirla: sono semplicemente i capri espiatori che la Storia ci serve in quel momento. Persino i motivi per cui odiamo quei capri e non altri sono assolutamente relativi, arbitrari, definiti a posteriori: prima viene la diffidenza per lo straniero, e in seguito l'esigenza di razionalizzarla per trasformarla in un'istanza politicamente spendibile: prova ne è che in ogni epoca troviamo nuovi motivi per odiare i gruppi sociali che odiamo. Secondo Giovanni Crisostomo avevano assassinato Cristo (ma è probabile che temesse soprattutto la popolarità di alcune feste della comunità ebraica di Costantinopoli, che richiamavano anche fedeli gentili e battezzati), secondo Bernardino da Feltre rubavano e assassinavano i bambini, secondo Almirante minacciavano la purezza del sangue ariano, secondo Vannacci ci portano la criminalità e abbassano il costo della manodopera. Ogni epoca trova i suoi motivi per allontanare i suoi capri; il che ci conduca a pensare che i motivi vengano dopo la tendenza ad allontanarli. Credo che Francesca Albanese la pensi più o meno così, e – per quel che importa – anch'io. Questo tipo di pensiero, GV non può assolutamente accettarlo, ma perché?

Perché non vuole essere preso per un beduino.
(No, in realtà c'è una risposta molto più complessa. Continua...)

sabato 3 ottobre 2026

Francesca Albanese e i suoi piccoli inquisitori

– Per quanto mi sia capitato di parlare molto più spesso di Gaza, dal 7/10/2023 in poi, vorrei lasciare per iscritto che non ho mai pensato che parlarne avrebbe potuto aiutare i gazawi. Li ritenevo condannati tre anni fa, avrei preferito sbagliarmi, non è successo. Se continuo a parlarne, quello che realmente voglio salvare è qualcosa di meno importante, ma forse ancora alla mia portata. La mia anima? Il mio buon nome? Qualcuno dovrebbe ricordarsi che comunque io non ero d'accordo, non partecipavo, non collaboravo, non guardavo da un'altra parte? Se devo essere sincero non credo davvero in queste cose: non cerco il perdono e non riconosco autorità a cui domandarlo. Forse semplicemente difendo un principio: le rappresaglie sui civili non sono giuste. Massacrare un popolo non è giusto. Non lo diventa nemmeno se gli assassini hanno amici importanti, una Storia tragica e complessa, dei crediti nei nostri confronti. Quel che sta succedendo è ingiusto, è disumano, ma non è passato inosservato; forse, continuando a dirlo, a farlo presente, potremo aiutare i nostri prossimi a costruire un mondo in cui queste cose saranno inammissibili – il mondo in cui speravamo di vivere noi, fino a qualche anno fa. 

– C'è un altro motivo, assai meno nobile. Se continuiamo a parlarne è anche perché qualcuno insiste che non se ne dovrebbe parlare; che non sta succedendo; e se davvero succede, forse è giusto così: anzi necessario, meritorio. Ad attirare la nostra attenzione sulla tragedia palestinese non è nemmeno la sua oggettiva eccezionalità, quanto gli sforzi ciclopici, patetici, esercitati da israeliani e sionisti per farci distogliere lo sguardo. La questione israelo-palestinese è il più grande esempio di Effetto Streisland che un sociologo può sperare di osservare oggi: basta aprire qualsiasi finestra informativa sul mondo e aspettare qualche minuto, perché arrivi qualcuno determinato a spiegarti che i palestinesi meritano di morire, e comunque non stanno nemmeno morendo così tanto, e in ogni caso i palestinesi in quanto palestinesi non esistono, sono un'invenzione. Questo trentennale confrontarsi con la cattiva coscienza dei sionisti, non posso negarlo, ha qualcosa di rassicurante e di consolatorio. È rassicurante, perché in qualsiasi momento dell'anno o del secolo, tu troverai i sionisti dire sempre le stesse cose, indifferentemente dalla crisi in corso e dall'andamento dei combattimenti: noi eravamo lì tremila anni fa, Israele è minacciato nella sua stessa esistenza, è difeso dall'esercito più morale del mondo, i palestinesi sono come i nazisti, non amano i loro bambini quanto odiano i nostri, eccetera eccetera (anche all'inferno, udire gli stessi lamenti e le stesse bestemmie tutti i giorni deve produrre un senso di confortevole familiarità). È consolatorio, perché basta ascoltare un sionista per cinque minuti, basta leggerlo per tre righe, per registrare così tanta malafede che è impossibile poi non sentirsi una persona migliore, perlomeno non altrettanto pessima – a volte mi accorgo di andarmeli a cercare perché ne ho bisogno, sarà la dopamina o qualche altra molecola. Ho sempre avuto la sensazione che questo sia molto sbagliato, come esagerare col caffè o gli alcolici. Ho provato a regolarmi. A volte ci riesco. Ogni tanto ci ricasco, ma sia chiaro: non mi sento un combattente sul fronte delle idee, mentre lo faccio. È un vizio, so benissimo che confrontarmi con un Pigi Battista non fa di me una persona migliore. So bene che la situazione è troppo tragica per distrarmi o addirittura divertirmi con un Pigi Battista. E tuttavia Pigi Battista esiste, è lì che mi sculetta davanti con le sue frasi fatte e la sua cattiva coscienza, dovrei essere un santo per non farci caso. Non lo sono. 

– I sionisti italiani, dal canto loro, non stanno passando un buon periodo. I risultati pure innegabili di Netanyahu non li entusiasmano, ormai hanno capito che ogni metro quadro di Striscia o di Libano spianato e conquistato si paga in termini di credibilità: Netanyahu a questo punto ne fa tranquillamente a meno, loro no. Tra un po' in Israele si vota, e i casi sono due: o rivince Netanyahu, e toccherà affondare con lui; oppure perde, una splendida occasione per liquidarlo dopo tutto il lavoro sporco che si è accollato: dopodiché però bisognerà vedere il bluff, e si scoprirà che l'unico modo di succedere a Netanyahu è proseguirne il lavoro (i genocidi hanno questo grande problema, che una volta cominciati non c'è tutto questo margine per sospenderli e chiedere scusa: l'unica è andare avanti, finché qualcun altro ci ferma, o noi stessi ci autodistruggiamo). Il disegno di legge sull'antisemitismo è impantanato alla Camera, a nulla sembra servire aver scomodato la Segre, aver minacciato per l'ennesima volta le dimissioni di Fiano da un partito che non lo candiderebbe più comunque; è come se alla gente quel ddl non interessasse, hanno altre preoccupazioni, il carovita, il riscaldamento globale. Però i soldi per andare al cinema a vedere Naza li trovano, maledetti (sì, un documentario sui crimini di guerra è primo ai botteghini). Insomma sono giorni aridi di soddisfazioni, per il sionista italiano. Quel che gli servirebbe è almeno una piccola vittoria parziale, un contentino, qualcosa che giustifichi ai posteri la sua indecente postura. Si è difeso per anni con il mantra "due popoli due Stati", e ora si accorge che in Israele non ci crede più nessuno. Ha negato per anni i "numeri di Hamas", finché gli stessi numeri non li ha confermati l'Esercito più Morale del Mondo. Ha ammesso che il massacro era orribile, purché non lo si chiamasse "genocidio", una parola che ha contribuito più di ogni altro a diffondere, perché nessuno come lui se l'è fatta trovare in bocca: non chiamatelo genocidio, non pensate che sia un genocidio, non pensate al genocidio... E ha irriso per anni Francesca Albanese, liquidandola come un'opinionista da talk; ma tre anni dopo Francesca Albanese è ancora lì, relatrice ONU sui Territori Occupati. Non ha più un conto in banca, in tv non c'è quasi mai, su internet continuano a raccontare aneddoti ormai leggendari in cui umilia con un sorriso il sindaco di Reggio nell'Emilia, eppure la sua reputazione resiste, si consolida, è ben strana questa cosa. È come se la gente apprezzasse il coraggio di chi si oppone ai potenti: ai sionisti questa ipotesi deve risultare parecchio seccante, con la fatica che hanno fatto a corteggiare gli stessi potenti. In questi giorni ancora estivi, in cui la gente sta ancora fuori il fine settimana, l'Albanese si ritrova più spesso in giro per le città, e di solito incontra soltanto gente che stima il suo lavoro e ammira la sua integrità. Quelli che restano in casa a criticarla potrebbero magari leggere i suoi report per cercare gli errori fattuali, ma ecco, la cosa più interessante è che nemmeno li aprono: hanno completamente rinunciato a dibattere con l'Albanese nel merito del suo lavoro. Probabilmente temono di scoprire cose che non saprebbero confutare, neanche presso il parzialissimo tribunale della loro coscienza. È l'approccio tipico: ignorare il messaggio, svalutare il messaggero. Non resta che frugare su youtube finché non si trova qualche intervista in qualche lingua straniera in cui al minuto 18 l'Albanese abbia detto qualcosa di controverso, magari abbia commesso un errore di qualche tipo: e indovinate, questi errori esistono, Francesca Albanese è umana. Ciò non le sarà perdonato.


– Il 25 settembre del corrente anno, GV scopre che sul canale youtube di un'agenzia argentina c'è un'intervista in cui (dopo 18 minuti e 34 secondi), Francesca Albanese fornisce una definizione di antisemitismo storicamente non accurata. Dopo aver ribadito che "l'antisemitismo esiste, è una piaga", l'Albanese lo definisce non soltanto come "discriminazione nei confronti degli ebrei", ma di tutti i "ceppi semitici". Sostiene altresì che al momento in cui fu coniata, la parola "antisemitismo" [ma probabilmente voleva dire "semitico"] si riferiva "a chiunque non fosse europeo e venisse dal Medio Oriente": secondo nazisti e fascisti "gli ebrei erano semitici". L'"Antisemitismo" si sarebbe sovrapposto al concetto di "antigiudaismo" semplicemente perché gli ebrei erano la comunità semitica più numerosa in Europa. Concede dunque che oggi antisemitismo significhi "odio per gli ebrei", anche se avrebbe un significato più ampio. Ricorda che, secondo svariate testimonianze, nei campi di sterminio gli ebrei destinati alle camere a gas venivano soprannominati "musulmani", il che le sembra una dimostrazione della sostanziale coincidenza tra odio per gli ebrei e odio per i popoli semitici in generale. Gran parte di queste discutibili affermazioni – spoiler – l'Albanese le ritratterà abbastanza presto, scusandosene pubblicamente, ma restiamo un attimo al 25 settembre: quando grazie a un attento lavoro di setaccio, finalmente GV viene in possesso di quella che ritiene subito essere una vera e propria pistola fumante: l'Albanese non conosce bene la storia del termine antisemitismo, ergo è antisemita. Se l'ergo può parervi affrettato (al netto di svariate imprecisioni, l'Albanese sta comunque dicendo che l'antisemitismo esiste, e che oggi significa "odio per gli ebrei") tenete conto della situazione psicologica di GV, che da mesi, lo ammette lui stesso, ci va mettendo in guardia contro "la Madonna pellegrina", la "papessa" di questa nuova religione che sarebbe il "palestinismo".
 
Che ci vada mettendo in guardia, non c'è dubbio: ma che abbia mai convinto qualcuno, ecco, almeno fino al 25 settembre sembrava di no; gli indizi fin qui raccolti in mesi di ricerche non dovevano sembrare sufficienti neppure a lui – o non avrebbe continuato a cercarne fino in Argentina. Qualche giorno prima da Twitter rimpiangeva che anche dopo la concessione di un'intervista a un network russo (altra prova schiacciante di cospirazione contro l'occidente), nessuno volesse vedere "il vero volto" dell'Albanese, ora, questa espressione "vero volto" è abbastanza interessante. I cacciatori di antisemiti in servizio permanente sono infatti persuasi di questa cosa, che chi è antisemita abbia un volto segreto e faccia di tutto per nasconderlo. Dev'essere qualcosa di deforme: orecchie a punta, denti aguzzi? Si fingono umani, intonano suadenti discorsi di pace e giustizia dietro ai quali solo un attento inquisitore può decifrare l'antisemitismo nascosto. A nulla vale obiettare che l'antisemitismo è in linea di massima un'ideologia, non un complotto; che chi lo professa davvero non ha nessuna difficoltà a definirsi tale e a fare discorsi orgogliosamente antisemiti, eh ma quello era l'antisemitismo novecentesco, che a un certo punto è stato sconfitto. A riportarlo in auge non sarebbero i movimenti di estrema destra che pure risultano quasi sempre implicati ogni volta che viene realmente malmenato un ebreo o imbrattato un cimitero ebraico, bensì questi personaggi apparentemente innocui che parlano di pace e giustizia – in sostanza, i marrani dell'antisemitismo. In attesa di una legge che li costringa a confessare, con le buone o con le cattive, non resta a GV che procedere per via indiziaria, vincendo immagino una certa ripugnanza – o forse no, forse il garantismo non si applica ad argomenti così gravi (continua...)

mercoledì 30 settembre 2026

La lotta di classe in classe


[Questo pezzo è evidentemente uscito qualche giorno fa su Rivista Studio... e a proposito, oggi esce in edicola La fine del mondo con un pezzo mio! Purtroppo non è un fumetto]. 

Sono un insegnante di scuola secondaria (quella che tutti chiamano ancora “media”, e per inciso hanno ragione: “secondaria” è un brutto nome). Per circa vent’anni ho lavorato in una scuola in cui gli alunni di origine straniera superavano puntualmente la soglia massima prevista dalle circolari ministeriali – la parola chiave in questo caso era “deroga”: la mia scuola era sempre in deroga. Per vent’anni ho sentito i politici lamentarsi di questa cosa, e promettere che avrebbero trovato una soluzione. Per vent’anni la soluzione è stata, in sostanza, produrre circolari che ci impedivano di formare le classi, per poi consentirci di formarle lo stesso “in deroga”. E cosa succede quando una scuola sistematicamente rimane in “deroga”? Nulla, non succede nulla. 

Ora, mi rendo conto che questo modo di vedere le cose non è molto giornalistico. Per i giornalisti ogni fatto è importante in quanto notizia, ovvero dev’essere qualcosa di nuovo, possibilmente mai sentito, mai visto. Così, ad esempio, Giorgia Meloni fa notizia se promette di emanare un decreto legge che riduca il numero di stranieri per classe: nessuno l’aveva promesso prima! Per noi lavoratori della scuola, invece, tutto questo è ordinaria amministrazione. Domattina tornerò a scuola, e la percentuale di studenti di origine straniera sarà la stessa di cinque anni fa, di dieci anni fa: con quel lieve aumento che è ragionevole aspettarsi dall’andamento demografico. Del resto io faccio il mio lavoro, per lo meno ci provo; Giorgia Meloni fa il suo, che soprattutto verso la fine della legislatura comprende anche l’esternazione di promesse non necessariamente realizzabili. 

Proverò allora a far notizia così: io, insegnante democratico e progressista, non avrei in principio nulla in contrario alla proposta di Giorgia Meloni. La trovo viceversa assolutamente in linea con uno dei miei articoli preferiti della Costituzione, il terzo. Quello che non solo ci informa che siamo tutti eguali davanti alla legge (senza distinzione “di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”) ma si dà anche “un compito”, lo chiama proprio così: “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Quello che adoro di questo articolo è che prima enuncia un principio (davanti alla legge siamo tutti uguali), poi riconosce che “di fatto” le cose al mondo vanno molto diversamente, con una franchezza e un realismo che raramente troverete in una carta costituzionale. Un po’ come la Dichiarazione d’Indipendenza americana, che non promette la felicità, ma il diritto a cercarla (“the pursuit of happiness”): così la nostra Carta ammette che non siamo uguali, che forse non lo diventeremo mai davvero, ma che abbiamo comunque il diritto/dovere di provarci, il compito di rimuovere più ostacoli possibile. 

Questo spiega come mai, per esempio, la scuola è “obbligatoria e gratuita” (art. 34). Già. Cosa c’è di più democratico, di più egalitario, diciamolo: cosa c’è più “di sinistra” che immaginare che tutti possano vivere la medesima esperienza scolastica, venendo in contatto con lo stesso numero di studenti provenienti dall’estero? (Continua su Rivista Studio)

domenica 27 settembre 2026

Gli alunni "stranieri", tra i condizionatori e i metal detector

[Questo pezzo è uscito per il Manifesto del 22/9. A proposito: mercoledì esce nelle edicole La fine del mondo, e c'è anche un pezzo mio! Vabbe', ma soprattutto ci sono i fumetti]. 


Così Giorgia Meloni ci ha annunciato che metterà un tetto agli studenti stranieri per classe. Se i vostri amici insegnanti hanno reagito alla notizia sbuffando, non è necessariamente per avversione ideologica. È che loro lavorano nella scuola vera, e nella scuola vera il tetto per gli studenti stranieri c’è già. Da una circolare della ministra Gelmini (2010). Da quel momento, si sono verificati sostanzialmente due casi. Nella stragrande maggioranza delle scuole non è successo niente – ovviamente, dato che gli studenti stranieri non hanno mai superato il 12% della popolazione scolastica. In quel migliaio di scuole (su trecentomila in tutt’Italia) in cui la percentuale di stranieri supera effettivamente il 15% o anche il 30%… niente, non è successo niente neanche lì, perché né la circolare Gelmini, né le successive (ne ha emanata una anche Valditara, tre anni fa), hanno mai chiarito cosa sarebbe successo nel momento in cui il tetto veniva sforato. La parola chiave, in questo e in altri casi molto italiani è “deroga”. Si fissa un tetto, e quando si sfonda il tetto, si va in deroga. Esiste un numero massimo di deroghe? Nessuno l’ha capito.

Questo accade nelle scuole vere, e quindi interessa molto relativamente il dibattito politico, ormai entrato nella fase della campagna elettorale. Nelle scuole immaginate dai politici, ogni problema sollevato dai media incontra rapidissimamente una soluzione che si può scrivere in un brevissimo titolo di giornale. I ragazzi esagerano con gli smartphone? “Valditara vieta gli smartphone”. Uno studente estrae un coltellino? “Valditara introduce i metal detector”. Fa caldo? Valditara ci monta i condizionatori. E così via: non esiste emergenza o caso di cronaca che non trovi la sua pronta soluzione. Se poi vi capita di passare per una scuola vera, scoprirete che molti ragazzi tengono ancora gli smartphone in tasca (Valditara non ci poteva mica permettere di perquisirli); che i metal detector sono rarissimi (e del resto per usarli serve personale di pubblica sicurezza); e che gli studenti stranieri continuano a concentrarsi a macchie di leopardo, in alcune zone d’Italia, lasciandone altre completamente sgombre: non per malizia, ma perché banalmente l’immigrazione in Italia ha funzionato così. Il che in effetti ha creato un grosso problema: una tensione perenne tra luoghi dove gli stranieri sono tanti (coi problemi di integrazione annessi e connessi) e altri luoghi dove sono talmente pochi da risultare una minaccia sconosciuta, di cui gli abitanti sentono parlare soltanto da media sempre più ansiogeni.

In effetti, se Giorgia Meloni fosse seria (e se disponesse di risorse illimitate), la sua proposta non solo avrebbe un senso, ma sarebbe assolutamente auspicabile: permettere a ogni alunno con un deficit linguistico di poter frequentare una classe di italiani non sarebbe uno dei modi migliori per mettere in pratica il terzo articolo della Costituzione, contribuendo a rimuovere gli ostacoli che impediscono a chi non parla italiano in famiglia di sentirlo parlare e di impararlo a scuola? Eppure i vostri amici insegnanti borbottano, e addirittura i presidi fanno trapelare un certo scetticismo. Cosa faranno in concreto Meloni e Valditara, che non si potesse fare già dal 2010 in poi? Quanti pulmini servirebbero per spargere i ragazzi in quartieri meno etnicamente connotati? Fino a che punto si possono costringere i genitori italiani a iscrivere i ragazzi nella scuola di quartiere, senza evitare una fuga verso scuole private? E a proposito: si potrebbero obbligare gli istituti paritari ad accettare quote cospicue di studenti stranieri a costo zero. Oseranno farlo? Vediamo come va, ma non possiamo non ricordare i precedenti.

Nella scuola vera – quella in cui i politici raramente mettono i piedi – la differenza tra studenti italiani e stranieri semplicemente non esiste. Vi sono sfumature molto più difficili da interpretare: studenti senza cittadinanza, ma che parlano un buon italiano; studenti che all’anagrafe risultano italiani, ma che non parlano italiano neanche a casa. Per i genitori la situazione è molto più drastica, soprattutto a settembre: se nel registro la maggior parte dei cognomi non suona italiana, la classe è un ghetto. Chi ha il coraggio di restare magari può scoprire che alcuni di quei cognomi prendono i voti migliori, anche in italiano. Certo, ci vuole pazienza. Il governo questa pazienza non ce l’ha, del resto ormai è in campagna elettorale.

domenica 20 settembre 2026

Enrico Mentana e Francesca Albanese, una sera

Ieri sera in piazza a Parma c'era Francesca Albanese – che comunque sarà a DIG tra una settimana a presentare Naza – e però ieri sera in piazza a Parma c'era Enrico Mentana che intervistava Francesca Albanese, e devo ammettere che la cosa mi solleticava: così ci sono andato.

– L'occasione era la Festa di Open, e quindi in sostanza è Mentana che ha invitato l'Albanese. Questa cosa io non so bene come interpretarla. Mentana è tante cose ma non stupido, e quindi l'arrivo di un pubblico pregiudizialmente ostile nei suoi confronti doveva e poteva aspettarselo. Quindi se l'aspettava? Cercava i fischi, voleva fare notizia in questo modo? È una possibilità (1). Un'altra (2) è che stia cercando di riposizionarsi, perché appunto, non è uno stupido e si rende conto che un certo tipo di giornalismo supino a Tel Aviv ha i giorni contati anche nella nostra provincia dell'impero. Quindi ha invitato Francesca Albanese, l'ha fatta parlare senza troppo contraddirla (ha dato veramente l'impressione di conoscerla e di stimarla), si è preso comunque qualche fischio ma li aveva messi in conto. Perché è successa davvero questa cosa, che non mi aspettavo: Enrico Mentana, che fino a qualche mese non voleva sentir parlare di genocidio, ha lasciato Francesca Albanese esprimere le sue opinioni sul genocidio (del resto, se non l'avesse fatto, la folla non l'avrebbe presa molto bene). Un'ultima possibilità (3) è che Mentana – come tanti altri che però, a differenza sua, spesso sono stupidi – avesse sottovalutato la popolarità di Francesca Albanese, che in effetti nella mediasfera italiana risulta una tale che ha fatto una figuraccia con un sindaco, poi in tv è provata ad andarci ma se n'è andata alla prima provocazione, insomma un personaggio ormai fuori dalla lista di chi invitare ai talk. L'Albanese invece ha un seguito solido, e certe piazze le riempie: la festa di Open prevedeva cento posti a sedere (li ho contati) abbiamo dovuto schiacciarci un po' ovunque; chi fosse passato da Modena l'anno scorso sempre per DIG si sarebbe reso conto del problema, ma appunto, forse nella mediasfera credono che l'Albanese non sia più popolare come un anno fa perché gli USA le hanno chiuso i conti e in Italia qualche sindaco l'ha rimproverata. È precisamente il contrario.

– Ad avvalorare la seconda ipotesi (Mentana sta cercando di smarcarsi da un filosionismo che fa più danni che utile), molto presto la conversazione arriva sugli insediamenti nei Territori, ed è Mentana ad affermare: vanno sgomberati. A quel punto l'Albanese – che più dei palestinesi ieri sera si è trovata a difendere il principio di realtà – gli ha semplicemente chiesto: da chi? Chi è che concretamente dovrebbe cacciare quei coloni da trecento insediamenti [che spesso sono fortezze blindate]? E Mentana, serenissimo, ha risposto che ci vuole una forza di interposizione internazionale. Cioè, ripeto: Mentana, che fino a qualche mese fa aveva difficoltà a dire "colono" in diretta tv (e di fatto non ha usato la parola neanche ieri sera), vuole i caschi blu nei Territori Occupati, a cacciare i coloni dai loro bunker. Teniamocelo per detto.

– Francesca Albanese è un'esperta di diritto internazionale, incaricata dall'ONU di stilare periodici report sulla questione palestinese. Non è un'oratrice, non è una polemista professionista. L'urgenza di portare i suoi argomenti nelle piazze e sui social l'ha portata in passato a cadere in alcune trappole. Ieri sera com'è andata? Secondo me molto bene. Per tutto il tempo è rimasta nel suo ruolo, che è quello di chi studia e documenta un genocidio. Mentana le chiedeva la pars construens, uno Stato o due Stati? Lei rispondeva: non lo so, e in effetti perché dovrebbe saperlo. Non sta a lei proporre soluzioni, o fingere che ne esistano.


– A un certo punto è stata lei ad avvertirci che rischiava di andare come a Reggio Emilia, e qui secondo me c'è un grosso equivoco: com'è andata a Reggio Emilia? Una folla importante è andata a vedere l'Albanese: ha trovato un sindaco che faceva sottili distinguo sul 7 ottobre; ha cominciato a fischiarlo e l'Albanese si è messa in mezzo. Stessa cosa ieri sera: dopo una buona mezz'ora di dialogo sensato,
Mentana ha sentito la necessità di tirare fuori il 7 ottobre nel modo un po' dogmatico in cui lo tirano fuori i sionisti: però c'è stato il 7 ottobre, dovete capire che c'è stato il 7 ottobre. Una data che per qualche motivo dovrebbe annullare quello che stava succedendo prima, e giustificare la catastrofe che è venuta dopo. Siccome la gente non c'è mai cascata (sono quei meme che funzionano solo in laboratorio e in qualche discussione on line) ha iniziato a fischiarlo, e Mentana se l'è presa: ma si trattava di qualcosa di assolutamente prevedibile. Mentana però non è professionalmente abituato a essere interrotto in pubblico da gente qualsiasi, il che ha portato l'Albanese di nuovo a mettersi in mezzo, a intercedere per il suo interlocutore: sì, il 7 ottobre c'è stato, è stato terribile, nessuno lo nega, ecc. Mentana, dal canto suo, ha evitato di accennare a feti sventrati e neonati nel forno. Un'altra parola che nessuno ha mai usato ieri è stata "antisemitismo".

– A un contestatore che ha urlato, semplicemente: "c'è stato anche il 6 ottobre", frase magari sibillina ma non insultante, Mentana ha risposto piccato, perché lui diceva quel che voleva, essendo "a casa sua". Era a Parma, in piazza Garibaldi. È vero, l'evento l'ha organizzato lui per conto di una testata che ha finanziato lui, e però una testata si può comprare, un po' di giornalisti si può stipendiare... ma una piazza no, in piazza può arrivare chiunque.

– Nella stessa piazza, qualche ora prima, aveva parlato Pina Picierno. Non se l'era cavata neanche male e i 100 posti a sedere erano occupati. Ma la fatica che ha fatto a trovare un po' d'applausi è interessante. C'era molta gente e non applaudiva, o applaudiva poco. Una piazza non significa molto, ma posso immaginare la frustrazione di una parte politica che ha puntato tutto sulla sacra difesa dei confini europei e non ce la sta facendo, è proprio un tema che non ha presa sulla gente. Mentana a un certo punto ha voluto chiedere all'Albanese il suo parere sull'Ucraina e anche lì l'Albanese è stata brava, secondo me: ha ribadito che il suo campo specifico è un altro, che il suo è un parere qualsiasi, ha accettato i fondamentali (la Russia ha invaso illegalmente l'Ucraina) e ha immediatamente riportato la questione su Gaza: se contro la Russia abbiamo immediatamente varato pacchetti di sanzioni, perché non l'abbiamo fatto con Israele? Se Mentana trova giusto armare i resistenti ucraini, perché non dovremmo armare i resistenti palestinesi? Ecco, questo è stato il momento in cui Mentana è stato preso di sorpresa. Si capiva che questa cosa di considerare i palestinesi come esseri umani con dei diritti era comunque una novità per lui, qualcosa che magari sta cominciando ad accettare, ma per la quale non è ancora emotivamente equipaggiato.

– A tempo abbondantemente scaduto, è stato Mentana ad aver ricordato che Francesca Albanese attualmente è perseguitata dagli autorità USA, che le impediscono di poter usare conti bancari (anche in Italia). Altri su un'evidenza così scandalosa costruirebbero un intero personaggio: ieri sera l'Albanese ne ha parlato soltanto un minuto prima di alzarsi dalla poltrona, e soltanto perché Mentana glielo ha chiesto.

venerdì 11 settembre 2026

La legge che si denuncia da sola

Buongiorno Leonardo.

Non è un gran bel giorno per me.

Di cosa ti preoccupi?

In parlamento stanno discutendo di una legge terribile, sicuramente anticostituzionale, che mi costringerà a espormi in pratiche di disubbidienza civile. E a parte questo, si tratta di una legge terribilmente stupida, che mi costringe a dubitare della buona fede e/o dell'intelligenza di chi l'ha scritta e di chi la voterà.

Ti riferisci al Disegno di legge Delrio sull'antisemitismo.

Proprio quello.

Eppure l'antisemitismo è un problema concreto.

Indubbiamente, ma nessun problema, per quanto grave, giustifica reazioni stupide o peggiorative. Anche il riscaldamento globale è un problema, no? Immagina che qualcuno suggerisca di risolverlo tenendo aperti tutti i frigoriferi. Non dovrei far presente che non è una soluzione, che anzi il bilancio energetico peggiorerebbe, e che soprattutto si tratta di una misura ridicola? 

Ora però ti tocca spiegare perché il disegno di legge sarebbe così stupido... io ho dato un'occhiata e non mi sembra che contenga nessuna sciocchezza paragonabile a quella del frigorifero aperto.

La stupidità si annida nei dettagli. Il testo usa come riferimento la definizione di antisemitismo dell'Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (da qui in poi IHRA).

Certo. Si tratta della definizione di antisemitismo più accreditata presso gli organi internazionali.

Si tratta anche di un testo tragicamente stupido. 


Questo lo dici tu.

Lo dicono in tanti... ma oggi non ne citerò nessuno. Voglio farti leggere la definizione IHRA come se fosse un testo anonimo, misteriosamente inciso sulla pietra. Voglio dimostrarti che la stupidità è intrinseca al testo stesso: che può essere osservata e misurata da chiunque lo legga, senza bisogno di chiedere a esperti. È un testo scritto male, e ci sono solo due motivi per cui un testo può essere scritto male. Uno è la malafede. 

L'altro è la stupidità?

Precisamente. Anche se spesso le due cause si intrecciano. Un eccesso di malafede può portarti a commettere qualche stupido errore. Anche un eccesso di stupidità può indurti a comportarti in malafede per cercare di occultarlo. Del resto non mi interessa appurare i motivi storici o ideologici per cui la dichiarazione IHRA è tanto stupida. Voglio semplicemente dimostrarti che lo è. È un insieme di frasi così mal congegnate che finisce per contraddirsi da solo. Leggi pure e vedrai.

Va bene, comincio a leggere... "Nello spirito della Dichiarazione di Stoccolma che afferma: “Con l’umanità ancora segnata da antisemitismo e xenofobia la comunità internazionale condivide una solenne responsabilità di combattere questi fenomeni dannosi” la commissione sull’antisemitismo e sulla negazione dell’Olocausto chiese alla Plenaria dell’IHRA, che si teneva a Budapest nel 2015, di adottare la seguente definizione operativa (di lavoro) di antisemitismo..."

Ecco, per esempio, di chi stiamo parlando?

Beh, c'è scritto: della comunità internazionale.

Rappresentata da chi?

Dalla commissione sull'antisemitismo e sulla negazione dell'Olocausto.

Nominata da chi?

Ma non lo so... ci sarà scritto da qualche parte.

Valeva la pena di scriverlo anche qui, non trovi? Almeno in una nota. Non c'è scritto.

Comunque si tratta di organi internazionali, probabilmente faranno capo all'ONU...

Non c'è scritto. Anche la "Plenaria dell'IHRA" sembra un po' spuntare dal nulla: da chi è composta? Da chi è nominata?

Avranno voluto eliminare i dettagli per brevità.

Va bene, andiamo avanti.


Hai notato? C'è scritto "non giuridicamente vincolante". E invece in parlamento la stanno usando per fare giurisprudenza. Renditi conto del paradosso. Ma ti rileggo questo passo incredibile. L'antisemitismo sarebbe "una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei". Sul serio. Nella definizione ufficiale c'è scritto così.

Ok, è senz'altro una traduzione infelice, ma...

"Vediamo l'inglese, suppongo che l'originale sia stato stilato in inglese. "Antisemitism is a certain perception of Jews, which may be expressed as hatred toward Jews". Chi è che si esprime così? Chi è che confonde "perception of" con "hatred toward"? Sono due concetti diversi. Si potrebbe al limite sostenere che un determinato tipo di percezione conduca all'odio...

 ...o che l'odio possa modificare la percezione.

Ok. Ma sono comunque due concetti diversi. Chiedi a uno psicologo, a un filosofo, a un antropologo. Se uno studente mi scrivesse una cosa del genere, sottolineerei e inserirei un grosso punto interrogativo, perché qui qualcuno non è riuscito a spiegarsi bene. Ma nota anche il seguito: le "Manifestazioni di antisemitismo" sono dirette verso gli ebrei e "i non ebrei". Cosa vuol dire? In che modo commetto antisemitismo se offendo un "non ebreo"? 

Beh, metti che un tizio non ebreo venga scambiato per un ebreo, e molestato per questo motivo. Si tratterebbe comunque di una manifestazione di antisemitismo.  

Ah, dici che intende questo?

Forse sì.

Forse sì. Diciamo che non è chiarissimo. Ma andiamo avanti.

"Per orientare l’operato dell’IHRA le seguenti spiegazioni possono servire come esempi:"

Spiegazioni che "servono come esempi"? Sul serio?

Dai, qui è soltanto tradotto male. In inglese stavolta fila, sono examples che servono da illustrations.

Ma perché è tradotto così male? Voglio dire, avevano tutto il tempo e le risorse per...

Stai deviando. Avevi promesso di concentrarti sul testo. 

Va bene. 

Ecco, questo è cruciale. Ti dimostra quanto sia stato rimaneggiato il testo, da persone non molto esperte. La frase precedente serviva a introdurre immediatamente degli "esempi" di manifestazioni antisemite: uno quindi si aspetta gli esempi... e invece segue questa prolessi. 

Cos'è una prolessi?

Un'anticipazione di un'obiezione dell'interlocutore. L'obiezione sarebbe: ma queste manifestazioni non sono antisemite, al massimo sono anti-israeliane. Peccato che non abbiamo ancora letto di che manifestazioni si tratti. Si sente proprio che qualcuno è intervenuto che aveva più fretta di prevenire delle obiezioni che di consegnare un testo convincente.

Comunque è indiscutibile, lo Stato di Israele è concepito come una collettività ebraica.

Certo. 

Quindi se offendi lo Stato di Israele... stai offendendo una collettività ebraica.

Va bene. 

Nessuna obiezione?

Leggi dopo. 

"Tuttavia le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite".

E questo cosa vorrebbe dire?

Beh, mi sembra chiaro. Che puoi criticare Israele, basta che lo critichi come criticheresti qualsiasi altro paese. 

E se Israele fa delle cose che nessun altro paese fa?

Ma in che senso...

Cioè io posso criticare Israele perché, poniamo, ha la bomba atomica. Ce l'ha la Russia, la Russia è criticabile, quindi anche Israele è criticabile. Oppure il costo della vita è molto alto. Anche in Norvegia è molto alto, e se posso criticare la Norvegia... posso criticare anche Israele. Va bene. Oppure è una società con un certo tasso di segregazione razziale, anche il Sudafrica lo era fino a qualche anno fa, per cui posso forse sostenere che in Israele viga la segregazione razziale...

Ehm... no.

No cosa.

Il paragone col Sudafrica non mi sembra molto... insomma, la situazione è oggettivamente diversa.

Ah, dici che le modalità di segregazione previste dalla legge israeliana sono troppo diverse da quelle adottate dal vecchio regime sudafricano?

Mi sembra di sì.

E ti viene in mente un altro Paese in cui la segregazione avvenga con le modalità previste dalle leggi israeliane?

A occhio no. È una situazione molto peculiare.

Infatti.

L'unico Stato ebraico, al centro del Medio Oriente... è chiaro che ci siano elementi di assoluta eccezionalità.

Perfetto, quindi secondo l'IHRA non posso criticarlo. 

Ma non intendeva questo.

Sicuro? Dice che posso criticarlo solo come criticherei un altro Paese: e siccome le cose che Israele fa sono eccezionali, io non lo posso criticare senza ricadere in una modalità antisemita. E nota che stiamo parlando di un documento che definisce uno stato di eccezionalità, perché l'antisemitismo è un fenomeno peculiare, con caratteristiche evidentemente diverse da qualsiasi altro fenomeno razzista o xenofobico. Insomma, in un documento in cui si definisce uno stato di eccezione, viene messo per iscritto che non si può giudicare lo stato di eccezione. E andiamo avanti.

"L’antisemitismo spesso accusa gli ebrei di cospirare per danneggiare l’umanità, e se ne fa ricorso di frequente per dare la colpa agli ebrei quando “le cose non funzionano”."

Un po' goffo, non trovi? È proprio un modo di esprimersi approssimativo, che uno studioso non userebbe. 

Forse era uno studioso che cercava di esprimersi nel modo più semplice possibile. "L’antisemitismo si esprime nel linguaggio scritto e parlato..."

Bisognava assolutamente specificare che il linguaggio può essere "scritto e parlato".

Ti stai attaccando al capello. 

È scritto male. E spiegami cos'è questa frase:


È una frase che introduce una lista di esempi di antisemitismo.


Ed è la seconda che incontriamo. Prima di arrivare finalmente a questi benedetti esempi. In mezzo c'è stata una prolessi che ha aggiunto un'ulteriore definizione di antisemitismo, da aggiungere a quella che si leggeva all'inizio. Questa pagina è un pasticcio. È evidentemente stata rimaneggiata da qualcuno che voleva assolutamente aggiungere delle cose, ma non sapeva dove aggiungerle senza strappare il testo, né era in grado di ricucirlo dopo. E pensa a quanto è inutile, e goffo (in italiano soprattutto), quel gerundio assoluto: "Considerando il contesto generale".

Va bene, ma ora voglio proprio vedere cosa avrai da dire sul primo esempio:


Non è un esempio. 

Ma dai.

Un esempio è "un caso concreto, un comportamento o un oggetto che serve a spiegare una regola, chiarire un'idea o fare da modello". Se per dire qui mi avessero presentato il caso di un tale X, che nel tal luogo e nella tale ora avesse "incitato, sostenuto o giustificato l'uccisione di ebrei o danni contro gli ebrei", ecco, questo sarebbe stato un esempio. Ma gli "esempi" della definizione IHRA non sono esempi: sono modalità, sono pratiche, atteggiamenti, comportamenti, quel che vuoi, ma non "esempi". 

Sarà anche scritto male, ma il contenuto è chiaro è indiscutibile.

Tautologico, oserei dire. Chi odia gli ebrei in quanto ebrei è antisemita. Ok, andiamo avanti.


"Per esempio, specialmente ma non esclusivamente".

Ho capito, ho capito, non ti  piace come scrive.

È scritto male! Però almeno qui c'è una cosa che assomiglia a un esempio: "il mito del complotto ebraico mondiale". Il problema è che non chiarisce fino a che punto posso criticare una lobby internazionale sionista (come ad esempio l'AIPAC), senza ricadere nella casistica del "mito del complotto ebraico mondiale". Qualcuno potrebbe benissimo impugnare questa definizione e sostenere che non posso, tout court. E però Israele qualche mezzo di comunicazione lo controlla, o no?

Non lo so. Penso che gli organi di informazione israeliani siano quasi tutti di proprietà privata.

E i proprietari potrebbero essere... ebrei?

Immagino di sì.

Sei sicuro di non avere appena affermato qualcosa di antisemita? Ebrei che controllano mezzi di comunicazione!

Vabbe' ma non è questo il punto. Sta definendo un atteggiamento complottista che indubbiamente esiste.

Lo sta definendo in un modo veramente molto vago. Scusami eh, noi viviamo in Italia. Molti organi di stampa sono proprietà o emanazione di gruppi privati che perseguono i loro interessi. Posso dire questa cosa?

Certo.

E se uno di loro, dico in linea puramente ipotetica, fosse ebreo, o comunque perseguisse una linea filosionista, potrei dirlo? 

Ma non è questo il punto...

Posso dire che lo Stato di Israele ha potuto contare, in Italia, su una stampa compiacente? Lo posso fare o secondo l'IHRA è antisemitismo? E anche se fosse antisemitismo, diventerebbe una bugia? Sai qual è il vero problema qui?

Sento che stai per dirmelo.

È che questi "esempi" – che esempi non sono – non tengono in nessun conto un fattore chiave dell'informazione. La verità. 

"Quid est veritas?"

 Senti, hai presente i Protocolli dei Savi di Sion. 

Certo che li ho presente. E spero concorderai che si tratta di un documento antisemita.

Infatti. E perché?

Proprio perché metteva per iscritto "il mito del complotto ebraico mondiale".


Questo era un motivo. Ma ce n'era un altro, altrettanto importante: era un falso. Ti propongo un esperimento mentale. Immagina di essere James Bond e di scoprire che esiste un'associazione segreta che trama per conquistare il mondo. 

La Spectre.

Quella, o Mignolo e il Prof. Cosa farai?

Beh, per prima cosa rapporto ai superiori. 

Bene. E ora immagina che questa associazione abbia sede a Tel Aviv. Puoi ancora fare rapporto o diventi antisemita?

È un esperimento assurdo. La Spectre non esiste. 

Il fatto che non esista non significa che non possa esistere da qui all'eternità. Io voglio bene in generale a tutti, ebrei compresi, ma devo voler più bene alla verità, e non posso neanche in linea di principio limitare la mia responsabilità di osservarla, capirla e denunciarla. Sarei antisemita se mi inventassi le prove di un complotto mondiale sionista. Ma se per caso le trovassi, e le verificassi, io in tutta coscienza non mi considererei un antisemita. Con buona pace dell'IHRA.

Ma in effetti se ci pensi l'IHRA parla di "insinuazioni mendaci". 

Per come è scritto, sembra voglia affermare che qualsiasi insinuazione su un complotto mondiale sarà mendace per definizione. 

Non è così chiaro...

Mentre dovrebbe esserlo. Parliamo della definizione ufficiale internazionale eccetera eccetera. Andiamo avanti. 


Fermo. Qui so già cosa stai per dire.

È ridicolo, dai.

In effetti per com'è scritto sembra che non faccia molta differenza se un crimine è reale o immaginario. 

Un bel lapsus.

Comunque, a parte lo stile involuto, il senso è chiaro. Una categoria di persone non può essere ritenuta colpevole di quello che ha fatto una persona. O un gruppo di persone. 

In sostanza sta dicendo che non posso accusare tutti gli ebrei di quello che commettono gli israeliani. 

Si può applicare anche a questo caso, ma è più generale. 

Bene. Teniamocelo per detto e andiamo avanti. 


Io avrei scritto "intenzione genocidiaria", altrimenti è ambiguo... 

Ti attacchi al capello.

...E sono tra quelli che disapprovano il termine Olocausto, spero che non sia antisemitismo anche questo. Avrei preferito Shoah. 

Ricordami che differenza c'è.

La shoah è una catastrofe, una devastazione. L'olocausto è un sacrificio religioso. 

Quindi insomma se lo chiami olocausto stai implicando che sia stato richiesto da Dio?

E che abbia ottenuto un risultato. È un'idea che non posso condividere, e che trovo anzi piuttosto pericolosa. 

L'idea che...

Che il sacrificio di milioni di ebrei sia stato il prezzo da pagare per ottenere uno Stato ebraico. Una visione millenarista che fornisce una giustificazione storica anche alla persecuzione nazista. Non lo accetto. Sono peraltro in buona compagnia. 

Però alla fine in Greco – sto googlando –  holokauston significa "tutto bruciato", non molto diverso da Shoah. La tua è una sovrainterpretazione...

Non direi, ma andiamo avanti. 


C'era bisogno di questo punto? Cosa dice in più del precedente? Chi nega la Shoah/Olocausto è antisemita, era abbastanza chiaro. Però qualcuno ha sentito la necessità di definire e distinguere "gli ebrei come popolo" e "Israele come stato". Peraltro, cosa significa accusare uno "stato"? Al massimo accusi un governo, una classe dirigente, una classe sociale, al limite il popolo intero.

Gli antisemiti spesso si esprimono male. 

Non è un buon motivo per imitarli. 

Se insegui un pirata della strada, facilmente supererai i limiti di velocità...


Ecco, questa è fantastica. Hai presente Theodor Herzl?

Il fondatore del sionismo. 

Sai da dove veniva?

Europa centrale, mi sembra.

Era ungherese. Suddito austro-ungarico. Ora ti faccio una domanda. Secondo te Theodor Herzl era più fedele alla causa sionista o agli interessi dell'Impero Austro-ungarico? Occhio a come rispondi, perché secondo la definizione IHRA potresti essere considerato un antisemita...

Ma è un caso limite...

Un caso limite? I sionisti venivano da tutto il mondo e progettavano di fondare un Paese nuovo. Perfettamente comprensibile, tra l'altro. Se lo dico, divento antisemita? Cioè manca sempre quella maledetta clausola, la verità! Se accuso un cittadino ebreo di essere più fedele a Israele, e non ho le prove, e me lo sto inventando, sono antisemita. Ma se invece posso dimostrare che è così, perché proibirmelo? Perché certi enunciati d'ora in poi saranno sbagliati indifferentemente dalla quantità di verità che contengono, indifferentemente dalle prove che possono confermarli? Sai cos'è questo?

Sento che arriva Orwell...

Mi dispiace, non posso farci niente, o quello o l'Inquisizione, insomma il Parlamento sta istituendo uno psicoreato. Vado a un corteo del 25 aprile, vedo un drappello con le bandiere israeliane, penso: questi vogliono rovinare la festa a tutti, gli interessa più sventolare la bandierina dei quel Paese che festeggiare la liberazione di questo, in cui vivono... eh no! Una cosa così non posso più dirla, e sarebbe meglio neanche pensarla. Ma perché, se mi sembra vera? Almeno dimostratemi che è falsa. Cioè non voglio avere ragione a tutti i costi. Ma voglio essere giudicato per i miei argomenti, per i fatti oggettivi con cui riesco a puntellarli. Non perché certe idee non si possono più scrivere e basta! Fanno tanto gli occidentali ma hanno un'idea di Occidente che è più Torquemada che Galileo, se mi è concesso. Ma senti, ti propongo un esperimento mentale.

Un altro?

Immagina che in Italia esista una lobby, non so, di agricoltori.

Non faccio molta fatica a immaginarla.

Immagina che questa lobby si applichi affinché venga approvata in parlamento una legge che sanziona chi afferma che in Italia esiste una lobby di agricoltori. Vietato affermare che gli agricoltori hanno a cuore i loro interessi! Ciò va contro all'interesse degli agricoltori! Ti rendi conto che questa roba si contraddice da sola? 

Non direi che si contraddice.

Hai ragione, non si contraddice: si autodenuncia. Vedi più in basso:


Quanto fa ridere quel "per esempio"? Cioè la faccia tosta di scrivere "per esempio" quando è l'unico esempio che t'interessa, l'unica cosa che ti premeva scrivere in due paginette di concetti confusi. Sai quel vecchio proverbio: ogni accusa è una confessione.

Non è così vecchio.

Chi ha scritto questa roba non ha veramente argomenti per confutare che lo Stato di Israele sia un'"espressione di razzismo". L'unica cosa che può fare è istituire uno psicoreato. Vietato pensarlo. 

Tu pensi che l'esistenza dello Stato di Israele sia una espressione di razzismo?

Io, se volessi affermare una cosa del genere, cercherei delle prove. Leggi razziste o segregazioniste promulgate dal parlamento israeliano. Esistenza di comunità segregate. Forme di cittadinanza di serie A e B. Pratiche tese a disincentivare il voto di determinate comunità etniche o religiose. Una volta esposte queste prove, a chi le esamina spetterebbe giudicare se sono antisemita o se dico la verità. Perché il contrario dell'antisemitismo non è la propaganda sionista. Il contrario dell'antisemitismo dev'essere la verità.  

La pensi così?

L'alternativa sarebbe ammettere che la verità qualche volta può essere antisemita. 

Ti stai ficcando nei guai... andiamo avanti. 


Questa è una cosa a cui i sionisti tengono tantissimo; allo stesso tempo diventa difficile da spiegare appena esci dai confini fisici o mentali di Israele. Chi è che applica "due pesi e due misure nei confronti di Israele"? Quale altro Paese "democratico" ne occupa un altro da quasi ottant'anni con la complicità dei Paesi più ricchi dello schieramento occidentale? Quale altro Paese si definisce come la patria di tutti gli appartenenti a una comunità religiosa, indifferentemente dalla loro provenienza geografica? Quale altro Paese poteva cacciarsi nella trappola di Gaza e farla franca per tre anni? Ma soprattutto, hai notato che non si parla più di ebrei?

È implicito...

È caduta la maschera, chi ha scritto questa roba non ha così tanto interesse al buon nome degli ebrei. È Israele che conta, è Israele che è uno Stato eccezionale e allo stesso momento non può essere giudicato quando si comporta in modo eccezionale – ne consegue che Israele non può essere giudicato. Come si fa a prendere per buona questa roba? Sono trappole retoriche da due soldi, scritte da gente che ragiona ancora con categorie coloniali...

Coloniali?

I dirigenti israeliani non sono passati attraverso la decolonizzazione. Mentre i grandi imperi coloniali europei sgomberavano, e intere generazioni mettevano in discussione le ideologie che li avevano ispirati, loro erano molto occupati a costruire e difendere la loro piccola patria. Per loro "Stato democratico" significa semplicemente "Stato coloniale", e non capiscono perché non possono più trattare i palestinesi come gli inglesi trattavano gli zulù, come i francesi trattavano gli algerini. Basta discuterci una mezz'ora per notare lo choc culturale: tu dici "Stato democratico" e pensi a Kennedy o Mitterrand: loro pensano a Churchill che carcera e scarcera Gandhi a seconda della convenienza. Riesco persino a capirli: perché persino noi italiani abbiamo potuto fare quel che ci pareva in Libia o nel corno d'Africa, e loro non possono fare la stessa cosa in un pezzettino minuscolo di Medio Oriente? Solo perché sono arrivati più tardi? O perché ce l'hanno tutti con loro, ecco, se sei immerso in un determinato contesto una spiegazione del genere accorre ad assisterti inevitabilmente. Perlomeno questa è l'unica spiegazione che riesco a darmi per queste tre righe assurde. E va avanti:


Anche qui, hai notato? Ormai non fa neanche più finta. Il problema non è usare "simboli e immagini dell'antisemitismo classico" per accusare gli ebrei, macché, cosa gliene frega degli ebrei. Il problema è usare gli stessi simboli per caratterizzare "Israele o gli israeliani". L'unica cosa che gli interessi. Ti viene in mente un'altra dichiarazione internazionale scritta in un modo altrettanto goffo?


Voglio vedere cosa ci trovi di male in questa.

Ah, beh, questa ormai è un classico. Ha anche un nome specifico: "Holocaust inversion". 

A parte il nome, il concetto è abbastanza chiaro. Paragonare Israele al nazismo è antisemita.

Ok, ma perché?

Devo proprio spiegarti il perché? Gli ebrei sono stati massacrati dai nazisti.

Quindi insomma, non si parla di corda in casa dell'impiccato.

Anche. Ma soprattutto è un paragone assurdo. Israele non è uno Stato nazista. 

E quindi se lo affermassi sarei ridicolo, la gente riderebbe di me, fine. Perché vietarmi di fare una brutta figura? Qualcuno ha paura che io possa trovare prove convincenti?

Saresti offensivo.

Perché non avrei prove, no? Non potrei assolutamente dimostrare che il governo israeliano persegue politiche di espansione dello spazio vitale, politiche di segregazione volte a separare e magari in un secondo tempo eliminare intere minoranze etnico-religiose...

Stai esagerando.

Senti, ti ricordi di quando tutti si erano messi a citare Non pensare all'elefante, come se si trattasse di chissà quale trovata di ingegneria psicologica, ebbene, qui abbiamo una legge che ci chiede di non pensare al nazismo. 

Di non pensare al nazismo quando si parla di Israele.

Ecco, ma lo capisci che a quel punto ormai ti sei montato il frame da solo? Magari non ci stavo nemmeno pensando, ed ecco che qualcuno mi spiega che non devo pensarci mai più. E sarà proprio il momento in cui comincio a pensarci, no?

Stai mentendo, lo so che ogni tanto ci pensi.

Cerco se possibile di evitarlo, ma non perché lo trovo un tabù, semplicemente perché i paragoni col nazismo mi annoiano: sono la risorsa dei polemisti senza fantasia. Ma in linea puramente teorica, se io riuscissi a portare delle prove? se le usassi per dimostrare che mentre in Europa la Shoah ci portava a riflettere sull'esigenza di superare nazionalismi e razzismi, in Israele ha progressivamente preso il sopravvento una concezione che vede in un nazionalismo segregazionista l'unico modo di trovarsi nel prossimo olocausto... dalla parte dell'esecutore e non della vittima? Certo, se le mie prove fossero poco convincenti, dopo averle esaminate potresti darmi dell'antisemita. Ma perché non vuoi nemmeno starmi a sentire? 
Questa definizione sembra un bambino che a un certo punto comincia a percuotersi le orecchie, la la la la la non ti sento, queste cose non puoi dirmele, non voglio nemmeno pensarci. Pensa anche solo a quant'era maldestro chi ha lasciato nel documento quell'aggettivo: vietato paragonare "la politica israeliana contemporanea". Contemporanea a cosa? Praticamente ci sta dicendo che Israele non potrà mai, per nessun motivo, essere paragonato al nazismo, qualsiasi cosa faccia. E quindi chi impedirà agli israeliani di fare qualsiasi cosa?


Vabbe', dai, questa è la beffa finale. 

Ma è sacrosanto, scusa. Gli ebrei non sono collettivamente responsabili...

Certo che non sono "collettivamente responsabili". Nessuno è "collettivamente responsabile". Ma anche un'affermazione sacrosanta, in calce a una pagina piena di sciocchezze, diventa una beffa. Poche righe sopra si stabiliva che lo Stato di Israele trae il suo fondamento dal diritto di autodeterminazione del popolo ebraico. Però se lo Stato di Israele combina un guaio, improvvisamente gli ebrei non c'entrano. C'è sempre questo gioco delle tre carte: non puoi criticare Israele perché è lo stato ebraico, non puoi criticare gli ebrei perché non sono responsabili di quello che fa lo Stato di Israele. Non puoi criticare niente. Inoltre in quanto unico Stato ebraico, Israele ha il diritto di reclamare la propria eccezionalità: e allo stesso tempo non puoi giudicarlo usando pesi e misure diverse da qualsiasi altro Paese, e quindi – torniamo sempre lì – non puoi giudicarlo proprio, non spetta a te: tanto più che è massimamente popolato da cittadini ebraici, che in quanto tali non possono mica essere "collettivamente responsabili". Senti. Sei d'accordo che l'Italia è lo Stato degli italiani?

Mi sembra tautologico, resta da stabilire chi siano gli it...

Ok. Posso giudicare gli italiani responsabili per le azioni dello Stato italiano?

Non funziona così, di ebrei ce n'è tantissimi anche fuori da Israele. 

Anche di italiani ce n'è tanti, che ne so, in Argentina.

Ti immagini che roba, dare la colpa a un oriundo argentino di quello che fa il governo italiano?

Anche gli oriundi hanno il diritto di voto, quindi perché no. Cioè in linea di massima non ci trovo nulla di così assurdo. Il punto è che gli italiani non hanno recintato una regione al confine, non la stanno affamando, non ne stanno eliminando progressivamente gli abitanti; ma se succedesse, e se incontrassi un oriundo italiano a Buenos Aires che ha votato per un governo che commette crimini del genere, non potrei rinfacciarglieli? Lui obietterebbe che comunque l'Italia è uno "Stato democratico", ma appunto: la democrazia implica una condivisione di responsabilità: se hai votato per un governo genocida accetta che qualcuno possa chiedertene conto. Dunque, con un italiano mi comporterei così: perché non potrei comportarmi così con un israeliano all'estero che sostiene il suo governo? Sto cercando di usare lo stesso peso, la stessa misura.

Non tutti gli ebrei si possono definire "israeliani all'estero".

E non tutti gli oriundi italiani risulteranno sostenitori di un governo genocida. Ma immaginati un autogrill in Argentina, immagina di imbatterti in un tipo vestito con simboli tricolore che inneggia al suo governo, e immagina che si tratti di un governo colpevole di crimini contro l'umanità... Posso criticarlo o devo prendermi una testata sul naso e ringraziare?


Hai qualcosa da dire anche qui?

Sono un po' stanco, e forse lo erano anche loro, mi pare che qui sia stato molto consultato Monsieur de Lapalisse... i crimini sono considerati crimini quando sono definiti tali dalla legge, tante grazie... dopodiché se infili anche un banale circuito tautologico in un testo di legge, hai praticamente un nastro di Moebius: per la legge italiana l'antisemitismo è definito da un testo che definisce crimine antisemita ciò che la legge del nostro Paese definisce tale. Non so, non me ne intendo, magari sono incidenti che in giurisprudenza succedono. Devo ammettere che nutro una certa disistima per Delrio, uno che una volta con un tratto di penna cancellò il diritto di rappresentanza a livello provinciale degli abitanti dei comuni non capoluogo di città metropolitana. È come se avesse qualcosa di personale contro l'articolo 3 della Costituzione. 

"Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali".

Precisamente. Non mi sembra difficile da capire, né da rispettare. Siamo tutti uguali davanti alla legge, sia che nasciamo in un capoluogo, sia che nasciamo un po' più lontano. E non importa se siamo cristiani o ebrei. La legge è uguale per tutti. 

E quindi ritieni che il ddl Delrio sia anticostituzionale.

Ne sono abbastanza sicuro. Spero che i deputati non lo votino, e in caso contrario spero che il Presidente della Repubblica glielo rimandi indietro. E in caso contrario spero che vinceremo il ricorso alla Corte Costituzionale. Nel frattempo mi riservo di affermare quel che penso, basandomi sulle evidenze che trovo. 

Ma sei sicuro di avere ragione?

Potrei anche sbagliarmi, su tante cose. Ma come faccio a capirlo se non me lo dimostrate? Di sicuro un bavaglio non mi farà cambiare idea. È quasi sempre una strategia fallimentare, ci sono tanti esempi. Qualcuno ogni tanto dicendo la sua verità si brucia, ma sulla distanza la verità salta fuori sempre, è una sua proprietà intrinseca.

La verità alla fine vince sempre: tu, non necessariamente.

E vabbe', che ci vuoi fare.

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