venerdì 20 maggio 2022

4. Un rumore di swing provenire dal Neolitico

[Questa è sempre La Gara, un torneo di canzoni di Battiato di cui pochi (ma buoni) sentivano il bisogno. Che poi cos'è una canzone? Non è che Battiato abbia scritto solo canzoni. Per anni interi non ci cantava nemmeno. A un certo punto si era messo a fare collage di rumori ambientali, come fai a chiamarle canzoni? Come fai a metterle in gara contro melodie tradizionali del Medio Oriente? Così:]


1975: Goutez et comparez (#224)  
Goutez è la seconda suite di musica concreta battiatesca, dopo l'exploit di Ethika Fon Ethica dell'anno precedente. In quanto suite occupa tutto il primo lato di Mlle "le Gladiator", il disco del 1975, anche se alla fine non è così lunga – e addormenta meno dei pezzi sul secondo lato. Cos'è la musica concreta per Battiato? Lui a dire il vero questa definizione non l'ha mai usata, ma insomma è un collage di registrazioni per lo più radiofoniche o ambientali; come in Ethika, Battiato per tutto il tempo dà l'impressione di muovere l'enorme rotella argentata delle radio del tempo, catapultando l'ascoltatore senza diaframmi in mondi familiari e lontanissimi. C'è un brano di Marinetti, presentato da una presentatrice come un "operatore culturale, freak perduto". C'è Battiato che recita la spigolatrice di Sapri e ci prova con la presentatrice: dai, qui nessuno ci vede. ("Ma sei impazzito?") C'è musica di ogni età: un pezzo di Sanremo anni '50, la Gazza ladra e il Va' Pensiero, l'Internazionale, un coro alpino; c'è lo stesso Battiato tastierista verso la fine che irrompe improvvisando sull'organo della cattedrale di Monreale; non c'è niente di casuale nel collage, accostamenti e giustapposizioni sono tutte studiate a tavolino. In particolare FB si affida all'effetto spiazzante del silenzio che segue improvviso a un'esplosione di rumore – un silenzio nel quale l'improvviso affiorare di una voce ce la fa sembrare particolarmente vicina. Trucchetti che erano ben noti alle generazioni che giocavano con la rotella del tuner e che adesso si fa anche fatica a spiegare    

1982: La torre (#96)  
Da non confondere, mi raccomando, con La torre del 1967, una delle prime canzoni scritte e incise da Battiato, di cui comunque condivide e accentua quell'atteggiamento brontolone che negli anni della contestazione serviva a creare un personaggio anticonformista. Se è rimasto uno dei brani più noti dell'Arca di Noè (ho in mente ad esempio l'interpretazione dal vivo di Capossela), probabilmente è proprio perché prosegue quel tipo di invettiva che con Bandiera bianca aveva ottenuto uno straordinario successo. Un'altra cosa in comune con i pezzi della Voce del padrone è la sperimentazione ritmica, qualcosa che il Battiato successivo accantonerà, forse perché per inserire quelle maledette battute in più servono percussionisti umani, i sequencer non sono molto adatti. Anche il synth che squilla come trombetta di guerra rievoca le sperimentazioni dei '70. La torre è l'ultima tentazione della popstar Battiato, a cui il successo clamoroso della Voce del Padrone aveva dato la possibilità di ergersi a severo censore dei costumi. FB sembra già abusarne, additando alla pubblica indignazione "i presentatori, specie quelli creativi che giocano ai quiz elettronici", gli attori (a partire da "Nostra Signora dei Turchi"), e così via, ma il margine per non suonare un trombone comincia ad assottigliarsi pericolosamente. Avrebbe potuto continuare a scrivere roba del genere per altri vent'anni e gliel'avremmo comprata: avrebbe finito per scrivere moralismi paraculi alla Gabbani e ce lo saremmo fatto piacere. Invece si è stancato della cosa immediatamente, proprio in mezzo a questo pezzo, quando la strofa cede al ritornello e le percussioni si interrompono all'improvviso. "Si salverà chi non ha voglia di far niente..." Alla fine dalla torre si è gettato lui. 

1993: Fogh in Nakhal (canzone tradizionale irachena; #161)  
Sulle palme, lassù, non so se è la tua guancia che brilla o la luna. Io non voglio, ma la pena mi tormenta. L'insolente mi chiede: "Perché giallastro è il tuo viso?" Non ho nessuna malattia: soffro per quella persona bruna che m'imprigiona con i suoi dolci occhi. Nessuno sa chi ha scritto Fog el Nakhal: Battiato comincia a eseguirla nel suo tour mediorientale del 1992 e la porta anche al concerto di Bagdad. Il grosso vantaggio rispetto ad altre sue cover in lingue straniere è che non abbiamo la possibilità di valutare quanto sia approssimativo il suo accento (e a Bagdad erano troppo ospitali per lamentarsene). Malgrado sia un brano tradizionale, arrangiato con cautela e senza vistosi anacronismi, Fogh è il brano più orecchiabile di Caffè de la Paix, o perlomeno questa è sempre stata la mia sensazione. Se fossi un arabo forse la penserei diversamente. Ci penserò quando rinascerò arabo.  


1996: Strani giorni (#33)

Strani giorni è il singolo che anticipando di qualche giorno l'uscita dell'Imboscata, annunciò al mondo che Battiato aveva cambiato pelle, un'altra volta. L'effetto sorpresa stava soprattutto nelle chitarre di David Rhodes: giunto quasi alla vigilia dei suoi cinquant'anni (come avverte lui, "In 1949 I came to this planet"), il nuovo Franco Battiato si rimette all'improvviso a rockeggiare, cita i Doors, si circonda di giovinastri, commissiona un videoclip a Enrico Ghezzi che è caotico tanto quanto la canzone. I Novanta sono stati anche questo, un incessante rimescolamento di qualsiasi cosa venisse in mente a chiunque, swing e neolitico, Sgalambro e Jim Morrison, la parola d'ordine era contaminare (sì, ai tempi era una bella parola). Battiato, che tra confusione e silenzio ha oscillato durante tutta la sua carriera e che per la prima metà del decennio si era fatto sostanzialmente i fatti suoi, nel 1996 si risveglia e si accorge che sono tempi perfetti per quel che ha voglia di fare, e quel che ha voglia di fare è un po' di frastuono. Nel brano la sua voce e quella di Nicola Walker Smith si disturbano a vicenda, l'ascoltatore non riesce a concentrarsi. Nel singolo di vinile c'erano remix di Madaski e Casino Royale. Strani giorni, davvero. 

giovedì 19 maggio 2022

3. Le pareti del cervello non hanno più finestre

[Benvenuti alLa Gara, un innocuo e facondo torneo di canzoni di Franco Battiato. I quattro titoli di oggi sono in quattro lingue diverse, e non sarà nemmeno l'unica volta]. 

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1981: Chan-son egocentrique (#32) 

Chi sono, dove sono, quando sono assente di me? Nei primi '80 la ditta Battiato/Pio non fa prigionieri. Con Alice sbarca a Sanremo, vede, vince. Se serve un tormentone estivo c'è Un'estate al mare: se bisogna rilanciare un'interprete di vaga allure mitteleuropea, c'è Alexanderplatz. Alcuni di questi brani poi Battiato li ha reincisi, li ha fatti suoi: non tutti però, ad esempio Un'estate no, Per Elisa No, la Chanson egocentrique invece sì. È anche uno dei rari casi in cui l'autocover di Battiato (incisa in Mondi Lontanissimi) sembra superiore all'originale che Alice portava in tv nei pomeriggi estivi di quattro anni prima: più eterea, più elettronica, più egocentrica. Mi sembra di ricordare che nel 1985, quando uscì Mondi, cominciava a suonare anche un po' fuori moda, ma i fan di Battiato sono superiori a queste cose. Invece nel 1981 quell'antifona in inglese parlato colpiva nel segno – il rap cominciava a segnare il nostro immaginario musicale e sin dall'inizio non aveva nessuna importanza cosa dicessero i rappanti, l'anno dopo per dire la classifica italiana fu scalata fino al numero uno da un rap in tedesco, Der Kommissar. Mi immagino Battiato nell'occasione mordersi le labbra perché rappare in tedesco non era venuto in mente nemmeno a lui. In Chanson aveva semplicemente messo quell'idioletto inglese che in quegli anni usava nelle canzoni per creare un'aura di sintomatico mistero e consisteva in talmente poche parole (perlopiù versi di altre canzoni), che in questo caso gli capita di riciclare Prehistoric Sound, la versione inglese di Un falco nel cielo che anni prima aveva inciso con gli Osage Tribe. Tutto questo, stavo dicendo, nel 1985 cominciava già a suonare un po' fuori di moda, dopodiché l'anno seguente i Cameo sbancarono con Word Up e non voglio dire che somigli a Chanson Egocéntrique, ma... un po' sì, dai.  


1982: New Frontiers (#97) 

Ciao, mi chiamo Leonardo e sto facendo questa cosa assurda e inutile che è un torneo delle canzoni di Battiato; per questo motivo cercherò finché posso di essere imparziale ma devo confessarlo: L'arca di Noè (1982) è il primo suo disco che ho ascoltato e dopo tanti anni non riesco a levarmi dalla testa l'idea che sia il migliore. C'è un meraviglioso equilibrio tra tante anime di Battiato e qualcosa di geniale in ogni pezzo, anche in quelli secondari, ma ora che mi accorgo che New Frontiers ha un video, forse non era considerato un brano secondario. Sia come sia, per me è fantastico sentirlo inneggiare alla liberazione dell'immaginazione sensoriale in cinque quarti coi madrigalisti che gli fanno coro ma gli fanno anche un po' il verso. Non ci posso fare niente, se Radius suona la chitarra così e se i synth partono così, le pareti del mio cervello si spalancano. 

2001: Öde (#225)

Da cosa puoi accorgerti che un album non è riuscito? Ad esempio, quando la ghost track finale è il pezzo migliore. Öde è il maestoso finale di Ferro Battuto; sette minuti di deriva elettronica che meriterebbero di terminare un disco migliore e che sembrano appartenere piuttosto al balletto per il Maggio fiorentino che Battiato aveva composto pochi mesi prima, Campi magnetici. Stavolta non c'è Sgalambro a infamare "i numeri", ma Fleur Jaeggy a declamare qualcosa in tedesco, vabbe', ma l'effetto d'insieme è potente, e ci conferma la sensazione che nei primi Duemila Battiato si sentisse a suo agio in queste composizioni astratte ed elettroniche che nelle canzonette che incideva negli album. Vero è che le composizioni astratte ed elettroniche non gliele avrebbe ascoltate (quasi) nessuno, e che già da anni FB aveva deciso che suonava soprattutto per farsi ascoltare dal prossimo. Vero ma fino a un certo punto, perché se FB non avesse sfondato negli Ottanta come un cantautore postmoderno, magari negli anni Novanta avrebbe potuto salire sul treno dell'Intelligent Dance Music e diventare una specie di Papa italiano dell'elettronica, un Moroder più credibile; e oggi magari se lo filerebbero più a Londra che in Ispagna... vabbe' ma probabilmente è stato molto meglio per lui sfondare negli 80 come cantautore postmoderno. 


2002. Sigillata con un bacio (Sealed with a Kiss, Udell/Geld, 1960; #160)

Alzi la mano chi la prima volta che si è accinto ad ascoltare Sigillata con un bacio non ha pensato, allo scoccare del primo secondo: mio dio, ma è The Sound of Silence! Ok, grazie, spero che l'abbiate alzato in tanti. Sealed with a Kiss in realtà è un brano di due autori industriali di successi americani degli anni '50, inciso da una pletora di interpreti, nessuno dei quali veramente memorabile. Persino in Italia lo incise più di un artista, ad esempio i Quelli (che poi sarebbero diventati la PFM) e Luigi Fiumicelli, la cui versione Battiato ha voluto includere nella colonna sonora del film sui suoi anni Sessanta, Perdutoamor. Nella colonna sonora però c'è una versione rimixata che trasforma Fiumicelli in un alter-ego di Battiato (tra l'altro è rimasta l'unica attribuita a Fiumicelli che si riesce a recepire su Youtube, per cui magari tra vent'anni la gente considererà Fiumicelli un geniale precursore degli arrangiamenti elettronici). Sigillata con un bacio è un esempio di scuola di come funzionavano i testi delle canzoni per adolescenti, basate sull'unica tragedia esistenziale che era lecito presumere vivibile in quegli anni: (A) oddio devo lasciarti per andare in vacanza, e (B) oddio devo lasciarti perché è finita la vacanza. Se Vento caldo rientrava perfettamente nel tipo B, Sigillata è una canzone di tipo A e possiamo immaginare il giovane Francesco destreggiarsi con le sue conquiste alternando un brano all'altro. Sì, ma è vero che assomiglia un po' a The Sound of Silence? È possibile che Paul Simon, nel 1963, mentre arpeggiava nel bagno di casa sua, abbia sviluppato The Sound partendo dalla melodia dell'attacco di Sealed with a Kiss? Sì, è possibile. Ed è anche possibile che Battiato avrebbe inciso The Sound of Silence, fosse vissuto un po' di più. Era il suo tipo di canzone, secondo me (molto più di Bridge Over Troubled Water).

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mercoledì 18 maggio 2022

2. Carine le piramidi d'Egitto

[Benvenuti alLa Gara, un effimero torneo di canzoni di Battiato. Quest'ultimo in quasi 50 anni di carriera ha esplorato tantissimi universi musicali ma per quanto riguarda i contenuti a un certo punto si è fissato su alcuni temi, ad esempio il Lamento per la Crisi della Civiltà e l'Elegia. Oggi per esempio abbiamo due Lamenti contro due Elegie, vinca il migliore].

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1979: Magic Shop (#64)

C'è chi parte con un raga della sera e finisce per cantare la Paloma: che straordinaria autoprofezia. Franco Battiato è, tra le altre cose, un autodidatta che è riuscito a costruirsi un suo percorso verso la serenità interiore avventurandosi nei sentieri del misticismo battuti, in quegli stessi anni, da cialtroni incredibili e pericolosi. Come sia riuscito a saltarne fuori pulito, anzi completo, sia da un punto di vista artistico che da un punto di vista esistenziale, ha del miracoloso (tanti altri non ce l'hanno fatta, non è questo il luogo per confronti impietosi). Lui stesso ne era consapevole e in Magic Shop sta veramente camminando sul filo, additando impietosamente le degenerazioni di un mondo che conosce fin troppo bene ("i mantra e gli hare hare a mille lire"). È il battesimo di quell'approccio ambiguo che tempererà il suo moralismo negli anni Ottanta, anche se qui l'ironia non è ancora ben calibrata e lascia trapelare l'invettiva ("rubriche aperte sui peli del Papa!") Umberto Eco registra nel Pendolo di Foucault come in quel periodo le librerie milanesi stessero sostituendo l'angolo della sinistra extraparlamentare con quello del misticismo: è tutto un mercato e FB lo sa benissimo. Ma ha anche lui ha il suo disco da vendere... 

 

2006: The Game Is Over (#193) 

The Game Is Over è un brano del Vuoto in cui Battiato mette assieme, tra le altre cose, un motivo tradizionale mongolo campionato da Sounds of Mongolia (Egschiglen, 2001) e il contributo vocale e strumentistico delle MAB, un gruppo prog-grunge cagliaritano basato a Londra, il tutto sapientemente mixato da Pinaxa che in un qualche modo riesce a evitare che questi mescoloni di musiche diverse, un po' etniche un po' melodiche un po' dance non somiglino ai Deep Forest. Il brano parla, come quasi tutti i brani di Battiato dal 2000 in poi, della necessità di accostarsi alla Fine, un lungo addio che a riascoltarlo tutto in una volta in pochi giorni mette sgomento: laddove alla fine lui era abbastanza tranquillo, secondo me. 


2009: 'U cuntu (#192) 

'U sennu, stamu piddennu 'u sennu! Ti ni stai accuggennu, unni stamu jennu (a finiri)? 'U cuntu è il secondo dei due brani inediti di Inneres Auge, un disco che per la Universal avrebbe potuto essere l'ennesimo live ma Battiato a questo punto non ne poteva più, ci aveva anche ragione. È la solita meditazione sul declino della civiltà, eseguita senza tanti orpelli, metà in siciliano metà in latino: FB parte da solo con poco più di un organo e poi consegna la melodia al coro Junia Voces. Niente di straordinario ma sempre meglio del solito live.


2012. Testamento (#65) 

Si parlava appunto del genere elegiaco, così frequentato dal tardo FB che quando nel 2012 su Apriti Sesamo incide un Testamento, vien proprio voglia di commentare: un altro? In un certo senso è la Magic Shop degli anni Dieci, notarelle sparse di un mistico che ha fatto il possibile per non diventare un guru e ci è riuscito: Cristo nei vangeli parla di reincarnazione, l'odore che gli asparagi danno all'urina, vi lascio i miei esercizi di respirazione, noi non siamo mai nati e non siamo mai morti, e così via. Nell'ultimo Battiato si sentono echi di tutti i precedenti: in questo caso io ci sento un profumo di Patriots, ma forse sono io. Non ho mangiato asparagi.  

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1. Tra noi si scherzava a raccogliere ortiche

[A un anno dall'apparente scomparsa del compositore e interprete Franco Battiato, sono felice di invitarvi alLa Gara, un inutile ed estenuante torneo in cui si sottoporranno al vostro giudizio le canzoni più diverse incise da Battiato nei suoi quasi 50 anni di carriera. Si vota su Facebook, qui, ma si può litigare anche qua sotto nei commenti. Oggi occorre scegliere tra queste quattro concorrenti:]


1968: Vento caldo (#256)

Tra 1965 e 1968 l'aspirante cantautore Francesco "Franco" Battiato le prova un po' tutte, accodandosi a più di una tendenza musicale. Vento caldo è il suo tentativo proto-prog, ed è uno dei mille brani che in quel periodo risentono del successo di A Whiter Shade of Pale dei Procul Harum tentando di imitarne la formula: l'inserimento di melodie classiche nei brani pop. Se i Procul si erano limitati a ispirarsi a Bach, l'anno dopo gli Aphrodite's Child avevano fatto il botto copiando di pacca il Canone Pachelbel ed evidenziando i vantaggi economici del procedimento: i compositori classici non ti possono denunciare, non possono prendersi i diritti, non sono neanche iscritti alla siae e incidentalmente hanno scritto un sacco di riff orecchiabili: bisogna essere fessi per non provare a scopiazzare qualcosa. Battiato fesso non è, ma ha comunque idee strane: è la prima volta che arrangia un brano e non vuole rispettare i 4/4 che per l'hit parade italiana sono ancora molto importanti e forse è ossessionato da un brano non così facilmente canzonettabile come il Concerto n.1 per pianoforte e orchestra di Ciaikovskij. Lo ritroveremo trent'anni più tardi in un brano di Ferro Battuto, ancora abbastanza incongruo – ma nel frattempo lo avremo memorizzato a causa di caroselli e pubblicità. Il testo è l'ennesima variazione su un tema che perseguitava ben più ossessivamente gli ascoltatori di canzonette: l'estate sta finendo. Anche Battiato in seguito ci regalerà variazioni esistenziali e metafisiche sul tema, ma per ora la situazione è molto più semplice: l'estate sta finendo e ti devo lasciare. È anche un involontario commiato di FB alla Polydor, che lo fece uscire solo nel 1971 quando l'artista era ormai assorbito da altre avventure musicali. 


1972: Fenomenologia (#128)

Un brano dal primo album del Battiato Sperimentale Anni '70, Fetus. Rispetto ai due dischi successivi, a Fetus manca un vero leitmotiv, ovvero ce n'è più di uno ma sono meno ricorrenti e riconoscibili. Del resto è un'opera prima, quel tipo di disco in cui ci sono sempre più idee del necessario: in seguito gli artisti imparano come economizzarle. E c'è ancora molta chitarra acustica, uno strumento che FB maneggia con più sicurezza del synth, per cui c'è questa curiosa inversione: quando si tratta di fare atmosfera, Battiato ricorre alla chitarra arpeggiata (qui all'inizio e alla fine del brano), mentre dal synth tira fuori i riff più rumorosi e in generale il baccano. Riflettendoci, forse una specie di leitmotiv sono le scale discendenti, suonate in momenti diversi sia con la chitarra (qui all'inizio) sia col synth. In Fenomenologia compare anche il primo ritornello mutuato dal lessico scientifico: qui FB mette in musica la formula geometrica della doppia spirale, ovvero "x1 = a*sen (ωt), x2 = a*sen (ωt + γ)".


1981: Centro di gravità permanente (#1)

Per organizzare questa cosa futile e assurda che è un torneo di canzoni di Franco Battiato, avrei bisogno di un ranking, ovvero una classifica che ci consenta di identificare le teste di serie e gli sparring partner, distinguere insomma le canzoni favorite da quelle che non hanno nessuna speranza ed evitare che due pezzi importanti si scontrino subito. Siccome una classifica del genere non esiste, siccome nessun critico musicale ha concepito l'idea insana di mettere in fila le canzoni incise da Battiato in mezzo secolo in cui ha suonato veramente di tutto, dal mandolino al sintetizzatore al tuner della radio alle polifonie mongole... ho deciso di usare come parametro il numero di ascolti su Spotify, dove di Battiato c'è quasi tutto. È una metrica abbastanza discutibile (molti ascoltatori di FB non lo ascoltano su Spotify) ma è l'unica che avevo. E il brano più ascoltato in assoluto di Battiato su Spotify è, a sorpresa, Centro di gravità permanente. Perché a sorpresa? Perché ero arciconvinto che fosse La cura. Forse speravo che fosse La cura, perché il primo brano del ranking è il brano da battere, la Juventus, il Real Madrid, e io in effetti La cura non lo sopporto: se perdesse nelle eliminatorie contro una serie di rumori random ne godrei. Invece Centro di gravità permanente è un gran pezzo, come faccio a tifare contro? Si trova nella stessa situazione di A Day in the Life nel torneo dei Beatles, e proprio come A Day è un brano che riesce a tenere assieme identità diverse e apparentemente contraddittorie: sperimentazione e giro di do, postmoderno e pop da classifica. Ha anche uno dei suoi testi più riusciti, con una serie di formule icastiche che ci sono rimaste in testa da allora: in particolare continua a colpirmi quel "tra noi si scherzava a raccogliere ortiche" che nel 1981 doveva suonare un bilancio su tutte le ortiche avanguardistiche raccolte e coltivate da FB nel decennio precedente. Ma i tempi stavano cambiando, era il momento di incassare. Centro di gravità permanente è veramente il centro di gravità della produzione battiatesca: tutto quello che ha fatto prima o dopo vi ruota intorno. 


1998: È stato molto bello (#129)

Un'altra estate sta finendo, ma stavolta è decisamente una stagione della vita. A un certo punto (è difficile capire quando) la tematica elegiaca è diventata per Battiato un appuntamento fisso, obbligato, anche un po' ridondante. Succede agli artisti che hanno la fortuna di invecchiare – prendi, che ne so, Bob Dylan: l'anno prima aveva inciso Not Dark Yet e chissà se si immaginava di avere ancora vent'anni e più di carriera davanti. Lo stesso Battiato, avesse saputo quante elegie avrebbe scritto in seguito, forse ne avrebbe scritte meno, ma come faceva a saperlo? E invecchiando di che altro doveva scrivere, di antichi amori? (lo ha fatto) Di decadenza dei costumi (Hai voglia). È stato molto bello è un brano quasi perfettamente aggiornato alle sonorità degli anni in cui è uscito; qualcosa di lento e ipnotico che si poteva mixare ai Massive Attack di Mezzanine senza perdere troppa faccia, con Battiato e Sgalambro che davanti al Mistero torcono le rispettive eloquenze, accontentandosi di parole semplici e assai pesanti: "io non invecchio, niente più mi imprigiona". "Non domandarmi dove porta la strada" (del resto dove volete che porti?) È notevole che un autore così spesso tentato di usare la lingua tedesca per suggerire un'aura di cultura, qui richiami il Faust di Goethe senza vantarsene, forse senza nemmeno accorgersene, con la nonchalance di chi non si sa se sta accennando al transito della sua vita terrena o a una cena con gli amici: è stato molto bello.  


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giovedì 21 aprile 2022

Morire per il Donbass sì ma quanto

Può darsi che per più di trent'anni in Europa ci siamo assopiti. Ci siamo convinti che uno dei più grandi (ancorché effimeri) imperi sulla terra si fosse dissolto all'improvviso, in pace, senza nemmeno un sanguinoso colpo di coda. Si è trattato certo di un errore ma mi domando se oltre Atlantico non abbiano covato un'illusione peggiore. Hanno visto un regime avverso crollare, se ne sono attribuiti il merito (in fin dei conti sono protestanti: qualsiasi accadimento è una prova che Dio è dalla loro). E soprattutto hanno iniziato a pensare che fosse facile, che fosse riproducibile. Il che, per carità, sarebbe bellissimo; davvero io non ho obiezioni di natura ideologica a questa pratica del regime change. Mi sembra una alternativa interessante alla guerra guerreggiata (anche se non è un'alternativa del tutto incruenta). Voglio dire che se bastassero le sanzioni, a fare le rivoluzioni, io non solo mi abbasserei riscaldamento e condizionamento, ma regalerei pure l'oro alla pat... alla Nato. A fregarmi, ancora e sempre, è quell'antica abitudine a valutare, di ogni azione, il risultato e non l'intenzione: e io risultati dopo il 1992 non ne ho visti.



Dopo questa cosa immensa e improvvisa che fu la caduta dell'Unione Sovietica, la fine di buona parte del comunismo reale, io a episodi di regime change eterodiretti dalla Nato non credo di avere assistito, e ho grossi dubbi che la caduta dell'URSS rientri comunque nella casistica di questi regime change. Ma insomma vogliamo parlare di Cuba, che è sotto sanzioni da 60 anni ormai? Dell'Iran? Non sono un esperto, ma non mi sembra che questa cosa abbia funzionato mai. Non solo non è mai cambiato (in meglio) un regime, ma in molti casi non si sono evitate nemmeno le guerre, e a tal proposito ricordo che l'espressione regime change nasce proprio per giustificarne una in Iraq, dove magari il regime è persino cambiato un po'. Forse. In realtà dopo l'invasione non è più interessato molto a nessuno, di che regime si trattasse.  

Anche in Ucraina la guerra c'è, e dopo un paio di mesi bisogna anche accettare che è una guerra alla quale stiamo partecipando: non con truppe di terra e di cielo, ma è sempre più un dettaglio. La simpatia che è inevitabile provare per una nazione giovane che tiene testa a un invasore non può impedirci di vedere che a questo punto di questa giovane nazione non resterebbe molto, senza i cospicui aiuti occidentali (che gli americani versano molto più volentieri, poniamo, dei tedeschi). È una proxy war ormai, non credo che accettarlo ci renda più o meno antiamericani o putiniani: l'Ucraina è stata per secoli la frontiera sudoccidentale della Russia, ora è per buona parte la frontiera orientale della Nato, al di là del fatto che le sia consentito di entrare ufficialmente nel club o no. Anche quando i combattimenti cesseranno – non ne vedo l'ora – la frontiera resterà e continueremo ad armarla, ormai l'impegno lo abbiamo preso nei fatti prima ancora che nelle parole. A meno che, appunto, lo scacco militare non produca un regime change: e in effetti qualche precedente c'è. In fondo questa somiglia (su una scala più grande) a quelle guerre in cui vanno a sbattere i dittatori quando sentono di avere i mesi contati: i colonnelli greci che s'impelagano a Cipro, la giunta argentina alle Falkland, patetici tentativi di ribaltare il tavolo della Storia. Putin potrebbe avere commesso un errore simile, soltanto moltiplicato per mille. Può darsi ma a questo punto la questione diventa spinosa e quantitativa, ovvero: fino a che punto siamo disposti a sborsare per vedere se è un bluff? Posto che l'Ucraina non si difende con le nostre belle parole (altrimenti sarebbe ormai invincibile), né con le nostre bandierine al corteo del 25 aprile e tutte le altre risse televisive e social che continuiamo a organizzare per dare l'impressione di fare qualcosa. Abbiamo convenuto che vale la pena soffrire per il Donbass; ora la domanda è: soffrire quanto? E per quanto tempo? Sempre tenendo conto che dall'altra parte c'è un tiranno in fase senile, con i bottoni necessari a far saltare in aria il mondo: il che significa che il tempo non gioca necessariamente dalla nostra parte. Quanti mesi possiamo aspettare ancora per verificare se il regime cambia o se il tizio sbrocca? Quante città rase al suolo, quanti eccidi di civili ci possiamo permettere – e in generale quanto siamo disposti a spendere? Sinceramente mi sembra l'unica domanda interessante. 

Anche se non ho risposte. Del resto non me ne intendo. Dipendesse da me, senz'altro fino al nove maggio aspetterei. E la settimana dopo verificherei, per quanto possibile, se a Mosca non si stiano aprendo crepe intellegibili. Più oltre non andrei, vista la posta in gioco. Ma non me ne intendo. 

venerdì 15 aprile 2022

Dubbi dello spettatore occidentale

Lo spettatore occidentale è perplesso. Le emozioni lo tradiscono, la razionalità non lo aiuta, anche la memoria a volte gli è d'impiccio. È chiaro che questa non è la solita guerra in un teatro lontano: stavolta è diverso, è tutto molto più vicino e su una scala più grande. Questo lo spettatore occidentale lo capisce, ma si ricorda anche di esserselo sentito dire tante altre volte. La guerra fa paura, è uno spettacolo ipnotico e osceno ma soprattutto surreale: un giorno una città esiste, un mese dopo è rasa al suolo, gli abitanti scappati o schiacciati per motivi che tutti cominciano a considerare logici e inevitabili, ma lo spettatore occidentale no. Qualcosa non va, qualcosa dovrebbe essere fatto per evitare tutto questo, qualcuno dovrebbe saperlo, qualcuno dovrebbe dircelo e non lo fa. Lo spettatore odia la guerra, ma soprattutto odia sentirsi fregato: d'altro canto è uno spettatore, che altro può fare a parte sedersi, guardare e lasciarsi fregare. 


Lo spettatore occidentale si domanda se non sia in parte colpa sua (e dell'Occidente in generale). È una reazione tipica, prevedibile: mette insieme quasi tutto quello che l'Occidente ha prodotto: c'è dentro Kant e Marx e Freud, per restare agli strati più superficiali: più sotto una coltre spessa di senso di colpa coloniale (qualsiasi cosa succeda nel mondo è colpa nostra) che dovrebbe occultarci il sottostante senso di superiorità coloniale (qualsiasi cosa succeda nel mondo l'abbiamo cominciata noi); più in profondo si intravedono ancora Cristo e Aristotele. Scoppia una guerra da qualche parte: possibile che non l'abbiamo causata noi, coi nostri peccati di pensiero, parola, opera, omissione; semplicemente esistendo in un'oggettiva condizione di privilegio? Un dittatore ordina l'invasione di un Paese confinante, certo, sembra tutto abbastanza chiaro, ma guardiamoci dentro: non l'avremo provocato in qualche modo? Dopo averlo magari illuso, coccolato – quanti errori abbiamo fatto nei suoi confronti, e ora non dovremmo far finta di non vederli, dovremmo raccontarci che è perfido per natura?

Nella sua forma più immediata e inconsapevole, questa reazione si chiama razionalizzazione: che bel paradosso. Significa che ogni cosa assurda, guerra compresa, dev'essere rimasticata fino a prendere una forma ragionevole: ma anche che ogni cosa che apparentemente non dipende da Me, per quanto immensa e indescrivibile, dev'essere infilata in un imbuto lunghissimo che prima o poi ne distilli almeno una goccia che il mio individuale senso di colpa possa assorbire. Putin bombarda Kiev, e io gli sto comprando il gas per il mio scaldabagno: sono un mostro. Ma non basta, sto persino vendendo armi all'Ucraina: non abbastanza perché respingano i russi, ma abbastanza perché la guerra si protragga fino alla trasformazione di un popoloso Paese europeo in un altro Afganistan. È la cosa giusta da fare?, si domanda lo spettatore occidentale: come se davvero qualcuno gli avesse chiesto un parere o addirittura un permesso per comprare gas e vendere armi. Razionalizzare è anche un modo per illudersi di non essere uno spettatore: non in mio nome, dice. Se davvero vivo nel mondo libero (grazie alla Nato), perché non dovrei essere libero di criticare le scelte della Nato? Se davvero ho la libertà di dire che due più due fa quattro, perché non posso usarla per dire che un tiranno paranoico in difficoltà, più una valigetta nucleare, nel medio lungo periodo causano una catastrofe? Difendere l'Ucraina è una bella cosa: trasformarla in una steppa di rovine già sembra meno bello; farlo nella speranza che Putin ne venga travolto non sarà l'ennesima fantasia americana di regime change, una di quelle cose che provano a fare da vent'anni e il risultato è sempre peggiore della situazione di partenza?


La risposta potrebbe anche essere "no": ma lo spettatore occidentale queste domande vorrebbe almeno continuare a porsele. È un po' il senso di vivere in occidente piuttosto che altrove: dovrebbe esserci spazio per il dubbio, un minimo di margine per chiamarsi fuori (la libertà implica una coscienza, la coscienza richiede di essere lavata). Ma ecco, pare non ci sia un modo di farlo senza passare per fessi o essere additati come collaborazionisti. Bisognerebbe essere molto bravi ed equilibrati e questo è un altro problema, che a quanto pare nessuno più lo è. Chi prova a mostrarsi dubbioso nei talk si trasforma ovviamente in una macchietta, un Goldstein da esibire a intervalli regolari quando scoccano i due minuti d'odio. Chi si lascia intervistare dai giornali italiani (giornali che anche in tempi più semplici non hanno mai avuto rispetto per i virgolettati) cade nei più vieti trabocchetti retorici. Non aiuta certo il prosperare sui social di putiniani ruspanti, un po' volontari un po' alla giornata, tutti rigorosamente fuori dal coro anche quando dicono tutti in simultanea le stesse cose. 

Intanto, a un clic di distanza, gli atlantisti si scatenano, ormai sono alla caccia all'uomo. Vent'anni di frustrazioni, di armi di distruzione di massa che non si trovavano e democrazie malamente esportate, finalmente possono liberarsi in una scossa di energia che rianimerebbe il cadavere di Joseph McCarthy, anzi forse lo ha rianimato. Una tabella ritagliata da un articolo pubblicato su Limes è sufficiente per denunciare il putinismo della redazione tutta; una bandiera disegnata a rovescio, in prima pagina sul Corriere, è quanto basta per dichiarare l'ANPI intelligente col nemico. Questo è più grottesco del domandarsi se Putin non l'abbiamo provocato noi, ma ormai passa in fanfara, come cosa naturale: dopo due anni di pandemia non siamo più abituati a tollerare opinioni diverse dalle nostre. Bisognerebbe ricordarsi che le opinioni non ci mandano in terapia intensiva – non in questo caso, almeno. E che tutto questo setacciare i feed dei nostri avversari preferiti alla ricerca di affermazioni da ritagliare ed esibire in quanto imbarazzanti, tutta questa corsa al dossieraggio, ecco, non salverà la vita a un solo sfollato ucraino: non è un modo per aiutare a liberarli; al massimo per liberare noi stessi da qualcosa che ormai non sappiamo nemmeno più cos'è. Potrebbe essere il dubbio, appunto: bisogna farlo emergere, lasciare che si incarni in un pagliaccio televisivo, e poi condannarlo in effige. Lo spettatore occidentale ricorda vagamente di un tempo in cui le cose non funzionavano così, in cui manifestare i propri dubbi era una pratica apprezzata, indizio di apertura mentale, disponibilità al dialogo, capacità di riconoscere i propri errori. E tante volte si esagerava, si cercava di dialogare con gente in malafede e si insisteva a cercare i propri errori negli errori evidentemente altrui. Ma a quanto pare da qui in poi succederà sempre meno, anche in occidente. 

sabato 26 marzo 2022

I talk fanno schifo e nessuno li guarda davvero


1. Con gli anni '90 il dibattito politico in Italia si sposta irreparabilmente dai quotidiani al palinsesto tv. I talk show diventano il luogo primario in cui l'opinione pubblica, in teoria, si esprime. In pratica diventa da subito una grande caciara. Un'apparente varietà di voci nasconde (neanche troppo bene) una semplificazione brutale sia degli oggetti del discorso sia dei soggetti che discutono. La tv del resto è ancora metà Stato e metà Mediaset, due entità che non per coincidenza cominceranno ciclicamente a sovrapporsi. Un fantasma di pluralità veniva nobilmente concesso ai telespettatori mediante quella pratica primorepubblicana conosciuta come "lottizzazione". 

2. I talk sono un'arena in cui vince chi chiacchiera in modo più spigliato. L'approfondimento è un servizio di due o tre minuti; l'esperto deve semplificare e far sua la retorica degli imbonitori. A ogni tesi deve seguire un contraddittorio perché la sintassi del talk lo prevede, e se non si trova nessuno decente in grado di contraddire una tesi, lo si paga. Oppure se ne prende uno gratis, ma indecente.

3. I talk fanno schifo. Quelli fatti bene. Stanno al dibattito politico come il wrestling alla lotta libera. Le eventuali competenze degli invitati non si misurano sul campo, ma si esibiscono proprio come i muscoli dei wrestler. Chi vince e chi perde è già deciso in partenza, così come il premio partita per entrambi. Spesso i più bravi sono proprio i cattivi: farsi odiare è un'arte e non stupisce che gli ingaggi possano essere più alti. 

4. Nessuno li guarda davvero: il sospetto è che chi ne parla si sia visto perlopiù gli highlights ritagliati sui social, i clippini in cui l'Opinionista A "asfalta" l'Opinionista B (è wrestling, appunto). Sostutuendosi all'informazione e al dibattito, i talk hanno alienato milioni di persone nate e cresciute in un Paese in cui la politica era quella cosa lì, quella di cui si discuteva nei talk urlati e/o noiosi. Quando una deputata del M5S, all'indomani della vittoria elettorale del 2013, si ritrova a un tavolo con Pierluigi Bersani, il suo primo pensiero non è: sto discutendo a tu per tu con il rappresentante del primo partito italiano. Quando apre bocca, è per dire: "sembra di stare a Ballarò". In quale altra dimensione potrebbe Bersani discutere con qualcuno? La deputata esprime la sua incredulità, per essere passata come Alice dall'altra parte dello specchio: e insieme il suo rifiuto per tutto ciò che, essendo televisivo, non può essere autentico.  

5. Il motivo per cui i canali tv hanno insistito sui talk è meramente economico: costano poco. Meno della fiction, meno dei reportage. La maggior parte degli ospiti partecipano gratis, per conquistarsi la famosa visibilità che in molti casi serve ad accreditarsi in talk più importanti, in una spirale di fama e di follia che ha convinto molte persone di essere statisti proprio nel momento in cui venivano esibiti come pupazzi. 

6. È più di un decennio che stiamo selezionando la classe dirigente coi talk: direi che non sta funzionando. Del resto già i Cinque Stelle nel 2013 erano una reazione alla politica-talk: al tempo dovevano solennemente giurare di non andare in tv (in seguito si lamentavano di non essere invitati). La fine politica di Monti comincia proprio con le sue comparsate televisive: Draghi se ne tiene ben lontano, e del resto un altro politico che è sempre andato pochissimo in tv e non si è mai fatto coinvolgere nei talk è Silvio Berlusconi.

7. Prendete due persone ugualmente istruite: uno guarda i talk tutte le sere, uno non li guarda mai. Il primo non risulterà in nessun modo più informato del secondo. Io non ho mai guardato un talk per più di dieci minuti in vita mia. Non capisco come una persona possa arrivare all'undicesimo senza addormentarsi. Il contenuto di un talk di due ore si può sintetizzare in un testo leggibile in cinque minuti. 

8. I talk sono diventati il paesaggio informativo: non li guardiamo ma diamo per scontato che ci siano e che li guardino gli altri. Questo in parte potrebbe spiegare come mai molta gente si consideri oppressa dalla politica e dai dibattiti da talk show benché persino in televisione ci sia un'abbondanza mai vista di contenuti alternativi. Tutte le culture anti-"mainstream" insistono molto sul concetto che occorre spegnere la tv: se chiedi a un adepto di che tv stia parlando, invariabilmente si tratta dei talk show. Ed è sempre un talk show che hanno guardato più di te. Il novax medio dice di non avere la tv in casa ma sa distinguere un virologo televisivo dall'altro, io non ho mai imparato ad abbinare nomi e facce.

9. Non esistono ricerche in merito e non saprei come farle, ma ho il forte sospetto che il pubblico dei talk show sia per lo più composto da spettatori che detestano i personaggi – così come del resto chi guarda i programmi di cronaca nera detesta gli assassini e li vorrebbe catturati e puniti. La maggior parte dei pupazzi è sulla ribalta per farsi detestare, e lo sanno: si comportano odiosamente perché in questo consiste l'ingaggio. 

mercoledì 16 marzo 2022

Vogliono sapere chi è il Buono (i ragazzi)

I ragazzi vogliono sapere se ha ragione Putin piuttosto che Zelensky, e se i russi sono i buoni e gli ucraini i cattivi. Le cose sono più complesse ma i ragazzi vogliono sapere questo, e fino a una certa età non hanno torto. Ne sono abbastanza convinto. Per capire le cose complesse devi prima averle studiate semplici. I ragazzi vogliono sapere chi ha cominciato: non puoi ogni volta ripartire da Pietro il Grande o da Ivan il Terribile. Vogliono sapere chi è il nazista, e quando scoprono che ce n'è da entrambe le parti ci restano male. Perché sono ragazzi. Ed è giusto che siano così. 


Ma è giusto anche crescere. E un sacco di gente qui sopra dovrebbe farlo. Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Da quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino. Questo è Paolo di Tarso, dalla prima lettera ai Corinzi, che forse ha fondato il Cristianesimo ma era anche un infiltrato del Sinedrio, o più probabilmente dei Romani, per dire quanto siano complicate le cose. E subito soggiunge: adesso vediamo come in uno specchio, in modo oscuro. Questo è essere adulti: trovarsi davanti a uno specchio – e quindi, tra le altre cose, ingombrati dalla nostra stessa figura che ci impedisce di capire le cose interessanti sullo sfondo: il nostro cosiddetto punto di vista è anche il nostro limite, l'orizzonte insuperabile. Certo, Paolo un modo per superarlo sosteneva che lo avremmo trovato. E siccome parla di uno specchio, viene da pensare che il suo Regno dei Cieli ci avrebbe colto alle spalle: all'improvviso ci saremmo voltati, e avremmo visto la realtà, simile a come la vedevamo specchiata ma anche completamente diversa – uno straniamento simile a quello che ci dà il nostro volto quando lo vediamo in videocamera invece che allo specchio – e soprattutto senza il nostro Io tra i piedi, finalmente affrancati dalla nostra Soggettività, dai nostri desideri, dalle nostre paure, un giorno noi avremmo visto il mondo com'è davvero, come i ragazzi pretendono di vederlo. 

I ragazzi possono anche accettare che esistano diverse narrazioni: che i russi la raccontino in un modo e gli ucraini in un altro. Però poi vogliono sapere qual è quella vera. Non gli interessa Pirandello, non li appassiona Rashomon, loro pretendono l'Oggettività e se gli chiedi: esiste questa classe quando non ci siete dentro? propongono di accendere la webcam. L'eterogenesi dei fini è molto al di là del programma di terza media – le avessero trovato un nome più sexy chissà, ma io stesso comincio a sbadigliare appena dico eterogenesi.

Parlando di specchi (e di voltarsi all'improvviso) mi è venuto in mente Cartesio. Almeno una volta all'anno mi piace raccontare la storia di Cartesio che a furia di dubitare di tutto, scopre di non avere nessuna prova per sostenere che esista alcunché: tutto potrebbe essere stato creato da un demone un istante fa, ecco, questa cosa fa sempre il suo porco effetto perché anche oggi alla fine i ragazzi stanno crescendo a pane, bufale e antibufale, ogni tanto rivelano una propensione ormai istintiva al debunking, qualsiasi cosa gli racconti potrebbe essere falsa e alla fine il dubbio cartesiano non è che il punto estremo a cui tende ogni complottismo e ogni debunking: tutto quello che sappiamo è falso; il demone ora si chiama Bill Gates o George Soros ma il suo mestiere è più o meno lo stesso. E l'unica via di uscita sembra ancora quella scoperta da Cartesio, che se devo essere onesto mi è sempre parsa un cunicolo fragilissimo, ma tant'è: Io Penso. 

Potrei essere una gelatina in fondo al mare, uno schiavo in una caverna, un servo sciocco dei potenti della terra, ma qualcosa sto pure pensando. Leggo storie, le confronto, alcune mi sembrano più verosimili perché col tempo ho sviluppato un gusto per la verosimiglianza, un senso per i rapporti causa effetto, alcuni trucchi che di solito mi danno soddisfazioni (ad es. se c'è chi parla di sesso e chi parla di economia, di solito ha ragione chi parla di economia: insomma è più facile che questa guerra si faccia per un gasdotto che per il gay pride. Ma potrei sbagliarmi). Tutto questo l'ho sviluppato perché ho studiato storia, sin da bambino. E all'inizio l'ho studiata molto semplice, su libri con tante illustrazioni, perché ero bambino. Ma le illustrazioni erano molto belle, la storia era ben raccontata, e oggi eccomi qui. Vedo gente intorno a me che non riesce a staccarsi dallo specchio: credono di vedere la Russia e l'Ucraina, e perfino la Crisi dell'Occidente – secondo me si stanno guardando i brufoli del naso. Ma come posso dirlo? Forse che non ho anch'io il mio bello specchio davanti? Sì, e infatti i miei brufoli li vedo benissimo: ho imparato a strizzarli e anche che nella maggior parte dei casi è meglio ignorarli, un giorno se ne andranno o forse no, ma comunque non sono interessanti. Come faccio a sapere che quel che vedo io è più oggettivo di quel che vedono tanti altri? Ragazzi, mi dispiace, non posso saperlo. Posso solo leggere, informarmi, ascoltare più campane possibili, e poi.

E poi devo scommettere. 

Ovvero, no, non sono obbligato. Posso anche aspettare e vedere come va a finire. Ma non lo trovo sportivo, ecco. La storia che ho studiato è piena di gente che si è guardata intorno, ha fatto un po' di calcoli, e poi si è buttata. Non sempre ci hanno preso, è il senso del gioco. Io non ho le responsabilità di una Giovanna d'Arco o di un Churchill, ma da che pulpito potrei mai giudicarli, se non provo qualche volta a buttarmi anch'io? Vivere nella storia significa buttarsi, ogni giorno è l'otto settembre, le informazioni non sono mai complete, chi ti spara addosso non è necessariamente quello a cui dovresti sparare tu. Senz'altro posso nascondermi in un angolo, continuare a leggere storie su storie e aspettare che arrivino i vincitori a bruciare quelle dei perdenti. Un sacco di gente ha sempre fatto così, e un'altra cosa che la gente fa è eliminare i documenti imbarazzanti. Sarà interessante, tra qualche tempo, verificare come si riposizioneranno i sostenitori di Putin, se Putin perde. Oppure vincerà, e in quel caso sarà interessante vedere come mi riposiziono io. So benissimo che nessuna delle due parti ha il 100% di ragione, lo 0% di torto. So persino che "ragione" e "torto" non sono categorie storiografiche. Io però qualcosa ai ragazzini lo devo dire, e gli dico così: studiate, leggete il più possibile, quando qualcuno vi sembra molto convinto andate a cercare qualcun altro che sembra molto convinto della tesi opposta. Imparate anche a riconoscere in voi stessi un limite, perché se la fuori c'è gente che la racconta esattamente come vi piace, non significa che conoscono meglio la storia; più probabilmente conoscono meglio voi e verificate subito se non vogliono vendervi qualcosa; e a parte questo, per quel che mi riguarda, dopo aver lungamente studiato e ponderato, mi prendo la responsabilità di dirvi che questa è una guerra imperialista e che la Russia non ha alcun diritto di devastare l'Ucraina. Almeno questo è quel che penso io: voi studiate e poi ditemi se ho ragione. Io posso sbagliare e non ho idea di come andrà a finire. 

Ma sono contento di avervi mostrato il dottor Zivago all'inizio dell'anno, perché ho appena letto che i russi stanno scavando trincee intorno a Kiev (chissà se è poi vero) e mi è venuta in mente una delle scene che vale il film intero, il momento in cui ai soldati si rompono gli stivali, si rompono i coglioni e tornano a casa, dove c'è il nemico più serio: ecco, se potessi scegliere un finale, io indicherei questo.

domenica 13 marzo 2022

Adesso sappiamo quanti buchi servono

Negli ultimi tre mesi non ho scritto molto qui per vari motivi, l'ultimo dei quali è che quando davvero mi veniva voglia di scrivere qualcosa, era sempre sui Beatles e la riversavo nel Magical Mystery Tournament, che è appena finito, nel modo più prevedibile. Accludo l'ultimo comunicato:

Ops, quasi mi dimenticavo. E il vincitore del Magical Mystery Tour 2021/2022 è...

A Day in the Life (Lennon/McCartney), traccia finale di Sgt Pepper's Lonely Hearts Club Band (1967).

Tutto qui, nessuno ha vinto niente. Io però ho avuto un'opportunità per scrivere ancora altre cose sui Beatles – cose che probabilmente avevo già scritto e meglio, ma è uno di quei casi in cui il percorso (the long and winding road) era molto più interessante del punto d'arrivo (tante grazie, ha vinto il brano che era già numero 1 nel ranking). Per me ormai scrivere dei Beatles è come parlare del tempo – cioè no, perché io mi annoio a parlare del tempo, mentre potrei continuare a scrivere inezie inutili sui Beatles probabilmente all'infinito, mentre il mondo brucia e i compiti da correggere si accumulano. 

Credo che il senso sia esattamente questo: il mondo brucia, la scuola è sempre più complicata, ogni tanto ho bisogno di mettermi a scrivere cose assolutamente inutili e soprattutto che non facciano litigare nessuno – quasi nessuno, dai, ma se avete presente com'è messo facebook in questo periodo vi rendete conto che le tensioni lennonisti vs paulisti sono una cosa da nulla. Credo di essere arrivato ai Beatles proprio per esclusione: mi serviva qualcosa che piacesse a tutti e non offendesse nessuno. Ci tengo a dire che di solito mi piace offendere tutti mentre scrivo, e litigare on line è sempre stata una passione che ho coltivato più del sesso, non scherzo, il sesso è più piacevole ma litigare on line mi veniva più spontaneo, ma a questo punto della mia vita è come se avessi bisogno di un'oasi, un'Arcadia in cui mettermi a scrivere all'infinito le stesse storie di pastorelle o scarafeggi. E non di me, un'altra cosa importante è che ero stanco di scrivere di me, ma rileggendo questo paragrafo direi che mi è tornata la voglia. 

Vabbe', tornando ai Beatles ricordo che anche se A Day alla fine ha vinto tutto, non ha mai stravinto: anche prima della discussa semifinale contro Eleanor Rigby, i margini contro le contendenti erano sempre di poche decine di voti. Arriva sempre prima, ma sempre di poco. Credo che a farla preferire sia proprio la sua natura compromissoria: è sperimentale ma è anche una ballata struggente, è di John ma è anche di Paul, c'è l'orchestra ma serve a far rumore, è in Sgt Pepper ma non c'entra niente con il mood di Sgt Pepper, parla di una morte assurda e tragica, ma cerca di buttarla in ridere. Forse se dovessimo scegliere soltanto una canzone per spiegare chi erano i Beatles, sarebbe quella che tiene assieme più sfaccettature del fenomeno. Ma grazie al cielo non lo dobbiamo fare. E grazie a tutti voi per avermi tenuto compagnia (compreso i bot, ciao bot, mi dispiace che non ha vinto Eleanor, però in effetti mi sembra la scelta ovvia per un bot). Spero di avere ancora tantissimo tempo per scrivere inezie su cose inutili, magari non sui Beatles ma ugualmente inutili. 

CLASSIFICA FINALE

1. A Day in the Life 

2. Hey Jude 

3. Eleanor Rigby 

4. Strawberry Fields Forever

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Il tabellone

giovedì 10 marzo 2022

Il lacerante dilemma del pacifista occidentale (come se a qualcun altro interessasse)

Tra le tante opinioni che ho letto disordinatamente in questi giorni, il concetto che mi è rimasto più attaccato alla coscienza è quello di "westplaining" – il solito neologismo americano, sì, ma l'idea mi è abbastanza familiare e risuona sulle stesse corde del mio pacifismo (vedi per esempio qui). La sensazione che la responsabilità della guerra in Ucraina sia da attribuire all'espansionismo Nato e Ue non sarebbe soltanto quella che più piace raccontarci a Putin e al suo ufficio stampa, ma anche "westplaining", ovvero una spiegazione che serve soprattutto a noi occidentali e ci conforta sul fatto che qualsiasi cosa succeda in Europa o altrove sia comunque causata da noi (qui un'invettiva molto più sanguigna). Il mondo, com'è noto, pesa sulle nostre spalle: non solo su quelle dei nostri governanti, che in effetti partecipano ai summit della più grande alleanza militare della storia dell'umanità; il mondo ricade anche sulle spalle di noi pacifisti, che allo scoppiare di ogni guerra ci scopriamo lacerati da dilemmi dolorosi: sostenere l'Ucraina o chiedere la cessazione illimitata delle ostilità? Zelensky eroico difensore del suo popolo o pazzo scriteriato che sta portando l'Ucraina alla rovina? Come se all'atto pratico a Zelensky interessasse la nostra opinione: come se davvero dipendesse da noi se all'Ucraina arriveranno armi o solo belle parole. In questo non siamo poi molto diversi, noi pacifisti occidentali, dai nostri acerrimi nemici sin dai tempi della prima guerra in Iraq: gli interventisti casco-in-testa, i neocon sempre con un po' di democrazia in tasca che vorrebbero esportare da qualche parte dove abbia ancora un valore, gli appassionati di scontro delle civiltà. Per loro non siamo intervenuti abbastanza, non siamo intervenuti in tempo; noi invece magari temiamo di essere intervenuti troppo, ma insomma il dibattito rimane una cosa tra noi. Agli ucraini e ai russi è inutile chiedere, anche perché sappiamo tutti che razza di propaganda c'è laggiù, ogni fazione tira acqua al suo mulino eccetera.  

E però la guerra dura da due settimane ormai (ed è credo la più grande alla quale ho assistito in vita mia, questo va detto: sì, ci sono state molte altre guerre e alcune si combattono tuttora, ma l'invasione di un Paese grande e popoloso come l'Ucraina è un fatto nuovo, non solo per la vicinanza, ma per la mera quantità: milioni di profughi sono qualcosa che non prevedevamo e non sappiamo come gestire). Dicevo: la guerra dura da due settimane ormai, e se mi è concesso trarne una conclusione provvisoria, direi che gli ucraini non vogliono arrendersi. Può darsi che convenga a loro e sicuramente converrebbe a noi: se non sta succedendo, non è per la tigna di un presidente guitto (chi siamo noi, tra l'altro, per giudicare i guitti presidenti). È probabile che la Nato avrebbe dovuto accostarsi col piede più cauto alla frontiera russa, ma indipendentemente da tutto ciò, se c'è una costante nella storia del popolo ucraino dall'indipendenza in poi, è che loro coi russi non ci vogliono più stare. Magari da un punto di vista geopolitico hanno torto – lo aveva anche Mazzini nel 1830, l'Italia della Restaurazione era davvero un'espressione geografica e mancava dei requisiti minimi per diventare una repubblica unitaria. Non sono un fanatico dell'autodeterminazione dei popoli, ma insomma direi che la volontà complessiva del popolo ucraino a questo punto mi risulta abbastanza evidente: se persino molti russofoni preferiscono combattere sotto le insegne gialle e azzurre, questa cosa devo accettarla. Forse anche ammirarla.  

Questa è la mia opinione provvisoria che non intendo imporre a nessuno. Non è la prima volta che una guerra mi crea problemi di coscienza, anzi mi sembra di ricordare che questo succeda in tutte le guerre: solo quella in Iraq mi sembrò assurda sin dall'inizio, magari ci ho azzeccato per caso. Il modo in cui di solito reagisco alla mia personale confusione è rimarcare che intorno a me c'è gente che opinioni persino più confuse: potrei farlo anche stavolta, si legge roba talmente assurda in giro. Ma è un trucchetto, in realtà la maggior parte delle opinioni che vedo sono ragionevoli e ragionate: il dilemma ognuno cerca di risolverlo come può. Mi manca, questo sì, un dibattito che forse non c'è mai stato, ma una volta almeno si fingeva che fosse possibile: ora è tutto molto più polarizzato. Una cosa che forse si è un po' persa, dal 2020 in poi, è che chi ha opinioni diverse dalle nostre non è necessariamente un nemico del popolo – cioè dipende: diciamo che se continui a sostenere che il covid non esiste, che le bare di Bergamo sono una montatura, che la mascherina fa male al naso e che i vaccini sono un complotto di Bill Gates a un certo punto varchi un confine oltre il quale sei pericoloso per la mia salute. Anche in questo caso in un Paese relativamente libero non sarai perseguitato per le tue idee: al massimo allontanato per qualche tempo dai luoghi in cui metti a rischio la salute tua e degli altri, attraverso una serie di provvedimenti che lasciano perplesse anche molte persone che il covid sanno cos'è e il vaccino lo hanno fatto. Perché siamo relativamente liberi, appunto, perché crediamo che si possano coltivare idee anche molto diverse, perlomeno finché non mandano chi hai vicino a te in terapia intensiva. Dal 2020 ci siamo abituati a questa cosa.

Ora invece di covid si parla di Ucraina, e siccome siamo in un Paese relativamente libero, c'è chi non la pensa come noi: ebbene, non succede niente. Le idee altrui, anche se ci sembrano demenziali, non ci passeranno nessuna malattia. Un pacifista tout court che chiede il disarmo mentre un dittatore rade al suolo città intere ci può sembrare un utopista fuori dal mondo: glielo diremo, sei un utopista fuori dal mondo, ma possiamo stare calmi: non ci contagerà con la sua utopia. (Magari le utopie fossero contagiose).

Invece un tizio serenamente convinto che la Nato possa esportare armi a un Paese non Nato e che questo non verrà interpretato dalla Russia come un atto di belligeranza, per cui avremo una guerra mondiale o perlomeno europea senza neanche avere portato truppe nostre in prossimità del confine, solo tonnellate di armi messe in mano a ragazzini irregimentati in un esercito che tecnicamente non è nostro alleato (e se passa alla Russia?), un tizio del genere potrà sembrarci un atlantista della domenica: ebbene glielo diremo, sei un atlantista della domenica, ma è tutto qui, non ci contagerà col suo atlantismo domenicale.

Un tizio, infine, convinto di essere fuori dal coro perché sta mangiando pane e Sputnik News da dieci anni: uno che esercita il suo fuoricorismo scrivendo esattamente quello che Putin desidera che egli scriva, ebbene un tizio così lo spernacchieremo; gli affibbieremo nomignoli come bimba di Putin che turberanno la sua orgogliosa e rivendicata eterosessualità, e questo è quanto: lo debunkeremo per quanto possibile. Ma non è un infetto, non ci passa la putinite: è solo un tizio che ha opinioni russofile mentre la Russia schiaccia una nazione indipendente. Questo è fastidioso ma siamo in un Paese relativamente libero, si può relativamente fare. Quando non si potrà più, io sarò preoccupato, non relativamente.

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