Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi. Noi no. Donate all'UNRWA.

venerdì 1 maggio 2026

I giacigli ai senzatetto

C'è un posto giù in città in cui, mi hanno detto,
un tizio onesto che si dà da fare
procura dei giacigli ai senzatetto:
un letto a chi non l'ha, e può riposare.

Certo, là fuori è ancora ingiusto il mondo:
il povero arricchisce il suo padrone;
tra i due il divario resta assai profondo –
non migliora così, la situazione.

Però... per una notte, un marciapiede
non è il supplizio a qualche poveraccio:
lo sbirro di pattuglia non lo vede,
non lo percuote il vento, o uccide il ghiaccio.

(Ma tu che leggi e ti commuovi, ora,
non andare via, leggi un po' ancora): 

Dicevo, quella notte il marciapiede
non è letto di morte a un poveraccio:
lo sbirro che lo cerca non lo vede,
e invano infuria il vento, e gela il ghiaccio...

...però qua fuori è ancora ingiusto, il mondo:
il povero arricchisce il suo padrone,
tra i due quel solco è sempre più profondo –
No. Non cambia così, la situazione.

(da Brecht)

giovedì 30 aprile 2026

Fiano is fishing for fischi

Ieri mattina Emanuele Fiano aveva tante opzioni davanti a sé, per il suo post mattutino, che tutti ci aspettavamo. 

Avrebbe potuto denunciare l'atto di pirateria compiuto dalla marina israeliana, che ha rapito i militanti della flotilla in acque internazionali. 

Avrebbe potuto tornare sul caso Eitan Bondì, magari stigmatizzando chi nella sua comunità continua a minimizzare (che vuoi che siano quattro o cinque proiettili sparati con una pistola ad aria compressa ad altezza del volto, contro sessantenni che manifestavano con simboli dell'ANPI). 

Avrebbe potuto denunciare quel clima di allarmismo e paranoia senza il quale il giovane Bondì non solo non si sarebbe messo a sparare per strada, né a collezionare armi a casa. Avrebbe potuto chiarire meglio quella cosa che ha ripetuto anche in seguito in tv, ovvero che Eitan si sbaglia quando afferma di far parte della Brigata Ebraica perché... "A Roma la Brigata Ebraica non esiste". Il che ci lascia abbastanza perplessi: invece a Milano esiste? Cioè esistono persone che si definiscono brigatisti ebraici? Da quel che si era capito, esiste un museo della Brigata Ebraica che da anni tenta di valorizzare la partecipazione (tutto sommato marginale) di questa brigata di volontari (non partigiani) sul fronte italiano; esiste senz'altro una manifesta volontà di strumentalizzare quest'esperienza per infastidire i cortei milanesi del 25 aprile esibendo bandiere che somigliano molto a quelle israeliane, quando non sono semplicemente israeliane; ma qualcuno con le stesse insegne almeno fino al 2024 sfilò anche a Roma (e fu da quello spezzone che partirono bombe carta contro gli altri manifestanti, mentre Riccardo Pacifici minacciava una giornalista). Per cui una cosa che Fiano avrebbe potuto fare, ieri mattina, era mettere un po' più in chiaro le cose, come altri stanno facendo. 


Invece ha deciso di scrivere questa cosa , che sembra un tweet ma è stata pubblicata su Facebook, con un hashtag lunghissimo che lascia intendere una vera e propria campagna socialmediatica nei suoi confronti. Insomma, se c'è l'hashtag dev'essere una cosa abbastanza grossa, no? Così uno ci clicca sopra, immaginandosi chissà quale diluvio di antisemitismo nei confronti del povero Emanuele Fiano e...

Non trova niente. Cioè, no, aspetta, qualcosa c'è.

Il post di Fiano. Basta.

Si è scritto l'hashtag da solo?


Concediamo il beneficio del dubbio: magari l'algoritmo di FB – lo stesso algoritmo che mi ignora ogni volta che gli faccio notare un insulto razzista – ha prontamente riconosciuto l'antisemitismo latente in quella richiesta così perentoria, "cacciamoFianodalPd", e ha cancellato tutti gli altri post salvo quello di Fiano, Sarà andata così. E comunque, hashtag o non hashtag, qualcuno senz'altro avrà espresso stamattina la volontà di cacciare Fiano dal Pd, o no? Magari Fiano ha semplicemente drammatizzato la situazione, per esigenze teatrali. 

Come quando disse di avere riconosciuto tra  gli studenti universitari che lo contestavano qualcuno che faceva "il gesto della P38" – un gesto che non c'è in nessuna foto, e peraltro che gesto è? Perché forse davvero negli anni Settanta era un gesto immediatamente riconoscibile, ma già vent'anni dopo non rammento nessuno che lo facesse o lo riconoscesse. Ora gli anni sono cinquanta e gli universitari non necessariamente sanno che la P38 è una pistola.

Oppure come quella volta che in mezzo a una grande manifestazione in solidarietà del popolo palestinese, Fiano trovò uno striscione che non gli era piaciuto e chiese al mondo intero di dissociarsi. Il 25 aprile invece Fiano sfilava con la cosiddetta Brigata Ebraica; e anche se aveva affermato la propria contrarietà a portare bandiere israeliane, queste bandiere erano davvero molto vicine, ad esempio sulle spalle di un individuo impresentabile con cui Fiano discute della necessità di non spostarsi, di restare lì, in attesa che un po' di gente venga spostata o "manganellata" dalle forze dell'ordine. 

Perché a quanto pare è successa questa cosa, che la "Brigata Ebraica" abbia bloccato per tre ore uno spezzone del corteo che non riusciva ad andare avanti. E perché l'ha fatto? Fiano avrebbe potuto spiegare meglio questa cosa. 

Magari in seguito lo farà. Nel frattempo avanzo un'ipotesi: restare fermi in mezzo a un corteo, con bandiere invise al resto del corteo, per una o due o tre ore... non è molto diverso da presentarsi su facebook, di prima mattina, con un hashtag magari inventato, segnalando nient'altro se non la propria presenza a chi non ci trova simpatici. C'è chi in società va a pesca di complimenti: chi si comporta come Fiano va a pesca di insulti. Perché se irrompi su facebook con un post del genere, qualcuno nei commenti che ti vuole veramente fuori dal PD lo trovi. L'hashtag magari è fasullo, ma è senz'altro autoperformativo. 

Allo stesso modo, se ti pianti in mezzo a un corteo – ben scortato dalla polizia – e lo blocchi per due o tre ore, qualcuno prima o poi qualcuno che ti insulta lo incontri per forza. I manifestanti del 25 aprile però devono essere stati straordinariamente permissivi e tolleranti, perché in tre ore tutto quello che Fiano e i suoi compagni sono riusciti a sentire è stata una frase – una sola!: "Siete solo saponette mancate"

Non sono nemmeno riusciti a registrarla, per cui dobbiamo fidarci – come dobbiamo fidarci quando dice di aver visto il "gesto della P38". Dobbiamo fidarci, come quella volta che due sionisti litigarono in un ristorante, se ne andarono senza pagare, ed Emanuele Fiano stigmatizzò il crimine antisemita. Eccetera eccetera. Dobbiamo fidarci perché altrimenti dovremmo pensare che migliaia di persone, il 25 aprile, sono passate di fianco a Fiano e compagnia, li hanno visti sbandierare simboli che ormai rappresentano un genocidio, e hanno fatto finta di niente. Dovrebbero essere davvero stati i manifestanti più civili del mondo. E allo stesso tempo, non ci sarà qualcosa di segretamente antisemita in tanta tolleranza, tanta tacita pietà nei confronti di chi disperatamente cerca di mendicare un insulto, qualcosa che dia un senso alla propria militanza, alla propria identità che esiste soltanto se è accerchiata, minacciata nella sua stessa esistenza, mantenendosi a colpi di allarmismo e paranoia? Forse si fa ancora in tempo a emendare il ddl sull'antisemitismo, ad aggiungere un codicillo: fermo restando che se insulti i sionisti sei antisemita... anche se li ignori, se li costringi a uscire in strada e sbandierarsi in mezzo alla gente, a inventarsi gli hashtag nella speranza che qualcuno si fermi a dirgli qualcosa di brutto, beh, sì, dai, sei antisemita lo stesso. E qualche pallino in faccia te lo meriti, che sia di avvertimento. 



martedì 28 aprile 2026

Gli sposi promossi (in Quarta)


Le abbiamo attese a lungo, le nuove Indicazioni nazionali per i licei: quelle che qualche giornalista sbrigativo continua a chiamare “programmi”. Le abbiamo attese al varco, soprattutto da quando un anno fa, le Indicazioni per le scuole primarie e secondarie di primo grado diedero a molti osservatori la sensazione di un imperioso ritorno all’ordine: alle poesie a memoria, al latino, a una Storia più rigorosamente occidentale, e così via.

Così, quando finalmente abbiamo potuto scorrere le bozze, forse siamo rimasti un po’ delusi. Anche stavolta si ha la sensazione di un documento composito, non solo stilato da mani diverse (com’è giusto che sia), ma da autori che tra loro non sempre dialogano, o forse a un certo punto hanno deciso di non dialogare: non condividono nemmeno l’ortografia. Di spunti interessanti ce ne sono parecchi, ma stavolta ad attirare l’attenzione dei giornalisti è stato lo spostamento della lettura dei Promessi sposi dal secondo anno al quarto. Un dettaglio tutto sommato secondario, ma decisamente in controtendenza rispetto a quanto potevamo aspettarci. Lo stesso Valditara ha messo immediatamente le mani avanti, confessando le sue “perplessità” sulla specifica questione. Le indicazioni (lo dice il nome) non sono obblighi: gli insegnanti possono continuare ad affrontare il romanzo di Manzoni nel momento in cui preferiscono (in teoria potrebbero anche saltarlo del tutto). Ma intorno alle Indicazioni ruota l’editoria scolastica, che trova nell’incessante opera riformatrice dei ministeri un’ottima occasione per giustificare nuove edizioni aggiornate e corrette; e l’attesa dei genitori, che i libri li comprano, e in generale si aspettano che a scuola l’insegnante segua un determinato “programma”, molto spesso tarato sui ricordi delle loro esperienze scolastiche... (continua su Rivista Studio)

lunedì 27 aprile 2026

La Geostoria non è affatto sparita

[Questo articolo è uscito sul Manifesto del 24 aprile]. Addio Geostoria, dunque? Tra le promesse che il ministro aveva annunciato appena insediato, vi era l'abolizione di questa strana materia che forse non è mai nemmeno esistita – un residuo della riforma Gelmini, che non partiva da considerazioni pedagogiche quanto dalla necessità di tagliare un po' di lezioni qua e là, per contenere i costi. Al tempo si era ritenuto che due ore di geografia settimanali nei bienni dei licei fossero troppe, da cui l'idea di levarne una e accorpare l'ora residua all'insegnamento della Storia. Così nacque, all'inizio del decennio scorso, la Geostoria, ovvero (in sostanza) tre ore alla settimana per arrivare in due anni dalla preistoria all'anno Mille – e se avanza del tempo magari offrire agli studenti anche qualche cenno di geografia. Se si considera che i ragazzi che approdano oggi al liceo hanno studiato l'antichità soltanto alle Primarie, è chiaro quanto fosse forte il rischio che la Storia si mangiasse la geografia era molto forte. Ma almeno i libri da comprare si riducevano da due a uno solo, con un po' di risparmio per i genitori. 

Tutto questo finisce a settembre: "la Geostoria scompare". Così almeno sta scritto nel comunicato che annuncia la pubblicazione delle bozze delle nuove Indicazioni nazionali per i licei: dove inoltre si afferma che si tratterebbe "forse" della "novità più attesa dagli addetti ai lavori". Chi poi, tra questi addetti, si è messo effettivamente a leggere le bozze, non ha tardato a scoprire la fregatura – che in effetti era abbastanza prevedibile. 

Nelle nuove indicazioni, infatti, in mezzo a tante belle parole che per la prima volta includono anche considerazioni molto interessanti sull'uso dell'AI – considerazioni così lucide, così ben scritte, che per un momento fanno sospettare che l'AI stia letteralmente parlando di sé stessa – a un certo punto si arriva a una specie di scoglio, uno spigolo che nessuna retorica è riuscita a levigare. Un "monte ore". All'inizio della voce "Geografia", in luogo di un trionfale proemio che saluti il ritorno di questa Cenerentola tra le discipline, si trova questo paragrafo, abbastanza secco: "Nel primo biennio di tutti i percorsi liceali "Storia e geografia" sono due discipline con un proprio assetto epistemologico il cui insegnamento è rimesso ad un unico docente come da ordinamento... Il monte ore annuale complessivo delle due discipline è di 99 ore per ciascuna delle due classi del primo biennio".

Troverete la stessa asciutta formulazione in ogni versione della bozza: in quella del liceo artistico, come in quelle del liceo classico, linguistico, scientifico, eccetera. Ed è l'unica volta in tutto il documento che si accenna a questo dettaglio così pedestre, il "monte ore". Ovvero la quantità di ore da dedicare non più alla terribile Geostoria, ma a Storia e a geografia. Nella pratica poi saranno sempre un po' meno, perché si sa, una settimana c'è un progetto, un'altra settimana c'è una visita d'istruzione, e poi lo scambio, l'autogestione, eccetera eccetera. Ma accettiamo comunque il dato lordo. Le nuove indicazioni ci dicono che lo stesso insegnante dovrà contenere l'insegnamento di Storia e di geografia in 99 ore. Sono tante? Sono poche? Dipende. 

Ma una cosa è sicura: sono esattamente le stesse che l'insegnante aveva quest'anno. Tre alla settimana. 

E dunque insomma sì, il ministro ha abolito la Geostoria: ma con cosa l'ha rimpiazzata? Le ore sono le stesse. L'insegnante è lo stesso. Anche il cosiddetto 'programma', in sostanza, non è cambiato: bisogna sempre portare dalla preistoria all'anno Mille adolescenti che non hanno mai sentito parlare di Socrate e di Traiano. Quello di geografia magari si è un po' rimpolpato, ma nella pratica il tempo per aggiungere concetti non c'è, e quindi siamo al punto di prima. 

Ora, non è che gli "addetti ai lavori" possano sorprendersi più di tanto, ormai. Poteva forse Valditara avesse ripristinare davvero una cattedra di geografia decente, con un monte ore passabile? E con che risorse? Migliaia di ore di lezione in più, di cattedre in più. Laddove se c'è una cosa che abbiamo capito, in questi anni, è che le uniche riforme consentite sono quelle a costo zero. Almeno per le casse dello Stato. 

Per le famiglie, non è detto. Infatti, a ben vedere, un cambiamento c'è. Il prof rimane uno solo, le ore rimangono tre, i programmi più o meno gli stessi. Ma i manuali saranno di nuovo due, invece di uno solo. Ed è facile immaginare che costeranno un po' di più. 

sabato 25 aprile 2026

È stata una bella giornata (anche per chi voleva litigare)

Gazzetta di Modena

Oggi è stata una giornata bellissima, forse la prima davvero calda di quest'anno. Il cielo era limpido e ovunque la gente festeggiava. Mi è capitato di passare da tre città – tutte abbastanza piccole, ma l'Italia è fatta di città piccole, anche se gli italiani non lo sanno. Soprattutto non lo sanno a Roma e a Milano, dove si scrivono per lo più i quotidiani cosiddetti nazionali, che però ormai non si leggono nemmeno a Milano e Roma, quindi perché prendersela. Soprattutto oggi, una così bella giornata. 

Oggi milioni di italiani sono usciti nei parchi, nelle piazze, anche solo nelle strade: hanno mangiato, bevuto, ballato e giocato. Chi si sente libero fa queste cose. Alcuni hanno anche partecipato a manifestazioni, che per la stragrande maggioranza si sono svolte senza intoppi. A volte le autorità sono state contestate – nella mia città è successo, come è normale che succeda, in democrazia. È la prova che siamo liberi, è l'essenza stessa della festa che abbiamo festeggiato oggi.

Certo, su molti giornali 'nazionali' domani non leggerete questo. Leggerete che ci sono state delle contestazioni gravissime. Se poi uno vorrà davvero aprirli, quei giornali, scoprirà che sono avvenute tutte a Milano o Roma, e che hanno coinvolto i soliti quattro gatti con le solite bandiere di una Brigata Ebraica in cui non hanno potuto militare e che hanno deciso di rappresentare: e l'hanno deciso per il preciso, specifico motivo di provocare tutti gli altri manifestanti, che ormai associano alla stella di David il regime sionista e genocida che è al potere in Israele. Ne abbiamo già parlato tante volte, ne parliamo tutti gli anni, ed è proprio questo il punto. Invece di festeggiare, dovremmo tutti gli anni soffermarci su questa cosa minuscola, che succede soltanto in un corteo su cento, in una città su mille. Una minuscola frangia (i sionisti italiani, sempre più arrabbiati e impotenti) di una piccola comunità (gli ebrei italiani, poche migliaia concentrate in alcuni centri) devono assolutamente ottenere quest'attenzione. Tutto intorno, in centinaia di città e comuni, tutti festeggiamo senza accorgercene, ma di questo non si deve parlare. Si deve stigmatizzare chi si è lasciato provocare da loro, che invece di provocare avrebbero un sacrosanto diritto; si deve parlare di loro, del fatto che non hanno potuto sventolare le loro bandiere (che nelle foto sventolano eccome), non hanno potuto marciare dal punto A al punto B come si erano prefissati di fare, del fatto che qualcuno li ha offesi: li ha offesi al punto che non torneranno mai più – e invece l'anno prossimo, vuoi scommettere? Risuccederà tutto da capo. 

Questa cosa, che era noiosa dieci anni fa, adesso è patetica. Soprattutto in una giornata bella come quella di oggi. C'era il sole, c'era un po' d'aria, c'era tutto quello che serviva per stare bene, e dio solo sa quanto ne avremmo bisogno... eh no. Dobbiamo litigare. Dobbiamo litigare per la solita bandierina. Dobbiamo litigare per i soliti quattro gatti che devono avere il titolo sul telegiornale, la foto sulla prima pagina di domani. Poche centinaia di persone, concentrate in una o due città, definitivamente bollite nell'acqua di cottura del loro narcisismo patologico. 

La soluzione sarebbe molto semplice: ignorarli. È pur vero che, quando è successo, è proprio dal loro spezzone che sono partite bombe carta: ma il punto non è tanto ignorarli in manifestazione. Ignorare i giornali che ne parlano, ignorare i tromboni che stavano prendendo fiato da una settimana, che avevano già il pezzo indignato nel cassetto. E ormai mi sembra che siamo a buon punto. Andarsi a mangiare una grigliata, tirare due colpi a un pallone, ballare a un concerto; e lasciarli intanto al loro brodo, a leggersi e indignarsi a vicenda. In attesa che nella Gaza Riviera siano pronti quegli attici vista mare in cui andranno a godersi la pensione. 

mercoledì 22 aprile 2026

Dio comunque non è una statua

(In tv ho visto immagini più
definite. Invece su internet sono
pixellate,
per proteggerci dalla blasfemia). 
A chi c'è rimasto molto male, per aver visto un crocefisso preso a mazzate da un soldato – immagine certo potentissima – vorrei ricordare questa cosa: 

Gesù non ha mai detto una cosa del tipo "chiunque fa male a una statua, a un'immagine, una raffigurazione scolpita o dipinta, è come se l'avesse fatta a me". Non sta scritto in nessun vangelo, regolare o apocrifo. Non risulta proprio. 

In un vangelo invece, dei più famosi, Gesù dice: "tutte le volte che avete fatto ciò a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, lo avete fatto a me" (Matteo 25,40).

Quindi, insomma, sì, è fastidioso vedere un tizio prendere a mazzate una croce. Sicuramente è un atto di prepotenza. Qualcuno potrà considerarlo un atto di intolleranza – qualcuno potrebbe parlare di blasfemia. Ma quel qualcuno non sta citando le scritture. Secondo il vangelo non è offendendo un pezzo di legno o di gesso, che si offende Gesù Cristo. Secondo il vangelo, il Cristo non è una statua di legno o di gesso. È il prossimo nostro. A partire dai "più piccoli" (la Vulgata li definisce "minimis": non sono i bambini – non necessariamente – sono le persone più umili). 

Chi si indigna in questi giorni per un crocefisso preso a mazzate, si rende conto che ben più concrete mazzate hanno distrutto un'intera regione del Libano, hanno raso al suolo Gaza, e stanno erodendo quel che resta dei palestinesi in Cisgiordania? Qualsiasi cosa viene fatta ai fratelli del figlio di Dio, la stanno facendo al figlio di Dio. E chi sono i fratelli del figlio di Dio? Grande domanda. 

Io credo siano tutti gli esseri umani. 

Ora, capisco benissimo perché le immagini di un crocefisso vandalizzato possano funzionare meglio di quelle di un profugo libanese ucciso, o di una casa distrutta. Ma se ogni tanto mi sento di dover ricordare che le statue sono soltanto pezzi di legno e di gesso, non è per far notare la mia formazione di matrice illuministico-materialistica, o non soltanto, insomma... vi sto citando il Vangelo. Il Vangelo. Matteo Venticinque Quaranta. Uno delle formulazioni più alte del cristianesimo e (quindi) dell'umanità. La regola aurea (non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te) portata alle estreme conseguenze da chi in un Dio ci crede e lo ritiene arbitro del bene e del male: tutto ciò che fate, lo fate a me. Vi state uccidendo? Mi state uccidendo. Vi state stuprando? Mi state stuprando. Vi state bombardando? Mi state bombardando. 

State vandalizzando una mia immagine? 

È veramente l'ultimo dei vostri problemi. 

The Jefferson Cut

***

Che poi alle volte io me lo chiedo ancora – alla mia età è imbarazzante: ma sono un cristiano? In questi giorni tra l'altro la cosa grazie a Trump sta tornando di moda, forse sarebbe il momento di buttarsi dalla parte dei giusti. E però...

E però una cosa che mi è restata, della mia educazione cattolica, è l'idea che il cristianesimo sia una cosa seria. Non è un supermercato dove puoi entrare, prendere quel che ti piace e lasciare sugli scaffali le cose che detesti. Tante altre fedi o ideologie accettano questo approccio – il cristianesimo secondo me no. Il che non significa che molti si comportino proprio così, ma è proprio quel tipo di poser che chi è cresciuto in chiesa sgama subito. Insomma se volessi dirmi cristiano, subito dopo dovrei ammettere di essere un pessimo cristiano, e quindi preferirei di no. 

E però.

Dentro a quel supermercato c'è almeno una cosa alla quale non riesco a rinunciare. Non è tra i prodotti più in vista – ho la sensazione che un sacco di frequentatori lo ignori completamente – ma se uno guarda bene, alla fine è un prodotto originale: poi magari qualcuno lo ha copiato, ma è qualcuno che deve averlo preso da lì. Potrebbe essere la cosa più importante che ha messo in commercio la ditta. Potrebbe essere la chiave di tutto. Ed è proprio quel versetto, Matteo Venticinque Quaranta. Qualsiasi cosa voi farete a chiunque, l'avete fatta a Me. (Ce n'è un'altra, poco sotto, altrettanto importante: qualsiasi cosa non avete fatto, non l'avete fatta a Me).

Il tizio che sta distruggendo quel pezzo di legno, alla fine cosa pensava di fare? Di bestemmiare Dio? No, perché il suo Dio non è raffigurabile. Di ovviare a una bestemmia, piuttosto, perché certe culture non hanno mai accettato la distinzione tra Dio e la sua immagine: se ti fai un'immagine di Dio sei un idolatra. Dunque stava contribuendo a liberare il mondo dall'idolatria, come certi martiri che distruggevano le statue pagane – e sicuramente sperava di offendere gli idolatri che davanti a quella statua si inginocchiavano. Questa di solito è l'interpretazione più efficace: i simboli si distruggono per offendere le persone che a quei simboli credono. Non è così anche da noi? E noi cosa possiamo replicare? 

Potremmo replicare che offendere le persone è sbagliato. Lo è quasi sempre. Ma perché? Sembra banale, eh? Ma immaginate di essere davanti a quel tizio con la mazza, magari cresciuto in seno a istituzioni che ne fomentavano la predisposizione più o meno naturale alla prepotenza. Spiegategli che offendere le persone non è giusto. In base a cosa non è giusto? 

Mah. Potremmo risalire alla dichiarazione dei diritti dell'uomo. Ma su cosa si basa, quella dichiarazione? Ecco, non è tanto chiaro. 

Nel frattempo il tizio ha una mazza in mano ed è convinto di avere un preciso diritto ad adoperarla. Contro persone che evidentemente ne hanno meno di lui. Lui sta vincendo una guerra: non è quindi giusto che lo sconfitto soccomba, e che i suoi idoli vengano distrutti? Ci sono libri molto antichi e abbastanza espliciti su questo punto. Alla sua logica – perché c'è una logica, sempre, anche nella più delirante e prevaricatrice delle ideologie – cosa potete opporre? 

Che le guerre sono sbagliate? Chi l'ha detto? 

Che il prepotente prima o poi sarà castigato? Quando, dove, e da chi?

Che l'uomo non deve prevalere su un altro uomo? E perché no? Non ci sono stati, dall'alba della Storia, popoli eletti e popoli vinti?

Certo, potreste obiettare che gli uomini sono tutti uguali davanti alla legge – ma dove sta scritta questa cosa, che peraltro nessuno è mai riuscito a realizzare concretamente?

Il primo signore che provò a metterla per iscritto la espresse così: "Noi riteniamo che certe verità siano autoevidenti; che tutti gli uomini siano stati creati uguali, e che siano stati dotati dal loro Creatore di alcuni inalienabili Diritti". Quel signore, la cui definizione gode tuttora di un indiscutibile successo, possedeva degli schiavi – a volte sì, anche in senso carnale – il che forse significa che questa illuminazione sul fatto che tutto sommato siamo tutti uguali potrebbe essergli venuta a letto, mentre osservava qualcuno apparentemente tanto diverso – eppure alla fine non così tanto. 

Lo stesso signore possedeva anche un Vangelo, ma aveva con quel libro un rapporto molto particolare. Certe cose gli piacevano molto, altre davvero non le sopportava. Insomma era quel tipo di cristiano da discount che io non vorrei diventare. Lui addirittura si era procurato un taglierino apposito e ritagliava i versetti che secondo lui non erano Parola di Dio. Matteo Venticinque Quaranta, però, non l'ha tagliato. Grazie a Dio, o a Thomas Jefferson, ma insomma, il punto è un po' questo. Voi ci credete che tutti gli uomini sono uguali? 

Vi rendete conto di quanto sia paradossale questa affermazione? Perché anche lasciando stare le stature, le culture, il ceto sociale, e soprattutto la melanina (alla fine per tanta gente è davvero soprattutto un problema di melanina) – insomma non c'è una sola persona uguale all'altra al mondo. Infatti di solito si soggiunge "...davanti alla legge": siamo tutti uguali davanti alla legge. Il che è già un po' più vero, ma non così tanto. La nostra Carta, che non sarà la più bella del mondo ma almeno non è la più ipocrita, lo riconosce già nello stesso articolo 3: ci sono degli "ostacoli di ordine economico e sociale", ed è addirittura compito della Repubblica rimuoverli. (A volte mi domando quali altre Repubbliche si siano date un compito in nero su bianco sulla propria Carta. Magari nessuna).  

Quindi: siamo tutti uguali, salvo che non è vero. Siamo tutti uguali davanti alla Legge, salvo che nessuna legge è già così precisa, e nessun giudice davvero così imparziale. E allora in che senso siamo uguali? Spiegalo al tizio con la mazza in mano. Io e Thomas Jefferson, a quel punto non avremmo scelta: siamo uguali davanti a Dio. Il che significa che Dio esiste, o quanto meno significa che noi ci crediamo, perché altri punti di riferimento per poter credere in questa cosa incredibile, a quanto pare non li abbiamo trovati. Siamo uguali, l'ha detto il tizio che stai distruggendo in effige. Ha detto che qualsiasi cosa fai a noi, la stai facendo a lui. Lo ha detto, e siccome lo ha detto, e noi ci crediamo, lui è Dio. Puoi distruggerne un'immagine, ma non puoi distruggere l'idea. O forse puoi, ma devi passare su di noi. Noi siamo tutti uguali, io in questa cosa ci credo. Se non è vera, non ha più senso niente. Amen. 

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