Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi. Noi no. Donate all'UNRWA.

venerdì 27 marzo 2026

La questione capannonica

Se ora vi mostro questa mappa...



Voi pensate: si è sbagliato, è rosso anche il Friuli. Già, ma in effetti questa non è la mappa del referendum costituzionale 2026. È quella di un referendum costituzionale molto diverso, giustamente dimenticato, che si svolse nel giugno del 2006. Vent'anni fa. E per quanto sia anziano, il corpo elettorale italiano, dobbiamo comunque presumere che molti elettori del 2026 vent'anni fa non votassero; e molti elettori del 2006 non siano più tra noi. Cos'è invece rimasto fermo, in questi vent'anni: cosa porta una porzione molto geograficamente determinata (il Lombardo-Veneto!) ad abbracciare le riforme più bislacche e improponibili, mentre il resto d'Italia resta completamente indifferente?

(Digressione: tra il 2006 e il 2026 c'è ovviamente il 2016. Anche in quel caso l'Italia disse no a una riforma forse persino più bislacca; eppure in quel caso la cartina fu completamente diversa. Se quella del 2006 e del 2026 dimostra il radicamento della Lega Nord, i territori "verdi" della mappa del 2016 disegnavano la dorsale centro-settentrionale che il Centrosinistra ha ereditato dal PCI. A dimostrazione di un semplice fatto: ai referendum non si votano le riforme, si votano i partiti che le promuovono). 

Ogni mappa è una bugia: se la ingrandiamo, se la raffiniamo, ci dirà bugie più sottili e interessanti, man mano che nella miscela comincia a scorgersi qualche verità. Se invece di guardare regione per regione, ci fissiamo sui comuni, ci accorgiamo che non stiamo mettendo a fuoco il Lombardo-Veneto, ma la sua provincia. 

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I capoluoghi di provincia hanno quasi tutti votato no, con eccezioni interessanti ma prevedibili (Verona). È buffo perché si tratta di un referendum sulla magistratura, e i magistrati di solito lavorano in città. In provincia viceversa dobbiamo presumere molti avvocati, a macinare chilometri, da cliente a cliente. 

Questo referendum, celebrato proprio all'indomani della morte di Umberto Bossi, potrebbe esserne l'epitaffio migliore. Umberto B. era uno studente trentenne fuoricorso all'università quando comprese, tra i primi, che la provincia lombarda aveva esigenze e sogni che nessuno stava interpretando: non i partiti, non la Chiesa, senz'altro non il sindacato. Ci si mise lui: e per quanto approssimative e fuorvianti siano state le sue proposte, evidentemente riempivano un vuoto. Che vuoto è rimasto: le città di provincia messe a fuoco dal Sì del 2026 non hanno nessun vero portavoce politico. Della Lega di Salvini, più di tanto, non si fidano; anche l'appeal di Forza Italia ormai è un ricordo lontano (e una Craxi non lo riavvicinerà). Quanto ai Fratelli d'Italia, folklore veronese a parte, non hanno mai cantato la canzone che le città di provincia volevano ascoltare. Nel frattempo Vannacci batte la campagna tuonando contro il politically correct, ma è difficile immaginare che a Gussago o a Conegliano quella sia la priorità. La mappa del Sì del 2026 ci dice, né più né meno, che all'Italia manca un Bossi; uno che sappia interpretare le esigenze della piccola-media industria sfarinata lungo la pedemontana e nelle valli delle acciaierie e delle tintorie. Lui la chiamò a un certo punto Padania, ma era un'esagerazione; si tratta di un territorio più limitato e articolato. A macchie di leopardo, verrebbe da dire, senonché è proprio il contrario: le macchie sono i centri urbani con la loro borghesia tradizionale, il loro terziario più o meno avanzato. Il Nord di Bossi era lo spazio tra una macchia e l'altra.  

Io una volta l'ho chiamato Capannonia, la terra delle Zone Artigianali. E tutto sommato mi sembra che il nome renda ancora l'idea – nel frattempo al mio Paese la Zona Artigianale è diventata una rovina, non sto scherzando, l'erbaccia cresce davanti ai portoni degli uffici delle piccole aziende che un tempo furono leader di settore. Migliaia di mq di cemento e infissi di alluminio che nessun terremoto ha abbattuto e nessun boom economico riuscirà a riscattare. Altrove immagino sia andata meglio, ma il peccato originale della Capannonia è appunto questo: sono stati ricchi e felici per un tempo brevissimo, come Adamo ed Eva nell'Eden: e come Adamo ed Eva non si danno pace. Chi nasce ricco conserva, da qualche parte nella sua coscienza, la nozione di Privilegio, e non importa con quanti cuscini la possa soffocare; ma a chi nasce in case ipotecate dai genitori artigiani e si ritrova all'improvviso piccolo imprenditore nella caldaia della Locomotiva d'Italia, come fai a spiegare che non ci è arrivato per i suoi sacrosanti meriti, ma per una serie di congiunzioni geo-politico-socio-economiche che si sono verificati per vent'anni e potrebbero non verificarsi più per altri duemila? Bossi, se anche l'aveva capito (e non è detto) si guardava bene dallo spiegarglielo. Vale la pena di ricordare che la Lega non nasce con gli elmi cornuti e le ampolle d'acqua del Po; la fuga di Bossi nel fantasy storico arrivò dopo un decennio di richieste molto più concrete, alcune delle quali furono recepite (beffarda ironia) dal centrosinistra di D'Alema: l'unica vera coalizione politica che ha dato a Capannonia qualcosa di concreto; il federalismo sanitario. Grazie all'altro referendum costituzionale, il primo, quello del 2001, veneti e lombardi si sono ritrovati con gli ospedali più ricchi d'Italia; il che non li ha salvati dal Covid, perché puoi coprire di denaro tutte le strutture che vuoi, ma se poi arriva un virus e i capannoni non vanno in quarantena, il risultato è una carneficina. 

Chi riuscisse a trovare una risposta alle esigenze capannoniche, si sarebbe assicurato elettoralmente quei territori per una generazione e più. Non è che nessuno ci stia provando; Conte varò il bonus facciate, Salvini cianciò a lungo di flat tax (a più aliquote). Non è sufficiente e non lo sarà mai: Capannonia è causa del suo male. I suoi cittadini più abbienti e lungimiranti sono i primi ad aver intuito che qualcosa si era rotto per sempre, e tra un pianto e l'altro hanno delocalizzato in Cina o in Romania (mentre Bossi buttava lì persino l'ipotesi dei dazi). Se in questi giorni vi sembrano più nervosi del solito, più del referendum può darsi che sia la constatazione che quell'attico a Dubai non lo rivenderanno mai al prezzo a cui l'hanno comprato. Anche la fiaba del Turismo Nostro Petrolio comincia a puzzare (e poi è una cosa che puoi raccontare a Marostica, al massimo a Crema: ma che turisti mai dovrebbero accorrere a Casalpustarlengo). Capannonia sprofonda, e nel frattempo diventa sempre meno bianca: sì, è un dato curioso, ma questo luogo che sembra senza speranze ne sta tuttora dando a immigrati da tutto il mondo che evidentemente qualcosa da fare lo trovano, ma cosa? Molti lavorano nell'allevamento e nella lavorazione della carne. Siamo pur sempre la macelleria d'Italia: settore sanguinolento e fetido, ma lavoro ce n'è; ed è quel tipo di impiego che non vorremmo mai per i nostri figli. Così abbiamo lasciato che il settore fosse occupato da gente che non parla la nostra lingua e ora li guardiamo con l'orrore con cui si guardano gli animali spazzini spolpare un cadavere. Ci sentiamo accerchiati da chi fa i lavori sporchi per noi, forse così si sentivano i gentiluomini sudisti? E come andò a finire?

Nessuno ci capisce, nessuno ci vuole veramente più rappresentare. Neanche noi sappiamo esattamente cosa vogliamo. Ogni tanto qualcuno butta là una riforma qualsiasi, e noi gridiamo Sì, ma è un riflesso condizionato. 

Chi ha studiato Storia sa, con una relativa sicurezza, che siamo spacciati com'era spacciata Venezia il giorno in cui Vasco De Gama vide le coste indiane: questo non le impedì di vivere ancora secoli di meravigliosa decadenza, e forse anche noi ne abbiamo il diritto. Forse l'Unesco dovrebbe fare qualcosa per i nostri Capannoni, dichiarare il nostro cemento unico al mondo. Capannonia sorgerà come una piccola patria di officine - costruiremo tutto un pezzo alla volta, i carri armati e gli acquedotti e le mura intorno alle nostre Z.I. Nessuno avrà il diritto di farci la guerra, o meglio se ci attaccheranno dovranno farlo ad armi pari, con catapulte costruite secondo le antiche ricette. Verranno i turisti non solo a carnevale, saranno felici di travestirsi da cavalieri o Casanova, il cambio con la lira sarà favorevolissimo. E la legge Merlin, non c'è bisogno di dirlo, abolita. Insomma Capannonia un senso ce l'avrebbe, una storia potrebbe avercela, io che ho studiato storie forse mi ci dovrei applicare, mi domando se in fin dei conti non sia mio preciso dovere di padano...

giovedì 26 marzo 2026

Il ritorno del soffitto viola

Se ci ha insegnato qualcosa Gino Paoli (1934/2026), è che le canzoni possono anche essere molto brevi, anzi forse è meglio: e che meno cose diciamo, più a fondo riusciamo a scolpirle nella memoria di chi ci ascolta. Questo, mi rendo conto, va contro tutto quello che ho detto e fatto e scritto in vita mia, ma è ormai troppo tardi per correggersi – non per sognare che la prossima generazione reagisca alla verbosità dei rapper con una nuova vague laconica, due strofe un ritornello, magari la seconda strofa uguale alla prima, magari il ritornello strumentale. 

Ho scritto "laconica" e non "ermetica" perché, in effetti, Gino Paoli era sempre chiarissimo, anche a rischio di esser banale. Il cielo in una stanza è una canzone limpida, non c'è niente da interpretare. Sta a disposizione di chiunque la voglia appendere in un angolo della propria memoria – ad esempio io non posso fare a meno di collegarla a una particolare sensazione che mi è capitato di provare nelle stanze delle ragazze in cui finalmente riuscivo a entrare. Ovviamente i soffitti non erano viola e (fortunatamente) nessuna fisarmonica suonava; ma se anche ci fosse stato quel viola, e del liscio in sottofondo, io non me ne sarei accorto, perché quando entravo in quelle stanze – al culmine di una lunga battaglia, condotta con armi che a distanza mi sembrano così improbabili – io non vedevo niente, non sentivo niente, non capivo niente. Alberi infiniti, immensità del cielo, questo tipo di eufemismi. E siccome non capivo niente, non mi accorgevo nemmeno di non capire, né di sentire, né di vedere: viaggiavo in una dimensione mia, sballottato tra testosterone e adrenalina, terrore di fare una brutta figura, necessità di farla comunque. Alberi infiniti, immensità del cielo, questo tipo di eufemismi. Dopodiché –

Dopodiché veniva il dopo. E a parte il fiatone, il batticuore, l'imbarazzo e quel senso di tristezza e vergogna, uno degli aspetti più curiosi è che improvvisamente io quella la stanza la vedevo. Le foto alle pareti, i libri sulle mensole, il manico di una racchetta spuntante dalla cima dell'armadio più alto. Lo screen saver del computer citava Ovidio. Ed eccomi in una stanza non mia, guardato e giudicato da cento soprammobili. Alcune stanze erano davvero ostili. Chi ti credi di essere, mi dicevano. Noi eravamo qui prima di te, e ci saremo quando tu non sarai più nemmeno un numero sull'agendina. Altre angoscianti, proprio per quanto mi sembravano vuote e mi chiedevano di essere riempite, e in quel momento capivo che non erano per me, che anche se avessi voluto non ce l'avrei fatta, ma evidentemente non lo volevo. 

Quindi ecco sì, Il cielo in una stanza è un capolavoro di canzone, però mi sarebbe piaciuto ascoltare la seconda parte: quella in cui il soffitto torna viola, gli alberi tornano a chiudersi come pareti, e Gino Paoli si domanda: cosa ci faccio qui? Perché forse lui sarebbe riuscito a spiegarlo in due strofe, e il ritornello strumentale. Io invece sono già a tremila caratteri, maledizione. 

martedì 24 marzo 2026

Vanno tutti a sbattere contro un referendum (ma perché?)


Il risultati di questo referendum erano così ampiamente prevedibili che li avevo preveduti persino io, due anni fa, quando ancora non si sapeva su cosa si sarebbe fatto il referendum: e però sembrava inevitabile che il Centrodestra ne organizzasse uno, e ci andasse a sbattere (ma perché?) Poi lo confesso, man mano che ci si avvicinava alla scadenza, e per molto tempo sondaggi e analisti sembravano dar ragione ai meloniani, anch'io ho dubitato: del resto mica sono un professionista. E questa è forse la cosa più interessante: che anche stavolta si sono sbagliati i professionisti. 

Se ne deducono alcune leggi empiriche sugli ultimi 15 anni di postberlusconismo (2011-2016), ovvero:

1) Chi si trova al governo dopo aver più o meno vinto una consultazione elettorale, cercherà dopo qualche tempo di ottenere un'ulteriore investitura popolare, mediante un voto che dovrebbe trasformarsi in un plebiscito: Renzi col referendum del 2016, Salvini facendo cascare il governo al Papeete nel 2019, Meloni nel 2026.

2) Tutti questi plebisciti falliscono, più o meno clamorosamente.

3) Gli esperti, i consulenti, i politologi, i sondaggisti... sono sempre tutti convinti che questi plebisciti siano una buona idea – finché non si accorgono che non lo è, ma sempre troppo tardi.

Tutti questi in fondo non sono che corollari dell'unica vera regola non scritta ma inossidabile del quindicennio postberlusconiano: (4) i leader ballano una sola stagione, e neanche tutta. Si scaldano nell'angolo mentre il leader precedente viene suonato al tappeto; irrompono pieni di fresca energia; cercano di reggere i colpi ma di solito non arrivano a fine legislatura (Meloni sarebbe la prima). Non ce l'ha fatta Grillo, non ce l'ha fatta Renzi (il più arrembante e incosciente, non aveva nemmeno vinto un'elezione legislativa), non ce l'ha fatta Salvini, non ce l'ha fatta Conte (che è quello che fin qui ne è uscito con le ossa meno rotte). Il potere logora chi ce l'ha, come per altro è giusto che sia in un periodo recessivo. È una regola abbastanza evidente, eppure ancora nessuno l'accetta. Nessuno che la politica la osservi e la commenti di professione; nessuno che la giochi ai massimi livelli. E ancora, perché? Cosa illude il leader di turno di poter sconfiggere il banco, anche quando ha numeri inferiori al precedente?

Potrebbe essere l'ombra lunga di Berlusconi? Magari non riescono a capire che lui non era un semplice personaggio, ma un uomo di potere, con interessi ben più concreti e ramificati. Berlusconi sì, sopravvisse a tante sconfitte elettorali, e non per qualche sua innata qualità, ma perché possedeva tutti i media necessari a restare sulla cresta dell'onda anche quando perdeva. E quindi, dopo tanti anni, e a Berlusconi apparentemente morto e sepolto, il problema sarebbe ancora lo stesso: non aver compreso in cosa consistesse il conflitto d'interessi. Renzi, Salvini, Meloni, devono essersi convinti che la longevità di Berlusconi dipendesse da una misteriosa unione empatica con gli italiani, e non dal mero controllo dei mezzi di propaganda. Ne deducono che questa unione empatica sia alla loro portata: basterebbe mettere gli italiani al muro, costringerli a scegliere tra loro e tutti gli altri. Messi al muro, gli italiani scelgono tutti gli altri. Berlusconi era un leader/boss: dopo di lui abbiamo visto dei leader/personaggi molto più volatili, sui quali i gruppi di potere (ma anche i semplici elettori) puntano finché danno una certa sensazione di novità – che dura al massimo quei due o tre anni, dopodiché ci sarà senz'altro qualcosa di nuovo e più interessante. 

Da Wikipedia, i sondaggi sul referendum, mannaggia a chi li paga. 

Tutto chiaro, no? A me sembra molto chiaro. E allora perché ci cascano? Prendi ad esempio Giorgia Meloni. Non è che dovesse fare una cosa molto complicata: si trattava di contare i voti che stava prendendo. Non le percentuali – che finiscono sempre per illuderti: i voti secchi. Ci ricordiamo tutti che Giorgia Meloni vinse le elezioni del 2022. Secondo alcuni le stravinse. Quegli alcuni guardavano le percentuali. Il centrodestra guidato da Giorgia Meloni, nel 2022, prese dodici milioni di voti. Sono tanti? PD e M5S, che correvano separati, non arrivarono insieme a undici. Ecco. 

A quel punto Giorgia Meloni doveva porsi il problema: ne prenderò mai di più? O ne prenderanno gli altri? Perché ad esempio, nel 2018 il Centrodestra ne aveva presi sempre dodici milioni (persino quattrocentomila in più); PD e M5S, invece, ne avevano presi rispettivamente undici e otto. Bene. Dunque tra 2018 e 2022 cos'era successo? Che molta gente aveva smesso di votare PD e M5S. Com'era ampiamente prevedibile, considerato che PD e M5S avevano condiviso le maggiori responsabilità di governo (peraltro durante una pandemia gravissima). Questa disaffezione non aveva portato molti più voti al Centrodestra: questo Giorgia Meloni aveva tutti i dati per capirlo. Se voleva aumentare il suo bacino elettorale, doveva inventarsi qualcosa. Ma quando si è al governo è molto più difficile, no? 

Un anno fa, i più se lo saranno dimenticati, ci fu un referendum abrogativo che fu definito un "disastro" per il Centrosinistra: in effetti non fu raggiunto il quorum – com'era scontato che succedesse – e però più di dodici milioni di elettori votarono per abrogare leggi promosse e difese dal Centrodestra. Esatto, proprio dodici milioni. La stessa cifra che fin qui Giorgia Meloni non è riuscita a superare. Probabilmente in quell'occasione tramontò l'idea di un referendum sul premierato – una riforma troppo personalizzata – e però un referendum costituzionale andava fatto comunque, è come un impulso incontrollabile, una specie di bomba a orologeria innestata in ogni maggioranza di governo: e così siamo arrivati al referendum di ieri. Ora, lasciate stare le percentuali. Contate i voti secchi. Quanti voti ha preso il Sì, ieri?

13.251.848

Quindi ce l'ha fatta! Giorgia Meloni è riuscita a superarsi! Certo, bisogna anche calcolare i centristi che ufficialmente non si candideranno mai con lei (pronti a diventare una stampella non appena ce ne fosse la necessità) e persino certe frange di M5S e PD. Però, insomma, Giorgia Meloni dovrebbe avere più di dodici milioni di elettori dalla sua parte.

Il PD e il M5S ne hanno quindici. 

Fine.

Questa è l'unico risultato che andrebbe discusso – per quanto vada contro la narrazione che tutti abbiamo deciso di farci, di un Centrodestra invincibile che dovrebbe aver conquistato il cuore degli italiani: no. Dal 2016 al 2022, ha perso dei voti. Dal 2022 al 2026, non sembra averne recuperati. Gli avversari sì. Ora, è ben vero che nei prossimi mesi tutto può succedere: ma cosa può succedere che renda Giorgia Meloni più popolare di quanto lo era nel 2022, all'opposizione? Se Trump davvero fa la pace, e la benzina crolla di schianto, e non avvengono disastri naturali, e nessun altro sottosegretario si fa beccare in società con un camorrista, forse, dico forse... ma è sempre più dura, no? Se riuscisse a parlare ai giovani... è andata da Fedez. Niente da fare. Magari brevettando una legge elettorale che offra un premio di maggioranza al secondo arrivato – conoscendo i precedenti, è persino probabile. Giorgia Meloni non è stupida. Come ha potuto convincersi che lei, a differenza di Matteo Renzi, non sarebbe andata a sbattere?

C'entrano forse i sondaggi. Anche stavolta, fino a venti giorni fa, guardando i sondaggi il Centrodestra credeva di avere la strada spianata, e poi? E poi niente, all'improvviso i sondaggi hanno cambiato idea, salvo che non è possibile: qualcuno li truccava? L'unica spiegazione che riesco a trovare è la seguente: fino a venti giorni fa, la gente rispondeva a caso, più o meno quello che il sondaggista voleva sentirsi rispondere. Fino a venti giorni fa, all'italiano medio non fregava nulla di questo referendum, probabilmente non riteneva di voler votare. La vera risposta che i sondaggi avrebbero dovuto dare aa Meloni era: non ce ne frega niente del tuo referendum. E quindi i sondaggi sono soltanto la punta iceberghiana del problema, che è l'autopercezione che i questi leader hanno di sé e dell'interesse che stimolano nei cittadini. Quella bolla mediatica alla quale non riescono a sottrarsi e che li persuade di essere interessanti anche quando parlano dell'argomento meno sexy al mondo che potrebbe davvero essere la separazione delle carriere e dei CSM. 

Venti giorni fa il referendum comincia a forare l'attenzione: in quel momento l'italiano medio si informa e immediatamente si polarizza: sbilanciandosi nel modo in cui tutti potevamo prevedere che si sbilanciasse, tranne paradossalmente i sondaggisti e i commentatori politici: contro il governo. Come era successo con Renzi, e per lo stesso motivo: governare stanca. Il calo di affluenza nelle regioni meridionali, che nel 2022 erano passate sensibilmente dal M5S al Centrodestra, mi suona come una conferma. E tuttavia...

E tuttavia ogni regola in politica ha le sue eccezioni. Specie se confligge con altre ancora più generali di quelle che ho trovato io. Ad esempio ricordiamoci di questa:

5) Ogni volta che la Sinistra sembra sul punto di vincere (1919 – 1994 – 2013) il Capitale si inventa qualcosa. Questo qualcosa magari non può più essere Giorgia Meloni, ma l'unico sostituto finora escogitato (il generale Vannacci) fin qui non ha dato una gran prova di sé. Può anche darsi che alla fine Giorgia Meloni rimanga alla barra in mancanza di meglio. Così come può darsi che quel misterioso corpo stellare in perenne evoluzione – il M5S – si risvegli dopo una fase relativamente stabile e deflagri in qualcosa di imprevedibile. Altre ipotesi non mi vengono in mente, ma dopo tutto non sono un esperto. Anche se, ecco, tendo ad azzeccarci un po' più spesso. Il che non cessa di sorprendermi: di inquietarmi, persino.

sabato 21 marzo 2026

La riforma che piace ai Bassotti

A chi vuole votare soltanto nel merito, a chi ha ponderato lungamente e ha deciso che separare le carriere è una cosa giusta (qualsiasi cosa significhi), a chi pensa che un voto a una riforma promossa da una banda di fasci non equivale a votare per la medesima banda di fasci presi dal panico che pur di recuperare qualche punto in percentuale adesso taglia soldi a sanità e istruzione per calare le accise (che rialzerà tra venti giorni), cosa posso dire?

Va bene, allora proviamoci con una dimostrazione per assurdo. Ponete che un membro del governo sia coinvolto in uno scandalo – sì, lo so, è assurdo. Che scandalo? Mah, poniamo che si scopra che fa affari con la camorre. Che tipo di affari? Uff non ne ho idea. Diciamo che è socio di un'impresa che evidentemente ricicla denaro sporco, intestata a una parente di un boss della 'ndrangheta. Che tipo di impresa? Ma tiro a caso, guardate: una bisteccheria. Mi rendo conto che queste cose non potrebbero succedere, però vi chiedo la cortesia di immaginarlo. Come reagirebbe il governo, un governo di questa repubblica? 

Ma ovviamente chiederebbe e otterrebbe immediatamente le dimissioni del tizio: voglio dire, se non siamo bambini piccoli sappiamo tutti cosa significa essere soci di un boss. Anche essere soci di un parente prossimo di un boss, che apre una bisteccheria in una città apparentemente lontana dai suoi interessi. Sappiamo tutti cos'è il riciclaggio di denaro, e quindi il tizio nel giro di poche ore si dimette e attende che l'inchiesta faccia il suo corso. Ma a questo punto vi chiedo un'ulteriore sforzo di fantasia. 

Immaginate che non succeda così. Che al governo, per una qualche congiunzione astrale, si sia installata una gang di personaggetti piagnoni e prepotenti, che approfittino del caso per mettersi a lamentare una persecuzione della magistratura nei loro confronti – sì, capisco l'obiezione: chi li voterebbe, dei simili gaglioffi? Ma mettiamo che siano i residui di una lunga battaglia culturale perseguita da gruppi industriali (ed editoriali) che pur di non far vincere un centrosinistra avrebbero promosso anche la Banda Bassotti. Sono ipotesi campate per aria, mi rendo conto: ma per favore, immaginate che a un certo punto succeda. La Banda Bassotti vince le elezioni e poi si lamenta perché i magistrati si accorgono di certi loro addentellati con la camorra. I pm che provano a indagare vengono deferiti a un'Alta Corte composta da 15 giudici: tre nominati dal Presidente della Repubblica, tre sorteggiati in base ad un elenco formato dal parlamento in seduta comune, sei giudici e tre magistrati "requirenti" estratti a sorte. Ora, lasciamo pure stare il fatto che per introdurre questa Alta Corte bisogna scalpellare un bel po' di Costituzione, e che lo stesso ministro Nordio non ci abbia ancora saputo spiegare se e dove le sentenze di questa Alta Corte siano appellabili; lasciamo stare tutto. Abbiamo una giuria formata da sei membri politici, dai quali è lecito sospettare una certa malevolenza nei confronti di un imputato che stia dando fastidio alla maggioranza di governo (partiamo dal presupposto che se al governo c'è la Banda Bassotti, al parlamento ci sia una maggioranza che la sostiene; e al Quirinale un presidente che se la fa piacere. È fantascienza, lo so). 

E poi ci sono nove togati, invece, sorteggiati tra tutti i magistrati "che abbiano i requisiti di legge per ricoprire l’incarico". Così, completamente a caso: magistrati estrapolati improvvisamente dalle loro famiglie, dalle loro inchieste, e catapultati a Roma per giudicare dei colleghi. Che ne dite? Magari, per la legge dei grandi numeri, potrebbe ritrovarsi nell'Alta Corte un nucleo di magistrati preparati, competenti e al di sopra delle parti; ma anche dotati di sufficiente autorevolezza per reggere la pressione dei membri politici. Tutto è possibile, del resto. Ma è molto possibile il contrario: che i membri togati dell'Alta Corte non abbiano né la preparazione né il carisma per contrapporsi ai membri politici. Così alla fine un'Alta Corte del genere potrebbe essere usata, da un governo colluso con la criminalità, per bloccare ogni inchiesta della magistratura nei suoi confronti. Altri motivi per istituirla, in effetti, quest'Alta Corte, non mi vengono in mente. 

Mi si obietterà che sto esagerando, che nessun membro del governo si assocerebbe mai a malavitosi in società a scopo riciclaggio, e che nel remotissimo caso che ciò accadesse, si dimetterebbero subito, magari si autosospenderebbe tutto il governo in attesa che un'inchiesta assolutamente indipendente dalla politica facesse luce sulla questione. Che dirvi. Me ne rendo conto. Ma così come le nostre case dovrebbero essere a prova di terremoto, la nostra costituzione dovrebbe essere a prova di camorra. Se non la pensate così votate pure Sì, che altro ancora posso dirvi.  

venerdì 20 marzo 2026

Umberto Bossi, l'impostore

Addio a Umberto Bossi, profeta della Seconda Repubblica. Se Berlusconi ne è stato il messia, Bossi è la vox clamantis che ne ha anticipato le mosse, dissodando il terreno, creando le condizioni per un successo che stava per travolgere lui per primo, e col quale ha imparato a convivere. C’è un prima e un dopo Bossi nella Storia, se non d’Italia, almeno del linguaggio politico.

Prima di lui i politici si punzecchiavano in punta di fioretto. A inizio ‘80 un ministro era finito in prima pagina per aver definito “comare” un collega. Dagli stessi giornali, poco più di dieci anni dopo, Bossi ci informava che “La Lega ce l’ha duro”. Una frattura profonda, che Bossi da solo non ha provocato, ma che confusamente aveva previsto. La vecchia retorica del pentapartito non funzionava più: così come la lingua del PCI, ancorata al mito di una rivoluzione impossibile. Umberto Bossi, quando per la prima volta ci apparve in tv, sembrava spuntato all’improvviso dal territorio, come i nani delle leggende norrene: la voce già cavernosa, l’accento nordico inconfondibile ma indefinibile (chi aveva mai sentito un varesotto?), le idee poche e apparentemente concrete, come il ceto piccolo-industriale a cui si rivolgeva: più autonomia al nord, meno soldi a Roma. Tanto bastò per portarlo nel 1987 a Palazzo Madama, unico senatore del partito che si era fondato praticamente in casa, pochi anni prima: il più grande colpo gobbo della storia della Repubblica – fino a quel momento. Perché in quella piccola industria di cui si era autonominato difensore, Bossi non ci aveva mai lavorato. Forse.

Non lo sappiamo: i suoi primi 38 anni sono uno dei misteri meglio conservati della politica italiana... (Continua su Rivista Studio)

martedì 17 marzo 2026

Un'altra riforma sociopatica

Ho già sentito da qualche parte la solita obiezione: questa riforma la votereste, se non la proponesse questo governo. Un paradosso, che se non altro attesta una certa difficoltà non solo culturale, ma anche logico-cognitiva. Hitler ha invaso la Polonia... e se l'avesse invasa Gandhi, non vi garberebbe, questa invasione della Polonia? No, davvero, no, e non è perché ci sia antipatico Hitler. Allo stesso modo, ricordiamo, non si tratta di bocciare una riforma costituzionale perché non ci piace la maggioranza governativa che la promuove: si tratta di constatare che questa maggioranza non fa che promuovere leggi orribili – e anche questa ne ha tutta l'aria. È una riforma partorita dal grembo berlusconiano, e ne conserva i tratti genetici: un contratto che nasconde clausole vessatorie, astuzie da piazzista spacciate per grandi riforme. E sopra tutto quella grande diffidenza istintiva, pre-logica, per qualsiasi istituzione, qualsiasi corpo intermedio, qualsiasi gruppo di persone anche solo vagamente organizzato; per la società, in breve. Non dovrebbe esistere. Se malgrado tutti i nostri sforzi continua a farlo, dev'essere a causa di un complotto contro il mio interesse particolare. Berlusconi ha avuto tanti figli, ne trovate in tutti i partiti, e li riconoscete al volo, al primo sciopero: non capiscono cosa succede. I sindacati, perché esistono? I partiti, perché non si riducono ad agili comitati elettorali? Le associazioni, perché si associano?

E le correnti della magistratura? Non possono che avercela con me. 

Trent'anni di retorica scadente sul "correntismo" della magistratura (retorica promossa, ricordiamo, da un tizio che possedeva una larga fetta dei media benché i magistrati avessero dimostrato che la cosa era illegale) non dovrebbe far dimenticare al cittadino educato che l'autonomia del potere giudiziario significa che esso non deve dipendere dal legislativo e dell'esecutivo, e quindi dalle correnti che percorrono il dibattito politico; il che non significa, se non siete cresciuti a editoriali del Foglio e botte in testa, che ai magistrati non possa capitare di avere opinioni, di dividersi in correnti che le rappresentano, come del resto è inevitabile, se sono esseri umani e hanno diritti (e il diritto all'associazione, ricordiamo, è costituzionale).

Che le correnti possano degenerare in lobby e camorre è cosa senz'altro possibile – lo abbiamo tante volte visto succedere nella sfera politica, e i magistrati non sono santi – ma andrebbe dimostrato caso per caso e con prove tangibili, che di solito chi si lamenta del "correntismo" non si dà la pena di esibire. 

La cosa è resa un filo più ipocrita dal fatto che molto spesso, appunto, dietro queste accuse ci sono lobby, camorre, o comunque esponenti di partiti politici che non trovano affatto strano che la propria categoria si divida a seconda di opinioni e interessi: succede naturalmente in tutti gli ambiti del comportamento umano, perché non dovrebbe succedere ai magistrati? E perché dovrebbe compromettere proprio la loro professionalità, e non quella di altre categorie? 

Parlerò della mia piccola esperienza diretta. Appartengo a una categoria (gli insegnanti) che in teoria detiene un grande potere (i collegi docenti possono deliberare su tantissime cose) ma nella pratica non ho mai avuto la sensazione di esercitarlo perché, in linea di massima, i collegi sono immense assemblee di lavoratori che non hanno molta idea del potere che hanno, né fiducia dei colleghi con cui potrebbero organizzarsi a esercitarlo (spesso non li conoscono; nella scuola dell'obbligo i collegi riuniscono insegnanti di 5-6 plessi diversi, infanzia primaria e medie). Per cui ci si riduce quasi sempre a plebiscitare le indicazioni del dirigente e del suo staff, che almeno dà la sensazione di sapere di quel che parla. A questa situazione periclea, in cui l'assemblea diventa in sostanza la cassa di risonanza delle decisioni di un tecnico e dei suoi collaboratori, non siamo arrivati per caso: è un risultato che, se non è stato attentamente perseguito, comunque non dispiaceva a chi non si fidava della classe docente e dalle autonomie che col tempo si era conquistato.  Chi immagina un organo rappresentativo senza 'correnti', forse non se ne rende conto, ma persegue lo stesso obiettivo: i rappresentanti dei magistrati dovrebbero smettere di avere idee e opinioni e trasformarsi in automi disposti ad alzare la mano quando qualcuno propone qualcosa (qualcuno dotato di maggiore autorevolezza, in quanto nominato da un potere politico quello sì, organizzato in solide correnti). Ovviamente non andrà così, anche solo perché il CSM sarà pur sempre un parlamentino dove il voto anche di un singolo magistrato avrà peso: salvo che invece del bilancino con cui le correnti esercitavano quel peso (con gli strumenti tipici di ogni democrazia, la ricerca del consenso e il compromesso), esso piomberà in ogni discussione con la mala grazia del bossolotto estratto a caso. Siete liberi di trovarlo un progresso, ma forse dovreste smettere di leggere il Foglio – e anche di darvi tutte quelle botte in testa.

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