Presidente Meloni, le scrivo perché non capisco.
Ho letto che ha definito "inaccettabile" una cosa che è successa nella Palestina occupata. Com'è possibile che qualcosa che accade laggiù sia "inaccettabile"?
Non è vero, Presidente, che laggiù sono state uccise decine di migliaia di persone, perlopiù civili: assediate, bombardate e affamate da un esercito occupante in base a un principio di ritorsione sconosciuto al diritto internazionale? Non è vero che chi assedia, chi bombarda e chi affama, è un nostro riverito alleato, e che noi accettiamo tutto quello che fa? E se accettiamo tutto quello che fa, cosa ci può essere di peggio, cosa può esserci di "inaccettabile"?
In pratica sarebbe successo questo brutto fatto: due carabinieri stavano perlustrando una zona occupata per preparare la visita ufficiale di alcuni diplomatici UE, quando hanno incontrato un cittadino israeliano. Un riservista, a quanto pare. Armato – com'è la prassi, laggiù. E questo riservista avrebbe intimato loro di inginocchiarsi. Cosa che essi hanno fatto. Credo che lo avrei fatto anch'io, nei loro panni.
Questo episodio, senz'altro sgradevole, lei ha deciso di considerarlo "inaccettabile", e io non capisco. Cioè, capisco quanto sia sgradevole (per due membri dell'Arma, poi!) doversi inginocchiare davanti a un tizio che in teoria, se le risoluzioni Onu fossero rispettate, non avrebbe nessun motivo di essere lì, né di essere armato. Anzi ci terrei ad aggiungere che sono solidale con loro, e condivido il loro senso di umiliazione. Ma a lei che ha una ben maggiore responsabilità – e dalla sua posizione, una migliore visione delle cose – non può sfuggire che a ordinare ai due carabinieri di inginocchiarsi era un cittadino israeliano. E quindi.
E quindi se un israeliano ci dà un ordine, presidente, noi ci permettiamo di discuterlo?
Addirittura di trovarlo "inaccettabile"?
Trovo la cosa incomprensibile, se non addirittura un po' antisemita – egregia presidente, io a questo punto avevo capito che qualsiasi cosa gli israeliani ci chiedono di fare, noi dobbiamo accettarla di buon grado e senza troppe discussioni. E inginocchiarsi un po', per quanto faticoso, non è certo la cosa più umiliante che ci chiedono di fare, anzi.
Li stiamo armando, li stiamo spalleggiando. Se a Netanyahu venisse l'uzzo di venirla a trovare, benché tecnicamente sia un ricercato internazionale (e il mandato lo ha spiccato una corte a cui abbiamo aderito) noi lo proteggeremmo. Con le nostre forze dell'ordine, polizia e carabinieri, cosa possiamo fare di più compromettente che proteggere un criminale internazionale alla luce del sole?
Ma se accettiamo questa cosa, presidente (e lei l'ha accettata!), che vuole che sia un inchino, al confronto?
Un inchino, presidente, non è che la plastica descrizione del nostro atteggiamento: noi siamo sempre inchinati a Israele. Qualunque cosa faccia, ci deve andare bene, anche quando danneggia noi e i nostri amici, ovvero sempre: qualsiasi loro desiderio è per noi un ordine. O sbaglio?
Presidente, in questi giorni in parlamento si discutono diverse proposte di legge, tutte più o meno dettate da associazioni di amici di Israele. In queste proposte si legge, molto chiaramente, che il diritto di parola in Italia non deve essere esercitato troppo liberamente, laddove confligga col ben più incontestabile diritto di Israele di fare ciò che vuole senza essere criticato. Un'eventuale critica allo Stato di Israele sarà da qui in poi considerata un atto di antisemitismo, ovvero (anche se ancora non si può dire, ma all'idea ormai ci stiamo abituando) un reato di pensiero. Queste proposte di legge – una delle quali è stata stilata da un suo vecchio compagno di partito – si basano tutte su una definizione di antisemitismo che è stata evidentemente rimaneggiata da alcuni amici di Israele, al punto che il risultato è un testo ridicolo, un'offesa al senso comune e all'intelligenza di chi lo legge: ma non importa. Davvero, tra l'intelligenza e la fedeltà a Israele non è che si possa scegliere: la mia sensazione per lo meno è che la scelta sia già stata fatta. E quindi, presidente.
Che problema sarà mai un inchino? Certo, se uno non è allenato può fare male alle giunture. Ma noi ormai siamo allenati, perlomeno da un punto di vista morale. Israele ci ordina, noi dobbiamo ubbidire. Sempre, e celermente. Questo pezzo che le scrivo, tra qualche mese non potrò più scriverlo, o sbaglio? Sbaglio a ritenere che un pezzo del genere possa essere considerato antisemita, e in quanto tale passibile di denuncia per psicoreato? In questo pezzo è suggerito che in Italia vi siano politici che antepongono ai nostri interessi nazionali quelli dello Stato di Israele, il che è ovvio ed evidente, ma è anche una nozione che non potrà più essere messa per iscritto, in quanto affermare qualcosa del genere (anche qualora sia evidente e conclamato) rientra nella definizione ormai accettata di antisemitismo: una definizione che dovrebbe fare accapponare la pelle di ogni giurista serio e coscienzioso, ma dobbiamo ormai accettare che la coscienza, la decenza, il diritto internazionale, i diritti civili, sono tutte cose che valgono fino a un certo punto. E che questo punto lo decide Israele, in qualsiasi momento. Perché scusi, eh:
Se un giorno Netanyahu le si presentasse a Palazzo Chigi e le domandasse di inginocchiarsi, non lo farebbe?
Se le chiedesse di prostrarsi al suo cospetto – come Aman al cospetto di Ester – non lo farebbe?
Non lo ha già fatto, in fondo? E perché dovrebbe smettere di farlo?
E perché non dovremmo farlo noi, ogni volta che un israeliano ci chiede di farlo, anzi ringraziando?
Presidente, vorrei metterla al corrente di alcune mie paure. Lei è più giovane, ma credo sia stata informata di quel periodo in cui la Repubblica Italiana, pur trovandosi a far parte della Nato in una delle posizioni più avanzate sullo scacchiere europeo, rischiava a ogni elezione che la maggioranza del parlamento fosse l'espressione di partiti comunisti e socialisti più vicini all'Unione Sovietica. Un paradosso molto pericoloso: come si risolse? Eh, forse ne ha sentito parlare: scoppiarono alcune bombe, dopodiché (anche per altri motivi) il rischio si ridimensionò. Storia vecchia, e speriamo archiviata. Ultimamente però ci troviamo in questa situazione: siamo una delle nazioni europee più vicine a Israele – e lo siamo anche per la sua propensione a inginocchiarsi; e però in Italia, più che in altri Paesi, ha preso forma un movimento di protesta nei confronti del governo Netannyahu e della sua politica (lo scrivo finché posso), genocida. Un altro paradosso abbastanza pericoloso, come si risolverà?
Gli israeliani ogni tanto, nella loro illuminata superiorità, ci avvertono: c'è un forte rischio di attentati. Ovviamente non da parte loro, figuriamoci. Qualche arabo pronto a rivendicare lo si trova sempre, non costano tanto. Però davvero, il rischio c'è, e ho il sospetto che lei se ne renda conto. E con lei tanti parlamentari che davvero a questa legge anti-antisemitismo ci tengono tanto. Accusarli di far parte di una lobby è così miope – cioè, certo che fanno parte di una lobby: ma è per il nostro bene. L'alternativa l'abbiamo già vista, no? Ma a questo punto.
A questo punto le chiedo per l'ultima volta: cosa c'è di "inaccettabile" in un inchino? Forse che non ci inchiniamo tutti i giorni? Forse che non si inchina il governo? Forse che non si inchina il parlamento? E allora è inaccettabile che si inchinino i carabinieri? Proprio loro, usi a obbedir tacendo e tutto il resto? Suvvia.
Richiami l'ambasciatore, le chieda scusa, e se fa l'offeso le offra casa sua – forse che se un israeliano reclamasse casa sua, non gliela cederebbe ringraziando? Un antisemita non lo farebbe e lei, presidente, non vuol mica passare per antisemita, no?
Grazie per l'attenzione, e salute ai suoi padroni.
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