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venerdì 5 giugno 2026

Tutto quello che ho capito dell'Iran

Credo sia ingeneroso affermare che tutto quello ho capito dell'Iran, me l'ha insegnato Marjane Satrapi. Lei stessa, se fosse viva e presente (e so di scrivere una sciocchezza, ma è una persona che non ho smesso di sentire viva e presente), lei stessa mi potrebbe obiettare: ma guarda che dell'Iran, tu, hai capito pochissimo: e comunque io – che meritavo allievi più attenti – non sono l'Iran, non ho mai preteso di esserlo; al massimo sono una persona che è cresciuta negli anni della rivoluzione e della guerra ed è scappata e sopravvissuta per raccontare la sua piccola storia; dopodiché ho fatto tanto altro... ma tu continui soltanto a rileggere Persepolis, a guardare Persepolis; sei uno dei tanti che non riesce ad accettare che sono cresciuta, forse perché non sei cresciuto tu. Tutto giusto, tutto vero, e mi vergogno: mi dispiace non averla seguita dopo Persepolis, è un grosso problema che ho con gli artisti che sopravvivono ai loro capolavori, tenga conto che per vent'anni non ho voluto accettare che Paul McCartney avesse inciso dischi dopo il 1969. Mi dispiace non aver studiato qualcosa in più su una nazione che è sempre più importante – certi capolavori sono come dei segnaposti, leggi Kundera e sei a posto con la Cecoslovacchia, leggi Persepolis ed è così facile, l'Iran raccontato con dei disegnini gradevoli, che bisogno c'è di approfondire. E allo stesso tempo, Madame che posso dirle: qualche mese fa, a guardare tv e leggere giornali, sembrava che il futuro della Persia fosse un tizio di cognome Pahlavi. Ci cascava anche gente molto informata, anzi più si informavano più ci cascavano. Io invece pensavo a lei, ai suoi disegnini apparentemente ingenui, e non ci potevo cascare. Avrò anche capito poco, ma l'ho capito bene. 

Proprio perché non ha mai preteso di raccontare una storia che non fosse la sua; ma raccontandola nel modo più impietoso, più sincero possibile. Persepolis non è l'Iran: è una Teheran che all'inizio si dà ancora arie di capitale cosmopolita. La piccola Marjane è figlia di borghesi intellettuali, e nipote di principi comunisti. I pasdaran non nascono nella notte della ragione: sono operai e contadini che si riprendono la capitale. In una delle scene più illuminanti del film, una signora si accorge che il funzionario che potrebbe concedere un visto al marito cardiopatico, il funzionario che ha il potere di vita e di morte su suo marito, è il suo vecchio lavavetri. Quel che è successo nell'Afganistan dei talebani – ma anche nella Turchia di Erdogan: ci piace continuare a guardare il mondo con le lenti che selezionano gli aspetti religiosi, ma dietro alle vittorie dell'integralismo islamico c'è una mera questione demografica: a volte le campagne pesano più delle grandi città, e questo in Occidente non riusciamo a capirlo. Né Marjane Satrapi voleva più di tanto spiegarcelo: lei si contentava di raccontare la sua storia, e a volte basta questo: una storia raccontata con sincerità, tracciando con attenzione le coordinate storiche, economiche e sociali. Probabilmente agli artisti dovremmo chiedere soltanto questo. Non proclami, nemmeno prese di posizione (quelle dobbiamo  prenderle noi), ma storie sincere. Precise, impietose. Certo, tanta sincerità non è per tutti. Può anche ucciderti – non so se sia stato il suo caso, ma già Persepolis lasciava sospettare una insidiosa fragilità. Quella corazza di bugie, mezze verità e silenzi che noi mediocri lasciamo crescere sulle nostre depressioni e le nostre manie, Marjane Satrapi non se la poteva permettere: aveva messo la sua vita in quei disegnini, e non riusciva più ad averla indietro. Non so più che dire, di solito un coccodrillo serve a sentirsi meglio. Ma non credo che sia giusto sentirsi meglio. Marjane Satrapi è morta, mi ha dato tantissimo, e io non le restituirò mai niente. Credo sia giusto sentirsi di merda. 

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