[Questo pezzo è apparso il 18 febbraio sul Manifesto. Era stato scritto qualche giorno prima, ma vorrei rassicurarvi: è ancora attuale. Nel senso che a oggi il bonus che i docenti dovevano percepire a settembre non è stato ancora corrisposto; il che dovrebbe forse trattenere i consulenti del Ministero dal lodarne le caratteristiche e le finalità, se conoscessero, non per sentito dire, un minimo di decenza. È pur vero che sono pochi soldi, ma sono nostri. C'è una parola molto semplice che definisce chi si tiene i miei soldi, invece di darmeli].
Ma quando riaprono la Carta Docente? Ogni tanto ancora qualcuno in sala insegnanti se lo chiede. Nessuno ha più il coraggio di rispondere, perché fin qui tutte le previsioni sono state deluse. Ce l’aspettavamo a fine settembre – e già allora qualcuno borbottava: in effetti, se c’è un periodo in cui i docenti hanno veramente bisogno di comprare libri, materiale, e iscriversi a corsi d’aggiornamento, è proprio nel mese in cui tradizionalmente il servizio viene sospeso. Stavolta però a ottobre la carta non si è riaperta, e chi non si era affrettato a spendere i suoi 500€ di bonus annuale ha avuto un brivido: ce li riaccrediteranno? Di solito succede, ma se stavolta non succede?
Dopo settimane di suspense, la piattaforma si è effettivamente riaperta. A quel punto abbiamo scoperto che le aziende che gestiscono lo Spid – un servizio ormai indispensabile, non solo per usufruire della Carta – non lo faranno più gratis. Ma almeno il bonus arretrato era ancora lì, dove i meno spendaccioni lo avevano lasciato: quello del 2025/26 però non era ancora accreditato, e a quel punto chissà se lo sarà. Speravamo almeno per Natale, ma c’è sempre un inghippo burocratico, una sentenza da rispettare, un provvedimento da riscrivere. A quanto pare si tratta di un decreto interministeriale che dovrebbe essere approvato a fine febbraio, dopodiché finalmente i docenti potranno accedere a quello che gli spettava di diritto a settembre. Sei mesi di ritardo, per una categoria storicamente sottopagata che nel frattempo sta sperimentando un’evidente perdita di potere d’acquisto. Il minimo che si possa dire è che ci sia stato arrecato un danno: ragione per cui qualcuno cominciava ad aspettarsi una beffa. Di solito funziona così, con questo governo almeno.
Se ne è voluta forse incaricare Loredana Perla, coordinatrice della commissione governativa che sta riscrivendo le indicazioni nazionali. Alcuni giorni fa la pedagogista se l’è presa con insegnanti e sindacati che criticano la “nuova carta”, che non sarà più semplicemente una “carta docenti”, ma una “carta servizi” che potrà essere impiegata non soltanto per consumi culturali, ma per esigenze più pedestri (ancorché necessarie) come i trasporti. È pur vero che sarà un po’ leggera (100 euro in meno, una riduzione del 20%!), dato che la “platea dei consumatori” si è allargata: varie sentenze hanno infatti ribadito l’obbligo del governo a corrispondere il bonus anche ai docenti precari. Qualcuno potrebbe obiettare che siamo lavoratori, non pesci in un acquario che aumentando di numero devono accontentarsi di meno mangime pro capite: se gli aventi diritto a un bonus aumentano, non c’è nessuna legge matematica o sociale che proibisca di aumentare il budget; insomma dove la professoressa Perla vede una necessità, c’è invece una precisa decisione del governo che ha stabilito di non spendere un centesimo in più; e anche quei centesimi, ci sta mettendo sei mesi a trovarli. Immaginate che qualcuno vi proponga di calarvi il salario perché ha intenzione di assumere qualche collega; ecco, questo è il problema coi bonus: hanno una logica tutta loro che non è quella della contrattazione.
Col senno del poi forse aveva ragione chi del bonus si era detto perplesso sin dall’inizio; chi quei 500 euro (40 al mese…) avrebbe preferito vederli in busta: pochi, maledetti e subito. L’idea del bonus non viene dalle associazioni di categoria; è forse quel che resta di una delle stagioni più bizzarre del riformismo scolastico, la Buona Scuola di Renzi. A suggerirla fu un insegnante-scrittore, Marco Lodoli, che più volte spiegò come il suo intento fosse convincere gli insegnanti a tenersi aggiornati, ad andare oltre i soliti classici, insomma a leggere anche gli autori viventi. Sin dall’inizio insomma la misura fu vista come un aiuto, più che agli insegnanti, all’editoria, e in generale alla traballante industria culturale; il problema non era tanto che i prof avessero pochi soldi da spendere, ma che non li spendessero in biglietti di teatro, in libri (possibilmente libri nuovi, scritti da autori viventi, non i soliti classici). L’acquisto di device digitali era tollerato, purché non fossero i diabolici smartphone. Con queste limitazioni, il bonus non ha mai smesso di essere considerato come un’illuminata elargizione, e non un diritto acquisito; una paghetta per la quale l’insegnante non dovrebbe mai smettere di ringraziare, anche quando l’aspetta per sei mesi e non arriva.
La nuova Carta, ci spiega Perla, sarà «estesa in prospettiva anche al personale amministrativo»: benissimo, ma speriamo che questo non comporti l’ulteriore riduzione di un bonus già esiguo. Sarà insomma qualcosa di fantastico, questa nuova Carta: potremo usarla per andare in autobus come al cinema (chissà se finalmente qualche museo l’accetterà), insomma perché noi utenti non la apprezziamo? Perché insistiamo a borbottare? E noi docenti forse tanto entusiasmo vorremmo condividerlo: a frenarci, fin qui, non è qualche faziosità ideologica, quanto l’antica abitudine (che una pedagogista dovrebbe comprendere) a giudicare non le intenzioni, ma i risultati. Perché per quanto possa essere bellissima, questa nuova Carta, un grosso difetto ce l’ha: non c’è. Non l’ha ancora vista nessuno; chissà, forse a fine mese. Speriamo.
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