Non scriverò una riga per difendere Francesca Albanese dall'ennesimo attacco, organizzato dai soliti manipolatori professionisti. Non lo farò perché in tanti lo hanno già fatto, e comunque l'Albanese sa difendersi da sola. Stavolta più che mai la manipolazione è davanti agli occhi di tutti, il che ha già costretto qualcuno a tapparseli. Non importa più di tanto, non è di questo che dovremmo parlare.
Chi ci vuole far litigare sull'Albanese, oggi, combatte una battaglia di retroguardia, che ha poco a che vedere con la situazione palestinese, col genocidio palestinese e perfino con il lavoro di Francesca Albanese: i report che, fateci caso, non vengono messi in discussione e nemmeno citati. Questo malgrado siano potenzialmente il terreno più pericoloso, quello in cui si citano numeri e fatti, e si mettono per iscritto indizi non sempre dimostrabili. Eppure no, nessuno critica Francesca Albanese per il suo lavoro. Forse perché è inattaccabile? O comunque Israele e i suoi amici non hanno piacere che di questo lavoro si discuta. E invece di cosa dovremmo discutere?
[Déclaration de @FranceskAlbs]
— Caisses de grève (Gauche Gaza) (@caissesdegreve) February 12, 2026
Version des faussaires
vs
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Di antisemitismo. Francesca Albanese viene messa sulla graticola per una frase che, se fosse mai stata pronunciata, definirebbe Israele come "nemico dell'umanità", è questo è antisemitismo e quindi non si può dire. I difensori dell'Albanese a questo punto obiettano – e giustamente – che Francesca Albanese quella frase non l'ha detta: che intendeva qualcosa di diverso. È assolutamente normale obiettare in questo modo a una simile accusa, e io farei lo stesso se mi fosse rivolta. Anzi: io ho fatto lo stesso ogni volta che mi è stata rivolta. Allo stesso tempo, mi chiedo se obiettando con troppa foga non facciamo per caso il gioco di chi ha deciso di spostare il problema su questo livello: da una discussione sul genocidio palestinese, a una discussione sulle parole che si possono usare. No, Francesca Albanese non intendeva dire una certa cosa. Ma anche se l'avesse detta, si sarebbe trattato di qualche brutta parola. Le brutte parole non stanno cacciando i palestinesi dalle loro case: i coloni invece lo fanno. Le brutte parole non stanno uccidendo palestinesi senza fare la minima differenza tra civili e miliziani: l'esercito israeliano lo fa. Le brutte parole sono un problema? Il problema mi sembra piuttosto è un'operazione di pulizia etnica condotta alla luce del sole, nell'imbarazzo dell'opinione pubblica mondiale, mentre i responsabili si lamentano perché qualcuno osa fischiare le loro insegne alle olimpiadi.
Niente di nuovo, tutto sommato. A chi periodicamente (retoricamente) si domanda come mai il conflitto israelo-palestinese attiri l'attenzione molto più di altri scenari di guerra, per me posso rispondere: ci sono stati conflitti più sanguinosi, ma nessuno ha mai visto lo sfoggia di tanta propaganda, di tanta cattiva fede. Forse sono soltanto un appassionato di fenomeni linguistici, e questo tentativo incessante, secolare, di spostare l'attenzione dal sangue alla parola mi ipnotizza, per quanto maldestro come certe pubblicità che ti colonizzano il cervello proprio per quanto sono stupide. Israele viene sospettata di genocidio? Israele nemmeno ci prova, a smentire le accuse. Israele decide di vietare l'uso della parola "genocidio". E così via. E siccome dal peccato di parola al peccato di pensiero il passo è breve, molto presto trovi un debunker professionista pronto ad affermare che non ha nessuna importanza quel che Francesca Albanese scrive: perché anche se non ha detto certe cose, in fondo le pensa. Questa è l'inquisizione, né più né meno, e posso ancora scriverlo perché all'IHRA non hanno fatto i compiti e non hanno ancora pensato a inventare, dopo l'"holocaust inversion", l'"inquisition inversion". Questione di settimane, dopodiché non dubitiamo che anche il parlamento italiano si prostrerà supino, e prima ancora il governo di quella poveretta che non sa più ormai da che parte prostrarsi, che razza di mestiere si è scelta. Niente di nuovo: discutere con un sionista è sempre stato questa cosa esilarante. Riporti dei fatti, si arrabbia perché le tue parole, lette in un certo modo, significano che odi il suo popolo. E il suo popolo non si può odiare! Tutti gli altri sì, il suo no. È un tranello da quattro soldi – un attimo fa stavi parlando di fatti, ora stai parlando del fatto che non odi nessun popolo, ma chi se ne frega? Lascialo perdere, rimettiti a parlare dei fatti.
Quella intorno alla figura di Francesca Albanese – non intorno al lavoro di Francesca Albanese – resta una battaglia di retroguardia. Quello che in tanti non capiscono, o non vogliono capire, è che Francesca Albanese non è la leader di un movimento: e questo malgrado un movimento esista e spesso la percepisca come tale. Malgrado anche lei, a volte, si comporti come tale. Francesca Albanese è la relatrice ONU sui territori occupati, il che la mette nella posizione (molto scomoda) di puntare il dito sul genocidio che sta avvenendo nei territori occupati. Lei cerca di farlo da più pedane possibile, in modi che potete trovare discutibili, ma che non cambiano la sostanza della situazione, e la situazione è un genocidio. Il giorno che l'Albanese fosse rimossa, lei finalmente potrebbe riaprire un conto negli USA e magari trovare un altro mestiere sicuramente più tranquillo e remunerato. Non smetterebbe all'improvviso di essere una figura apprezzata e detestata. Nel frattempo il genocidio resterà tale, e qualcun altro al suo posto si troverà nella posizione di denunciarlo. Non si può fare diversamente, la realtà quella è, non si cambia: si possono cambiare le parole, ma è un tentativo patetico e perdente. Avete vinto un pezzetto di terra, avete perso l'anima. È andata così, prendetevela pure con chi non riesce a distogliere gli occhi dal vostro sfacelo.
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