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giovedì 12 febbraio 2026

Un papa quasi re

11 febbraio: San Gregorio II, papa dal 715 al 731

Un diamante è per sempre,
Sutri è per gli Apostoli. 
Certi periodi storici hanno semplicemente avuto più successo che altri. L'Atene di Pericle, la Roma di Cesare, l'Inghilterra di Elisabetta, e così via. Non sono necessariamente periodi di gloria. Non è affatto detto che la gente vivesse meglio, allora, rispetto al millennio prima o al secolo dopo. Il motivo per cui hanno forato l'attenzione è molto più casuale di quanto amiamo ammettere. Ha a che vedere soprattutto con la quantità di fonti che ci sono arrivate – ma se ci sono arrivate forse è anche perché la gente preferiva rileggere informazioni su Cesare rispetto che su Filippo l'Arabo – insomma, è complicato. Però è quel che succede: quando pensiamo al passato, per lo più pensiamo a periodi abbastanza delimitati nello spazio e nel tempo.

Altri periodi non li conosce nessuno, tranne due o tre specialisti nei dipartimenti di Storia che ne parlano poco volentieri, con aria colpevole. Ci svegliassimo di colpo nell'ottavo secolo, ci ritroveremmo immediatamente smarriti – tanto per cominciare, nessuno ci darebbe informazioni precise sulla data, come accade a Troisi e Benigni in quel film. Era il Settecento-e-qualcosa dopo Cristo, sì, ma nessuno ancora ci dava importanza, questa mania di conteggiare gli anni a partire da un'ipotetica data di nascita di Gesù avrebbe attecchito trecento anni dopo. E comunque ci ritroveremmo immersi in un caleidoscopio linguistico abbastanza incomprensibile – ancora molto latino, ma frammisto a lingue germaniche ancora vive e non disciplinate dalla sintassi romanza, un po' di greco nei porti, e qua e là qualche dialetto dell'Asia profonda. A un certo punto capiremmo probabilmente di trovarci nell'Alto Medioevo, ma dove? quando? Persino i nomi dei popoli non combaciano. Quella che noi chiamiamo Italia, per alcuni è la Tuscia, per altri la Longobardia; molta gente parla dialetti germanici, ma a volte li chiamano ancora Unni, benché di Unni veri ormai non ce ne sia più in giro da un pezzo; a Ravenna ci sono i Romani, ovvero i Greci, insomma i Bizantini, ma nessuno li chiama così (nessuno li ha mai chiamati così). E a Roma? A Roma c'è Gregorio II, un grande papa. E allora perché non ne abbiamo mai sentito parlare? Ma certi secoli sono fatti così, sui manuali scolastici scorrono veloci come se non vi fosse successo nulla di rilevante. E invece tutto cambia continuamente, un po' per volta. Quando viene nominato, Gregorio è ancora tutto sommato un emissario dell'imperatore di Costantinopoli, che gli riconosce la massima autorevolezza in campo religioso, ma si aspetta anche che obbedisca ai suoi editti. Quando morì, quindici anni dopo, nel suo letto, dopo aver scampato a diversi tentativi di farlo fuori, Gregorio era un'autorità anche temporale: ai suoi successori lasciava un'entità che cominciava davvero ad assomigliare a uno Stato Pontificio. Anche se le cose sono un po' più complesse (sono sempre più complesse). 

Gregorio era il suo nome di battesimo, non sentì il bisogno di cambiarlo. Veniva da una famiglia romana abbastanza importante (i Savelli) e interruppe una serie di papi provenienti dall'Impero d'Oriente. È probabile comunque che la sua nomina fosse inizialmente gradita all'imperatore: Gregorio era conosciuto a corte, avendo accompagnato a Costantinopoli il suo predecessore, papa Costantino, che vi si era recato per dirimere definitivamente la questione del Concilio Quinisesto – una specie di coda burocratica degli ultimi due concili ecumenici, appunto il Quinto e il Sesto, che l'imperatore Giustiniano II aveva convocato nel 692 senza darsi troppa pena di invitare qualcuno da Roma o in generale dall'Occidente. Questo aveva portato a scontri anche aspri tra papato e impero, che vent'anni dopo erano tutt'altro che sopiti. Tra le altre cose, nei canoni del Quinisesto si cominciava a sentire una certa diffidenza orientale nei confronti delle immagini, che i romani non capivano: si proibiva ad esempio di raffigurare Gesù come agnello, il che in realtà stimolava gli artisti a rappresentazione più realistiche e meno simboliche, ma a Roma all'agnello di Dio erano affezionati. Nell'occasione, comunque, Gregorio dovette dare sfoggio di doti diplomatiche che dovettero essere apprezzate, dal momento che fu eletto papa già all'indomani della morte di Costantino. Il giorno prima non era nemmeno sacerdote, ma appena un suddiacono. Se però a Bisanzio credevano di avere trovato una pedina manovrabile, il seguito della partita li avrebbe smentiti.

La scacchiera per altro era complessa come può accadere a metà di certe partite convolute. Perlomeno all'inizio Gregorio poteva avere la sensazione di distinguere i Neri dai Bianchi, i barbari (per lo più Longobardi) dai Romani – ma i pezzi erano completamente mescolati, i territori controllati dagli amici sparsi lungo i porti e collegati via terra da sentieri sempre meno controllabili; i nemici, sparsi nei territori interni, apparentemente inarrestabili ma a veder bene bloccati da faide interne che li stavano già dividendo. Gregorio intuiva che la situazione poteva degenerare e che Roma aveva bisogno di nuove mura, o almeno di restaurare le vecchie: non ci riuscì del tutto, ma forse si conquistò la fiducia degli abitanti, che l'avrebbero poi difeso meglio dei mattoni. La prima crisi arrivò nel 718, quando il duca longobardo di Benevento, Romualdo, riuscì a impadronirsi di alcune città bizantine, tra cui la rocca di Cuma. Gregorio di Cuma aveva bisogno; probabilmente rappresentava una proprietà fondiaria che la Curia non si poteva permettere di perdere; ma le autorità bizantine che avrebbero dovuto restituirgliela non erano in grado di aiutarlo granché: la stessa Costantinopoli era assediata dagli arabi: e benché le cronache attestano che Cuma fu riconquistata dal duca bizantino di Napoli, Giovanni, sappiamo anche che Gregorio per riaverla dovette corrispondere 70 libbre d'oro, non a Giovanni, ma ai  Longobardi di Benevento. Può darsi che siano vere entrambe le cose; Gregorio nell'occasione potrebbe aver capito che una vittoria militare non cambia necessariamente i rapporti di forza; che i Longobardi prima o poi sarebbero tornati e che oltre a Cuma valeva la pena di ottenere la loro amicizia.

Di lì a poco in effetti gli amici ufficiali – i bizantini – sarebbero diventati particolarmente esosi. Leone III Isaurico, dopo avere sconfitto gli assedianti arabi a prezzo di innumerevoli sacrifici, aveva infatti deciso che una parte importante di questi sacrifici li avrebbero pagati i sudditi italiani. Ne risultò una rivolta fiscale capeggiata proprio dal papa, il quale nell'occasione inventò un concetto destinato ad avere una grande fortuna: le tasse degli italici avrebbero dovuto servire a finanziare opere e servizi nel territorio italico – oggi lo chiamiamo federalismo fiscale, ed è buffo pensare che sia venuto in mente a un romano. Leone come la prese? In modo abbastanza sportivo, per la media degli imperatori bizantini. Scrisse ai più importanti funzionari – l'esarca di Ravenna, il duca di Roma, e altri – chiedendo se per caso non si trovava un modo di ucciderlo. La congiura fallì miseramente: gli esecutori materiali furono condannati a morte, il duca – che di Roma era il comandante militare – si diede alla fuga. Quando l'esarca, qualche anno più tardi, tentò di inviare a Roma un nuovo duca a destituire Gregorio, la sconfitta bizantina fu ancora più pesante, perché per l'occasione la città fu difesa non solo dai suoi abitanti, ma dagli stessi Longobardi di Spoleto e di altri ducati. Gregorio si era sostanzialmente reso indipendente dai bizantini, forse più di quanto lo desiderasse perché in coscienza continuava a considerare Roma come una parte dell'impero, e Leone come il suo legittimo imperatore. 

Leone dal canto suo però non faceva molto per venirgli incontro, anzi. Nel 726 emise i primi editti iconoclastici, che vietavano il culto delle immagini. Una frattura importante con la cultura cristiana del tempo, che è stata lungamente interpretata: Leone probabilmente intendeva ribadire il primato della sua figura, e magari impadronirsi delle ricchezze dei santuari che avevano prosperato grazie alla popolarità di questa o quell'icona; ma l'iconoclastia veniva anche incontro alla sensibilità dei sudditi arabi ed ebrei che Leone aveva obbligato per legge a convertirsi, se non nel cuore, almeno nelle apparenze. In Italia, di nuovo, la situazione era molto diversa, e l'iconoclastia dette un colpo fatale a un'autorità già molto labile. A Ravenna l'esarca fu linciato; a Roma una seconda congiura ducale contro il papa si risolse con la messa a morte di tutti i congiurati, duca incluso. Nel frattempo alcune città, come Sutri, si devolvevano liberamente ai Longobardi, che da barbari senzadio erano diventati, all'improvviso, i difensori delle immagini sacre. Non è chiaro quanto pesò l'autorità di Gregorio in questa rivolta che contagiò rapidamente tutti i domini bizantini della penisola; di sicuro si oppose con veemenza alle misure iconoclastiche, denunciandole apertamente come eretiche. Ma quando gli insorti cominciarono a parlare di eleggere un nuovo imperatore e di mandarlo in testa a un esercito a Costantinopoli, fece capire che no, non era il caso. Si dice che temesse i Longobardi, ma coi Longobardi Gregorio continuava a discutere, e ormai doveva trovarli più ragionevoli dei Bizantini; tanto che nel 729 riuscì a ottenere da re Liutprando la restituzione di Sutri. 

L'atto è noto come "donazione di Sutri", ed è un momento fondamentale per la storia dello Stato Pontificio, perché Sutri non viene restituita all'impero Romano, ma donata "al patrimonio degli apostoli Pietro e Paolo". Forse per la prima volta veniva messo nero su bianco che un territorio non apparteneva a un imperatore, ma alla Chiesa. Con la sua generosità, Liutprando dimostrava di aver capito quanto fosse utile avere Gregorio dalla sua parte. Era il re della Longobardia settentrionale (maior): il suo obiettivo non era qualche castello nel Lazio, ma il controllo della Langobardia minor: dei ducati centromeridionali, Spoleto e Benevento, fino a quel momento i più fedeli alleati del papa. Il papa da parte sua si trovava a sventare l'ennesima congiura bizantina nei suoi confronti, stavolta ordita dall'eunuco Eutichio che a quanto pare era stato nominato duca di Napoli con la missione prioritaria di farlo fuori. Siccome anche stavolta l'attentato andò a monte, Eutichio provò con la diplomazia, proponendo a Liutprando di puntare su Spoleto e Benevento; l'imperatore, prometteva, avrebbe riconosciuto la sua sovranità su quei territori. In cambio però Liutprando doveva passare da Roma e deporre quel papa riottoso. Liutprando non declinò la proposta: ma invece di scendere subito a Roma, prese la via larga, sottomise Spoleto e Benevento e solo a quel punto si mise in strada verso la città a cui tutte le strade portano. 

In un qualche modo, Gregorio riuscì a salvarsi anche stavolta. Le cronache lo dipingono come un novello Leone Magno, che disarmato affronta un Liutprando/Attila e lo convince con la forza della persuasione cristiana. Se anche in quel caso qualche libbra d'oro cambiò proprietario, non ci è dato saperlo; fatto sta che il re longobardo visitò la tomba degli Apostoli da pellegrino e non da conquistatore, ottenendo in questo modo il riconoscimento della sua autorità regale non solo dall'imperatore ma anche dal papa. Gregorio non era stato spodestato, ma anche il suo rapporto con Costantinopoli sembrava migliorato: addirittura fu lui a inviare un esercito contro un tale Tiberio Petasio che a Monterano si era proclamato imperatore, e a inviare la testa di tale Tiberio Petasio a Costantinopoli. Da quel momento Leone III sospese ufficialmente i tentativi di ucciderlo, e anzi in un qualche modo accettò il fatto che a Roma il potere temporale fosse ormai nelle mani di un papa. Dal canto suo, Gregorio non cedette sul fronte delle icone, anzi si rifiutò di riconoscere la nomina del nuovo patriarca iconoclasta di Costantinopoli, Anastasio. È ricordato anche come il papa che permise l'evangelizzazione dei Frisoni, avendo lui autorizzato la missione (non troppo fortunata) di Bonifacio di Magonza. Morì nel 731, lasciando una città e una Chiesa un po' più sicure di come le aveva trovate. 

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