A che punto siamo? Questo pezzo viene dopo altri due (1), (2), che però si possono agevolmente saltare – chi invece ha già letto gli altri due pezzi può saltare il riassunto e ripartire da qui. Chiedo scusa ai pazienti lettori, ho debordato come non capitava da anni: il fatto è che non sono sicuro che queste cose le potrò scrivere anche il mese prossimo.

– Francesca Albanese è la relatrice sui Territori Occupati presso l'ONU. I suoi rapporti non piacciono evidentemente ai sionisti, che hanno chiesto e ottenuto pesanti sanzioni nei suoi confronti da parte degli USA. Attualmente non può avere un conto corrente intestato a suo nome, nemmeno in Italia. Questo non le ha impedito di proseguire il suo lavoro (l'anno scorso è stata riconfermata per un nuovo mandato), ma ha senz'altro contribuito a renderla più popolare presso chi, in Italia e altrove, assiste sgomento a un massacro che negli ultimi tre anni ha assunto le dimensioni e i caratteri di un genocidio. Per contro, i sionisti individuano in lei la leader di un movimento "propal" che si animerebbe a suo comando. È un'enorme forzatura, che però risponde a un obiettivo pratico (dare addosso a qualcuno) e colma un vuoto (questo misterioso movimento ormai riempie le piazze e impedisce ai deputati di votare ddl a cuor leggero, eppure non ha un partito, non ha un leader, insomma nessuno che si possa direttamente demonizzare).
– Trovandosi spesso sotto i riflettori, Francesca Albanese fa quel che può per mantenere alta l'attenzione sulla questione palestinese, ma non è perfetta; a volta commette errori. Ad esempio due settimane fa, intervistata da una testata argentina, ha affermato che all'inizio l'antisemitismo rappresentava l'ostilità nei confronti non solo degli ebrei, ma di tutti i popoli semiti (inclusi dunque gli arabi). Queste nozioni non sono del tutto esatte, ma ci aiutano a capire la concezione di antisemitismo che l'Albanese condivide con tanti contemporanei, me compreso: vivendo nella contemporaneità, osservando ovunque preoccupanti fenomeni di xenofobia, tendiamo a rileggere l'antisemitismo come una forma particolare di xenofobia – che ne illustra con maggiore evidenza gli aspetti distruttivi. Lo stesso termine "antisemita" viene coniato a metà Ottocento per dare a questa ostilità per le minoranze una spiegazione scientifica e non più religiosa; purtroppo è la scienza di metà Ottocento, che definiva i popoli come razze: "antisemita" era preferito ad "antiebreo" perché a rendere gli ebrei irriducibilmente diversi dai popoli ariani europei sarebbe la loro appartenenza al ceppo semitico delle razze medio-orientali. Benché questa pseudoscienza sia stata quasi completamente rinnegata dopo il crollo del nazifascismo, il termine "antisemitismo" è rimasto in auge perché designava un fenomeno preciso: l'odio per gli ebrei.
– Sia come sia, l'Albanese aveva commesso degli errori, e appena qualche hater italiano è riuscito a rintracciarli su youtube (su un canale argentino!), è cominciato il consueto tiro al piccione: reso più violento dalla frustrazione di chi per mesi aveva accusato l'Albanese di antisemitismo senza mai trovare appigli che non fossero ridicoli. In particolare nei due pezzi precedenti mi sono concentrato su un giornalista del Foglio, GV, che a questo tiro si è dedicato con una foga per lui insolita e... rivelatrice (ho deciso di non appesantire l'esposizione col suo nome e il suo cognome, forse nel tentativo di non scendere al suo livello). Nel frattempo la stessa Albanese ha ammesso pubblicamente i suoi errori, chiedendo scusa: comportamento singolare che nessuno si aspetta mai, da parte chi commette un errore; e infatti nessun hater a quel punto ha immaginato di dover aggiustare il tiro.
***
Ripartiamo da qui. Perché GV deve investire tante energie per squalificare una persona che a un certo punto di un'intervista senza dubbio si confonde, senz'altro commette un errore, ma comunque concorda sul significato attuale del termine "antisemitismo"? Affermare che la parola sia nata per designare l'odio per i popoli semiti è impreciso tanto quanto sostenere che la parola non portasse in sé quella sfumatura di significato, e non se la sia trascinata con sé almeno fino al 1938: insomma se l'Albanese sbaglia, anche GV non è che sia del tutto corretto. In compenso l'Albanese ha preso una topica sull'origine del termine "Musulmaner" nei Lager (un termine che nessuno sa bene da dove sia arrivato: forse dal fatto che i prigionieri più derelitti assumessero una posizione prostrata): basta questo per essere denunciata come leader della Spectre antisemita? Perché un intellettuale che si ritiene moderato si mette a scrivere in pubblico sadiche fantasie di interrogazione e bocciatura? Perché un garantista decide di sopprimere per l'occasione ogni margine di carità interpretativa? C'è un in effetti un ottimo motivo, che può spiegarci con le sue parole:
Il sottinteso è questo: oggi Israele è l’avamposto della “bianchezza” in Medio Oriente, perché, con il progetto sionista, gli ebrei sono diventati parte del mondo “bianco”, dunque portatori di razzismo, colonialismo e apartheid. Ergo, per combattere veramente il razzismo (di cui l’antisemitismo è un ampio sottoinsieme, inclusivo degli arabi) bisogna combattere Israele. Dite che esagero nella lettura malevola?
Immagino che si tratti di una domanda retorica, e non oso quasi rispondere: perché insomma qui GV non soltanto tira in ballo concetti che l'Albanese non ha mai espresso (la "bianchezza"), ma vuole metterglieli in bocca, con tanto di virgolette. È un atteggiamento inquisitorio, ma soprattutto rivelatorio (ogni accusa è una confessione). Se permettiamo a qualcuno di "
scippare la Shoah agli ebrei per consegnarla genericamente ai semiti", il passo successivo sarà accusare di antisemitismo chi odia gli arabi – toccherà correre a nascondere i volumi della Fallaci che abbiamo comprato per infastidire i noglobal? Il passo ulteriore sarà accusare di antisemitismo chi gli arabi li odia più di tutti... ovvero Israele! E a quel punto a che saranno serviti tutti i nostri disegni di legge? Ecco cosa sta veramente pensando la perfida Albanese, mentre finge di chiedere scusa! E se non lo sta pensando lei, lo starà pensando sicuramente qualcun altro... Sì, in effetti almeno una persona lo sta pensando: GV. È lui che ha messo per iscritto che "Israele è l'avamposto della bianchezza in Medio Oriente". È lui che ha lasciato scritto che siano "portatori di razzismo, colonialismo e apartheid". È lui, inoltre, a caldeggiare un intervento legislativo che renda queste idee non più esprimibili pubblicamente. Forse, immagina, se la gente smetterà di dirle in giro, io smetterò di pensarle.
Comunque il suo punto di vista è interessante. È qualcosa con cui ci scontriamo, ad esempio, ogni 27 gennaio: quando ci viene puntualmente e autorevolmente rammentato che il Giorno della Memoria serve a ricordare le vittime della Shoah, soltanto le vittime della Shoah, e che qualsiasi paragone con altre vittime rappresenta un tradimento e una banalizzazione. E se da una parte bisogna ammettere che il rischio di trasformare la Storia in una sequela di "olocausti" esiste, e in Italia lo corriamo eccome (vedi il "giorno del ricordo" per gli infoibati) dall'altra si finisce sempre per domandarsi: che senso ha ricordare una tragedia unica nella Storia, se non la possiamo usare come pietra di paragone per quello che ci succede oggi? Perché a noi questo serve: capire cosa succede oggi. Noi – perlomeno io e tante altre persone, tra cui direi anche l'Albanese – noi che viviamo in un orizzonte apocalittico, perplessi di fronte a un futuro prossimo che sembra contenere segni di catastrofe: curiosi del passato quanto basta per capire come interpretare questi segni. Noi viviamo in questo orizzonte, vediamo la crescita di un sentimento xenofobico, ricordiamo situazioni in cui un simile sentimento è già successo, ne ricaviamo un grido d'allarme. GV no. I sionisti no. Il loro orizzonte è diverso, e prevede la manifestazione in terra di un segno che dia un senso alle tragedie del passato, e spieghi quelle del futuro. Questo segno è lo Stato di Israele. La Shoah appartiene agli ebrei (l'Albanese voleva "scipparla"), ne motiva il progetto nazionale, e fornisce un identikit morale a chiunque osi osteggiarlo: chiunque sia, per qualsiasi motivo, sarà riconoscibile come complice dei nazisti, e sicuramente antisemita. GV la vede così, e immagino di dover rispettare la sua visione. Magari qualche volta tentare di condividerla, quel che posso, per cercare di capire. E a volte ci provo – ma non riesco a lungo, tanti sono i problemi che a quel punto mi ritrovo davanti: problemi così evidenti che mi domando come faccia a non vederli lui. Come facciano tutti. Secondo me li vedono.
1. Ad esempio: se decidiamo – e non è affatto scontato – che Israele trae la sua motivazione primaria dallo stesso sentimento antisemitico che ha ispirato la Shoah, non stiamo per caso trovando una giustificazione teleologica alla Shoah? Per farla breve: esisterebbe Israele senza Hitler? E se Israele è tanto giusto, tanto necessario, tanto bello, non è che ci tocca ringraziare anche il tizio coi baffetti? È lo stesso problema che angustiava i trascrittori dell'Esodo: Mosè non ci avrebbe mai mostrato la grandezza di D*o, se il Faraone non si fosse opposto a farci uscire dall'Egitto. E siccome c'è un solo D*o, anche l'ostinazione del Faraone non poteva che essere ispirata da Lui: la Scrittura parla chiaro, e più volte: "Dio indurì il cuore del Faraone". Non è che per caso abbia indurito anche quello del fuehrer? Se scegli di assumere Israele come un Messia, il fatto che qualcuno si opponga a lui presto o tardi rientra nello schema divino delle cose. Ne consegue che se per noi apocalittici il nazismo è un pericolo sempre in agguato, da prevenire e combattere, per i sionisti messianici il nazismo è una fase inevitabile della Storia, una persecuzione dolorosa ma necessaria. Questo spiegherebbe da parte loro una maggior disinvoltura ad assumere i comportamenti che nel passato sono stati dei loro inquisitori e persecutori; il che, più salta agli occhi, più richiede interventi legislativi affinché sia proibito che qualcuno lo dica ad alta voce.
2. Come la mettiamo con gli altri popoli, con le altre nazioni? Israele ha diritto di esistere, ovviamente: ma se questo diritto passa da una catastrofe unica nelle Storia, non conseguirà per caso che anche il diritto di Israele è unico nella Storia, e quindi merita di essere fatto valere più del diritto di altre nazioni, ad esempio di quella palestinese? E anche qui, sarà un caso, ma nella Bibbia si parla di un popolo eletto. Non è chiarissimo il perché D*o l'abbia eletto, visto che molto spesso si lamenta dei suoi tradimenti e lo tratta malissimo, acciocché impari: però l'elezione implica un trattamento preferenziale. Questo tipo di trattamento è compatibile con certe credenze contemporanee – per dirne una, i principi del diritto internazionale? A occhio mi pare di no. Da cui l'interrogativo, magari già antisemitico ma inevitabile: il sionismo è compatibile col diritto internazionale? Il modo in cui trattano le corti e le istituzioni internazionali, il conto in cui ne tengono le risoluzioni, ci suggerirebbe di no.
3. Ma a proposito: chi sono gli ebrei? Perché se definire l'antisemitismo alla fine è abbastanza facile (è l'odio per gli ebrei), definire questi ultimi è un annoso ginepraio. Nell'antichità erano un popolo, e sta bene. Nel medioevo si screziano in una moltitudine di comunità definite da religione, costumi, nicchie professionali. Nell'Ottocento, abbiamo visto, diventano una razza. Oggi nessuno di questi criteri soddisfa del tutto la definizione; eppure gli ebrei certamente esistono e si arrabbiano parecchio se non li riconosci come tali: problema che diventa un po' meno filosofico e un po' più pratico quando una nazione riconosce per legge che qualsiasi ebreo al mondo ha il diritto a una terra e un voto in una porzione complicata di Medio Oriente. Per quanto gli ebrei non siano necessariamente gli adepti di una religione, l'autorità preposta a riconoscere l'ebraismo di un individuo rimane se non sbaglio un'autorità religiosa. Per cui notate come sia in questo punto, sia nei precedenti due, la religione rientri dalla finestra anche nella casa dei sionisti che magari l'avevano messa alla porta da generazioni.
Immagino che tutto questo, per molti ebrei, debba essere seccante. Cresci con la sensazione che tutti ti odiano – in effetti qualcuno ti odia davvero. Non capita per la verità soltanto agli ebrei di essere odiati, ma se sei ebreo quell'odio ha una Storia con radici perfino mitologiche (persino nella Bibbia è pieno di popoli che li tormentavano; persino JHWH li prende spesso e volentieri a pedate). È un odio che ha un lignaggio millenario, antenati coronati e inmitriati. È un odio che dà un senso non a una semplice esistenza individuale, ma all'identità di un popolo. È un odio con un pedigree letterario, ne parlano Proust e Primo Levi. È un odio, infine, che giustifica l'esistenza di una nazione che si è data proprio la missione di contrastarlo: il che potrebbe portare qualcuno a riflettere sul fatto che la stessa nazione ha bisogno di quell'odio per non perdere il proprio significato: considerazione che si potrebbe suffragare osservando che ormai i nemici di Israele sembrano disegnati su misura – barbari fanatici tagliagole accuratamente selezionati da generazioni di famiglie segregate, e occultamente finanziati da Israele affinché indebolissero altre frange di resistenti meno fanatiche... stop! Stop! Non si può pensare a questo! Vietato pensarlo, o almeno vietato dirlo. Cosa stavamo invece dicendo? Ah sì, l'odio per gli ebrei non è un qualsiasi odio. C'è nella Bibbia e nelle Leggi Fondamentali dello Stato di Israele. È un odio che percorre tutta la Storia, è un odio sacro! Lo vuoi confondere col primo prurito xenofobico che assale gli italiani quando cominciano ad arrivare barconi dall'Africa? Ma non esiste, ma vuoi mettere, Paul Celan e Bello Figo sulla stessa barca. No, no, no. Si tratterà – si deve trattare – di due fenomeni radicamente separati. L'antisemitismo non è un razzismo – ok, in effetti è stato teorizzato da pseudoscienziati che si definivano razzisti, ma... ma... è un razzismo diverso, ecco. Non confondeteci coi musulmani, noi siamo occidentali. Anche se in Occidente generalmente ci odiano, il che è stato un ottimo motivo per andarcene. Un motivo che dev'essere vero tuttora, altrimenti non avrebbe più senso essercene andati. In un altro posto dove tutti ci odiano adesso. C'è da impazzire: sinceramente ammiro chi non ci impazzisce.
Anche perché, rifletteteci bene. A tutti capita di ricevere critiche – a prescindere dal fatto che siano giuste o no, oneste o no. Queste critiche ci fanno soffrire, ci fanno riflettere, ci fanno crescere: a prescindere che siano giuste o no, oneste o no. Crescere significa, tra le altre cose, saper distinguere quando una critica ha un senso e quando non ce l'ha. E tra le cose che crescono, c'è anche l'autostima necessaria a comprendere la differenza: quello che ci impedirà di scattare d'ira al minimo appunto, quello che ci permetterà di ostentare indifferenza davanti a un rilievo inutile o malevolo. Quella che ci consentirà di chiedere persino scusa a chi ci fa un rilievo malevolo, ma sensato, com'è successo all'Albanese. Mi chiedo spesso se questo tipo di crescita non sia preclusa a molti ebrei sionisti. Di fronte a qualsiasi critica, hanno già una risposta preconfezionata: qualcuno li odia. Non per i loro eventuali e riscontrabili difetti, ma in ragione di questo pregiudizio millenario da cui soltanto il sionismo li può salvare. Dopo un po' diventa impossibile parlarci, e infatti li vedi che si parlano tra loro. Hanno gli stessi difetti che avevano a vent'anni, anzi li ostentano. Se la vita ha riservato loro qualche delusione, è stato evidentemente a causa di un complotto contro di loro, e quindi insomma non è stata nemmeno una delusione, anzi una riconferma. Ritornando invece a GV, rimane da notare un dettaglio: il suo anticattolicesimo. Non ha semplicemente definito Francesca Albanese una capra: l'ha chiamata "madonna pellegrina". Proprio mentre ammetteva che la Shoah avesse ispirato "soprattutto dai primi anni Novanta", una "religione civile" che "aspirava – con tutte le contraddizioni del caso – all’universalismo, offrendo una pagina storica incomparabile come pietra di paragone di ogni “inumanità dell’uomo verso l’uomo”", ebbene, di questa religione civile il "palestinismo" dell'Albanese sarebbe una deriva eretica, "per vocazione settario e irriducibilmente dualistico (superfluo specificare quale sia il principio maligno di questa teologia). La precisazione: clonare la religione della Shoah non equivale, per ciò stesso, a replicare un prototipo ebraico".
Precisazione anch'essa rivelatoria, perché fin qui forse non avevamo tutti capito quanto fosse importante che la religione civile fosse ispirata a un simile prototipo. Ma tu vedi certe volte come si ripete la Storia: dopo aver tentato di scimmiottare il messianismo ebraico col loro cristianesimo, eccoli di nuovo a cercare di clonare un "
prototipo ebraico" ottenendo un aborto di religione civile, il
palestinesimo: sono sempre loro, ma chi? Ma è ovvio, i cattolici. Sempre lì a pasticciare con i concetti di un monoteismo di cui non sanno apprezzare l'astratta pulizia, sempre lì a cercare il Messia nel primo che passa, a inventarsi pagliacciate e trucchi da baraccone. "
Nel 1999 lo storico Peter L. Novick osservò che la commemorazione dell’Olocausto in America aveva assunto via via tratti più cristiani che giudaici: i percorsi liturgici nei musei ricordavano la Via Crucis, le reliquie erano esposte nelle teche “come frammenti della Vera Croce o tibie dei santi”, il sopravvissuto assurgeva a santo laico. Le processioni con i sudari per Gaza hanno anch’esse una vistosa matrice cattolica. E non è un caso che la papessa Francesca faccia frequenti visite pastorali presso la diocesi di Palermo, dove l’antimafia devozionale ha già fondato da anni una chiesa gemella". Il cattolicesimo come perversione pagana della vera fede, come distorsione a base di tibie, reliquie e altre porcherie. E pensare che si sta parlando di un'esperta di diritto internazionale di cui è praticamente difficile rintracciare un'affermazione in qualche modo riconducibile al cattolicesimo; e ne sta parlando uno scrittore che, per quel che ne so, non è ebreo né per religione né per origine: eppure guarda quanto poco basta, per riscoprire atteggiamenti inquisitorii, e ricadere in quel tipo di linguaggio che prelude a una guerra di religione.
Il sionismo ci porta a questo, ma non era inevitabile che diventasse questo. Una rielaborazione messianica, un nazionalismo fanatico che si nutre dell'odio che produce, un regime segregazionista, una macchina sociale che ingoia giovani talenti e restituisce adulti mediocri e paranoici? Certo non erano queste le intenzioni iniziali. Purtroppo la Storia non ci giudica dalle intenzioni. C'era comunque un problema a monte: chi aveva una coscienza pura e un giudizio lucido se n'è accorto per tempo. Tra gli autori su cui GV potrebbe interrogarci e bocciarci senza pietà, c'è Primo Levi. Già in passato gli è capitato di ammonirci – qualcuno aveva scoperto una pagina in cui Levi prendeva le distanze dal sionismo. Come se Levi fosse un profeta, le cui verità si lascino estrapolare da questo o quel versetto, indipendentemente dal contesto; e in effetti non avrebbe avuto tutti i torti, gli autori non si leggono così. Purtroppo il modo in cui GV e altri si opposero a questa lettura antisionista di Primo Levi fu reperire un'altra pagina in cui lo stesso autore parlava del sionismo in un tono più conciliante: uno a uno, palla al centro, ma è possibile andare avanti così? Va bene, adesso tocca a me. Nella prefazione all'edizione del 1947 di Se questo è un uomo, Levi scrive:
A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che "ogni straniero è nemico". Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.
Insomma, al di là di quel che potesse pensare del sionismo nel 1970 o nel 1980, Primo Levi era un apocalittico, come noi. Come noi guardava al futuro, perché è da lì che vengono i problemi; il passato, per quanto gli ingombrasse ancora i sogni, serviva soltanto a fornire "sinistri segnali di pericolo". Anche lui cercava di interpretare i segni e strutturarli in catene di cause ed effetti: in particolare riteneva che i Lager fossero la conseguenza di un sillogismo che partiva dall'"odio per gli stranieri": quella che oggi chiamiamo xenofobia. Ovvero Primo Levi, nella prefazione del 1947, riteneva implicitamente l'antisemitismo come una manifestazione xenofobica; la stessa interpretazione fornita da Francesca Albanese, e ha pure dovuto chiedere scusa. Dopodiché, per carità, Primo Levi non è un profeta: può darsi che sbagliasse pure lui. Ma insomma lui la pensava così: nel momento in cui si comincia a dire a voce alta che "ogni straniero è nemico", i Lager da qualche parte sono già in via di progettazione. Scrive "ogni straniero", non "ogni ebreo", perché se è pur vero che i nazisti cominciarono con gli ebrei, Levi sapeva bene che non avevano intenzione di fermarsi. Perché è così: non hanno intenzione di fermarsi, non possono fermarsi da soli. Finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano.
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