[Questo pezzo è uscito sul Manifesto del 19/6/2026]. Non capita di frequente che le tracce dell’esame di Stato rivelino un tema ricorrente. Quest’anno è successo, ed è curioso. Quasi tutte le tracce della prima prova della maturità 2026 parlavano… di maturità: parola e concetto del resto molto amati dal ministro. Ne parla esplicitamente il sociologo Frank Furedi – giusto qualche riga per lamentarsi che i trentenni di oggi non la accettano. Ne parla Mario Calabresi nel suo elogio della fatica quotidiana, ispirato alla figura di una saggia anziana (la nonna) e anch’esso contrapposto a una contemporaneità in cui “si è fatta strada l'idea che sia possibile raggiungere risultati, conquistare traguardi, compiere imprese senza fare fatica”. Ne parla la giornalista Wenke Husmann, per lamentarsi che con l’età adulta scompaia l’”incanto”, quella sensazione di meraviglia suscitata dai fenomeni naturali prima che lo studio della scienza intervenga con le sue spiegazioni. Il brano è forse l’unico che sembra voler stimolare una reazione polemica da parte di studenti che probabilmente in gran parte non avranno avuto il coraggio di smentire Calabresi sull’importanza di “alzarsi all’alba, a fare lavori ripetitivi e sfinenti”, né se la saranno sentita di ridiscutere le considerazioni per quanto banali del brano di Furedi; mentre dissentire dalle opinioni della Husmann sembra più semplice – anche grazie agli spunti forniti dall’altra traccia a contenuto scientifico, la pagina del divulgatore Piero Bianucci che descrive (un po’ semplicisticamente) il progresso scientifico come una serie di sorprese meravigliose, sperimentate da scienziati curiosi (Röntgen, Einstein, Fleming) che vi inciampano mentre cercavano tutt’altro.
Messe una accanto all’altra, molte tracce conducono insomma alla stessa conclusione: maturare è faticoso, doloroso, ma necessario. Un concetto che lo studente deve condividere – molto prima di averlo vissuto davvero – e illustrare con tutta la retorica che ha appreso lungo la strada. Anche uno dei due testi letterari, la pagina di diario di Brancati, mette al centro la figura del vecchio saggio, unico depositario del “bene comune” costituito dai ricordi, in un mondo ipotetico che abbia perso la facoltà di ricordarli. Al vecchio saggio possiamo associare Giuseppe Saragat, che in realtà quando compose il suo discorso introduttivo all’Assemblea Costituente tanto anziano non era: ma il brano contenuto nella traccia è pur sempre una pagina di oratoria del secolo scorso, che per quanto contenga concetti comuni e abbastanza inattaccabili, avrà spaventato la maggior parte degli studenti.
Riguardo alle tracce letterarie, non si può che registrare come la volontà di scovare a ogni costo testi originali che nessun insegnante abbia già fatto leggere in classe, conduca in certi casi a riscoprire brani effettivamente interessanti come quello di Brancati, ma anche a poesie tutto sommato trascurabili, come quella tratta dal volumetto postumo di Cesare Pavese su cui pesa come un macigno il giudizio di Pier Vincenzo Mengaldo, "droga di intere generazioni di liceali".
Il totomaturità – che si basa, in mancanza d’altro, sulle ricorrenze – suggeriva che questo avrebbe potuto essere l’anno delle donne, o almeno con qualche donna in più sul fascicolo: dopo tutto nel 2026 ricorre l’ottantesimo anniversario del primo voto alle donne, o il centenario del Nobel a Grazia Deledda. E invece, oltre alla Husmann, l’unica altra donna citata per nome e cognome è un’attrice, Constance Dowling: e non per meriti propri, ma come l'amore non corrisposto di Cesare Pavese, in una nota che non aggiunge nulla alla comprensione del testo poetico, ma attesta la persistenza di quel biografismo da rotocalco che ogni buon insegnante cerca di evitare ai suoi studenti.
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