A Landolfo di Vareglate capitò questa sfortuna, che quando già aveva fatto un lungo pezzo di carriera presso la curia di Milano, e di lui si parlava come un possibile successore dell'arcivescovo Anselmo IV, ecco che scoppiò la prima Crociata, e non solo Anselmo ritenne indispensabile parteciparvi, ma decise di portarsi con sé anche Landolfo. In Terrasanta i milanesi giunsero un po' in ritardo (partirono nel 1100, Gerusalemme era stata presa l'anno precedente), rimediando in compenso una sonora sconfitta in battaglia; lo stesso Anselmo, ferito, sarebbe morto due anni dopo a Costantinopoli. A questo punto Landolfo si ritenne costretto a tornare a Milano, giusto il tempo per constatare che nella Cattedrale si era installato un altro arcivescovo, Grossolano. Era chiamato proprio così, anche se qualche ricopiatore pietoso preferisce tradurre Gresolano. Malgrado il nome, non veniva affatto dalla campagna, anzi era già vescovo di Savona. In quanto tale aveva ricevuto l'ordine di subentrare temporaneamente ad Anselmo finché l'arcivescovo era in guerra; dopodiché appunto Anselmo era morto, e Grossolano aveva dimostrato un certo attaccamento alla cattedra. Landolfo non era del tutto convinto della regolarità della nomina, tanto che ripartì per Roma per chiedere conferma. La sua insoddisfazione è comprensibile, ma bisogna anche dire che rifletteva un malcontento generale: questo vescovo venuto da lontano non piaceva ai milanesi, perlomeno non a tutti; e arrivava tra l'altro in un periodo in cui nella città ribollivano ancora gli umori del movimento patarino.
Quella dei patarini è una storia lunga e complicata: nell'XI secolo nascono per opporsi alla nomina imperiale di un vescovo inviso al popolo; raccolgono consensi presso i ceti più umili calcando sempre più l'idea di una Chiesa povera, alienata da ogni possesso materiale: afferrano un concetto (la "simonia", il peccato di chi accede a cariche ecclesiastiche corrompendo il clero) e lo estendono a tutta la gerarchia ecclesiastica: i preti che non sono d'accordo con loro sono tutti simoniaci! Vengono per qualche tempo cavalcati dalla Chiesa ufficiale, quel papa Gregorio VII che della lotta alla simonia aveva fatto un manifesto; dopodiché però Gregorio muore, la sua riforma ormai si è consolidata, e di questi propagandisti arrabbiati col mondo c'è sempre meno bisogno, così che qualche vescovo comincia a perseguirli per eresia; ai tempi di Landolfo e Grossolano il movimento stava rientrando, ma non così rapidamente da poter accettare un arcivescovo piovuto da lontano. Così, anche quando Landolfo a Roma aveva ricevuto conferma della nomina di Grossolano, a sfidare l'autorità di quest'ultimo ci pensò uno degli ultimi grandi leader patarini, prete Liprando. Per quando fosse già stato esiliato, scomunicato e mutilato (i nemici dei patarini gli avevano mozzato orecchie e naso), la sua parola in città valeva ancora qualcosa, e nel 1103 la usò per accusare pubblicamente Grossolano di simonia.
Liprando non aveva le prove, né riteneva necessario raccoglierle (secondo una logica stringente: se Grossolano aveva abbastanza ricchezze per comprarsi una nomina, poteva anche averne per comprarsi i testimoni che lo scagionassero). Il diritto medievale però gli dava un'altra possibilità, che già ai tempi doveva sembrare il retaggio di un passato barbarico: l'ordalia. Il giudizio di Dio. Liprando avrebbe camminato attraverso due cataste di legna di quercia: se non si fosse ustionato, questo era un segno evidente che Dio stava dando ragione a lui e non a Grossolano. Il quale Grossolano ritenne comunque più prudente lasciare la città prima che Liprando entrasse nelle cataste; e non vi sarebbe rientrato mai più. Liprando in effetti sopravvisse alla prova, generando una grande emozione nel popolo accorso a vedere un miracolo, o (male che andasse) un patarino bruciacchiato. Eppure il cronista che riporta la storia (un altro Landolfo, Landolfo Juniore) ammette che sin dall'inizio intorno al miracolo non ci fu consenso: dopotutto Liprando una mano se l'era scottata (ma forse prima di entrare nelle cataste, quindi non contava), e secondo alcuni anche un piede (secondo altri no, gliel'aveva pestato un cavallo). Il successo di Liprando fu relativo, perché papa Pasquale II, dovendo scegliere se appoggiare il fuggitivo Grossolano o i redivivi patarini, scelse il primo. Grossolano restava vescovo di Milano, anche se a Milano non lo facevano entrare. In attesa che qualcosa si muovesse a suo favore, decise di fare un pellegrinaggio, che era il modo più efficace di sembrare impegnato mentre prendeva tempo. Passò a Gerusalemme, e a Costantinopoli partecipò a delle dispute con vescovi greco-ortodossi. Nel frattempo i milanesi nominavano un nuovo vescovo, Giordano, e papa Pasquale decideva di appoggiare quest'ultimo. Grossolano doveva tornare a Savona: ma piuttosto di subire quest'umiliazione, entrò in un monastero a Roma, dove sarebbe morto nel 1117. E Landolfo di Vergiate, nel frattempo? Perché questa all'inizio era la scheda di Landolfo di Vergiate.
Landolfo non era stato con le mani in mano, anzi. Già prima dell'ordalia di Liprando aveva riconosciuto Grossolano come vescovo legittimo, ed era stato ricompensato da papa Pasquale con la diocesi di Asti. Che è il motivo per cui secondo gli astigiani, Landolfo sarebbe nato nell'oscura località astigiana di Varigliè, e non in quello che oggi è Vergiate (non Vergate), nel varesotto. Asti è senz'altro più piccola di Milano; in compenso il vescovo vi ricopriva anche le responsabilità del governo civile, come feudatario diretto dell'imperatore. E come feudatario diretto, Landolfo trovò il modo di litigare sia con l'imperatore (che assediò Asti nel 1118), sia con un arcivescovo di Milano: che assediò Asti nel 1130. Ebbe insomma una vita piena e avventurosa, ricoprendo responsabilità importanti e compiendo scelte gravide di conseguenze. Tutto questo perché aveva accettato di essere il primo uomo di Asti, piuttosto che il secondo a Milano. Grossolano aveva fatto una scelta diversa, ma alla fine ognuno fa quel che può, nelle circostanze in cui si prova. Mica nasciamo tutti arcivescovi: e di Milano inoltre ce n'è una sola, ringraziando il cielo.
7 giugno: Beata Marie-Thérèse de Soubiran (1834-1889) fondatrice della Società delle Sorelle di Maria Ausiliatrice
Accade per le congregazioni religiose quel che si nota per tante altre opere dell'ingegno umano, che dopo qualche tempo esigono una loro leggenda: in effetti se esistono qualcuno deve averle create, più o meno dal nulla: benché di solito siano il risultato di infiniti dibattiti, lotte e compromessi, tutto questo noioso lavorìo cooperativo deve essere nascosto sotto il tappeto, e sostituito da una bella leggenda di fondazione che faccia risalire il tutto a una grande personalità, geniale, originale. E così passano i secoli, e noi li passiamo a ricordare che Francesco ha inventato i francescani, Domenico i domenicani, Giovanni di Dio i fratelli della misericordia, e così via. Ma è anche un po' vero il contrario: nel senso che Francesco è una figura leggendaria che i francescani hanno definito e modificato a seconda delle loro esigenze, così come i domenicani hanno definito il loro Domenico, eccetera. Molto spesso, volendo risalire davvero al fondatore storico, si notano le cancellature e le correzioni degli agiografi. Con l'età moderna queste correzioni sono diventate un po' più difficili, ma non impossibili.
Ad esempio nel 1890 il piccolo ordine delle Sorelle di Maria Ausiliatrice viene sconquassato da uno scandalo che è difficile ricostruire – nessuno ci tiene a dire cattiverie sulle Sorelle di Maria – fatto sta che la madre superiora, Marie-François Richer, si dimette dal ruolo che aveva assunto più di quindici anni prima, fuoriuscendo dall'ordine. Le sorelle, che non sopportavano più le "stravaganze" non meglio definite di Marie-François, non devono semplicemente eleggere una nuova madre superiora, ma riscrivere la loro storia. Se Marie-François non è più l'eroina che le ha salvate dalla bancarotta, chi ha fondato davvero il loro ordine? La nuova superiora ha l'idea di riabilitare chi in quella bancarotta forse le aveva proiettate, ovvero Marie-Thérèse de Soubiran. La proposta ha più di un senso: Marie-Thérèse era stata davvero la prima superiora delle sorelle (quando non aveva ancora vent'anni), nonché la nipote di chi l'ordine l'aveva realmente ispirato, il canonico Louis de Soubiran. Certo, ai tempi in cui rivestiva quel ruolo la sua instabilità caratteriale poteva avere creato problemi e imbarazzi (come Francesco e Giovanni di Dio, Marie-Thérèse sembrava soggetta a cicliche crisi depressive). Ma nel 1890 questo aspetto non impensieriva più le ex consorelle. Marie-Thérèse era infatti morta l'anno precedente, e in quanto tale, diventava una figura molto più malleabile.
Certo, bisognava riscrivere quella parte della storia che attribuiva a Marie-Thérèse una gestione dissennata, misurabile in un debito societario di più di un milione e mezzo di franchi: si comincia perciò a mettere per iscritto l'idea che il dissesto finanziario fosse stato causato da Marie-François, che già qualche anno prima di subentrare alla superiora nel 1873 aveva iniziato a tenere i conti della società: sarebbe stata lei a costringere l'ingenua fondatrice a firmare qualche contratto di troppo. Come andarono veramente le cose non lo sapremo mai: e però Marie-François, dopo aver ottenuto l'allontanamento di Marie-Thérèse – che era arrivata alla Società già trentanovenne, per interessamento dei Gesuiti – era riuscita a rimettere in sesto la Società e a governarla per più di quindici anni. Dopodiché se n'era andata, sbattendo la porta, ed è cosa nota in tutte le società, non solo religiose: quando qualcuno se ne va, tutte le colpe improvvisamente ricadono su di lui; così nel 1890 Marie-François si attirò le stesse critiche che nel 1873 aveva fatto convergere su Marie-Thérèse.
Nessun commento:
Posta un commento
Puoi scrivere qualsiasi sciocchezza, ma io posso cancellarla.