Ora, non c'è bisogno di essere più maliziosi del necessario. Io non voglio accusare Erri De Luca di aver voluto approfittare del genocidio palestinese per attirare su di sé quel po' di attenzione che i suoi libri non ottengono. Non credo che l'abbia fatto consapevolmente: non è da lui, né in generale non è l'atteggiamento tipico della sua generazione, che nei guai si cacciava più per istinto che per riflessione (le riflessioni, sempre molto sentite e sofferte, arrivavano in seguito). E però bisogna giudicare i risultati, non le intenzioni. Erri De Luca può vantare un umiliante primato: è forse l'unico scrittore la cui scarsa rilevanza fu attestata da una corte penale; la quale dieci anni fa attestò che, malgrado De Luca avesse incitato al sabotaggio di un cantiere ferroviario, chi aveva effettivamente sabotato il cantiere non poteva essere stato sensibilmente influenzato da De Luca. Io a quel punto fossi stato in lui non so che avrei fatto: non so se avrei gandhianamente protestato contro una sentenza lesiva della mia reputazione, perché per uno scrittore impegnato l'irrilevanza è quasi peggio della galera. Però, appunto: è quasi peggio, così forse avrei festeggiato come lui.
Ma non stiamo parlando di me, che sono perfino meno interessante. Stiamo parlando di Erri De Luca. Giulio Mozzi ad esempio si domanda: ma perché se la prendono così tanto, visto che il suo sionismo è un fatto noto da sempre? Ecco, appunto, non è che ce la prendiamo. È perfino possibile che la nozione del sionismo di Erri De Luca sussistesse in un angolino della nostra memoria, ma la cosa in sé non faceva notizia; di sionisti in Italia ce n'è tanti, e finché non sabotano manifestazioni o sparano ai manifestanti, non danno davvero fastidio a nessuno. Cosa potrebbe anche averlo un po' tormentato – voglio dire, esiste un intellettuale se non dà più fastidio a nessuno?
È solo nel momento in cui ha fiutato un'opportunità, ha intuito che si era creato uno spazio interessante, un cono di luce per uno scrittore che avesse il coraggio, diciamo pure la faccia tosta di definirsi sionista nel 2026 – è in quel momento che il suo sionismo è apparso a molti insopportabile. Anche perché c'è una certa differenza a definirsi sionisti prima e dopo un genocidio: c'è chi in questa situazione ha preso dolorosamente le distanze dal sionismo: io stesso, nel mio piccolissimo, non avevo difficoltà a riconoscere un senso storico al sionismo fino a qualche anno fa: è stato il genocidio a dimostrarne il fallimento, e non lo dico solo io: lo dicono anche persone che nel sionismo ci sono cresciute.
Quel che è seguito alla pubblicazione dell'intervista è una fiera dell'ipocrisia alla quale un intellettuale non dovrebbe prestarsi. Nel momento in cui per la prima volta molti italiani sentivano parlare dello scrittore Erri De Luca, abbiamo sentito dire che Erri De Luca veniva censurato – lo abbiamo sentito da gente che mai fino a quel momento ne aveva pronunciato il nome! E siccome il sionismo, malgrado goda ancora di una certa affettuosa copertura sui quotidiani, è diventata un'ideologia francamente impresentabile nelle strade e nelle piazze, un festival letterario ha chiesto a Erri De Luca di non tenere il discorso augurale. Immagino che altri scrittori, al suo posto, si sarebbero resi conto che un conto è professare un'opinione impopolare: un altro è imporla a un intero festival, col rischio che altri scrittori si dissocino, e un po' di pubblico decida di non venire, o di venire soltanto per fischiare la vedette. Un altro scrittore se ne sarebbe reso conto, e avrebbe responsabilmente accettato uno spostamento di calendario – magari un nome più piccolo sul cartellone. Erri De Luca no: anzi, ha colto l'occasione di dichiarare che era il festival a "escludersi da lui". Ne hanno parlato tutti i giornali, e di nuovo su tutti i giornali abbiamo letto che Erri De Luca veniva censurato. Qualche libreria nel frattempo ha messo i suoi libri in vetrina, perché il risultato di questa censura è che si è parlato più di Erri De Luca nelle ultime due settimane che in vent'anni di carriera. Nessuno gli ha impedito di rilasciare dichiarazioni, nessuno ha sequestrato i suoi volumi, nessuno gli ha bloccato i conti in banca, come pochi giorni fa è successo di nuovo a Francesca Albanese. Giusto per ricordare cosa succede quando qualcuno ha veramente idee un po' scomode.
Tutta questa attenzione, almeno l'avesse attirata scrivendo qualcosa di intelligente, qualcosa che facesse onore alla sua fama di letterato e biblista autodidatta eccetera eccetera: purtroppo no. De Luca, abbiamo detto, ha intuito che c'era uno spazio d'azione, un'idea condivisa che reclamava un intellettuale che la nobilitasse. Questa idea la potremmo chiamare: sionismo dal volto umano. Si tratta di concedere che quello che è successo a Gaza (ma anche in Libano, e in Cisgiordania, e in Iran) sia stato un disastro, e però... questo disastro non dimostra l'inevitabile esito di un'ideologia nazionalista, no. L'ideologia nazionalista va assolutamente bene. Il problema sono i criminali che, non si sa bene come, si sono trovati al comando: i Netanyahu, gli Smotrich, i Ben Gvir, insomma i tristi figuri a cui il sionismo ha delegato il lavoro sporco. Tra un po' ci saranno le elezioni (ragionano i sionisti-umani), e quei criminali se ne andranno: magari anche in galera, perché no? Tanto quel che dovevano massacrare, lo hanno massacrato. Al suo posto sorgerà un Israele onesto e verginale, che riparerà i torti subiti – come dubitarne? Si tratta semplicemente di portare pazienza, tirare il fiato, e ridimensionare il disastro. Per cui ci si attacca alle definizioni, con la testardaggine di certi molluschi: è un massacro, è orribile, catastrofico, ma... vietato chiamarlo genocidio. Non perché non lo sembri, non perché non lo sia. Ma perché bisogna distinguersi da chi critica il sionismo tout court, bisogna mantenere alto l'allarme antisemitismo: tutto qui. Ecco perché un bel po' di opinionisti in Italia continuano a definirsi infastiditi dall'etichetta "genocidio".
A Erri De Luca però tocca trovare un'altra spiegazione; il suo ruolo di intellettuale-vedette alla fine consiste in questo. Altri si manterrebbero sul vago, ma a lui il coraggio non è mai mancato – e una certa impudenza, forse. Dunque dopo essersi improvvisato biblista, eccolo di ritorno da un convegno in Israele trasformato al volo in un esperto di diritto penale internazionale, in grado di spiegarci in poche righe perché certi massacri sembrano genocidi e non lo sono. Ad esempio: non è genocidio se prima la popolazione viene spostata. Sul serio, ha scritto questo.
| Se si muovono non è genocidio |
Ora provate a pensare ad altri genocidi – no, non a quel genocidio lì, l'IHRA definition vi proibisce anche solo di pensarci – ma ad esempio... il genocidio armeno: immaginate che i Giovani Turchi in quel periodo invitino Erri De Luca a un convegno, e dopo un bel buffet con quei dolci che ti cariano i denti anche solo a guardarli, gli chiedano, ebbene Effendi De Luca, che ne pensa: abbiamo genocidiato gli armeni? Effendi De Luca dovrebbe dire di no: e non per la gratitudine di aver pranzato come un pascià – cosa state a pensare – ma proprio perché il genocidio armeno storicamente è il risultato di una serie di convulsi spostamenti di una popolazione che dopo un po', a furia di essere spostata e non nutrita, scomparve. Ma scomparve mentre veniva spostata, e quindi per Erri De Luca non sarebbe genocidio.
Bene, ora immaginate Amon Goetz che durante lo smantellamento del ghetto di Cracovia – quindi a quel punto certi ebrei erano già stati spostati due volte, invitasse Herr De Luca... no, scusate, la legge contro l'antisemitismo vi proibisce di immaginare questa situazione. Holocaust Inversion! Non pensatela, ripeto: non pensatela.
Pensate piuttosto a come ci si può ridurre in Italia, quando si campa vendendo libri, i libri si vendono attirando l'attenzione, l'attenzione la ottieni mettendoti tra il pubblico e un massacro. Del resto ognuno fa quel che può con quel che riesce, nel tempo che gli è concesso di vivere: a Erri De Luca è capitata questa congiuntura e può darsi che sarà l'unica cosa che gli sopravvivrà, in qualche eventuale edizione futura del Dizionario Biografico degli Italiani: scrittore a cavallo tra XX e XXI secolo, tentò di giustificare il sionismo durante il genocidio palestinese.
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