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venerdì 17 luglio 2026

Altri santi di luglio

19 luglio: Sant'Arsenio il grande, educatore ed eremita (354-450 ca.)

Philip de Champaigne, 1633

Un giorno Arsenio il Grande fu visto consultarsi con un umile eremita egiziano. Questo non è che si intoni molto con quello che altre fonti dicono di lui: Arsenio in effetti era il più scontroso degli eremiti della sua generazione, non riceveva nemmeno l'imperatore in ginocchio (che del resto era stato suo studente), non andava a trovare nessuno e se qualcuno osava andarlo a trovare, lui non aveva niente da dirgli: è comprensibile, uno non si ritira nel deserto per far salotto coi turisti religiosi, e tuttavia altri eremiti si mostravano molto più ospitali con chi compiva lunghi e perigliosi viaggi per visitarli; Arsenio no. Comunque nei Detti dei padri del deserto si legge che quando gli chiesero: ma come mai, tu così ferrato in greco e in latino, chiedi consigli a questo contadino, egli rispose: è vero che ho imparato il greco e il latino, ma di questo contadino non so nemmeno l'alfabeto. Che è un po' il sentimento che mi affratella ad Arsenio quando mi trovo davanti a uno studente e mi servirebbero l'ucraino o l'urdu o il punjabi e invece mi hanno insegnato il latino, e un'altra cosa che mi affratella ad Arsenio in questi giorni è che ebbe il "dono delle lacrime", ovvero a quanto pare a un certo punto si mise a piangere e non smise più, una congiuntivite cronica che nell'aria secca del deserto doveva risultargli ancor più fastidiosa e l'altro giorno anch'io mi sono svegliato lacrimando e non ho più smesso, povero Arsenio. 
Arsenio, come Girolamo (di cui fu allievo), proveniva da una nobile famiglia romana e la sua grande cultura gli aveva procurato un impiego d'eccezione: istitutore dei due figli dell'imperatore Teodosio: Arcadio e Onorio. Questo a dire il vero non depone a favore della sua caratura d'insegnante, viste le magre figure che Arcadio a Oriente e Onorio a Occidente avrebbero rimediato una volta intronati. C'è anche una voce messa in giro non si sa bene in qualche pagina web che riferisce che il più grande, Arcadio, "congiurò" contro di lui, senza specificare in che cosa consisterebbe questa "congiura": pagò un sicario per ucciderlo? o gli allacciò i sandali alla cattedra mentre sonnecchiava? Capite che dagli imperatori romani ci si può aspettare di tutto, specie quando sono ancora ragazzini, comunque a un certo punto Arsenio si stufò, andò in crisi, forse cominciava già a lagrimare, forse sentì una voce che gli diceva φεῦγε τoὐς ανθρὡπους e reagì come avreste reagito voi sentendo una voce che vi dice φεῦγε τoὐς ανθρὡπους: partendo per il deserto egiziano, dove il cenobitismo era nella sua fase eroica. Nel cenobio di Scete, Arsenio incontra l'abate Giovanni il Nano, che lo saluta lanciandogli un pezzo di pane; invece di scansarsi, Arsenio l'afferra e ringrazia: ha superato la prova. Dopo un duro apprendistato, alla morte del Nano gli succede come abate; in seguito dovette spostarsi a Troe a causa di certe invasioni libiche. Non è molto chiaro quando sia morto; i cronisti devono fare qualche acrobazia per conciliare il suo ruolo di istitutore di Arcadio e Onorio con una data di morte molto avanzata, già nel 450. Un altro suo detto famoso è: ho rimpianto tante volte di aver detto qualcosa; mai di essere stato in silenzio. Amen. (A Sant'Arsenio, provincia di Salerno, c'è una statua ottocentesca la cui testa si sarebbe scolpita da sola, nottetempo). Nell'ultima versione del Maritrologio Romano, Arsenio non c'è: secondo Wikipedia i latini lo celebravano l'otto maggio, ma secondo la Bibliotheca Sanctorum questo è l'uso greco, mentre latini e siro-maroniti lo celebrerebbero oggi.    


21 luglio: San Simeone il Folle (VI secolo)

La prima volta che comparve a Emesa (oggi Homs, Siria), Simeone trascinava un cane morto: lo aveva trovato in un immondezzaio fuori le mura e aveva legato la coda alla sua cinta. Lo videro dei ragazzini e si misero a picchiarlo: del resto c'erano ottimi motivi per lasciare le carogne degli animali fuori dalle città, con tutte le malattie che portavano. Simeone non lo sapeva? Può darsi che dopo 29 anni di vita nel deserto, Simeone non fosse più molto pratico della vita cittadina. Anche se i primi trent'anni li aveva trascorsi a Edessa: la vocazione al deserto l'aveva scoperta durante un viaggio in Palestina, una terra che fa impazzire un po' tutti da migliaia di anni. Simeone però non era del tutto matto: faceva finta. Questo almeno secondo i suoi agiografi: come aveva confessato al confratello Giovanni, le sue stravaganze erano il modo con cui aveva deciso di "prendersi gioco del mondo". In questo modo reagiva a un fenomeno di banalizzazione della santità che era sopraggiunto da quando il cristianesimo era diventata la religione egemone: i santi ora non scandalizzavano più come ai tempi dei martiri, anzi ormai erano figure aspirazionali. Simeone non voleva essere additato come uomo pio o saggio: preferiva spegnere le candele con le noci. Si spogliava in pubblico, spesso e volentieri, defecava in giro e si faceva picchiare spesso e volentieri, persino da un gruppo di donne quella volta che decise di entrare nel reparto femminile dei bagni pubblici. Tutti questi atteggiamenti (che alla lontana ricordano la figura del filosofo Diogene) dovevano distogliere i buoni cittadini di Emesa dalla vera natura di Simeone, che in segreto praticava la virtù senza ambire a ricompense sociali. Simeone è una specie di Batman del cristianesimo tardoantico: di notte aiuta i poveri e compie buone azioni, di giorno storna i sospetti facendo il matto. Quel che successe è che dopo la morte e i miracoli che ne seguirono (gli angeli cantavano durante le esequie, qualche pagano si convertì, il corpo scomparve) Simeone il Folle fu riconosciuto come santo e anche la sua via così stravagante alla santità divenne un modello per secoli di emuli, soprattutto in ambito ortodosso e particolarmente in Russia, dove il "folle di Dio" divenne una precisa tipologia di predicatore/mendicante. In Occidente i folli sarebbero stati più rari, ma memorabili: tra tutti, Francesco d'Assisi.  

I sette vizi capitali (e i quattro novissimi) di Hieronymus Bosch

23 luglio: San Giovanni Cassiano, monaco e scrittore (360-435)

Ai bravi scrittori si perdona tutto, non so se l'avete notato. Giovanni Cassiano, nato a metà del IV secolo, fu evidentemente un bravo scrittore, al punto che quando il concilio di Orleans condannò alcune sue tesi in quanto semipelagiane, agli atti risultarono i titoli dei libri ma non dell'autore; alcuni dei titoli poi vennero definiti apocrifi. Cassiano a quel punto era morto già da un secolo e nessuno gli contestava la fama di santo. Nato forse alla foce del Danubio, dopo aver visitato gli eroici cenobi della Palestina era stato ordinato sacerdote a Costantinopoli da Giovanni Crisostomo, divenendo testimone della sua caduta in disgrazia presso la corte. Giunto in Occidente, forse per perorare la causa del suo maestro, non c'era riuscito, ma a Marsiglia aveva fondato uno dei primi monasteri in terra di Francia, anzi si chiamava ancora Gallia. I suoi testi sui padri del deserto e sulle istituzioni cenobitiche avranno un grande successo per tutto il Medioevo, influenzando tutte le regole da Benedetto in poi. Desideroso di fornire ai suoi monaci strumenti di introspezione che li rendano santi in terra, Cassiano introduce un'idea che avrà un'enorme fortuna: gli otto vizi capitali, che in seguito diventeranno sette (Cassiano includeva anche la "Vanagloria" e la "Tristezza", che in seguito saranno accorpate rispettivamente con Superbia e Accidia; invece non conosceva ancora l'Invidia, beato lui). 
Cassiano scrisse anche sul pelagianesimo, per condannarlo, ma nei decenni successivi vinse la linea molto più dura di Agostino, rispetto alla quale Cassiano risultava quasi pelagiano. Pelagio era un monaco irlandese che non credeva nel peccato originale; ovvero sì, Adamo ed Eva avevano senza dubbio peccato ed erano stati puniti per questo, ma Pelagio trovava assurda l'idea che il loro peccato si fosse trasmesso alla discendenza (e che Cristo fosse morto in croce per annullarlo). Pelagio era un estremista del libero arbitrio, e per qualche tempo la sua opinione non fu considerata così eretica; senonché Agostino da Ippona ne aveva una completamente opposta, e forse la sapeva argomentare con più convinzione: l'umanità era in balia del peccato, solo la grazia di Dio consentiva agli uomini di salvarsi, ecc. Cassiano, che aveva una comunità di monaci da guidare verso la perfezione, sentiva la necessità di una posizione intermedia: sì, l'uomo è fondamentalmente un peccatore, ma sta a lui recepire la grazia di Dio; il quale Dio probabilmente vorrebbe salvarci tutti, ma ecco, dipende da noi, per cui non parlateci di predestinazione. Da cui si capisce come il semipelagianesimo di Cassiano, pur ufficialmente condannato a Orleans, non abbia affatto abbandonato la mentalità dei cristiani occidentali, fino allo scisma luterano che accusava i papisti, appunto, di semipelagianesimo. Trovatosi insomma nell'occhio del ciclone di una delle dispute dottrinali più lunghe e violente della cristianità, Cassiano non è mai stato accusato esplicitamente di eresia perché alla fine basta leggerlo per capire che è solo un buon monaco che ci tiene a far vivere santamente i suoi confratelli – a differenza di Agostino e Lutero, grandi scrittori pure loro ma molto più torbidi, ecco.

Reliquiario dei Magi a Colonia

24 luglio: Traslazione dei Magi a Colonia

Quando nella primavera del 1162 Federico Barbarossa, dopo avere espugnato per la seconda volta Milano, ordinò di distruggerla, non è che fosse rimasto molto da portarsi su in Germania. Qualche reliquia comunque andava requisita, era un atto dovuto, non si torna mai da un sacco senza un souvenir, i parenti potrebbero dire alle spalle che non ci sei stato davvero, è tutta una montatura. Fu in quell'occasione che Raimondo di Dassel, braccio destro di Federico e arcicancelliere d'Italia, avrebbe portato le reliquie dei Magi da Milano a Colonia, città di cui era arcivescovo. Che ci facessero poi a Milano i re Magi non era tanto chiaro: secondo la leggenda ufficiale i corpi erano stati raccolti a Costantinopoli dall'imperatrice Elena, e in seguito quasi dimenticati, sinché il vescovo di Milano Eustorgio sarebbe riuscito a farseli consegnare. A Costantinopoli non ci sono tracce di una particolare venerazione per i Magi, e anche a Milano c'erano reliquie molto più popolari (Ambrogio, Gervasio e Protasio) che però ai bravi fedeli di Colonia non avrebbero detto molto: i re Magi invece divennero ben presto l'attrazione principale della cattedrale e poco importa che nel frattempo Marco Polo avesse scoperto una più plausibile tomba dei Magi in Persia; le reliquie di Colonia attraggono visitatori da tutta l'Europa centrale, Per loro Giovanni di Hildesheim scrive l'Historia trium regum in cui le poche notizie su di loro contenute nel Vangelo di Matteo vengono integrate con informazioni tratte da leggende medievali; i magi diventano definitivamente tre, ricevono i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, e un destino di martiri dopo il battesimo ricevuto dall'apostolo Tommaso.

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