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lunedì 13 luglio 2026

La stagione delle lettere



In estate, per tutta una serie di motivi, ci mettiamo a discutere di scrittori. Il che potrebbe portarci un giorno, chissà, a parlare persino di letteratura. Qui ci sono un po' di cose che ho messo su facebook negli ultimi mesi; sul blog non avrebbero avuto molto senso, ma forse rileggendole tutte insieme... nah. 


16 giugno: uno scrittore israeliano a caso era stato invitato a un convegno a caso. Polemica. Sì, è antipatico che qualcuno non voglia invitare lo scrittore X al convegno Y. Bisognerebbe sempre fare proposte in positivo, ad esempio mi piacerebbe che il convegno Y invitasse Refaat Alareer, scrittore e poeta palestinese che descrisse l'assedio di Gaza con passione e una punta di humour. Una volta ad esempio, siccome qualcuno su Twitter si ostinava a parlare di bambini cotti in un forno a microonde, lui domando: "Ma con o senza lievito"? Purtroppo questo tweet fu ripreso da Bari Weiss come esempio di empietà palestinese, Alareer cominciò a ricevere telefonate dall'IDF, dopodiché il suo appartamento a Gaza fu bombardato da un drone. Per questo motivo nessun convegno può più invitare Alareer – che non faceva parte di Hamas, ma del corpo dei volontari dello zoo di Gaza. Qualcuno dirà che più o meno è la stessa cosa, e che comunque non è censura, perché l'IDF prima di ucciderti ti telefona, e se ti telefona prima non è né censura né genocidio. Ugualmente a me dispiace che Alareer non possa più essere invitato a nessun convegno, mentre qualsiasi scrittore israeliano sì.

Questo tipo di discussione è inutile, ogni tipo di discussione è inutile se provi a rivolgerla ai sionisti. Già prima non è che brillassero per acume (e chi brillava ha avuto tutto il tempo e le occasioni per scendere dal carro): chi è rimasto, oltre a non essere il più sveglio della cumpa, è in preda al panico. Vale la pena di spiegare che un boicottaggio non è censura, che ci sono differenze tra il disinvitare uno scrittore a un convegno e bruciare i suoi libri in piazza – o bombardare il suo appartamento? No, non vale la pena, se volessero capire avrebbero capito da mò. Sono stati liberali senza capire cosa fosse la libertà, sono stati radicali gandhiani perché pensavano che il boicottaggio consistesse nel pasteggiare a cappuccini per fare notizia. L'idea che un boicottaggio possa implicare delle rinunce, dei danni, molto spesso autoinflitti, non la capiscono: il loro eroe del resto digiunando prendeva peso. Sono sempre stati col più forte e sono nervosi perché il più forte non vince tutte le guerre, amen. Gli scrittori continueranno a scrivere, se ogni tanto qualcuno non li inviterà a un convegno ciò molto spesso farà loro più pubblicità di un atto di presenza. A Gaza c'è stato un genocidio, a chi si mette a sottilizzare sulla definizione non regalerei tribune, se qualcuno ancora vuole perdere tempo e fatica nel tentativo (vano) di migliorare l'immagine di Israele, che sia almeno Israele a pagare. In casa non mi fanno neanche più bere il chinotto perché anche la sottomarca è di proprietà di un brand che sta sulla lista BDS, deve piangermi il cuore perché uno scrittore non può andare in un posto? Vorrà dire che quel fine settimana starà a casa, dove difficilmente un drone lo andrà a snidare, e anche se suona un allarme antimissile c'è senz'altro un comodo rifugio attrezzato.  

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25 maggio: Erri De Luca si scopre esperto di diritto internazionale. Il discorso sugli extraparlamentari di sinistra dei '70 che diventano i fasciosionisti nel '20 lo abbiamo fatto tante volte che non vale più la pena – a volte riguardo Allonsanfan, o riascolto certo Gaber, e mi pare che avessero capito già tutto molto prima che avvenisse. Già a metà '90 il tema del riflusso era diventato uno stucchevole romanzo generazionale il cui principale problema era che i protagonisti erano assai consapevoli di esserlo, ben disposti a drammatizzare certi tradimenti – come se invecchiare pompieri non fosse la sorte più banale che può capitare a un incendiario. Molti venivano da famiglie bene, parcheggiati in quella zona d'ombra tra giornalismo, politica e università, dove si stimava che non avrebbero fatto danni (qualcuno c'è riuscito lo stesso). Erano sinceramente convinti che sarebbero diventati la classe dirigente: il che dopo il '68 richiedeva determinate pose rivoluzionarie, e nel '94 (per alcuni) mettersi a disposizione di Silvio Berlusconi. Uno dei tratti che non hanno mai abbandonato, in tutte le loro incarnazioni, è una certa sicumera, la sensazione di aver capito il mondo prima di noi buzzurri e di avere la bontà per spiegarcelo. Questo spiega in parte Erri de Luca, che un giorno legge la Bibbia e diventa un biblista, un altro giorno va in Israele e diventa un esperto di genocidi. Uno non riesce neanche a prendersela, perché poi il vero problema è anche sotto, ovvero quelle centinaia di lettori/discepoli che ci sono cascati per tanti anni, contribuendo a perpetrare tutta una serie di equivoci per cui quando parla un De Luca (o un Adriano Sofri, o un Paolo Mieli, o aggiungetene a piacere) noi dovremmo stare in religioso silenzio e meditare in cuore i loro ponderati discorsi. Alla fine fa un po' ridere, no? – tutta una vita passata ad aspettare il ritorno del fascismo, come i Tartari dalla fortezza Bastiani, e poi quando arriva: prego, prego, si accomodi, ah ma era il fascismo? Nooo, ma cosa dite, impossibile, il fascismo era diverso, questo è una cosa simpatica, ti invitano anche ai convegni, e hai visto i gadget?

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27 giugno: il ministro Valditara annuncia una nuova bozza delle Indicazioni nazionali per la scuola secondaria. Lo studio dei Promessi sposi torna in seconda. 

Vorrei almeno fosse chiaro che il punto non sono i Promessi sposi; che i PS sono un pretesto. Il dibattito sull'opportunità di leggerli a 17 anni piuttosto che a 15 era lezioso due mesi fa, figuriamoci ora. Non è neanche la punta dell'iceberg, diciamo un gabbiano appollaiato sulla punta. Le Indicazioni sono, appunto, indicazioni: gli insegnanti che ritenevano necessario e utile leggere i PS in seconda l'avrebbero fatto comunque; quelli che (a torto o a ragione) lo consideravano uno sforzo inutile/dannoso non cambieranno idea ora. La punta dell'iceberg è un ministro che sconfessa una sottocommissione che lui stesso ha nominato, una sottocommissione di esperti che aveva avuto ottimi motivi per nominare e che in questi anni ha evidentemente dialogato con gli insegnanti, recependone le esigenze (cosa che non si potrebbe dire, ad esempio, per la sottocommissione Storia); un gruppo di lavoro a capo del quale c'è un esperto che ha difeso pubblicamente le scelte della sottocommissione con argomenti che il ministro si guarda bene dall'affrontare. La punta dell'iceberg è un enorme documento prodotto per dare la sensazione che tutto cambi, laddove se appena in una paginetta si riscontra un timido ma effettivo cambiamento, ecco il ministro ingranare la retromarcia in autostrada, incurante di giocarsi una credibilità che in effetti non ha mai avuto. C'è senz'altro anche un'espressione manzoniana per definire un tipo così, ma non me la ricordo e mi sono rotto più i coglioni dei Promessi sposi in questi tre mesi che in vent'anni e più d'insegnamento, potrebbe essere il momento di dare una chance a Fabio Volo.


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21 giugno: Michele Mari viene accusato di avere sparlato di Michela Murgia sul minivan del Premio Strega, adesso mi rendo conto che questa frase fa ridere, ma vi garantisco che nel 2026 per due settimane ne abbiamo parlato tantissimo, ci sembrava una cosa davvero molto importante. 

Sentite, gli scrittori sono stronzi. Quasi tutti. Le eccezioni sono spesso purtroppo scrittori mediocri. Avete presente quella pagina bianca di fronte alla quale vi trovavate a volte prima di chatgpt, quando vi chiedevano una relazione o anche solo due righe di condoglianze per un collega cui è morto un padre, vi immaginate se invece di due righe ci dovreste scrivere centinaia di pagine di fatti sostanzialmente vostri, e poi queste centinaia di pagine portarle in giro, cercare di rivenderle a un editore, addirittura a dei lettori, ma vi tenete conto di quanto narcisismo richieda tutto questo sforzo, al punto che è più facile imbattersi in assassini seriali e dittatori che hanno fallito come scrittori che il contrario. Sono degli stronzi, lo dico senza acrimonia, non è che mi abbiano scopato la fidanzata (oddio, adesso che ci penso), in quanto italianista li ho sempre preferiti morti e sepolti dentro pesanti monumenti, ma non è questo il punto. Il punto è metterli su un pulmino, cioè cosa ti aspetti da sei stronzi su un pulmino? Ma persino se fossero idraulici, persino se fossero sei insegnanti, il minimo che puoi aspettarti è che a qualcuno scappi una malignità su un collega assente. Il minimo, veramente il minimo. Direi che il genio che ha inventato questa cosa del pulmino si aspettava esattamente situazioni come queste, questo tipo di pubblicità. A parte che è una cosa che la dice lunga sul livello a cui il povero scrittore vivente deve scendere, cioè ve li immaginate i cinquinisti del '56 tutti assieme su un pulmino, Bassani, Carlo Levi, Petroni... ma a parte questo, insomma, sei scrittori su un pulmino non è neanche la premessa per un reality, sei scrittori italiani su un pulmino è il preambolo di un inedito di Agatha Christie.


28 giugno: ne stavamo ancora parlando

Non c'è niente di male nel litigare sopra gli scrittori, sul serio: qua sopra litighiamo per centinaia di argomenti anche meno interessanti. Il problema al massimo è l'inesorabile rapidità con cui compaiono le parole amichettismo, circolino, clan, conventicola. Parole il cui intento è stigmatizzare un comportamento tipico di scrittori e altri operatori intellettuali, ovvero? Ovvero l'abilità di crearsi una rete di amici e sodali che diventano, nei momenti giusti, una cassa di risonanza. Ora, secondo alcuni ciò sarebbe sbagliato. Farsi degli amici? Magari selezionati in base a un comune sentire, a un'ideologia condivisa? E con questi amici tentare magari di costruirsi una scena, di ampliare un bacino di lettori? Ma ciò è malvagio! Gli scrittori sempre a casa dovrebbero stare, a litigare coi famigliari perché cercano l'ispirazione fissando il vuoto sul balcone invece di scendere a buttare l'umido. 

Chi sostiene queste cose (oltre a far parte lui medesimo di un reticolo sociale, di cui fruisce a volte senza rendersene conto come il pesce dell'acqua) (oltre a scriverle su qualche social network, letteralmente reticoli sociali in cui l'amicizia si conquista e si trattiene con le unghie), chi affetta questa intolleranza per i clan e i circolini, ha perso la facoltà di collegare gli umanisti a una delle più umane attività, la socialità; magari davvero al liceo ha studiato i classici come medaglioni crociani completamente avulsi dal contesto sociale, il che gli ha impedito di scoprire ad es. quanti Giordani servono per ottenere un Leopardi; e che razza di ragnatele di relazioni stessero intorno a scrittori che ci piace immaginare solitari e scostanti. 

Nel 1911 Giovanni Papini è un signor nessuno con tre figlie a carico. La Voce è un bel progettino editoriale, ma non gli paga le bollette: però gli ha fatto conoscere un tipografo coraggioso, tal Vallecchi. Con un amico pittore spiantato decide di mettere in piedi un giornale artistico un po' di rottura, che possa pubblicare inserzioni pubblicitarie di cui i giornali si vergognano (purganti e preservativi). Boom, cominciano a comprarlo i militari sui treni che li portano in licenza. Papini si sfrena, scrive in prima pagina le cose più estreme che gli vengono in mente: chiudiamo le scuole, amiamo la guerra. L'amico pittore si azzuffa coi futuristi, per poi entrare in società coi futuristi quando si rende conto che Marinetti, per quanto sia persino meno credibile di loro, è quello con la grana. La pacchia dura un anno o poco più e già verso la fine dell'anno Papini deve scrivere: ma perché dite che siamo una "camorra"? Ci conoscete, siamo io e Soffici, abbiamo un po' di contatti, siamo fuori dall'università, fuori dal giro degli editori importanti, ci siamo fatti da soli, ci siamo inventati una roba che precede il Male di 60 anni, precede Libero di 80, come fate a prenderci per lo status quo? Niente, la gente è così. 

Lo scrivo io che sono la persona meno brava a tenersi gli amici, e ciononostante ne ho e mi invitano alle presentazioni, a volte persino di libri che ho scritto io, cioè spiegatemi esattamente cosa c'è che non va in tutto questo? Perché non dovrebbero gli scrittori cercare di associarsi, di lottare per ottenere più attenzione per sé e per i propri sodali? Questo tipo di lavoro, se non lo fanno loro, chi lo dovrebbe fare? Un editore milanese? Un algoritmo californiano? Io non so se la Murgia in futuro sarà ricordata soprattutto per la rete di scrittori che si è saputa costruire nei pochi anni che è riuscita a vivere; o se viceversa, di lei si ricorderanno soltanto le opere, e la ragnatela tutt'intorno sparirà nel recipiente degli epigoni. Non lo so e non m'interessa, tanto non ci sarò. Mi dispiace che la gente pensi che ci sia qualcosa di male nello stare assieme e nell'aiutarsi; mi dispiace per quel signore che ogni volta che in un pezzo compare il fastidioso termine "Amichettismo" interviene per lamentarsi che il termine è suo, cioè lo ha inventato lui – come se fosse un'idea originale, cioè ok, capisco che "camorra" oggi abbia assunto un significato diverso e "conventicola", dopo quel film, sia inutilizzabile, ma sul serio vuoi ricordare a tutti che hai inventato una parola da stronzo? Sul serio vuoi rischiare di essere ricordato per quella parola? Ma non ce l'hai almeno un amichetto?

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18 giugno

Lo dico vergognandomene, ma di Carlo Ginzburg ho letto così poco che si fa prima a dire che non ho letto niente. E allo stesso tempo ho la sensazione di aver vissuto in un mondo che era migliore perché se non io, almeno i miei insegnanti ne avevano letto, e della microstoria avevano fatto un metodo. La cultura, quando è un edificio che regge, diventa un sistema dove davvero, a volte puoi permetterti di conoscere un autore solo per sentito dire perché tutt'intorno a te c'è gente che comunque ha preso molto da lui, e te l'ha riproposto. Ciò non cancella la vergogna, e aggiunge l'inquietudine di vivere in un edificio che per vari motivi non regge più.


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