Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi. Noi no. Donate all'UNRWA.
Visualizzazione post con etichetta Mondo Carpi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mondo Carpi. Mostra tutti i post

martedì 19 maggio 2026

Il razzismo perde sempre (domenica, a Modena)


Il luogo dove Salim El Koudri ha investito le sue vittime è familiare non solo a qualsiasi modenese, ma credo a chiunque in città passi anche solo due o tre volte in una vita: in quel punto, nel Medioevo, la via Emilia usciva dalla città, sboccando appena fuori dalle mura in un grande spazio che oggi è un piazzale bello e complicato – aiuole, fontane monumentali, semafori, fermate dell'autobus, il teatro Storchi, e sul limite orientale cominciano già i condomini del dopoguerra – è un luogo meraviglioso, in realtà: è tutta Modena in una piazza sola, ma non ce la godiamo: abbiamo sempre fretta di andare da qualche parte a fare qualche cosa. La psicosi ha spinto El Koudri come un tonno verso la trappola: si è ritrovato all'improvviso nel punto in cui il piazzale si restringe bruscamente, diventa un Largo e poi una via pedonale. 

Quello che è successo è stato paragonato ad altri episodi, più o meno simili. Io non posso fare a meno di ricordare un'altra tragedia più cruenta, avvenuta nella mia città (Carpi, in provincia di Modena) sembra ieri ma sono già passati 15 anni. Un'anziana signora che aveva i permessi speciali per condurre l'auto nella piazza centrale – una piazza enorme – perse i controlli e uccise tre persone, una la conoscevo. Fu assurdo e terribile, tra l'altro in un giorno di festa: eppure nessuno perse tempo su internet per riversare odio su quella signora. Internet, garantisco, era più o meno la fogna che è oggi. Il motivo per cui nessun politico di livello nazionale si scomodò (e dire che c'erano dei morti), il motivo per cui nessuno promise inasprimenti delle pene e remigrazioni, è molto semplice: quella signora aveva un nome e cognome italiano. Tutto qui, non è nemmeno una questione di cittadinanza, perché Salim El Koudri è assolutamente italiano, nato in Italia da genitori italiani: una cosa che molti fanno fatica ad accettare, eppure controllate sulla Costituzione: è proprio così. 

Modena Today

Il motivo per cui a Carpi nel 2011 nessuno pensò al terrorismo, e a Modena nel 2026 alcuni hanno iniziato a parlarne quando le ambulanze non erano ancora arrivate in ospedale, ha a che fare semplicemente con un nome e un cognome arabo, e forse con un colore di pelle appena un po' più scuro della media modenese. Razzismo, puro e semplice: irradiato, nutrito e alfabetizzato da mandanti politici, alla luce del sole – magari dietro di loro c'è pure qualcuno che lavora nell'ombra, ma quel che riusciamo a vedere alla luce del sole è abbastanza chiaro, io mi accontento. Ho tutte le prove che mi servono per affermare che Matteo Salvini è un razzista (e un fallito); Giorgia Meloni è una razzista (e sta per fallire), Vannacci è un razzista (e fallirà). I giornali di Angelucci vendono, seminano e raccolgono razzismo: ma vendono poco, perché è scarso anche Angelucci. Molti commentatori razzisti, che in questi giorni vi hanno fatto incazzare in calce alle notizie, semplicemente non esistono: sono più o meno gli stessi bot che dovevano far vincere alla Meloni un referendum, e non ci sono riusciti. Gli italiani non saranno proprio tutti brava gente, ma somigliano più alla piazza Grande di domenica pomeriggio che ai commenti puzzolenti in coda al Resto del Carlino. Il razzismo sembra spesso invincibile, ma controllate su qualsiasi libro: alla fine perde sempre, è programmato per perdere (ce l'ha nel sangue...) Certo, occorrerà un'attenzione maggiore di quella che abbiamo avuto fin qui. Nei prossimi anni abbiamo una finestra di opportunità: la destra ha promesso tutto quel che poteva promettere e ha deluso tutti quelli che poteva deludere. È il momento non soltanto di vincere, ma di emarginare definitivamente una frangia che è minoritaria nel Paese, i cui successi dipendono sostanzialmente dall'accanimento di alcuni finanziatori, editori e comunicatori. Non chiedo leggi speciali, le leggi esistono già: promuovere l'odio razziale è già un crimine, che si può misurare in disagio sociale, in diffidenza, in morti e feriti: traiamone le conseguenze, i mandanti sono alla luce del sole. Andiamoli a prendere e facciamo in modo che non possano più inquinare i pozzi, non possiamo permettercelo. Schizofrenici ne avremo sempre (ma dobbiamo cercare di curarli); auto che non frenano automaticamente davanti a un ostacolo ne troveremo sempre meno; per quale motivo dovremmo continuare a tollerare invece il razzismo? Troppa gente comincia a ritenerlo un'opinione come un'altra, magari garantita dalla Costituzione – ecco, appunto no: tutto il contrario. 

Per quanto ci venga naturale associare luoghi e ricordi, vi sono certi spazi di transito così frequentati che i ricordi dopo un po' sono troppi, e si annullano tra loro (è uno dei motivi per cui bisognerebbe cambiare città, a un certo punto della vita). Francesco Guccini, che a Modena ci restò poco, in quell'unica canzone confessa candidamente di avere associato a molti angoli del centro i suoi sogni erotici. Ecco, appunto, bisognerebbe lasciare una città quando contiene quel tipo di ricordi; altrimenti poi succede questa cosa imbarazzante per cui il luogo in cui hai baciato una ragazza diventa lo stesso luogo in cui correvi di fretta per andare a lezione di guida, nonché lo stesso luogo in cui hai ricevuto una notizia di lavoro importante, nonché lo stesso luogo dove è avvenuto un fatto tragico di rilevanza nazionale. Un altro ricordo che non vorrei sbiadisse è uno dei tanti cortei che si fermò proprio lì, meno di un paio di anni fa, ed era una mobilitazione per la Palestina. Ecco, un altro motivo per cui un cognome arabo fa immediatamente pensare a un attentato, è che in un certo senso tutti ce lo aspettiamo. Sono quasi tre anni che a Modena vengono organizzati cortei e presidi. Una mobilitazione che non è importantissima per numero, ma è interessante per composizione: non è la prima volta che musulmani e autoctoni marciano assieme, ma non erano mai stati così sparsi, e insieme così compatti, al punto che ormai non riesci a separarli. Hanno le stesse bandiere, gli stessi slogan, e non si trova il modo per incriminarli: non fanno niente di male, a parte questa pretesa fastidiosa di denunciare un genocidio. Ora, non mi metterò a far la morale ai giornalisti: è chiaro che uno schizofrenico che investe sei persone fa più rumore di centinaia di musulmani che da tre anni protestano pacificamente. Vorrei solo cercare di spiegare perché di uno stragista col cognome arabo, Salvini Meloni Angelucci e Vannacci a questo punto avessero un disperato bisogno. È una cosa da tenere conto: quella è gente che quando capisce che sta per perdere, le prova tutte. Teniamone conto, prepariamoci. A presto. 

mercoledì 18 dicembre 2024

In monopattino è meglio (se sei bianco)

 1893. 

Buongiorno, mi chiamo Leonardo e sono un fuorilegge; non lo faccio certo per vantarmi, ma è appena entrato in vigore un codice della strada che prevede la targa per i monopattini. Targa che nessuna motorizzazione ha ancora prodotto: quando ho chiesto un parere ai vigili del mio comune, mi hanno detto di attendere. Non è chiaro se io debba attendere a piedi o possa farlo in monopattino; detto questo, domattina se non nevica probabilmente salirò sul mio mezzo elettrico preferito, infilando il casco che ho appena comprato e che lascerà passare il freddo d'inverno e il caldo d'estate. Farò più o meno lo stesso percorso che faccio tutti i giorni e che comprende qualche tratto di ciclabile, benché credo che ora sia vietato – ma è così comoda la ciclabile in inverno, completamente vuota – e se incontro un vigile o un poliziotto, beh, sono abbastanza sicuro che capirà la situazione e non vorrà rovinarmi la vita. E sapete perché ne sono sicuro?

Perché sono bianco.

E fino a qualche anno fa mai l'avrei pensato, ma è andata così. Sono bianco, il che riduce di diversi punti percentuali l'eventualità che un uomo d'ordine voglia rompermi i coglioni. Mentre se fossi appena appena un po' meno bianco, beh, sarei molto più nervoso. Ma non credo comunque che lascerei il monopattino a casa, perché il monopattino mica si usa per fare bella figura con gli amici: è uno strumento pochissimo cool, anzi davvero sfigato, che serve per lo più a portarti sul luogo di lavoro. Può darsi che in altre città si sia sviluppata una cultura giovanile del monopattino, ma insomma per adesso da noi è così. Voglio dire, è un mezzo che non fa rumore, che non va forte, che s'impara a condurre in cinque minuti e che frena appena deceleri. Non riesci veramente ad ammazzare nessuno: è davvero il mezzo di locomozione più sfigato del mondo. Chi se lo procura ha evidentemente solo la banale necessità di spostarsi, una necessità che condivido con gente che ha spesso la pelle più scura della mia. 

Ora, il nostro governo è quello che è, tutto si può dire salvo che siano coraggiosi. È chiaro che gli piacerebbe tanto implementare la segregazione razziale, ma l'intrepidezza di dircelo non ce l'hanno (e sì che a facce di bronzo non stanno messi male) dobbiamo capirlo da soli. Si possono magari togliere altre risorse al welfare, perché scuole statali e ospedali pubblici sono proprio il posto dove il personale ti cura e ti insegna senza guardare al colore della pelle: per cui meglio privatizzarli. Ma a parte questo, e smantellare il traffico ferroviario, che altro si può fare per rendere difficile la vita a chi ha tutti i diritti di vivere e lavorare in Italia ma ha la pelle un po' più scura degli altri? Bastava guardarsi un po' in giro, e Salvini in giro in questi anni c'è andato, questo dobbiamo riconoscerglielo. 

Buongiorno, mi chiamo Leonardo e sissignore, da più di un anno vado in monopattino. Non dico che mi ha cambiato la vita, ma quasi. C'è da dire che vivo in un piccolo centro, che per il monopattino è la dimensione ideale. Quel che mi affascinava da sempre del mezzo era la commutabilità, ovvero l'idea che avrei potuto caricarmelo in macchina e girare in altre città risparmiando sul parcheggio. Qualche volta l'ho pure fatto, ma quel che davvero è successo è che ho assolutamente smesso di girare la mia città in macchina (il che è un bene) e in bicicletta (il che è un male). C'è da dire che negli ultimi anni mi capitava sempre più spesso, la mattina, di alzare gli occhi a un cielo nuvoloso o grigio o boh, e pensare no, non ce la faccio a uscire in bicicletta oggi. Stavo diventando vecchio e inquinante, almeno ho smesso di essere inquinante – anche se ho il fermo sospetto di essere diventato un personaggio da chiacchiera di bar, il professore in monopattino. E pazienza: è così comodo. È veramente il mezzo di trasporto più facile del mondo, una protesi dei propri piedi, a volte non ti accorgi nemmeno che non stai camminando. 

Ma è sicuro? Beh, dipende. È chiaro che più lo usi più diventi attento (ma a volte poi è proprio l'eccessiva confidenza che ti frega). In venti mesi diciamo che devo avere rischiato la vita solo un paio di volte, e sempre a causa di automobili che la gente userebbe di meno, se sapesse quant'è semplice e bello andare in monopattino. Ma no, devono inquinare, devono comprare altre macchine e neanche elettriche perché altrimenti l'Occidente tramonta e poi non ha abbastanza soldi per pulire etnicamente il Medio Oriente. Una cosa che ho capito molto presto è che la gente tra cui sfrecciavo alla pazza velocità di 18 km/h aveva paura di me. Non dei ciclisti – che hanno un baricentro molto alto, e su bici elettriche possono raggiungere i 25 km/h senza casco e senza targa; non degli automobilisti che possono schiacciarti con una lieve pressione involontaria del piede, anche in retromarcia, ma dopotutto si sa, la strada è roba loro, siamo in Occidente, vuoi far piangere Rampini? No, la gente ha paura di me e devo ammetterlo: non sono il monopattinatore più prudente del mondo. 

In linea di massima credo che un patentino servirebbe, da consegnare dopo un corso minimo (al momento uno può entrare in un negozio, uscire con un monopattino senza nemmeno aver dimostrato di sapere cos'è uno stop). Inoltre un codice stradale serio dovrebbe imporre il tetto dei 15 km/h nei percorsi urbani. Ma toglierci le ciclabili è un puro e semplice dispetto, così come obbligarci al casco. Per il quale casco valgono le considerazioni che negli ultimi trent'anni si sono fatte per i ciclisti (che ripeto, hanno il baricentro molto più alto, e da una posizione seduta possono cascare molto facilmente; mentre dai monopattini si casca in piedi nel 90% dei casi). È chiaro che un casco ti dà una sicurezza in più. Ma in molti casi ti toglie anche la voglia di uscire con un mezzo pulito e pochissimo ingombrante, così che a volte per la fatica di metterti un casco ti ficchi in tasca le chiavi della macchina. Comunque se la legge dice casco, io da domani metto il casco. Spero di non doverlo mettere a lungo, spero che al Ministro degli Interni torni presto una persona sensata – non chiedo molto, qualcuno la cui priorità non sia rendere più complicata la vita ai ne*ri – o invece forse chiedo troppo. 

Buongiorno, mi chiamo Leonardo e vivo in un piccolo centro. Può darsi che nessuna delle mie considerazioni abbia senso in una grande città. Non ha molta importanza: l'Italia è fatta di piccoli centri. Mi rendo conto che una nazione un tempo trainata dall'industria automobilistica ci metta un po', a capire che i motori a scoppio sono finiti: e d'altro canto le cose stanno così, e lo sappiamo tutti benissimo: infatti altre automobili, per ora, non ne compriamo. Non mi piace fare previsioni, sono rischiose e invecchiano presto e male, per cui non voglio dire che tra dieci anni andrete tutti in monopattino. Ma credo che dovreste. È facile, è sicuro, è pratico, è divertente. Certo, tocca ficcarsi in testa un casco, e poi quando arrivi non sai mai dove infilarlo. D'altro canto forse del casco non c'è così bisogno, se siete bianchi. Se non siete così bianchi, non so cosa dirvi, salvo che mi dispiace. E che mi vergogno, anche. 

mercoledì 31 luglio 2024

I nuovi iconoclasti


Se qualcuno si fosse mai chiesto come fa una civiltà a diventare iconoclasta – a rinunciare all'arte figurativa, dopo averla coltivata per secoli – le polemiche sul banchetto degli Dei durante la celebrazione dei Giochi Olimpici potrebbero darci un'idea. Il che non significa che non si tratti di polemiche pretestuose, elaborate e propagate da agenti in cattiva fede: ma insomma si prende una qualsiasi immagine e si decide che è offensiva in quanto rappresenta in modo caricaturale una raffigurazione sacra. A nulla valgono le obiezioni più sensate (non era l'ultima cena, ma appunto il banchetto degli Dei), perché dopo secoli di arte religiosa, anche raffigurazioni pagane o secolari non possono che richiamare modelli adoperati nell'arte sacra: l'ultima cena l'abbiamo in mente tutti, per il banchetto degli Dei serve un minimo di cultura specialistica. 

Sappiamo che qualcosa di simile è successo agli artisti durante le fasi iconoclastiche: se dipingevano persone, potevano essere accusati di avere dipinto personificazioni di Dio; se dipingevano animali, non era escluso che qualcuno li ritenesse così empi o pagani da avere raffigurato Dio come un animale. Non restava che dipingere fiori o frutta, e poi sempre più spesso motivi astratti. È il nostro destino? Dopo avere tolto ogni limite a ciò che si poteva raffigurare, cominceremo a fare passi indietro perché la gente comincia a offendersi? Credo di no; perlomeno non penso sia l'obiettivo di chi oggi si definisce scioccato da Philippe Katerine tinto di blu. Ormai abbiamo capito che offendersi è un modo di esistere, e per quanto molti offesi di questi giorni si definiscano cattolici, non è la Chiesa di papa Francesco ad avere necessità di queste campagne di indignazione per far notare la propria esistenza. Si tratta anzi di una frangia identitaria che alla Chiesa cattolica fa la guerra da tempo, i cui temi e soprattutto i toni richiamano sempre di più gli evangelicali americani (ma anche certi ortodossi). 

Forse è il momento giusto per raccontare di una cosa che è successa al mio paese pochi mesi fa. Anche se non credo di essere pronto – come tutto quello che mi capita attorno, ho la sensazione di perdermi davanti ai dettagli. Ma può essere utile per capire che questi nuovi iconoclasti non esistono solo sui social, e che a furia di seminare diffidenza e odio, qualcuno si fa male davvero. 

All'inizio di marzo un quotidiano on line "cattolico", che quasi nessuno aveva sentito nominare, fa uno scoop: in una chiesa di Carpi è esposto un quadro in cui San Longino pratica una fellatio a Gesù. "Ma come è possibile? Una fellatio in una chiesa e su un quadro che raffigura Gesù Cristo?" La "chiesa" in realtà è il museo diocesano, che però per secoli è stata una chiesa vera e ne mantiene la forma e l'atmosfera; il quadro non mostra nessuna fellatio, ma si segnala per la soluzione inedita al problema che affligge gli artisti sacri da duemila anni: come mostrare Gesù crocefisso senza svelarne le nudità?

Invece del classico mutandone, il pittore Andrea Santini decide di nascondere il basso ventre di Gesù all'ombra della testa di Longino. Ora, qui è veramente una questione molto soggettiva, ma a mio parere per immaginare che la scena descriva una fellatio serve una determinata immaginazione; non medievale, non barocca e di certo non romantica; un'immaginazione assolutamente anni Venti del secolo XXI, che attesta l'egemonia figurativa dei siti porno. Così come non riusciamo a vedere un banchetto degli Dei senza che ci venga in mente il cenacolo, allo stesso modo non riusciamo a pensare che una testa si frapponga tra noi e un membro virile senza immaginare che tra testa e membro virile non stia succedendo qualcosa. Omnia immunda immundis. Tutto l'articolo del resto mi sembra trasudi l'ipocrisia di chi conosce benissimo le scene che in teoria dovrebbero indurlo immediatamente a coprirsi gli occhi (o a cavarseli, diceva Gesù). Un po' come Pillon che invece di pensare solo alle cose del cielo twitta pubi femminili, e ormai è pure fiero di farlo, ecco, non è escluso che si arrivi all'iconoclastia anche così: perché stiamo cercando di tenere nella nostra testa paradigmi troppo diversi. Cresciamo studiando una Storia dell'Arte che per secoli consta soltanto di santi, cristi e madonne; nel frattempo su internet qualsiasi posizione sessuale è a portata di clic: alla lunga lo choc culturale ci brucia il cervello. Il quotidiano on line "cattolico" in questione è stato fondato da un signore che ha già scritto un paio di libri contro "le bugie degli ambientalisti"; ha una linea decisamente governativa ma soprattutto non perde occasione per attaccare la "Chiesa oligarchica". Un dettaglio interessante è che non contiene pubblicità: neanche una vignetta, niente. Il che forse significa che qualcuno ci sta investendo. 

Nei mesi successivi lo scoop diventa una campagna, sempre meno indirettamente rivolta alla diocesi di Carpi che aveva patrocinato la mostra (e che continuerà a difenderla, con una flemma che va riconosciuta). Accadono altre cose abbastanza strane. Vengono organizzate raccolte di firme, indette veglie di preghiera contro la "mostra blasfema", anche altri organi di stampa cominciano a chiamarla così, con le virgolette o anche senza, tanto ormai che differenza fa. Ogni sabato pomeriggio, una folla si raccoglie in preghiera davanti alla "chiesa profanata": non sono carpigiani, vengono da altre regioni coi pullman, si portano i bambini ai quali spero non abbiano spiegato troppo dettagliatamente la questione. Sono praticamente tutti bianchi, e questo in Corso Fanti fa un certo effetto; per distinguere i passanti curiosi dai fanatici in gita basta un colpo d'occhio. Fanno capannello intorno a un prete che prega in latino e si veste ancora come Don Camillo, a proposito di choc culturali. È il paradosso della destra postmoderna: rimpiange la Chiesa preconciliare e intanto vede porno dappertutto; il che significa quanto meno che i porno li vede. Alla fine non sono così tanti, e però in capo a un mese qualcuno si fa male. 

Un tizio entra nel museo con una bomboletta: comincia a usarla sul quadro di San Longino; quando interviene lo stesso autore, il vandalo tira fuori un coltello. Saltini viene ferito, il tipo scappa, le adunate di preghiera proseguono. Oltre ai fanatici da fuori, cominci a sentire qualche concittadino borbottare che forse la diocesi ha davvero esagerato, che certi quadri non andavano davvero esposti in una chiesa: e vagli a spiegare che Sant'Ignazio non è più una chiesa. C'è una distanza sempre più evidente tra la Chiesa com'è e come la immagina la gente che a volte nemmeno ci entra; una frattura tra cristiani comunitari e cristiani identitari che immaginare rimarginata non è né plausibile né giusto. 

Poi c'è un artista che si è fatto accoltellare per difendere le sue immagini, e che meriterebbe un discorso a parte. Saltini è un artista contemporaneo che cerca di riprendere temi e stilemi dell'arte sacra, davanti a un pubblico che scambia qualsiasi nudità per pornografia. Almeno in una prima fase era il primo a rivendicare il carattere ambiguo e provocatorio delle sue opere, né poteva fare diversamente: l'arte contemporanea è provocatoria per definizione. Finché non si è trovato davanti a un'interpretazione che non poteva accettare di avere provocato; il che lo ha portato a passare lunghi pomeriggi accanto alle sue opere per spiegare agli spettatori curiosi o indignati che no, non aveva dipinto una fellatio. Fatica probabilmente sprecata: qualcuno l'avrà convinto, qualcun altro lo ha accoltellato. In una città più grande, con un pubblico più smaliziato, le cose sarebbero andate diversamente. Ma l'Italia non è fatta di città molto più grandi della mia. 

lunedì 1 luglio 2024

Bernardino, santo e assassino?

2 luglio: San Bernardino Realino (Carpi 1530 – Lecce 1616), poeta pentito e gesuita

Bernardino Realino è nato a Carpi, ma non è il patrono di Carpi: quest'ultimo è Bernardino da Siena, che nel Quattrocento forse passò per il borgo (del resto non stava fermo un attimo). Non solo i carpigiani lo invocano, soprattutto in caso di pestilenze, carestie o alluvioni, ma talvolta battezzano i loro figli bernardini, e così era destino che prima o poi un santo omonimo spuntasse da qui. A Carpi, come si vedrà, Realino non ha fatto in tempo a fare nulla di santo; in compenso è patrono di Lecce, per acclamazione. Le agiografie raccontano volentieri che quando era in fin di ricevette una delegazione della cittadinanza leccese, che gli chiese ufficialmente di diventare santo patrono di Lecce. In quel momento Bernardino non solo non era stato ancora canonizzato da nessuna corte ecclesiastica, ma nemmeno beatificato, e soprattutto – condizione non sufficiente ma necessaria – non era ancora morto; e però tanto erano apprezzate le sue opere di carità e lodato il suo trentennale apostolato tra i leccesi, che tutti questi passaggi ormai i concittadini li davano per scontati e l'unica cosa che volevano sapere era se lui fosse d'accordo: poteva Bernardino non essere d'accordo? Diede il suo assenso, commettendo un veniale e comprensibile peccato di superbia, probabilmente per non contrariare la cittadinanza che sembrava tenerci molto. Non è che puoi sempre fare il muso e dichiararti un peccatore indegno di partecipare alla Tua mensa.

Di Bernardino Realino nessuna agiografia riporta invece il fondamentale peccato di gioventù, che non furono gli scritti e gli studi letterari – e capirai, a quel tempo se da giovane non avevi scritto neanche una corona di sonetti eri un analfabeta – ma qualcosa di un filo più grave, ovvero: mentre i leccesi si proponevano di canonizzarlo da vivo, forse Bernardino era ancora alle prese col senso di colpa per avere ucciso un uomo a vent'anni. Di questo si parla poco, e del resto non è nemmeno chiaro se la cosa sia successa o no (è un giallo? Ma sì, dai, è un giallo). Lo scrive per esempio Silvana Menchi nel Dizionario Biografico degli italiani Treccani: "fu costretto a lasciare gli Stati estensi per aver ucciso in duello un altro gentiluomo (così il Tiraboschi; secondo altri per aver semplicemente ferito la stessa persona, ma aggredendola per vendicarsi d'un torto ricevuto)"; e però lo stesso Tiraboschi nella Biblioteca modenese o Notizie della vita e delle opere degli scrittori natii degli stati del serenessimo signor duca di Modena non parla di un duello ma di una lite con un magistrato in seguito a una discussione su un arbitrato che al giovane Bernardino non era piaciuto; e non di un morto ma di un ferito grave: "ſendo in tempo delle autunnali vacanze tornato a Carpi, abbattutoſi a caſo nel detto arbitro, e venuto a parlar con lui dell’affare, nel diſcorſo ſi acceſe per modo, che dato di mano a un pugnale ferillo in fronte". Il delitto era troppo palese, scrive Tiraboschi, "perchè poteſſe andare impunito; e perciò Bernardino ne ebbe in pena non già l'eſilio, come diceſi nella Vita, ma la condanna al taglio della mano, e una multa di 200 lire". Che si applicasse ancora la legge del taglione a Modena verso il 1550 è cosa che onestamente non sapevo, ma forse era un sistema come un altro per comminare l'esilio: ovvero Bernardino, che era già sulla buona strada per diventare un cortigiano a Ferrara, a quel punto lasciò gli Stati Estensi e non lo videro mai più.

Per prima cosa andò a Bologna a completare gli studi in giurisprudenza che aveva interrotto. È possibile che Realino non si sentisse veramente tagliato per il diritto: la sua intenzione iniziale era diventare medico. A convincerlo a studiare legge era stata la donna amata: "eſſendoſi allora acceſo di caldo amore per una cotal Cloride giovane non ſolo per la bellezza del corpo, ma anche per le rare virtù, che ne adornavano l’animo, degna di eſſere amata da chi gli foſſe in ſaviezza e in virtù ſomigliante, a inſinuazione di eſſa applicoſſi in vece alla Giuriſprudenza". Come mai questa Cloride ritenesse la carriera dell'avvocato più savia e virtuosa di quella del medico non ci è dato sapere, ma non ha così importanza perché Cloride sarebbe morta giovane, come si conviene alle ragazze che ispirano le poesie, salvo che di poesie su di lei non ce ne sono rimaste perché Bernardino, una volta entrato nei gesuiti, distrusse tutto o quasi. I contemporanei che avevano fatto in tempo a leggere avevano parole di apprezzamento, ma si sa che i letterati tra loro tendono a capolavorarsi ogni due per tre, non ci si può fidare. Magari ci siamo persi un grande poeta del Cinquecento, ma i leccesi starebbero ancora cercando il loro santo protettore, chi può dirlo.

Dopo la laurea Bernardino, tramite il padre, trovò subito lavoro nell'amministrazione nei vasti possedimenti del governatorato spagnolo di Milano, segnalandosi dal Piemonte all'Abruzzo come funzionario capace e onesto; di quell'onestà che sconfina talvolta nella dabbenaggine, perché trovandosi sempre più spesso in province gravate da carestie, invece di mettere qualcosa da parte finiva per offrire del suo, al punto che quando a 34 anni a Napoli entrò nei gesuiti, in dote portava più debiti che altro. Gli stessi gesuiti continuarono ad adoperarlo come i datori di lavoro precedenti, mandandolo nei posti difficili dove nessun altro voleva andare: nel suo caso a Lecce, dove la Compagnia aveva appena ereditato un lascito con la clausola di dover aprire una "casa professa", ovvero una filiale in loco. Queste clausole erano spesso una fregatura: i gesuiti non sono mendicanti, le case professe spesso costano più dei lasciti stanziati. Bernardino, col suo curriculum di amministratore, sembrava l'uomo giusto per capire se conveniva davvero aprire o no; ma anche a Lecce Bernardino finì per mettere l'ottimismo della volontà davanti al cubismo del budget, attirandosi qualche rimprovero dai superiori ma l'amore incondizionato dei leccesi, che quarant'anni dopo volevano metterlo nel calendario ancor prima che salisse in cielo.

venerdì 27 luglio 2018

Hai il diritto di fare il razzista, io di fartelo notare

[Questo pezzo è uscito ieri su TheVision]. Capita un paio di sere ogni estate. Mentre cerco di parcheggiare sotto casa, trovo una camionetta della polizia. Lì per lì non ci faccio caso. Poi verso le dieci di sera, invece dei soliti echi di pianobar, comincio a udire cazzate alla finestra. Ce l'hanno coi musulmani, con l'Europa, ancora loro? Sono arrivati i tizi di Forza Nuova, più puntuali e molesti di un circo Togni. Sono sempre una ventina, probabilmente nel pulmino non ce ne stanno di più. Non fanno numeri di giocoleria, sanno solo sventolare tricolori, uno per braccio, forse nel tentativo di sembrare il doppio. Non mangiano spade, non sputano fuoco, al massimo sempre quelle tre cazzate, l'Europa è Cristiana Non Musulmana e così via. La gente transita un po' perplessa: il mio piazzale è equidistante tra un kebab e la gelateria. Ma in fondo che male c'è. Hanno diritto di dire quello che vogliono, no? In Italia c'è libertà di parola, e quindi perché non occupare un parcheggio con venti ragazzotti, quaranta bandieroni e un megafono e scandire per due ore "L'Europa è Cristiana, non Musulmana"?

E se io scendessi ad avvertire che hanno rotto i coglioni: non sarebbe libertà di parola anch'essa?
È una domanda retorica. Chi ci ha provato le ha prese un po' da loro, un po' dalla polizia: poi è stato denunciato e condannato a pagare multe da 2000 euro. Sembra insomma che la libertà di parola dei forzanovisti sia molto preziosa. Dev'essere il motivo per cui, ogni volta che me li ritrovo nel piazzale, tutto intorno è silenzio: il sindaco fa bloccare il traffico. Il sindaco in effetti non sembra mai molto entusiasta di trovarseli tra i piedi, ma in questura pare che ci tengano molto al diritto di parola dei forzanuovisti. Ci tengono talmente che di solito mandano almeno due camionette, più di una quarantina di agenti bardati di tutto punto, sicché i ragazzotti di Forza Nuova che vengono dal Veneto a sgolarsi sul concetto dell'Europa Cristiana non hanno solo due bandieroni a testa, ma anche due o tre o quattro agenti di pubblica sicurezza che vegliano sulla loro incolumità e sulla loro libertà di espressione. Così la mamma è contenta, dev'essere una tizia assai apprensiva, tesoro, dove vai? Vado in Emilia Romagna a difendere la civiltà cristiana. Tesoro, ma sei sicuro? Tranquilla mamma, ci assegnano quattro agenti a testa, e li paghi tu con le tue tasse, sei contenta?

Se vuoi protestare contro il tour estivo di Forza Nuova devi trovarti in una piazza ad almeno 500 metri di distanza, e accomodarti dietro la transenna, dove ci sono i poliziotti più simpatici che spiegano ai cittadini che non ci possono fare niente, anche loro sono antifascisti, siamo tutti antifascisti, però ehi, la libertà di parola dei forzanuovisti è tutelata dalla Costituzione e quindi dietro la transenna e muti. Ché tra un po' il siparietto finisce, i ragazzotti tornano a casa in pulmino e i poliziotti si pigliano auspicabilmente una serata di straordinario in busta, win win e buonanotte. Vien da pensare che il senso sia tutto qui: questi sbandieratori da noi non se li fila nessuno, e dire che di razzisti anche qui sarebbe pieno, ma più che razzisti sembrano la caricatura. Non ce l'hanno un po' d'orgoglio anche loro, non si vergognano di essere trattati dalle forze dell'ordine come una specie protetta? Anche a Brescia, ho letto che la polizia li scorta mentre fanno le ronde, perché da soli non si azzarderebbero ad andare in giro nei quartieri difficili. Dunque, se ho capito bene: nei quartieri difficili di Brescia si sente la mancanza delle forze dell'ordine; da questa mancanza scaturisce la necessità di una ronda di Forza Nuova, e a questo punto la polizia ci va per scortare i ragazzotti di Forza Nuova che da soli in effetti potrebbero farsi male. Qualcosa non mi torna.

D'altro canto devono pur potersi esprimere: libertà di parola! Quel che non sopportano è che gli altri si esprimano su di loro. Alla vigilia della finale della Coppa del Mondo di calcio un giornalista sportivo molto vicino a Casa Pound scrive un tweet dove saluta la nazionale croata "completamente autoctona, un popolo di 4 milioni di abitanti, identitario, fiero e sovranista", contro il melting pot della selezione francese. Nessuno lo picchia per quel tweet, nessuno lo minaccia; qualcuno ridacchia perché ha scritto "melting pop" che come refuso è abbastanza geniale; molti lo prendono in giro, ma ehi, non si può piacere a tutti, no? Specie se manifesti insofferenza con tutti quelli che non sono "autoctoni", cioè più o meno chiunque. E sicuramente un po' di polverone aveva messo in conto di sollevarlo; non è un ragazzino. Però succede che prenda le distanze la Mediaset, nientemeno: e questo forse non l'aveva calcolato Il tizio in questione infatti non scrive solo su "Il Primato Nazionale / Quotidiano Sovranista": è anche un riconoscibilissimo dipendente dell'azienda, e Mediaset tra l'altro è in una fase delicata. L'approccio allarmista adottato in campagna elettorale nei confronti dei migranti si è molto stemperato, ormai è normalissimo ascoltare opinionisti in prima serata su Rete4 che spiegano che l'Italia ha bisogno di badanti, quindi di migranti – regolari, s'intende – che Salvini dovrebbe pensare a farne entrare di più di regolari, invece di prendersela con quei poveretti sui barconi. Insomma Mediaset sta correggendo il tiro, e così le redazioni giornalistiche e sportive approfittano del tweet del suo dipendente per prendere le distanze dal "contenuto razzista" del tweet. Apriti cielo. Come puoi parlare di "razzismo" per un tweet che difende il sovranismo degli autoctoni? Pare che non sia ammissibile (continua su TheVision).




Paolo Bargiggia ha annunciato denunce: non vuole essere chiamato razzista. Subito dopo ha fatto notare che comunque di razze si parla anche nella Costituzione. Già, peccato che se ne parli unicamente per respingere ogni tipo di discriminazione, e quindi anche quelle su base razziale (il dibattito in Assemblea Costituente parla chiaro). In ogni caso, la Costituzione riconosce anche la libertà di parola, quindi lui dice quel che vuole. Anche se, in effetti, quello che sta dicendo è che gli piace che i popoli restino autoctoni, cioè non si mescolino con gli altri, ma allo stesso tempo non vuole essere chiamato razzista per questo – anche se la Costituzione comunque parla di razze e quindi ne parla anche lui. Posso anche accettarlo, in fondo anche Bargiggia ha il diritto di dire quello che pensa, di contraddirsi e di ridicolizzare le sue stesse idee. Ma perché qualcun altro non può dirgli che è un razzista? Perché l’azienda per cui lavora non si può permettere di far notare che la sua uscita era fuori luogo?

È un vecchio discorso. Nessuna libertà è illimitata: di solito finisce dove comincia quella del tuo vicino. Se lo offendi, se lo disturbi cianciando di Europa cristiana alla finestra, lui dovrebbe avere il diritto di fartelo notare. Hai il diritto di parlare di razze, anche se per la scienza si tratta di un concetto desueto, da un punto di vista storico stai esplicitamente rifacendoti a ideologie genocide e da quello umano stai solo dando fastidio al prossimo. Sul serio: ne hai il diritto. Prova invece a bestemmiare in pubblico, e scoprirai che la bestemmia è tuttora sanzionata. E se istighi all’odio razziale e alla discriminazione? Il reato esiste. Certo, i tuoi stessi avversari potrebbero decidere di lasciartelo fare perché far decidere a un giudice se questo o quel discorso costituisca o meno un incitamento all’odio non sembra quasi mai una buona idea.

Ma qui siamo oltre. Non solo non dobbiamo permetterci di accusarti di incitare all’odio, ma non possiamo nemmeno chiamare i tuoi deliri con il loro nome. Se credi che esistano le razze – e per di più che esistano razze “autoctone” in quel crocevia di popoli che è stata per 2mila anni la penisola balcanica – se pensi che sia meglio evitare che si incrocino, confondendo forse la storia dell’umanità con la pollicultura, perché non vuoi essere chiamato razzista? Di cosa ti vergogni? I fascisti negli anni Trenta di certo non si vergognavano. Va’ pure in giro a spiegare che disprezzi la maggioranza delle persone e poi accettane le conseguenze.

E invece no. La maggioranza non si deve permettere. La legge vi deve tutelare. La polizia deve mobilitarsi per difendere ogni esaltato che va in giro a sbandierare il suo odio per il prossimo. E se qualcuno fischia, sarà senz’altro un emissario del malvagio “pensiero unico” che, se posso articolare, credo sia questo: avete rotto i coglioni. Vi piace essere autoctoni? Bravi, fate gli autoctoni a casa vostra, non disturbatevi a venire fin sotto casa mia.

giovedì 27 aprile 2017

Un paese normale (dove sfondano le scuole con gli autobus)

Questo forse ve lo siete perso, perché è successo nella mia piccola città, dove di solito non succede molto. Invece in questo mese, nei venti giorni tra la visita di un papa e quella di un presidente della repubblica, e nell'era in cui i camion sono diventati l'arma preferita dei terroristi, è avvenuto che:

- tre minorenni di origine africana si siano introdotti nottetempo in un deposito degli autobus,
- abbiano trovato le chiavi, ne abbiano dirottati cinque,
- ci abbiano giocato ad autoscontro in un parcheggio, e poi
- ne abbiano usato uno per sfondare l'ingresso della scuola che due di loro frequentavano:
- il tutto, ovviamente, filmandosi (esiste persino la soggettiva dello sfondamento scolastico).

Proprio i video hanno consentito ai carabinieri di acciuffarli nel giro di 48 ore (sabato pomeriggio, al McDonald, con i cellulari nelle tasche e i video nei cellulari), ma non è solo di questo che voglio ringraziarli. Soprattutto di come hanno gestito mediaticamente la vicenda: di come non abbiano perso né tempo né occasione per ribadire che si trattava di ragazzi "del posto", provenienti da famiglie "di lavoratori, ben integrate, che risiedono a Carpi da decine di anni", il che forse non è preciso, ma è prezioso; il fatto che il comandante abbia speso anche solo cinque secondi della conferenza stampa a comunicare che le famiglie dei ragazzi sono disperate. "Che non si venga a dare un taglio xenofobo a ciò che è successo". 

Non credo mi sia successo spesso di ringraziare le forze dell'ordine: ma se di questa storia non avevate sentito parlare fin qui; se nessun'emittente nazionale ha fatto in tempo a mandare una delegazione di cronisti allucinati a montare a neve un allarme terrorismo, credo sia stato soprattutto grazie a loro. E magari qualcosa comincia a crescere anche nelle redazioni locali, che hanno mostrato nell'occasione un'umanità di cui non le credevo più capaci.

Questo non rende la storia meno tragica (per quanto buffa): non significa che noi educatori non dobbiamo porci un problema (e chi custodisce le chiavi degli autobus non debba trovare un ripostiglio meno in vista). Però quella che ho visto in questi giorni mi è sembrata una città più normale di altre: un posto dove tre ragazzi fanno una cazzata e vengono giudicati per la cazzata, e non per il colore o per il cognome. Se vi sembra una cosa da poco, una cosa normale, beati voi.

venerdì 29 maggio 2015

29/5/12, il giorno che ci ha cambiato la vita (per un po')

Una settimana fa l'allarme ha suonato. Malgrado io scuotessi la testa, i ragazzi si sono messi sotto il banco in un lampo. Succede sempre la stessa cosa. Ho aspettato venti secondi e poi li ho fatti uscire. Solo quando ho visto il dirigente nel cortile sono stato sicuro che si trattava dell'esercitazione a sorpresa. Di ritorno in classe, la solita scena: ragazzi, siete tanto buoni e cari, ma se suona l'allarme è l'anti-incendio, non il terremoto. Non può andare sempre così, che bruciamo vivi ogni sei mesi.

"E l'allarme del terremoto come suona?"

Sospiro. È pur vero che loro non c'erano, e poi non consiste in questo il mio mestiere: nello spiegare sempre le stesse cose nel modo più chiaro possibile? Figliolo, l'allarme del terremoto lo riconosci perché arriva tardi. Se hai bisogno dell'allarme per sentirlo, non è un gran terremoto. Se invece è una scossa seria, fidati, la senti. Molto prima che il bidello azioni l'allarme. Di che stavamo parlando? Dunque, Napoleone cede Venezia agli austriaci, dopodiché...

Fino a un certo punto ci abbiamo creduto. Non so esattamente quale punto. Magari l'anno scorso ci credevo ancora; magari se me l'avessero chiesto avrei risposto che sì, il 29 maggio 2012 era il giorno che ci aveva cambiato per sempre. Non saremmo più stati gli stessi. All'inizio era ovvio. La terra si era messa a tremare sul serio, e non si sapeva quando avrebbe smesso (questo era l'aspetto più angosciante: avrebbe potuto durare per mesi, per anni, nessuno sapeva quanti).

In quei giorni prendemmo alcune risoluzioni solenni. Non saremmo mai più entrati in quel capannone. Non saremmo mai più entrati in nessun capannone. Avremmo dormito in tenda per tutto il tempo necessario. Avremmo fabbricato una seconda casa, di legno. Qualcuna è resistita, ingombra ancora il giardino di qualche villetta. Avremmo ristrutturato tutto a regola d'arte. Non avremmo mai più accettato in classe più alunni di quanti ne consentiva la legge. Era una cosa seria. Non si scherzava più.

La stessa sera dell'esercitazione ero a un concerto, nell'ultimo posto al mondo dove avrei pensato di trovarne uno, la Cantina Sociale di Sorbara - dove fanno il lambrusco.

giovedì 29 maggio 2014

Cosa c'entra Beppe Grillo

Due anni esatti fa, verso le nove del mattino, io avevo appena chiuso questo stesso portatile e stavo radunando le mie cose per andare a scuola, quando sentii un rumore che arrivava da lontano senza lasciarmi un minimo spazio per il dubbio: era il terremoto che veniva a prenderci.

Panic & Publish

Non volevo mettermi a scrivere di questo, ma già che ho cominciato faccio presente che di solito un terremoto è un evento sorprendente e imprevedibile, ma almeno nel nostro caso non andò così: la scossa del 29 venne a bussarci alla porta, e alle finestre, e alle pareti, e al pavimento, come un ospite che ha fatto tutto per avvisarci: e dopo dieci giorni di ambasciate, dieci giorni di sciame e chiese crollate e caseifici, se nonostante tutto questo uno si fa trovare con un mutuo sulla casa, una bimba piccola e in ciabatte, sono anche un po' cazzi suoi. Non era di questo che volevo raccontare; però una cosa che ricordo di aver provato è proprio quel senso di inadeguatezza: la catastrofe mi viene a trovare, dopo tanto girare in tondo ora punta diretta verso me e i miei cari, e io fino a quel momento com'era possibile che me ne fossi restato in ciabatte?Non li avevo visti i segni? Perché non li avevo presi sul serio? Questa pretesa così modenese di poter sempre sopravvivere sul margine semiserio delle cose (e infatti anche quella volta il terremoto ci avrebbe preso soltanto di sbieco; ma non potevo saperlo); non è qualcosa che in fondo merita una punizione, se non da parte di un dio-padre responsabilizzante, perlomeno da madre natura? Cioè io stavo risalendo a mettermi le scarpe, e già razionalizzavo. Già cercavo di prendermi una colpa non mia, come se davvero tutto lo sciame avesse senso perché in mezzo c'ero io che potevo percepirlo come un messaggio da decifrare.

Non volevo mettermi a scrivere di questo, è una storia che ho già raccontato e c'è da sottolineare come tutto sommato a scuola andò tutto bene: d'accordo, la prima cosa che vidi furono i genitori che stavano soccorrendo una mia collega semisvenuta. Ma pure lei, prima di semisvenire aveva evacuato la sua classe. Tutti avevano evacuato la loro classe. Migliaia di studenti in tutta la Bassa, nessun ferito o forse un paio. Voi non avete idea di che rumore fa una scuola quando lo senti arrivare da lontano, quando sai benissimo cos'è, e le ragazzine cominciano con quegli urli spielberghiani all'unisono. Sembra una sciocchezza portarli giù per le scale in fila per due - no, non sembra affatto una sciocchezza. C è anche da dire che, quando arrivai, la mia classe - la classe di cui dovevo prendermi la responsabilità - non esisteva più, perché nell'ora precedente era stata smembrata a causa dell'assenza di un collega: i supplenti di un giorno non ce li possiamo più permettere, e così sparpagliamo questi ragazzi in tante classi diverse, lamentandoci costantemente perché non è professionale e anzi pericoloso, nonché - se proprio vogliamo tenerci alla lettera della normativa - illegale.

Così io mi aggiravo col registro di classe per le aiuole e il campo di pallamano, cercando di capire dove fossero finiti i miei, e intanto dal suolo partivano certe scossette giusto per ricordarci di non avvicinarci troppo al plesso. Ora col senno del poi è possibile persino riderci sopra, ma in quel momento non avevamo la minima idea di cosa stava succedendo (i telefoni non andavano) e di cosa sarebbe successo: ci sarebbero state altre scosse? Ancora più forti? Ogni tanto arrivavano genitori con notizie, non necessariamente vere, ad es. è venuta giù la Gambro. Io sapevo che c'era il Many alla Gambro. I genitori stavano facendo la cosa che avevamo più volte chiesto di non fare: bloccavano il traffico per venire a prendere i loro figli e portarli in altri cortili non necessariamente più sicuri. Molti, in perfetta buona fede, prelevavano anche i nipoti e gli amici degli amici, cinque minuti prima che arrivassero i genitori di costoro a cercare i loro figli, e a non trovarli, e a minacciare i professori che li avevano abbandonati al primo venuto. Ma insomma verso mezzogiorno non c'era più nessuno e ce ne andammo anche noi. L'anno scolastico era finito. I libri e i quaderni sarebbero rimasti aperti sui banchi per un altro mese.

Io tornai a casa - non volevo mettermi a parlare di questo - trovai in cortile tutta la mia famiglia, tutti bene. Il piano era molto semplice: scappare il più lontano possibile, il più velocemente. Bisognava però salire a fare le valigie e fu un altro momento di inadeguatezza - ricordo che da lì a cinque minuti stavo già pensando a che giocattoli portare, cosa fosse più o meno adatto ecc.. ancora razionalizzavo, che in questi casi è la cosa meno razionale da fare. Fummo molto fortunati, perché la scossa dell'una - quella che molti considerano la più forte di tutte, e s'incazzano se gli fai vedere i tracciati dei sismografi - bussò appena fummo di nuovo fuori nel cortile. E poi di nuovo mentre caricavamo i bagagli: fu l'ultima scossa veramente forte, ma non potevamo saperlo. Sembrava viceversa che tutto stesse accelerando, e io in particolare sentivo l'euforia da 11 settembre, quei rarissimi momenti in cui la vita intorno a te prende quella forma tutto sommato snella, scattante, che è prevista dagli action movie. Noi tre sulla terza corsia dell'autostrada ad ascoltare il notiziario del traffico, dice che c'è stata un'altra scossa fortissima! Ah, no, aspetta, è ancora quella delle nove.

Ci fermammo a far benzina ed eravamo già a Cremona: per dire l'ultimo posto al mondo dove mi aspettavo di ritrovarmi quel mattino. Ormai ogni vibrazione ci metteva in allarme: l'ha sentita? dissi al benzinaio. Una scossa, proprio adesso, l'ha sentita? Un matto. Poi ci ritrovammo al lago e decidemmo che lì era un posto sicuro. Non era di questo che volevo mettermi a parlare.

E allora di cosa.

Ma niente, ho solo fatto caso a un fatto buffo, che forse mi mette a fuoco in tutta la mia inadeguatezza eccetera. Fu un giorno molto complicato, come non ne vivevo da un decennio e come mi auguro di non viverne più; non solo per la paura, che in fondo passò presto, ma per l'angoscia di non sapere quanto sarebbe durato ancora tutto quanto: mesi? anni? e non poter ancora calcolare cosa avremmo perso. Eppure.

Eppure se controllo nel mio impietoso archivio, scopro che anche nel giorno in cui il terremoto venne a prendermi a casa, e mi trovò in ciabatte con un mutuo e una bimba piccola; il giorno in cui persi i miei studenti nel cortile della scuola e scappai, e non sapevo quando sarei tornato; pure quel giorno riuscii a trovare il tempo per scrivere un post.

Un post su Beppe Grillo.

giovedì 9 gennaio 2014

Le luci dei natali passati

Frozen

Ma al tramonto del nove gennaio che ci fanno ancora le luci di natale al mercato. Facessero almeno allegria.
Invece sono bianche.

Non si dovrebbe mai generalizzare la propria angusta esperienza della vita, e però a un certo punto qualche anno fa ho avuto la sensazione che ci si sbiadisse il natale. Era sempre stato un affare pacchiano, di luci gialle e rosse intermittenti. Ci fu anche quella breve e scelleratissima moda dei babbi natale appesi alle finestre; poi a un certo punto qualcuno deve aver detto che erano brutti e deve essere stato molto convincente, perché da un anno all'altro nessuno li ha visti più - centinaia di migliaia di babbi natale buttati via, discariche intere di materiale natalizio ancora in buone condizioni ma definitivamente out - e nello stesso periodo le luci hanno smesso di essere rosse, verdi, gialle, e si sono tutte convertite al bianco.

All'inizio era glaciale e meraviglioso. Elegante, persino. Io non credo che il natale debba essere elegante, in generale; voglio dire, è una festa per i bambini e le famiglie - ma almeno per un paio d'anni funzionò. Passavi sotto queste stalattiti fosforescenti che sporgevano dai cornicioni e ti sentivi il degno abitante di una fiaba nordica, non le nostre solite zampognate. A dare l'impulso fu il comune, ma anche i privati si adeguarono presto. Quando un anno al mercato montarono di nuovo le luci dorate, le tennero due sere e poi tornarono all'argento. L'oro era diventato cheap, insostenibile. Resisteva soltanto qualche vecchia traccia di un'antica civiltà colorata sulle porte delle case; lampadine rosse e verdi intermittenti che avvisavano della presenza di pensionati fuori del mondo.

Poi forse è successo qualcosa, che non posso dimostrare - se almeno avessi fatto una foto - ma insomma, le luci bianche sono diventate tristi. Forse sono state sostituite da illuminazioni dello stesso colore ma meno sontuose, più semplici. C'entrerà il risparmio energetico. Ma può anche darsi che siano esattamente le stesse luci di tre o quattro anni fa; che svanito l'effetto "wow" sia rimasta soltanto la freddezza. Il freddo è bello, per qualche istante è persino piacevole. Ma non dura.

Non sarà primavera per altri tre mesi. Tra qualche giorno sulla repubblica o sul corriere pubblicheranno uno studio di scienziati che dicono che il giorno più triste dell'anno è intorno al 20 di gennaio. Lo fanno più o meno tutti gli anni, e io li leggo sempre. Spiegheranno che è il punto critico in cui svaniscono gli effetti delle vacanze natalizie, e le speranze e i tremori della primavera sono ancora lontani. Chissà se poi esiste davvero quello studio e se dice davvero così. Ci credo come credo a certi oroscopi fuori contesto, riferiti ad altri giorni mesi e segni zodiacali: faccio finta che siano il mio oroscopo del giorno e a volte funzionano. E poi non sono davvero meteoropatico, è uno di quegli abiti che si mettono da adolescenti per darsi un tono. Posso essere felice tutti i giorni che voglio, se voglio.

Togliessero quelle luci bianche alla finestra.

lunedì 20 maggio 2013

Noi emiliani siamo razzisti (tranne te)

Il 29 maggio da noi non sarà esattamente un giorno come gli altri. Mercoledì 29 maggio alle 21 sono al Mattatoio, un posto che ha rischiato di chiudere e invece è bello aperto, a leggere pezzi della Scossa, un libretto che ho scritto un anno fa per Chiarelettere. È un testo che racconta alcune cose sul terremoto in Emilia, dalla postazione in cui era forse più difficile capirci qualcosa, cioè il bordo del terremoto. È stato scritto tra il 29/5 e il 29/6, in un mese difficile, in una situazione particolare. Oggi lo rifarei completamente diverso - ma oggi non tremo a ogni vibrazione dei vetri, per esempio. 

Il libro è ancora in vendita - è per una buona causa. Ne infilo un capitolo qui sotto un po' stagliuzzato, giusto per dare un'idea:

 Noi siamo razzisti (tranne te)

«Capo!»
«Eh?»

Mettiamo che capiti a voi, di perdere temporaneamente la casa, di ritrovarvi nella mensa di un campo profughi, con un buco nel cuore ma anche, enorme, nello stomaco. Però non siete del posto – magari vivete e lavorate lì da anni, però non vi considerano del posto, oh! sono fatti così. E hanno gusti strani, per esempio mangiano carne di topo. Che bisogna dire non è come il topo nostro, schifoso, il ratto di fogna, quello fa ribrezzo anche a loro, no: siccome sono millenni - che ne mangiano, hanno selezionato una razza di roditori d’allevamento placidi, non hanno neanche più i denti, e poi li macellano, e poi li mangiano – però voi non ne volete sapere, non ne avete neanche mai assaggiato uno.

Ve l’hanno detto tutti che non sapete cosa vi perdete, che il roditore stagionato di quella zona è un’eccellenza assoluta, un presidio slow food. Vi hanno spiegato che siete vittima di un condizionamento culturale, che non è colpa vostra poverini se nella vostra terra d’origine circolavano superstizioni e infamie contro i roditori, che in fin dei conti è carne, ed è buona, e insomma, che rompipalle che siete a non volerla mangiare. Comunque, proprio perché sono ospitali, e non si dimenticano le buone maniere neanche nella calamità naturale, vi hanno fatto il pentolone a parte con il ragù senza topo, va bene?

E voi siete contenti, perché sarebbe lunga cercare di spiegare che condizionamento o no, slow food o no, voi proprio il topo non riuscireste a mandarlo giù, nemmeno nel terremoto e nella carestia. Quindi siete lì, state aspettando che vi scodellino il piatto. Quando fate caso a un particolare. La volontaria che passa con le razioni ha un cucchiaio di legno solo. Uno solo. Per voi e per i mangiatopi. E adesso sta puntando verso di voi.

Questa storia è successa davvero, in una tendopoli. Il topo in realtà era un maiale. Il cucchiaio era un cucchiaio. Voi non eravate voi, ma alcuni musulmani che del maiale avevano orrore. Il giorno dopo circolava – anche a mezzo volantini – un invito a liberarsi di questi stranieri ingrati e schifiltosi.

«UN MIRANDOLESE IMPEGNATO NEI SOCCORSI POST TERREMOTO SCRIVE
Averli accolti, aver dato loro spazi, averli rispettati nelle loro tradizioni fino al punto di calpestare le nostre, averli istruiti sui loro diritti senza mai chiedere il minimo dovere, vederli comodamente seduti a tutte le ore nei bar, non vederli mai salutare o cercare un contatto. E vederli ora nelle tendopoli chiedere la carne tagliata in un certo modo, chiedere il cibo e poi gettarlo perché non è loro gradito, guardarli ridere mentre ci si affanna per tirare su tende e strutture di accoglienza, guardarli mentre si rifiutano sdegnati di aiutare, guardali mentre fumano ridono e scherzano... guardarli. È il fallimento dell’integrazione, i nodi sono venuti al pettine. Basta.
MANDIAMOLI TUTTI FUORI DAL NOSTRO PAESE!»

La cosa che mi ha fatto più male di questo volantino è la punteggiatura. Perché i contenuti più o meno li conoscevo, potevo immaginarmeli. Questo volantino, non lo avessi ritrovato in rete, avrei potuto riscriverlo da solo, le chiacchiere da bar alla fine sono sempre le stesse. Ma la punteggiatura. Non avevo mai visto un volantino razzista con una punteggiatura così efficace. Dietro c’è qualcuno che ha letto, che ha studiato. Certo, questo non lo ha smosso di un centimetro dalla convinzione di vivere nella migliore delle Emilie possibili, un luogo dove tutti vogliono venire, al punto che c’è da tirarli fuori con la pala.
Nello stesso giorno in cui girava questo volantino, un sacco di residenti extracomunitari al posto di blocco mi salutavano col trolley: se ne stavano andando da soli, senza aspettare il fallimento dell’integrazione. Un pachistano dell’età di mio padre mi spiegò che andava in Danimarca, aveva degli amici là. Gli feci i complimenti, la Danimarca per quel che sapevo era non sismica. Mio padre in Danimarca non c’è mai stato. Neanch’io, ora che ci penso, ci sono mai stato. Neanche il tizio del volantino, magari.

Chiedo scusa ai mirandolesi, di cui qui si fa il nome, solo per associarli all’iniziativa di un tizio razzista che ha scritto un volantino. Però era veramente un testo interessante. Non solo per quella cosa del «cibo non gradito» – che davvero vien da ridere, se avete mai incontrato un modenese all’estero. Non è difficile, basta andare nei ristoranti modenesi. Li troverete là alle ore pasti, che discettano di ripieno di tortellini e si fanno riportare il carrello dei bolliti. Ma il volantino non parla di questo. Parla soprattutto dell’invidia. Guardateli, dice, questi stranieri. Come fumano ridono e scherzano. Guardateli. Cosa c’è da ridere? Cosa c’è da scherzare?

C’è che loro hanno perso meno di noi, tutto qui. Una casa? Ne troveranno un’altra. Un lavoro? Vabbe', di sicuro non era il migliore lavoro sulla terra. Ci sarà qualche altra terra dove andare, qualche altra opportunità. Tanto il cordone ombelicale lo hanno reciso da un pezzo. È a noi che duole, a loro no. «MANDIAMOLI TUTTI FUORI.» Ma se ne stavano già andando. Ho insegnato in anni in cui ogni classe ne aveva quattro o cinque, e già sembrava un’invasione. Da qualche anno a questa parte stava calando il coefficiente di cognomi strani, anche se non calava il disagio. So di cinesi che sono tornati in Cina. Turchi in Turchia. Ingrati fino all’ultimo, non aspettano nemmeno che li cacciamo coi forconi. Tipico.

Noi emiliani siamo razzisti. Noi emiliani però si era detto che non esistevamo, e quindi tolgo la parola e la frase rimane così: noi siamo razzisti. No, tu che leggi senz’altro no, ma dico in generale. Ci sono eccezioni, ma comunque siamo più razzisti di quanto dovrebbe essere consentito, e lo si vede da centinaia di cose – potrei parlartene per ore, ma diciamo che ti fidi, va bene? Siamo razzisti perché proprio in questa stagione cominciamo ad andare a scuola a chiedere che i nostri figli siano inseriti in una certa classe e non in un’altra, e perché? Che differenza c’è?

Tante volte la differenza la fanno gli stranieri. Che poi stranieri non sono, la stragrande maggioranza è nata nell’ospedale a cinquecento metri dalla scuola, però sono figli di stranieri e quindi per noi sono stranieri anche loro. Il razzismo in fin dei conti è tutto qui.

Noi siamo razzisti perché abbiamo accolto molti stranieri, sembra un controsenso ma è andata così. Forse fino a un certo punto contavamo su una nostra ospitalità, una nostra disponibilità, che alla prova dei fatti non si è mostrata all’altezza. Certo, se ci fossimo guardati un po’ meglio ce ne saremmo resi conto, che non eravamo così ospitali come credevamo di essere. Sarebbe bastato vedere come parlavamo dei «marocchini», che fino agli anni Ottanta non erano quelli che venivano dal Marocco, ma da Caserta in giù, coi quali lavoravamo nelle fabbriche e nei cantieri, ma senza legare più di tanto.

Nel frattempo magari tendevamo a idealizzare minoranze che ancora non avevamo imparato a ospitare. Poi improvvisamente da un anno all’altro sono arrivati, a ondate, e ci hanno messo paura. C’è chi davvero parla di invasione, e ci crede: basterebbe un occhio alle statistiche per rendersi conto che non è verosimile. Ma la gente non ha voglia di guardare i fogli con i numeri. Esce al pomeriggio e in certi quartieri trova in giro solo loro. Si sono presi le palazzine brutte che gli italiani stavano mollando: a un certo punto a molti padroni di casa conveniva affittare soltanto a loro, creavano meno problemi e il mensile continuava a restare alto, perché i nuclei famigliari sono sempre numerosi. Ed è vero che tendono a farsi vedere in giro più degli italiani: forse perché hanno meno spazio in casa.

«Capo, dico a te.»
«Sì?»

Quella sera mi giravano un poco, vuoi perché il turno di notte è quel che è, vuoi perché non ha senso mettersi lì impalati per otto ore davanti a un accesso, se poi a cinquanta metri ce n’è un altro e non lo controlla nessuno. Far la guardia ha un senso, ma il picchetto a un recinto aperto, grazie, no. E allora ho detto al mio compagno: ma in via Narsete c’è qualcuno? Non lo sapeva. Scusa, stiamo qui a rompere le palle alle suore che vogliono andare in Sant’Antonio, e intanto in via Narsete può entrare chi vuole? E l’ambulatorio che hanno svaligiato ieri, ricordami, in che via era? Narsete. Ah, ecco. Senti, hai detto che sei qua fino all’una? Allora è inutile che stiamo in due. Io mi vado a mettere in via Narsete.

È un passaggio pedonale, senza lampioni; la sera diventa buio subito. Ma non ci si sente soli, nel parchetto lì davanti si sono accampate due famiglie di africani, quelli che hanno un tono di voce sempre alto come se litigassero, anche se non litigano mai. Ma a noi razzisti sembra così. Dal modo in cui articolano l’inglese potrebbero essere nigeriani o ghanesi. Tutti piuttosto alti di statura. Sto scrivendo un messaggino quando mi sento chiamare

«Capo!»
«Eh?»

E dall’oscurità mi viene incontro un africano di due metri e venti.

«Ciao, fai la guardia?»
«Eh, sì.»
«Ma qui non c’è mai nessuno, capo.» Me lo dice con un tono che interpreto come di rimprovero.
«Lo so, adesso però ci sono io.»
Mi guarda con un’espressione che interpreto come di scetticismo: ah, beh, capo, se ci sei tu siamo a posto. In effetti, col mio bel casco giallo, non gli arrivo al naso.
«Qui può passare un sacco di gente.»
«Eh lo so, si fa quel che può.»
«Capo, domani voglio venire io.»
«Tu?»
«Io li conosco tutti quelli che abitano qui, io sto in via IV novembre ma l’anno scorso stavo lì in via Narsete, li conosco tutti. E loro conoscono me, faccio passare solo chi ci abita.»
«Beh, guarda... ti do il numero della protezione civile, così se hanno bisogno di aiuto...»
«Ecco, grazie capo.»

In quel momento ti si accende come una lampadina. Cosa stai facendo? Sì, lo sai, sarebbe una sentinella perfetta. Alto come una torre, nero come la notte; conosce tutti, e tutti lo conoscono. Però.
Ti ricordi dove abitiamo?
Te lo immagini mentre chiede la carta d’identità alla tizia che ha la gioielleria all’angolo?
Vuoi metterlo nei guai?
Vuoi costringere qualcun altro a dirgli di no, vuoi scaricare su qualcun altro quella piccola dose di razzismo che ci stiamo dividendo in parti uguali?

«Senti, scusa... io adesso il numero te lo do... ma tu... sei sicuro?»
«Certo capo.»
«Si tratta di stare qui, e fare entrare soltanto i residenti...».
«Li conosco tutti.»
«Ma anche, per dire, se non ne conoscessi uno, dovresti chieder loro i documenti, cioè...».

Capo, mi stai chiedendo se so leggere?

«Vabbe’, comunque il numero è questo.»

Noi di qua siamo razzisti, ma non lo saremo per sempre. O ci mescoleremo – ci stiamo già mescolando, però ci vuole tempo – o se ne andranno loro, in cerca di meglio. Di lavoro, soprattutto: da noi l’offerta stagnava già da un paio di anni, e molte facce scure in giro per i quartieri erano semplicemente in cassa integrazione.

In certi casi il terremoto dev’essere stato la goccia che fa traboccare il vaso, o la strattonata di un conoscente che ti dice: dove stai buttando la tua vita? In quel posto di zanzare e sciami sismici? Ma lo sai che qui da noi in India / Cina / Turchia il Pil cresce che è un piacere? Si dice, non so se sia vero, che il governo marocchino abbia offerto a tutti i residenti nei comuni terremotati il biglietto aereo per rientrare. A volte conviene, tenere una madrepatria lontana da qualche parte. Qualcuno che per male che vada ti può pagare un biglietto. In realtà possiamo andarcene anche noi, quando vogliamo. Da qualche parte dove saremo anche noi un’etichetta, gli «italiani», che vuol dire tante cose e quasi nessuna che somigli a noi davvero. E nessuno ci offrirà di fare la sentinella: senza offesa ma... non sei adatto.  

mercoledì 16 gennaio 2013

Il soviet in provincia di Grosseto

15 gennaio – Don Zeno Saltini, (1900-1981), sovversivo, sacerdote, nomadelfo. 

Lo so, lo so, ma Castellitto aveva già fatto
sia don Milani che padre Pio.
Zeno Saltini non è per ora un santo, nemmeno un beato – sua sorella Marianna, lei sì; ma nel suo caso ci sono miracoli documentati. Zeno in compenso ha già avuto la sua fiction, e il processo di beatificazione comunque dovrebbe essere iniziato nel ’09, campa cavallo. In questi casi servono miracoli, e non dovrebbe nemmeno essere così difficile trovarli; ma non è probabilmente quel genere di miracoli che interessa al giorno d’oggi. Prendi Nomadelfia. Per come si sono messe le cose dagli anni Cinquanta in poi, il solo fatto che in Italia esista ancora un luogo come Nomadelfia, in cui “tutti i beni sono in comune, non esiste proprietà privata, non circola denaro, si lavora solo all’interno e non si è pagati” è un discreto miracolo. Siamo nel 2013, i kolchoz sono stati tutti privatizzati, la comunione dei beni è un’eresia persino in Cina, e Cuba fa tristezza; ma Nomadelfia resiste, quattro km quadrati per 270 abitanti in provincia di Grosseto, se siete curiosi andateci, è gente ospitale. Io non sono stato in molti posti in vita mia, ma a Nomadelfia ci sono stato. È stato tantissimo tempo fa, l’Unione Sovietica era ancora al suo posto nelle cartine. Ma ho la presunzione che non sia quasi cambiato niente, che i villaggi di prefabbricati siano ancora al loro posto, sulla collina sormontata da un’antenna. Se penso a Nomadelfia la prima cosa che mi viene in mente è un’antenna. C’è un motivo.

La chiesa di San Giacomo Roncole, dopo le scosse  del 29 maggio
scorso. Anche Fossoli è stata duramente colpita dal terremoto.
Un’altra cosa che ricordo è il vento battente, una cosa poco familiare qui da noi, che ti spazzava appena mettevi il naso fuori dai prefabbricati. Un vento che “ti mette appetito”, dicevano i locali. Era vero, avevo sempre una fame nervosa, per la verità non insolita nelle settimane a cavallo tra dicembre e gennaio. Di solito la combattevo frugando nella mia dispensa, concedendomi generose merende a base di avanzi di pandoro, ma a Nomadelfia si cenava sempre in lunghe tavolate, nei gruppi familiari, e mi vergognavo a chiedere che mi si riempisse di nuovo il piatto. Alla fine circolava questo panforte in fettine sottilissime; fino a quel momento ero stato piuttosto diffidente verso i dolci a base di frutta secca, ma quel panforte mi faceva impazzire. Avrei voluto mangiare tutte le fette dei miei commensali, avrei voluto scappare in cucina e mangiare tutta la scorta di panforte. Fino a quel momento il comunismo era stato per me un orizzonte teorico, non l’avevo mai immaginato in modo concreto, un posto dove anche se hai fame devi aspettare che mangino gli altri. Concettualmente ci arrivavo, ci ero sempre arrivato; ma il mio stomaco, scoprii allora, era un maledetto capitalista.

Danilo, “Barile”.
Don Zeno non parlava di capitalismo, né di comunismo. Un po’ forse nel tentativo (vano) di risparmiarsi qualche guaio con le varie autorità che gli complicarono la vita, un po’ perché erano paroloni, lui quando faceva le prediche a metà film amava tenere un registro più basso. Ai tempi in cui mio nonno lo sentiva comiziare a San Giacomo Roncole, lo slogan del suo Movimento per la Fraternità Umana era Fev do mòcc’, “fate due mucchi”: i poveri da una parte e i ricchi dall’altra, chiaro? Altro che capitalismo: i rècc’, i ricchi. Altro che classi sociali: i mucchi.

A differenza di altri preti rivoluzionari, che sotto la tonaca nascondevano una formazione classica persin troppo raffinata, Zeno non diede mai nella sua vita l’impressione di semplificare le sue idee per il volgo incolto: le idee di Zeno erano già semplici, e il volgo incolto era quello da cui proveniva lui, che aveva abbandonato la scuola a 14 anni, per poi vergognarsene. Quattro anni più tardi, arruolato alla Grande Guerra, sperimenta lo choc che gli cambia per sempre la vita. Niente bombardamenti: una semplice discussione di politica nelle retrovie con un compagno di branda, un amico anarchico. L’eloquenza di quest’ultimo lo annienta, lo umilia di fronte ai camerati. “Come in una bolgia infernale quasi tutti i soldati presenti cominciarono ad esaltarsi in favore del mio avversario: fischi, sgarberie, urla mi costrinsero al silenzio“. Perché non è riuscito a difendere le sue idee di bravo cattolico? Perché non è istruito, l’anarchico sì.

Al ritorno dal fronte Zeno informa il suo prete che ha intenzione di studiare teologia e diritto, da privatista. Le prime pagelle saranno agghiaccianti, ma Zeno è determinato: vuole diventare l’avvocato dei poveri. Riesce effettivamente a laurearsi alla Cattolica, ma poi preferisce farsi prete, convinto che i poveri si difendano meglio così. Nel ’31, durante la stessa cerimonia prende i voti e adotta il suo primo figlio, “Barile”, un giovane molto promettente ladro di polli che era andato a prelevare direttamente alla caserma dei Regi Carabinieri. Il primo di quattromila, dice la biografia ufficiale. Per tenere occupati i suoi piccoli apostoli, Zeno si affida alle sue passioni: il circo e il cinema. Trasforma gli orfani in saltimbanchi e affida loro la spericolata gestione delle sale parrocchiali. Gli porta fortuna la passione per i film americani, boicottati dal circuito delle sale ufficiali fasciste: noleggiarli costa poco, e le sale alla domenica sono sempre piene. A metà spettacolo i ragazzi accendono le luci e don Zeno fa la predica per quelli che a messa al mattino non c’erano, la maggior parte. Però chi a messa ci è venuto entra gratis: fuori dalla chiesa i Piccoli Apostoli ti timbrano il polso, come in disco.

A metà anni Trenta, nella Bassa modenese, i double feature dei Piccoli Apostoli, film+predica, sono lo show più trasgressivo consentito dal regime. Zeno riuscirebbe anche a guadagnarci, se non avesse una famiglia sempre più numerosa e se non reinvestisse parte del ricavato in una tipografia e in una bicicletta di corsa, poi in una moto, poi in una Balilla Torpedo, nel tentativo di simulare l’ubiquità in quello che ormai è un circuito alternativo, cinque sale diverse nel giro di 70 chilometri, in cui si proietta film americani introvabili altrove.

Un’altra cosa che ricordo di Nomadelfia è il religioso silenzio con cui il gruppo familiare assisteva alla trasmissione del telegiornale. “Religioso silenzio ” non è un modo di dire, era il medesimo che si sentiva durante le preghiere. Noi visitatori eravamo sorpresi dal fatto che i nostri coetanei guardassero i notiziari con tanta attenzione, e in breve scoprimmo che era una delle poche cose che si potevano guardare senza, come dire, censure. Perché a Nomadelfia quando ci sono stato c’era una sola antenna, in cima alla collina, che captava i programmi e alcuni (i notiziari) li ri-trasmetteva direttamente; tutti gli altri li filtrava, lasciando passare soltanto le cose, come dire, adatte. Era il secolo scorso, non esisteva ancora non dico il wi-fi ma nemmeno il protocollo http, magari adesso è tutto diverso. Anche se il sito di Nomadelfia dice che
L’uso della televisione è libero per quanto riguarda l’informazione, mentre si opera una scelta dei programmi visibili che sono trasmessi via cavo dalla emittente interna.

Siori e siore, i piccoli apostoli.
Per esempio, scoprimmo, niente cartoni animati. Era l’anno di qualche capolavoro Disney che non ricordo, la Sirenetta o simili. Alcune mie compagne scoprirono discutendo coi coetanei che nel villaggio quelle cose lì non si vedevano, e i pochi spezzoni che filtravano dal notiziario venivano trattati con ostile diffidenza, in quanto cose “non vere”, e quindi non utili, non interessanti. Io nel frattempo pensavo ad altro, per esempio oltre che a combattere con l’imperialismo del mio stomaco ero molto preoccupato dal catalogo della biblioteca. La mia consapevolezza politica di liceale mi diceva che se censuravano le onde radio probabilmente avevano anche censurato la biblioteca, il che mi preoccupava assai di più dell’eventuale messa al bando di Mike Bongiorno o Pippo Baudo. Fui molto rassicurato, nella mia dabbenaggine, quando vidi che esponevano una copia dei Fiori del Male. La cosa più decadente e satanica che mi veniva in mente. Se c’è Baudelaire va tutto bene, mi dissi, non c’è totalitarismo (tutte le volte che ripenso a questa cosa, misuro una distanza sempre più estesa tra me e quel coglione che pensava che un libro di Baudelaire sullo scaffale contasse di più, in termini di apertura culturale, della possibilità di mostrare un film animato a un bambino. Come se noi fossimo diventati quel che siamo perché al liceo abbiamo letto cinque o sei poesie di Baudelaire, e non perché abbiamo visto La Carica dei 101 e il Libro della Giungla).


Irene?
Nel 1941 a San Giacomo arriva la prima “mamma di vocazione”, in realtà una ragazza, Irene, che aveva visto Zeno e la sorella Marianna adottare decine di monelli e intendeva seguire l’esempio. Orfani non ne mancavano, e negli anni successivi il fenomeno sarebbe esploso. Zeno, che in un qualche modo era riuscito a evitare grossi guai con le autorità per tutto il ventennio, si ritrova arrestato dai carabinieri di Badoglio per un volantino. Dopo l’otto settembre capisce che è meglio cambiare aria: nel frattempo molti dei suoi Piccoli apostoli aderiscono alla Resistenza, facendosi anche ammazzare. L’amico Odoardo Focherini si prodigherà a mettere in salvo gli ebrei, lui l’hanno fatto beato l’anno scorso. Intanto Zeno a Roma frequenta gli esponenti della nuova Democrazia Cristiana, quel tanto che gli basta a capire che non vuole averci a che fare. “Se il Cristianesimo fosse quello predicato dalla Democrazia Cristiana, io sarei, o ebreo o ateo”, scrive nel ’47 all’amico monsignor Crovella. “Noi Piccoli Apostoli siamo a sinistra molto più dei comunisti, quindi condannabili anche da questi, che sono malati al fegato di politica settaria ed ideologica come gli stessi Democratici Cristiani”. In seguito ritratterà, dirà che Nomadelfia non è né di destra né di sinistra, una cosa che a un certo punto della vita dicono tutti.

"Fev dò mòcc!"
Il fatto è che alla fine della guerra la situazione nella Bassa modenese è così esplosiva che anche un prete collettivista che predica il superamento dell’istituzione familiare può sembrare un moderato, se non altro perché non ha neanche un’arma nascosta in cantina, e poi la sua intransigenza mette quasi in imbarazzo i comunisti. Per cui davvero può darsi che Pio XII a un certo punto abbia dato una specie di via libera a don Zeno e ai suoi Piccoli, che nel ’48 rompono gli indugi e occupano pacificamente l’ex campo di concentramento di Fossoli – nessuno in quel momento avrebbe potuto concepire l’idea di farci un museo, la guerra era ancora un buco nero da riempire immediatamente con un futuro il più possibile luminoso, e il futuro di don Zeno si chiamava Nomadelfia. “Avremo una popolazione di soli Piccoli Apostoli con leggi e costumi del tutto secondo le nostre mire cristiane e sociali”…
Essendo nelle nostre mani anche la parrocchia di Fossoli, ci sarà facile aggregare alla erigenda parrocchia di Piccoli Apostoli soli; quel territorio che man mano ci occorrerà per crearvi le nostre borgate. Così avremo nella S. Madre Chiesa una prima parrocchia dove la legge di vita dei parrocchiani è la fraternità cristiana in tutti i settori della vita personale, famigliare, sociale: Nomadelfia (dove la fraternità è legge).
Sorgeranno le borgate, ognuna di esse sarà parrocchia alle dipendenze dell’Opera e finalmente una diocesi. In pochi anni, se le vie di Dio continuano di questo passo, saremo una diocesi dove non esistono né servi né padroni, ma soli fratelli in Cristo, tutti dediti all’apostolato nel mondo.
Tagliano il filo spinato per entrare.

Le vie di Dio, non occorre sottolinearlo, presero alla svelta un’altra direzione: l’idea di una Diocesi-Kolchoz nella bassa modenese tramontò rapida quanto rapido aumentava il debito dell’Opera Piccoli Apostoli, perché gli emiliani erano ben lieti di prestare al buon Zeno quanto gli serviva, ma mica a fondo perduto, anzi con gli interessi. I debiti furono il modo in cui il sistema bocciò il progetto di don Zeno, ma per farlo sloggiare ci volle la Celere di Scelba. I minori furono dispersi negli orfanotrofi. Nel frattempo, grazie a una pia e generosissima donazione di Maria Giovanna Albertoni Pirelli, Nomadelfia aveva aperto una filiale in Maremma, un luogo dimenticato da Dio e dai lupi, nel quale i Piccoli Apostoli arrivarono come padri pellegrini in un nuovo continente: per due anni, mentre dissodavano e disboscavano, vissero nelle tende. Nasce in quel periodo l’equivoco tra “nomadi” e “nomadelfia”, che in realtà è l’accrocchio di due parole greche, “fraternità” e “legge”. Ma appunto, negli anni Cinquanta accettare la legge della fraternità poteva significare ritrovarsi a vivere come un beduino nella Toscana profonda. Per poter seguire i suoi don Zeno si era temporaneamente spretato, chiedendo e ottenendo la riduzione allo stato laicale.

Se ci ripenso mi vien fame.
A un certo punto durante il nostro soggiorno ci accorgemmo che ci stavamo annoiando. Non eravamo un gruppo di turisti, ci ispiravamo a una forte idea di servizio, e eravamo abituati a spostarci solo per aiutare qualcuno o qualcosa. I nomadelfi però non avevano bisogno del nostro aiuto: ci tenevano particolarmente a mostrare la loro autosufficienza, e si limitavano a mostrarci tutto quello che facevano e producevano. Insomma andavamo in giro a ispezionare il caseificio, la tipografia, l’officina, eccetera. Sembravamo un gruppo di ispettori sovietici, ma eravamo dei ragazzini, volevamo divertirci. Avevamo notato che c’era un campo di calcio e così sfidammo i nomadelfi a pallone. Noi di solito giocavamo misti, con le ragazze in attacco a creare confusione nell’area avversaria (niente fuorigioco). Le ragazze di Nomadelfia invece non giocavano.
Ci spiegarono che in realtà non avevano mai giocato, “non era costume” che una ragazza giocasse. L’espressione sembrava arrivata diretta dagli anni Cinquanta come una cartolina bloccata in una fessura dell’ufficio postale per quarant’anni; ma del resto a Nomadelfia in provincia di Grosseto resistevano voci del dialetto modenese che in Emilia ormai si stavano perdendo, come “razdora”, ovvero reggitrice, colei che governa la casa, più mater familias che casalinga: il perno del gruppo familiare.

Lo sgombero di Fossoli fu la grande batosta della vita di don Zeno. Fino a quel momento lui e i suoi non avevano forse avuto percezione dell’ostilità del mondo esterno: in fondo non volevano fare nulla di male, soltanto abolire il denaro e le classi sociali. Anche quando la tensione col Vaticano si sarà allentata, e Giovanni XXIII consentirà a Zeno di ri-consacrarsi sacerdote, i nomadelfi esiteranno a mettere radici. Quando ci andai gran parte delle abitazioni erano ancora prefabbricati smontabili: è un popolo pronto a partire, gli è già successo. I sogni rivoluzionari di Zeno finiscono lì, nella difesa appassionata di quattro chilometri quadrati in provincia di Grosseto. Un popolo, dice lui, ma anche una proposta al mondo. I ragazzini studiano ancora da saltinbanchi, e durante l’estate Nomadelfia diventa un teatro tenda itinerante: a metà dello spettacolo c’è ancora il momento fisso della predica.
Gli apostoli a Fossoli
Nomadelfia non è più un orfanotrofio, l’offerta di orfani negli ultimi trent’anni è crollata. Oggi le mamme di vocazione lavorano soprattutto con gli affidi: per quelli c’è sempre richiesta. Me ne ricordo uno che mi mostrò un piccolo crocefisso di legno trafitto nel costato da una freccetta da tirassegno; disse che l’aveva centrato da cinque metri, un colpo incredibile, anche perché non lo aveva mirato, non intendeva colpirlo. L’ultima rivoluzione compiuta da don Zeno, la meno nota, fu forse la più radicale: dopo aver abolito proprietà privata e classi sociali, Zeno tentò di eliminare le famiglie, o almeno di farle funzionare in un modo diverso. Al riguardo le fonti sono vaghe ed evasive, comunque a un certo punto Zeno si rese conto che anche in assenza di denaro, tra le famiglie nascevano dinamiche negative. E allora si inventò il gruppo familiare, un agglomerato di prefabbricati in cui le famiglie avrebbero pranzato assieme, di giorno, per poi ritirarsi in casette separate, la notte. Per evitare che i gruppi col tempo si trasformassero in clan, ogni tre anni si sarebbero dissolti, e rimescolati con gli altri. Non tutti erano d’accordo con l’idea: chi non era d’accordo se ne andò.

Questa più o meno era la situazione quando ci andai, ed è passato davvero molto tempo; ma a leggere i documenti ufficiali in rete non noto nessuna novità. Mi riesce facile immaginare che Nomadelfia sia ancora lì, prefabbricata e sbattuta dal vento; che l’antenna trasmetta ancora quello che ritiene giusto trasmettere, che le madri più eminenti siano chiamate razdore. Può darsi che il comunismo non abbia niente che non vada, ma tende all’equilibrio, e se le cose vanno abbastanza bene le lascia come stanno: Nomadelfia quando ci andai mi sembrava un posto tutto sommato in pace con sé stesso, la foto di don Zeno (scomparso nel 1981) era appesa un po’ dappertutto insieme a quella di Giovanni Paolo II che l’anno prima aveva voluto visitare quel villaggetto pacificamente opposto a tutto il mondo. Il comunismo forse non ha niente che non va, il problema è quando ne esiste solo una piccola bolla in un universo capitalista che per sua natura non può star fermo, deve stravolgere tutto in continuazione. Occorre scoprire necessità diverse, esaudirle, rimanere insoddisfatti, cercare di diventare persone diverse, riuscirci, rimpiangere quelli che eravamo prima eccetera. L’idea che in questo vortice Nomadelfia resista tranquilla ha del miracoloso, ma non credo che sia quel tipo di miracolo che ti svolta una causa di beatificazione.

Io non sono stato in tantissimi posti in vita mia, ma a Nomadelfia ci sono stato, e devo essere sincero: mi aspettavo qualcos’altro, chissà cosa. Un posto più aperto all’esterno, la versione stabile di quella bella compagnia in cui stavo crescendo in quel momento, in cui ragazzi e ragazze si davano del tu e giocavano a pallone. Il gruppo si è sciolto qualche anno più tardi quando i più grandi hanno cominciato a metter su famiglia: in questo Zeno aveva ragione, famiglie e comunità non vanno così d’accordo. Ogni tanto trovo i volantini degli spettacoli itineranti di Nomadelfia e mi viene tenerezza, mi domando se una cosa così fuori dal tempo non dovrebbe essere protetta, non so, dai beni culturali. Ma il più della volte non ci penso a Nomadelfia. Solo qualche volta tra dicembre e gennaio mi vedete alla coop che cerco il panforte in offerta speciale. È una cosa particolare quella tra il panforte e me, se ne apro uno posso mangiarlo intero, i miei familiari lo sanno e mi tollerano, ma ignorano lo choc che ci sta dietro, il momento cruciale della mia vita in cui il mio stomaco ha capito cos’era il comunismo e non gli è piaciuto, veramente, mi piacerebbe poter raccontare di sì ma la verità è che no, non mi piace il comunismo, preferisco le mandorle.

Altri pezzi