Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi. Noi no. Donate all'UNRWA.
Visualizzazione post con etichetta coccodrilli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta coccodrilli. Mostra tutti i post

lunedì 10 agosto 2026

Guccini portava sfiga?

Non lo sapevi, ma cosa hai sentito


Mi erano infatti rimaste due o tre cose da dire, ma nel frattempo ho cominciato a notare un fenomeno: su facebook gli utenti umani (ormai la minoranza) continuavano a pubblicare questo scorcio di tavola. Qualcuno aveva iniziato pochi minuti dopo la diffusione della notizia, quando poteva sembrare irriguardoso; qualcuno continuerà nei prossimi giorni; qualcun altro sente la necessità di aggiungere altre vignette in cui l'autore, il mai troppo compianto Andrea Pazienza, correggeva il tiro, spiegando che Guccini portava sfiga "solo su cassetta", esprimendo ammirazione e simpatia per una personalità con cui nel frattempo aveva fatto amicizia. Guccini tra le altre cose è un personaggio non così secondario della storia del fumetto italiana: di storie ne ha ispirate e scritte diverse, eppure il riflesso condizionato di me e molti miei coetanei non è corso ai più consoni Bonvi o Magnus, coi quali collaborò realmente, ma a queste vignette assurde – parte di un volume assurdo che Pazienza secondo una leggenda disegnò in una notte, immaginandosi partigiano in una brigata capeggiata da Sandro Pertini, a quel tempo presidente della Repubblica. Questo da una parte dipenderà dall'incredibile dinamismo del suo pennarello (non c'è una vignetta in queste sei che non esploda di umorismo, con una ricchezza di dettagli e una sintesi grafica miracolosa: guardate anche soltanto l'ultima, in cui per far entrare tutti i personaggi, rappresentarli in inseguimento e in fuga, e dare il giusto risalto alla canzone, Paz decide genialmente di esagerare la curvatura terrestre). Ma credo dipenda anche dal modo in cui nella tavola viene finalmente espresso ed esorcizzato l'elefante nella stanza: la voce che G. portasse sfiga.

Il fatto che non mi legga quasi più nessuno mi obbliga a immaginare lettori postumi, ai quali sento di dovere delucidazioni più estese: questa "voce" io non posso dire di averla mai sentita esplicitata da nessuno, né prima né dopo Andrea Pazienza. Non era quel tipo di malignità di corridoio che interruppe la carriera di Mia Martini (e forse la salvò a Masini, perché nel frattempo i tempi erano cambiati e il vittimismo funzionava meglio dello stigma). Non ho mai rilevato quelle odiose perifrasi escogitate dai superstiziosi, quelli per intenderci che all'università dicevano "illustre anglista" per non dover dire ad alta voce "Mario Praz", o che a teatro dicono esclusivamente "dramma scozzese" in luogo di "Macbeth". Guccini del resto ha avuto una carriera lunga e fortunata (lui stesso il primo ad ammetterlo), quindi di che stiamo a parlare. Eppure.



Eppure una certa aura aleggiava: e appunto, non aveva a che fare con il suo nome o la sua figura, quanto col suo repertorio – no, non ho mai visto nessuno grattarsi, e però immaginate la situazione: siamo in un dopocena, nell'allegria generale qualcuno impugna una chitarra, qualcun altro suggerisce una canzone, e magari quella canzone è Auschwitz. O Il vecchio e il bambino. Qualcun altro facilmente obietta: no, dai, non è il caso, ma perché non è il caso? L'astante che in quel momento conservasse la necessaria proprietà di linguaggio dovrebbe spiegare che si tratta di canzoni senz'altro meritevoli ma decisamente luttuose, che non s'intonano a un simposio trascorso fino a quel momento all'insegna della spensieratezza; ma anche chi sa spiegarsi bene a quel punto del simposio potrebbe essersi scolato un mezzo fiasco e quindi la prende più corta: son canzoni che portano sfiga, dai, cantiamo Vasco. Guccini insomma sconterebbe il coraggio di aver infranto un tabù, di avere parlato nelle sue canzoni di morte e distruzione non per primo, ma prima di tanti altri cantanti: e con un'insistenza abbastanza ossessiva, soprattutto a cavallo tra Sessanta e Settanta. Vedi il caso di Dio è morto, di cui tutti amano ricordare che fu censurata in Rai e programmata dalla Radio Vaticana, dove evidentemente qualcuno prima di bannare i pezzi si premurava di ascoltarli (forse persino Paolo VI), giusto il tempo di scoprire che il Dio morto resuscitava nella terza strofa e nel terzo giorno, suggellando il messaggio di un brano che sembrava scritto appositamente per diventare l'inno dell'Azione Cattolica postconciliare. Alla Rai erano più papisti del papa? O più probabilmente il dispositivo censorio veniva attivato da parole chiave, proprio come oggi sui social, dove non puoi scrivere la n word nemmeno se stai discutendo di cromoterapia in portoghese. Alla Rai non volevano sentire la parola "Dio",  né probabilmente la parola "morto": figurarsi un titolo con entrambe. Non importava il concetto: certe parole in società non si potevano dire e stop. I cantautori diventano tali proprio perché allargano i confini del dicibile, sempre grazie alla diffusione di un nuovo supporto (il 33 giri) che non solo consente loro di aggirare la censura radiofonica, ma addirittura li stimola a sollecitarla, perché se la radio non ti passa, l'unico modo avrà la gente di ascoltarti è comprare il tuo disco. A fine Sessanta, il primo album di De Andrè ad arrivare in cima alla classifica si intitolerà, spavaldamente, Tutti morimmo a stento. E in effetti se uno mette in fila i brani funebri di De Andrè, da Marinella ad Andrea, si rende conto che il vero cantautore sepolcrale era lui: il solo che avrebbe potuto mettersi in testa di incidere un intero LP di epigrafi di Spoon River. Eppure.


Eppure il repertorio di Guccini sembrava emanare più sfiga: perché? La risposta sta sempre in una di quelle vignette di Pazienza, e in quella canzone. La maledetta canzone che quando appariva su un autoradio ci costringeva a premere FF o a cambiare stazione, perché anche se non credi alla sfiga comunque non ti va di pensare a un incidente stradale mentre guidi; la canzone non innominabile, ma che nessuno comunque sapeva bene come chiamare, perché sui canzonieri e persino sui dischi apparivano due titoli diversi: da cui l'ipotesi che uno dei due fosse davvero una di quelle perifrasi scaramantiche. Bisogna tener conto che prima di internet intorno alle canzoni crescevano facilmente sottoboschi di interpretazioni non verificabili e affascinanti: specie quelle più cantate davanti al fuoco che ascoltate in versioni ufficiali; canzoni che circolavano su canzonieri fotocopiati da altri canzonieri fotocopiati, a volte trascritti a memoria. Ad esempio conservo il ricordo di una ragazza che interviene in una discussione, con energica autorevolezza, affermando che "In morte di S. F." fosse un titolo apocrifo, che circolava appunto senza che nessuno sapesse chi era questa S. F. perché in effetti S. F. non c'entrava niente né con Guccini né coi Nomadi: semplicemente in qualche parrocchia a un certo punto qualcuno aveva distribuito un foglietto con le canzoni di un funerale, tra le quali il brano di Guccini Canzone per un'amica che così si era trovato questo titolo spurio dal quale, di copia in copia, non era più riuscito a liberarsi. L'ho sempre trovata una storia bellissima – l'idea che intorno a un brano del 1967 si fosse già incrostata una patina di informazioni incontrollabili, come nei brani folk e blues registrati dagli etnografi, o coi sonetti trecenteschi recuperati dai palinsesti: e ci sono rimasto piuttosto male quando grazie a Wikipedia ho scoperto che S. F. era la sigla di Silvana Fontana, morta in uno schianto sull'A1 il due agosto 1966: e che i due titoli potrebbero essere dovuti all'esigenza di Guccini di ridepositare il brano alla Siae dopo aver ottenuto l'iscrizione, o a una bizzarra vertenza con l'Anas (è scritto su un libro, ma mi sembra di nuovo una leggenda). Del resto, c'è veramente bisogno di un titolo? Non quando la canzone è antica, popolare, permeata di inconscio collettivo. Come un antico sonetto, merita di essere chiamata col suo memorabile incipit: Lunga E Diritta Correva La Strada. Sì, a dispetto del tanto conclamato crepuscolarismo, Guccini si è impresso nella nostra memoria con due immagini futuriste, due veicoli che sfrecciano in direzioni rettilinee verso due schianti: l'auto di S. F. e la Locomotiva del macchinista ferroviere.


Lunga E Diritta è un brano del 1966/67, scritto a caldo per l'Equipe '84 che aveva appreso la notizia dell'incidente prima di esibirsi al Festival Nazionale dell'Unità a Ferrara davanti a cinquantamila persone. Ripreso quasi subito dai Nomadi, ma inciso in versione "folk" anche da Guccini nel suo primo 33 giri (che nessuno comprò). Non è ancora un brano cantautorale, sarebbe ingeneroso giudicarlo secondo i metri che usiamo per il Guccini maturo dai Settanta in poi. È ancora un brano "beat", ma cos'era il beat in Italia nel 1966/67? Era la musica dei giovani – dunque modulata su quella anglosassone, tra british invasion e il bubblegum pop americano, più appunto un po' di folk alla Dylan, qualche scorcio già aperto sulla psichedelia. Più caratteristici erano i testi, che rivendicavano una concezione tribale della gioventù: una comunità nuova, che a tempo debito avrebbe cambiato il mondo ma nel frattempo doveva scontare la diffidenza degli adulti. È questo contesto a fare la differenza, perché di morte nelle canzoni in realtà ce n'era sempre stata tanta (addirittura la prima canzone programmata dalla Rai era già la parodia di uno specifico genere luttuoso). Ma con Lunga e Diritta la morte entrava nel lessico e nell'enciclopedia dei boomer ventenni. Per la prima volta qualcuno aveva il coraggio di avvertirli che potevano morire anche loro: all'improvviso, senza un senso, mentre correvano verso il mare. E lo faceva nel modo spigliato e disinvolto dei cantanti beat, con un risultato che continua a sembrarmi orribilmente beffardo. Un altro dei motivi per cui non credevo al titolo con "S. F." è che la canzone non mostra per la defunta nessuna pietà: tutto il contrario. Quando si seppellisce una persona si cerca sempre di trovare in lei qualcosa di buono: trattandosi di un'amica ventenne, non sarebbe stato così difficile, ma Guccini non lo fa. Forse non vuole, forse non ci riesce, ribadisco che non è ancora un consumato cantautore (ma è già un poeta notevole: le carcasse delle macchine incidentate, da quel momento, saranno per tutti noi "lamiere contorte"). Guccini decide di resuscitare la defunta per chiederle, con un'insistenza spietata: cos'hai provato? Quando la strada è impazzita? Quando lo schianto ti ha uccisa? Quando anche il cielo di sopra è crollato? Domande, se uno ci pensa, insensate; cosa vuoi che abbia provato: paura, panico, un gran dolore, e speriamo che sia durato poco: ma davvero a un'amica morta giovane vuoi chiedere questo? Ma uno di solito non ci pensa, è ipnotizzato dalla scena tragica e violenta, qualcosa che davvero nessuno aveva ancora messo in una canzone. Rimane però questa sensazione di beffa: ti credevi giovane e stavi morendo, non lo sapevi ma ci stavi andando dritta. Ecco. Quel "non lo sapevi" che per anni mi ha frullato in testa, finché non mi si è accesa la lampadina. Guccini tratta S.F. come i menestrelli del Trecento trattavano certi cavalieri impettiti, che credevano di andare verso una battaglia gloriosa e invece si sarebbero imbattuti in uno scheletro a cavallo – il presagio della morte incipiente. Guccini è il primo della sua terra che ha studiato, e quel "non lo sapevi" potrebbe essere una reminiscenza inconscia del "nol me pensava" che scandisce una delle laude più famose di Iacopone da Todi, Quando t'aliegre, uomo d'altura, va' poni mente alla sepoltura. Quando ti diverti, uomo superbo, ricordati che sarai morto e sepolto. Di canzoni che parlano di morte ce ne sono tante, ma trovatene un'altra in cui un cantante beat vi ricorda che voi, proprio voi dovete morire, proprio voi che siete giovani e allegri e presi bene. C'è di che scappare, come scappano Paz e Pert in quella vignetta. Guccini si annuncia al mondo con un presagio di morte in cui convive la lauda duecentesca e il futurismo delle lamiere contorte: si fosse fermato in quel momento, sarebbe comunque nella storia della canzone italiana. In seguito ha scritto altre canzoni che ascoltiamo più volentieri, ma in un certo senso è come se avesse non dico frenato, ma alzato il piede dall'acceleratore. 

venerdì 7 agosto 2026

Pensare che ancora vivi

A un certo punto, facciamo metà Novanta, quando erano già quelli che si riscoprivano nei dischi lisi dei genitori, i cantautori (complice il passaggio da LP a CD) si misero a fatturare più che nei Settanta, con dischi molto meglio registrati ma un po' meno ispirati che comunque riaccendevano l'interesse per il vecchio catalogo. E quindi ristampe, tour, dischi dal vivo, antologie, eccetera. A quel punto snobbare Guccini divenne inevitabile, quasi necessario. Era il cantautore archetipico, la grossa pietra con cui paragonare tutti gli altri: De Gregori era criptico perché si capiva meno di G.; De Andrè più lirico perché dopo tre strofe quasi sempre si stancava, mentre G. poteva andare avanti per ventotto stanze senza un plissé; Battisti più pop, Venditti più sentimentale, Dalla più musicista eccetera eccetera. Il cantautorato italiano – il movimento musicale e letterario più originale che abbiamo avuto – a quel punto era già un monumento fatto e finito, la cui ombra cominciava anche a dare fastidio; sembrava lì da secoli invece di essere stato scalpellato nottetempo da quattro o cinque artigiani in vena. Guccini sembrava il classico boomer fortunato che tira un calcio a un sasso e trova una miniera di diamanti. 

Lui stesso non faceva nulla per smentire questa idea; ci teneva a ricordare che il suo primo LP non aveva venduto niente, che per anni i discografici avevano creduto in lui a dispetto di ogni buon senso e che già chi era arrivato qualche anno dopo non aveva potuto godere di un simile vantaggio. Quel che non diceva (per modestia, o forse non se ne rendeva conto) è che chi è arrivato dopo almeno poteva seguire una pista che aveva tracciato lui, e no, non era stato così facile come sembrava. Il Cantautore Italiano Archetipico non esisteva in natura, Guccini lo è diventato al termine di una serie interminabile di tentativi e false partenze che avrebbero dissuaso talenti meno robusti. Chitarrista nei complessi rock e doo wop, folksinger impegnato, autore per complessi beat: e nel frattempo già scriveva testi per fumetti e forse faceva cabaret. Il cantautorato nasce con l'affermarsi di un nuovo supporto – il 33 giri: le canzoni possono allungarsi, raccontare storie, usare parole che in radio non si possono sentire (De Andrè lo aveva già dimostrato: se ti bannano in radio, la gente dovrà comprarsi il 33 giri per ascoltarti). I musicisti possono sbizzarrirsi in lunghe derive strumentali o sperimentali, e G. in un qualche modo è passato anche attraverso il prog italiano, prima di arrivare al punto fermo, Radici. E siamo già nel 1972, Guccini ha trentatré anni vissuti con grande intensità. L'anno successivo sembra rinnegare tutto con Opera buffa, un'altra falsa partenza perché quella dimensione cabarettistica, che emergeva già nei suoi primi dischi folk e doveva essere così consona al suo carattere, Guccini l'ha accantonata subito dopo. Se ora dico che ci siamo persi qualcosa, che se avesse insistito sui bozzetti satirici forse sarebbe diventato meno cantautore e più interessante, è che ho in mente quel che sono riusciti a fare Jannacci e Gaber, partendo dal cabaret e arrivando alla poesia, persino alla tragedia; Guccini invece è tornato a Radici (non alle radici) e grosso modo non mi sembra che si sia spostato. Lunghe riflessioni sulla vita, nostalgie, sogni d'evasione, qualche invettiva che al pubblico piaceva tantissimo anche se chi le scrive dopo un po' se ne vergogna, e così dopo vent'anni ne aveva cinquanta, era un monumento, e snobbarlo diventava necessario. Quasi indispensabile. 

De Andrè nel frattempo aveva frequentato musicisti prog, aveva iniziato a coltivare il dialetto, inventando la world music, e poi soprattutto era morto, lasciando milioni di orfani inconsolabili; Guccini coi musicisti prog ci lavorava da sempre, i dialetti li parlava come prima e seconda lingua, ma continuava a uscire con dischi abbastanza prevedibili, come certi zii che andiamo a trovare volentieri ma una volta all'anno, e magari quest'anno no. E poi c'erano i fan. Ecco, se devo parlare della mia esperienza di chitarrista della domenica, i fan hanno molto contribuito ad appannare la mia stima per Guccini, ma in fondo non era colpa loro se chiedevano inevitabilmente La Locomotiva e L'Avvelenata. Non c'è niente di male, anche di Battisti o Vasco o De Andrè tutti conoscono gli stessi pezzi, che però di solito sono almeno cinque o sei. Con Guccini il repertorio si riduceva drasticamente, del resto chi è che aveva il tempo o la pazienza di memorizzare Eskimo o Via Paolo Fabbri; se ci pensate è già un miracolo che centinaia di migliaia di persone condividano tredici strofe della Locomotiva. Bisogna essere dei grandi cantastorie, dei grandi poeti, per ottenere questo, adesso che ci penso. Ma per tanti anni è stato un pensiero che mi annoiava.  

La Locomotiva in effetti è un grande equivoco. Alla gente piace cantare, all'unisono, trionfi la giustizia proletaria!, senza far troppo caso al fatto che sia il grido di un aspirante stragista. Ed erano gli anni delle bombe nelle piazze, nei treni, nelle stazioni. Ricordo vagamente che nelle note di copertina Guccini ammetteva di averci messo molta retorica, e che secondo lui andava bene così. La Locomotiva è un brano estetizzante, che mette in scena la retorica anarchica di fine Ottocento come più tardi Ferretti esibirà souvenir sovietici e partigiani, come oggetti di scena, ricordi di un mondo che fu, proprio come la belle époque che in quegli anni andava forte a Hollywood, tra Bonnie e Clyde e la Stangata. Con quella retorica che Guccini aveva appreso alla scuola dell'obbligo e a cui non sentiva la necessità di torcere il collo, quell'impeto carducciano che solo la sua voce riusciva a rendere credibile (l'accostamento a Gozzano non è giustificato solo dalla sensibilità crepuscolare, ma da una certa testardaggine prosodica, dall'amore per la parola anche se obsoleta, proprio perché obsoleta, che lo rende il cantautore più letterario, e anche per questo più facile da snobbare). Per avere infiocchettato e rivenduto la dagherrotipia di un ferroviere che cerca (invano) di ammazzare ricchi a caso, Guccini passava per autore impegnato – come in effetti era stato anni prima, con esiti che sarebbe ingiusto considerare ingenui, ma il mondo è ingiusto, e quando mi chiedevano se sapevo Auschwitz o Primavera di Praga, o persino Dio è morto, ero io a dire no, dai, siamo tutti qui di buon umore, piuttosto vi faccio l'Avvelenata. 

A perpetuare l'equivoco è stata anche una deformazione prospettica: sappiamo tutti che gli anni Settanta furono quelli dell'impegno politico e quelli dei cantautori; se ne deduce che i cantautori fossero politicamente impegnati. Bisogna prendersi la briga di ascoltarli per scoprire che invece no: che ai temi politici dedicavano di solito qualche pezzo giovanile, per scoprire poi un certo gusto per l'indignazione politica molto più tardi, a volte solo con l'avvento di Berlusconi; nel mezzo, vent'anni di intimismo e, quando si parlava di politica, una diffidenza più o meno esibita. Non è che Dylan si sia comportato diversamente, ed è a Dylan che Guccini ha guardato per qualche anno, prima di trovare una strada più sua. Ma si tratta probabilmente di una regola generale, a cui Dylan è arrivato soltanto un po' prima di altri: posto che con le canzoni non si fanno le rivoluzioni, a un certo punto bisogna scegliere tra le une e le altre. Ma se sei molto bravo a scrivere canzoni non hai nemmeno scelta. L'alternativa sarebbe stata restare ai fianchi di qualche gruppetto, prendersi qualche bastonata, qualche capo d'accusa, e infiammare qualche corteo con una "finger pointing song" che Dylan dopo il 1964 si rifiutò di scrivere. Se volete è lo stesso dibattito che ci ha fatto discutere per un mese, a partire da banali dichiarazioni di De Gregori, di Mick Jagger (ma anche di Michele Mari): come si fa a fare politica con la letteratura, senza fare propaganda – e quindi pessima letteratura? Un'opzione è appunto quella estetizzante della Locomotiva: si butta tutto nel passato, si nasconde la propria retorica dietro la retorica ancora più sferragliante di un tempo che fu di cui è lecito provare nostalgia. Chi ci vuole vedere l'impegno politico, ce lo vedrà (certa gente è ancora convinta che Ferretti sia stato un comunista). Qualcun altro ti darà del paraculo ma ehi, non comprate i miei dischi e sputatemi addosso. 


C'è però almeno un'altra opzione – quella che per esempio Bertolt Brecht tentò di spiegare per tutta la sua carriera, e trovo stupefacente, quasi miracoloso, che la canzone italiana più brechtiana del Novecento l'abbia scritta Guccini proprio nello stesso disco in cui diceva che con le canzoni non si fanno rivoluzioni: si chiama Piccola storia ignobile, e non si rifugia in nessun Ottocento di maniera: anzi parla di un tema attuale (l'aborto) in un momento in cui nessuno voleva troppo parlarne. Anche Guccini sembra non averne voglia ("È una cosa che non serve a una canzone di successo"), ma per sette minuti si rivolge comunque a una ragazza che ha abortito e le ripete che è tutta colpa sua, che il padre non avrebbe sopportato, che la madre non avrebbe capito, che l'ex fidanzato non è "punibile per legge". Chi ascolta capisce l'esatto contrario: sono stati quei tre a macellare la ragazza su un tavolo di marmo. La propaganda ha sempre paura che tu non capisca, la riconosci da quest'ansia di puntare il dito. Guccini qui trova un'altra soluzione: dispone una serie di puntini e lascia a chi ascolta lo spazio per unirli. La soluzione non deve arrivare dentro l'opera, ma fuori: secondo Brecht il messaggio non devono capirlo i personaggi, ma il pubblico. Non dico che sia stata la canzone che ha guarito il mio antiabortismo (ero troppo giovane, ne trovai un'altra), ma voglio credere che abbia funzionato con qualcun altro; e mi dispiace che Guccini non ne abbia scritte altre, perché ne era capace. O forse ne ha scritte e non me ne sono accorto, perché lo snobbavo. 

(Sta diventando lunghissima, non so cosa sia successo, pensavo di non avere niente di interessante da aggiungere e che avrei scritto solo dieci righe, credo continuerà. Del resto è Guccini, non finisce mai).

martedì 28 luglio 2026

Storia di un'antipatia (prima biliosa e antipatica, poi allegra)

La Repubblica

Quattro anni fa moriva Pietro Citati, senza che io sentissi l'esigenza di scriverne qualcosa. Coi morti bisogna fare la pace, ma Citati da questo punto di vista non è nemmeno così morto – dando un'occhiata in archivio ho trovato il commento a un suo pezzo di ormai vent'anni fa sulla scuola che potrebbe avere scritto Galli Della Loggia giovedì scorso. Ripensandoci, però, la storia della mia antipatia per Citati è interessante. È stato per me un punto di riferimento prezioso, in anni in cui era più difficile trovarne.  

Con Citati partii subito male. Il primo ricordo che ho di lui è la sua stroncatura del Pendolo di Foucault, in prima pagina sulla Repubblica, episodio che dopo tanti anni ancora mi sorprende: immaginate uno scrittore italiano che sia riuscito a piazzare un best seller in America (riuscite a immaginarlo?) Immaginate che non sia un personaggio misterioso alla Ferrante, ma un professore universitario con una solida collaborazione con le testate di un importante gruppo editoriale. Immaginate che il suo secondo, attesissimo romanzo, sia stroncato in prima pagina sul quotidiano di quello stesso gruppo editoriale. No, non riuscite a immaginarlo, secondo me: oggi il mercato non funziona più così (oggi il mercato non funziona). Mentre nel 1988 Eco non solo poteva permettersi stroncature così autorevoli, ma dava la sensazione di sollecitarle. Io comunque al tempo capivo solo che anche a Repubblica c'era un trombone a cui dava fastidio che un romanzo potesse essere allo stesso tempo colto, complicato e divertente. 

In seguito, man mano che crescevo e mi accostavo sciaguratamente allo studio della letteratura, fu divertente notare tutte le volte in cui Citati spuntava al mio orizzonte senza che io l'avessi evocato e sempre, invariabilmente, per rovinarmi qualcosa. I due casi che mi vengono in mente in realtà dicono pochissimo, ovvero: (1) è stato lui a inventarsi il titolo Lezioni americane, capirai, quel libro secondo me ha banalizzato Calvino e devastato la sua ricezione (non tanto quel libro quanto il modo in cui è stato pubblicizzato) ma sarebbe successo anche con un altro titolo, no? Non lo so. E poi... (2) l'assassinio del partigiano Johnny.  Che detta così fa ridere (ma anche un po' piangere), però se ricordo bene fu proprio Citati che suggerì a questo timido commerciante di vermut che aveva nel cassetto un romanzo monstre sulla guerra: senti, di libri sulla Resistenza ce n'è già tanti, invece la prima parte sulla guerra fascista è interessante, perché NON FAI FUORI JOHNNY SUBITO DOPO L'OTTO SETTEMBRE DIOSIGNORE PIETROCITATI MA NEANCHE SATANA A GESÙ CRISTO NEL DESERTO UNA PROPOSTA COSÌ. Che certo, riflettendoci, contestualizzando, se Fenoglio ha pubblicato Primavera di Bellezza e non ha mai finito il Johnny, che colpa può averci un editor Garzanti? Diciamo il 5%, il 10%, sotto un 80% da attribuire alle multinazionali del tabacco. 

Tutto qui, niente di eccezionale. Non è stato Citati a trasformare Calvino in un pubblicitario, né a impedire a Fenoglio di mettere in bella un capolavoro. Ma nel frattempo nella testa mi era entrato un tarlo, l'idea di Citati come guastafeste del secondo Novecento, e da qui era un attimo a cominciare a fantasticare su cosa avrebbe fatto Citati in altri periodi, se fosse stato costretto a transitarvi come l'ebreo errante: un estimatore degli stilnovisti che incontra Dante e gli dice: ma lascia stare l'Inferno, a chi vuoi che freghi qualcosa di barattieri e biscazzieri, roba vile vile, concentrati sul sublime, più cherubini, più serafini, dai che questa roba la dobbiamo vendere ai prof di liceo... E tu Franz ma scusa ma cos'è questo bacherozzo gigante, il racconto andrebbe anche bene, ma non può svegliarsi tipo farfalla sublime? E Sigmund senti, Al di là del principio del piacere mi sembra un po' tranchant, che ne dici di un bel Lezioni Viennesi, sento già quell'aroma di Sachertorte, e così via. 

Quattro anni fa se n'è andato Pietro Citati, e nel frattempo qualcuno da qualche parte potrebbe avere appena scritto un gran libro ma come si fa a saperlo? senza una sua stroncatura, come potrò mai esserne sicuro? 

venerdì 5 giugno 2026

Tutto quello che ho capito dell'Iran

Credo sia ingeneroso affermare che tutto quello ho capito dell'Iran, me l'ha insegnato Marjane Satrapi. Lei stessa, se fosse viva e presente (e so di scrivere una sciocchezza, ma è una persona che non ho smesso di sentire viva e presente), lei stessa mi potrebbe obiettare: ma guarda che dell'Iran, tu, hai capito pochissimo: e comunque io – che meritavo allievi più attenti – non sono l'Iran, non ho mai preteso di esserlo; al massimo sono una persona che è cresciuta negli anni della rivoluzione e della guerra ed è scappata e sopravvissuta per raccontare la sua piccola storia; dopodiché ho fatto tanto altro... ma tu continui soltanto a rileggere Persepolis, a guardare Persepolis; sei uno dei tanti che non riesce ad accettare che sono cresciuta, forse perché non sei cresciuto tu. Tutto giusto, tutto vero, e mi vergogno: mi dispiace non averla seguita dopo Persepolis, è un grosso problema che ho con gli artisti che sopravvivono ai loro capolavori, tenga conto che per vent'anni non ho voluto accettare che Paul McCartney avesse inciso dischi dopo il 1969. Mi dispiace non aver studiato qualcosa in più su una nazione che è sempre più importante – certi capolavori sono come dei segnaposti, leggi Kundera e sei a posto con la Cecoslovacchia, leggi Persepolis ed è così facile, l'Iran raccontato con dei disegnini gradevoli, che bisogno c'è di approfondire. E allo stesso tempo, Madame che posso dirle: qualche mese fa, a guardare tv e leggere giornali, sembrava che il futuro della Persia fosse un tizio di cognome Pahlavi. Ci cascava anche gente molto informata, anzi più si informavano più ci cascavano. Io invece pensavo a lei, ai suoi disegnini apparentemente ingenui, e non ci potevo cascare. Avrò anche capito poco, ma l'ho capito bene. 

Proprio perché non ha mai preteso di raccontare una storia che non fosse la sua; ma raccontandola nel modo più impietoso, più sincero possibile. Persepolis non è l'Iran: è una Teheran che all'inizio si dà ancora arie di capitale cosmopolita. La piccola Marjane è figlia di borghesi intellettuali, e nipote di principi comunisti. I pasdaran non nascono nella notte della ragione: sono operai e contadini che si riprendono la capitale. In una delle scene più illuminanti del film, una signora si accorge che il funzionario che potrebbe concedere un visto al marito cardiopatico, il funzionario che ha il potere di vita e di morte su suo marito, è il suo vecchio lavavetri. Quel che è successo nell'Afganistan dei talebani – ma anche nella Turchia di Erdogan: ci piace continuare a guardare il mondo con le lenti che selezionano gli aspetti religiosi, ma dietro alle vittorie dell'integralismo islamico c'è una mera questione demografica: a volte le campagne pesano più delle grandi città, e questo in Occidente non riusciamo a capirlo. Né Marjane Satrapi voleva più di tanto spiegarcelo: lei si contentava di raccontare la sua storia, e a volte basta questo: una storia raccontata con sincerità, tracciando con attenzione le coordinate storiche, economiche e sociali. Probabilmente agli artisti dovremmo chiedere soltanto questo. Non proclami, nemmeno prese di posizione (quelle dobbiamo  prenderle noi), ma storie sincere. Precise, impietose. Certo, tanta sincerità non è per tutti. Può anche ucciderti – non so se sia stato il suo caso, ma già Persepolis lasciava sospettare una insidiosa fragilità. Quella corazza di bugie, mezze verità e silenzi che noi mediocri lasciamo crescere sulle nostre depressioni e le nostre manie, Marjane Satrapi non se la poteva permettere: aveva messo la sua vita in quei disegnini, e non riusciva più ad averla indietro. Non so più che dire, di solito un coccodrillo serve a sentirsi meglio. Ma non credo che sia giusto sentirsi meglio. Marjane Satrapi è morta, mi ha dato tantissimo, e io non le restituirò mai niente. Credo sia giusto sentirsi di merda. 

giovedì 26 marzo 2026

Il ritorno del soffitto viola

Se ci ha insegnato qualcosa Gino Paoli (1934/2026), è che le canzoni possono anche essere molto brevi, anzi forse è meglio: e che meno cose diciamo, più a fondo riusciamo a scolpirle nella memoria di chi ci ascolta. Questo, mi rendo conto, va contro tutto quello che ho detto e fatto e scritto in vita mia, ma è ormai troppo tardi per correggersi – non per sognare che la prossima generazione reagisca alla verbosità dei rapper con una nuova vague laconica, due strofe un ritornello, magari la seconda strofa uguale alla prima, magari il ritornello strumentale. 

Ho scritto "laconica" e non "ermetica" perché, in effetti, Gino Paoli era sempre chiarissimo, anche a rischio di esser banale. Il cielo in una stanza è una canzone limpida, non c'è niente da interpretare. Sta a disposizione di chiunque la voglia appendere in un angolo della propria memoria – ad esempio io non posso fare a meno di collegarla a una particolare sensazione che mi è capitato di provare nelle stanze delle ragazze in cui finalmente riuscivo a entrare. Ovviamente i soffitti non erano viola e (fortunatamente) nessuna fisarmonica suonava; ma se anche ci fosse stato quel viola, e del liscio in sottofondo, io non me ne sarei accorto, perché quando entravo in quelle stanze – al culmine di una lunga battaglia, condotta con armi che a distanza mi sembrano così improbabili – io non vedevo niente, non sentivo niente, non capivo niente. Alberi infiniti, immensità del cielo, questo tipo di eufemismi. E siccome non capivo niente, non mi accorgevo nemmeno di non capire, né di sentire, né di vedere: viaggiavo in una dimensione mia, sballottato tra testosterone e adrenalina, terrore di fare una brutta figura, necessità di farla comunque. Alberi infiniti, immensità del cielo, questo tipo di eufemismi. Dopodiché –

Dopodiché veniva il dopo. E a parte il fiatone, il batticuore, l'imbarazzo e quel senso di tristezza e vergogna, uno degli aspetti più curiosi è che improvvisamente io quella la stanza la vedevo. Le foto alle pareti, i libri sulle mensole, il manico di una racchetta spuntante dalla cima dell'armadio più alto. Lo screen saver del computer citava Ovidio. Ed eccomi in una stanza non mia, guardato e giudicato da cento soprammobili. Alcune stanze erano davvero ostili. Chi ti credi di essere, mi dicevano. Noi eravamo qui prima di te, e ci saremo quando tu non sarai più nemmeno un numero sull'agendina. Altre angoscianti, proprio per quanto mi sembravano vuote e mi chiedevano di essere riempite, e in quel momento capivo che non erano per me, che anche se avessi voluto non ce l'avrei fatta, ma evidentemente non lo volevo. 

Quindi ecco sì, Il cielo in una stanza è un capolavoro di canzone, però mi sarebbe piaciuto ascoltare la seconda parte: quella in cui il soffitto torna viola, gli alberi tornano a chiudersi come pareti, e Gino Paoli si domanda: cosa ci faccio qui? Perché forse lui sarebbe riuscito a spiegarlo in due strofe, e il ritornello strumentale. Io invece sono già a tremila caratteri, maledizione. 

venerdì 20 marzo 2026

Umberto Bossi, l'impostore

Addio a Umberto Bossi, profeta della Seconda Repubblica. Se Berlusconi ne è stato il messia, Bossi è la vox clamantis che ne ha anticipato le mosse, dissodando il terreno, creando le condizioni per un successo che stava per travolgere lui per primo, e col quale ha imparato a convivere. C’è un prima e un dopo Bossi nella Storia, se non d’Italia, almeno del linguaggio politico.

Prima di lui i politici si punzecchiavano in punta di fioretto. A inizio ‘80 un ministro era finito in prima pagina per aver definito “comare” un collega. Dagli stessi giornali, poco più di dieci anni dopo, Bossi ci informava che “La Lega ce l’ha duro”. Una frattura profonda, che Bossi da solo non ha provocato, ma che confusamente aveva previsto. La vecchia retorica del pentapartito non funzionava più: così come la lingua del PCI, ancorata al mito di una rivoluzione impossibile. Umberto Bossi, quando per la prima volta ci apparve in tv, sembrava spuntato all’improvviso dal territorio, come i nani delle leggende norrene: la voce già cavernosa, l’accento nordico inconfondibile ma indefinibile (chi aveva mai sentito un varesotto?), le idee poche e apparentemente concrete, come il ceto piccolo-industriale a cui si rivolgeva: più autonomia al nord, meno soldi a Roma. Tanto bastò per portarlo nel 1987 a Palazzo Madama, unico senatore del partito che si era fondato praticamente in casa, pochi anni prima: il più grande colpo gobbo della storia della Repubblica – fino a quel momento. Perché in quella piccola industria di cui si era autonominato difensore, Bossi non ci aveva mai lavorato. Forse.

Non lo sappiamo: i suoi primi 38 anni sono uno dei misteri meglio conservati della politica italiana... (Continua su Rivista Studio)

sabato 13 dicembre 2025

Visto qualche bel film di recente (2025)? (prima parte)

Infatti l'ho visto su una piattaforma
Io sono la fine del mondo (Gennaro Nunziante, che quando dirige Checco Zalone è efficacissimo e qui invece proprio non ce la fa).

Dio mio. Dio mio che imbarazzo, che sofferenza. Duro non è che non sappia semplicemente recitare; dà l'impressione di non saper vivere, di vestire a disagio un costume da essere umano senza avere ricevuto un training adeguato. Gli occhiali scuri servono a mascherare l'incapacità di manovrare le pupille o aggrottare le sopracciglia; la cadenza palermitana occulta l'incapacità di esprimere sentimenti attraverso la modulazione della voce. Tutti noi quando parliamo possiamo usufruire di vari registri: possiamo urlare, sogghignare, sibilare, ecc. Duro non lo sa fare, ha solo il suo tono metallico standard e, se proprio il copione lo richiede, un'altra vocina fastidiosissima che dovrebbe ripetere i rimbrotti che gli facevano da piccolo i genitori ("non bere la coca cola"), ma è talmente acuta fa farci ipotizzare che sia la voce interiore del bambino che quei rimbrotti li subiva, ed evidentemente non li ha mai superati.

Così un film che dovrebbe agitare lo strale del politically uncorrect, alla fine lo rivolge per lo più contro sé stesso, fornendoci l'immagine più impietosa possibile dell'autocoscienza di una personalità nello spettro autistico. Il motivo per cui allo spettatore è richiesta una sospensione della credulità fortissima (nel mondo reale Duro sarebbe stato menato a sangue al minuto 3, titoli di coda) è che tutto avviene in una realtà immaginata da lui, in cui tutti dovrebbero per qualche motivo lasciarsi manipolare da questo tizio che non sa nemmeno dire le bugie. Tutti gli credono, tutti lo perdonano, tutti recitano in modo esageratamente teatrale (o forse è il contrasto con la sua fissità terribile), perché probabilmente è così che lui vede il mondo: un posto dove tutti recitano e fanno un sacco di smorfie, che lui non sa fare, e nemmeno capisce a cosa servano.


Sly Lives! (aka The Burden of Black Genius) (Questlove)

È morto D'Angelo, proprio pochi giorni dopo che lo avevo rivisto mentre cercavo tutt'altro, in un docufilm dedicato a Sly Stone che è sottotitolato Il fardello del genio nero. D'Angelo veniva intervistato non tanto per parlare di Sly (ovvio che ne parlerebbe benissimo), ma per rinforzare la tesi contenuta nel sottotitolo, ovvero una peculiare difficoltà che avrebbero gli artisti afroamericani a gestire la propria genialità. Un senso di colpa ancestrale, la necessità di affrancarsi da un contesto sociale misero e problematico, senonché appena ti affranchi appena un po' ti senti un traditore, ecc. Una tesi abbastanza convincente, e però io stavo guardando il docu su Sly Stone per un altro motivo: cioè pur dando per scontato che aveva avuto tanti problemi a gestire la sua genialità, io dopo tanti anni faccio ancora fatica (è imbarazzante ammetterlo) a capire in cosa questa genialità consista.

Sly & the Family fa parte di quell'esiguo insieme di artisti che mi devo far piacere con la forza, perché se dovessi essere davvero sincero con me stesso, ecco, no, mi sembra sempre che nelle sue canzoni manchi qualcosa. Non so mai cos'è – di sicuro non il groove – però a volte mi sembrano sorrette soltanto dal groove, come se fosse un male. Ma non è vero, ci sono anche le melodie, eppure oh, non so spiegarmelo, non c'è niente da fare, a me Sly Stone sembra un autore incompleto. E per quanto milioni di dischi venduti stiano lì a dirmi che mi sbaglio, niente riesce a togliermi dalla testa l'idea assurda che anche Sly condividesse questa sensazione, e che il suo fardello personale si sia ingrossato man mano che il pubblico riconosceva in lui un genio, una pressione crescente a esprimere una genialità che nessuno sa esattamente in cosa consista ma a un certo punto c'è un popolo intero che la pretende, e tu che fai, non ti droghi? Magari drogarsi aiuta, ma poi invece si scopre che è l'esatto contrario, ah, troppo tardi. La sua prima canzone di successo (Sing a Simple Song) partiva proprio dall'ammissione della propria impostura, cioè insomma come faccio a scrivere una canzone facile, una canzone che funzioni, dunque ci mettiamo il ritmo, poi la melodia, poi i battimani, e piacerà? E dopo questa, cosa mi dovrò inventare? Qualche sostanza mi potrà aiutare? Vasodilatatori, autoreclusione, farsi odiare dal pubblico e dai collaboratori arrivando puntualmente in ritardo ai concerti, autosabotaggio, autotrasformazione in macchietta televisiva, e tutto sommato non gli è andata nemmeno così male, è sopravvissuto a Michael Jackson e a Prince.

Qualche mese dopo l'ha seguito D'Angelo, e io non ho molto da aggiungere. Avrete già indovinato che fa parte dello stesso esiguo insieme di artisti che, per quanto mi ci sia sforzato, non riesco a capire. Anche lui così raffinato, eppure così incompleto, perlomeno alle mie stupide orecchie. Non mi sembra che sia molto chiaro il perché abbia fatto due dischi in vent'anni, e forse è giusto così, non è che il vissuto degli artisti deve per forza far parte del pacchetto. Ma se davvero era, come a volte sembrava, perennemente insoddisfatto del suo lavoro, se tutti questo vociare di genialità intorno a lui gli ha creato più problemi che vantaggi, ecco, posso capirlo, e forse questo mi può aiutare un poco a decifrarlo.


L'Eternauta (Bruno Stagnaro, 2025)

Mi sento praticamente in dovere di guardare l'Eternauta, però se devo essere sincero tutta questa voglia di vedere gente per strada che muore all'improvviso senza un motivo, ecco, no: è angoscia, è disagio, non ne traggo nessun piacere emotivo, già la vignetta del padre che si accascia al suolo rantolando "i bambini", ripresa in qualche libro scolastico come esempio di narrazione a fumetti, non dico che mi traumatizzò la preadolescenza, ma insomma è proprio una cosa che mi rende triste senza motivo e di motivi ne avrei pure.

Poi penso che ok, nessuno mi costringe a vedere l'Eternauta, anche da un punto di vista culturale mi sono già abbondantemente coperto col fumetto, la storia più o meno so già dove andrà a sbattere e se ci sono variazioni importanti le recupererò in venti minuti su wikipedia, tra l'altro l'Eternauta è uno di quei capolavori in un certo senso seminali, ovvero che quando escono lasciano sgomenti perché mostrano qualcosa a cui nessuno aveva ancora pensato (un'apocalisse urbana! Superstiti che lottano contro mostri di casa in casa!) dopodiché vengono ripresi da centomila epigoni, alcuni dei quali, è statistica, finiscono per produrre contenuti più aggiornati, più interessanti, per cui alla fine uno può anche dire sì vabbe' ma prima di tutte queste apocalissi zombie c'è stato l'Eternauta, ma se poi va a rileggerselo, l'Eternauta, non lo trova necessariamente migliore di tutto quello che è successo dopo. È semplicemente il primo, anche se dal suo punto di vista non lo era affatto perché in fondo riproponeva la wellsiana Guerra dei mondi; a dargli quello scatto in più fu appunto l'ambientazione contemporanea urbana, il survivalismo, l'angoscia senza requie, la disillusione latina per l'apparato statale. Un altro scatto importante lo fece nel decennio seguente un regista, anche lui d'origine latina, sostituendo agli alieni i cadaveri: trovata geniale non solo perché i cadaveri spaventano di più, ma perché da un punto di vista dei trucchi e degli effetti speciali sono davvero più convenienti, e questo credo sia il vero motivo per cui da Romero in poi gli zombie hanno fatto il botto e le invasioni aliene sono relativamente passate di moda (anche lo scenario tipicamente sf "i robot prendono il potere" cinematograficamente non aveva molte speranze, rispetto alla possibilità di conciare un centinaio di comparse da cadaveri).

Alla fine non credo che al mondo freghi un granché se ho voglia o non ho voglia di guardare l'Eternauta, ma forse il problema è un altro: che invece un sacco di gente sì – magari si sentono anche loro un po' obbligati – ma evidentemente c'è mercato per le apocalissi urbane, per alieni assassini o cadaveri antropofagi, per gente innocente che muore all'improvviso e pochi superstiti angosciati che si arrabattano come possono. A me questa roba, lo dico sinceramente, dà una grande angoscia, ma a milioni di persone no, o comunque è un'angoscia che trovano piacevole, rassicurante. Probabilmente Lopez e Oesterheld con quell'idea della neve assassina scoprirono una miniera d'oro che ancora oggi macina dollari, euro, pesos, alla gente piace vedere gli innocenti morire e immedesimarsi, suppongo, nei sopravvissuti. È una considerazione che mi mette sempre un po' a disagio, esco di casa la mattina e intorno a me c'è gente che magari si diverte con The Last of Us, come impedire loro di immaginare di farmi fuori con un fucile a pompa. Vivono tra noi, magari sono la maggioranza, un giorno forse prenderanno l'iniziativa, forse è meglio se faccio provviste, mi procuro armi di difesa, mi studio la situazione, magari alla fine me lo guardo anche, questo Eternauta.

domenica 17 agosto 2025

Pippo, l'inimitabile

 EBay. 
Sarà molto difficile (e probabilmente inutile) spiegare agli italiani di domani la centralità culturale di Pippo Baudo verso la fine del Novecento italiano: il motivo per cui quando Bracardi cantava "Ci vorrebbe Pippo Baudo a governà", nessuno in cuor suo poteva dargli troppo torto. Baudo sarebbe stato un governante migliore di tanti: avrebbe scoperto ministri nuovi e capaci, e dato miglior lustro a vecchi tromboni ancora in grado di brillare – se diretti bene. La sua meritocrazia non sarebbe stata perfetta, ma migliore di altre che abbiamo visto in scena; i rapporti col Parlamento, ottimi; le conferenze stampa, non fiume: perché Baudo non amava i monologhi, era un presentatore vero. E gli italiani gli volevano bene come a un parente che si incontra spesso – a tutte le feste comandate – anche se non ha mai fatto troppo parlare di sé, anzi proprio perché non ha mai rubato la scena a nessuno. Ma ha più importanza?  

Non credo. Gli italiani di domani di cose da rimproverarci ne hanno in abbondanza, senza troppo interrogarsi su questa perversione tutta nostra per cui se uno è bravo a presentare sarà anche un ottimo direttore artistico – il motivo per cui ancora oggi un Amadeus o un Conti diventano improvvisamente personaggi importanti e potentissimi da cui dipende il mercato discografico e lo showbusiness, e il giorno prima stavano leggendo le domande ai concorrenti nel preserale, che senso ha? Nessun senso. È in qualche modo colpa di Pippo Baudo, o meglio è colpa di chi come noi si è convinto che Pippo-Baudo non fosse una persona in carne e ossa ma, come Faraone, una carica imperiale: che dopo Pippo Baudo avremmo avuto altri PippoBaudi presentatori/direttori/talentscout compresi in un solo corpo, in unione ipostatica. Non è vero, non si vede perché dovrebbe esserlo, e gli italiani di domani non ci crederanno: del resto non guardano la tv (né si vede perché dovrebbero) per più di venti secondi; questo tipo di fruizione rapsodica, saltellante di clip in clip, è l'esatto opposto di quella che ci avvolgeva in quegli anni Ottanta in cui Baudo divenne, se non l'ideatore, certo l'imperatore della diretta-flusso, un minestrone lunghissimo di cui oggi Techetecheté può al massimo riproporci gli ingredienti più saporiti, mentre quello che veramente ricordiamo noi è il brodo che non potevamo evitare: troppo giovani non solo per uscire, ma anche per cambiare canale. Appena fu possibile, ci congedammo e Pippo Baudo, come i migliori parenti, non fece più di tanto per trattenerci. Al massimo, se ci capitava in un sabato uggioso di trattenerci in casa, lo ritrovavamo al suo posto e non c'era nulla di più rassicurante.  

Per quanto non sia stato il primo conduttore di Domenica In (una diretta mostruosa, che occupava tutto il pomeriggio festivo), vi arrivò abbastanza presto e naturalmente, come l'attore che scopre il testo teatrale più adatto a far brillare le sue capacità; qualunque altro suo collega a quel punto si sarebbe detto soddisfatto di regnare sulla domenica degli italiani, ma lui no: a un certo punto riuscì a mettere assieme la diretta del sabato sera (Fantastico) con quella della domenica pomeriggio; sempre nello stesso periodo Fantastico fu sottoposto a quel processo di dilatazione che da quel momento è diventata la principale caratteristica, e la peggiore magagna, delle trasmissioni italiane in chiaro; non finiva mai, c'era sempre qualche ospite o qualche collegamento, chi si addormentava sul divano non era del tutto sicuro che Fantastico non durasse alla fine tutta la notte, e che anche durante la diretta della Messa domenicale, Pippo Baudo non stesse ancora presentando qualcosa davanti a telecamere che restavano momentaneamente spente solo in ossequio a Sua Santità – chi altri avrebbe avuto il coraggio di interrompere Pippo Baudo? Persino Sanremo, prima di Baudo, erano tre serate e a mezzanotte si tirava la serranda.

Questa necessità di un'estrema irradiazione tradiva già allora qualcosa di patologico. Ci sono persone che usano la tv per diventare famose; dopodiché magari restano in tv perché quel tipo di fama non sopravviverebbe altrove, però per loro la tv resta uno strumento, magari l'unico che hanno imparato a usare. Baudo no, Baudo fa parte di un gruppo di persone che non so se esista anche in altri Paesi, che diventano famose per andare in tv, dopodiché vita e tv coincidono e a un certo punto non ha più senso domandarsi come mai continuino a essere lì, e cosa stiano esattamente facendo; voi smettereste di andare in bagno, in cucina, in camera da letto? Ecco, Enrico Mentana non può smettere di andare in diretta (anche se a una cert'ora non ci sono più notizie: del resto la notizia è lui), né poteva smettere di farsi inquadrare Maurizio Costanzo, anzi la tv serviva a Maurizio Costanzo per sopravvivere grazie alla nostra attenzione, più che a noi per assistere a interviste di Maurizio Costanzo. Baudo sarebbe rimasto importante e potente anche se avesse presentato un po' meno, ma quando per qualche motivo effettivamente gli capitava di allontanarsi dalle telecamere, tutti avevamo la sensazione che ne soffrisse molto. Il periodo di astinenza durava qualche stagione, durante le quali provava magari a fare altro (una volta andò in tournée con una commedia musicale!) Inevitabilmente tornava in tv, un po' invecchiato – come tutti: ma nel suo caso era impossibile non avvertire la sensazione che Baudo deperisse soltanto lontano dai riflettori televisivi. Per questo motivo non poteva tenersene lontano, e non per una mania di protagonismo che non gli abbiamo mai imputato; Baudo aveva capito da subito, istintivamente, che il presentatore è un maggiordomo, a volte un intervistatore, persino un dj, e spesso una spalla comica; in quest'ultimo ruolo in particolare Beniamino Placido riconobbe la sua superiorità su tanti altri presentatori che magari avevano più personalità, ma in questo modo rischiavano di distrarre il pubblico, di offuscare la stella in scena. 

Baudo non correva mai questo rischio: tutti oggi ricorderanno tanti talenti da lui scoperti e lanciati, ma lui era in grado di far brillare personaggi men che mediocri; accanto a lui anche un intervento del corvo Rockfeller (il burattino del ventriloquo più scarso mai visto in tv) diventava un evento. La natura gli aveva dato la prestanza adatta; un'altezza notevole ma non troppo, che è una caratteristica di tante spalle comiche, dai clown bianchi in poi fino a Pinotto, Ciccio Ingrassia, Raimondo Vianello; e una voce stentorea e inconfondibile, che secondo Gigi Sabani non si poteva imitare. Lui perlomeno – imitatore ufficiale della tv italiana anni '80 – non ci era mai riuscito, e ogni volta che in un'intervista lo ammetteva, il dubbio ci attraversava: non ci riesce perché effettivamente il timbro ha qualcosa di imponderabile, un'alchimia che coinvolge soltanto il microfono che gli ha davanti e che diffusa via etere riesce a ipnotizzare milioni di italiani ma non può essere riprodotta, come il volto della vergine della Guadalupe che perde il suo incanto se provi a fotografarlo? O non sarà semplicemente che Sabani non ci riusciva perché Baudo era troppo potente e non avrebbe mai accettato di sentirsi ridotto a un tormentone, come era successo a Mike Bongiorno ("Allegriaaa!") e allo sventurato Enzo Tortora ("Orrore"?) Bisogna dire che anche in seguito, quando arrivarono imitatori più tecnicamente dotati di Sabani, nessuno riuscì a produrre un'imitazione di Baudo di cui si conservi memoria. L'unica che mi resta in mente purtroppo è quella agghiacciante che gli autori di Drive In delegarono a Gianfranco D'Angelo; uno sberleffo livido e prolungato che non risparmiava Katia Ricciarelli, e che prevedeva sketch in cui Baudo allevava e addestrava i suoi parrucchini – che vergogna, ricordarsi di queste cose. Tanto livore ai tempi poteva stupire (non avevamo ancora capito che il livore era la musa specifica di Antonio Ricci) e veniva magari associato al fatto che Baudo fosse un traditore: uno dei primi a passare dalla Rai a Mediaset, e il primo a tornare indietro. Interessante è anche il motivo per cui Baudo non poteva funzionare, su quella Canale 5 in cui Mike Bongiorno, Corrado e Vianello trovarono l'habitat ideale; per questi tre, non si trattava che rifare sé stessi, ma tutti i giorni invece che una volta la settimana, e con stipendi congruamente moltiplicati. Per Baudo invece si trattava di rinunciare alla diretta, e magari lui stesso in un primo momento era convinto di poterci riuscire – salvo scoprire che invece no, anche una lieve differita gli toglieva il senso di quello che stava facendo, come un Rocco Siffredi che avesse firmato un contratto milionario per scoprire troppo tardi che il nuovo impresario non avrebbe potuto permettersi attrici vere ad affiancarlo, bensì costosissime e confortevoli bambole di plastica. Baudo senza diretta moriva: non è forse un caso che nel momento in cui per qualche motivo dovette temporaneamente allontanarsene, non pensò di sostituirla col cinema, ma col ben più faticoso teatro. 

La sua vita era la sua arte, e la sua arte doveva avvenire davanti a tutti, in comunione spirituale con un Paese intero; a parte questo, Baudo non chiedeva niente, non era niente. Pur di apparire una volta alla settimana davanti a tutti, aveva rinunciato ad avere una personalità propria, delle idee, dei gusti: la Prima Repubblica del resto non imponeva confessioni pubbliche di fede; al massimo una vigilanza attenta sul repertorio dei comici, per cui il corvo Rockfeller probabilmente risultava molto meglio gestibile di Beppe Grillo (ecco, magari Ricci ce l'aveva anche per l'estromissione di Grillo). Che abbia in un qualche modo 'scoperto' Franco Battiato non può sorprendere: Battiato in quel momento andava comunque fortissimo e stava proponendo esattamente quel tipo di musica che Baudo sapeva che in quel momento avrebbe funzionato, popolare ma misteriosa, apparentemente colta, ideale da programmare tra la presentazione di un libro e una puntata di Happy Days. Ma di Battiato, Pippo Baudo amava più di tutte Mal d'Africa, la canzone più satura di reminiscenze di un'infanzia siciliana, e in questo si tradiva come raramente l'ho visto fare: un'altra volta mentre un discorso da talk virò senza preavviso sulla ricetta della cassata (e gli si illuminò il viso, e si mise a opporre agli interlocutori degli argomenti suoi!), oppure quando combinò come in un agguato l'incontro tra Franchi e Ingrassia. 


Concludo con un aneddoto la cui fonte che non riesco a rintracciare, per cui magari me lo sono fabbricato in sogno: in quel caso perdonatemi. Così come l'accentramento del potere nelle mani dell'imperatore, a partire almeno dal secondo secolo, è una diretta conseguenza della pressione dei popoli barbarici, così l'impero di Baudo sulla tv nazionale è una conseguenza diretta dell'invasione, nei primi anni Ottanta, delle reti private. Prima i palinsesti erano troppo angusti; dopo ci fu spazio in abbondanza, e Baudo era patologicamente adatto a lasciarseli affidare. Oggi ovviamente se pensiamo alle reti private, ci viene in mente Berlusconi, che però arrivò in un secondo momento e non ne apprezzava affatto i sapori regionali; voleva semplicemente rilevarne il più possibile e trasformarle in un network nazionale che avrebbe affidato ai volti già noti della RAI. Ma all'inizio le reti private erano qualcosa di completamente diverso – qualcosa di sgangherato e irresistibile. Una delle prime nacque in Sicilia, e il fondatore pensò bene, per il programma inaugurale, di chiedere consiglio a Pippo Baudo: a cui la RAI non aveva ancora fatto firmare nessun contratto esclusivo, del resto fino a quel momento l'esclusività era garantita dal monopolio nazionale. Baudo non si limitò a concedere la sua augusta presenza, ma volle presentare una diretta fiume, e a quel che mi sembra di ricordare, rimase davanti alle telecamere per venti ore. Probabilmente chi detiene le bobine della trasmissione ha in cassaforte il Pippo Baudo più schietto, libero di essere sé stesso, un po' più siciliano di quanto Roma gli consentiva di essere. Probabilmente non il Baudo che amiamo, e neanche quello che meritiamo. 

Dopodiché, non ha più molta importanza. Pippo Baudo è morto. Qualcuno a questo punto sentirà l'esigenza di rispondere "Viva Pippo Baudo", ma no: questo tipo di risposta aveva un preciso senso, nella liturgia della corona francese, e serviva a identificare immediatamente l'erede al trono. Pippo Baudo non ha avuto successori: non erano previsti. Lui stesso non li ha indicati, e se non li ha indicati lui non si vede chi altro possa averne trovati. È sopravvissuto per anni alla televisione che ha creato, alle esigenze che assolveva, e poi un sabato sera anche Pippo Baudo è morto: fine. I posteri faranno fatica a capire, ma sarà l'ultimo dei loro problemi.

martedì 29 aprile 2025

Il papa del buonsenso


Faccio un paio di esempi, che forse non vogliono dire nulla. Qualche anno fa, ve la ricorderete, ci fu una crisi pandemica. Molti intellettuali non erano progettati per capirla. Benché esistessero precedenti storici, non si erano dati la pena di studiarli, né avevano l'umiltà di ascoltare gli epidemiologi. Venutisi a trovare in una situazione di emergenza, senza avere nulla di interessante da dire, cominciarono a girare in tondo, che è una cosa che fanno anche le formiche quando perdono la pista. Nulla sapevano, se non di non sapere: ma a differenza del vecchio greco che lo considerava un punto di partenza, per molti si trattava di un arrivo. Avevano studiato tutta la vita, e costruito carriere prestigiose, per arrivare al punto in cui non ci stavano capendo nulla; ne conseguiva che il loro non-capir-nulla-nel-mondo doveva essere un faro per gli altri poveri mortali, che avrebbero dovuto seguire il loro esempio e capirne nulla come loro, mentre invece qualcosa lo capivano, ad esempio mettevano le mascherine. Ebbene, questo era molto sospetto, probabilmente l'indizio di una deriva totalitaria. La gente cominciava a morire, ma loro ne dubitavano, se non altro perché dubitare era l'unica cosa che gli riusciva bene. I governi cominciarono a varare misure di contenimento, che loro si misero a criticare: non perché avessero argomenti, ma per istinto: se il governo vara qualcosa, l'intellettuale avrà bene il dovere di criticarlo, no? Altrimenti che ci sta a fare, insomma. I cittadini accettavano quelle norme, ebbene questo era uno scandalo, il risultato di un indottrinamento, un vero regresso per un popolo che si riduceva a gregge. Il gregge in effetti stava salvando la vita anche a loro. Scuole e bar restavano chiusi, e gli industriali cominciarono a fremere proprio quando questi intellettuali si trovavano sulla pista adatta per dar voce al loro malcontento: le scuole andavano riaperte il prima possibile, non era vero che erano luoghi di contagio, una specialista mondiale lo aveva dimostrato con una lettera a una rivista scientifica ripresa dal Corriere ecc. ecc. E nel frattempo, il papa?

Il papa nel frattempo aveva celebrato una messa praticamente da solo, in una piazza deserta, in mondovisione. Il messaggio era passato forte e chiaro, e qualcuno ancora non glielo perdona: state a casa, manteniamo le distanze, portiamo pazienza. Il papa ne sapeva di più? In realtà no, il papa stava reagendo come reagì la maggior parte di noi, seguendo un buon senso abbastanza mediano: l'epidemia esisteva, le misure di contenimento avevano dimostrato di funzionare, e la maggior parte di noi le seguì. Il papa era con la maggior parte di noi. 

Poi arrivò il vaccino, così presto che di nuovo molti intellettuali restarono spiazzati. Il governo aveva fretta di riaprire, e quindi trovò il modo di forzare lavoratori e studenti a vaccinarsi. E si videro gli stessi intellettuali che avevano caldeggiato la riapertura delle scuole improvvisamente contrari a questi modi bruschi che ledevano la libertà individuale, ecc. ecc. Non erano contrari ai vaccini, ma finirono rapidamente sugli scudi dei novax. Il papa nel frattempo che diceva? Che vaccinarsi era un atto di amore – e qualcuno ancora non gliel'ha perdonato. La maggior parte delle persone si vaccinò, non certo perché glielo chiedeva il papa: ma perché la pensava come lui. Il papa era con la maggior parte di noi.

Una volta – tanto tempo fa – esisteva il cosiddetto centro moderato. Esisteva sul serio, non era quella terra di nessuno su cui si aggirano personaggi disperati coi loro partiti personali. Era una realtà solida, perlopiù democristiana, con un po' di laici ai bordi. Parlava attraverso quotidiani a grande tiratura, affidati a stimati opinionisti sempre molto compassati ed equidistanti, mai troppo polemici. Tutto questo è talmente finito che la maggior parte dei miei coetanei non sa nemmeno di rimpiangerlo. Oggi il centro è il luogo della radicalizzazione, della psicosi, della paranoia. Il pannellismo ha infettato il doroteismo, con risultati devastanti. Gente che sperava di continuare a intascare un po' di soldi semplicemente ripetendo per altri quarant'anni "Due popoli due Stati" ogni volta che un popolo massacrava l'altro, adesso si ritrova a dover difendere un genocidio: e in teoria sono i moderati. Gente che semplicemente si preoccupava di pensarla come gli americani, ora dovrebbe pensarla come Trump e non ha ancora capito come gestire la cosa. Alcuni si sono caricati a molla tre anni fa, quando la parola d'ordine era difendere i confini dell'Ucraina: nel frattempo questi confini sono completamente saltati, Putin non solo si è preso il Donbass ma anche un bel pezzo di Washington, ma loro sono ancora in una specie di jungla personale, convinti che l'anno prossimo si sfonda sul Dnepr, magari i carri armati ce li mette l'UE. 

Nel frattempo, il papa? Il papa magari nell'occasione non trovò le parole più adatte. Devo dirlo: non era così bravo a trovarle, non credo passerà alla Storia per le sue doti oratorie. Del resto il concetto era spinoso: bisognava trovare un modo per dire, senza offendere i combattenti che difendevano il loro Paese, che in Ucraina era fallita una politica di logoramento della Nato: una politica probabilmente basata sull'assunto che i russi non avrebbero reagito militarmente a una situazione che pure percepivano come provocatoria. Invece hanno reagito, e il risultato è davanti agli occhi di tutti. Ora è la Nato ad aver dimostrato la propria impotenza, perché mentre i reparti russi oltrepassavano i confini, quelli Nato non si spostavano di un centimetro, limitandosi a... il papa usò il termine "abbaiare". La Nato era andata ad "abbaiare alla porta della Russia". Una metafora abbastanza cruda, e imprecisa. Ma efficace. Il papa ne sapeva più degli strateghi occidentali? Il papa ne sapeva quanto ciascuno di noi, e tutto sommato anche in quell'occasione diede voce a quello che pensa la maggioranza di noi. Qualcuno non gliel'ha perdonato: a una certa ora in tv vanno tanti vecchi opinionisti a masticare amaro su questo papa che non difendeva l'Occidente.  

Quanto a me, devo ammetterlo: non ho fatto i compiti – e sì che i segnali c'erano tutti, ma forse è un destino di noi cresciuti negli anni Ottanta: non riusciamo ad abituarci che ogni tot anni muoia ancora un papa. Non ho letto le encicliche, non sono nella posizione adatta per esaminare la sua eredità pastorale. Quello che posso notare, è che è stato un papa ragionevole: che in un qualche modo riusciva sempre a trovarsi con la maggior parte di noi. Quella che una volta si chiamava maggioranza silenziosa, e che lo sarebbe molto più oggi che i giornali sono in mano a vecchi arnesi impazziti che un anno tifano per la pandemia e l'anno dopo per il genocidio, vegliardi convinti di poter muovere guerra a chiunque e chissachì. Alfieri di un capitalismo sfrenato e paranoide che intravede nelle masse dei poveri una minaccia da reprimere, laddove Francesco li vede ancora come li vediamo noi: persone bisognose che la collettività ha il dovere di aiutare. Ho qualche motivo per ritenere che anche il prossimo papa resterà a presidiare il settore della ragionevolezza, se non altro perché è lì che c'è più spazio. Nemmeno Ratzinger è mai stato davvero il papa tradizionalista e occidentalista che molti stupidi amano pensare: e del resto, un papa tradizionalista e occidentalista che margini avrebbe? Si farebbe immediatamente rubare la scena da personaggi come aa presidente del consiglio e i suoi volonterosi portavoce. 

Poi certo, c'è sempre l'opzione "papa nero" (o asiatico, sarebbe comunque uno choc), che confonderebbe un sacco di osservatori, perché sarebbe allo stesso tempo più tradizionalista e meno occidentale. Il che ci fornirebbe almeno un'occasione di notare chi si inginocchierebbe perché prova davvero un attaccamento emotivo e intellettuale per l'universalismo della Chiesa cattolica, e chi davanti a una faccia di un altro colore proprio non ce la farebbe. Ma tutto sommato si vede già adesso. 

martedì 22 ottobre 2024

Seppellire Yahya Sinwar


Non vengo a onorare Yahya Sinwar. Prima del 7/10/2023 credevo che Hamas fosse stata una sciagura per il popolo palestinese, e quello che è successo dopo non mi ha dato motivi per cambiare idea. Hamas è stato il nemico che Israele si è coltivato con pazienza per molti anni, recintandolo a Gaza, separandolo dal resto della Palestina, rifiutandosi di dialogare con i palestinesi che ad Hamas non cedevano, eliminando o imprigionando i leader palestinesi che avrebbero potuto costituire un'alternativa credibile ad Hamas. Quelli Israele li temeva veramente: Sinwar no, Sinwar era la dimostrazione che i palestinesi erano barbari tagliagole; e se qualche gola israeliana veniva effettivamente tagliata nel processo, si trattava di un danno collaterale che i governi israeliani (non solo Netanyahu) erano convinti di aver calcolato. Fino al sette ottobre, un grandissimo errore di calcolo: dopodiché, tutto quello che Israele ha fatto si può interpretare anche come una crisi di panico. Un nemico ormai di cartone, un nemico che veniva tirato fuori per lo più nelle notti di estate come lo spauracchio per mandare a letto i bambini (e piatire fondi agli americani), si è rivelato un nemico vero che faceva ostaggi veri. Questo era intollerabile al punto che gli ostaggi sono stati sostanzialmente dati per persi: se descrivi il tuo nemico come un barbaro con cui è impossibile venire ai patti, scambiare prigionieri non è un'opzione. Inoltre sarebbe stata la fine politica di Netanyahu, e tra dimettersi e scatenare un conflitto su larga scala con annesso genocidio, N. non sembra avere esitato molto. Se Sinwar è corresponsabile della catastrofe che si è abbattuta su Gaza, Netanyahu è altrettanto corresponsabile della strage degli ostaggi; perlomeno la logica ci direbbe questo, ma chi è che ascolta la logica oggigiorno.

Non vengo a onorare Yahya Sinwar, ma non posso dire di trovare incomprensibile la sua traiettoria: nato profugo, cresciuto in una prigione, ha combattuto contro lo stesso nemico per tutta la sua vita, ed è morto sul fronte con un'arma in mano. La distanza da cui lo giudico una sciagura per la sua stessa causa è quella tra la mia comoda tastiera e Gaza. Se fossi nato là, sarei diventato molto diverso da Yahya Sinwar? Sospetto che mi sarebbe mancato il suo coraggio, ma a parte questo: avrei odiato i miei oppressori con meno intensità, li avrei combattuti con meno crudeltà? Non ne ho idea, e nemmeno l'avete voi. Siete soltanto nati in un posto diverso, e ringraziate. Qualcuno, proprio per essere sicuro di far nascere i propri figli in un posto diverso, ritiene giusto recintare intere popolazioni, bombardarle, e insomma permettere che dentro un recinto crescano altri milioni di persone come Yahya Sinwar. Al di là di ogni considerazione morale, mi sembra proprio che la cosa non stia funzionando: se era un esperimento possiamo interromperlo. In un certo senso è quello che Israele sta facendo: radere al suolo il recinto, fine dell'esperimento. Scopriremo che è colpa dell'Islam, come sempre, o dell'inemendabile tribalismo arabo. 

Non vengo a condannare Yahya Sinwar – una cosa che non sopporto più sono quelli che siccome stai scrivendo due idee su internet, ti chiedono di "condannare" persone o eventi, come se fossimo giudici o boh, filosofi morali. Giudicare è operazione delicata, c'è gente che studia molti anni prima di esserne in grado: dopodiché merita il nostro rispetto (compresa una certa corte all'Aja che chiede con insistenza e dovizia di motivazioni che Israele cessi un genocidio). Noi non siamo giudici, siamo osservatori: non siamo qui per spiegare cos'è bene e cos'è male, ma per cercare di capire come mai certe cose si risolvono in bene e altri eventi scatenano il male. Se Sinwar è stato una sciagura, si tratta di cercare di capire cos'ha portato la società palestinese a esprimerlo. Durante questa ricerca, possiamo anche commettere errori, cedere alla nostra soggettività, a un punto di vista che è sempre in parte ideologico; succede. Ma saranno errori in buona fede, inevitabili da parte di chi sta semplicemente cercando di capire un problema enorme e forse non più solubile. Viceversa, chi ha deciso immediatamente che Sinwar era il Male, e che sradicandolo si sarebbe sconfitto almeno una porzione di Male, ecco, quello non sta cercando e non sta nemmeno giudicando: si sta raccontando una favoletta per bambini e non sarebbe un grosso problema, se la favoletta non servisse a giustificare un'operazione di pulizia etnica su larga scala. Ma così come devo cercare di capire Sinwar, mi tocca cercare di capire pure quelli e quelle che si raccontano la storia di sua moglie con la borsa di Hermès. (Continua)


lunedì 7 agosto 2023

Il disegnatore del Crepuscolo


Se n'è andato Giuseppe Montanari, il disegnatore che in coppia con Ernesto Grassani ha contribuito a fissare nel nostro immaginario la figura e il mondo di Dylan Dog, semplicemente perché nel tempo in cui un Roi chiaroscurava qualche sua incantevole tavola à la Dino Battaglia e uno Stano terminava una delle sue meravigliose vignette da Schiele de noartri, Montanari e Grassani avevano già due albi inchiostrati e pedalare. E DD era un prodotto industriale, anche se noi lettori fingevamo di no. Parte del suo successo era dovuto proprio a questa ipocrisia, per cui con lire Milleottocento speravamo di portarci a casa una pregevole opera sapientemente illustrata da artisti della graphic novel – poi lo aprivi e una volta su quattro oh no!, ancora Montanari e Grassani.  

Montanari non era un artista della graphic novel, Montanari era un veterano delle edicole, veniva da Lanciostory, aveva disegnato Tiramolla e Lando e tanta altra robaccia che ancora era esposta in luoghi più equivoci del chiosco, e anche Dylan lo disegnava così, con uno stile tradizionale che inglobava senza scomporsi scene sexy e splatter che noi credevamo così dirompenti e innovative. Senza volerlo aveva azzeccato già negli anni '80 quell'aspetto crepuscolare di Dylan che sarebbe diventato evidente soltanto un po' più tardi, un'ostilità verso il tempo che passa che a livello superficiale diventa rifiuto per ogni cosa inventata dopo il 1986 – telefonini, internet, ma non è che il sintomo di un disagio più profondo. 

Come tutti i personaggi dei fumetti, DD non può invecchiare, ma a differenza di Tex Willer e Paperino, DD oscuramente sospetta di vivere nella capsula del tempo sepolta da qualche adolescente. Il mondo vero, da qualche parte, sta invecchiando senza di lui, abitante di una Zona del Crepuscolo dove ogni mese può venire ucciso e imbalsamato. Montanari e Grassani erano perfetti per comunicare questa inquietudine, perché con pochi tratti facevano sembrare Dylan Dog, il fumetto più venduto degli anni Novanta, il 567897° enigma poliziesco illustrato della Settimana Enigmistica: quella capsula del tempo che ormai, le rare volte in cui passiamo per un'edicola, finiamo per comprare: perché ci ricorda papà, perché i giornali fanno tutti schifo e comunque le notizie del giorno le sappiamo, perché DD magari lo leggeremmo ancora ma ci vergogniamo, tra un po' avrà 50 anni, noi li abbiamo già.

lunedì 31 luglio 2023

L'esercito delle donne nude


Non solo i tesori che accumuliamo in vita non ci salvano dal transito mortale, ma è possibile che lo rendano più disagevole. In Cina stanno ancora scavando soldati di terracotta, non finiscono mai; l'imperatore che si fece seppellire con loro aveva forse un piano che pure ai contemporanei del terzo secolo avanti Cristo poteva risultare puerile: sul serio vuoi portarti i soldatini? Pensi che diventeranno guerrieri veri e ti aiuteranno a soggiogare l'Altro Mondo? O vuoi semplicemente lasciare il segno più grosso che puoi in questo? Non lo sapremo mai veramente, e nel frattempo ci troviamo a gestire la dipartita del nostro imperatore, e il suo esercito di donne nude. 

Secondo Repubblica l'ossessione di Berlusconi per i brutti quadri esplode in una fase molto tarda, in cui non solo il suo ruolo politico è diventato marginale, ma anche la liaison con Francesca Pascale è agli sgoccioli. L'ipotesi che si tratti di un tentativo di compensazione è servita su un piatto di cattivo gusto: come in politica e in amore, B. non perde tempo a farsi una cultura (tempo non ce n'è più) e si preoccupa soltanto della quantità: accende la tv e compra tutto quello che c'è. Nessun capitale potrebbe fare di lui un buon collezionista d'arte, mentre c'è ancora tempo e denaro per diventare il più grosso. Il suo consulente è un televenditore, e occasionalmente un critico d'arte più televisivo che accademico, Vittorio Sgarbi. La tv, questo vetro ormai appannato, rimane la sua sfera di cristallo per vedere il mondo e non è una tv qualsiasi, ma proprio quella equivoca e maleodorante dei primi Ottanta; quella che non ha inventato, ma che ha acquistato quasi in toto in pochi anni, creando un network che poteva rivaleggiare col servizio pubblico ma che perse quasi subito quella genuinità filibustiera che B. evidentemente rimpiangeva. 

Ora non c'è più: ci lascia un Paese allo sbando, percorso da onde di populisti senza scrupoli che continuano a promettere il Bengodi o al limite il 1982; un network poco competitivo che prima o poi verrà rilevato da qualche fondo; e un capannone pieno di brutti quadri, paesaggi madonne e donne nude, che forse sognava di poter portarsi con sé dall'Altra Parte: ehilà guardate tutti, come mi sono divertito. 

"E a noi che interessa?"

"Mah, speravo che... ma siete tutti soldati, qui?"

"Guardie dell'imperatore Qin. È lui che comanda quaggiù".

"Ma tu pensa. E... che tipo di quadri piacciono al tuo imperatore?"

"A lui piacciono le armi".

"Le armi, capisco, ho qui un Napoleone che passa le Alpi che sembra quasi l'originale, guarda che cavallo, che slancio... questo in camera da letto funziona, te lo posso dire in confidenza".

"L'imperatore non ha un letto".

"Beh questa è una vergogna cui dobbiamo assolutamente rimediare... se mi fai controllare qui dietro dovrei avere un baldacchino roccocò che è un bijou, pensa che me l'ha regalato..."

"Sparisci dal cospetto della guardia imperiale".

"Ma che maniere... se solo riflettessi su quanto sei fortunato".

"Io?"

"Sì, proprio tu, un soldato di terracotta a guardia del regno dei Morti da mille anni..."

"Duemiladuecento".

"Quel che è, come ti chiami?"

"Non lo so".

"Ti chiamo io Fedele per comodità. Fedele, io la vedo così. La sotto c'è un imperatore che si caga il cazzo da duemilaeduecento anni, e qui sopra c'è un bravo venditore con un sacco di roba veramente molto interessante, e in mezzo a questi due soggetti chi c'è?"

"Chi c'è?"

"Ci sei tu, Fedele, ti rendi conto?"

"Ci sono io?"

"Sei cinese, davvero? Ai cinesi poche parole e molti numeri. Tu mi fai passare, io comincio a piazzare prima due o tre pezzi, poi la voce si sparge, e tu ti prendi il cinque per cento".

"Non se ne parla".

"Ma Fedele, riflettici".

"Tu resti qui, mi dai un pezzo, io lo piazzo e ti rendo il cinquanta".

"Ma stai scherzando, ma io torno tra i Vivi piuttosto. Fedele tu sei una brava guardia, anzi sicuramente sei la migliore, sennò non saresti qui, ma non sei un venditore. Non ci si improvvisa venditore".

"E tu?"

"Io sono il migliore che c'è... la sai la barzelletta di quello che vende frigoriferi agli eschimesi?"

"Eri tu?"

"No io ho fatto di più. Io ho venduto la mafia agli italiani".

"Mi prendo il dieci per cento".

"Fedele, credimi, questo potrebbe essere l'inizio di una grande amicizia, ma devi avere fiducia in me. Il sette per cento dei primi cento pezzi e poi ti prendo in società. Qua la mano".

"Non posso mollare la spada, siamo della stessa argilla". 

"Ah ti capisco, anche io non riuscivo a mollare niente. Dai io vado eh? Da' un occhio qui al carico, ripasso appena ho fatto".


martedì 13 giugno 2023

"È morto", gridarono le galline

E così eccoci qui – no aspetta, ci siamo tutti?

Contiamoci.


Gli antiberlusconiani estetici li riconosci perché non tacciono, sono ancora convinti di avere tantissime cose da dire, cose interessanti. Quanto è stato rilevante, quanti mondi ha cambiato, sì, sì. In sostanza stanno dicendo che Berlusconi era gli anni Ottanta, nei suoi aspetti più sgargianti come in quelli più oscuri – una dentiera smagliante che si chiude sui misteri degli anni di piombo. Questo è stato Berlusconi: ecco perché non lo sopportavano più negli anni Novanta, perché si sono accorti di trovarlo simpatico negli anni Zero, e ora, per forza, gli manca. Almeno lui, ti spiegano, "voleva piacerci". In effetti la maggior parte dei suoi successori sembra che si accontentino di farci incazzare. 

Gli antiberlusconiani esistenziali gemono a bassa voce mentre si tastano mentalmente alla ricerca di quel gran vuoto dentro che dovrebbero avere – erano quelli che temevano "il Berlusconi in sé", ecco, come sta quel Berlusconi adesso? Ma dov'è poi, nel cuore? nel cervello? Altri organi? Silenziosamente si domandano se non hanno sbagliato a chiamare "Berlusconi" una deriva morale che esisteva prima ed esisterà dopo il signore che ci ha lasciato ieri. Era un simbolo, è sempre stato solo un simbolo. Rappresentava tutte le cose che ci stavano rovinando, suonava falso e artificiale come gli spot dei suoi programmi, i giardinetti delle sue palazzine, le moine delle sue puttane. Se non ci fosse stato lui, ce ne sarebbe stato un altro. Ora lui non c'è più, qualcuno vuole prendere il posto? Perché dei simboli c'è sempre comunque bisogno. Gli antiberlusconiani esistenziali si guardano intorno, alla ricerca di qualche antiberlusconiano agonistico.

Gli antiberlusconiani agonistici si muovono impettiti, non dicono niente ma hanno già un discorso pronto appena qualcuno gli rivolgerà la parola (nessuno gli rivolge la parola). Sono venuti a onorare un Grande Avversario, quello era Berlusconi per loro: e siccome Berlusconi era Grande, in un qualche modo si sono convinti di esser grandi pure loro. Erano i politici che ci spiegavano che Berlusconi andava battuto "sul campo", erano quelli che pensavano che se un tizio con un impero mediatico che è quasi un monopolio ti fa la cortesia di partecipare a libere elezioni, tu ti candidi contro di lui e vinca il migliore!, è gente che ha accettato di giocare a calcio su un campo in salita, pendenza del 30%, e ancora chiede scusa perché non è riuscito a vincere, schema sbagliato, centravanti spompato, ma la prossima volta vedrete. Adesso però B. non c'è più, il che nella loro visione del mondo significa che si è ritirato dalla competizione, e quindi forse tocca a loro... gli antiberlusconiani agonistici li riconosci da quel folle brillìo negli occhi. Quel tipo di persona convinta che con qualche tweet sagace e il ghigno giusto puoi ereditare il consenso che un tycoon ha costruito procurandosi tre emittenti nazionali, concessionarie di pubblicità, giornali per venderla, e la Mondadori. Gli antiberlusconiani agonistici sperano che con una bella orazione funebre potrebbero tornare nelle grazie di una Barbara d'Urso, una Maria De Filippi, dai che alle prossime elezioni svoltiamo il 5%.

I funerali della volpe

Gli antiberlusconiani giudiziari controllano Wikipedia perché la precisione è importante, e di preciso per ora si può solo dire che B. è stato condannato per falso in bilancio. Tutti gli altri capi d'imputazione si sono estinti lungo la strada, o languono ancora in attesa della Cassazione o della prescrizione. È un bilancio piuttosto magro; del resto è complicato perseguire legalmente un tizio che ogni tanto va al governo e modifica le leggi a suo favore. Serviva probabilmente un'iniziativa extragiudiziaria, ma gli antiberlusconiani assiepati ai bordi del Palazzo di Giustizia non ragionano così. Anche loro probabilmente sono un po' smarriti, le loro manette come le braccia di Enea tre volte stringono il vuoto intorno ai polsi del fantasma del padre. 

Gli antiberlusconiani qualsiasi non sanno neanche da che parte cominciare. Io per esempio ho scritto così tante cose su di lui che è come se non avessi scritto niente; e da qualche parte credo anche di aver detto che nel momento della caduta non mi sarei fatto uscire una sola parola di scherno; quello lo meritano solo i potenti, ma probabilmente pensavo a una caduta da una posizione di potere. Qualcosa che non è mai veramente successo: Berlusconi è ancora potente, e potentemente in grado di danneggiarci. Quello che è scomparso ieri, l'involucro mortale, era di gran lunga la cosa meno pericolosa di lui. Tutto il resto è ancora in circolazione, Cologno non è forse più l'unica Torre Oscura da abbattere ma non è mai stata l'unica, è stato ingenuo da parte mia il pensarlo (se mai l'ho pensato). 

Così alla fine eccoci qui. È morto un tizio che in un qualche modo conoscevamo, da un sacco di tempo. Questo per forza ci dispiace, come di qualsiasi pezzo del nostro paesaggio che se ne va. È tempo che non ci verrà restituito, un danno che non ci sarà indennizzato, davvero non si capisce cosa dovremmo festeggiare. Dei morti non si dovrebbe mai parlare male, e quindi staremo zitti. 

Altri pezzi