Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi. Noi no. Donate all'UNRWA.
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domenica 28 settembre 2025

Alle soglie di un naufragio, chi piagnucola e chi sorride


In un certo senso non siamo mai stati così vicini aa Meloni. La immaginiamo scrollare nervosamente le notizie ogni cinque minuti, e noi facciamo lo stesso. Perché a un certo punto gli israeliani colpiranno la flotilla, e questo ormai è più un problema per lei che per noi. A quel punto una nave della Marina Militare non interverrà, perché non ha ordini in questo senso: salvo colpi di testa del comandante, non muoverà un cannoncino per difendere attivisti e parlamentari italiani colpiti in acque internazionali (un atto di pirateria). Ha solo la consegna di soccorrerli una volta colpiti; e siccome è stata istruita a navigare lontano, per non dare la sensazione di scortare la flotilla, è probabile che arriverà tardi e che ci scapperà il morto, o più d'uno. Questo ci preoccupa molto, ma molto più preoccupa Meloni, che le elezioni le vinse tre anni fa con un programma sovranista, e che tra qualche giorno dovrà andare a spiegare che Israele ha tutto il diritto di usare le armi che gli vendiamo per annegare i nostri parlamentari disarmati in acque internazionali o palestinesi, perché... insomma, non c'è un perché: è Israele, punto, tutto quello che fa lo fa per il meglio, dobbiamo solo ringraziare. Nel frattempo nelle Marche si vota, ed è persino possibile che questo la preoccupi più dell'incolumità degli attivisti, ma le due questioni potrebbero intrecciarsi, insomma, è un bel guaio. Per noi la situazione in fondo è più semplice: siamo in ansia per i nostri compagni, per Gaza e per in generale per il mondo intero, ma non ci stiamo giocando la faccia né la carriera. Povera Meloni, però ogni tanto qualcuno potrebbe anche farle presente che se trova la sua condizione stressante e pericolosa, potrebbe anche dimettersi e lasciare che Mattarella, il parlamento, al limite il popolo italiano, si scelgano un/una rappresentante un po' meno piagnucoloso/a. I postfascisti al governo ce li immaginavamo un po' diversi, ecco – no, è una bugia, chi li studiava da un po' sapeva che il vittimismo era la loro caratteristica più evidente. Mentre aspetta notizie di un naufragio, dalla comodità di Palazzo Chigi dove è ben protetta dalla sua scorta, Giorgia Meloni si lamenta che qualcuno la minaccia, Giorgia Meloni ha paura, ecco, che dirle?, siamo solidali, per favore ragazzini non minacciate Giorgia Meloni, non ce lo possiamo permettere. Noi sempre allegri dobbiamo stare.

***

Francesca Albanese avrebbe tutti i diritti di essere nervosa e preoccupata per la propria incolumità, invece sorride. È una cosa che gli odiatori non le perdonano – se date un occhiata a certe sacche di bile socialmente condivisa, su Twitter soprattutto, noterete che questa stizza, non sapendo dove concentrarsi, a volte prende di mira il suo sorriso. Del resto, che altro le si può criticare? Non ho mai letto una sola riga di critica ai suoi rapporti: evidentemente non ritengono giusto leggerli; oppure li leggono persino, e non ci trovano nulla di smontabile. Però davanti alla videocamera sorride, come si permette? In effetti, non c'è molto di divertente. Chi l'ha ascolta un po' più a lungo, chi ha la fortuna di poter partecipare a conversazioni più ravvicinate, potrebbe farvi presente che il suo, che a volte è semplicemente un sorriso di imbarazzo, più spesso è il naturale esito espressivo di chi si sente pervaso da un'energia, fatemelo scrivere per la prima volta nella vita, positiva: una persona che sa cosa il mondo si aspetta da lei e sa cosa può fare nei limiti delle sue capacità, e lo sta facendo, molto più spesso degli altri la vedrete sorridere. Anche nei teatri di guerra, anche nel mezzo di una tragedia senza fine, chi è convinto di fare tutto quello che può, più spesso degli altri sorride. Perché piangere non serve più di tanto (ed è anche più faticoso), perché spesso intorno a te c'è una scorta disarmata di persone che ti conoscono e apprezzano; perché dietro l'angolo a volte c'è un odiatore in una posizione oggettivamente ridicola, e allora a volte si ride anche di lui, è una debolezza ma non ci si può far niente. E soprattutto perché non ha niente, o quasi niente di cui rimproverarsi: infatti di solito quando ci arrabbiamo, e soprattutto contro noi stessi che siamo arrabbiati; i difetti che rimproveriamo agli altri sono quelli che più odiamo in noi stessi. E quando negli altri non troviamo neanche tutti questi difetti, allora è la loro allegria che ci fa saltare i nervi. Se Francesca Albanese ve li ha fatti saltare, se la flotilla vi sta facendo impazzire, è più per demerito vostro. Quando scrivevate che Israele andava difeso a ogni costo, stavate davvero sottovalutando il costo che avreste pagato. Questa difesa vi è costata la ragione, l'umanità, il rispetto degli altri, e a questo punto direi anche il rispetto per voi stessi. Siete ridicoli, e costa una certa fatica non ridere di voi.

***

È una cosa che mi ripeto sempre più stesso, ma non resisto. Il genocidio palestinese non deve essere un pretesto per ridere dei miei nemici – quello sarebbe un riso sbagliato, vigliacco, insensibile. Il mondo brucia e io spernacchio Recalcati, davvero? Eh, però è così liberatorio. Continuerò a perdere tempo dietro a questi tromboni impazziti? Mi dispiace, non riesco a farne a meno. Quando Netanyahu, qualche giorno fa, definì Israele la prossima Sparta, dal cimitero degli elefanti rintronati sorse improvviso e inutile il solito Giuliano Ferrara, a spiegare a Netanyahu che no, assolutamente non si poteva chiamare Israele col nome di Sparta, paragone sbagliatissimo, correggere subito. Ecco, nel giornalismo italiano, che ha già tanti problemi, esistono due generi inspiegabili, che talvolta ci fanno auspicare incendi in tutte le emeroteche affinché i posteri non possano rendersi conto di quanto ridicoli eravamo. Il primo genere è: gli amici di Giuliano Ferrara cercano di spiegargli che un po' si sbaglia. Sto guardando a te, Adriano Sofri: piantala di farti bello perché hai un amico ancora più rintronato. Il secondo genere è: Giuliano Ferrara spiega cosa fare ai potenti della Terra, il che presuppone che i potenti della Terra sappiano chi sia, quando secondo me persino Berlusconi ogni tanto se lo dimenticava. Giuliano Ferrara che spiega cosa dev'essere Israele a Netanyahu, sul serio, immaginiamoci Bibi che prende appunti. Giuliano Ferrara che con gli anni si è convinto di essere un esperto di queste cose, e nel frattempo denuncia la propria incompetenza ignorando completamente che il paragone con Sparta è un tormentone degli israelologi almeno da uno storico intervento di Allan E. Shapiro sul New York Times nel 1974, ai tempi in cui il giovane Giuliano F. ancora urlava nei cortei Palestina Libera Palestina Rossa. Un intervento che oggi ha del profetico, e che confuta abbastanza definitivamente l'idea che "tutto è iniziato il 7 ottobre": no, tutto era già prevedibile e previsto mezzo secolo fa. Il configurarsi di Israele come città-Stato con un'organizzazione castale (come Sparta), in cima alla quale si troverà una comunità che si identifica con un'etnia (come Israele) e alla base un popolo di lavoratori (gli Iloti, i palestinesi) non solo sfruttati, ma ciclicamente rimessi in riga con guerre rituali di bassa intensità: questa era Israele prima del 7 ottobre, insomma Netanyahu quando parla di Super-Sparta insegue già un progetto nostalgico: stava andando tutto bene, ogni tot anni si bombardava la Striscia un po' più forte spurgandola della "classe dirigente", poi purtroppo qualcosa è andato storto ma è lì che si dovrebbe tornare, a costo di somministrare al mondo ulteriori snuff.

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Dopo tre anni che attendevamo, finalmente Netanyahu ha rilanciato (mediante codice QR!) il video snuff che dovrebbe dimostrare gli indicibili orrori commessi dai palestinesi il 7 ottobre. In realtà non ci è dato sapere se si tratta del video che circolò immediatamente sui network televisivi israeliani (con una rapidità molto sospetta, ovvero nel giro di poche ore), né se è lo stesso che alcuni giornalisti italiani si sarebbero lasciati somministrare nell'ambasciata israeliana nei giorni successivi, secondo almeno quello che una volta rivelò David Parenzo. In quell'occasione almeno ebbi la sensazione che Parenzo stesse cominciando a coprirsi, ad ammettere che se per mesi e anni aveva creduto a certe bufale evidenti (i bambini decapitati o nel forno), era perché quel video lo aveva davvero impressionato. Magari è una sensazione sbagliata, ma suggerirei a lui e a tanti suoi colleghi la stessa exit strategy: ci hanno ipnotizzato con uno snuff. Certo, questo non salverà la vostra dignità professionale – il giornalista è quello che raccoglie le immagini e le verifica, non quello che le prende per buone e ne rimane scioccato – ma a questo punto che alternativa c'è? Valutate la situazione: se fin qui dovevate scegliere se salvare la vostra reputazione o quella di Israele, accettate che quest'ultima ormai è cadavere, e dietro a questo cadavere nascondetevi: Israele ci ha ipnotizzato con pornografia del dolore, con video di torture e uccisioni più o meno fabbricate o decontestualizzate, Israele è un pornostato che combatte le sue guerre diffondendo snuff ai suoi cittadini, ai suoi soldati e ai suoi sostenitori (Israele del resto non capisce la differenza). Israele, se vincerà (e potrebbe vincere) continuerà a combattere periodicamente guerre contro i nemici interni ed esterni e a diffondere pornografia del genere, perché è così che funziona, malgrado gli accigliati corsivi di un tal Giuliano Ferrara. Opporsi a Israele, al suo culto del sangue, alla sua oscenità del dolore, è il dovere di ogni cittadino del mondo con una razionalità e una coscienza: venite anche voi, siamo in tanti. Non possiamo promettervi che vinceremo – qualcuno anzi si farà molto male – ma scommettiamo che sorriderete più spesso.  

lunedì 30 dicembre 2024

I giornalisti devono essere liberi (e vivi)

Ifj.org

– Vorrei Cecilia Sala libera immediatamente. Vorrei tutti i giornalisti liberi di fare il loro mestiere.

– In questo specifico caso, la situazione è complicata dal fatto che gli iraniani più che ai soldi danno la sensazione di volere uno scambio con il presunto agente che gli avremmo appena arrestato: ma il fatto è che l'abbiamo arrestato su ordine degli americani, in base ad accuse avanzate dagli americani, insomma lo hanno preso loro.

– Se si trattasse di soldi una soluzione la troveremmo, l'abbiamo quasi sempre trovata; ma se si tratta di disobbedire agli americani ci vorrebbe un governo in grado di assumere una posizione non prona nei confronti di Washington, il che esclude il Signor Presidente Meloni: lui la voce grossa la può giusto fare alla recita di fine anno davanti al suo raduno di cosplayer.

– Tra qualche mese sarà il ventennale di quella volta che abbiamo cercato di liberare la giornalista Giuliana Sgrena (pagando un riscatto) e agli americani forse la cosa non andava a genio, o perlomeno accadde che un soldato americano a un posto di blocco accolse la giornalista Giuliana Sgrena e l'agente Calipari con una sventagliata di mitra che uccise quest'ultimo.

– Come sempre spero di sbagliarmi, anzi di più: ma il fatto che gli organi di stampa più vicini al governo abbiano iniziato a gettare fango su di lei, senza trovare niente di meglio che un tweet di nove anni fa, suona come l'ammissione che no, non sarà facile liberare Cecilia Sala.  

– Sul Foglio (un giornale che non compra nessuno e che continua a pubblicare propaganda antistatalista a spese del contribuente) vedo che c'è un commosso editoriale in suo onore di Giuliano Ferrara: lo stesso buffo personaggetto che chiese a Un Ponte Per... di fare una colletta per restituire i soldi del riscatto di Simona Pari e Simona Torretta. A lui nessuno chiederà di fare una colletta simile, non solo perché nessuno scenderebbe al suo livello, ma perché davvero, chi gli darebbe un soldo?

– Come scritto più sopra, io vorrei che non solo Cecilia Sala, ma tutti i suoi colleghi fossero liberi di lavorare. In Israele quest'anno ne sono morti ammazzati circa un centinaio, senza che il Foglio Fondato da Giuliano Ferrara ci trovasse nulla di sbagliato. Auspico che la Sala sia libera al più presto, e che trovi finalmente lo spazio che merita senza più avere nulla a spartire con personaggetti del genere. 

– La mia opinione sul lavoro di Cecilia Sala è poco interessante, probabilmente dovrei tenerlo per me: semplicemente non la conosco abbastanza. Sono sicuro che abbia un senso documentare la condizione delle donne in Iran, e la repressione della femminilità che viene praticata dal regime; e allo stesso tempo ho la sensazione che si tratti spesso di un argomento isolato ad arte (non vengono represse soltanto le donne, e non sono solo le donne a protestare) per ragioni di proiezione e propaganda, da gente che per liberare le donne iraniane non esiterà un domani a bombardarle. La stessa Sala ha avuto modo di sperimentare, negli scorsi mesi, la reazione stizzita di tanti propagandisti nel momento in cui lei chiedeva appena un po' di spazio per verificare e approfondire una notizia. Alcuni di questi agitatori stanno già scrivendo che ben le sta, che non doveva fidarsi degli iraniani. Anche per loro nessuno proporrebbe mai una colletta: che forse è il motivo per cui non si fidano di nessuno e se ne restano comodi a casa, a far la morale agli altri.

venerdì 17 marzo 2023

Giuliano Ferrara invoca l'apocalisse di fuoco, digital art

Bisogna che un’apocalisse sacrosanta di fuoco costringa le ributtanti milizie dello stupro e dell’eccidio a fare retromarcia... (Giuliano Ferrara, il Foglio, 15/3/2023) 

Giuliano Ferrara è stato tante cose nella sua vita – di biografie n'è piena la rete – e forse i più giovani non sospettano quanto sia stata ingombrante la sua figura per vent'anni e più, il berlusconiano con pretese culturali che proprio per questo andava irriso più degli altri, l'agente provocatore da cui ci si faceva provocare più volentieri perché almeno si aveva la sensazione di giocarsela su un piano elevato. Anche se poi per quanto elevato fosse il piano si finiva lo stesso a torte in faccia. Giuliano Ferrara è stato anche un neocon, un appassionato sostenitore degli interventi militari dell'era Bush Jr, nel breve periodo in cui questa cosa tirava, e per coincidenza si trattava anche del periodo in cui Berlusconi finalmente aveva trionfato sugli avversari, stava al potere e non sapeva che farsene. Bisognava trovare nuove battaglie e l'11 settembre /fu una manna dal cielo/ /cascò proprio a fagiolo/ fu provvidenziale per il suo personaggio. Tutte guerre inutili, mal combattute e deleterie, ma nel frattempo Giuliano Ferrara era altrove (a far cosa? Ah già, a salvare i feti dal genocidio).


Giuliano Ferrara è obeso, il che ha reso sempre un po' più difficile criticarlo senza indulgere nel fatshaming – lui stesso è stato abbastanza astuto da mantenere la sua stazza in primo piano, da farsene scudo. L'obesità lo espone a seri rischi di salute, per cui a un certo punto della sua vita Ferrara ha dovuto cominciare a prendersela un po' più calma, a costruirsi un personaggio più riflessivo, di intellettuale sardonico e molti ci sono cascati, molti hanno trovato comodo cascarci. Non è vero quasi nulla, l'intellettualismo di Ferrara è una posa, le sue basi culturali malferme, il suo gaddismo finto come l'ottone e basta ancora un qualsiasi picco glicemico per tirargli fuori l'animale. Ferrara, come tutti, è stanco di questa guerra che non è breve e risolutiva come tutti speravamo che fosse; del resto non succede così a qualsiasi guerra? ogni volta deve essere breve e risolutiva, magari l'ultima. I russi le prendono, e poi le prendono, e poi le prendono ancora, insomma continuano a prenderle eppure restano lì: è snervante, non dite di no. Un giorno qualsiasi Ferrara si stanca e decide di invocare gli "angeli sterminatori", che poi sarebbero – par di capire – l'aviazione Nato. Insomma è ora di superare certe ipocrisie, dichiarare guerra alla Russia o anche no, bombardare subito senza perder tempo in formalità. Dopo un anno di battaglie, con un numero di vittime che già rivaleggia con quello di alcuni dei più grandi eventi bellici dell'era contemporanea, si tratterebbe di ratificare che la terza guerra mondiale è già scoppiata, e quale sarebbe il casus belli? Hanno sparato a un arciduca, defenestrato i messi imperiali? Beh, quasi. Hanno dato del cazzaro a Crosetto. Accidenti, queste cose non si fanno. Non che Crosetto non stia facendo il cazzaro – Ferrara non ci prova nemmeno a difenderlo – ma è il nostro ministro della Difesa, "right or wrong", e quindi basta, adesso bisogna bruciare tutto, più precisamente l'Ucraina, quell'eroica nazione che senz'altro preferisce essere bruciata che ceduta al nemico. Il russo deve capire che anche a noi piace Wagner, nel senso del compositore: Ferrara scrive proprio così (no, in effetti lo scrive peggio). Qualcuno deve pure il falco, qualcuno deve pure invocare morte e distruzione in modo che risulti più moderato questo nostro temporeggiare, questo nostro tollerare un po' di morte, accontentarci di un po' di distruzione. 

Giuliano Ferrara, sono già passati nove anni, un mattino si svegliò dichiarando una "guerra di religione" contro l'Isis: altro che polizia internazionale, ci spiegava, contro la violenza dei jihadisti serviva una "violenza incomparabilmente superiore". Anche quella volta, cos'era successo di intollerabile? Avevano decapitato un giornalista americano. Come rappresaglia a un bombardamento. Per cui, insomma, una violenza circoscritta (l'esecuzione di un ostaggio) era stata usata per rispondere a una violenza già molto superiore (un bombardamento), ma sono finezze che la glicemia non sempre consente di apprezzare. Si intravede comunque un pattern, l'uomo reagisce allo stesso impulso: hanno offeso un uomo bianco che mi rappresenta; ha la mia stazza (Crosetto) o fa la mia professione (il reporter James Foley). E reagisce sempre allo stesso modo: invocando l'escalation militare di una Potenza Superiore che Ferrara nella vita ha sempre cercato e ha contorni ambigui – tanto tempo fa era Berlusconi, più di recente la Nato, più spesso il Pentagono, ma insomma è qualcuno potentissimo che vince tutte le battaglie per definizione, e se non le vince non è per debolezza ma perché non le vuole combattere davvero, Giuliano Ferrara ha 71 anni e ancora quando lo minacciano pesta i piedi e chiama papà. 

Giuliano Ferrara, come tutti noi, è convinto di avere ragione. Non solo per gli argomenti, che di volta in volta hanno a che fare con la democrazia, la libertà, sissì vabbe' non è che ci creda così tanto neanche lui: Ferrara è convinto di avere ragione perché sta dalla parte del più forte. È sempre stato dalla parte del più forte, che quando era ragazzo era il movimentismo, poi il Partito (incidentalmente, il partito dove lavorava suo padre e dove ha lavorato anche lui), poi la Rai finché non lo ha pagato meglio Berlusconi, poi Berlusconi, poi Washington, tutti fari di cultura e democrazia e libertà e insomma cosa aspettano questi fari ad accendersi sul serio al massimo voltaggio e incenerire i nemici di Giuliano Ferrara. Non varrebbe la pena di parlarne se la sua sindrome non fosse la nostra: siamo talmente abituati a guerre asimmetriche che non capiamo che questa non lo è. Ciò malgrado anche le guerre asimmetriche non è che siano esattamente andate come ritenevamo necessario che andassero: ce lo ricordiamo l'Afganistan? No, è acqua troppo passata. Ma insomma il nostro fastidio per un nemico che non si ritira è lo stesso che proviamo per un insetto che continua a ronzarci attorno: l'idea che una guerra contro la Russia sia una guerra totale non ci passa nemmeno per la testa, cos'è poi una guerra totale? Un anno fa temevamo di passare l'inverno al freddo (agli ucraini è successo), oggi ci si lamenta perché le auto elettriche non sono competitive – non tra dieci anni: adesso. Vogliamo vincere la guerra ma risparmiarci anche dei soldi, perché siamo fatti così? 

È possibile che settant'anni di responsabilità limitata in politica estera ci abbiano un po' viziato? Siamo convinti che da qualche parte si trovi un esercito potentissimo, soprattutto un'aviazione potentissima, che sconfiggerà sempre i nostri nemici, così come ha sconfitto noi. E ogni guerra ci sembra un gioco delle parti in attesa che questa Violenza Incomparabilmente Superiore non si manifesti in tutta la sua gloria. Avevamo il duce e la sua arma segreta; quando sono stati spazzati via abbiamo accolto gli americani come il nuovo duce e abbiamo dato per scontato che l'arma segreta l'avessero loro. Dopodiché scriviamo più o meno gli stessi corsivi del 1941, magari un po' peggio perché almeno la scuola gentiliana un po' di retorica te la lasciava; laddove Ferrara si barcamena tra un anglismo e l'altro come un menager brianzolo. Se davvero il Pentagono gli desse retta, sarebbe il primo a stupirsi di essere stato decifrato e compreso: quello tra falchi e colombe è sempre un gioco delle parti, anche in Russia c'è chi propone di spianare Polonia e Lituania. Nel frattempo il calendario va avanti, e ogni giorno di guerra in più cresce la possibilità di un incidente nucleare.

L'incidente nucleare non dev'essere per forza una bomba che distrugga qualche città. Più facilmente sarà una fuga radioattiva da qualche reattore, qualcosa che i posteri registreranno senza troppo sgomento – volevate l'energia nucleare e volevate la guerra di posizione, nello stesso continente? nella stessa nazione? A loro sembrerà la conclusione inevitabile. Non causerà necessariamente migliaia di morti, o magari lo farà col tempo, si sa che le radiazioni hanno tutto il tempo del mondo per danneggiare noi e nostri figli. I nostri figli, già. Ferrara non ne ha. E in fondo è un peccato: così tanti padri, così niente figli. 

giovedì 29 aprile 2021

La cultura delle rape

In questo periodo si parla soprattutto di stupro e io no. Non ho molto da dire, e il sospetto che qualsiasi cosa dicessi parlerebbe meno dell'argomento che di me – cerco di spiegarmi: più vado avanti e più cresce in me la sensazione che nessun argomento quanto il sesso attraversi in controluce la persona che ne scrive, tradendo dettagli privati sulla propria età, estrazione, formazione... è buffo perché in teoria dovrebbe essere una cosa naturale, il sesso, una cosa istintiva, e invece più ne parliamo e più riveliamo la nostra cultura, che non sempre interessa chi ci ascolta. Non c'è niente come il sesso per fare litigare generazioni che in teoria non dovrebbero farlo in modo molto diverso – insomma alla fine è solo sesso, quante posizioni vuoi che ci siano, quante combinazioni? – e invece basta anche solo un film di 15 anni fa e capisci che era tutto diverso, come quando in una partita a scacchi bastano tre mosse per cambiare completamente il valore di pezzi che a volte nemmeno si sono spostati. 

Faccio un esempio: se oggi su un social qualsiasi incontrassi un tizio che dice: eh ma magari la ragazza all'inizio con quei quattro ci voleva stare, cioè come facciamo a escludere che non ci fosse andata apposta, che la cosa le interessasse? Se io senza sapere nulla di un tizio così lo sentissi dire una cosa del genere, in pochi secondi già avrei formulato un'ipotesi sulla sua età (16 anni), sulla sua cultura (assai debole), sulla sua estrazione (non ricca) e pure la prognosi: meno porno, ragazzino. Nel frattempo però starei anche rivelando la mia formazione, la mia estrazione, la mia cultura ecc... Poi, siccome sono io, ci metterei assai poco a passare dal caso specifico a quello generale, cioè ma questi ragazzini davvero possono crescere convinti che una ragazza si ficchi in una situazione del genere per divertimento? ma davvero non è che c'è troppo porno in giro, non è che in queste giovani generazioni non stia per caso saltando la percezione comune della sessualità, di cosa è accettabile e no, di cosa è piacevole o no? Se io incontrassi qualcuno su un social che fa un discorso del genere.

Ma per fortuna non l'ho incontrato.


No vabbe' dai Ferrara tu non stai bene.

venerdì 22 marzo 2019

I babyboomers che odiano Greta (hanno i loro motivi)

[Questo pezzo è uscito su TheVision mercoledì]. I più famosi hater italiani di Greta Thunberg – qualcuno l'avrà già notato – sono tre babyboomers. Rita Pavone, che la trova un personaggio da film horror, è del 1945. Maria Giovanna Maglie che la metterebbe “sotto con la macchina” del 1952, come Giuliano Ferrara (“detesto la figura idolatrica di Greta, aborro le sue treccine e il mondo falso e bugiardo che le si intreccia intorno”). Il che significa tra l’altro che nel fatidico 1968 Ferrara e la Maglie avevano la stessa età che oggi ha Greta. Sono personaggi sopravvissuti egregiamente agli anni Sessanta, hanno assistito e a volte partecipato a mobilitazioni ben più radicali di quella promossa dalla sedicenne svedese. Altri detrattori della Thunberg li riconosci dalla mentalità compottarda (“cosa c’è dietro questa ragazzina?”) o ipercorrettista (“Se usa un bicchiere di plastica non può dare lezioni”). I babyboomers non ragionano così. In un certo senso non ragionano nemmeno. Il loro fastidio per il nuovo personaggio è qualcosa di incontrollabile: a malapena riescono a verbalizzarlo, e sì che due su tre vivono di parole.

La morale della favola è assai nota: si nasce incendiari, si muore pompieri. L'Italia è un Paese molto anziano, il dibattito pubblico è un giardinetto ostaggio di pensionati che borbottano e inveiscono contro i giovinastri rumorosi. I giovinastri stavolta non sono nemmeno particolarmente rumorosi – non spaccano neanche più le vetrine – ma i pensionati se la prendono lo stesso. Non dico che questa spiegazione non sia soddisfacente, ma vorrei proporne ugualmente una meno banale. Ferrara, la Maglie, la Pavone, hanno un altro carattere in comune: se la sono goduta parecchio, da enfants gâtés dell'Occidente. Il 1968 fu un episodio importante, ma se allarghiamo un po' lo sguardo il movimentismo è soltanto un momento della storia di una generazione; cui seguì la tentazione della radicalizzazione, il riflusso e il ritorno al privato, l'edonismo degli anni Ottanta, eccetera. Se volessimo assegnare a una generazione un'ideologia... saremmo dei maledetti semplificatori; ma se davvero volessimo farlo, diremmo che la priorità dei babyboomers è stata la liberazione dell'individuo. Una liberazione che negli anni Sessanta prendeva le forme della protesta sociale (ma senza trovarsi più a suo agio nelle forme tradizionali dei partiti di massa e dei sindacati); negli anni Settanta corteggiava la lotta armata; negli anni Ottanta si esprimeva nel consumismo senza più freni inibitori. Una liberazione che forse oggi smette di avere senso, nel momento in cui una ragazza svedese ci ricorda che non c'è futuro per chi non riesce a riciclare carta e plastica. Sono cose che fanno incazzare i babyboomers, non perché siano anziani – ok, ormai sono anziani – ma perché per buona parte della loro vita sono stati abituati a disobbedire alle regole, dubitare delle autorità, mettere in crisi le convenzioni. È stato un momento importante, in certi casi eroico e in altri tragico, ma è finito. Il consumo sfrenato è finito. Persino il capitalismo, sì, potrebbe avere i giorni contati. Non è colpa di nessuno, ovvero è colpa di tutti: siamo troppi, il pianeta si sta scaldando, eccetera eccetera. Greta è fastidiosa perché ce lo ricorda. È inquietante perché da un volto al senso di colpa collettivo di una e più generazioni, nei confronti di quelle che verranno e assisteranno coi loro occhi alla catastrofe ambientale che gli esperti danno ormai per difficilmente evitabile.

Quando il presidente dell’Istituto superiore di Sanità ci informa del rischio che “i nostri nipoti non possano più stare all’aria aperta per gran parte dell’anno a causa dell’aumento delle temperature”, non sta parlando dei protagonisti di un romanzo distopico: i “nipoti” sono Greta e i suoi coetanei. È normale che si preoccupino molto più dei padri e dei nonni. Il benessere che i genitori hanno dato per scontato è fatto di tanti privilegi a cui devono prepararsi a rinunciare. (continua su TheVision).



Oltre a dare un ultimatum ai governi che non sono in grado di recepirli, o a diffondere buone pratiche ambientaliste che da sole non risolveranno mai il problema, le manifestazioni della prossima generazione servono anche ad abituare gli stessi manifestanti ad accettare l’idea. Certo, molti continueranno a rifiutarla, come dimostra il fatto che la lotta ambientalista non è nata ieri eppure in questi decenni i progressi sono stati pochi e lenti. Eppure la lotta di Greta è lungi dall’essere inutile. Non sarà la soluzione, ma il ruolo di un’adolescente svedese per la sua stessa generazione è fondamentale.

Qualsiasi previsione più o meno scientifica sull’aumento della temperatura degli oceani e dell’atmosfera nei prossimi anni non ha ancora tenuto conto del dato più imponderabile: a un certo punto cominceranno a scaldarsi anche gli esseri umani, forse in modo incontrollabile. I tafferugli dei giléts jaunes francesi non sono che una timida avvisaglia di quello succederà in Occidente quando la crisi ambientale busserà davvero alla porta e i governi cominceranno a varare politiche di repressione dei consumi. Il che difficilmente succederà grazie a qualche manifestazione giovanile al venerdì fin quando ben più della metà della popolazione occidentale rifiuta ancora l’evidenza, e vota per chi fa del rifiuto un manifesto politico. Ma prima o poi succederà. E così come il terrorismo islamico non era sentito come un problema fino all’undici settembre, per avere il riscaldamento globale al primo punto dell’ordine del giorno bisognerà aspettare un disastro più eclatante del solito che metta davvero in discussione la vita e la sicurezza dell’Occidente (perché in fondo uragani e alluvioni ci sono già: e l’inquinamento fa già centinaia di migliaia di morti).

Ma quando i primi disastri costringeranno i governi occidentali a varare misure di emergenza, i cittadini accetteranno la progressiva soppressione delle libertà individuali? Giuliano Ferrara sicuramente no, basti ricordare il casino che fece quando un ministro gli vietò di fumare nei locali pubblici. Pazienza per Ferrara e per Maglie, ma quanti sono come loro? Non siamo un po’ tutti come loro? Quanto siamo disposti a modificare la nostra dieta, le nostre abitudini, il nostro stile di vita, i nostri desideri? Il giorno che una coetanea di Greta ci dirà che non possiamo più mangiare carne o prendere un aeroplano, forse capiremo cosa intendeva confusamente Maglie quando confessava di volerle passare sopra con la sua macchina.

martedì 8 gennaio 2019

giovedì 3 marzo 2016

Ma Trump non è Berlusconi

Un giorno - possibilmente da qui ai primi di novembre - dovrò tentare di spiegare anche a me stesso perché Trump non mi sta spaventando neanche un quinto di quel che mi spaventava il piccolo Bush. Nel frattempo però lascio un appunto sul paragone più banale che sta girando tra i giornalisti: quello con Berlusconi.

Paragone ormai abusato non solo tra giornalisti italiani, a cui non sembra vero poter vantare vent'anni di esperienza di un mitomane col parrucchino (il che dimostra che in vent'anni non hanno messo a fuoco il problema): la cosa sta prendendo piede anche tra gli anglosassoni; per esempio ieri il Financial Times definiva Trump un "Berlusconi americano", benché privo del suo fascino e del suo talento per gli affari ("albeit without the charm or business acumen"). Ok, divertente. E forse la maggior somiglianza col caso italiano non sta nei due personaggi, ma proprio nella reazione incredula e stizzita che scatenano presso il ceto intellettuale, non solo a sinistra: effettivamente il passaggio dalla sottovalutazione all'indignazione al panico qui in Italia l'abbiamo vissuta più di vent'anni fa. E abbiamo capito - purtroppo un po' meno di vent'anni fa - che insistere sulle gaffes del tizio non fa che renderlo più forte verso il suo serbatoio elettorale: del resto in Italia l'anti-intellettualismo lo studiamo da un secolo, siamo passati per il fascismo e il qualunquismo ed evidentemente non abbiamo ancora trovato il vaccino efficace.

Detto questo, chi paragona Trump a Berlusconi mostra di non aver capito qual era il vero problema con Berlusconi: non il parrucchino, non le barzellette e le figuracce, le smorfie ai vertici internazionali (per quanto, via, chiamare kapò un europarlamentare tedesco) e nemmeno l'imbarazzantissima esuberanza sessuale, che è poi il motivo per cui all'estero lo conoscono e ce lo ricordano ridacchiando. Non è nemmeno il populismo - o meglio, il populismo è un problema grave, ma esisteva prima di Berlusconi e non è affatto tramontato con lui. E allora cosa?

C'è bisogno di ricordarlo? A quanto pare sì. Berlusconi possedeva quasi metà dell'etere televisivo, in spregio della normativa (Rete4 avrebbe dovuto finire sul satellite); e quando vinse le elezioni modificò la normativa e mise le mani anche sull'altra metà, quella pubblica. Nel frattempo era uno dei principali editori italiani, e uno dei principali concessionari di pubblicità, che raccoglieva sul mercato e rivendeva alle sue aziende. In sostanza per qualche anno in Italia non ci furono direttori di reti televisive e tg che lui non approvasse direttamente o indirettamente: malgrado fior di opinionisti assunti in queste reti o dai suoi giornali ci spergiurasse che no, Berlusconi non vinceva le elezioni grazie alle televisioni: che il fatto che continuasse a esercitare quel controllo, arrivando a fare i nomi di chi non voleva più in RAI, fosse semplicemente una coincidenza, una cosa che gli capitava di fare perché si sa, la tv è sempre stata il suo pallino.

Quanto a Trump, per quel che ne so è un palazzinaro e una celebrità televisiva. Ma non possiede la CBS, né la FOX, né la CNN né una delle Big Three: che di conseguenza possono decidere di parlare di lui come vogliono. Anche molto male. Forse avrete intravisto anche voi lo spezzone dello show di John Oliver (definirlo "comico" è riduttivo) dedicato a Trump: venti minuti di demolizione sistematica del personaggio, andati in onda su HBO e poi rimbalzati via internet in tutto il mondo. Ecco, questo su un canale televisivo italiano nel 2002 sarebbe stato impossibile. Negli USA invece si fa abitualmente, e si continuerà a fare persino nel malaugurato ma sempre più probabile caso in cui il mitomane di turno vinca le elezioni. Perché davvero, non è che le televisioni siano indispensabili per farti vincere.

Però in Italia aiutano.

Ognuno poi ha i suoi parametri, le sue pietre di paragone: il mio canarino-in-miniera è Giuliano Ferrara, a cui Trump dà un certo fastidio. Per il populismo? Ferrara ne ha avallati di peggiori. Per il cattivo gusto? Parliamo del tizio che si mise il rossetto e andò in piazza col cartello "siamo tutti puttane", per solidarietà col capo accusato di avviare minorenni alla prostituzione. E allora, insomma, cosa c'era in Berlusconi che Ferrara non riesce a trovare in Trump? Secondo me è una questione preconscia: Ferrara non pensa, Ferrara annusa. E per quanto inspiri, non riesce a sentire quell'odore di vero potere che gli darebbe alla testa. Per un Berlusconi si sarebbe messo in mutande; per un Bush era disposto a millantare consulenze con la CIA; per Trump niente. Lo trovo molto indicativo.

mercoledì 7 gennaio 2015

Soffia sulle candeline

(Oggi Giuliano Ferrara compie 63 anni, a dar retta a wiki. Tanti auguri).

Soffia sulle candeline (G.Giacobetti/V.Savona/B.A.Stardo)


Tanti auguri per te,
tanti auguri per te,
Mille giorni felici.
Tanti auguri per te.

Se compi un anno stringi forte le manine,
prendi fiato a più non posso e soffia, soffia innanzi a te:
soffia sulle candeline! Tanti auguri, tanti auguri per te!

Se son due anni e già le prime paroline
tu sai dire alla mammina, prendi fiato insieme a me:
soffia sulle candeline! Tanti auguri, tanti auguri per te!

E se invece gli anni sono tre,
un brindisi puoi fare... ma non rompere il bicchier.
A quattr’anni puoi già far da te:
tagliar la torta a fette e darne un poco pure a me.

A cinque anni coi bambini e le bambine
una festa tu farai dedicata tutta a te!
Soffia sulle candeline! Tanti auguri, tanti auguri per te!

Se son sei anni già ricevi cartoline
mentre il nuovo sillabario si fa leggere da te:
soffia sulle candeline! ecc.

Se son sette già raccogli figurine
dei campioni del pallone che gareggiano per te:
Soffia sulle candeline! Tanti auguri, tanti auguri per te!

Quando invece otto anni avrai,
ti senti già Pioniere e i giardinetti esplorerai.
Anni nove: vuoi fare il ballerin
e balli l'hully gully con la figlia del vicin.

A dieci anni, che passione per il cine!
Entusiasta dei cow boy, cosa mai potrai temer?
Soffia sulle candeline! Tanti auguri, tanti auguri per te!

A sedici anni vuoi già fare il Sessantotto
a Valle Giulia un poliziotto
sta inseguendo proprio te.[51]
Soffia sulle candeline! ecc.

A vent'anni metti incinte ragazzine
che abortiscon clandestine
per non dar fastidio a te[43].
Soffia sulle candeline! ecc.

A ventuno sei già ben retribuito[3],
con un posto nel partito
che papà trova per te.
Soffia sulle candeline! Tanti auguri, tanti auguri per te.

A ventotto ti trovi migliorista
ti candidi a Torino e hai il primo posto nella lista[6].
Quando invece i tuoi trent'anni avrai
per Sabra e per Shatila i tuoi piedini pesterai[10].

A trentacinque hai una rubrica sul Corriere,
cosa mai potrai temere?
Craxi veglia su di te.
Soffia sulle candeline! ecc.

A quaranta che passione per la tele
ci conduci trasmissioni che si scrivono per te...
Soffia sulle candeline! ecc.

A quarantadue vuoi fare per davvero
prima provi un ministero, ma non era adatto a te.
Soffia sulle candeline! ecc

A quarantatré vuoi far l'intellettuale
sopra un foglio originale
che ora stampano per te.
Soffia sulle candeline! Tanti auguri, tanti auguri per te!

A cinquanta alla guerra vuoi chiamar
e il drappo d'Israele, eroico, in piazza sventolar.
Cinquantotto - e hai già un'altra passion:
diventi antiabortista e salvi tanti, tanti embrion.

Su questa torta rilucente di perline,
dopo sessanta candeline altre cento aspettan te.
Soffia sulle candeline! Tanti auguri, tanti auguri per te.

Tanti auguri per te,
tanti auguri per te!
Mille giorni felici,
Tanti auguri per te.

martedì 21 febbraio 2012

AntiPerformatiValter

Nella teoria degli atti linguistici di John L. Austin esistono quei famosi "atti performativi", che sono discorsi che non si limitano ad affermare o a commentare, ma fanno esattamente quello che dicono di fare. Ad esempio, "lascio in eredità la casa a mio figlio" non è una semplice affermazione: chi la dice/scrive sta proprio lasciando in eredità la casa a suo figlio, in quell'esatto momento, se c'è un notaio nei pressi.

Ora chiedo aiuto a chi il linguaggio l'ha studiato seriamente: qualcuno ha mai pensato all'esistenza di atti anti-performativi, discorsi che disfano proprio quello che stanno affermando e proprio nel momento in cui lo affermano? Per esempio, quando uno dice: Sono molto modesto: proprio in quel momento non lo è più. Oppure uno che urla: voglio Silenzio! Però questo secondo esempio in realtà non funziona, perché uno urlando spera comunque di essere performativo e di ottenere in un secondo momento il silenzio a cui aspira. In realtà non è così facile usare la lingua in modo antiperformativo. Bisogna vivere sul filo del paradosso, non è da tutti. Ma sicuramente è da Veltroni.

Vi ho fregati, altro che filosofia del linguaggio, quello che segue è un altro pezzo su Veltroni. Sì, ci sono ricascato. E dire che le ho provate tutte. Mi sono trovato questa bella rubrica, per esempio domani si festeggia la cattedra di San Pietro, non San Pietro ma proprio la cattedra di legno, non è fantastico? Il mondo è pieno di cose meravigliose di cui scrivere, la vita è breve, l'arte è lunga, e non combinerò mai niente di buono se ogni volta devo fermarmi perché Veltroni ne ha detta un'altra.

D'altro canto lui esiste, e rilascia interviste che sono atti antiperformativi: non vale la pena di segnalarlo agli studiosi? Quando chiama Maltese e rilascia un'intervista dove detta una linea del PD che non ha niente a che fare con la linea del segretario del PD, e nello stesso momento afferma: basta correnti, Veltroni non sta semplicemente giocando a rompere il suo partito e minare la sua fragile risalita nei sondaggi; non sta semplicemente pestando nel torbido del dibattito interno, offrendo a giornalisti interessati settimane di polemiche che poi ricascheranno nel nulla. Veltroni sta sfidando il principio di non contraddizione che è alla base del pensiero razionale moderno scientifico occidentale, Veltroni sta andando oltre, chi sa dove chi sa dove, in una nuova dimensione dove le correnti si fondano negandone la necessità.

E allora dite quel che volete, ma non negate che Veltroni sia affascinante. Molto, molto più interessante del tizio peace and love and figurine che credevamo di aver candidato quattro anni fa. Veltroni è oltre, Veltroni è post, Veltroni è il primo vero politico italiano a vivere in una dimensione 2.0, e in questa dimensione Veltroni si è preso un ruolo di tutto rispetto che è quello del troll. E come tutti i troll, Veltroni è in cattiva fede: non può non sapere che partiti senza correnti ce ne sono stati tanti nel Novecento, anche perché il più importante di tutti è quello in cui è cresciuto lui, il Partito Comunista Italiano. Esatto, sì, era un partito senza correnti formalmente riconosciute: a differenza della Democrazia Cristiana, dove le correnti erano associazioni con tessere, convegni, dirigenti, nel PCI tutto questo per statuto non esisteva. E i miglioristi? Giorgio Amendola era un migliorista. Giorgio Napolitano era un migliorista. Giuliano Ferrara era un migliorista. I miglioristi insomma esistevano; candidavano loro esponenti a livello locale e nazionale; avevano quote di tutto rispetto nelle cooperative e i loro corsivisti di riferimento sull'Unità. Però non potevano chiamarsi corrente, perché il centralismo democratico del PCI non ne prevedeva l'esistenza. Formalmente.

In pratica erano una corrente e si comportavano da corrente, perché - come Veltroni sa benissimo - non c'è nessuna disciplina interna compatibile con la democrazia che può impedire un insieme di esseri umani di pensarla tutti nello stesso modo e organizzarsi all'interno di un partito. Quindi in pratica cosa sta chiedendo Veltroni quando dice che vuole abolire le correnti? Rivuole il centralismo democratico, per cui il segretario detta la linea e la minoranza borbotta impotente contando i giorni al Congresso? Difficile conciliare una visione del genere col veltronismo militante, che consiste nel telefonare a un giornalista ogni volta che si ha una mezza idea da buttar lì, e chìssene se c'è un segretario regolarmente eletto che la pensa in un modo diverso. Quindi: correnti riconosciute no, sarebbe come rifare la DC. Centralismo e correnti sottaciute no, sarebbe come rifare il PCI. Cosa vuole esattamente dalla vita e da noi Veltroni? Una cosa nuova. Il partito leggero. Il partito leggero è una cosa fichissima, l'ha teorizzato Giuliano Ferrara ma avrebbe anche potuto farlo George Orwell dopo aver mangiato pesante. Il partito leggero non ha iscritti, perché gli iscritti potrebbero condizionare le scelte del leader. Il partito leggero elegge il leader mediante primarie, dove tutti i cittadini, senza tessere, possono eleggere i candidati: e per tutti si intende proprio tutti, non c'è nessun sistema per tenere fuori elettori di altri partiti e semplici disturbatori: tutti dentro, tranne i cinesi perché dei cinesi Veltroni sospetta.

Il popolo insomma, cinesi a parte, elegge un leader, scegliendolo da una rosa di candidati che sono espressi non si capisce da chi, visto che correnti non ce ne possono essere. O forse possono esserci soltanto la settimana in cui ci si candida, e devono promettere di sciogliersi subito dopo giurin-giuretta. Il popolo elegge quindi il suo leader, e da quel momento in poi non ci sono correnti, non ci sono minoranze, c'è "più pluralismo" che però non si può organizzare, e quindi non si può esprimere, tranne evidentemente Veltroni, che può rilasciare interviste alla Stampa al Corriere o alla Repubblica. Ma forse mi sbaglio, forse non è una prerogativa che Veltroni vuole per sé, forse qualsiasi non-iscritto al PD ha il diritto di protestare facendosi intervistare sulla Stampa o sul Corriere o su Repubblica, e in ciò consiste il pluralismo. Probabilmente è così, probabilmente la prossima volta che non apprezzo un'uscita di Bersani invece di perdere tempo qui chiamo direttamente Maltese che si prenoti un paio di pagine e un titolo basso in prima. Il partito leggero in somma è così... ah, dimenticavo, Veltroni non solo vuole primarie senza correnti, ma le vuole obbligatorie per tutti i partiti, che se ci pensate è fantastico, cioè, perché poter votare soltanto per il segretario del PD? ma giustamente io voglio scegliere anche il candidato PdL, e IdV, e mi vengono anche in mente un paio di nomi per Rifondazione. In pratica dopo un po' ci sarebbe un gruppo di aficionados che vota a tutte le primarie che trova: ma a quel punto a che serve eleggere tanti partiti diversi? Ma facciamone un solo Partito unico, no? Tanto alla fine della fiera si tratta solo di trovare un modo poco macchinoso per eleggere Monti alla carica che ha già.

Più o meno questa è l'idea di 'leggerezza' di Veltroni-Ferrara: una leggerezza opaca (non sono identificabili né i gruppi che esprimono una candidatura, né gli elettori), strutturata per legge (le primarie obbligatorie), plebiscitaria (l'elettorato non può darsi nessuna organizzazione intermedia, deve votare un leader e poi sciogliersi in attesta della consultazione successiva). Il potere rimane nelle mani del leader, il dissenso in quelle di chi ha in rubrica i numeri di telefono dei giornalisti. E nota che non sono alieni appena arrivati da un disco volante: sono esperti di Novecento che hanno studiato il Novecento e non fanno altro che parlare di Novecento, ogni loro parola è talmente pregna di quel secolo mai troppo breve che Veltroni non riesce neanche a dire la parola "tabù" senza soggiungere che l'ha già usata Freud, insomma è una parola certificata Iso-Novecento: e dopo tutto questo mangiare Novecento, ruttare Novecento, cacare Novecento, il risultato è che ti buttano lì una proposta di partito totalitario per il nuovo millennio, ma grazie tante, è proprio vero che la Storia insegna un sacco di cose a chi l'ha studiata bene.

mercoledì 11 gennaio 2012

Certi gatti sono più bigi di altri

Ma voi mettetevi nelle squame del direttore del Giornale, che finalmente aveva trovato la campagna giusta, e probabilmente pregustava di farci prime pagine su prime pagine, Malinconico Dimissioni, Malinconico Vergogna!, Malinconico ancora lì? Gli ozi di Malinconico... più tutti i più vieti giochi di parole che il triste cognome può suggerire al fantasioso titolista, insomma immaginatevi l'eccitazione, l'entusiasmo, il brio col quale si stava apprestando a scrivere per cinquanta giorni in cinquanta diversi modi "chi non ha mai peccato scagli la prima pietra"...


...e invece al primo titolo, Malinconico che fa? Si dimette davvero. E adesso? Ci si ributta su Fini, ovviamente. Le dimissioni che spiazzano Sallusti (e Ferrara) si leggono sull'Unita.it e si commentano là (H1t#108).

Tutta la mia solidarietà allo sfortunato direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, che probabilmente già pregustava una lunga campagna per chiedere le dimissioni del sottosegretario Malinconico: gli è andata male, il sottosegretario si è dimesso subito. Ora toccherà inventarsi qualcos’altro per dimostrare che tutti sono corrotti, tutti sono inquisibili, eccetera. Mal che vada ci si può ributtare sui vecchi classici, per esempio le dimissioni di Gianfranco Fini – è da un po’ che non si sente parlare del suo interessantissimo appartamento a Montecarlo (NB: scherzo. Sul famoso appartamento monegasco Feltri e Sallusti ci fecero prime pagine per un mese, nell’autunno 2010. Bei tempi. Belle notti. Tutti i gatti erano bigi, tutti erano inquisibili, nessuno si dimetteva…)
Un po’ di solidarietà anche per lo sfortunato opinionista di Rai1, Giuliano Ferrara, che ieri sera è andato in onda in uno stato un po’ più confusionale del solito, perlomeno mi è parso così. Dopo averci riassunto l’affaire Malinconico per sommi capi, ci ha spiegato che i giornalisti dovrebbero smetterla di cercare storie del genere e di gioire, addirittura, quando le trovano, perché nessuno è mondo dal peccato(mi sembra che abbia detto proprio detto così), tutti possono fare degli errori, anche il presidente della Repubblica Federale Tedesca ne ha fatti, eccetera eccetera, ci vediamo domani, ah no scusate domani c’è la Champions, boh. Forse Ferrara è semplicemente nei postumi dell’Epifania, la maledetta festa che spazza via le altre e ci lascia soli davanti a un terribile anno nuovo.
O forse è rimasto anche lui spiazzato da questo governo, che fa cose incredibili. Questi sottosegretari, per esempio, che si dimettono per cosucce da nulla, vacanze non pagate, appena i giornalisti se ne accorgono… E a proposito, maledetti giornalisti, ma perché indagano? E addirittura, quando qualcosa salta fuori, gioiscono? Ferrara non se ne capacita, evidentemente secondo lui il giornalismo dovrebbe servire a qualcos’altro. Probabilmente a spiegarci che tutti pecchiamo, come Berlusconi, e quindi non dobbiamo attentarci a scagliare la prima pietra contro il prossimo, che in nove dei dieci casi che interessano a Ferrara è Berlusconi. Ecco, magari ieri pomeriggio Ferrara aveva già pronta una predica di questo tenore. Anche Malinconico si faceva offrire le vacanze, tutti si fanno offrire le vacanze, tutti sono corrotti, anche voi, anche io, e il presidente della Germania Federale, e quindi non prendetevela (con Berlusconi). Poi però Malinconico si è dimesso – e a Ferrara è toccato cambiare la forma della predica in fretta e furia. Non la sostanza, che rimane la stessa: siamo tutti peccatori. Difficile dargli torto. Abbiamo tutti qualcosa negli occhi: chi travi, chi pagliuzze, nessuno ha la vista del tutto sgombra.
Ma non siamo nemmeno del tutto ciechi; perlomeno, la differenza tra l’ultimo governo Berlusconi e quello guidato da Monti la notiamo. Magari non è il governo che vorremmo o voteremmo, ma è un governo decente. Se emergono storie non chiare su di un sottosegretario, quello se ne va senza troppe manfrine. Com’è giusto che sia. Perché forse è vero, di notte tutti i gatti sono bigi. Ma alcuni sono molto più bigi degli altri, più della notte stessa; forse senza di loro tra i piedi si comincerebbe a vedere un po’ d’alba.http://leonardo.blogspot.com

domenica 20 novembre 2011

Il grande discorso che non ascolteremo

Sempre a proposito di scrittori mediocri: Ferrara si è arrabbiato. Ferrara ha scoperto che intorno a Berlusconi c'è una classe dirigente penosa. Nel 2011. Se n'è accorto. Perché hanno stracciato il discorsetto che aveva preparato per Berlusconi alla Camera, chissà quale capolavoro ci hanno impedito di ascoltare. E lui si è arrabbiato. Con chi? Con Gianni Letta? No, macché.


Con Sandro Bondi. Le vere eminenze grigie dietro Berlisconi devono avergli detto "lascia perdere il panzone, si è intestardito con questa idea delle elezioni in inverno che non convengono davvero a nessuno", e Ferrara con chi va a prendersela? Con Sandro Bondi. Come il servo bastonato che esce nell'aja e molla due calci al cagnolino, siamo a questi livelli, popolo delle Libertà.

E io ci ho scritto una teoria sull'Unità, ed è la Teoria Numero Cento! Sempre a proposito di scrittori mediocri (ma costanti).
(Si commenta laggiù).

L'inutilità di Giuliano Ferrara


leonardo
Ma quanto ci è rimasto male Giuliano Ferrara, perché Berlusconi alla Camera non ha letto il suo discorso? È da due giorni che sbraita, ma contro chi esattamente? Già, perché ci dev'essere pure qualcuno che ha convinto Berlusconi a lasciar perdere, a non chiedere lo scioglimento delle camere proprio mentre annunciava di votare per il prolungamento della legislatura; insomma a non leggere un discorso da matto ('Voto Monti ma Monti non è democratico'), che avrebbe certificato in sede parlamentare e in diretta tv la sua dissociazione dalla realtà. E dire che a fare la sua figura da matto Berlusconi era già pronto: addirittura lo aveva già annunciato su facebook... Poi qualcuno (qualcuno abbastanza in alto, evidentemente) lo ha convinto a tacere, a mandare avanti Alfano. E Ferrara non ci ha visto più, ora se la prende con tutti – che è un modo come un altro per non prendersela con nessuno di preciso. Ieri mattina raddoppiava la dose addirittura contro Bondi, il mite Bondi, l'Orfeo di Fivizzano; ecco con chi si scaglia Giuliano Ferrara: sempre col più debole. E cosa non gli scrive:

“Avete condotto al disastro una grande avventura politica” (perché non hanno fatto leggere a Berlusconi un discorso di Ferrara...) “e alla fine avete anche ammazzato, imbavagliandolo, il suo e vostro padre, Berlusconi” (non facendogli leggere un intervento suicida di Ferrara). “Non siete una classe dirigente” (le classi dirigenti infatti tengono in gran conto la retorica di Ferrara). “Non leggete i libri e i giornali e i documenti giusti” (quelli che legge e scrive, par di capire, Giuliano Ferrara), “non leggete la realtà che confligge con la vostra vanità” (e non con la vanità del grande speechwriter Giuliano Ferrara), “siete stati ineffettuali e autoreferenziali” (invece di riferirvi a Giuliano Ferrara), non sentite il peso della opinione popolare (le masse che per esempio non si perdono una puntata della popolare trasmissione in prima serata di Giuliano Ferrara) “e non sapete trattare le élite” (Ferrara e i suoi quindici lettori paganti), “vi siete comportati da isterici in difetto di volontà” (e ve lo dice un tranquillissimo Giuliano Ferrara...)

Cose del genere si possono scrivere giusto a Bondi, l'unico forse non abbastanza dotato di spirito per rispondere a tono: caro Ferrara, il tuo discorso Berlusconi non l'ha letto perché probabilmente era un discorso da matto. Votare un governo e nel frattempo chiedere lo scioglimento delle Camere è un paradosso che solo i quindici lettori paganti del Foglio possono apprezzare, ma appunto, parliamo di gente che paga per leggere il Foglio. Magari il motivo è perfino più banale: magari era semplicemente un brutto discorso, visto che l'hai scritto tu che – rassegnati – non sei un buon scrittore; puoi inserire qualche vocabolo astruso ogni tanto e strascicare qualche periodo oltre il normale, ma da sciatto a prolisso non c'è tutto quel salto di qualità che ti immagini. Non sei un grande speechwriter all'americana, non lo sei mai stato; perfino i migliori discorsi di Berlusconi, sì, non erano un granché; e comunque non li hai scritti tu.

Così come non sei nemmeno quel grande stratega: hai avuto qualche importanza nella primissima fase di Forza Italia, quando Berlusconi appena insediato ti fece ministro: pochi mesi dopo era già dimissionario e tu esaurito in clinica. Da lì in poi sei rimasto nella cerchia dei simpatici confidenti; lui ha intestato a sua moglie il tuo giornaletto e ogni tanto magari ti chiedeva un consiglio, ma è una questione di cortesia, lui ha sempre fatto fatica a dire di no, magari ti ascoltava anche, ma se è per questo ascoltava pure Mara Carfagna - perché, sul serio credi di avere avuto, negli ultimi dieci anni di berlusconismo, una posizione più centrale di quella di Mara Carfagna? Tu volevi una moratoria contro l'aborto, la Carfagna pretendeva che le lucciole in tangenziale almeno si coprissero, non c'è davvero gara su chi sia stato più pragmatico, su chi si abbia cambiato le cose anche di un solo millimetro. Ti sei inventato la storia della fronda, per giustificare il fatto che Berlusconi non ti dava retta e probabilmente non ti leggeva neanche più; ti sei lanciato in avventure tutte tue, il neoconservatorismo, l'antiabortismo, alle elezioni pensavi di essere decisivo e invece si scoprì che valevi zero virgola; e il bello è che lui lo sapeva, Ferrara, lui di politica ne capiva un po' più di te.

La misura di quanto il Capo stia male, circondato ormai da gente dissociata quanto o più di lui, non sta tanto nella qualità delle ultime barzellette o nella statura delle accompagnatrici, ma nel fatto che abbia ripreso a dare un po' retta pure a te, o Giuliano Ferrara. In questi mesi non facevi che esaltare lo spirito del '94, come se il Berlusconi monopolista del '94 fosse in qualche modo diverso di adesso: quando l'unica differenza che hai davvero in mente è che nel '94 i tuoi consigli li seguiva. E non sei mai contento: ti pagava il giornaletto, tu volevi un posto in tv; hai piagnucolato finché non hai ottenuto la prima serata. Non basta, non basta mai: volevi pure la gorgiera da ciambellano, lo zucchetto da eminenza grigia; volevi che leggesse alla Camera la tua letterina contro Sarkozy cattivo, la BCE cattiva, Monti antidemocratico. Come se davvero qualcuno fosse ansioso di andare alle elezioni a Natale, come hai annunciato tu in diretta tv – ma sei sicuro che al tuo Capo convenga? Hai fatto sondaggi, o è come quella volta che pensavi di fare il sette per cento con la lista pazza e sei rimasto a quota zero virgola zero?

Dopodiché, non è che hai tutti i torti: quella intorno a Berlusconi non è una classe dirigente, basti pensare che tra loro alberga uno zero virgola della strategia politica come Giuliano Ferrara. Non leggono i libri e i giornali giusti: perdono ancora tempo con le versioncine malcopiate di Giuliano Ferrara. Non leggono la verità, che confligge con la smisurata vanità di primedonne tronfie come Giuliano Ferrara; non sentono il peso dell'opinione popolare, che appena vede Zero Virgola Ferrara cambia canale; quanto alle élites, c'è un grosso equivoco: credono che sia il fumoso club dei vecchietti che parlano strano, come Giuliano Ferrara. E in generale si comportano da isterici, basta vedere... quel giornalista grosso che c'è in tv, come si chiama... Ecco, io gli avrei risposto così. Meno male che non faccio lo speechwriter di Bondi. http://leonardo.blogspot.com

giovedì 6 ottobre 2011

Ma tu non sei Eugeeeeeeeeeeeeew

Più fatti, meno Ferrara

Una cosa non privata che vorrei salvare della Blogfest 2011 (a proposito, grazie!, pensavo proprio peggio) è il vicedirettore del Fatto Quotidiano, Gomez, che gela il pubblico dicendo, testuale: “abbiamo quattrocento blogger che lavorano per noi assolutamente gratis [...] speriamo che questi quattrocento diventino presto quattromila, e forse ci arriveremo a prendere anche quegli altri” [intendeva Repubblica Corriere e Stampa, gli unici siti giornalistici che vanno più forte del FQ].

In realtà l'infortunio sta tutto in un verbo, “lavorare”. Bastava che Gomez dicesse “collaborare”, e tutto sarebbe filato abbastanza liscio. Perché no, nessuno si aspetta che il Fatto paghi quattrocento o quattromila blogger per commentare i fatti del giorno. È comunque curioso che la strategia d'attacco del FQ sia aumentare i blog, questi vecchi arnesi che evidentemente però fanno rete, fanno traffico, fanno scalare posizioni in classifiche a cui gli inserzionisti danno peso, e insomma a qualche punto della filiera il blog produce soldi, anche se il volenteroso blogger del Fatto Quodiano probabilmente quei soldi non li vedrà mai, nemmeno in percentuale. Lui comunque è contento di sopperire con la libera espressione del suo ingegno ai fondi per l'editoria che il FQ non percepisce, e un po' lo capisco.

Una cosa privata che vorrei salvare della Blogfest è la sensazione di disgusto fisico provata l'indomani mattina mentre sfogliavo la Repubblica, e a un certo punto mi trovo alla pagina dei commenti, con l'animo bendisposto a leggermi il mezzo lenzuolo di Scalfari, quello in alto a destra, esatto. E tuttavia, mentre proseguivo con la lettura, mi sembrava che qualcosa non tornasse: don Eugenio mi sembrava meno serio del solito, non citava nessun dato macroeconomico, addirittura si metteva a chiacchierare con Giuliano Ferrara, gli dava del tu, cosa esecrabile, addirittura lo chiamava "mio amico Giuliano", lodava "la sua audace e bella penna", ma quando mai, aspetta... ma non stavo leggendo il fondo di Eugenio Scalfari. L'avevo pur notato, in prima pagina, che non c'era nessun fondo di Eugenio Scalfari. Stavo leggendo... mio dio! Francesco Merlo.

Capite, non è tanto Merlo in sé. Merlo si può leggere, a volte è discutibile ma non è che sia disgustoso. Ma leggere Merlo credendo di leggere don Eugenio, come posso descrivere la sensazione perturbante, heimlich/unheimlich... è come scoprire che la biondina che state spiando nella cabina dello stabilimento balneare è vostra sorella ciccia coi brufoli, ecco. E qualcosa dentro di te in quel momento si ribella, nel mio caso il cappuccino.

Il rigurgito interiore che ne consegue apre la strada a due considerazioni. (1) Eugenio Scalfari, vorrei dirlo prima che sia un po' tardi, è come l'acqua corrente: ci accorgeremo di quanto era prezioso solo quando ce lo toglieranno. Fino a quel momento continueremo a snobbarlo, ma chi vuoi che lo legga ancora fino in fondo, ecc. E invece sapete una cosa? Io. Io continuo a leggerlo fino in fondo, va bene? Per me vale ancora la pena. No, non è molto brioso, no. Certo, sa scrivere meglio di molti fighetti che ho in mente io. Di sicuro non occupa metà pagina di quotidiano per conversare con un suo "amico" lasciando il lettore quasi al buco della serratura. In realtà l'editoriale di Scalfari c'entra poco con il genere-editoriale per come si è ridotto negli ultimi vent'anni, con le opinioni precotte di adesso. Scalfari ha questa mania per i dati, vuole sempre partire da dei dati o infilarli comunque da qualche parte, poi per forza non ci sta nelle cinquemila battute che sono più che larghe per quel che deve dire un Panebianco o un Ostellino o un Mieli o un Merlo (o un blogger). Scalfari alla sua età ci tiene ancora a far vedere che le sue osservazioni sono interessanti perché osservano cose concrete, non perché le fa lui che si chiama Eugenio Scalfari. Poi i suoi calcoli li avrà sbagliati cento, mille volte, ma appunto, sono calcoli: si possono sbagliare. Gli altri non sbaglieranno mai, al massimo un anno fa mettevano Neutrino Gelmini nella lista dei ministri migliori del governo – eh, ma sono opinioni, ognuno ha le sue, per esempio sapete alle mosche cosa piace. Volete invece sapere cosa manca ai quotidiani di adesso? Non certo i blogger, anzi, sono tutti lì che ronzano attorno e non vedono l'ora. Anche gratis. Secondo me mancano coraggiosi produttori di lenzuoli alla Scalfari, che prendano dei dati interessanti, non visibili a tutti, e li usino per costruire dei ragionamenti, anche sbagliati. Però ragionamenti, ipotesi, proposte. Non opinioni. Per le opinioni, davvero, i blog bastano, avanzano, sovrabbondano.

(2) Un'altra cosa di cui secondo me i quotidiani non hanno più bisogno è di quel genere letterario in cui un giornalista cerca di convincere Giuliano Ferrara a non essere così Giuliano Ferrara: a essere un po' meno Giuliano Ferrara, a essere Ferrara in un modo un po' più ragionevole. Perché davvero, son vent'anni ormai, è un po' come il genere della pastorella per gli stilnovisti: loro volevano convincere una fanciulla a rotolarsi nel fieno, voi volete convincere una baldracca delle gioie della castità, ma la volete piantare? Ma ci spiegate una buona volta in cosa consiste l'importanza, la centralità di Giuliano Ferrara nella storia contemporanea? Ma sul serio vi piace il suo stile ampolloso a cui andava torto il collo in terza liceo? Ma sul serio Ferrara può rappresentare una categoria, per cui se riuscissi a convincere lui avrei convinto, boh, cinquecento persone in tutt'Italia? Quanti ci sono che lo leggono ancora sul Foglio senza che li costringano, e perché? E cos'è questa singolare proprietà traslucida di Giuliano Ferrara, per cui se ammetto che è intelligente, improvvisamente sembro più intelligente anch'io? Ma quindi è davvero colpa mia se il più delle volte mi sembra un buffone?

Vorrei essere più chiaro di così. Cari amici di Repubblica: ogni volta che un vostro editorialista, invece di occupare le sue colonne spiegando cose interessanti, si mette a spiegare all'amico Ferrara che non dev'essere troppo Ferrara, altri cento lettori paganti si spostano al Fatto Quotidiano. E magari aprono anche un bel blog gratis, che comunque fa traffico eccetera. Fate un po' i vostri conti.

lunedì 4 aprile 2011

Radio Ronf

Guarda che qua il problema non è mica che tu sia fazioso, chi non lo è, e poi ti pagano per questo, no? Insomma, figurati.
Non è neanche per le balle che racconti, anche se boh, forse dovresti raccontarle un po' meglio, oppure no, tutto il contrario, dovresti spararle ancora più grosse, forse, ecco, sarebbe più divertente così.
E non è neanche una questione di auditel, cioè, davvero, figurati se a uno come te facciamo una questione di auditel. Ma no.
Il problema è che sei bolso.
Ma proprio bolso bolso.
Ma bolso in una maniera che non eri stato mai.
Cosa è successo, anche a te, maledizione.


Ho una teoria #69 (perché Ferrara è diventato così noioso?) si legge sull'Unità on line, e si commenta laggiù.

Lo ammetto: fino a qualche settimana fa ero abbastanza contento che Ferrara ritornasse in Rai. Non mi aspettavo certo che riutilizzasse i vecchi arnesi di scena di Radio Londra per fare del buon approfondimento, ma speravo finalmente un po’ di spettacolo, un po’ di scintille, che il buon Minzolini, per quanto fazioso, in questi mesi ci ha fatto mancare. E invece…

Lasciamo perdere i dati Auditel.
 Non credo che nessuno né in Rai né al Foglio si aspettasse di assorbire tutta l’audience del tg e di traghettarla placidamente fino ad Affari Tuoi. Certo, è sconfortante vedere quanti decidono di cambiare canale proprio quando comincia Ferrara e di tornare sull’Uno proprio quando se ne va – però qui la notizia dove sarebbe? Ferrara non è più il divo dell’infotainment televisivo che fu a cavallo tra anni ’80 e ’90. Tanto più che il format scelto per il ritorno è forse il meno eccitante della sua carriera:Radio Londra consisteva e consiste in un sermone di cinque-otto minuti. Certo, quegli otto minuti erano più che sufficienti alla redazione del Fatto di Enzo Biagi per confezionare un approfondimento di qualità, con interviste incrociate a fonti autorevoli e tabelle coi riferimenti ai dati statistici; tanto che all’anziano giornalista non restava che chiudere la striscia con una battuta finale. Sono passati più di dieci anni e Ferrara è ancora lì che usa la tv come pulpito per la predica: di grazia se ogni tanto fa partire un filmato o ci mostra una foto sgranata. Insomma, lo spettacolo si riduce a lui. Da questo punto di vista poi Ferrara non tradirebbe, pochi in Italia sanno stare in video come lui: l’animale televisivo c’è ancora, il tempo non lo ha affatto appannato, anzi: rughe e tartaro lo hanno reso se possibile ancora più monstrum, ancora più fotogenico. Ma nemmeno Gabriel Garko in tutto il suo splendore riuscirebbe a fare da ponte tra Minzolini e il gioco dei pacchi, se il suo format fosse “cinque minuti di come la penso”. Insomma, era prevedibile e previsto che Ferrara perdesse il derby con Striscia.

Meno prevedibile era che deludesse il suo pubblico più affezionato
, ovvero i tignosi di sinistra come me. Noi che leggevamo il Foglio per il gusto di farci andare la bile di traverso, noi che dopo l’undici settembre non ci perdevamo più una puntata di Diario di Guerra e poi di Otto e Mezzo... In seguito lo abbiamo un po’ perso di vista, ma pensavamo che l’elefante non avesse perso le zanne. Sapeva sempre farci incazzare al momento giusto, e noi di incazzarci abbiamo un evidente bisogno. Ora, in una fase così critica della Storia della repubblica, il suo ritorno alla Rai partiva con i migliori auspici: poche settimane prima Ferrara aveva promosso una manifestazione in mutande contro il perbenismo della sinistra. Altro che melassa minzoliniana: intellettuali di destra in mutande, questo era pane per i nostri denti. Quando però Radio Londra ha ripreso le trasmissioni, è stata delusione fin dalla prima serata. I reattori di Fukushima minacciavano di fondersi, e lui disse che col nucleare ci voleva attenzione. Tutto qui? Tutto qui.

Non è che in seguito non abbia dato qualche zampata.
 Il giorno dopo ebbe la meravigliosa faccia tosta di sostenere che era stato Berlusconi a vendere ai giornali le foto in cui passeggia in un giardino con cinque ragazze: proprio quelle foto sgranate per le quali Berlusconi aveva denunciato il fotografo Zappadu. Qualche giorno fa, attaccandosi a un refuso di stampa, ha accusato D’Alema di aver desiderato per l’Italia altri trenta milioni di stranieri, l’equivalente di un paio di serie invasioni barbariche. Ecco, lo spunto c’era, ma lui stesso era così poco convinto di quello che stava dicendo… Del resto, sono trovate da Giuliano Ferrara, queste? Non sono piuttosto trucchi da baraccone, roba da Feltri o da Sallusti? Però almeno sono divertenti, fanno alzare un sopracciglio. Più spesso Ferrara ci fa cascare le palpebre, specie quando se la prende coi giudici, una battaglia che oltre l’entourage berlusconiano non riesce davvero ad appassionare nessuno.  (Certo, per tremila euro a serata - quasi seicento euro al minuto - potrebbe anche impegnarsi di più).

Il peggio è quando cerca di riuscire rassicurante:
 e allora va tutto bene, madama la marchesa, la nostra strategia con Gheddafi (qualunque sia, ne abbiamo cambiate due o tre) è la più ragionevole, nessuna guerra è umanitaria (specie se la fanno i francesi per fregarci le commesse) noi italiani siamo brava gente e stiamo gestendo l’emergenza profughi nel modo migliore, bravo Berlusconi ma bravo anche Napolitano. L’errore forse sta qui. Ferrara ha preso sul serio il pulpito che gli hanno dato in prima serata sul primo canale: sa di non avere i numeri per reggere una sfida Auditel, ma vorrebbe comunque costruirsi un nuovo personaggio ragionevole, rassicurante, lontano dagli eccessi della gioventù, non super partes ma nemmeno troppo fazioso, il nuovo Vespa quando quello vecchio andrà in pensione (o prenderà gusto a presentare i varietà, e perché no dopotutto). Non è un calcolo sbagliato, specie alla sua età. Dopo tutto è da quando ha fondato il Foglio che Ferrara cerca di accreditarsi come intellettuale di riferimento per una destra moderna, liberale, berlusconiana ma con stile.

Il problema – sempre quello – è che questa destra non è quasi mai esistita: 
che i berlusconiani in tutti questi anni non sono mai passati dal Giornale al Foglio, ma piuttosto dal Sole 24 Ore a Libero; che malgrado le sbandate neocon e clericali, il Foglio a destra se lo sono sempre filati in ben pochi, così come sono ben pochi gli spettatori di destra che restano sull’Uno per guardarsi Radio Londra. Chi ha continuato per tutti questi anni a credere nell’Elefantone, a sopportare il lessico polveroso dei suoi editoriali e a guardarsi Otto e Mezzo, siamo noi autolesionisti di sinistra. Ma anche noi, di un cardinale ragionevole che elogia il governo senza mai attaccare l’opposizione non sappiamo che farcene. Noi vorremmo il vecchio matto bilioso e fazioso, che rovista nella spazzatura e organizza duelli tra Sgarbi e D’Agostino.

Noi non ci siamo dimenticati il vero fenomeno-Ferrara, quello che nasce facendo tv innovativa su Rai3, poi passa a Rai2, comincia a sentirsi oppresso dall'egemonia di sinistra e s'incanaglisce, gira spot in cui rovista tra la spazzatura, conduce talk-show sul sesso, fa spettacolo del sé stesso panzone. Per noi il vero Ferrara resta quello. Non ci interessa che nel frattempo sia diventato un intellettuale, che abbia scritto libri (ma ne ha scritti? Lascerà qualcosa di culturalmente rilevante, Ferrara?) Nel bene e nel male F. è una creatura televisiva, non berlusconiana, ma guglielmiana (ma quanto ci ha dato la rai di Guglielmi, in termini di immaginario popolare, da Chi l'ha visto a Quelli che il calcio?)

I meno giovani si ricorderanno lo sbigottimento di Benigni
 in uno sketch del '94: "Berlusconi presidente? E magari Ferrara ministro?" La sorpresa di Benigni era quella di tutti noi, maggiore di quella che abbiamo provato quindici anni dopo, ormai assuefatti, di fronte a una Carfagna ministro: la strada alla Carfagna in effetti l'ha spianata lui, prima creatura televisiva a ottenere la responsabilità di un dicastero. Una volta caduto il primo governo Berlusconi ebbe tutto l'agio e lo spazio per improvvisarsi intellettuale. Non c'è niente di male in tutto questo. Magari c'è qualcosa di male in noi, che ci siamo cascati. Ferrara maître à penser, Ferrara teorico del centrodestra, Ferrara intellettuale di riferimento... Ferrara è e dovrebbe rimanere un meraviglioso basso da operetta televisiva, uno che riempie il video senza bisogno di trucco e parrucco. Alla Rai dovrebbe dare spettacolo, fare incazzare noi, che siamo il suo vero pubblico: non i berlusconiani. Loro a quell'ora hanno Striscia. 

giovedì 10 febbraio 2011

L'elefante più crudele

Heautontimorumenos

"Non c'è reazionario più implacabile dell'innovatore fallito, non c'è nemico degli elefanti selvatici più crudele dell'elefante addomesticato" (Brecht, mi pare, su Galilei).

A volte ancora mi domando, ed è una domanza oziosa come tante altre: cos'è Giuliano Ferrara? Che forma avrebbe, Giuliano Ferrara, se lo si potesse togliere dai contenitori che ha riempito, dalle nicchie che ha trovato vuote?

Adesso, per esempio riempirà una mutanda – e sappiamo che la cosa umanamente gli costerà – non gli piace esibire le proprie nudità, soffrì sinceramente l'estate che le sue chiappe chiare finirono sui giornaletti. Ma adesso il capo ha bisogno di una mutanda e la mutanda gli toccherà riempire. Lo farà, ovviamente, contro qualcuno, in questo caso i perbenisti del Palasharp e della manifestazione di sabato prossimo. Le belle anime che non amano la vita, non amano i liberi scambi di sesso e soldi e poltrone. “Non abbiamo orrore dello scambio e del denaro, ci fa senso il vostro disgusto per la bigiotteria galante di Arcore”, e quindi tutti in mutande, hanno già aderito Sallusti e Iva Zanicchi, e Pietrangelo Buttafuoco “un po' il nostro Saviano”, peccato non ci sia Banfi, poteva essere il vostro Marlon Brando.

E sì, è lo stesso Ferrara che dopodomani magari si infilerà un cilicio e si digiunerà per espiare i peccati di una generazione di scopatori abortisti. O non lo sapete che il sesso “da quando ha smesso di giocare la sua libertà con le interdizioni della natura e della cultura, da quando si è stupidamente liberato e ha perso la sua aura casta e peccaminosa, è diventato sommamente ridicolo e sempre meno efficace rispetto allo scopo, che è di fare figli in giovane età coltivando attraverso il piacere la carità e l'amore di sé che sono l'essenza del genere umano e la sua anima razionale o spirituale”... Sì, va bene, ma che c'entra, un conto è la gente normale e meccanica che dovrebbe fare sesso esclusivamente per riprodursi (“Il preservativo, la pillola e l'aborto hanno trasferito il sesso in palestra, sostituendo il labirinto del piacere, se non il dono luminoso dell'amore, con il trade mill della fitness”), un conto è il capo, potrà ben disporre come vuole delle sue tartarughine, delle sue bustarelle, delle sue poltroncine di ministero? E se le scambia per un po' di sesso, vogliamo fare i moralisti? No, Ferrara oggi ha in orrore il moralismo. Ieri invece non gli dispiaceva. Cos'è cambiato.

Potremmo sostenere, con qualche ragione, che per Ferrara il moralismo è ok finché non riguarda Silvio Berlusconi. Ma è una cattiveria inutile, io ho il sospetto che a Ferrara non freghi molto nemmeno di Berlusconi – sì, è il suo capo, sì, Silvio paga – ma non è mai stato un problema di soldi, né di potere. Ferrara è stato anche ministro ma fisicamente non ha retto lo stress, e i grossi soldi li fece al tempo in cui in Rai si strappavano contratti miliardari. In un certo senso Ferrara è in pensione da più di dieci anni, il Foglio è uno di quei negozietti a perdere che aprivano le professoresse in pensione, le baby pensionate del servizio pubblico; l'investimento iniziale ce lo mette il marito, così la signora sta un po' fuori di casa mentre lui si porta dentro le escort. Questo per dire che Ferrara non è del manipolo di disperati che non hanno altra scelta che seguire Berlusconi fino alla fine. Non è nemmeno di quel gruppo di professionisti delusi, che salirono sul carro B sinceramente convinti di poter dare il loro apporto nella rivoluzione liberale, giornalisti avvocati economisti che che dopo una dozzina d'anni si ritrovano scavalcati da veline letterine meteorine, e la cosa li scandalizza. In realtà Ferrara potrebbe mollare il capo in qualsiasi momento; varie volte ha minacciato di farlo; qualche volta sembrava davvero che lo avesse fatto. Se alla fine non ci riesce mai, non è per fedeltà o per convenienza. È solo per far rabbia a noi.

Tutto qui? Sì, davvero, probabilmente è tutto qui. Ferrara è solo un calco in negativo delle nostre passioni. Nel novembre del 2001 – le ceneri del World Trade Center erano ancora calde – il movimento che aveva sperimentato la repressione di Genova sfilò per la prima volta a Roma contro la guerra di Bush. Nei mesi successivi ci sarebbero state altre oceaniche marce ad Assisi e di nuovo a Roma. Ferrara era a piazza del Popolo, con alcuni suoi amici e un po' di bandierine di Israele. Ma gliene è mai fregato veramente qualcosa di Israele, a Giuliano Ferrara? Non è la stella di David un po' come la mutanda, una cosa che ci agita davanti perché si è accorto che ci dà fastidio? Ai tempi in cui ci piaceva far sesso senza procreare, lui indossava il cilicio e ci esortava a smettere quella ginnastica impura. Ora, di fronte alla ginnastica un po' ossessiva di SB, ci riscopriamo un po' bacchettoni, e Ferrara è pronto a mettersi in mutande. Quindi alla fine cos'è il sesso per Ferrara? Non si sa, è una domanda inutile: non avendo alcuna forma, a Ferrara non resta che riempire quelle che trova, e sono sempre i calchi in negativo delle nostre. In fondo non ha senso neanche rimproverargli la scarsa coerenza, lui non fa che intonare il controcanto alla nostra. Antiabortista quando facevamo quadrato sulla 194; pro-life quando chiedevamo rispetto per la signora Englaro; clericale ateo tra gli anticlericali, sionista gentile tra gli antisionisti, libertino asessuato tra i bacchettoni, Ferrara in realtà è sempre in mezzo a noi. Non c'entra molto con la stampa di destra, quella vera, con Feltri Sallusti o perfino Signorini. In realtà il Foglio è la cosa più radical chic che si possa leggere nelle edicole italiane, solo che va letto in negativo.

In un romanzo per il resto non molto riuscito, Giancarlo De Cataldo immagina il disappunto di un opinionista di assalto ex comunista nei giorni della caduta di Craxi. “Attraversato il pensiero di aver commesso, nell'abbandonare il partito, una colossale castroneria, valutò i possibili esiti di un cambio di squadra. Poteva prendersi una mesata sabbatica, cominciare a limare i toni dei suoi editoriali, e poi lanciare in grande stile l'operazione riallineamento. “Ho sbagliato, compagni, non dovevo andarmene, eccomi qua, sono tornato”. I compagni erano abbastanza idioti da credere al pentimento. Ma anche anche abbastanza astiosi da fargliela pagare a caro prezzo. Dunque non aveva altra scelta che continuare a combattere”. È come se Ferrara continuasse a scontare, con gli anni, un errore di calcolo: qualsiasi cosa sarebbe stata meno umiliante di ammettere i suoi errori e tornare indietro. Qualsiasi cosa. E così, mentre Gianfranco Fini diventa un eroe della sinistra, Giuliano Ferrara si ritrova al Teatro del Verme in mutande, un autodafè che nessuno gli ha chiesto, l'ennesima umiliazione che si infligge da solo. Come quando tirò le uova su Benigni, non perché gli dispiacesse Benigni, ma tutti a sinistra lo amavano e in mezzo a tanta grigia unanimità ci voleva pure qualcuno nella parte del severo censore; Ferrara è così: se c'è bisogno del cattivo, del fariseo, del basso del melodramma, lui si sobbarca, senza risparmio: mette in gioco l'unico corpo che ha, ed è un corpo complicato, difficile da gestire. Mettersi in mutande gli costerà qualcosa, ma sa che ne vale la pena, che anche stavolta riuscirà a farci voltare la testa. Come fa a saperlo – è facile: ne soffrirà per primo lui, e lui non ha mai smesso di essere uno di noi. L'elefante più crudele di tutti.

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