Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi. Noi no. Donate all'UNRWA.
Visualizzazione post con etichetta cultura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cultura. Mostra tutti i post

giovedì 27 luglio 2023

All'ombra dei lanzichenecchi in fiore

Non so se funziona anche fuori dai social, ma dentro quelli che frequento io si parla solo dell'avventura ferroviaria di Alain Elkann. Probabilmente andrà avanti così ancora per qualche giorno perché effettivamente da qualche parte doveva scoppiare quella bolla d'aria che è diventata Repubblica, e in generale i quotidiani 'autorevoli', e la cultura autopercepita che esprimono; poteva succedere in qualsiasi momento e con qualsiasi intervento, ma ha un senso che sia successo su un treno, mentre tutti partiamo per le vacanze, e a causa del padre del proprietario. È una storia insignificante, eppure dice tutto; ogni giorno si arricchisce di dettagli ancora meno significanti e ancora più eloquenti: il Comitato di redazione che prende le distanze, il Direttore che non pubblica la lettera del Comitato, il paginone culturale di due giorni dopo che ci spiega che Elkann è uno Scrittore, visto che non lo sapevamo, e il mio preferito fin qui è il tizio che esordisce scrivendo "vorrei fare il mestiere di critico che mi ha procurato una cattedra negli Stati Uniti", perché è professore emerito all'Università della Pennsylvania, mentre sulla pagina di Wikipedia silenziosa scompare l'informazione che anche Alain Elkann collaborava con la stessa università. E così via. 

Mi piacerebbe anche capire perché Dall-e,
se gli chiedi un Renoir, ti dipinge un Cezanne.

Ma insomma ne stanno parlando tutti, quindi cosa aggiungere? No, è che tra tante variazioni sul tema non ho ancora trovato qualcuno che si ponga il problema: chi sarebbe, Marcel, in quello scompartimento?

Marcel sarebbe un ragazzo seduto due file più al centro, un po' ubriaco perché qualcuno gli ha detto che un drink prima del viaggio ti risolve l'agorafobia ferroviaria, e allora ne ha presi due. A un certo punto ha scambiato sedile col suo amico Bloch (che continuava a prospettargli inverosimili avventure "al night") perché nel variopinto afrore dello scompartimento ha captato una chiara nota di muffa che gli ricorda uno scantinato del Bois de Boulogne, e ha capito che proviene dalla borsa o dagli indumenti di lino stazzonato di quel signore un po' fuori dal mondo che dal sedile su cui era prima appollaiato Bloch si può contemplare in tutto il suo appannato splendore. Ha le cuffiette perché finge di ascoltare una playlist di mauvaise musique, sperando che il tizio si lasci sfuggire una frase, un discorso, qualche considerazione sui bei tempi andati o sull'arte. Desidererebbe portarselo a casa, presentarlo alla nonna, ma sa che è una fantasia assurda – meno assurda è quella di vincere la timidezza, presentarsi con qualche pretesto, farsi introdurre in qualche atrio muscoso in cui vivrà con creature a lui simili che Marcel ora arderebbe dalla voglia d'incontrare – ma è anche vero che al Lido Hotel Bikini di Vieste ci stanno la Cicci e la Frenci e Bloch sostiene di potergliele presentare entro il tramonto.


martedì 26 giugno 2018

Che cultura ti fai col bonus cultura

[Questo pezzo è apparso ieri su TheVision]. C’è stato un mattino, sulla fine della primavera, in cui i nati nel 2000 e nel 2001 si sono svegliati con 500 euro in meno. Il Consiglio di Stato si era appena accorto che il governo Gentiloni non aveva lasciato scritto dove avrebbe preso i 200 milioni di copertura necessari; il neoministro Bonisoli, bocconiano di area 5Stelle, ha pensato bene di farsi conoscere al grande pubblico con una dichiarazione roboante e piuttosto maldestra: facciamo venire la fame di cultura ai giovani, rinuncino a un paio di scarpe. Ben fatto ministro Bonisoli, ora tutti immaginiamo i tuoi figli calzati con scarpe da 500 euro.


Persino in questa fase di luna di miele, in cui gli esponenti del nuovo governo raccolgono applausi anche quando suggeriscono schedature su base razziale, l’uscita di Bonisoli deve essere stata giudicata disastrosa se nel giro di 48 ore ha dovuto rimangiarsela: da qualche parte i 200 milioni sono stati trovati, il bonus ci sarà anche nel 2019. In commissione cultura i senatori 5Stelle non hanno smesso di borbottare: è solo una mossa elettorale, se davvero si tratta di promuovere la cultura tra i giovani ci vorrebbe qualcosa di più strutturale. Sagge parole che non costano nulla: senz’altro si può fare qualcosa di più “strutturale” che infilare 500 euro in tasca ai 18enni (con l’obbligo di spenderli in sei mesi), ma cosa?


Bisognerebbe fare un ragionamento più ampio sul concetto di cultura; servono idee, serve tempo. Cinque anni fa Matteo Renzi non ne aveva: doveva svecchiare l’immagine della sinistra e ampliare il suo bacino elettorale in tempi brevissimi. I bonus un po’ a pioggia, ai giovani, ai docenti, agli impiegati, non erano una misura né strutturale né elegante, ma facevano notizia e all’inizio sembravano funzionare. Oggi il M5S, ancora impegnato in una delicata campagna per i ballottaggi, non si trova in una situazione così diversa: per gareggiare con le sparate quotidiane di Salvini non può permettersi di scoprirsi su nessun fronte; se la cultura giovanile non è la sua priorità, Di Maio non può nemmeno rischiare di passare per il politico che ha tolto ai diciottenni 500 euro di libri, o addirittura di scarpe – Bonisoli, ma che ti ha detto il cervello? Proporre ai 18enni di fare a meno delle scarpe. Maria Antonietta in confronto con quella cosa della brioches fu una grande comunicatrice (in realtà non disse mai quella cosa delle brioches. L’ho scoperto su Wikipedia).


Insomma il bonus elettorale resta, e la discussione su cosa sia la cultura e su quale sia il modo migliore di promuoverla è rimandata a data da destinarsi. Se vi va possiamo cominciarla qua sotto, gratis. Partirei da un’osservazione empirica: a 18 anni, non so voi, ma io non è che ne capissi molto in generale. Ero un coglione. In altri Paesi europei mi avrebbero aiutato a uscire di casa o a trovare un lavoro; ma se mi avessero infilato in tasca 500 euro e mi avessero costretto a spenderli in “cultura”, li avrei spesi in stronzate. Per fortuna nessuno si era già fatto venire questa buffa idea. E siccome avevo comunque fame di “cultura”, qualsiasi cosa fosse, mi avreste trovato spesso in biblioteca. Nelle città in cui mi è capitato di vivere ce ne sono di meravigliose: le amministrazioni di sinistra in particolare ci hanno investito, aggiungendo al tradizionale prestito dei libri anche quello di CD e DVD originali (tutti con la loro brava scritta “proibito il noleggio”). Ho una grande nostalgia per i miei pomeriggi di ozio in quegli ambienti luminosi e tranquilli, ma mi domando se non rischio davvero di sembrare quel tipo di persona che cerca di infilare il gettone telefonico nell’Iphone, una volta Renzi li descriveva così. Che senso ha insistere su un luogo fisico, ancorché pubblico, oggi che la cultura tende a smaterializzarsi – noleggiare CD e DVD, nell’era di Spotify e Netflix? Un’app che produce voucher è meno scenografica di una biblioteca, ma forse è più adatta ai tempi, così come uno smartphone è più comodo di una cabina telefonica (continua su TheVision).






Le biblioteche e il bonus18 hanno una cosa in comune: sembrano aperte a tutti, meravigliosamente interclassiste. Tutti possono entrare in biblioteca – e però certa gente non ci entrerà mai; tutti i 18enni hanno diritto al bonus – ma molti non l’hanno usato e forse non ci si aspettava nemmeno che lo usassero, visto che il governo uscente non ne aveva previsto la copertura. C’è una specie di selezione invisibile all’ingresso: per entrare in una biblioteca fisica devi sapere che esiste, che hai il diritto di entrarci e prendere in prestito i contenuti che preferisci senza pagarli, basta compilare un foglio con i tuoi dati e farti dare “la tessera della biblioteca”. Per usare il bonus18 devi sapere che ne hai il diritto, ti serve uno smartphone e devi sapere come si scarica e si usa l’app. Sembra di una semplicità imbarazzante, oggi lo smartphone ce l’hanno pure i migranti sui barconi, si sa. Eppure, a febbraio del 2017 ancora metà degli aventi diritto non si era registrata. Difficile immaginare che più di duecentomila diciottenni abbiano rinunciato a 500 euro per odio a Renzi e alle sue politiche culturali.

Quando la procedura burocratica passa per il sito del Miur o per Poste.it, non i due siti più user friendly dell’universo, come praticamente tutti i siti legati in qualche modo allo Stato, tutto diventa molto complicato, anche per i nativi digitali. A questo si aggiunge il problema del divario digitale tra i fruitori e il mondo che li circonda: i 500 euro saranno più facilmente percepiti dai giovani che vivono nei centri meglio connessi e serviti, chi vive in un piccolo paese in provincia, lontano da questi centri, non solo potrebbe avere più difficoltà a ottenerli – come il rapporto sulle credenziali SPID nella regione Toscana lascerebbe intuire – ma faticherà di più a trovare negozi che accettino i voucher. Non è così strano che tra gli articoli più venduti col bonus18 ci siano i manuali universitari, ma ecco: se si trattava di aiutare i giovani universitari, tanto valeva investire in borse di studio.

Anche nelle biblioteche, alla fine, trovi utenti diversi su piani diversi. C’è chi al terzo piano cerca documenti per una tesi di laurea e c’è chi alle postazioni internet a piano terra gioca a World of Warcraft. Il bonus18 per ora non contempla videogiochi e nemmeno tablet (qualcuno se ne lamenta), ma mantiene un’accezione molto vasta di cultura: concerti, mostre, qualsiasi tipo di libro (fumetti e saghe per young adult e coming of age sono i generi più apprezzati, subito dopo ai libri universitari), con qualche esclusione che sembra dettata dal capriccio e invece spesso dipende dalla scelta delle piattaforme: va bene qualsiasi DVD, ma Netflix no, non è convenzionata. Spotify invece sì. Del resto il bonus non serve soltanto a conquistare il cuore dei giovani: è anche una misura concreta di sostegno del mercato editoriale, che tuttora ringrazia. Più gli editori che i librai, non tutti pronti ad accettare l’innovazione dei voucher. Amazon, come sempre, è pronta ad approfittarne, anche e soprattutto in regioni “periferiche” come Sardegna, Basilicata e Abruzzo.

Nel bene e nel male, il bonus18 è una tipica invenzione del periodo renziano che ci dice molto sulla classe dirigente che lo ha ideato. È come se per il Pd di governo l’uguaglianza non fosse un progetto, ma un dato di fatto: tutti i giovani sono già uguali, indifferentemente dal reddito dei genitori, dalle scuole che possono permettersi di frequentare, dalle coordinate geografiche e sociali. Per Salvini tutti, ricchi e poveri, dovrebbero pagare la stessa aliquota; per Renzi tutti, ricchi e poveri, hanno diritto a 500 euro da spendere in libri e concerti. Io a 18 anni forse non avevo capito tante cose però mi ero accorto che la cultura letteraria è in assoluto la meno classista. I classici della letteratura sono una commodity, la qualità è inversamente proporzionale al prezzo di copertina, i romanzi di Marcel Proust costano meno dell’ultima saga fantasy con copertina rigida; con dieci euro ti porti a casa quindici pagine di avventure di supereroi a colori o tutte le opere di Franz Kafka – sempre se proprio non vuoi leggertele gratis in biblioteca o avere l’ansia della scadenza del prestito. I carmi non danno il pane, lo sapevano già i latini: in compenso te ne tolgono pochissimo, è la passione meno costosa che un giovane possa alimentare. Se molti optano per passioni economicamente più disastrose, non è sempre e solo per scarsa inclinazione, o per un pregiudizio anticulturale che pure esiste: c’è anche gente che non legge perché nessuno ha provato mai a mettergli davanti un libro, o perché si è convinta che sia una cosa difficile; o perché si annoia a sfogliare 50 sfumature di grigio e non sa che Ernest Hemingway le darebbe più soddisfazioni. Anche un buono da 500 euro non cambia più di tanto le cose, se nessuno ti sa suggerire come spenderlo.Ernest Hemingway

Se invece di restare al piano terra della mia biblioteca io sono salito di piano in piano, se mi sono fatto una cultura, non è stato grazie alla mia estrazione sociale o ai soldi dei miei genitori (in libri ho speso abbastanza poco, alla fine). La prima volta che ci sono entrato sapevo già dove volevo andare. Avevo una mappa, non troppo complicata all’inizio, ma precisa. Non me l’ero fatta da solo, non me l’aveva data la mia famiglia. Me l’avevano data a scuola. Ancora oggi, però, se mi chiedessero come si fa a promuovere la cultura presso i giovani avrei un attimo di smarrimento. Non sono nemmeno sicuro di sapere cosa sia questa cultura di cui tutti parlano, e se sia opportuno promuoverla tutta, dai libri di Federico Moccia ai manuali di filatelia. Negli ultimi dieci anni, m’imbarazzo a dirlo, la maggior parte delle nozioni le ho imparate e ripassate su Wikipedia: forse allora il bonus dovremmo devolverlo alla Wiki Foundation e basta. Ma se ho imparato a orientarmi su Wikipedia, e in generale su Internet, e nelle biblioteche, e nel mondo, è perché sono andato a scuola, e a scuola ho letto buoni libri e ho avuto buoni insegnanti. Così, se mi chiedessero dove piazzare 200 milioni di euro per promuovere la cultura, io alla fine risponderei: usateli per rendere gratuiti i libri scolastici fino alla maturità, e se ne avanzano per la formazione per gli insegnanti. Ovvero, dateli a me, che sono un insegnante. Ma certo, se fossi un politico avrei altre priorità, soprattutto se avessi una campagna elettorale ogni tre mesi.

giovedì 18 febbraio 2016

I licei classici non sono abbastanza inutili?

Qualche giorno fa Matteo Renzi ha terminato una lectio magistralis in un'università argentina attribuendo una poesiola da bacio perugina al più famoso scrittore argentino di tutti i tempi, che è Jorge Luis Borges - l'inventore della Biblioteca di Babele. Per fare una proporzione, è come se un argentino ospite della Sapienza, volendosi congedare con un omaggio al nostro più grande poeta, se ne uscisse con "amore vuol dire non dover mai dire mi dispiace" (Dante Alighieri).

Nell'universo che alcuni chiamano Biblioteca di Babele esistono tutti i libri possibili. Tutte le combinazioni di libri di 410 pagine - ogni pagina 40 righe di 40 caratteri. Ci sono tutti i libri che mi piacerebbe scrivere e a voi non piacerebbe leggere; c'è il vangelo tale e quale l'edizione che avete in casa ma con la parola "lavandino" al posto di "Regno dei Cieli". C'è un'edizione dei promessi sposi in cui Lucia scappa con Don Rodrigo e a pagina venti comincia una spiegazione della relatività ristretta che è sbagliata, o forse no. C'è l'autentica spiegazione della vostra vita, con la descrizione veridica della vostra morte - ma è in mezzo ad altri volumi che la smentiscono, che cambiano alcuni dettagli inquietanti, che presentano tutto sotto una luce diversa, come fare a distinguerli. C'è il catalogo della biblioteca e c'è il senso della vita - e il secondo volume della Poetica di Aristotele, composto interamente di virgole. C'è un libro in cui Voltaire dà la vita affinché Rousseau possa esprimere la sua opinione, che è "mort ai ro.dodendrr,rr". Un libro in cui Einstein si preoccupa della sorte delle api, un altro in cui Neruda lentamente muore, e persino un libro (anzi ce ne sono milioni) in cui la poesia che Renzi ha attribuito a Borges è davvero di Borges. Purtroppo questo avviene in un altro universo.

Che poi si sa come vanno queste cose, no? Devi andare in Argentina, chiedi ai tuoi di farti un discorso sull'Argentina, loro googlano "poeti argentini" e trovano "Borges"; googlano "citazioni di Borges"... cioè alla fine è sempre colpa di google, dai. Al limite di Wikipedia. Non varrebbe neanche la pena di parlarne. Senonché ero già irritato per quella roba che aveva scritto Galimberti, l'ennesimo peana sulla fine del liceo classico e quindi della cultura, perché pare proprio non si dia cultura senza liceo classico.

Altri hanno già parlato a sufficienza di quanto sia in realtà angusta e piuttosto retroborghese l'idea di cultura di Galimberti - che infatti non riesce a non includere un feticcio ormai residuale, il "teatro": tra le attività che secondo lui sono cultura e distinguono l'uomo dalla "bestia" non c'è la capacità di percepire e misurare le onde gravitazionali attraverso un interferometro, ma c'è il "teatro": se vai a teatro sei un uomo, se stai in casa e guardi Superquark non è detto.

Per Galimberti è Cultura.
Posso andarci col buono per l'aggiornamento culturale.
Son passati sette anni da quando Baricco propose di chiuderli, i teatri - cioè no: proponeva di tagliare i fondi statali e destinarli alle scuole, più o meno la stessa cosa - son passati dieci anni e in banca mi è arrivato un buono di 500 euro per il mio aggiornamento "culturale", che posso utilizzare sia per frequentare corsi d'aggiornamento, sia per andare al cinema o... a teatro. Pensateci bene: per il ministero è la stessa cosa se studio didattica o se vado a vedere i Legnanesi.

Ché poi a me andare a teatro è sempre piaciuto: ma questa idea che qualsiasi cosa vi avvenga sia "cultura" e meriti di essere salvata, finanziata... è un'idea che avrebbe fatto girare la testa i buoni borghesi di un secolo fa, che a teatro ci andavano per tirare i pomodori ai futuristi e guardare le gambe delle ballerine. Galimberti è più trombone di loro, Galimberti scambia perline per gioielli, qualsiasi cazzata per Galimberti diventa importante se si recita su un palco col sipario rosso. È il guardiano di un museo che non capisce, spolvera gli estintori ed è convinto che siano oggetti di valore inestimabile, la gente passa e non si cura delle loro rotondità sgargianti ma non è colpa loro: è che non hanno fatto il Classico, son bestie.

E allora Matteo Renzi? Uscito con 60/60 dal prestigioso Liceo classico Dante, Matteo Renzi che non trova un finale per un discorso e googla "Jorge Luis Borges citazioni"... Renzi e Galimberti dovrebbero essere due prodotti della migliore istruzione italiana, quella che produce esseri Umani, no scimmie chine sui calcolatori e gli interferometri: gente che s'intende di tutto ciò che è umano, e quindi anche di umane lettere. Com'è che invece Galimberti non sa distinguere la filosofia dalla lamentazione di un pensionato su una panchina? Un intellettuale in una società di massa da una jeune fille che studia lettere antiche per passatempo in attesa di fidanzarsi con un buon partito che la manterrà per il resto dei suoi giorni? E com'è che Renzi non sa distinguere un pensiero di Borges da un incarto di cioccolatino? Non dico che debbano servire a trovare un lavoro, questi studi classici: ma almeno a "studiare i classici", appunto. I testi perdio, cosa avete fatto in cinque anni se non sapete distinguere Borges da un cioccolatino, Benjamin da una portinaia. Chiunque abbia letto anche solo un libriccino di Borges, se ne può ben rendere conto che Borges non scriveva banalità sull'amicizia. Chiunque abbia letto un solo testo degli autori che Galimberti cita con rimpianto - Marcuse, Foucault - come fa anche solo per un istante a concepire una scemenza pseudoromantica come il "mondo del lavoro" contrapposto al "mondo della vita"?

Cioè forse abbiamo sbagliato tutto - forse il problema non è che il liceo classico sia inutile, ma che non sia abbastanza inutile. Non produce filosofi, ma imbecilli che scambiano soprammobili Biedermeier per statue di Prassitele. Non produce filologi, ma praticoni anche abbastanza astuti, che magari ti diventano presidenti del consiglio, ma non sanno chi è Borges. Con tutto che non sono affatto sicuro che sia utile sapere chi è Borges. Ma chiedi a un matematico, lo sanno tutti chi è Borges.

mercoledì 23 settembre 2015

L'estate che verrà (coi suoi scontrini)

Buongiorno, mi chiamo Leonardo e non tutti sanno che ho il dono della profezia. Fu Apollo, una sera che aveva bevuto. Premesso ciò, vi vado a illustrare cosa succederà nel luglio 2016, quando molti miei colleghi insegnanti, dopo aver liquidato i loro studenti, cominceranno a raccogliere gli scontrini per la rendicontazione delle spese di formazione, ai sensi del comma 4 dell'articolo boh del decreto legge che Renzi ha firmato ieri.

E si accorgeranno che i conti non tornano.

Perché magari nove mesi prima la volontà c'era, si erano anche preparati il cassettino, la bustina, il salvadanaio, un posto dove infilare i bigliettini, ma poi c'erano altre incombenze, e gli scrutini, e gli esami, e bisognava anche prenotare per le vacanze, e insomma bisogna tirar fuori 500 euro di spese culturali, cosa ci mettiamo? I biglietti del cinema vanno bene? Che tipo di film? La Pixar è una risorsa educativa? Più o meno di Wim Wenders? Porcaputtana l'avevo ancora in tasca e mi si è sbiadito.

E cominceranno a lamentarsi su facebook.

Non più di quanto si lamenti qualsiasi altra categoria - si lamentano tutti su facebook, perlomeno tutti gli italofoni. Ci si lamenta del tempo, del boss, della salute, delle tasse, del partner se c'è, se non c'è della sua mancanza, ci si lamenta dei figli e del loro discutibile gusto in fatto di cartoni animati. Ci si lamenta di ogni cosa e tra un anno ci si lamenterà di questa legge assurda che ci chiede di tenere 500€ di consumi "culturali" - i biglietti di teatro sì - e i biglietti del treno per andare a teatro? E tanti altri Problemi da primo mondo, ansietà da classe medio-agiata, mentre la fuori c'è chi lotta per la terza settimana, o per tenersi a galla quando si rovescia il barcone.

E ci faremo la figura dei figli viziati, che si stufano a rendicontare la paghetta.

Ma sarà solo l'inizio.

Perché intanto sarà arrivato il torrido agosto, e gli ombrelloni reclameranno il loro tributo di ariose chiacchiere da spiaggia, e chi rimane in città a fare il giornalista (o a fare finta di) dovrà pure dar loro in pasto qualcosa. E noi saremo lì, belli maturi, pronti a cascare nella prima trappola. Così che a Roma, o Milano, o in qualche altra città, prima o poi un cronista qualsiasi metterà davanti un microfono a un insegnante convinto di farci pure una bella figura, mentre si lamenta che questo Ministero che vuole guardare come spendi i tuoi soldi è, boh, ficcanaso? Degno di un regime totalitario? Con un po' di sforzo qualcuno che la spara così grossa lo trovi. In fondo siamo centinaia di migliaia, tutti scazzati mentre mettiamo in fila gli scontrini - qualcuno che sbrocchi lo trovi, è statistica.

Oppure il furbacchione. Quello che si crede brillante mentre spiega di aver rendicontato 500€ in libri a una Feltrinelli, per farseli permutare il giorno dopo in giochi per la playstation. (Che peraltro tra un premio Strega di quelli che danno via oggi e un Grand Theft Auto, qualche dubbio su chi trasudi più cultura potremmo farcelo).

Però alla fine, davvero, io punterei sul coglione che dirà "TOTALITARIO". E sarà subito tormentone dell'estate. Come successe nella torrida estate del 2015, quando tutti sotto l'ombrellone cantavano, vi ricordate? "DEPORTAZIONE". Che hit fenomenale. Che modo fantastico ed economico di sputtanare una categoria di cui fanno persone che ogni anno cambiano sedi a centinaia di km di distanza, affrontando spese ingenti per un tozzo di pane - e poi un giorno ne intervisti una che dice: "DEPORTAZIONE", et voilà, son tutti figli di papà e mammà che pretendono di insegnare sottocasa.

Nel baccano che ne seguirà ci sarà pure qualcuno che proverà a spiegare che tutto sommato ci troviamo davanti a un ridicolo aumento salariale (500€ all'anno, signori, fa 40 al mese), truccato da grande misura per la formazione della classe docente. Classe docente a cui è proposto di spendere i soldi in corsi di formazione o in cofanetti dvd di Guerre Stellari: per il ministero non dovrebbe fare nessuna differenza, il che tradisce una concezione non so quanto gentiliana e quanto semplicemente paracula. Qualcuno ci sarà, che prova a discuterne in questi termini.

Ma non ci farà caso nessuno, staranno tutti ridendo, ahah, sul giornale c'è un prof che si è stancato di raccogliere gli scontrini e si lamenta dello Stato TOTALITARIO.

Quel che fu la brioche per Maria Antonietta - non la disse mai, quella frase, sapete. Gliela confezionarono su misura i suoi nemici. Fu molto più efficace della ghigliottina.

Ciao a tutti, mi chiamo Leonardo e quella sera, se vogliamo dirla tutta, Apollo ci stava a provare. Mi guardava con quell'occhio, sapete, io poi da giovane ero un tipo. Ti offro il dono della profezia, mi disse a un certo punto, e già sbavava sul bancone, puzzava di nettare rancido. Grazie ma domattina mi alzo presto ho un'interrogazione. E va bene disse lui, sai che ti dico? Il dono non posso ritirartelo, ma ci metto una giunta: farai solo profezie di merda. Grazie, grazie, potente dio, delfico Apollo.

sabato 19 settembre 2015

Qui è tutto un museo - le assemblee le fate a casa vostra

Nell'estate del 2013 l'allora sindaco Matteo Renzi fu protagonista di una pretestuosa polemichetta, allorquando si seppe che aveva concesso alla Ferrari l'uso del Ponte Vecchio per una festa privata. I poveri turisti giunti a Firenze il 29 giugno dovettero trovare qualche altra attrazione - in città per fortuna non ne mancano. Ai poveracci che già allora non trovavano argomenti più interessanti per criticarlo, Renzi fece presente che il ponte era stato chiuso appena per tre ore (in realtà 16 e mezza); non era nemmeno la prima volta (sì, però nelle altre occasioni si poteva almeno entrare con un biglietto, quella volta no: solo su invito di Montezemolo); che in quel modo aveva recuperato 120.000 euro (eppure Montezemolo per l'occupazione del suolo ne sborsò appena 2.489; altri li versò sotto forma di sponsorizzazioni, ma la cifra di 120.000 appare abbastanza esagerata).

È passato qualche tempo.


Ieri il presidente del consiglio dei ministri Matteo Renzi ha scoperto che la cultura italiana è ostaggio di forze avverse in Italia - pare che si tratti di sindacalisti. Santo cielo, che avran combinato quei diabolici nemici dell'ordine e del progresso? La mente vacilla: pare che in seguito a una triste storia di straordinari non pagati, i rappresentanti del personale del Colosseo (non sindacalisti di professione) si siano permessi, ai sensi dell'articolo 20 dello Statuto dei Lavoratori, di convocare un'assemblea in orario di lavoro. Avete capito bene: per tre ore, per ben tre ore, ieri mattina il Colosseo è rimasto chiuso. I poveri turisti venuti da tutto il mondo hanno dovuto ripiegare su altri monumenti - purtroppo come è noto lì in giro non c'è niente per miglia e miglia, solo colline e greggi e paludi fino al raccordo anulare. Una tale vergogna sarebbe mai potuta succedere in altri Paesi? Certo che no.

Grazie a Erik



A parte forse in Francia, ma che c'entra, quelli sono bolscevichi. Ma immaginatevi una cosa del genere nel mondo anglosassone.

Grazie a Chamberlain

Vabbe' comunque da oggi i musei sono servizi essenziali: grazie a un illuminato decreto del Consiglio dei Ministri, non sarà più possibile convocare assemblee in orario di lavoro. L'onore dell'Italia è salvo. Il ministro Franceschini si è affrettato a spiegare che il decreto vale per pubblico e privato, così a questo punto io se fossi Montezemolo trasformerei l'azienda Ferrari in un museo: tanto i turisti li attira già... e se ai dipendenti riesci a togliere qualche altro diritto, è sempre una gran soddisfazione. 

Ps: per Scalfarotto, manco a dirlo, i lavoratori che stanno chiedendo da mesi i soldi degli straordinari sono pazzi, scriteriati e irresponsabili - hanno indetto un'Assemblea senza notificarlo al New York Times.


Grazie a Mazzetta
Vi rendete conto?

sabato 23 maggio 2015

La Card di Lodoli, la sconfitta di Baricco

È come se per Lodoli il prof migliore non fosse quello che si aggiorna professionalmente, bensì colui che nutre la sua mente con libri e spettacoli teatrali. Occorre perciò sollecitarlo in tal senso, corrispondendogli parte del salario in sconti su libri e biglietti e non in denaro (col quale rischia di saldare insulse bollette, invece di elevarsi sul piano culturale). Più che un premio agli insegnanti, la card sembra un’idea per assicurare un indotto minimo a scrittori e teatranti. Lodoli al mattino insegna e la sera scrive e forse pensa: non sarebbe un mondo migliore se i miei colleghi al mattino insegnassero e la sera mi leggessero?

Mi spiace che alla corte di Renzi abbia vinto lui e perso Baricco, pur così applaudito alla Leopolda. Non per il valore letterario, ma perché B. vedeva il problema in modo diametralmente opposto, e un giorno osò scriverlo: basta aiuti al teatro, investiamo tutto nella scuola e nella tv. Inutile foraggiare prodotti culturali di nicchia, se a scuola alleviamo analfabeti; il teatro rinascerà quando e se scuola e tv produrranno cittadini in grado di apprezzarlo. Mi pareva l’unica proposta logica, ma alla Leopolda Baricco non la portò (non ne ebbe il coraggio?) Ha vinto il modello-Lodoli, che insiste a vedere nella classe docente non un insieme di lavoratori che deve adeguarsi a determinati standard professionali, bensì una casta intellettuale che celebra la propria identità andando a teatro, leggendo libri: “cultura”, insomma in senso antropologico.

giovedì 17 aprile 2014

Il giglio dei Mohawk

La cresta che in italiano chiamiamo "moicana", in realtà è mohawk. I moicani erano loro nemici e avevano i capelli lunghi.
17 aprile - Santa Kateri Tekakwitha (1656-1680), vergine mohawk

Di solito gli irochesi attaccano su due fronti; accerchiano il villaggio; uccidono i guerrieri feriti, gli anziani, i bambini troppo piccoli e in generale chi non reggerebbe la fatica di un lungo viaggio a piedi. Ai restanti prigionieri viene tagliato un dito a scopo di identificazione; nel frattempo un messaggero viene mandato al villaggio per avvertire che la piccola guerra è andata bene. Lungo il cammino i prigionieri che cadono vengono terminati rapidamente a colpi d'ascia e abbandonati insepolti. Quando finalmente arrivano al villaggio, una piccola folla si fa avanti per percuoterli un po'. Vengono spogliati e torturati con più professionalità dalle donne, specie le più anziane ed esperte. A questo punto venivano nutriti e potevano riposare; quindi erano fortemente invitati a danzare in cerchio mentre il consiglio del villaggio deliberava sul loro destino. I nuclei famigliari che avevano avuto un lutto recente avevano la facoltà di adottare uno dei prigionieri, che in caso contrario veniva ulteriormente torturato, ucciso e parzialmente mangiato. Il prigioniero adottato diventava membro della famiglia a tutti gli effetti, e dalla sua disponibilità a impersonare il parente precedente morto in guerra o in malattia dipendeva la sua sopravvivenza: se non riusciva a integrarsi poteva essere ucciso anche dopo qualche anno. Anche la madre di Kateri Tekakwitha divenne mohawk in questo modo, quando era bambina. Di nascita era algonchina, di una tribù cattolica e filofrancese; gli irochesi (di cui i mohawk facevano parte) in questa fase acquistavano armi da olandesi e inglesi, e attaccavano i francesi che si ostinavano a comprare pelli di castoro da altri popoli.

Le "longhouse" irochesi, condomini plurifamigliari (anche la Conferazione delle Sei Nazioni era concepita come una longhouse; i mohawk guardavano la porta orientale).
Gli irochesi erano tutto meno che un popolo in simbiosi con la natura. Giunti da sud nel medioevo, miravano a diventare la potenza egemone di tutta la zona tra i Grandi Laghi e il Mississippi che in alcune mappe europee si chiamava invece Nuova Francia. La loro idea di egemonia prevedeva il genocidio e l'assimilazione delle tribù nemiche. Da un punto di vista economico, miravano al monopolio della vendita di pelli del castoro gli europei, e questo era un buon motivo per combattere contro le tribù alleate dei francesi. Pazienza se nel frattempo la caccia sistematica dell'animale lo stava portando all'estinzione in una vasta porzione del suo habitat. Cacciatori e guerrieri erano costretti a viaggi sempre più lunghi, il che aumentava il prestigio e l'importanza delle donne che restavano a casa. Alle donne appartenevano terreni e abitazioni; soltanto loro conoscevano i misteri delle "tre sorelle" (mais, fagioli, zucche), senza le quali anche i più potenti guerrieri non avrebbero saputo come riempire la scodella quotidiana. E tuttavia le donne dovevano sposarsi e avere figli: era l'unico destino concesso. L'infertilità era connessa con la stregoneria e con altre sciagure. D'altro canto, divorziare sembrava straordinariamente facile: bastava posare i mocassini del marito fuori dalla casa.

Di solito è raffigurata senza i segni del vaiolo, con tratti somatici quasi europei (del resto dopo la morte ai gesuiti sembrava "più chiara").
Kateri però non voleva sposarsi. Quando le presentarono un pretendente (a 14 o a 17 anni), se la squagliò senza tante cerimonie. Ora faccio l'avvocato del diavolo: Kateri non era un buon partito. Non per via delle origine algonchine, dal momento che l'abitudine a rimpolpare le famiglie con prigionieri di altre tribù aveva reso gli irochesi un melting pot più amalgamato del nostro: dopo l'epidemia del vaiolo del 1662 gli etnologi calcolano che il 90% dei mohawk non fossero di origine mohawk.

Nella stessa epidemia però Kateri aveva perso la famiglia e la bellezza: i segni del vaiolo le sfiguravano la fronte. Aveva anche una vista assai debole, il che non le impediva di essere un'artigiana molto abile. La zia che l'allevava non aveva probabilmente né l'interesse né la possibilità di trovarle un guerriero bello e forte: bisognava arrangiarsi. Le fonti gesuite ovviamente non scrivono così, bensì:
Tekakwitha crebbe senza scuola e senza studio, amante soltanto della solitudine e del lavoro, ma la grazia di Dio la condusse per vie misteriose alla pratica eroica di tutte le virtù, specialmente di quella più sconosciuta agli Indiani, la castità.
E può anche darsi che abbiano ragione; che Kateri non disprezzasse unicamente il suo promesso sposo, ma il matrimonio e il congiungimento carnale in sé. Persone del genere esistono in tutte le culture e a tutte le latitudini. Fu la scelta di non sposarsi - che nella cultura mohawk l'avrebbe portata dritta a un'accusa di stregoneria - ad avvicinarla ai "vestenera", i missionari gesuiti. Ogni villaggio ne aveva uno: lo prevedeva una clausola di una pace da poco firmata coi francesi. Qui bisognerebbe aprire una parentesi enorme sul ruolo dei gesuiti, che abbinavano a una devozione fanatica una duttilità etnologica veramente in anticipo sui tempi. Ovunque arrivano - e arrivano ovunque, sprezzanti dei rischi di martirio - i gesuiti sanno di non trovarsi semplicemente in mezzo a selvaggi, ma al cospetto di culture da interpretare e studiare. Saranno i primi a pubblicare grammatiche giapponesi e azteche; ma a differenza degli antropologi di oggi, che sono portati a considerare ogni popolo come una nicchia da preservare, anche a costo di impedirsi di conoscerla, i gesuiti sono in missione per conto di Dio. La cultura che si portano con sé, dall'Europa sconvolta dalle guerre di religione, la vogliono spargere nel Nuovo Mondo, innestandola su piante autoctone ed esotiche, nella speranza che da qualche parte nella foresta o nella jungla nasca qualcosa di simile a un regno dei cieli, o anche solo una Repubblica di Indios conversi come in Paraguay. Anche in Nuova Francia erano riusciti a farsi intestare delle seignuries, dei feudi. Il piano era infettare le Sei Nazioni come un virus, portando armi e sacramenti (continua sul Post...)

martedì 29 ottobre 2013

La Francia è una cosa che esiste

(Ancora sulla Vita di Adele, e contiene spoiler).

Distinto Asso, leggendo giusto iersera la sua gustosa doppia recensione, sono rimasto colpito da questo lungo passo, che mi perdonerà se cito nella sua interezza.

Le giornate della ragazza si dividono tra la scuola, dove Adele e i suoi compagni leggono con attenzione e analizzano complesse opere letterarie (e qui, sin da subito, il regista mette in chiaro che tutto il film non è nient'altro che una favola), la famiglia (dove genitori gentili sopportano una figlia che non riesce nemmeno a masticare con la bocca chiusa), le amiche e i ragazzi (dove anche il più scemo ha comunque letto Le Relazioni Pericolose ed è in grado di parlarne). Non si vede un cellulare, un computer o Facebook, proprio per rimarcare ancora di più il distacco tra il mondo fantastico di Adele e quello reale.
Ad un certo punto Adele incontra Emma, una ragazza lesbica. Ovviamente Emma non è una lesbica qualsiasi. Prima di tutto è bellissima pure lei, di una bellezza quasi aliena, poi - pure lei - è un pozzo di cultura (sciorina Sartre come fosse un amico suo) è molto sensibile, gentile, comprensiva e piena di talento.
A sottolineare ancora la natura favolistica di tutta la faccenda, Emma ha i capelli azzurri proprio come la Fata Turchina e, proprio come la creatura di Collodi, ha un ruolo determinante nell'educazione di Adele.
Le due, dopo un primo momento di titubanza, si mettono insieme.
Sono grandi baci, sesso ruvido ma patinato, e ancora ambienti e situazioni fantasiose: Emma diventa rapidamente un'artista di grido, Adele insegna ai bambini ed è felice della sua condizione di insegnante (va bene il contesto fantasy, qui però si esagera), ci sono salotti buoni dove tutti, ma proprio tutti, sono gentili e acculturati, famiglie aperte e comprensive, famiglie meno aperte ma comunque che non rompono i coglioni e poi le inevitabili tensioni di coppia, i tradimenti, le liti, la rottura e le frasi urlate come nei film. Poi ci sta lo stare male, il rivedersi, il non trovarsi e tutte cose tipiche di una coppia (etero o gay poco importa) più o meno in crisi, ma tutte rappresentate in maniera così straordinariamente civile e garbata e a modo che giusto a Topolinia o nella Contea.
Non so perché però mi è venuta voglia di intervenire, e precisare che c'è un altro luogo oltre a Topolinia o la Contea, dove si sarebbe potuto ambientare La vita di Adele; un luogo assai famoso e ben noto agli autori di fumetti, ovvero la Francia. E in effetti La vita di Adele è ambientata proprio là, in una Francia così Francia che è quasi Belgio; ed è una storia tutto sommato realistica, anche se è più divertente immaginare il contrario.

Ma in effetti nella Francia reale ci sono licei dove si legge Marivaux, e se ne discute, e non dovrebbe stranirci la cosa; anche noi al liceo leggevamo romanzi del Settecento - cioè no, perché non abbiamo romanzi del Settecento - insomma alla fine ci buttiamo sempre sull'Ottocento e persino Foscolo non ha lo stesso sex appeal dei libertini e delle cortigiane. Comunque se i nostri liceali, invece di continuare a tradurre versioncine di latino, si leggessero qualche mattone settecentesco per tre-quattro ore alla settimana, alla fine ci si affezionerebbero come si affeziona Adèle. Naturalmente serve anche la predisposizione - e infatti Adèle si innamora di un libro dove una ragazza semplice è fulminata dall'amore per un tizio di una classe sociale superiore; si mette insomma in chiaro da subito che la letteratura non risolve i tuoi problemi, al massimo te li anticipa. La letteratura ha un valore profetico, se da ragazzino ti piace Pascoli hai grosse possibilità di morir zitello, ecc.

Dopodiché in Francia, la Francia di adesso, quella che confina con la nostra disgraziata nazione, i teen-ager nascono probabilmente più o meno stupidi come i nostri, e senz'altro il più scemo non ce la fa a leggere le Relazioni pericolose; nel film infatti non l'ha letto da solo, e lo ammette: lo ha letto in classe. Gli è piaciuto perché un insegnante gliel'ha fatto piacere. In Francia ciò succede, fino a qualche tempo fa sono sicuro che succedesse anche in Italia, perché a me un'insegnante riuscì a farmi piacere cose incredibili, Tasso, Verga, ecc.

Il ragazzo in questione, poi, non è così scemo: ha tirato fuori Le relazioni pericolose perché ha capito che Adèle è il tipo intellettuale. E per Adèle farebbe qualsiasi cosa e anche di più, visto che promette di leggersi tutta la Vita di Marianna, un mattone settecentesco inaffrontabile. È fantascienza? no, è la vita in un normale liceo in Francia: c'è una ragazza a cui piace leggere, una scuola che riesce a orientarla verso prodotti letterari non banali, un ragazzo che per avere una chance si andrà a comprare un mattone settecentesco inaffrontabile di cui, siamo pronti a scommettere, sfoglierà soltanto le prime trenta pagine. Tutto questo nel fumetto originale non c'era: è una scelta del regista.

La famiglia di Adele tollera che lei mangi con la bocca aperta, perché... in quella casa mangiano tutti così. E mangiano spaghetti. Il cibo in Kechiche ha un simbolismo tutt'altro che raffinato: spaghetti a bocca aperta = proletariato; ostriche e champagne = borghesia. Altre cose che nel fumetto non c'erano, e ci fanno capire che Kechiche aveva altri fantasmi in testa mentre lo sfogliava. La lotta di classe, ma chiamiamola pure invidia di classe. In ogni caso, nel momento cruciale la ragazza borghese cita Sartre, e la ragazza prolet dice che è più o meno la stessa cosa di Bob Marley. Ora, io nei primi Novanta andavo a un liceo, e un dialogo del genere l'ho trovato assolutamente credibile. Parlavamo così, eravamo buffi, ma non ridicoli. Leggevamo roba importante per darci un tono (ma poi magari ci piaceva davvero e ci aiutava a capire cose di noi stessi che oggi non avremmo il coraggio di affrontare; abbiamo fatto bene a leggerla allora, quando insieme a tanta spocchia avevamo ancora qualche cellula attiva). E poi ascoltavamo le cose che ascoltavano tutti: Bob Marley. Infine mescolavamo tutto assieme, e quel mix apparentemente imbevibile era effettivamente la nostra vita. Col senno dei poi, Bob Marley non è assolutamente Jean-Paul Sartre, ma L'esistenzialismo e l'umanesimo non scava necessariamente più a fondo di Rastaman Vibration. Ed è assolutamente pacifico che nella civiltà liceale francese Sartre e Camus siano rimaste due rockstar culturali: se n'era accorto già Boris Vian, per cui vedi anche il film di Gondry tratto dalla Schiuma dei giorni. Ci può sembrare inverosimile, eppure io mi ricordo un ragazzino che si lesse tutto il Mito di Sisifo in quarta liceo perché la prof di francese - la più antipatica prof mai conosciuta - glielo aveva messo davanti al naso, invece di qualsiasi altra cazzata ci si possa leggere a 16 anni. E in effetti, guarda un po', non l'ho più riletto da allora e non credo mi piacerebbe, ma temo proprio che quel libro sia il mio destino. Comincia con un l'unico dilemma filosofico veramente importante (ci suicidiamo o no?) e non contiene una risposta proprio chiarissima.

Tornando al film: è vero, non si vede un cellulare, un computer o Facebook... perché la storia è ambientata negli anni Novanta, quando i device esistevano ma erano meno pervasivi; la cosa diventa evidente in uno dei momenti più toccanti del film, quando tornando a casa dal suo primo appuntamento Adèle si sente dire che "ha chiamato una tua amica, Emma si chiama": quel caratteristico tuffo al cuore negli anni Novanta lo abbiamo sentito tutti. Magari i ragazzi negli anni Zero ne hanno provati di simili leggendo nomi sui display. Ci si potrebbe anche lamentare di come Kechiche non abbia voluto o non sia riuscito a periodizzare la storia, assorbito com'era dalla necessità di stringere su Adele. Io, parlo per me, sono così stuccato dalla mania del vintage nei film, dalla precisione filologica con cui un film di metà anni Settanta conterrà sempre esattamente i costumi e i caroselli di quell'anno, che di sicuro non mi vado a lamentare per una volta che c'è un regista che se ne fotte. Comunque gli anni Novanta spiegano anche i capelli turchini: non era poi così raro trovare chiome azzurre o fuxia o giallo evidenziatore, specie nel parcheggio del liceo d'arte. È successo. Tutta colpa di Bilal, forse. È una delle poche cose che appena un po' mi manca.

Né Emma né Adèle sono bellissime. In particolare Emma potrebbe essere più bella di così. È l'occhio del regista che le trasfigura, secondo me. Da un certo punto in poi è evidente la presenza di un Dio dall'altra parte della macchina da presa, un Dio geloso (ed eterosessuale) che magnifica Adèle e s'ingegna a rendere Emma più antipatica di quanto non sia. Emma non diventa artista di grido: sta appena cominciando a esporre davvero quando finisce il film. Ma era necessario che facesse carriera, perché Kechiche la voleva borghese e questo è quello che i borghesi fanno: nascono ribelli, mordono il freno, poi trovano il passo giusto e hop! si sistemano. Mentre Adèle non ci riesce. Ed è il motivo in cui si mollano (secondo Kechiche): si piacciono tantissimo, ma sono di due caste diverse. Adèle capisce l'arte ma non capisce la carriera; per un po' prova a fare la donna di casa ma Emma in quel ruolo non la sopporta; vorrebbe che Adèle avesse la stessa ansia di autoaffermazione individuale, che tirasse fuori da qualche cassetto un diario geniale, e invece no. Adèle vuole cucinare per la sua donna e insegnare nella scuola dell'obbligo, perché sente che la scuola dell'obbligo le ha dato tanto e si ritiene obbligata a restituire qualcosa. È il senso di un altro bellissimo film di qualche anno fa, Stella: l'autobiografia di una ragazzina che vive letteralmente in un bistrot, un'osteria, circondata dall'affetto degli alcolisti del quartiere. Non scommetteremmo un eurocent sul suo destino, ma le capita una cosa curiosa: per sorteggio viene mandata in una bella scuola media di un altro quartiere. Lì scopre che studiare le piace - le piace anche giocare a biliardino con gli ubriaconi, però ci sono scuole in alcuni quartieri che funzionano: prendono gente che in casa ha fusti di birra al posto dei libri e la mettono davanti ai libri, ai film, alla musica. La ragazza cresce e appena può fa un film su quanto sia bella la scuola media francese. È il suo modo di restituire il favore.

Altri si accontentano di mettersi a insegnare. Hanno avuto buoni maestri e vorrebbero restituire quello che hanno ricevuto. Non è il mondo delle favole. Era la motivazione che ha portato a insegnare tanta gente anche noi, almeno fino a una generazione fa. Poi non è che sia successo chissaché: è solo che non è stato più immesso in ruolo quasi nessuno. Adele insegna ai bambini ed è felice della sua condizione di insegnante perché in effetti insegnare ai bambini, in scuole pulite e ben tenute, con colleghi giovani come lei, è una cosa stimolante. Faticosa, ma stimolante. Crescendo negli ultimi vent'anni in Italia siamo magari portati a pensare che l'insegnante medio sia una cinquantenne acciaccata, distrutta dalla fatica di far convivere famiglia e lezioni: basterebbe calare un po' la media, e prevedere soluzioni di praticantato come quelle della neodiplomata Adèle, per cambiare un po' il paesaggio e l'umore complessivo (anche la cinquantenne si sente meno acciaccata se trova più giovani in sala insegnanti, e magari invece di tumori e badanti si discutesse anche di dove andare a ballare tutti assieme).

È vero che sembra tutto straordinariamente civile e garbato, ma in realtà a ben pensarci non lo è: cacciare una ragazzina di casa di notte, a Lille, senza neanche chiamarle un taxi, è roba da galera, tanto più che Kechiche ci ha da un pezzo insufflato il sospetto che l'arrivista Emma stia soltanto aspettando un pretesto per sganciare la sua toy-girl di periferia. Se tutti ci sembrano civili e garbati è soltanto perché ci è inevitabile confrontarli con immaginari omologhi italiani, e purtroppo, non solo per colpa di Muccino, ci vengono in mente soltanto attori costretti a urlare come ossessi T'HO VISTO CHE LO BACIAVI T'AMMAZZZOOOOO!!!! T'AMMAZZOOOO!!! anche se poi alla fine la Mezzogiorno non solo non lo ammazzava, Accorsi, ma se lo riprendeva pure in casa (i francesi in effetti non è che siano meno stronzi di noi, anzi; sono soltanto più educati). Non manca la tragedia, anzi. Non mancano le lacrime. Non mancano le liti furibonde. Non manca nemmeno la rissa di comari nel parcheggio del liceo. L'unica cosa che manca è il melodramma. Le basi musicali strappalacrime e le urla scomposte. Si può raccontare la fine di un amore anche senza, e commuove lo stesso. Io addirittura mi commuovo di più, ma forse ho qualche gene normanno.

Parte della mia commozione deriva anche dal fatto che so che tutta questa non è una favola, ma un Paese che esiste a poche ore di treno da qui, la Francia. E che tutto questo sarebbe potuto succedere anche qui. Bastava un nonnulla, forse, una farfalla in Brasile, un vulcano indonesiano che non erutta proprio l'anno di Waterloo, offuscando parzialmente l'atmosfera e creando le premesse per un anno senza estate in cui i cannoni di Napoleone si infangarono e non poterono spedire al creatore quei diecimila fantaccini tedesco-russo-inglesi, il sacrificio necessario a vivere in un Paese con scuole decenti, e dove ci sono i bulli di periferia esattamente come da noi; però se li incontri sull'autobus ti dicono bonjour e se ti conoscono appena un po' ti stringono la mano, perché anche un bullo di periferia è comunque un essere umano e non un animale. Maledetto vulcano indonesiano. Ma non è vero. Non è colpa sua.

È colpa nostra. Dipende da noi. Non dico che basterebbe poco, ma se ci mettessimo tutti d'accordo potremmo fare di questo posto una Francia in una generazione. Servirebbe qualche soldo in più alle scuole, senz'altro. Cambiare qualche programma, pensionare qualche venerato maestro che ritiene che "il latino apra la mente" e balle del genere.

Più in profondo, dovremmo smettere di pensare che è impossibile: che le ragazze di periferia non si possono affezionare a romanzi settecenteschi o saggi di filosofia; che non si possa diventare maestri perché dopotutto è un bel mestiere; che non ci si possa lasciare senza far piazzate. Non è affatto impossibile, visto che funziona appena a qualche centinaio di chilometri da qui. Funziona.

Ed è tutto fuorché un mondo perfetto. Senza tanto parlare di mafia o di camorra, si ammazza e si delinque più o meno come da noi. E un cuore spezzato a vent'anni fa comunque male: aver letto Sartre o Marivaux non previene la cosa. Io ho il sospetto che un po' la possa alleviare, ma non sono sicuro; del resto che ne so, mi piaceva Pascoli.

lunedì 22 aprile 2013

Grillo, o dell'egemonia

L'egemonia culturale, scriveva il direttore, ce l'ha chi riesce attraverso pratiche quotidiane e credenze condivise, a imporre i propri punti di vista fino alla loro interiorizzazione. L'egemonia culturale, oggi, nella politica italiana, ce l'ha il Movimento Cinque Stelle. Vale la pena di riconoscerglielo, anche perché è l'unica cosa che ha: non ha la maggioranza, non ha un quotidiano, ha una webradio scalcinata e un sito che si pianta appena c'è un po' di traffico, eppure ce l'ha fatta. Ce l'ha fatta nel momento in cui intorno ai palazzi di Roma è cominciato a risuonare la domanda #RodotàPerchéNo, e non c'era nessuno che riuscisse ad articolare una risposta. E sì che risposte ce n'erano, e avrebbero dovuto essere comprensibili e condivisibili: ma niente da fare, non si sono sentite. L'unica cosa che abbiamo sentito per quattro giorni è stata la domanda: perché no Rodotà? che riecheggerà ancora probabilmente stamattina nei bar, negli uffici e sulle panchine di mezza Italia. Mentre nessuno si farà la domanda, ugualmente interessante: perché Prodi no? Perché a Grillo non andava bene? L'egemonia è tutta qui: si tratta di due domande equivalenti, ma una è sulle bocca di tutti, l'altra rimane una chiacchiera per addetti ai lavori.

Il PD - ammesso esista ancora - ha tanti problemi. Quello della comunicazione non è secondario (continua sull'Unita.it)

È un partito che spende una parte rilevante delle sue risorse per comunicare, e non riesce a evadere dalle narrazioni che gli altri mettono in giro su di lui. Per aver detto in campagna elettorale una semplice cosa di buon senso (non si governa col 51%), Bersani è stato dipinto come l’inciucista alleato di Monti e non è riuscito a scrollarsi di dosso questa immagine in nessun modo. Dopo la sconfitta, mentre tutta l’Italia invocava una soluzione rapida, Bersani veniva deriso a ogni tentativo di dialogo con le controparti; irriso perché non si dimetteva, neanche ci fosse dietro di lui la fila per sedersi su una seggiola su cui  alla fine, chiunque salirà, dovrà reinventare il partito o liquidarlo. Tant’è che già si parla di non accogliere le sue dimissioni: probabilmente ne parlano anche i franchi tiratori che l’altro giorno hanno impallinato Prodi (a proposito, a questo punto ci piacerebbe che si palesassero, e ci spiegassero perché e per chi hanno agito; un minimo di chiarezza sarebbe un atto dovuto, e difficilmente potranno arrecare più danni di quanti ne hanno fatto venerdì).
Il PD – ammesso esista ancora – deve porsi il problema: perché non riesce a condividere i propri punti di vista non dico con la base, ma nemmeno con molti dei suoi dirigenti? Una scelta incomunicabile, perché francamente indigesta (ad esempio la candidatura di Marini) è una scelta ancora praticabile? E se sono gli altri a raccontare la nostra storia, cosa possiamo fare noi per reagire? Qualsiasi cosa sarebbe meglio del silenzio.
Per esempio: prendere il video in cui il Santone, nel suo camper, ci avvisava che votando il suo candidato (in quel momento era ancora la Gabanelli) chissà, forse si sarebbe potuto collaborare, ma sì, perché no. Prendere quei pochi secondi di cialtronaggine totale che nell’immaginario collettivo hanno risvegliato l’idea di un possibile governo PD-M5S, metterli davanti al naso di tutti, elettori del PD e del M5S, tutti, e chiedere: ma voi la comprereste un’auto da un tizio così? Uno che a un colloquio informale pretende di sorvegliare i suoi emissari con la webcam, e poi quando all’ultimo momento vede che ce ne andiamo abbassa il prezzo? Ma non lo vedete che vi sta tirando il pacco? E cosa credete che ci sia nel pacco? Cosa avrebbe fatto poi, un altro sondaggino per nominare i suoi ministri?
Non avremmo convinto tutti, ma era meglio del silenzio. Meglio del povero Orfini catapultato in tutti i programmi perché, per sua ammissione, “non ci voleva andare quasi nessuno”. Certo, se è per questo Grillo non ci manda nessuno, e vince. Se lo può permettere. Si chiama egemonia, purtroppo. Dovremmo saperne qualcosa. http://leonardo.blogspot.com

giovedì 7 marzo 2013

Zeitgeist è un rigurgito

In futuro forse non esisteranno più le enciclopedie scritte, per via che leggere diventerà sempre più faticoso; ci saranno sempre più video e immagini, e magari alla voce IRONIA di qualche videopedia del futuro ci troveremo la clip del cittadino Paolo B., quello che sosteneva che "con Internet le coscienze si stanno svegliando". L'ironia è che in teoria questo dovrebbe essere vero: su Internet ci sono già più informazioni che in una qualsiasi biblioteca media: chiunque grazie a internet può approfondire la propria conoscenza di qualsiasi ramo dello scibile umano. Lo dico per esperienza, visto che da un po' di tempo in qua mi sono dato all'agiografia e davvero, all'inizio ne sapevo veramente poco, ma con internet ho recuperato migliaia di nozioni in tempi brevissimi: niente di paragonabile ai ritmi medievali in cui imparavo cose all'università analogica 15 anni fa.

E quindi in teoria Paolo B. ha proprio ragione, su internet si possono davvero condividere idee e conoscenze; peccato che invece migliaia di persone come Paolo B. si limitino a trovare un video, Zeitgeist, che "gli ha fatto vedere il mondo in un modo radicalmente diverso", raccontando una serie di storie enormi (il controllo della popolazione mediante microchip probabilmente massonici, l'11/9 'automanovrato' dagli americani) e accettarlo senza un'ombra di pensiero critico.

E dire che sulla stessa Internet, con un po' di pratica, Paolo B. avrebbe potuto trovare fonti che smentivano e demolivano il video stesso (Attivissimo, per esempio). Perché invece si è fermato davanti a Zeitgeist, perché ha deciso che tutto quello che sapevano gli altri era falso e soltanto Zetigeist diceva la verità? Qui c'è un problema che va molto al di là del grillismo - perché lo scandalo di un ragazzo un po' disinformato in parlamento lascia il tempo che prova, probabilmente era disinformato anche il tizio che sedeva in quel seggio prima di lui. Però questo tipo di disinformazione non è l'ignoranza vecchio stile: è qualcosa di nuovo, qualcosa di attuale, col quale stiamo facendo i conti adesso: polemiche sulla sovranità monetaria, scienziati condannati per non aver allertato la popolazione su un terremoto non prevedibile, detrattori dell'evoluzionismo, negatori del riscaldamento globale, ecc.. La cultura scientifica è sotto attacco, e il luogo dell'attacco è proprio quello in cui in teoria dovrebbe essere diventata finalmente accessibile a tutti: Internet. L'hanno inventata gli scienziati, la stanno colonizzando gli spacciatori di bufale. Cosa sta succedendo? Io ho una teoria.

Si tratta di un rigurgito.


Internet fa paura

C'è un motivo molto semplice per cui un individuo qualsiasi - chiamiamolo "Paolo" - messo di fronte a tutto lo scibile umano, invece di cominciare a studiarlo pagina per pagina, andrà a cercarsi un video, e ovviamente il "video che gli cambierà il modo di pensare", che gli dirà la verità su tutto quanto e soprattutto che tutti gli altri mentono. Questo motivo molto semplice è quello che ci orienta nella maggior parte delle nostre scelte quotidiane: il risparmio di energia. Ne parlava già Freud, credo (non ho voglia di controllare): risparmiare energia, risparmiare fatica, è piacevole in sé, quindi ogni volta che il nostro cervello trova un sistema di risparmiare (consapevolmente o inconsapevolmente), lo fa. Di fronte a quell'immensa enciclopedia che è Internet, Paolo B. ha di fronte infinite opzioni. Può approfondire le sue conoscenze di economia: ma servirà tempo e aiuto, specie se non ha una cultura di base in quella materia. Può approfondire le sue conoscenze sulla società americana, quel poco che gli basterà a scoprire che CHIP è la sigla che sta per Children's Health Insurance Program, ma potrebbe metterci ore, giorni, settimane. Un video è molto meno faticoso. Non devi neanche leggere, i video si leggono da soli. Proprio perché su Internet c'è tutto, il contenuto semplice scaccia il contenuto complesso.

Ma per funzionare davvero, il video non deve essere soltanto semplice: deve anche escludere tutti gli altri contenuti: deve dirti che "tutto quel che sai è falso". Quel che rende irresistibile Zeitgeist, come tutti i documentari complottisti, è che ti mette di fronte a un aut-aut: o credi Zeitgeist, o credi a tutto il resto. E siccome Zeitgeist è facile, e tutto il resto è complicato e faticoso, molti utenti hanno già deciso pochi istanti dopo aver premuto il tasto play. È il motivo per cui il pensiero religioso continua a essere un'alternativa abbastanza ragionevole alla cultura scientifica: una volta si trattava di scegliere se leggere una biblioteca o un libro solo. Oggi non c'è neanche bisogno di leggere un libro, basta un video, il che sbilancia ancora di più i corni del dilemma. Si noti che mentre l'approccio religioso ("credo in tutto quello che mi dice un libro, o un video, o il blog di Beppe Grillo") può sembrarci un po' angusto, l'approccio enciclopedico ("leggerò tutto quel che posso leggere, imparerò tutto quel che posso imparare") nell'ultimo mezzo secolo è diventato a ben vedere qualcosa di utopistico e disperato: la biblioteca è troppo grossa, non posso leggere tutto, non posso imparare tutto, anzi le frazioni dello scibile umano che posso conoscere sono così ridicole rispetto al tutto che forse non ne vale nemmeno la pena. E qui scopriamo uno dei punti cruciali dello strano successo di Grillo su internet: il suo blog (lo si scrive da anni) è una specie di anticamera di internet, un posto frequentato soprattutto da gente che internet non sa bene cosa sia, non ha ancora imparato a usarla, e forse ne ha anche un po' paura. Siamo sicuri che non abbia tutti i torti? Internet può veramente fare paura.


"Stampo e stampo, clicco e stampo, tutte le puttanate che mi vengono in mente, non le leggerò mai..."

Lo so, per molti che stanno leggendo Internet è quel luogo meraviglioso dove hanno imparato tantissime cose grazie al quale hanno trovato lavoro, la ragazza e fatto pure dei bambini. Anche se nessuno di voi è nativo digitale, internet tra '90 e '00 ci è per così dire cresciuta intorno. L'abbiamo conosciuta molto prima che diventasse quella cosa enorme che è adesso. E anche adesso che è enorme, sappiamo orientarci abbastanza bene. Conosciamo i luoghi da evitare come la peste, sappiamo dove andare per trovare le cose che ci interessano (era automatico che Attivissimo commentasse l'exploit di Paolo B.; è il primo posto dove siamo andati a cercare). Ci eravamo quando sono nati i blog, abbiamo visto nascere e crescere wikipedia, abbiamo visto scoppiare la bolla di Second Life. Nel frattempo Grillo demoliva i PC nei suoi spettacoli. Più del gesto, è interessante ricordarsi il perché li distruggeva: perché facevano troppe e cose e lui avrebbe voluto farne soltanto poche, semplici. Raccontava di aver speso milioni in inchiostro da stampante perché non era in grado di selezionare cosa stampare e così no: non è la stessa vertigine del Paolo medio di fronte all'internet di oggi: cosa leggo? cosa stampo? ok, nessuno più stampa niente, forse. Ma di chi mi fido? Fatalmente, molti sceglieranno il messaggio più semplice e più integralista: Tutto quello che sai è falso, SvegliaaaaAAA!

Non vi è mai capitato che una biblioteca vi mettesse soggezione? tutti quei libri messi assieme, non sembrano dirci "non riuscirai mai a leggerci"? Più impariamo, più ci rendiamo conto di saperne poco, ogni giorno migliaia di persone scrivono i libri interessanti che non leggeremo mai. Se solo qualcuno ci dicesse che è tutto inutile, tutto falso, che non ne vale la pena... dovremmo credere in lui, ovviamente, e ciecamente; ma non sarebbe comunque un buon affare?

Paolo B. è un po' più giovane di molti di noi - ma non credo che sia una questione anagrafica. Paolo B. è soprattutto una persona che, come Grillo, come molti lettori di Grillo, si è ritrovata su internet senza preparazione. All'improvviso, senza mediazioni scolastiche o culturali, hanno premuto un tasto e avevano la più grande enciclopedia del mondo in casa, un lusso estremo fino a dieci anni fa, qualcosa per cui il potente Re Salomone avrebbe rinunciato a mogli e concubine - e non sanno da che parte iniziare. Per utenti così Zeitgeist è un inizio perfetto: non fa che dirti "è tutto un inganno, inutile proseguire, resta pure qui con noi, siamo tanti, ci vedremo in parlamento (sarà un piacere)". Noi che internet l'abbiamo assaggiata un po' per volta, fino ad assuefarci, dobbiamo fare un certo sforzo per capire i Paolo che prima di farsi i denti non riescono a mandar giù niente, e rigurgitano sull'internet pezzi di internet intera.

In questa forma il grillismo non è che la prosecuzione di una lunga lotta degli italiani contro la cultura, e in particolare contro la cultura scientifica. Lo hanno paragonato a tante cose in questi giorni - è uno sport popolare. Uomo Qualunque, Fascismo, Nazismo, ecc.. Qui vorrei proporre un parallelo un po' meno banale: nel suo tentativo di reagire a qualcosa di profondamente nuovo (internet) assorbendolo, mettendoselo sugli stendardi, e trasformandolo in qualcosa di vecchio (un pulpito semovente da predicatore '400), Grillo in fondo si ritrova sui solchi tracciati un secolo fa dai futuristi. Sarà che l'argomento è una mia antica ossessione, ma le analogie mi sembrano tante. Ne riparliamo magari un'altra volta.

giovedì 24 marzo 2011

Il Paese che ha bisogno di Popstar

Riassunto della puntata precedente - qualche tempo fa avevo cominciato una recensione di Popstar della cultura, di Alessandro Trocino, poi Trocino stesso è intervenuto nei commenti causandomi un attacco di timidezza, per cui in questa seconda puntata parto definitivamente per la tangente.


4. L a     t e r r a     t u r r i t a – "Popstar della cultura", dicevamo. Avrebbe senso un titolo del genere all'estero? Perché magari le popstar esistono anche lì – basta dare un'occhiata a Bérnhard-Henri Lévy per sospettarlo. Ma il fenomenale cozzo tra i termini “popstar” e “cultura” fa scintille soltanto nella nostra lingua. In inglese probabilmente no. In inglese diventare una popstar è ormai “culturally relevant” per definizione: il pop è una cultura, se non la cultura tout court, il mainstream. Nessuno negherebbe l'aspetto culturale del fenomeno Lady Gaga, è una battaglia persa in partenza. Per contro, in Italia Allevi deve ancora dimostrare qualcosa al mondo della Cultura. Dischi, ne vende; però i virtuosi storcono il naso. Allo stesso modo, Saviano deve continuamente dimostrare di essere uno scrittore e non un cronista; viceversa, Camilleri deve dimostrare che è qualcosa di più dallo scrittore di gialli; in generale, la Cultura italiana rimane una turris eburnea, un club di terzo livello, puoi sgobbare tutta la vita senza riuscire a ottenere le credenziali sufficienti. Non che si scriva un granché di interessante, da anni, a questo livello; c'è il sospetto diffuso che sia ormai un ospizio, ma non importa, è un ospizio di gente raffinata che non ha bisogno di popstar.

Viceversa, le popstar hanno terribilmente bisogno della tessera del club. Guardiamoli bene. In una nazione senza turris eburnea, cosa succederebbe ai nostri fantastici sei? Beppe Grillo farebbe lo stand up comedian. Magari avrebbe un suo posto fisso in tv; in ogni caso non avrebbe bisogno di fondare un partito o un culto personale per vendere biglietti e dvd. Camilleri farebbe il giallista, e sarebbe apprezzato dal suo pubblico come tale; non ci si porrebbe il problema della letterarietà, della sicilianità, dell'espressionismo, del retaggio sciasciano, verghiano, tomasidampedusiano; scriverebbe gialli buoni o meno buoni e sarebbe valutato dai critici per le loro qualità intrinseche. Corona farebbe l'alpinista, magari lo scultore. Ogni tanto pubblicherebbe qualche raccontino naif, che avrebbe un suo pubblico. Allevi suonerebbe il piano e venderebbe dischi. Saviano farebbe davvero il cronista, o magari lo scrittore di docu-fiction; magari avrebbe scritto Gomorra tale e quale (e vivrebbe sotto scorta tale e quale), ma nessuno avrebbe sentito la necessità di scriverci sopra “romanzo”, col dibattito che ne è seguito. Petrini farebbe il critico gastronomico, non il gastrorivoluzionario. Insomma, queste popstar avrebbero tutte una collocazione e un successo. Senza la necessità di assediare la turris eburnea della Cultura. Necessità assolutamente italiana: è da noi che un'antologia di reportage va spacciata per romanzo per stimolare un dibattito culturale. È da noi che un pianista pop deve affettare manie da grande compositore per farsi notare dai critici. È da noi che un giallista, per farsi rispettare, deve mostrare di appartenere alla letteratura cosiddetta 'alta', che è detta così ormai soltanto da noi; è da noi che un comico per conquistare i suoi spazi alternativi al quasi monopolio tv deve diventare un predicatore itinerante. Anche se non esiste praticamente più, la torre ebrunea funziona ancora da richiamo: ascolteremo il pianista Allevi soltanto se lui ci darà la sensazione di essere il nuovo Mozart, leggeremo Camilleri soltanto se ci darà la sensazione di un nuovo espressionismo siciliano. Le popstar magari in principio erano soltanto onesti operatori culturali, ma le attese e la mentalità del pubblico le hanno spinte fatalmente verso il cosiddetto Midcult.

5. I t a l y ' s    B e s t    P o p s t a r – Il termine midcult è preso da un saggio di Dwight MacDonald, che in Italia è conosciuto soprattutto per la rilettura che ne dà Umberto Eco nella Struttura del cattivo gusto (Apocalittici e integrati, 1964). MacDonald vede il Midcult come genere intermedio tra la Cultura Bassa o Masscult e la Cultura Alta, o avanguardia. Secondo Eco il Midcult “1) prende a prestito procedimenti dell'avanguardia e li adatta per confezionare un messaggio comprensibile e godibile a tutti; 2) impiega questi procedimenti quando sono già noti, divulgati, frusti, consumati; 3) costruisce il messaggio come provocazione di effetti; 4) lo vende come Arte; 5) pacifica il proprio consumatore convincendolo di aver realizzato un incontro con la cultura, in modo che esso non si ponga altre inquietudini”. Sullo stesso MacDonald, però, Eco formula qualche sospetto di snobismo: “non si pone mai la domanda se molte delle operazioni dell'avanguardia siano state prive di ragioni storiche profonde, o se queste ragioni non vadano proprio cercate nel rapporto tra avanguardia e cultura media”. Eco ha in merito un'opinione più precisa, e vent'anni dopo diventerà la massima popstar del Midcult italiano portando col Nome della Rosa l'avanguardia nel giallo storico (o portando gli stilemi di genere nel romanzo d'avanguardia?) Di anni ne sono passati altri trenta, ma il Nome della Rosa rimane secondo me un esempio abbastanza ineguagliato in Italia di Midcult di qualità. Quello che altrove è la norma – penso al genere artistico americano che ultimamente consumiamo con più appetito, le fiction: le migliori si collocano più o meno in mezzo tra avanguardia e Masscult, prendono in prestito le intuizioni del cinema d'autore e le riadattano ai soliti canovacci dei feuilleton – il risultato è ottimo intrattenimento, che magari ci fa venir voglia di saperne di più, così come Eco ci faceva venire voglia di studiare i pauperisti medievali.

6. D a l l a     T o r r e     a l     P o n t e – Il problema è tutto qui: le nuove popstar italiane riusciranno come Eco a gettare analoghi ponti verso forme d'arte e contenuti un po' più complessi? Il lettore di Camilleri proseguirà in direzione Sciascia o D'Arrigo? Se regalo un cd di Allevi a un tredicenne, getto i semi che mi frutteranno un trentenne estimatore di Bach? A ben vedere è lo stesso problema che ci pone il caso Moccia: una dodicenne che legge Moccia oggi è davvero una dodicenne conquistata alla lettura? Il fatto che in una singola unità di tempo legga Moccia invece di pittarsi le unghie guardando una soap (che magari è scritta meglio di un romanzo di Moccia) è positivo in sé? Ricordiamoci l'altra faccia della medaglia: la dodicenne che, davanti a Moccia (o a un cd di Allevi) decide per sempre che la letteratura (o la musica) è robaccia che non fa per lei: e così grazie a Moccia abbiamo perso una potenziale lettrice di Tolstoj (o estimatrice di Mozart). La popstar ideale è quella che mentre ti spaccia canzoncine ti introduce a una tradizione musicale composita e interessante; possiamo criticarlo per la qualità delle canzoncine, ma ha più senso aspettare e vedere come cresceranno i suoi fans. Vale anche per quelle popstar che si muovono su un terreno più politico che culturale: Beppe Grillo non lo giudicheremo dalla biowashball, ma dalla qualità della classe dirigente che avrà o non avrà saputo formare. I discepoli di Petrini rimarranno una casta chiusa di ghiottoni facoltosi o riusciranno a cambiare la mentalità con la quale ci nutriamo tutti i giorni? Più che per i ritornelli, vale la pena di aspettare e giudicare le popstar per l'eredità che ci lasceranno. (Questa, per diversi di loro, somiglia già a una sentenza di condanna. Ma non voglio scrivere quali, metti caso che invece mi sbaglio).

sabato 19 marzo 2011

Crux desperationis

Io l'ultima sentenza di Strasburgo, se devo essere sincero, non l'ho molto capita. Il problema del crocefisso non mi sembra così complesso, e trovo molto strano che in due anni si riescano a scrivere sentenze così diverse. Comunque ne approfitto per ripubblicare l'unico pezzo di questo blog che piacque anche a Giuliano Ferrara, a proposito buongiorno Giuliano Ferrara, l'ho rivista in tv, una volta non era così noioso.

Il Calvario quotidiano

Io un crocefisso l'ho già tolto.
Due settimane fa, nell'intervallo. Stavo dando un'occhiata ai traffici loschi in zona distributore di merendine, quando vengono in due a dirmi che in Seconda è caduto Gesù. Mi reco immediatamente sul luogo del misfatto e interrogo i testimoni oculari. Chi è stato? Silenzio. Proiettili, elastici, palline di carta? Negano tutti, del resto non mi pare l'abbiano mai considerato un bersaglio; hanno una certa soggezione. Forse una vibrazione del pavimento, qualcuno che saltella o che va a sbattere contro la parete, una porta chiusa di scatto: sia come sia, sembra caduto da solo. Ne traggo auspici non buoni.
Ma in quanto insegnante ostento razionalità e pragmatismo. Do un'occhiata al Cristo in questione: è caduto per l'ultima volta. Frattura completa del polso sinistro, il destro era già partito mesi fa. O anni fa. Anche il chiodino sotto i piedi è sparito da molto. A questo punto mi spiace, ma finché qualcuno (chi?) non stanzia nuovi fondi, il crocefisso se ne resta nel cassetto in fondo.

Oggi l'ho rivisto in corridoio, però a grandezza naturale. Sanguinava copioso. Subito ho pensato a una rissa in IIC, poi mi sono accorto della corona di spine e della croce che portava in spalla, quindi, insomma, era Lui.
“Domine, quo vadis?”
“E non parlare latino, che tu sappia io ho mai saputo il latino?”
“No, che io sappia no”.
“Mi dà anche un po' ai nervi”.
“In effetti è comprensibile. Ma insomma, Signore, dove vai?”
“Dove vado, dove vuoi che vada. A farmi crocifiggere un'altra volta, vado”.
“Ma no, dai, Maestro...”
“...visto che la prima non è bastata”.
“Non te la prendere, ti prego. A scuola succede, le cose cadono, si rompono... ho dovuto metterti nel cassetto, ma ti giuro che...”
“Ma non ce l'ho con te, cosa c'entri te. Sei anche tu un povero cristo”.
“Grazie, Maestro”.
“Ce l'ho con i farisei, per prima cosa”.
“Aaah, i farisei”.
“Hai capito, no?”
“Beh, magari un aiutino...”
“Quelli che mi hanno preso per un simbolo della cultura, della tradizione. Una bandierina, praticamente. Aho', ma stiamo a scherzare?”
“Però anche la tradizione ha la sua importanza...”
“Cioè secondo voi io mi sono fatto inchiodare mani e piedi per rappresentare una tradizione? Cioè, siamo a questo? Babbo Natale, la Befana e Cristo in Croce? Magari vi aspettate che vi porti anche i regali?”
“Ma no, non dico questo, però...”
“Però niente. Li vedi questi chiodi qua? Li vedi?”
“Ehm, sì”.
“Sono autentici, va bene? Non sono un simbolo, sono una rappresentazione realistica. Duemila anni fa i ribelli li uccidevano così. Li esponevano su un trespolo finché non morivano soffocati. Perché fossero da esempio. Tutto molto razionale, ma anche molto teatrale, ma anche violentissimo, Dio Me! Io rappresento questo, va bene? Rappresento un supplizio capitale! Rappresento la crudeltà dell'uomo e la ribellione dell'uomo! Rappresento la Morte! Rappresento il...”
“Ehm, Maestro... forse sarebbe meglio abbassare un po' la voce”.
“Il Martirio!”
“Ssssssssssssh!”
“Cos'è, hai paura?”
“Maestro, in effetti sì. Siamo nel 2009, è pieno di bambini musulmani qui, e quella parola...”
“Quella parola è italiana, ha radici nel latino che ti piace tanto, è il fondamento della tua cosiddetta tradizione, sepolcro imbiancato che non sei altro”.
“Sì, sì, Maestro, è vero... d'altronde...”
“D'altronde?”
“Non puoi negare che suoni po', come dire... scandalosa”.
“E che m'interessa a me? Guarda che io non sono mica un santone indiano peace and love! Io non sono venuto a portare la pace, ma la spada”.
“Matteo Dieci Trentaquattro”.
“Appunto. Io sono lo Scandalo! Sono pornografia, non so se è chiaro! Un uomo trafitto da chiodi che grida dai vostri muri, che chiama al combattimento per la salvezza! Io sono questo, mica l'albero di Natale”.
“Ecco, Maestro, in effetti, se mi ci fai pensare, sì. Tu sei molto scandaloso. Molto più di quanto io quotidianamente possa sopportare”.
“Tuo problema, non mio”.
“Però succede un po' come con tutti gli spettacoli disgustosi... all'inizio non riesci a guardarli, ma se ti abitui a darci un'occhiata tutti i giorni, dopo un po' non ci fai più caso... diventi parte di uno sfondo familiare”.
“Ah, dici che è così? Va bene, allora toglietemi immediatamente”.
“Ma poi i Vescovi...”
“Tiratemi fuori solo ogni tanto, quando i fedeli meno se lo aspettano. Io non voglio passare sullo sfondo, io voglio spaventarvi”.
“Se la metti così...”
“E aggiungo una cosa. È proprio sulla mia consistenza di carne e sangue e ossa e chiodi che è fondato il realismo europeo, è chiaro? Se avete avuto Giotto Caravaggio e Mapplethorpe lo dovete solo a me! Esclusivamente a me!”
“Adesso, Mapplethorpe...”
“Adesso niente. Rileggiti Auerbach. Che se era per gli ebrei o per Maometto, con le loro menate filosofiche sulla non rappresentabilità del divino, a quest'ora eravate ancora lì a eccitarvi sui triangoli e gli ottagoni. Dario Argento deve tutto a me. Che dico. Tinto Brass...”
“Piano, Gesù, piano!”
“E adesso salta fuori che sono solo una tradizione. Il mandolino è una tradizione. La pizza è una tradizione. Appendete i mandolini e non rompete, io sono Gesù Cristo morto in croce, non ci credi?, vuoi toccare?”
“No, no, no, mi fido”.
“No, ma guarda, tocca”.
“Maestro, sul serio, io...”
“No, tu adesso tocchi. Il cristianesimo si tocca, va bene? Non è una menata filosofica: è carne e sangue, pane e vino. E i farisei lo sai che fine fanno. Finiscono in vomito”.
“Apocalisse Tre Quindici”.
“Precisamente. E poi ce l'ho anche coi Sadducei”.
“I sadducei”.
“Hai capito, no?”
“Ehm”.
“Ma perché perdo tempo con te. Matteo Ventidue Ventitré”.
“Quelli che non credono nella resurrezione”.
“Ecco. Non ci vogliono credere? Va bene. Che problema c'è? Nessun problema. Voi non ci credete, io non vi risorgo. Non esisto nemmeno, per voi. Facciamo che sono un pezzo di legno”.
“Quindi?”
“Quindi cos'è questa storia che mi denunciate a Strasburgo? Cosa posso aver fatto, se sono un pezzo di legno?”
“Dunque, se ho ben capito la sentenza, la tua presenza sul muro, in quanto pezzo di legno... impedirebbe ai loro figli di crescere secondo i principi dei genitori”.
“Vabbè, siamo alle comiche. Ma che principi hanno questi genitori, si può sapere?”
“Beh, presumo che si tratti dell'illuminismo, del razionalismo...”
“Non conosco, ma dev'essere un pensiero molto debole, se si cancella appena fissi un pezzo di legno. Cos'è, sono un totem, adesso? Se mi fissi ti faccio dimenticare la lezione? Mi volto un attimo e mi tornate all'età della pietra?”
“Maestro, ci vuole tolleranza...”
“Ma tolleranza di che. È come quelli che si sbattezzano. In teoria non credono nel battesimo. In pratica però hanno paura di restare segnati per sempre da uno schizzo d'acqua. Va bene, allora a questo punto chiamiamo Wanna Marchi che vi fa le carte e vi vende i numeri del lotto, a proposito, di che segno sei?”
“Maestro, ci vuole rispetto...”.
“Che poi, spiegami. Il genitore ha il diritto che il figlio sia educato secondo i suoi principi? Non suona un po' totalitario? E quindi ti cresci un piccolo a tua immagine e somiglianza, che creda solamente nelle cose in cui credi in te, e poi la prima volta che lo lasci libero nel mondo, lui vede due legnetti appesi al muro che non corrispondono al suo sistema di credenze e va in confusione? Corte dei diritti dell'uomo, intervieni immediatamente! Il pezzetto di legno sta fissando il mio bambino! Ma come li tirate su questi ragazzi?”
“Facciamo quel che possiamo”.
“Il mondo è pieno di cose. Per dire, ci sono i semafori e non sempre segnano verde. I bambini lo devono sapere. Ci sono persone nel parco che offrono caramelle e non sono tutti buoni. Poi ci sono i pezzetti di legno e non tutti corrispondono alle cose a cui crede mamma o papà. Vogliamo abolirli a scuola? E quando li incontreranno nella vita, come si comporteranno?”
“Quindi Maestro, in conclusione, dobbiamo riappenderti o no?”
“Ma fate quel che vi pare, tanto comunque sia non avete capito. Mi sembra tutto così poco serio. Il fariseo che mi pianta come una bandierina, il sadduceo che vede la bandierina e si sente leso nei suoi diritti umani, è l'umanità? Sembra un pollaio. Non ci sono cose più serie? A scuola, poi. Che io nelle scuole ci vado, lo so quali sono i veri problemi”.
“Eh, immagino”.
“No, non puoi neanche immaginare, fidati. Sai quante non sono a norma? Sai quante non rispettano la 626? Sai quanto costerebbe metterle tutte in sicurezza?”
“Ecco, Maestro, questi sono effettivamente problemi seri...”
“Sai che mancano i sostegni? I corsi di recupero? Sai che la scuola assomiglia sempre meno un luogo educativo e sempre più a una casa di detenzione? Parliamo di questo!”
“No, Maestro, appunto. Proprio perché sono problemi seri, è meglio non parlarne”.
“E perché?”
“Perché, perché... perché a parlarne non si risolvono, e allora ci si deprime soltanto. Siamo in crisi, tutti vorrebbero scuole più belle, ma votano il primo che gli promette una tassa in meno, quindi...”
“Vi consolate chiacchierando di bandierine”.
“Sì. I problemi veri sono deprimenti. I problemi identitari invece, come dire, sono sexy. Tutti possono dire la loro senza impegno... ieri le bandierine, domani i dialetti...”
“Oggi i Cristi in croce...”
“Maestro, sì. Ma non devi prendertela”.
“No, no, non me la prendo. Adesso però vado. Mi aspettano in sala mensa”.

Altri pezzi