Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

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domenica 20 settembre 2026

Enrico Mentana e Francesca Albanese, una sera

Ieri sera in piazza a Parma c'era Francesca Albanese – che comunque sarà a DIG tra una settimana a presentare Naza – e però ieri sera in piazza a Parma c'era Enrico Mentana che intervistava Francesca Albanese, e devo ammettere che la cosa mi solleticava: così ci sono andato.

– L'occasione era la Festa di Open, e quindi in sostanza è Mentana che ha invitato l'Albanese. Questa cosa io non so bene come interpretarla. Mentana è tante cose ma non stupido, e quindi l'arrivo di un pubblico pregiudizialmente ostile nei suoi confronti doveva e poteva aspettarselo. Quindi se l'aspettava? Cercava i fischi, voleva fare notizia in questo modo? È una possibilità (1). Un'altra (2) è che stia cercando di riposizionarsi, perché appunto, non è uno stupido e si rende conto che un certo tipo di giornalismo supino a Tel Aviv ha i giorni contati anche nella nostra provincia dell'impero. Quindi ha invitato Francesca Albanese, l'ha fatta parlare senza troppo contraddirla (ha dato veramente l'impressione di conoscerla e di stimarla), si è preso comunque qualche fischio ma li aveva messi in conto. Perché è successa davvero questa cosa, che non mi aspettavo: Enrico Mentana, che fino a qualche mese non voleva sentir parlare di genocidio, ha lasciato Francesca Albanese esprimere le sue opinioni sul genocidio (del resto, se non l'avesse fatto, la folla non l'avrebbe presa molto bene). Un'ultima possibilità (3) è che Mentana – come tanti altri che però, a differenza sua, spesso sono stupidi – avesse sottovalutato la popolarità di Francesca Albanese, che in effetti nella mediasfera italiana risulta una tale che ha fatto una figuraccia con un sindaco, poi in tv è provata ad andarci ma se n'è andata alla prima provocazione, insomma un personaggio ormai fuori dalla lista di chi invitare ai talk. L'Albanese invece ha un seguito solido, e certe piazze le riempie: la festa di Open prevedeva cento posti a sedere (li ho contati) abbiamo dovuto schiacciarci un po' ovunque; chi fosse passato da Modena l'anno scorso sempre per DIG si sarebbe reso conto del problema, ma appunto, forse nella mediasfera credono che l'Albanese non sia più popolare come un anno fa perché gli USA le hanno chiuso i conti e in Italia qualche sindaco l'ha rimproverata. È precisamente il contrario.

– Ad avvalorare la seconda ipotesi (Mentana sta cercando di smarcarsi da un filosionismo che fa più danni che utile), molto presto la conversazione arriva sugli insediamenti nei Territori, ed è Mentana ad affermare: vanno sgomberati. A quel punto l'Albanese – che più dei palestinesi ieri sera si è trovata a difendere il principio di realtà – gli ha semplicemente chiesto: da chi? Chi è che concretamente dovrebbe cacciare quei coloni da trecento insediamenti [che spesso sono fortezze blindate]? E Mentana, serenissimo, ha risposto che ci vuole una forza di interposizione internazionale. Cioè, ripeto: Mentana, che fino a qualche mese fa aveva difficoltà a dire "colono" in diretta tv (e di fatto non ha usato la parola neanche ieri sera), vuole i caschi blu nei Territori Occupati, a cacciare i coloni dai loro bunker. Teniamocelo per detto.

– Francesca Albanese è un'esperta di diritto internazionale, incaricata dall'ONU di stilare periodici report sulla questione palestinese. Non è un'oratrice, non è una polemista professionista. L'urgenza di portare i suoi argomenti nelle piazze e sui social l'ha portata in passato a cadere in alcune trappole. Ieri sera com'è andata? Secondo me molto bene. Per tutto il tempo è rimasta nel suo ruolo, che è quello di chi studia e documenta un genocidio. Mentana le chiedeva la pars construens, uno Stato o due Stati? Lei rispondeva: non lo so, e in effetti perché dovrebbe saperlo. Non sta a lei proporre soluzioni, o fingere che ne esistano.


– A un certo punto è stata lei ad avvertirci che rischiava di andare come a Reggio Emilia, e qui secondo me c'è un grosso equivoco: com'è andata a Reggio Emilia? Una folla importante è andata a vedere l'Albanese: ha trovato un sindaco che faceva sottili distinguo sul 7 ottobre; ha cominciato a fischiarlo e l'Albanese si è messa in mezzo. Stessa cosa ieri sera: dopo una buona mezz'ora di dialogo sensato,
Mentana ha sentito la necessità di tirare fuori il 7 ottobre nel modo un po' dogmatico in cui lo tirano fuori i sionisti: però c'è stato il 7 ottobre, dovete capire che c'è stato il 7 ottobre. Una data che per qualche motivo dovrebbe annullare quello che stava succedendo prima, e giustificare la catastrofe che è venuta dopo. Siccome la gente non c'è mai cascata (sono quei meme che funzionano solo in laboratorio e in qualche discussione on line) ha iniziato a fischiarlo, e Mentana se l'è presa: ma si trattava di qualcosa di assolutamente prevedibile. Mentana però non è professionalmente abituato a essere interrotto in pubblico da gente qualsiasi, il che ha portato l'Albanese di nuovo a mettersi in mezzo, a intercedere per il suo interlocutore: sì, il 7 ottobre c'è stato, è stato terribile, nessuno lo nega, ecc. Mentana, dal canto suo, ha evitato di accennare a feti sventrati e neonati nel forno. Un'altra parola che nessuno ha mai usato ieri è stata "antisemitismo".

– A un contestatore che ha urlato, semplicemente: "c'è stato anche il 6 ottobre", frase magari sibillina ma non insultante, Mentana ha risposto piccato, perché lui diceva quel che voleva, essendo "a casa sua". Era a Parma, in piazza Garibaldi. È vero, l'evento l'ha organizzato lui per conto di una testata che ha finanziato lui, e però una testata si può comprare, un po' di giornalisti si può stipendiare... ma una piazza no, in piazza può arrivare chiunque.

– Nella stessa piazza, qualche ora prima, aveva parlato Pina Picierno. Non se l'era cavata neanche male e i 100 posti a sedere erano occupati. Ma la fatica che ha fatto a trovare un po' d'applausi è interessante. C'era molta gente e non applaudiva, o applaudiva poco. Una piazza non significa molto, ma posso immaginare la frustrazione di una parte politica che ha puntato tutto sulla sacra difesa dei confini europei e non ce la sta facendo, è proprio un tema che non ha presa sulla gente. Mentana a un certo punto ha voluto chiedere all'Albanese il suo parere sull'Ucraina e anche lì l'Albanese è stata brava, secondo me: ha ribadito che il suo campo specifico è un altro, che il suo è un parere qualsiasi, ha accettato i fondamentali (la Russia ha invaso illegalmente l'Ucraina) e ha immediatamente riportato la questione su Gaza: se contro la Russia abbiamo immediatamente varato pacchetti di sanzioni, perché non l'abbiamo fatto con Israele? Se Mentana trova giusto armare i resistenti ucraini, perché non dovremmo armare i resistenti palestinesi? Ecco, questo è stato il momento in cui Mentana è stato preso di sorpresa. Si capiva che questa cosa di considerare i palestinesi come esseri umani con dei diritti era comunque una novità per lui, qualcosa che magari sta cominciando ad accettare, ma per la quale non è ancora emotivamente equipaggiato.

– A tempo abbondantemente scaduto, è stato Mentana ad aver ricordato che Francesca Albanese attualmente è perseguitata dagli autorità USA, che le impediscono di poter usare conti bancari (anche in Italia). Altri su un'evidenza così scandalosa costruirebbero un intero personaggio: ieri sera l'Albanese ne ha parlato soltanto un minuto prima di alzarsi dalla poltrona, e soltanto perché Mentana glielo ha chiesto.

venerdì 11 settembre 2026

La legge che si denuncia da sola

Buongiorno Leonardo.

Non è un gran bel giorno per me.

Di cosa ti preoccupi?

In parlamento stanno discutendo di una legge terribile, sicuramente anticostituzionale, che mi costringerà a espormi in pratiche di disubbidienza civile. E a parte questo, si tratta di una legge terribilmente stupida, che mi costringe a dubitare della buona fede e/o dell'intelligenza di chi l'ha scritta e di chi la voterà.

Ti riferisci al Disegno di legge Delrio sull'antisemitismo.

Proprio quello.

Eppure l'antisemitismo è un problema concreto.

Indubbiamente, ma nessun problema, per quanto grave, giustifica reazioni stupide o peggiorative. Anche il riscaldamento globale è un problema, no? Immagina che qualcuno suggerisca di risolverlo tenendo aperti tutti i frigoriferi. Non dovrei far presente che non è una soluzione, che anzi il bilancio energetico peggiorerebbe, e che soprattutto si tratta di una misura ridicola? 

Ora però ti tocca spiegare perché il disegno di legge sarebbe così stupido... io ho dato un'occhiata e non mi sembra che contenga nessuna sciocchezza paragonabile a quella del frigorifero aperto.

La stupidità si annida nei dettagli. Il testo usa come riferimento la definizione di antisemitismo dell'Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (da qui in poi IHRA).

Certo. Si tratta della definizione di antisemitismo più accreditata presso gli organi internazionali.

Si tratta anche di un testo tragicamente stupido. 


Questo lo dici tu.

Lo dicono in tanti... ma oggi non ne citerò nessuno. Voglio farti leggere la definizione IHRA come se fosse un testo anonimo, misteriosamente inciso sulla pietra. Voglio dimostrarti che la stupidità è intrinseca al testo stesso: che può essere osservata e misurata da chiunque lo legga, senza bisogno di chiedere a esperti. È un testo scritto male, e ci sono solo due motivi per cui un testo può essere scritto male. Uno è la malafede. 

L'altro è la stupidità?

Precisamente. Anche se spesso le due cause si intrecciano. Un eccesso di malafede può portarti a commettere qualche stupido errore. Anche un eccesso di stupidità può indurti a comportarti in malafede per cercare di occultarlo. Del resto non mi interessa appurare i motivi storici o ideologici per cui la dichiarazione IHRA è tanto stupida. Voglio semplicemente dimostrarti che lo è. È un insieme di frasi così mal congegnate che finisce per contraddirsi da solo. Leggi pure e vedrai.

Va bene, comincio a leggere... "Nello spirito della Dichiarazione di Stoccolma che afferma: “Con l’umanità ancora segnata da antisemitismo e xenofobia la comunità internazionale condivide una solenne responsabilità di combattere questi fenomeni dannosi” la commissione sull’antisemitismo e sulla negazione dell’Olocausto chiese alla Plenaria dell’IHRA, che si teneva a Budapest nel 2015, di adottare la seguente definizione operativa (di lavoro) di antisemitismo..."

Ecco, per esempio, di chi stiamo parlando?

Beh, c'è scritto: della comunità internazionale.

Rappresentata da chi?

Dalla commissione sull'antisemitismo e sulla negazione dell'Olocausto.

Nominata da chi?

Ma non lo so... ci sarà scritto da qualche parte.

Valeva la pena di scriverlo anche qui, non trovi? Almeno in una nota. Non c'è scritto.

Comunque si tratta di organi internazionali, probabilmente faranno capo all'ONU...

Non c'è scritto. Anche la "Plenaria dell'IHRA" sembra un po' spuntare dal nulla: da chi è composta? Da chi è nominata?

Avranno voluto eliminare i dettagli per brevità.

Va bene, andiamo avanti.


Hai notato? C'è scritto "non giuridicamente vincolante". E invece in parlamento la stanno usando per fare giurisprudenza. Renditi conto del paradosso. Ma ti rileggo questo passo incredibile. L'antisemitismo sarebbe "una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei". Sul serio. Nella definizione ufficiale c'è scritto così.

Ok, è senz'altro una traduzione infelice, ma...

"Vediamo l'inglese, suppongo che l'originale sia stato stilato in inglese. "Antisemitism is a certain perception of Jews, which may be expressed as hatred toward Jews". Chi è che si esprime così? Chi è che confonde "perception of" con "hatred toward"? Sono due concetti diversi. Si potrebbe al limite sostenere che un determinato tipo di percezione conduca all'odio...

 ...o che l'odio possa modificare la percezione.

Ok. Ma sono comunque due concetti diversi. Chiedi a uno psicologo, a un filosofo, a un antropologo. Se uno studente mi scrivesse una cosa del genere, sottolineerei e inserirei un grosso punto interrogativo, perché qui qualcuno non è riuscito a spiegarsi bene. Ma nota anche il seguito: le "Manifestazioni di antisemitismo" sono dirette verso gli ebrei e "i non ebrei". Cosa vuol dire? In che modo commetto antisemitismo se offendo un "non ebreo"? 

Beh, metti che un tizio non ebreo venga scambiato per un ebreo, e molestato per questo motivo. Si tratterebbe comunque di una manifestazione di antisemitismo.  

Ah, dici che intende questo?

Forse sì.

Forse sì. Diciamo che non è chiarissimo. Ma andiamo avanti.

"Per orientare l’operato dell’IHRA le seguenti spiegazioni possono servire come esempi:"

Spiegazioni che "servono come esempi"? Sul serio?

Dai, qui è soltanto tradotto male. In inglese stavolta fila, sono examples che servono da illustrations.

Ma perché è tradotto così male? Voglio dire, avevano tutto il tempo e le risorse per...

Stai deviando. Avevi promesso di concentrarti sul testo. 

Va bene. 

Ecco, questo è cruciale. Ti dimostra quanto sia stato rimaneggiato il testo, da persone non molto esperte. La frase precedente serviva a introdurre immediatamente degli "esempi" di manifestazioni antisemite: uno quindi si aspetta gli esempi... e invece segue questa prolessi. 

Cos'è una prolessi?

Un'anticipazione di un'obiezione dell'interlocutore. L'obiezione sarebbe: ma queste manifestazioni non sono antisemite, al massimo sono anti-israeliane. Peccato che non abbiamo ancora letto di che manifestazioni si tratti. Si sente proprio che qualcuno è intervenuto che aveva più fretta di prevenire delle obiezioni che di consegnare un testo convincente.

Comunque è indiscutibile, lo Stato di Israele è concepito come una collettività ebraica.

Certo. 

Quindi se offendi lo Stato di Israele... stai offendendo una collettività ebraica.

Va bene. 

Nessuna obiezione?

Leggi dopo. 

"Tuttavia le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite".

E questo cosa vorrebbe dire?

Beh, mi sembra chiaro. Che puoi criticare Israele, basta che lo critichi come criticheresti qualsiasi altro paese. 

E se Israele fa delle cose che nessun altro paese fa?

Ma in che senso...

Cioè io posso criticare Israele perché, poniamo, ha la bomba atomica. Ce l'ha la Russia, la Russia è criticabile, quindi anche Israele è criticabile. Oppure il costo della vita è molto alto. Anche in Norvegia è molto alto, e se posso criticare la Norvegia... posso criticare anche Israele. Va bene. Oppure è una società con un certo tasso di segregazione razziale, anche il Sudafrica lo era fino a qualche anno fa, per cui posso forse sostenere che in Israele viga la segregazione razziale...

Ehm... no.

No cosa.

Il paragone col Sudafrica non mi sembra molto... insomma, la situazione è oggettivamente diversa.

Ah, dici che le modalità di segregazione previste dalla legge israeliana sono troppo diverse da quelle adottate dal vecchio regime sudafricano?

Mi sembra di sì.

E ti viene in mente un altro Paese in cui la segregazione avvenga con le modalità previste dalle leggi israeliane?

A occhio no. È una situazione molto peculiare.

Infatti.

L'unico Stato ebraico, al centro del Medio Oriente... è chiaro che ci siano elementi di assoluta eccezionalità.

Perfetto, quindi secondo l'IHRA non posso criticarlo. 

Ma non intendeva questo.

Sicuro? Dice che posso criticarlo solo come criticherei un altro Paese: e siccome le cose che Israele fa sono eccezionali, io non lo posso criticare senza ricadere in una modalità antisemita. E nota che stiamo parlando di un documento che definisce uno stato di eccezionalità, perché l'antisemitismo è un fenomeno peculiare, con caratteristiche evidentemente diverse da qualsiasi altro fenomeno razzista o xenofobico. Insomma, in un documento in cui si definisce uno stato di eccezione, viene messo per iscritto che non si può giudicare lo stato di eccezione. E andiamo avanti.

"L’antisemitismo spesso accusa gli ebrei di cospirare per danneggiare l’umanità, e se ne fa ricorso di frequente per dare la colpa agli ebrei quando “le cose non funzionano”."

Un po' goffo, non trovi? È proprio un modo di esprimersi approssimativo, che uno studioso non userebbe. 

Forse era uno studioso che cercava di esprimersi nel modo più semplice possibile. "L’antisemitismo si esprime nel linguaggio scritto e parlato..."

Bisognava assolutamente specificare che il linguaggio può essere "scritto e parlato".

Ti stai attaccando al capello. 

È scritto male. E spiegami cos'è questa frase:


È una frase che introduce una lista di esempi di antisemitismo.


Ed è la seconda che incontriamo. Prima di arrivare finalmente a questi benedetti esempi. In mezzo c'è stata una prolessi che ha aggiunto un'ulteriore definizione di antisemitismo, da aggiungere a quella che si leggeva all'inizio. Questa pagina è un pasticcio. È evidentemente stata rimaneggiata da qualcuno che voleva assolutamente aggiungere delle cose, ma non sapeva dove aggiungerle senza strappare il testo, né era in grado di ricucirlo dopo. E pensa a quanto è inutile, e goffo (in italiano soprattutto), quel gerundio assoluto: "Considerando il contesto generale".

Va bene, ma ora voglio proprio vedere cosa avrai da dire sul primo esempio:


Non è un esempio. 

Ma dai.

Un esempio è "un caso concreto, un comportamento o un oggetto che serve a spiegare una regola, chiarire un'idea o fare da modello". Se per dire qui mi avessero presentato il caso di un tale X, che nel tal luogo e nella tale ora avesse "incitato, sostenuto o giustificato l'uccisione di ebrei o danni contro gli ebrei", ecco, questo sarebbe stato un esempio. Ma gli "esempi" della definizione IHRA non sono esempi: sono modalità, sono pratiche, atteggiamenti, comportamenti, quel che vuoi, ma non "esempi". 

Sarà anche scritto male, ma il contenuto è chiaro è indiscutibile.

Tautologico, oserei dire. Chi odia gli ebrei in quanto ebrei è antisemita. Ok, andiamo avanti.


"Per esempio, specialmente ma non esclusivamente".

Ho capito, ho capito, non ti  piace come scrive.

È scritto male! Però almeno qui c'è una cosa che assomiglia a un esempio: "il mito del complotto ebraico mondiale". Il problema è che non chiarisce fino a che punto posso criticare una lobby internazionale sionista (come ad esempio l'AIPAC), senza ricadere nella casistica del "mito del complotto ebraico mondiale". Qualcuno potrebbe benissimo impugnare questa definizione e sostenere che non posso, tout court. E però Israele qualche mezzo di comunicazione lo controlla, o no?

Non lo so. Penso che gli organi di informazione israeliani siano quasi tutti di proprietà privata.

E i proprietari potrebbero essere... ebrei?

Immagino di sì.

Sei sicuro di non avere appena affermato qualcosa di antisemita? Ebrei che controllano mezzi di comunicazione!

Vabbe' ma non è questo il punto. Sta definendo un atteggiamento complottista che indubbiamente esiste.

Lo sta definendo in un modo veramente molto vago. Scusami eh, noi viviamo in Italia. Molti organi di stampa sono proprietà o emanazione di gruppi privati che perseguono i loro interessi. Posso dire questa cosa?

Certo.

E se uno di loro, dico in linea puramente ipotetica, fosse ebreo, o comunque perseguisse una linea filosionista, potrei dirlo? 

Ma non è questo il punto...

Posso dire che lo Stato di Israele ha potuto contare, in Italia, su una stampa compiacente? Lo posso fare o secondo l'IHRA è antisemitismo? E anche se fosse antisemitismo, diventerebbe una bugia? Sai qual è il vero problema qui?

Sento che stai per dirmelo.

È che questi "esempi" – che esempi non sono – non tengono in nessun conto un fattore chiave dell'informazione. La verità. 

"Quid est veritas?"

 Senti, hai presente i Protocolli dei Savi di Sion. 

Certo che li ho presente. E spero concorderai che si tratta di un documento antisemita.

Infatti. E perché?

Proprio perché metteva per iscritto "il mito del complotto ebraico mondiale".


Questo era un motivo. Ma ce n'era un altro, altrettanto importante: era un falso. Ti propongo un esperimento mentale. Immagina di essere James Bond e di scoprire che esiste un'associazione segreta che trama per conquistare il mondo. 

La Spectre.

Quella, o Mignolo e il Prof. Cosa farai?

Beh, per prima cosa rapporto ai superiori. 

Bene. E ora immagina che questa associazione abbia sede a Tel Aviv. Puoi ancora fare rapporto o diventi antisemita?

È un esperimento assurdo. La Spectre non esiste. 

Il fatto che non esista non significa che non possa esistere da qui all'eternità. Io voglio bene in generale a tutti, ebrei compresi, ma devo voler più bene alla verità, e non posso neanche in linea di principio limitare la mia responsabilità di osservarla, capirla e denunciarla. Sarei antisemita se mi inventassi le prove di un complotto mondiale sionista. Ma se per caso le trovassi, e le verificassi, io in tutta coscienza non mi considererei un antisemita. Con buona pace dell'IHRA.

Ma in effetti se ci pensi l'IHRA parla di "insinuazioni mendaci". 

Per come è scritto, sembra voglia affermare che qualsiasi insinuazione su un complotto mondiale sarà mendace per definizione. 

Non è così chiaro...

Mentre dovrebbe esserlo. Parliamo della definizione ufficiale internazionale eccetera eccetera. Andiamo avanti. 


Fermo. Qui so già cosa stai per dire.

È ridicolo, dai.

In effetti per com'è scritto sembra che non faccia molta differenza se un crimine è reale o immaginario. 

Un bel lapsus.

Comunque, a parte lo stile involuto, il senso è chiaro. Una categoria di persone non può essere ritenuta colpevole di quello che ha fatto una persona. O un gruppo di persone. 

In sostanza sta dicendo che non posso accusare tutti gli ebrei di quello che commettono gli israeliani. 

Si può applicare anche a questo caso, ma è più generale. 

Bene. Teniamocelo per detto e andiamo avanti. 


Io avrei scritto "intenzione genocidiaria", altrimenti è ambiguo... 

Ti attacchi al capello.

...E sono tra quelli che disapprovano il termine Olocausto, spero che non sia antisemitismo anche questo. Avrei preferito Shoah. 

Ricordami che differenza c'è.

La shoah è una catastrofe, una devastazione. L'olocausto è un sacrificio religioso. 

Quindi insomma se lo chiami olocausto stai implicando che sia stato richiesto da Dio?

E che abbia ottenuto un risultato. È un'idea che non posso condividere, e che trovo anzi piuttosto pericolosa. 

L'idea che...

Che il sacrificio di milioni di ebrei sia stato il prezzo da pagare per ottenere uno Stato ebraico. Una visione millenarista che fornisce una giustificazione storica anche alla persecuzione nazista. Non lo accetto. Sono peraltro in buona compagnia. 

Però alla fine in Greco – sto googlando –  holokauston significa "tutto bruciato", non molto diverso da Shoah. La tua è una sovrainterpretazione...

Non direi, ma andiamo avanti. 


C'era bisogno di questo punto? Cosa dice in più del precedente? Chi nega la Shoah/Olocausto è antisemita, era abbastanza chiaro. Però qualcuno ha sentito la necessità di definire e distinguere "gli ebrei come popolo" e "Israele come stato". Peraltro, cosa significa accusare uno "stato"? Al massimo accusi un governo, una classe dirigente, una classe sociale, al limite il popolo intero.

Gli antisemiti spesso si esprimono male. 

Non è un buon motivo per imitarli. 

Se insegui un pirata della strada, facilmente supererai i limiti di velocità...


Ecco, questa è fantastica. Hai presente Theodor Herzl?

Il fondatore del sionismo. 

Sai da dove veniva?

Europa centrale, mi sembra.

Era ungherese. Suddito austro-ungarico. Ora ti faccio una domanda. Secondo te Theodor Herzl era più fedele alla causa sionista o agli interessi dell'Impero Austro-ungarico? Occhio a come rispondi, perché secondo la definizione IHRA potresti essere considerato un antisemita...

Ma è un caso limite...

Un caso limite? I sionisti venivano da tutto il mondo e progettavano di fondare un Paese nuovo. Perfettamente comprensibile, tra l'altro. Se lo dico, divento antisemita? Cioè manca sempre quella maledetta clausola, la verità! Se accuso un cittadino ebreo di essere più fedele a Israele, e non ho le prove, e me lo sto inventando, sono antisemita. Ma se invece posso dimostrare che è così, perché proibirmelo? Perché certi enunciati d'ora in poi saranno sbagliati indifferentemente dalla quantità di verità che contengono, indifferentemente dalle prove che possono confermarli? Sai cos'è questo?

Sento che arriva Orwell...

Mi dispiace, non posso farci niente, o quello o l'Inquisizione, insomma il Parlamento sta istituendo uno psicoreato. Vado a un corteo del 25 aprile, vedo un drappello con le bandiere israeliane, penso: questi vogliono rovinare la festa a tutti, gli interessa più sventolare la bandierina dei quel Paese che festeggiare la liberazione di questo, in cui vivono... eh no! Una cosa così non posso più dirla, e sarebbe meglio neanche pensarla. Ma perché, se mi sembra vera? Almeno dimostratemi che è falsa. Cioè non voglio avere ragione a tutti i costi. Ma voglio essere giudicato per i miei argomenti, per i fatti oggettivi con cui riesco a puntellarli. Non perché certe idee non si possono più scrivere e basta! Fanno tanto gli occidentali ma hanno un'idea di Occidente che è più Torquemada che Galileo, se mi è concesso. Ma senti, ti propongo un esperimento mentale.

Un altro?

Immagina che in Italia esista una lobby, non so, di agricoltori.

Non faccio molta fatica a immaginarla.

Immagina che questa lobby si applichi affinché venga approvata in parlamento una legge che sanziona chi afferma che in Italia esiste una lobby di agricoltori. Vietato affermare che gli agricoltori hanno a cuore i loro interessi! Ciò va contro all'interesse degli agricoltori! Ti rendi conto che questa roba si contraddice da sola? 

Non direi che si contraddice.

Hai ragione, non si contraddice, si autodenuncia. Vedi più in basso:


Quanto fa ridere quel "per esempio"? Cioè la faccia tosta di scrivere "per esempio" quando è l'unico esempio che t'interessa, l'unica cosa che ti premeva scrivere in due paginette di concetti confusi. Sai quel vecchio proverbio: ogni accusa è una confessione.

Non è così vecchio.

Chi ha scritto questa roba non ha veramente argomenti per confutare che lo Stato di Israele sia un'"espressione di razzismo". L'unica cosa che può fare è istituire uno psicoreato. Vietato pensarlo. 

Tu pensi che l'esistenza dello Stato di Israele sia una espressione di razzismo?

Io, se volessi affermare una cosa del genere, cercherei delle prove. Leggi razziste o segregazioniste promulgate dal parlamento israeliano. Esistenza di comunità segregate. Forme di cittadinanza di serie A e B. Pratiche tese a disincentivare il voto di determinate comunità etniche o religiose. Una volta esposte queste prove, a chi le esamina spetterebbe giudicare se sono antisemita o se dico la verità. Perché il contrario dell'antisemitismo non è la propaganda sionista. Il contrario dell'antisemitismo dev'essere la verità.  

La pensi così?

L'alternativa sarebbe ammettere che la verità qualche volta può essere antisemita. 

Ti stai ficcando nei guai... andiamo avanti. 


Questa è una cosa a cui i sionisti tengono tantissimo; allo stesso tempo diventa difficile da spiegare appena esci dai confini fisici o mentali di Israele. Chi è che applica "due pesi e due misure nei confronti di Israele"? Quale altro Paese "democratico" ne occupa un altro da quasi ottant'anni con la complicità dei Paesi più ricchi dello schieramento occidentale? Quale altro Paese si definisce come la patria di tutti gli appartenenti a una comunità religiosa, indifferentemente dalla loro provenienza geografica? Quale altro Paese poteva cacciarsi nella trappola di Gaza e farla franca per tre anni? Ma soprattutto, hai notato che non si parla più di ebrei?

È implicito...

È caduta la maschera, chi ha scritto questa roba non ha così tanto interesse al buon nome degli ebrei. È Israele che conta, è Israele che è uno Stato eccezionale e allo stesso momento non può essere giudicato quando si comporta in modo eccezionale – ne consegue che Israele non può essere giudicato. Come si fa a prendere per buona questa roba? Sono trappole retoriche da due soldi, scritte da gente che ragiona ancora con categorie coloniali...

Coloniali?

I dirigenti israeliani non sono passati attraverso la decolonizzazione. Mentre i grandi imperi coloniali europei sgomberavano, e intere generazioni mettevano in discussione le ideologie che li avevano ispirati, loro erano molto occupati a costruire e difendere la loro piccola patria. Per loro "Stato democratico" significa semplicemente "Stato coloniale", e non capiscono perché non possono più trattare i palestinesi come gli inglesi trattavano gli zulù, come i francesi trattavano gli algerini. Basta discuterci una mezz'ora per notare lo choc culturale: tu dici "Stato democratico" e pensi a Kennedy o Mitterrand: loro pensano a Churchill che carcera e scarcera Gandhi a seconda della convenienza. Riesco persino a capirli: perché persino noi italiani abbiamo potuto fare quel che ci pareva in Libia o nel corno d'Africa, e loro non possono fare la stessa cosa in un pezzettino minuscolo di Medio Oriente? Solo perché sono arrivati più tardi? O perché ce l'hanno tutti con loro, ecco, se sei immerso in un determinato contesto una spiegazione del genere accorre ad assisterti inevitabilmente. Perlomeno questa è l'unica spiegazione che riesco a darmi per queste tre righe assurde. E va avanti:


Anche qui, hai notato? Ormai non fa neanche più finta. Il problema non è usare "simboli e immagini dell'antisemitismo classico" per accusare gli ebrei, macché, cosa gliene frega degli ebrei. Il problema è usare gli stessi simboli per caratterizzare "Israele o gli israeliani". L'unica cosa che gli interessi. Ti viene in mente un'altra dichiarazione internazionale scritta in un modo altrettanto goffo?


Voglio vedere cosa ci trovi di male in questa.

Ah, beh, questa ormai è un classico. Ha anche un nome specifico: "Holocaust inversion". 

A parte il nome, il concetto è abbastanza chiaro. Paragonare Israele al nazismo è antisemita.

Ok, ma perché?

Devo proprio spiegarti il perché? Gli ebrei sono stati massacrati dai nazisti.

Quindi insomma, non si parla di corda in casa dell'impiccato.

Anche. Ma soprattutto è un paragone assurdo. Israele non è uno Stato nazista. 

E quindi se lo affermassi sarei ridicolo, la gente riderebbe di me, fine. Perché vietarmi di fare una brutta figura? Qualcuno ha paura che io possa trovare prove convincenti?

Saresti offensivo.

Perché non avrei prove, no? Non potrei assolutamente dimostrare che il governo israeliano persegue politiche di espansione dello spazio vitale, politiche di segregazione volte a separare e magari in un secondo tempo eliminare intere minoranze etnico-religiose...

Stai esagerando.

Probabilmente sì, e tra l'altro devo dire che i paragoni col nazismo mi annoiano – sono la risorsa dei polemisti senza fantasia – ma in linea puramente teorica, se io riuscissi a portare delle prove, se le usassi per dimostrare che mentre in Europa la Shoah ci portava a riflettere sull'esigenza di superare nazionalismi e razzismi, in Israele ha progressivamente preso il sopravvento una concezione che vede in un nazionalismo segregazionista l'unico modo di trovarsi nel prossimo olocausto... dalla parte dell'esecutore e non della vittima? Certo, se le mie prove fossero poco convincenti, dopo averle esaminate potresti darmi dell'antisemita. Ma perché non vuoi nemmeno starmi a sentire? 
Questa definizione sembra un bambino che a un certo punto comincia a percuotersi le orecchie, la la la la la non ti sento, queste cose non puoi dirmele, non voglio nemmeno pensarci. Pensa anche solo a quant'era maldestro chi ha lasciato nel documento quell'aggettivo: vietato paragonare "la politica israeliana contemporanea". Contemporanea a cosa? Praticamente ci sta dicendo che Israele non potrà mai, per nessun motivo, essere paragonato al nazismo, qualsiasi cosa faccia. E quindi chi impedirà agli israeliani di fare qualsiasi cosa?


Vabbe', dai, questa è la beffa finale. 

Ma è sacrosanto, scusa. Gli ebrei non sono collettivamente responsabili...

Certo che non sono "collettivamente responsabili". Nessuno è "collettivamente responsabile". Ma anche un'affermazione sacrosanta, in calce a una pagina piena di sciocchezze, diventa una beffa. Poche righe sopra si stabiliva che lo Stato di Israele trae il suo fondamento dal diritto di autodeterminazione del popolo ebraico. Però se lo Stato di Israele combina un guaio, improvvisamente gli ebrei non c'entrano. C'è sempre questo gioco delle tre carte: non puoi criticare Israele perché è lo stato ebraico, non puoi criticare gli ebrei perché non sono responsabili di quello che fa lo Stato di Israele. Non puoi criticare niente. Inoltre in quanto unico Stato ebraico, Israele ha il diritto di reclamare la propria eccezionalità: e allo stesso tempo non puoi giudicarlo usando pesi e misure diverse da qualsiasi altro Paese, e quindi – torniamo sempre lì – non puoi giudicarlo proprio, non spetta a te: tanto più che è massimamente popolato da cittadini ebraici, che in quanto tali non possono mica essere "collettivamente responsabili". Senti. Sei d'accordo che l'Italia è lo Stato degli italiani?

Mi sembra tautologico, resta da stabilire chi siano gli it...

Ok. Posso giudicare gli italiani responsabili per le azioni dello Stato italiano?

Non funziona così, di ebrei ce n'è tantissimi anche fuori da Israele. 

Anche di italiani ce n'è tanti, che ne so, in Argentina.

Ti immagini che roba, dare la colpa a un oriundo argentino di quello che fa il governo italiano?

Anche gli oriundi hanno il diritto di voto, quindi perché no. Cioè in linea di massima non ci trovo nulla di così assurdo. Il punto è che gli italiani non hanno recintato una regione al confine, non la stanno affamando, non ne stanno eliminando progressivamente gli abitanti; ma se succedesse, e se incontrassi un oriundo italiano a Buenos Aires che ha votato per un governo che commette crimini del genere, non potrei rinfacciarglieli? Lui obietterebbe che comunque l'Italia è uno "Stato democratico", ma appunto: la democrazia implica una condivisione di responsabilità: se hai votato per un governo genocida accetta che qualcuno possa chiedertene conto. Dunque, con un italiano mi comporterei così: perché non potrei comportarmi così con un israeliano all'estero che sostiene il suo governo? Sto cercando di usare lo stesso peso, la stessa misura.

Non tutti gli ebrei si possono definire "israeliani all'estero".

E non tutti gli oriundi italiani risulteranno sostenitori di un governo genocida. Ma immaginati un autogrill in Argentina, immagina di imbatterti in un tipo vestito con simboli tricolore che inneggia al suo governo, e immagina che si tratti di un governo colpevole di crimini contro l'umanità... Posso criticarlo o devo prendermi una testata sul naso e ringraziare?


Hai qualcosa da dire anche qui?

Sono un po' stanco, e forse lo erano anche loro, mi pare che qui sia stato molto consultato Monsieur de Lapalisse... i crimini sono considerati crimini quando sono definiti tali dalla legge, tante grazie... dopodiché se infili anche un banale circuito tautologico in un testo di legge, hai praticamente un nastro di Moebius: per la legge italiana l'antisemitismo è definito da un testo che definisce crimine antisemita ciò che la legge del nostro Paese definisce tale. Non so, non me ne intendo, magari sono incidenti che in giurisprudenza succedono. Devo ammettere che nutro una certa disistima per Delrio, uno che una volta con un tratto di penna cancellò il diritto di rappresentanza a livello provinciale degli abitanti dei comuni non capoluogo di città metropolitana. È come se avesse qualcosa di personale contro l'articolo 3 della Costituzione. 

"Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali".

Precisamente. Non mi sembra difficile da capire, né da rispettare. Siamo tutti uguali davanti alla legge, sia che nasciamo in un capoluogo, sia che nasciamo un po' più lontano. E non importa se siamo cristiani o ebrei. La legge è uguale per tutti. 

E quindi ritieni che il ddl Delrio sia anticostituzionale.

Ne sono abbastanza sicuro. Spero che i deputati non lo votino, e in caso contrario spero che il Presidente della Repubblica glielo rimandi indietro. E in caso contrario spero che vinceremo il ricorso alla Corte Costituzionale. Nel frattempo mi riservo di affermare quel che penso, basandomi sulle evidenze che trovo. 

Ma sei sicuro di avere ragione?

Potrei anche sbagliarmi, su tante cose. Ma come faccio a capirlo se non me lo dimostrate? Di sicuro un bavaglio non mi farà cambiare idea. È quasi sempre una strategia fallimentare, ci sono tanti esempi. Qualcuno ogni tanto dicendo la sua verità si brucia, ma sulla distanza la verità salta fuori sempre, è una sua proprietà intrinseca.

La verità alla fine vince sempre: tu, non necessariamente.

E vabbe', che ci vuoi fare.

lunedì 13 luglio 2026

La stagione delle lettere



In estate, per tutta una serie di motivi, ci mettiamo a discutere di scrittori. Il che potrebbe portarci un giorno, chissà, a parlare persino di letteratura. Qui ci sono un po' di cose che ho messo su facebook negli ultimi mesi; sul blog non avrebbero avuto molto senso, ma forse rileggendole tutte insieme... nah. 


16 giugno: uno scrittore israeliano a caso era stato invitato a un convegno a caso. Polemica. Sì, è antipatico che qualcuno non voglia invitare lo scrittore X al convegno Y. Bisognerebbe sempre fare proposte in positivo, ad esempio mi piacerebbe che il convegno Y invitasse Refaat Alareer, scrittore e poeta palestinese che descrisse l'assedio di Gaza con passione e una punta di humour. Una volta ad esempio, siccome qualcuno su Twitter si ostinava a parlare di bambini cotti in un forno a microonde, lui domando: "Ma con o senza lievito"? Purtroppo questo tweet fu ripreso da Bari Weiss come esempio di empietà palestinese, Alareer cominciò a ricevere telefonate dall'IDF, dopodiché il suo appartamento a Gaza fu bombardato da un drone. Per questo motivo nessun convegno può più invitare Alareer – che non faceva parte di Hamas, ma del corpo dei volontari dello zoo di Gaza. Qualcuno dirà che più o meno è la stessa cosa, e che comunque non è censura, perché l'IDF prima di ucciderti ti telefona, e se ti telefona prima non è né censura né genocidio. Ugualmente a me dispiace che Alareer non possa più essere invitato a nessun convegno, mentre qualsiasi scrittore israeliano sì.

Questo tipo di discussione è inutile, ogni tipo di discussione è inutile se provi a rivolgerla ai sionisti. Già prima non è che brillassero per acume (e chi brillava ha avuto tutto il tempo e le occasioni per scendere dal carro): chi è rimasto, oltre a non essere il più sveglio della cumpa, è in preda al panico. Vale la pena di spiegare che un boicottaggio non è censura, che ci sono differenze tra il disinvitare uno scrittore a un convegno e bruciare i suoi libri in piazza – o bombardare il suo appartamento? No, non vale la pena, se volessero capire avrebbero capito da mò. Sono stati liberali senza capire cosa fosse la libertà, sono stati radicali gandhiani perché pensavano che il boicottaggio consistesse nel pasteggiare a cappuccini per fare notizia. L'idea che un boicottaggio possa implicare delle rinunce, dei danni, molto spesso autoinflitti, non la capiscono: il loro eroe del resto digiunando prendeva peso. Sono sempre stati col più forte e sono nervosi perché il più forte non vince tutte le guerre, amen. Gli scrittori continueranno a scrivere, se ogni tanto qualcuno non li inviterà a un convegno ciò molto spesso farà loro più pubblicità di un atto di presenza. A Gaza c'è stato un genocidio, a chi si mette a sottilizzare sulla definizione non regalerei tribune, se qualcuno ancora vuole perdere tempo e fatica nel tentativo (vano) di migliorare l'immagine di Israele, che sia almeno Israele a pagare. In casa non mi fanno neanche più bere il chinotto perché anche la sottomarca è di proprietà di un brand che sta sulla lista BDS, deve piangermi il cuore perché uno scrittore non può andare in un posto? Vorrà dire che quel fine settimana starà a casa, dove difficilmente un drone lo andrà a snidare, e anche se suona un allarme antimissile c'è senz'altro un comodo rifugio attrezzato.  

***

25 maggio: Erri De Luca si scopre esperto di diritto internazionale. Il discorso sugli extraparlamentari di sinistra dei '70 che diventano i fasciosionisti nel '20 lo abbiamo fatto tante volte che non vale più la pena – a volte riguardo Allonsanfan, o riascolto certo Gaber, e mi pare che avessero capito già tutto molto prima che avvenisse. Già a metà '90 il tema del riflusso era diventato uno stucchevole romanzo generazionale il cui principale problema era che i protagonisti erano assai consapevoli di esserlo, ben disposti a drammatizzare certi tradimenti – come se invecchiare pompieri non fosse la sorte più banale che può capitare a un incendiario. Molti venivano da famiglie bene, parcheggiati in quella zona d'ombra tra giornalismo, politica e università, dove si stimava che non avrebbero fatto danni (qualcuno c'è riuscito lo stesso). Erano sinceramente convinti che sarebbero diventati la classe dirigente: il che dopo il '68 richiedeva determinate pose rivoluzionarie, e nel '94 (per alcuni) mettersi a disposizione di Silvio Berlusconi. Uno dei tratti che non hanno mai abbandonato, in tutte le loro incarnazioni, è una certa sicumera, la sensazione di aver capito il mondo prima di noi buzzurri e di avere la bontà per spiegarcelo. Questo spiega in parte Erri de Luca, che un giorno legge la Bibbia e diventa un biblista, un altro giorno va in Israele e diventa un esperto di genocidi. Uno non riesce neanche a prendersela, perché poi il vero problema è anche sotto, ovvero quelle centinaia di lettori/discepoli che ci sono cascati per tanti anni, contribuendo a perpetrare tutta una serie di equivoci per cui quando parla un De Luca (o un Adriano Sofri, o un Paolo Mieli, o aggiungetene a piacere) noi dovremmo stare in religioso silenzio e meditare in cuore i loro ponderati discorsi. Alla fine fa un po' ridere, no? – tutta una vita passata ad aspettare il ritorno del fascismo, come i Tartari dalla fortezza Bastiani, e poi quando arriva: prego, prego, si accomodi, ah ma era il fascismo? Nooo, ma cosa dite, impossibile, il fascismo era diverso, questo è una cosa simpatica, ti invitano anche ai convegni, e hai visto i gadget?

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27 giugno: il ministro Valditara annuncia una nuova bozza delle Indicazioni nazionali per la scuola secondaria. Lo studio dei Promessi sposi torna in seconda. 

Vorrei almeno fosse chiaro che il punto non sono i Promessi sposi; che i PS sono un pretesto. Il dibattito sull'opportunità di leggerli a 17 anni piuttosto che a 15 era lezioso due mesi fa, figuriamoci ora. Non è neanche la punta dell'iceberg, diciamo un gabbiano appollaiato sulla punta. Le Indicazioni sono, appunto, indicazioni: gli insegnanti che ritenevano necessario e utile leggere i PS in seconda l'avrebbero fatto comunque; quelli che (a torto o a ragione) lo consideravano uno sforzo inutile/dannoso non cambieranno idea ora. La punta dell'iceberg è un ministro che sconfessa una sottocommissione che lui stesso ha nominato, una sottocommissione di esperti che aveva avuto ottimi motivi per nominare e che in questi anni ha evidentemente dialogato con gli insegnanti, recependone le esigenze (cosa che non si potrebbe dire, ad esempio, per la sottocommissione Storia); un gruppo di lavoro a capo del quale c'è un esperto che ha difeso pubblicamente le scelte della sottocommissione con argomenti che il ministro si guarda bene dall'affrontare. La punta dell'iceberg è un enorme documento prodotto per dare la sensazione che tutto cambi, laddove se appena in una paginetta si riscontra un timido ma effettivo cambiamento, ecco il ministro ingranare la retromarcia in autostrada, incurante di giocarsi una credibilità che in effetti non ha mai avuto. C'è senz'altro anche un'espressione manzoniana per definire un tipo così, ma non me la ricordo e mi sono rotto più i coglioni dei Promessi sposi in questi tre mesi che in vent'anni e più d'insegnamento, potrebbe essere il momento di dare una chance a Fabio Volo.


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21 giugno: Michele Mari viene accusato di avere sparlato di Michela Murgia sul minivan del Premio Strega, adesso mi rendo conto che questa frase fa ridere, ma vi garantisco che nel 2026 per due settimane ne abbiamo parlato tantissimo, ci sembrava una cosa davvero molto importante. 

Sentite, gli scrittori sono stronzi. Quasi tutti. Le eccezioni sono spesso purtroppo scrittori mediocri. Avete presente quella pagina bianca di fronte alla quale vi trovavate a volte prima di chatgpt, quando vi chiedevano una relazione o anche solo due righe di condoglianze per un collega cui è morto un padre, vi immaginate se invece di due righe ci dovreste scrivere centinaia di pagine di fatti sostanzialmente vostri, e poi queste centinaia di pagine portarle in giro, cercare di rivenderle a un editore, addirittura a dei lettori, ma vi tenete conto di quanto narcisismo richieda tutto questo sforzo, al punto che è più facile imbattersi in assassini seriali e dittatori che hanno fallito come scrittori che il contrario. Sono degli stronzi, lo dico senza acrimonia, non è che mi abbiano scopato la fidanzata (oddio, adesso che ci penso), in quanto italianista li ho sempre preferiti morti e sepolti dentro pesanti monumenti, ma non è questo il punto. Il punto è metterli su un pulmino, cioè cosa ti aspetti da sei stronzi su un pulmino? Ma persino se fossero idraulici, persino se fossero sei insegnanti, il minimo che puoi aspettarti è che a qualcuno scappi una malignità su un collega assente. Il minimo, veramente il minimo. Direi che il genio che ha inventato questa cosa del pulmino si aspettava esattamente situazioni come queste, questo tipo di pubblicità. A parte che è una cosa che la dice lunga sul livello a cui il povero scrittore vivente deve scendere, cioè ve li immaginate i cinquinisti del '56 tutti assieme su un pulmino, Bassani, Carlo Levi, Petroni... ma a parte questo, insomma, sei scrittori su un pulmino non è neanche la premessa per un reality, sei scrittori italiani su un pulmino è il preambolo di un inedito di Agatha Christie.


28 giugno: ne stavamo ancora parlando

Non c'è niente di male nel litigare sopra gli scrittori, sul serio: qua sopra litighiamo per centinaia di argomenti anche meno interessanti. Il problema al massimo è l'inesorabile rapidità con cui compaiono le parole amichettismo, circolino, clan, conventicola. Parole il cui intento è stigmatizzare un comportamento tipico di scrittori e altri operatori intellettuali, ovvero? Ovvero l'abilità di crearsi una rete di amici e sodali che diventano, nei momenti giusti, una cassa di risonanza. Ora, secondo alcuni ciò sarebbe sbagliato. Farsi degli amici? Magari selezionati in base a un comune sentire, a un'ideologia condivisa? E con questi amici tentare magari di costruirsi una scena, di ampliare un bacino di lettori? Ma ciò è malvagio! Gli scrittori sempre a casa dovrebbero stare, a litigare coi famigliari perché cercano l'ispirazione fissando il vuoto sul balcone invece di scendere a buttare l'umido. 

Chi sostiene queste cose (oltre a far parte lui medesimo di un reticolo sociale, di cui fruisce a volte senza rendersene conto come il pesce dell'acqua) (oltre a scriverle su qualche social network, letteralmente reticoli sociali in cui l'amicizia si conquista e si trattiene con le unghie), chi affetta questa intolleranza per i clan e i circolini, ha perso la facoltà di collegare gli umanisti a una delle più umane attività, la socialità; magari davvero al liceo ha studiato i classici come medaglioni crociani completamente avulsi dal contesto sociale, il che gli ha impedito di scoprire ad es. quanti Giordani servono per ottenere un Leopardi; e che razza di ragnatele di relazioni stessero intorno a scrittori che ci piace immaginare solitari e scostanti. 

Nel 1911 Giovanni Papini è un signor nessuno con tre figlie a carico. La Voce è un bel progettino editoriale, ma non gli paga le bollette: però gli ha fatto conoscere un tipografo coraggioso, tal Vallecchi. Con un amico pittore spiantato decide di mettere in piedi un giornale artistico un po' di rottura, che possa pubblicare inserzioni pubblicitarie di cui i giornali si vergognano (purganti e preservativi). Boom, cominciano a comprarlo i militari sui treni che li portano in licenza. Papini si sfrena, scrive in prima pagina le cose più estreme che gli vengono in mente: chiudiamo le scuole, amiamo la guerra. L'amico pittore si azzuffa coi futuristi, per poi entrare in società coi futuristi quando si rende conto che Marinetti, per quanto sia persino meno credibile di loro, è quello con la grana. La pacchia dura un anno o poco più e già verso la fine dell'anno Papini deve scrivere: ma perché dite che siamo una "camorra"? Ci conoscete, siamo io e Soffici, abbiamo un po' di contatti, siamo fuori dall'università, fuori dal giro degli editori importanti, ci siamo fatti da soli, ci siamo inventati una roba che precede il Male di 60 anni, precede Libero di 80, come fate a prenderci per lo status quo? Niente, la gente è così. 

Lo scrivo io che sono la persona meno brava a tenersi gli amici, e ciononostante ne ho e mi invitano alle presentazioni, a volte persino di libri che ho scritto io, cioè spiegatemi esattamente cosa c'è che non va in tutto questo? Perché non dovrebbero gli scrittori cercare di associarsi, di lottare per ottenere più attenzione per sé e per i propri sodali? Questo tipo di lavoro, se non lo fanno loro, chi lo dovrebbe fare? Un editore milanese? Un algoritmo californiano? Io non so se la Murgia in futuro sarà ricordata soprattutto per la rete di scrittori che si è saputa costruire nei pochi anni che è riuscita a vivere; o se viceversa, di lei si ricorderanno soltanto le opere, e la ragnatela tutt'intorno sparirà nel recipiente degli epigoni. Non lo so e non m'interessa, tanto non ci sarò. Mi dispiace che la gente pensi che ci sia qualcosa di male nello stare assieme e nell'aiutarsi; mi dispiace per quel signore che ogni volta che in un pezzo compare il fastidioso termine "Amichettismo" interviene per lamentarsi che il termine è suo, cioè lo ha inventato lui – come se fosse un'idea originale, cioè ok, capisco che "camorra" oggi abbia assunto un significato diverso e "conventicola", dopo quel film, sia inutilizzabile, ma sul serio vuoi ricordare a tutti che hai inventato una parola da stronzo? Sul serio vuoi rischiare di essere ricordato per quella parola? Ma non ce l'hai almeno un amichetto?

***

18 giugno

Lo dico vergognandomene, ma di Carlo Ginzburg ho letto così poco che si fa prima a dire che non ho letto niente. E allo stesso tempo ho la sensazione di aver vissuto in un mondo che era migliore perché se non io, almeno i miei insegnanti ne avevano letto, e della microstoria avevano fatto un metodo. La cultura, quando è un edificio che regge, diventa un sistema dove davvero, a volte puoi permetterti di conoscere un autore solo per sentito dire perché tutt'intorno a te c'è gente che comunque ha preso molto da lui, e te l'ha riproposto. Ciò non cancella la vergogna, e aggiunge l'inquietudine di vivere in un edificio che per vari motivi non regge più.


sabato 6 giugno 2026

Erri De Luca: Bagatelle per un genocidio

In questi giorni ci siamo messi tutti a parlare un po' di Erri De Luca. E questo è interessante. Non capita così spesso che uno scrittore italiano stimoli un dibattito tanto partecipato. Allo stesso tempo, è un po' deprimente: perché questo dibattito non riguarda le opere letterarie di De Luca, ma un'intervistina al Foglio dove fa professione pubblica di sionismo, e le conseguenti reazioni di chi un certo tipo di retorica sionista non la può proprio più accettare. 

Ora, non c'è bisogno di essere più maliziosi del necessario. Io non voglio accusare Erri De Luca di aver voluto approfittare del genocidio palestinese per attirare su di sé quel po' di attenzione che i suoi libri non ottengono. Non credo che l'abbia fatto consapevolmente: non è da lui, né in generale non è l'atteggiamento tipico della sua generazione, che nei guai si cacciava più per istinto che per riflessione (le riflessioni, sempre molto sentite e sofferte, arrivavano in seguito). E però bisogna giudicare i risultati, non le intenzioni. Erri De Luca può vantare un umiliante primato: è forse l'unico scrittore la cui scarsa rilevanza fu attestata da una corte penale; la quale dieci anni fa attestò che, malgrado De Luca avesse incitato al sabotaggio di un cantiere ferroviario, chi aveva effettivamente sabotato il cantiere non poteva essere stato sensibilmente influenzato da De Luca. Io a quel punto fossi stato in lui non so che avrei fatto: non so se avrei gandhianamente protestato contro una sentenza lesiva della mia reputazione, perché per uno scrittore impegnato l'irrilevanza è quasi peggio della galera. Però, appunto: è quasi peggio, così forse avrei festeggiato come lui. 

Ma non stiamo parlando di me, che sono perfino meno interessante. Stiamo parlando di Erri De Luca. Giulio Mozzi ad esempio si domanda: ma perché se la prendono così tanto, visto che il suo sionismo è un fatto noto da sempre? Ecco, appunto, non è che ce la prendiamo. È perfino possibile che la nozione del sionismo di Erri De Luca sussistesse in un angolino della nostra memoria, ma la cosa in sé non faceva notizia; di sionisti in Italia ce n'è tanti, e finché non sabotano manifestazioni o sparano ai manifestanti, non danno davvero fastidio a nessuno. Cosa potrebbe anche averlo un po' tormentato – voglio dire, esiste un intellettuale se non dà più fastidio a nessuno? 


È solo nel momento in cui ha fiutato un'opportunità, ha intuito che si era creato uno spazio interessante, un cono di luce per uno scrittore che avesse il coraggio, diciamo pure la faccia tosta di definirsi sionista nel 2026 – è in quel momento che il suo sionismo è apparso a molti insopportabile. Anche perché c'è una certa differenza a definirsi sionisti prima e dopo un genocidio: c'è chi in questa situazione ha preso dolorosamente le distanze dal sionismo: io stesso, nel mio piccolissimo, non avevo difficoltà a riconoscere un senso storico al sionismo fino a qualche anno fa: è stato il genocidio a dimostrarne il fallimento, e non lo dico solo io: lo dicono anche persone che nel sionismo ci sono cresciute.

Quel che è seguito alla pubblicazione dell'intervista è una fiera dell'ipocrisia alla quale un intellettuale non dovrebbe prestarsi. Nel momento in cui per la prima volta molti italiani sentivano parlare dello scrittore Erri De Luca, abbiamo sentito dire che Erri De Luca veniva censurato – lo abbiamo sentito da gente che mai fino a quel momento ne aveva pronunciato il nome! E siccome il sionismo, malgrado goda ancora di una certa affettuosa copertura sui quotidiani, è diventata un'ideologia francamente impresentabile nelle strade e nelle piazze, un festival letterario ha chiesto a Erri De Luca di non tenere il discorso augurale. Immagino che altri scrittori, al suo posto, si sarebbero resi conto che un conto è professare un'opinione impopolare: un altro è imporla a un intero festival, col rischio che altri scrittori si dissocino, e un po' di pubblico decida di non venire, o di venire soltanto per fischiare la vedette. Un altro scrittore se ne sarebbe reso conto, e avrebbe responsabilmente accettato uno spostamento di calendario – magari un nome più piccolo sul cartellone. Erri De Luca no: anzi, ha colto l'occasione di dichiarare che era il festival a "escludersi da lui". Ne hanno parlato tutti i giornali, e di nuovo su tutti i giornali abbiamo letto che Erri De Luca veniva censurato. Qualche libreria nel frattempo ha messo i suoi libri in vetrina, perché il risultato di questa censura è che si è parlato più di Erri De Luca nelle ultime due settimane che in vent'anni di carriera. Nessuno gli ha impedito di rilasciare dichiarazioni, nessuno ha sequestrato i suoi volumi, nessuno gli ha bloccato i conti in banca, come pochi giorni fa è successo di nuovo a Francesca Albanese. Giusto per ricordare cosa succede quando qualcuno ha veramente idee un po' scomode. 


Tutta questa attenzione, almeno l'avesse attirata scrivendo qualcosa di intelligente, qualcosa che facesse onore alla sua fama di letterato e biblista autodidatta eccetera eccetera: purtroppo no. De Luca, abbiamo detto, ha intuito che c'era uno spazio d'azione, un'idea condivisa che reclamava un intellettuale che la nobilitasse. Questa idea la potremmo chiamare: sionismo dal volto umano. Si tratta di concedere che quello che è successo a Gaza (ma anche in Libano, e in Cisgiordania, e in Iran) sia stato un disastro, e però... questo disastro non dimostra l'inevitabile esito di un'ideologia nazionalista, no. L'ideologia nazionalista va assolutamente bene. Il problema sono i criminali che, non si sa bene come, si sono trovati al comando: i Netanyahu, gli Smotrich, i Ben Gvir, insomma i tristi figuri a cui il sionismo ha delegato il lavoro sporco. Tra un po' ci saranno le elezioni (ragionano i sionisti-umani), e quei criminali se ne andranno: magari anche in galera, perché no? Tanto quel che dovevano massacrare, lo hanno massacrato. Al suo posto sorgerà un Israele onesto e verginale, che riparerà i torti subiti – come dubitarne? Si tratta semplicemente di portare pazienza, tirare il fiato, e ridimensionare il disastro. Per cui ci si attacca alle definizioni, con la testardaggine di certi molluschi: è un massacro, è orribile, catastrofico, ma... vietato chiamarlo genocidio. Non perché non lo sembri, non perché non lo sia. Ma perché bisogna distinguersi da chi critica il sionismo tout court, bisogna mantenere alto l'allarme antisemitismo: tutto qui. Ecco perché un bel po' di opinionisti in Italia continuano a definirsi infastiditi dall'etichetta "genocidio". 

A Erri De Luca però tocca trovare un'altra spiegazione; il suo ruolo di intellettuale-vedette alla fine consiste in questo. Altri si manterrebbero sul vago, ma a lui il coraggio non è mai mancato – e una certa impudenza, forse. Dunque dopo essersi improvvisato biblista, eccolo di ritorno da un convegno in Israele trasformato al volo in un esperto di diritto penale internazionale, in grado di spiegarci in poche righe perché certi massacri sembrano genocidi e non lo sono. Ad esempio: non è genocidio se prima la popolazione viene spostata. Sul serio, ha scritto questo. 

Se si muovono non è genocidio

Ora provate a pensare ad altri genocidi – no, non a quel genocidio lì, l'IHRA definition vi proibisce anche solo di pensarci – ma ad esempio... il genocidio armeno: immaginate che i Giovani Turchi in quel periodo invitino Erri De Luca a un convegno, e dopo un bel buffet con quei dolci che ti cariano i denti anche solo a guardarli, gli chiedano, ebbene Effendi De Luca, che ne pensa: abbiamo genocidiato gli armeni? Effendi De Luca dovrebbe dire di no: e non per la gratitudine di aver pranzato come un pascià – cosa state a pensare – ma proprio perché il genocidio armeno storicamente è il risultato di una serie di convulsi spostamenti di una popolazione che dopo un po', a furia di essere spostata e non nutrita, scomparve. Ma scomparve mentre veniva spostata, e quindi per Erri De Luca non sarebbe genocidio. 

Bene, ora immaginate Amon Goetz che durante lo smantellamento del ghetto di Cracovia – quindi a quel punto certi ebrei erano già stati spostati due volte, invitasse Herr De Luca... no, scusate, la legge contro l'antisemitismo vi proibisce di immaginare questa situazione. Holocaust Inversion! Non pensatela, ripeto: non pensatela. 

Pensate piuttosto a come ci si può ridurre in Italia, quando si campa vendendo libri, i libri si vendono attirando l'attenzione, l'attenzione la ottieni mettendoti tra il pubblico e un massacro. Del resto ognuno fa quel che può con quel che riesce, nel tempo che gli è concesso di vivere: a Erri De Luca è capitata questa congiuntura e può darsi che sarà l'unica cosa che gli sopravvivrà, in qualche eventuale edizione futura del Dizionario Biografico degli Italiani: scrittore a cavallo tra XX e XXI secolo, tentò di giustificare il sionismo durante il genocidio palestinese.

domenica 12 aprile 2026

La sofferenza di Emanuele Fiano


Venerdì è stato il giorno della passione di Emanuele Fiano, segretario nazionale di Sinistra per Israele: e se per caso vi stavate preoccupando di altre cose – stragi in Libano, Hormuz ancora chiuso, voli annullati, potremmo restare senza fertilizzante... ecco, sì, va bene, siamo evidentemente entrati in una crisi mondiale dalla quale forse non si uscirà senza una catastrofe, ma cerchiamo di mettere le cose in prospettiva. Venerdì Emanuele Fiano era molto preoccupato.

Per le centinaia di vittime civili in Libano? 

Ma no. 

Peraltro Israele ci ha prontamente fatto sapere che almeno la metà erano militanti di Hezbollah, quindi meritevoli di morte, e che per Israele un rapporto di una vittima innocente ogni vittima colpevole è assolutamente civile e degno dell'esercito più morale del mondo, per cui no, Emanuele Fiano non era preoccupato di questo.

Per la reputazione di Israele?

Perché questa idea che il mondo stia per andare in fiamme semplicemente perché Netanyahu ha convinto Trump che una guerra all'Iran era fattibile, e ora Netanyahu non può essere convinto che un cessate il fuoco è necessario – ecco, tutto questo pare stia incidendo negativamente sulla reputazione di Israele nel mondo, perlomeno così dice Jonathan Safran Froer e chi siamo noi per mettere in discussione la premessa di J. S. Froer – ovvero che Israele, prima di questa guerra, avesse ancora una reputazione da difendere. Verrebbe la voglia di supplicare gli obiettivi libanesi, i gazawi che patiscono la fame, i cisgiordani che vengono quotidianamente aggrediti e uccisi dai coloni: perché vi ostinate a farvi colpire? Non capite che così facendo, consentite a Israele di minare la propria reputazione? Non trovate ci sia dell'antisemitismo in tutto questo? Una situazione oggettivamente preoccupante: forse che Emanuele Fiano era preoccupato di questo?

No. 

Emanuele Fiano venerdì era molto preoccupato – mettetevi seduti – perché il PD milanese ha proposto in consiglio comunale di ritirare il gemellaggio tra Milano e Tel Aviv. Un gemellaggio, capite. Con Tel Aviv. Si può restare in un partito che si ritira da un gemellaggio?

 

Evidentemente si può, perché dopo una notte di "sofferenza", ha usato questa parola, Emanuele Fiano ha deciso di restare nel PD. Di ciò mi sembra necessario ringraziarlo, non solo a nome di tutto il partito, dei militanti e dei sostenitori, ma più in generale dell'umanità tutta, in nome della quale traggo il mio sospiro di sollievo. Sappiamo che l'angelo di Dio promise ad Abramo che avrebbe risparmiato Sodoma, se solo vi avesse trovato dieci uomini giusti; per come poi andarono le cose mi sembra evidente che non li trovò... ma chissà, forse grazie all'eroica sopportazione di Emanuele Fiano, il PD potrebbe essere risparmiato da un'analoga ira di Dio. 


Chi segue Fiano e Sinistra per Israele da un po', credo abbia ormai familiarizzato con la sofferenza di Emanuele Fiano. È un patimento storico, con radici profonde, che si rinnova ad ogni stagione. Fu nello scorso autunno, ad esempio, che Emanuele Fiano soffrì per le contestazioni ricevute durante un'assemblea all'università di Venezia. In quell'occasione il fior fiore dei cattedratici e degli opinionisti si mobilitarono per gridare: vergogna! Emanuele Fiano non è stato fatto entrare all'università!

Anche se in effetti nell'università c'era entrato.

Va bene – rispose il fior fiore –  ma è terribile questa cosa che non lo abbiano fatto parlare, no?

Certo che era terribile, anche se in effetti, Emanuele Fiano aveva assolutamente parlato. 

Va bene, però è terribile questa cosa che non lo abbiano fatto finire, che lo abbiano cacciato via, no?

Indubbiamente era terribile. Benché in effetti Fiano fosse rimasto finché gli inservienti non gli avevano chiesto, scusi, ci scusi, signore, l'università alle 19 chiude.


Chiunque altro di fronte a questa ennesima provocazione avrebbe ceduto, lasciando le aule in balia di chi doveva pulirle per il giorno dopo: chiunque altro, ma non Emanuele Fiano ("Non potevo accettare anche quella prevaricazione"). L'episodio, spiegò, gli aveva ricordato quanto era successo a suo padre: davvero, subire una contestazione all'università gli aveva ricordato quando suo padre, dopo il 1938, avendo perso i diritti civili, non era più potuto entrare a scuola. E in effetti se ci pensate è più o meno la stessa situazione, no? Che differenza c'è tra essere contestati da un gruppo di studenti all'università e diventare un cittadino di serie B che non può più godere del diritto allo studio? Se lo chiedete a Emanuele Fiano, nessuna differenza: e quindi non chiedetemelo a me, magari mi verrebbe una risposta diversa e probabilmente, a questo punto, antisemita.  

Così insomma venerdì la sofferenza di Emanuele Fiano ha rischiato di traboccare, perché qualche membro del suo partito aveva osato proporre di ritirare un gemellaggio con Tel Aviv. Una città dove "centinaia di migliaia di persone hanno chiesto la fine della guerra"... ecco, se davvero l'hanno chiesta (e se davvero sono "centinaia di migliaia") si potrebbe quantomeno obiettare che non l'hanno proprio ottenuta: forse per Fiano è l'intenzione che conta – ma anche l'intenzione potrebbe incrinarsi, se a quelle "centinaia di migliaia" (facciamo decine di migliaia?) giungesse notizia che il comune di Milano ha sospeso un gemellaggio. 

Sono cose che succedono, no? Tu scendi in piazza per manifestare contro qualcosa che in coscienza ritieni sbagliato. Il tuo governo ti reprime, ti malmena persino, ma tu resisti... finché non giunge un messaggero con la ferale notizia: il Comune di Milano ha sospeso il gemellaggio! No.  

A quel punto puoi essere il telavivese più eroico, ma davvero, come si fa? Come si può lottare per un mondo migliore con la consapevolezza di non avere più il Comune di Milano al tuo fianco? Perlomeno questo mi sembra il ragionamento di Emanuele Fiano, il quale poi giustamente aggiunge: e allora perché non chiedete anche la sospensione del gemellaggio con San Pietroburgo? Già. Qualcuno a quel punto ha persino osato obiettare che il gemellaggio con San Pietroburgo è stato già sospeso: rilievo abbastanza indelicato, nei confronti di una persona che si sta impegnando con tutte le sue forze per difendere Israele con le armi retoriche che Israele suggerisce, la più popolare tra le quali in questi mesi è lo specchietto putiniano. Chiunque si permetta di criticare lo Stato Ebraico, anche solo di fischiarlo allo stadio, deve essere messo di fronte a un simile impietoso dispositivo: perché non hai fischiato altrettanto i russi? Ti abbiamo sentito, che li fischiavi più piano. Così fanno da anni, e mica si può pretendere che smettano così, d'un tratto, semplicemente perché non è così che funziona – che ne sappiamo alla fine noi di come funzionano le cose? Noi viviamo nel mondo reale, forse dovremmo accettare che Fiano è in un mondo diverso. 

Un mondo dove la reputazione di Israele conta più della nostra vita, di quella di chi ci sta intorno: un mondo dove Israele non solo ha diritto di esistere, ma ne ha molto più di noi. Un mondo dove il PD non è un partito di centrosinistra, votato da milioni di persone che si preoccupano della crisi medio-orientale e mondiale, e dell'escalation armata a cui il governo israeliano (non troppo osteggiato dall'opposizione israeliana) sta trascinando l'umanità, no: in questo mondo il PD ha un senso solo se Emanuele Fiano, vincendo una troppo giusta ripugnanza, continua a militarvi; portando in dote certo non un cospicuo pacchetto di voti (gli ebrei milanesi essendo poche migliaia, e quelli sionisti persino meno), ma quel quid arcano e imperscrutabile senza il quale davvero forse l'angelo di Dio potrebbe distruggerci, da un momento all'altro. Questo Emanuele Fiano non lo vuole – per ora – e per questo motivo dobbiamo essergli grati. A lui e agli altri nove giusti che devono pur esserci al mondo, oggi. 

Domani boh, vediamo. 

domenica 1 marzo 2026

Il fantasma dell'89

E così la guerra tra Russia e Ucraina ha compiuto quattro anni (più di dodici, in realtà, se teniamo conto del precedente periodo di bassa intensità). Si trattava, già pochi mesi dopo l'inizio dei combattimenti, del più grande conflitto europeo dal 1945: quattro anni dopo le stime che superano il milione di morti, per quanto non facilmente verificabili, sono del tutto plausibili. Se non è una guerra mondiale, è comunque una guerra enorme, che forse non riusciamo a comprendere, tanto è fuori scala rispetto ai conflitti a cui capita di interessarci (l'esatto opposto della Palestina, un inferno concentrato in territori di cui non riusciamo ad afferrare la piccolezza). È una guerra immensa e non ne vediamo la fine. Come avviene spesso in questi casi – abbiamo libri di Storia che ce lo raccontano – ogni proposta di cessare il fuoco viene interpretata dal nemico come un segno di debolezza: questo è vero per i russi, che continuano a mandare a monte ogni trattativa, ma lo è anche ad esempio per gli europei, che ancora giocano al rialzo: pochi giorni fa Kaja Kallas ha avanzato una serie di richieste che include il ritiro dei russi anche da Ossezia, Abcazia e Transnistria – richiesta ineccepibile dal punto di vista del diritto internazionale, ma insomma, a chi non riesci a sconfiggere su un fronte forse non dovresti chiedere di ritirarsi da altri tre. A complicare il quadro, la completa inaffidabilità di Trump; in mezzo, la sofferenza del popolo ucraino che in un qualche modo continua a resistere, sorprendendo molti osservatori e anche me, per quel che conta: e dire che Guicciardini l'avevo pur studiato. 

Da qualche parte ho intravisto un pezzo che dimostra che l'economia russa sia ormai entrata in una fase di crisi irreversibile. Un pezzo che probabilmente troverei più credibile se non ne avessi letto simili già 4 anni fa – dopodiché è pur vero che prima o poi, se prevedi morte e disperazione, ci azzecchi: è il trucco dei profeti da Isaia in giù. Non mi costa insomma molto credere che la Russia sia in crisi: tra l'altro anche i segnali sul fronte confermano un arretramento. Il passaggio logico che mi costa un po' fatica, mentre vedo che molti lo danno per scontato, è che per questo valeva la pena combattere (anzi per questo valeva la pena far combattere e morire un milione di ucraini), che questa specie di catastrofe sociale sia un obiettivo auspicabile per noi, nel medio-lungo termine. È un'idea che molti danno per scontata: se la società va in crisi, non può che seguirne una fase di rivolta che porterà a democrazia e libertà. È la stessa idea che ha portato gli USA a isolare Cuba e a complicare la situazione con l'Iran, eccetera. Non è un'idea illogica, anzi è per molti versi verosimile: ha soltanto il grosso difetto che non si è verificata praticamente mai. A Cuba il castrismo ha battuto ogni record di durata per un regime, in Iran (contrariamente alle attese) gli ayatollah non smollano, eccetera. Ma più in generale, fatevi venire in mente una nazione in cui il regime interno sia collassato perché una lunga guerra o un embargo internazionale avevano reso la vita molto più dura agli abitanti. A me non ne viene in mente nessuno, tanto che mi verrebbe da formulare l'ipotesi inversa: le guerre esterne possono aiutare una classe dirigente a cementare la propria posizione. 

Se comincio ad andare indietro arrivo a un decennio molto più promettente in cui i regimi sì, cadevano: cadde il Muro di Berlino, cadde l'apartheid; ma non caddero a causa di guerre esterne o di una situazione di embargo imposta con la forza. Allo stesso tempo credo che il mito fondativo dei regime changer sia proprio quell'89-95 in cui tutto è cambiato all'improvviso dopo decenni in cui sembrava che nulla potesse cambiare. Questo lo capisco – o forse lo proietto: è infatti possibile che il mio ostinato interesse per una disciplina arida di soddisfazioni come la politica internazionale sia stata causata dal medesimo imprinting: da qualche parte nella mia testa resiste una cellula convinta che tutto possa cambiare in meglio all'improvviso, nell'89 sembrava andare così e perché non dovrebbe ripetersi. 

Il guaio è che i regime changer hanno assorbito quegli avvenimenti come un mito, non li hanno studiati come un fatto storico: altrimenti non penserebbero di poter sostituire a un lungo processo di logoramento economico (nel caso dei Paesi del Comecon) una guerra di posizione; o a una lunga campagna internazionale di sensibilizzazione (come nel caso del Sudafrica) un embargo con qualche saltuario bombardamento e/o assassinio mirato. L'URSS non saltò perché era sotto pressione militare, anzi in quello specifico momento non lo era così tanto: stava cominciando timidamente ad aprirsi alle immagini di benessere che provenivano da ovest e forse furono quegli spiragli a rendere instabile la struttura. Con la Russia ci stiamo comportando nel modo diametralmente opposto: ci ha sfidato nell'unico campo in cui poteva farlo alla pari (lo sforzo bellico, le materie prime), e a questa sfida abbiamo risposto sullo stesso piano, come se non avessimo altri argomenti. Perché forse alla fine non li abbiamo, o se li abbiamo non li riconosciamo più.

***

Mentre meditavo queste cose, Trump ha ceduto – come sempre cedono gli uomini deboli – alle insistenze di Netanyahu, e il bombardamento dell'Iran è ricominciato. Di questo bombardamento Israele ha bisogno per prolungare all'infinito uno stato di crisi che ormai coincide con la sua stessa esistenza: siccome è ormai una nazione fondata sul genocidio, e il genocidio può essere giustificato soltanto in condizioni emergenziali, l'emergenza non può finire – perlomeno finché non sarà evacuato l'ultimo angolo di Cisgiordania. Ufficialmente l'attacco è "preventivo", ovvero basato sull'idea che un giorno gli iraniani potrebbero disporre di armamenti nucleari e potrebbero usarli (a differenza di ogni altra potenza nucleare fin qui), per scopi offensivi e non dissuasivi. Questo è l'argomento, salvo che non riescono a fingere di crederci neanche loro – se nemmeno Netanyahu nella sua fase più fanatica, seduto su un arsenale di trecento armi nucleari, si mette a usarle, possiamo pensare che lo faccia l'Iran quando ne avrà un paio? Si ripete qui il vecchio paradosso iracheno: gli iraniani non possono dimostrare di non possedere armi di distruzione di massa; l'onere della prova toccherebbe ai loro avversari. Così l'obiettivo si è spostato, in modo progressivo ma percepibile, all'idea del regime change. Si è molto insistito, nei mesi scorsi, sulle azioni repressive del regime: gli stessi organi che ostinatamente non vogliono credere ai conteggi delle vittime nella Striscia di Gaza (neanche quando vengono confermati da organi internazionali) hanno immediatamente preso per buona una cifra di 30000 vittime divulgata da un influencer. Si sono organizzati banchetti e presidi anti-ayatollah, da qualche armadio o caveau è stato ripescato un erede di Pahlevi, una tizia in Canada che si accendeva una sigaretta con una foto di Khamenei è diventata un simbolo per una frangia di attivisti/comunicatori che insistono sulla liberazione delle donne iraniane con un'ossessività tutta particolare – non vedono l'ora che si scappuccino, che si spoglino, anche se è inverno, non importa. Tutto questo evidentemente doveva prepararci al nuovo round di bombardamenti, che magari sarà più intenso di quello estivo ma soprattutto ha un fine diverso: ora si bombarda per provocare una rivoluzione. A parte questo, la strategia è la stessa: bombardamenti tattici (che inevitabilmente fanno vittime civili) e assassini mirati. A questo punto dovrebbe già essere stato eliminato Khamenei, che ci viene presentato come l'ennesimo tiranno solitario, e non la figura apicale di una struttura gerarchica ramificata e capillare, che morto un ayatollah ne nominerà un altro. E anche qui: vi viene in mente una dittatura che sia collassata su sé stessa perché veniva assassinato il leader? Il franchismo? Mah, vedremo. Non è insomma del tutto impossibile... ma se succedesse, è auspicabile? Una volta dimostrato che la democrazia si può esportare bombardando e assassinando, cosa ci tratterrebbe da bombardare e assassinare chiunque? Se oltre a essere rispettivamente un demente e un criminale, Trump e Netanyahu si rivelassero due statisti visionari, non credo che questa rivelazione sarebbe una buona notizia per il mondo intero. 

***

Più realisticamente, l'eliminazione di K. può essere il risultato minimo al quale Trump può appigliarsi per dichiarare che anche questa guerra lampo è vinta, e lasciare Netanyahu in sospeso per altri sei mesi. Con questo non voglio dire che un regime change eterodiretto non sia possibile. Un'opzione già sperimentata, che ha consentito di rovesciare concretamente un regime proprio nel Medio Oriente esiste, e prevede, dopo i bombardamenti, un'invasione da terra. È quello che è successo con la seconda guerra del Golfo – in sostanza l'invasione USA dell'Iraq – che è durata quasi nove anni e ha causato, secondo le stime internazionali, almeno un milione di morti civili. 

L'Iran è vasto il triplo dell'Iraq (con catene montuose che ostacolano l'intervento da terra) e popolato il doppio, quindi un'invasione di questo tipo non sembra una cosa che persino menti non esattamente lucide come quelle di Trump e Netanyahu possano prospettare seriamente. Trump, alla prima leva militare seria, ci perderebbe le elezioni (le ha vinte con un programma di disimpegno militare); l'IDF ha difficoltà a penetrare per qualche km in Libano senza spararsi nei piedi. 

Dove si capisce come stavolta il regime change più che un obiettivo sia una condizione sine qua non: la guerra prosegue soltanto se gli iraniani si rivoltano seriamente contro gli ayatollah. Il che può benissimo darsi, anche se fin qui non è successo: e il motivo per cui si bombarda è proprio che non è ancora successo – ma ecco: se bombardi di più succederà? I bombardamenti aumentano la disaffezione del popolo nei confronti del regime o aiutano il regime a compattare il consenso? Non lo so – anche l'esempio italiano del '43-45 mi sembra ormai scarsamente riutilizzabile – ma l'impressione è che più che il risultato di un calcolo, i bombardamenti siano l'espressione di un'insofferenza: Trump e Netanyahu non sanno più cosa fare, e qualcosa devono farlo (soprattutto N.). Il regime non crolla, hanno provato con qualche assassinio mirato e non crolla, poi con bombardamenti e comunque non crolla, poi ancora con bombardamenti e ancora non crolla, e ora che si fa? Si bombarda di nuovo, non perché stia dando l'impressione di funzionare, ma perché è l'unica opzione che hanno. Idee poche, missili tanti, avanti così. Fino a un disastro che prima o poi avverrà, perché tutto prima o poi avviene. È il trucco dei profeti, ricordate.

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