Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

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domenica 27 settembre 2026

Gli alunni "stranieri", tra i condizionatori e i metal detector

[Questo pezzo è uscito per il Manifesto del 22/9. A proposito: mercoledì esce nelle edicole La fine del mondo, e c'è anche un pezzo mio! Vabbe', ma soprattutto ci sono i fumetti]. 


Così Giorgia Meloni ci ha annunciato che metterà un tetto agli studenti stranieri per classe. Se i vostri amici insegnanti hanno reagito alla notizia sbuffando, non è necessariamente per avversione ideologica. È che loro lavorano nella scuola vera, e nella scuola vera il tetto per gli studenti stranieri c’è già. Da una circolare della ministra Gelmini (2010). Da quel momento, si sono verificati sostanzialmente due casi. Nella stragrande maggioranza delle scuole non è successo niente – ovviamente, dato che gli studenti stranieri non hanno mai superato il 12% della popolazione scolastica. In quel migliaio di scuole (su trecentomila in tutt’Italia) in cui la percentuale di stranieri supera effettivamente il 15% o anche il 30%… niente, non è successo niente neanche lì, perché né la circolare Gelmini, né le successive (ne ha emanata una anche Valditara, tre anni fa), hanno mai chiarito cosa sarebbe successo nel momento in cui il tetto veniva sforato. La parola chiave, in questo e in altri casi molto italiani è “deroga”. Si fissa un tetto, e quando si sfonda il tetto, si va in deroga. Esiste un numero massimo di deroghe? Nessuno l’ha capito.

Questo accade nelle scuole vere, e quindi interessa molto relativamente il dibattito politico, ormai entrato nella fase della campagna elettorale. Nelle scuole immaginate dai politici, ogni problema sollevato dai media incontra rapidissimamente una soluzione che si può scrivere in un brevissimo titolo di giornale. I ragazzi esagerano con gli smartphone? “Valditara vieta gli smartphone”. Uno studente estrae un coltellino? “Valditara introduce i metal detector”. Fa caldo? Valditara ci monta i condizionatori. E così via: non esiste emergenza o caso di cronaca che non trovi la sua pronta soluzione. Se poi vi capita di passare per una scuola vera, scoprirete che molti ragazzi tengono ancora gli smartphone in tasca (Valditara non ci poteva mica permettere di perquisirli); che i metal detector sono rarissimi (e del resto per usarli serve personale di pubblica sicurezza); e che gli studenti stranieri continuano a concentrarsi a macchie di leopardo, in alcune zone d’Italia, lasciandone altre completamente sgombre: non per malizia, ma perché banalmente l’immigrazione in Italia ha funzionato così. Il che in effetti ha creato un grosso problema: una tensione perenne tra luoghi dove gli stranieri sono tanti (coi problemi di integrazione annessi e connessi) e altri luoghi dove sono talmente pochi da risultare una minaccia sconosciuta, di cui gli abitanti sentono parlare soltanto da media sempre più ansiogeni.

In effetti, se Giorgia Meloni fosse seria (e se disponesse di risorse illimitate), la sua proposta non solo avrebbe un senso, ma sarebbe assolutamente auspicabile: permettere a ogni alunno con un deficit linguistico di poter frequentare una classe di italiani non sarebbe uno dei modi migliori per mettere in pratica il terzo articolo della Costituzione, contribuendo a rimuovere gli ostacoli che impediscono a chi non parla italiano in famiglia di sentirlo parlare e di impararlo a scuola? Eppure i vostri amici insegnanti borbottano, e addirittura i presidi fanno trapelare un certo scetticismo. Cosa faranno in concreto Meloni e Valditara, che non si potesse fare già dal 2010 in poi? Quanti pulmini servirebbero per spargere i ragazzi in quartieri meno etnicamente connotati? Fino a che punto si possono costringere i genitori italiani a iscrivere i ragazzi nella scuola di quartiere, senza evitare una fuga verso scuole private? E a proposito: si potrebbero obbligare gli istituti paritari ad accettare quote cospicue di studenti stranieri a costo zero. Oseranno farlo? Vediamo come va, ma non possiamo non ricordare i precedenti.

Nella scuola vera – quella in cui i politici raramente mettono i piedi – la differenza tra studenti italiani e stranieri semplicemente non esiste. Vi sono sfumature molto più difficili da interpretare: studenti senza cittadinanza, ma che parlano un buon italiano; studenti che all’anagrafe risultano italiani, ma che non parlano italiano neanche a casa. Per i genitori la situazione è molto più drastica, soprattutto a settembre: se nel registro la maggior parte dei cognomi non suona italiana, la classe è un ghetto. Chi ha il coraggio di restare magari può scoprire che alcuni di quei cognomi prendono i voti migliori, anche in italiano. Certo, ci vuole pazienza. Il governo questa pazienza non ce l’ha, del resto ormai è in campagna elettorale.

martedì 25 agosto 2026

Chi ha paura del Woke One

Nell'estate italiana in cui i 40 centigradi diventano una temperatura accettabile, la benzina oltrepassa serenamente i due euro al litro, la difterite ricomincia a uccidere i bambini, no scusate, riformulo: la fobia dei vaccini uccide i bambini, il governo apre crisi diplomatiche a casaccio, il fronte orientale dà preoccupanti segni di cedimento e un nostro alleato sta conducendo un genocidio alla luce del sole... in questa estate italiana, chi avesse voglia di dare un'occhiata ai giornali, scoprirebbe che l'argomento più dibattuto è il "woke", anzi la fine del "woke". Una cosa di cui la maggior parte degli italiani non ha mai sentito parlare – e giustamente, visto che alla maggior parte degli italiani il woke non ha fatto nulla: li ha passati da parte a parte come una tempesta di irrilevantissimi neutrini. Chi poi i giornali li leggerà per questioni di studio, tra decenni e secoli, si immaginerà che il woke fosse davvero qualcosa che ci appassionava e ci divideva, come la questione trinitaria faceva incazzare i fornai e gli straccivendoli ai tempi di Gregorio di Nissa; ed è ormai a questo tipo di lettori rari e postumi che mi rivolgo: non perdete tempo. "Woke", nel 2026 in una delle regioni più dinamiche d'Italia, era ancora una parola che non usava nessuno. E i giornali? Appunto, anche quelli ormai non li leggeva nessuno. Quelli importanti, quelli nazionali, quelli che ancora si ponevano il problema di costruire consenso intorno a una proposta politica. Galleggiavano nel vuoto, in una bolla oserei dire, ma le bolle sono trasparenti; il che non si può dire delle crisalidi di sciocchezze che essi si sono fabbricati intorno, secernendo disinformazione e luoghi comuni. E soprattutto: le bolle scoppiano al primo insistere del vento, loro no: loro andranno avanti ancora per parecchio senza vedere né da dove vengono né da dove vanno. Chi li guarda dal basso almeno si fa un'idea di dove tiri la corrente. 


Il vento porta verso un ridimensionamento della destra – lo dico sottovoce, perché magari è un anticiclone superpasseggero, che già a settembre si infrangerà contro perturbazioni più serie. Però a fine agosto le nuvole vanno da quella parte. In coscienza, non credo che nessun elettore di Trump o daa Meloni con un briciolo di buon senso possa dirsi contento di come stanno andando le cose, e questa osservazione (che forse sopravvaluta il buon senso) ha già stimolato delle reazioni percepibili. In Italia, per esempio, è stato già lanciata l'alternativa ancora più estrema: Vannacci, il paracadutista in parapensione. Di fronte a una mossa quasi obbligata (coprirsi a destra), la squadra avversaria si è lanciata nella solita manovra: occupare il centro. Funzionerà? Non funziona quasi mai, chiedete ad Annibale. Ma insomma è una cosa istintiva, non bisogna pensare a un regista, anzi all'esatto contrario: è proprio la solita manovra che succede quando lasci la cavalleria libera di fare un po' quello che vuole: vedono un buco al centro e lo occupano; alè alè, se è una trappola ci penseremo poi. Negli USA, durante questo riposizionamento la Ocasio-Cortez si è lasciata sfuggire in tv che "Woke One was crazy", dove per "Woke One" si intendevano richieste estremiste che in Italia non si sono mai sentite (definanziare la polizia...) "Woke One" era già un meme prima che lo impugnasse la Ocasio-Cortez, e se ci pensate presume l'esistenza di almeno un Woke Two, per cui tradurlo in italiano come "il Woke era una follia" è una forzatura. Che comunque serve a uno scopo.


In Italia il "Woke" è il nemico immaginario identificato dalla retorica superdestrorsa di Vannacci, un orco transessuale determinato a distruggere la civiltà italiana a colpi di schwa e bagni unisex. Chi rincorre Vannacci al centro ha facile gioco nel rispondere: è vero, il "woke" ha fatto dei danni (ma quali?), bisogna superarlo, morte al "woke". Si credono probabilmente molto astuti, nel cantare la canzone del nemico: credono di disattivarlo. La canta Giuseppe Conte, uno che col "woke" ha avuto pochissimo a che fare; e subito accorre in suo aiuto Matteo Renzi, inconsapevole di essere stato il governante più woke che l'Italia abbia avuto (l'unico che ha davvero puntato sui diritti civili mentre ignorava quelli sociali). Ma insomma alla fine la questione è tutta qui: una manovrina a tenaglia per provare a contendere a Elly Schlein il ruolo di leader dello schieramento di centrosinistra. Chi parla di "woke" in questi giorni sta collaborando (la Schlein se ne guarda bene). A qualche figura del demimonde mediatico non sarà sembrato vero approfittarne; la confessione di aver trascorso una fase "woke" estrema, e di essersi ravvedutә, può essere scambiata con qualche buono omaggio di visibilità che i giornali stampano ancora, anche se non te li accettano in nessun supermercato. Non vale nemmeno la pena di fare nomi e cognomi, salvo forse il più buffo: Anna Paola Concia, una politica che senza il "woke" avrebbe dovuto trovarsi un mestiere.

Comunque: non ci siamo già passati? Non abbiamo studiato il '68 su antologie di testi che irridevano, sfottevano, prendevano le distanze dagli eccessi del '68? Epperò nel '68 la società stava cambiando davvero, anche in provincia. Il "woke" italiano è un fantasma ricorrente nei sogni a occhi aperti di gente di destra; per lo più coincide con la sua parodia, salvo che è la parodia di qualcosa che quasi nessuno ha visto. Avete mai litigato con una persona per i suoi pronomi? Lo schwa su un documento vi ha creato dei problemi? Vostra figlia non è riuscita a qualificarsi alle semifinali di judo a causa di un transessuale nerboruto? Un'università ha desessuato i bagni, intendo un'università che si concedeva il lusso di averceli sessuati (la mia non li aveva)? Siete vittima del fuoco amico dei bot di destra, staccatevi un po' dal telefono. Se dare addosso a un nemico immaginario vi aiuterà a spostare qualche equilibrio, buon per voi: dopodiché dopodomani saremo ancora qui. Le donne continueranno a chiedere maggiore visibilità e più sicurezza; il loro ruolo nella società è sempre più importante e non sarà la scaramuccia estiva a cambiare le cose. Al prossimo femminicidio, si ricomincerà a parlare di femminicidio, e sono proprio curioso di vedere chi si opporrà perché ormai il "woke" è passato di moda. Le minoranze continueranno a chiedere più rappresentanza e più rispetto, all'accademia come al cinema – e il cinema continuerà a reagire con più prontezza dell'accademia, perché le minoranze comunque hanno soldi da spendere, e due minuti di Elena di Troia nera ti assicurano comunque polemiche e visibilità – se funzionava fino al mese scorso, non si vede perché non debba continuare. Nessuno è andato in piazza per lo schwà, l'unico danneggiamento causato in Italia dal metoo è che per qualche ora una statua di un giornalista in un parco è stata coperta di vernice lavabile, fanno molti più danni gli ultras di una squadra di serie C in trasferta. In piazza in questi anni la gente ci è andata per l'ambiente, coi Fridays for Future; per la Palestina, contro la guerra; contro determinati provvedimenti di un governo reazionario. E domani in piazza ci tornerà per la benzina a due euro e mezzo; per la siccità; contro le guerre che non vogliamo combattere e contro le guerre che qualcuno non vuole guardare. Contro un fascismo che procede impettito verso il vuoto, inventandosi obiettivi militari e annunciandone pomposo la sconfitta. Finché la realtà non presenterà il suo conto, che credo sarà terribile per tutti.

giovedì 23 luglio 2026

L'America al Pilastro

Sento che sto diventando un complottaro: è l'età? Il caldo? I social network pieni di matti? Il grottesco che mi circonda e che sembra ormai disegnato da un'AI alla quale non sono stati limiti di budget né di cattivo gusto? O un meccanismo istintivo, la pareidolia che riconosce cause ed effetti anche quando non esistono, un riflesso difensivo che scatta a caso come gli allarmi durante le tempeste? O saranno le ultime tempeste che mi stanno facendo impazzire, alberi per strada e chicchi di grandine come arance, metti la macchina nel parcheggio coperto, togli la macchina dal parcheggio coperto?

Sento che sto diventando un complottaro: l'emergenza maranza che ho visto scoppiare di Facebook semplicemente perché aa Meloni aveva perso un referendum, ho visto foto della mia città con didascalie impazzite: non possiamo più passare di qui perché ci sono le Risorse che ci arrubano! La Creatura adolescente di lì ci passa tutti i giorni. È come se fosse arrivato il solito consulente dall'America, magari stavolta non Bannon ma un simile capiscione che di Italia capisca ugualmente poco, ed ecco i suoi consigli: pompiamo al massimo il caso di un gioielliere che spara a caso per strada! Insistere sul fatto che la sinistra woke ci toglierà il sacrosanto diritto a sparare a caso per strada! Inoltre in una città storicamente a sinistra deve scoppiare una rivolta in stile banlieue, o meglio ancora the battle of LA, avete presente? Prendete il pulotto più esaltato che avete e gli fate sopprimere un tizio coloured, se non sa come si fa deve cercare George Floyd su youtube. Dopodiché vedrete che suburre a ferro e fuoco! 

Divento complottaro, ma in fondo è da quando sono bambino che sono addestrato a leggere la realtà con le lenti degli sceneggiatori americani. Sembra veramente tutta una loro idea, che fa i pugni con la realtà del territorio: da noi chi spara per strada è un pazzo pericoloso, e gli immigrati non mettono quartieri a ferro e fuoco. Non ancora. Forse siamo solo in ritardo, ma chi sta puntando davvero in quella direzione? 

martedì 16 giugno 2026

Vannacci, ovvero le stesse sciocchezze che vi prometteva la Meloni, in un pacchettino nuovo


Dopodiché vabbe', parliamo pure di Vannacci. Come se fosse una sorpresa, come se non fosse un fenomeno prevedibile e previsto, come se non l'avessimo visto arrivare felpato come un Leopard1 cingolato in dismissione. 

Vannacci, sento dire, prende punti perché chi lo intervista in TV sbaglia a intervistarlo, beh certo voi sareste più bravi. Vannacci, sento dire, piglia soldi da Putin... boh, perché no, ma saranno i soldi decisivi? Sono tutte reazioni prevedibili e superficiali. Vannacci non è un personaggio (cioè lo è, ma la parte personaggio è la meno interessante), Vannacci è una reazione quasi obbligata di un sistema mediatico-industriale che già un paio d'anni fa cominciava a porsi il problema: come recupereremo al voto i delusi daa Meloni? Perché delusi ce ne saranno, era chiaro a settembre '22. Da questo punto di vista la proposta di Vannacci rivela una sconfortante mancanza di fantasia: si tratta esattamente della stessa robaccia che aa Meloni poteva vendere fino a settembre '22. La "remigrazione" tre anni fa si chiamava ancora "rimpatrio": a chi la venderanno, la stessa sòla di quattro anni fa con un pacchetto nuovo? Agli stessi elettori.  

Il sistema mediatico-industriale di cui sopra possiede organi d'informazione sui quali magari qualcuno scrive ancora che le elezioni si vincono al centro, che è necessario conquistare il centro moderato con proposte centriste e moderate, dando tantissimo spazio all'ultimo progetto di aggregazione centrista e moderato che a differenza di tutti i partitini centristi personali del passato, cambierà davvero lo scenario politico – ok, questo è il pastone industriale che vi servono. Chi due calcoli li sa fare davvero sa benissimo che no, le elezioni non si vincono affatto al centro, ma ai bordi: che i bacini elettorali interessanti non oscillano al centro da un partito all'altro, ma agli estremi: dal partito di riferimento all'astensione. L'elettore daa Meloni non voterà mai centrosinistra, neanche se metti la Picierno nuda sui cubi a promettere di abolire l'ICI sulle seconde case: quando aa Meloni lo delude, smette di votare. A meno che non si trovi un altra proposta un po' più estrema daa Meloni, che non abbia ancora deluso (semplicemente perché non ha ancora governato). Insomma, chi due calcoli li sa fare li ha già fatti e ha già trovato, un paio d'anni fa, il personaggio adatto – o il meno disadatto che è riuscito a recuperare. Ed ecco che dal nulla spunta 'sto tizio con un libro autoprodotto in top ten, cosa che a un gruppo industriale costa molto meno di quanto possa sembrare da fuori. Cosa promette? Le stesse promesse da marinaio daa Meloni, con qualche etichetta nuova, per gli stessi fresconi. 

Ora, non è che io possa escludere a priori che un calcolo del genere possa essere stato fatto all'ombra del Cremlino, e però entia non sunt multiplicanda, nel senso: c'è davvero bisogno di arrivare fino al Cremlino per trovare gruppi di potere che hanno tutto l'interesse a tenere il centrodestra al governo anche per la prossima legislatura? Cerchiamo di non fare l'errore che facevano tanti antiberlusconiani, cioè pensare che Berlusconi si conquistasse le popolarità facendosi intervistare dai suoi giornalisti (Berlusconi ai talk non ci andava quasi mai). Berlusconi, anche lui, prima di essere un personaggio era un progetto politico: la tv la usava per prepararsi al terreno, usando le dirette del pomeriggio per calcare su determinati temi (ad es. la microcriminalità) costruendo un frame che lo inquadrava come necessario salvatore del popolo. Se ora sta succedendo la stessa cosa, se dai talk risulta di nuovo un'invasione di islamisti minacciosi, se improvvisamente a fare notizia è l'emergenza terroristica costituita da un coro di bambini in una scuola che grida "Free Palestine", tutto questo non succede né per caso, né perché Putin stia pagando i direttori del Giornale, di Libero, del Tempo, della Verità. 

Cioè lo sapete benissimo chi paga i direttori del Giornale, di Libero, del Tempo, della Verità. La campagna a Vannacci la stanno facendo loro (e i talk della Mediaset), non Lilli Gruber. Se un indomani troveremo qualche città nella situazione di Belfast, prima di incolpare il Cremlino, cominciamo a guardarci intorno: a notare chi semina il vento e incassa percentuali su ogni tempesta. Non perché il Cremlino non vada espugnato, davvero, se si trovasse un sistema non avrei obiezioni: ma perché è davvero troppo comodo attribuirgli responsabilità che altrimenti dovreste localizzare presso chi vi sta pagando in questo momento – e capisco quanto possa essere lacerante.

Detto questo, a chi sta cercando di dimostrare che a Vannacci non bisogna rispondere nel modo X ma nel modo Y, vorrei ricordare che non stiamo giocando a scacchi, ma al massimo a Monopoli: e i nostri avversari hanno iniziato a giocare con gli alberghi già piazzati nelle caselle migliori. Berlusconi era un genio della comunicazione? Bof, magari qualche buona idea l'aveva, ma soprattutto possedeva i mezzi della diffusione del consenso – e ha passato trent'anni a fare la guerra a chi gliene voleva togliere alcuni. Vannacci è un genio? Ma dai. Vannacci è la dimostrazione che chiunque può fare politica in Italia, se gli Angelucci e i Berlusconi decidono di dargli spazio (e Cairo dopo un po' si allinea). Io se dovessi replicare a chi parla di remigrazione, suggerirei di parlare meno e di recarsi alla buon ora in qualche piantagione di pomodori, perché il dumping salariale non si combatte con le chiacchiere. E poi sì, chi propone di remigrare la manodopera non specializzata ha in mente per i suoi figli un futuro da bracciante, questo dovrebbe essere chiaro. È una risposta che funziona? Sicuramente no. Ma se andasse a reti unificate e in prima pagina sul Tempo, sul Giornale, sul Libero... no, forse non funzionerebbe lo stesso. Anche Vannacci, non è detto che debba funzionare così bene. La gente non è stupida. Non troppo, non tutta, non sempre. 

giovedì 16 aprile 2026

E i sovranisti? Dove son nascosti?

Quando un Paese comincia a inabissarsi, chi è abbastanza intelligente si è calato dalla scialuppa di sicurezza già da mò. Ne consegue che sulla tolda che cala a picco restano soltanto i mediocri – se non proprio gli scemi, i quali invece di provare la paura, il panico che sarebbe logico provare... si esaltano. È il loro momento di dare degli ordini, ordini che magari nessuno ascolterà e senz'altro nessuno metterà in pratica, ma è pur sempre una grande soddisfazione finalmente alzare la voce e dare gli ordini. Voi magari non barattereste una lunga vita con quel singolo momento in cui tocca a voi giocare all'ammiraglio, ma appunto: non siete scemi, voi.

È probabile che prima di arrivarci, Giorgia Meloni pensasse a palazzo Chigi come al coronamento degli sforzi di una vita – in particolare una ricompensa per essere rimasta all'opposizione negli anni in cui con Draghi tutti gli altri contendenti si ritagliavano una fettina di oneri e di onori. Sicuramente non si aspettava di trovarsi incastrata in quel palazzo nel momento più critico della Storia della repubblica – il primo capo del governo pubblicamente sconfessato da un presidente USA al telefono, mentre tocca tagliare fondi alla salute e all'istruzione per evitare che la benzina superi i due euro al litro. E che altro? Beh, il papa. Si tratta di scegliere tra Washington e Vaticano, salvo che non è proprio una scelta, vero? È il tipico bivio cattolico: sei libero di prendere la strada che vuoi, ma quella che non conduce a noi porta all'inferno (se esiste), passando per una sconfitta elettorale (quella esiste di sicuro). 

Verrebbe quasi da compiangerla, Giorgia Meloni, nella sua semisolitudine: stritolata dalle forze che stanno facendo esplodere il mondo, chi ha accanto in grado di consigliarla? Crosetto, che non ci dorme la notte; Giorgetti, che un po' di calcoli li sa fare, e devono essere terribili. Nel frattempo i Berlusconi fanno capire di non essere soddisfatti, il casting è già aperto – ma chi vorrebbe davvero prendere il posto di Giorgia Meloni, oggi? Bisogna essere incoscienti, come lei qualche anno fa – e sembrano cento. 

Davvero, verrebbe da compiangerla – poi pensi al decreto sicurezza, e ti passa subito. Che soffrigga il più possibile, Giorgia Meloni, e con lei tutti i sovranisti da operetta che hanno ammorbato il discorso pubblico negli ultimi vent'anni. Perché nella sua demenza non semplicemente senile, alla fine Trump non fa che portare un discorso molto semplice alla sua logica conseguenza: l'Italia sta con noi, l'Italia si è fatta fottere per trent'anni da una classe padronale che aveva nessuna intenzione di trovare un'alternativa pulita al consumo di idrocarburi (che non possiede!) Ne consegue che l'Italia deve aiutarci con lo stretto di Hormuz. Non ha proprio alternative, no? Ora, io non posso essere sospettato di simpatia per Donald Trump, ma in un ragionamento del genere non trovo nessuna falla: e allora perché Giorgia Meloni non ubbidisce? Domanda retorica: ci perderebbe le elezioni. E va bene. Ma i suoi elettori? 

Dove sono tutti quei sovranisti della prima ora, quelli che volevano portare a casa i marò con un "blitz militare"? Ora che si tratterebbe di salvare il Paese dal tracollo energetico, dove stanno? Capisco che per la maggior parte non siano nell'età giusta per correre ad arruolarsi, ma – almeno qualche manifestazione, no? Persino contro i russi l'anno scorso qualche pensionato si animava, e voi? Non ce l'avete più con gli iraniani? Ho sentito dire che sono molto tirannici, e musulmani! Com'è che nessuno tira Giorgia per la giacchetta, com'è che nessuno la supplica di inviare fregate e torpediniere? Dove vi siete nascosti, vecchi piscialetto. Il generale in prepensione, che fa? È entrato in un bagno genderless e non riesce più a uscirne? 

È probabile che prima di arrivarci Giorgia Meloni pensasse a palazzo Chigi come a un trionfo personale: ed eccola qui, il capo del governo più imbelle nel momento più grave. Ci consola, mentre ci incliniamo verso il fondo, la speranza di essere un esempio per chi ci sta intorno e chi verrà dopo: vedi cosa succede, ad affidare un Paese a demagoghi e padroncini ignoranti. Guarda con che capitani ci tocca affondare.

venerdì 3 aprile 2026

Sul fronte meridionale


È più o meno il ventennale di quella volta che Berlusconi disse: ""Ho troppa stima dell'intelligenza degli italiani per pensare che ci siano in giro così tanti coglioni che votano contro il proprio interesse". Citazione testuale che subito qualcuno pensò di male interpretare, lanciando alti strali perché B. aveva dato dei coglioni agli elettori di sinistra. B. aveva semplicemente suggerito che l'orientamento al voto dipenda molto più dagli interessi percepiti che da altri fattori (l'appartenenza, l'ideologia, l'inerzia, ecc.). Nell'occasione si era mostrato più materialista di molti avversari a sinistra, e i risultati di quella tornata elettorale non gli diedero torto. Promise di abolire la tassa sulla prima casa, e i proprietari votarono per lui. Da lì in poi la tassa sulla prima casa non è più stata ripristinata. Ma la domanda è: prima che B. promettesse, all'ultimo minuto di una tribuna elettorale, di abolire l'ICI, gli stessi proprietari stavano tutti pensando di votare Prodi?

È da trent'anni che gli esperti si dicono convinti di sì, che le elezioni si vincano al Centro: e che è quindi opportuno, soprattutto in campagna elettorale, tentare la fascia moderata con proposte il più possibile moderate – detassare i proprietari di prima casa mi sembra l'esempio più felice, anche se B. quelle elezioni non le vinse: le pareggiò. Quando si fa presente che a insistere troppo sul Centro si rischia di disaffezionare la fascia estrema, gli esperti fanno spallucce: in un modello bipolare gli estremisti non hanno alternative. O si turano il naso e votano moderato, o non votano proprio (il che a volte significa votare liste e candidati che non hanno chance). Inutile dire che di questo modello bipolare essi sono i più convinti fautori. Trent'anni fa speravano che l'introduzione del bipolarismo li avrebbe resi preziosi come l'ago della bilancia; quelli che nel frattempo sono cresciuti nel sistema non concepiscono proprio che ne possano esistere altri. Contro la loro tesi, noi incalliti anti-bipolari non abbiamo che invocare i fatti: non è che non funzioni, il bipolarismo; semplicemente non esiste. Per quanto il sistema elettorale possa essere truccato fino a costringere gli elettori a scegliere tra un rosso e un blu (entrambi convergenti verso il centro) senza altre opzioni, gli italiani sono ugualmente riusciti a inventarsele e a votarsele: vedi il drammatico risultato del 2013, quando un partito nato dall'insoddisfazione degli italiani per Berlusconi e per il PD si prese un terzo dell'elettorato. L'Italia non è bipolare e non c'è motivo per cui debba diventarlo – se si esclude l'interesse di qualche piccola lobby e di qualche grande proprietario che vorrebbero piazzarsi al centro e determinare ogni futura scelta con un piccolo pacchetto di voti. La scommessa dei centristi, che i centristi perdono sempre, mentre ai margini nascono formazioni magari altrettanto effimere, ma che attraggono in meno tempo molti più elettori. 

Completiamo quindi l'ipotesi di Berlusconi (l'elettore vota per curare i propri interessi) con un corollario: quando non ci trova nessun interesse, l'elettore semplicemente non vota. Questo forse ci aiuta a capire cosa sta succedendo al sud, cosa Meloni & co. non hanno capito, e cosa rischiamo di non capire anche noi. 

Uno dei modi in cui ci mentono le mappe è il fatto che dietro ogni colore ce ne potrebbero essere altri. Se in una provincia il rosso spunta sul verde di pochi punti percentuali, noi coloriamo la provincia di rosso e non ci accorgiamo più di quanto verde comunque c'era sotto. Tanti errori si potrebbero correggere con un uso più attento delle sfumature: ma le bugie a volte diventano soltanto più sottili. Ad esempio guardate questa. 


Questa è la carta archetipica – i forestieri ci sfottono, dicono: tutte le vostre carte sono così. Nella fattispecie, si tratta dell'affluenza al voto del 2022, ma potrebbe essere il 2018 o il 1964: la gente va a votare più al nord che al sud, fine. Se poi aggiungi che il nord è più popolato, capisci perché i demagoghi storicamente abbiano preferito tarare i propri messaggi sui capannonici che sugli elettori meridionali. E però. 

E però nella cartina ci sono numeri scritti in piccolo, che potrebbero dirci un'altra cosa. Ad esempio che in Campania (terza regione d'Italia per popolazione) nel 2022 ha votato il 55% degli aventi diritto. E quindi? Se guardassimo una cartina del 2018, troveremmo più o meno lo stesso colore, ma... aveva votato il 68%. Questa cosa vale più o meno per tutto il sud: nel 2018 andarono a votare centinaia di migliaia di elettori in più – ed è vero che nel complesso votarono soprattutto per il M5S. Giuseppe Conte era ancora un insigne sconosciuto. Nel 2022 invece era il leader del M5S, e in quanto tale mantenne un buon risultato soprattutto al sud, che evidentemente riconosceva nel M5S l'unico partito che tutelava i suoi interessi: ma in quell'occasione centinaia di migliaia di elettori non andarono a votare. Stanno ora parzialmente rientrando, perlomeno in un'occasione in cui non dovevano votare per un partito o per un leader, ma semplicemente per dire NO a una riforma del centrodestra. 

L'errore di valutazione di Giorgia Meloni e del suo staff sta probabilmente qui. Per mesi girava l'idea che una maggiore affluenza al voto avrebbe premiato il Sì – è successo l'esatto contrario, ed è successo al sud. Un territorio che Fratelli d'Italia, e in generale il centrodestra, avevano sacrificato nel 2018, con un calcolo che almeno fino a quel momento si era rivelato corretto: si trattava di scegliere tra promettere ai capannoni la flat tax e l'abolizione del tetto sul contante e al meridione il mantenimento del reddito di cittadinanza. Il centrodestra scelse i capannoni e vinse; nell'occasione, molti suoi sostenitori meridionali non passarono al M5S o alla sinistra, ma semplicemente non andarono a votare. Meloni & co. hanno commesso l'errore di continuare a considerare quei non-elettori un esercito di riserva, una quinta colonna che in occasione del referendum si sarebbe fatta viva, ma perché? Per ideologia, per appartenenza, per inerzia? Ma la gente non vota per queste cose: ricordate cosa diceva Berlusconi?

La cartina ci dice anche che Giuseppe Conte non è esattamente il fulmine di guerra che qualcuno sta cominciando a celebrare. Perlomeno non lo era nel 2018, quando comunque poteva rivendicare la gestione di un paio di governi (che però avevano varato misure impopolari). Magari lo sta diventando ora; in certi casi l'opposizione corrobora. Ma chi davvero votava per il Reddito di Cittadinanza, lo ha già votato nel 2022. Se nel frattempo il centrodestra si inventa qualcos'altro – sembrano abbastanza suonati, ma non è detto – il meridione è assolutamente contendibile, lo dice proprio il rosso di quella cartina. Anche solo l'affluenza in Campania può oscillare di 15 punti percentuali, e sono centinaia di migliaia di voti. 

martedì 31 marzo 2026

Tutti vogliono le primarie (nella stanza dei ciechi)

Nonostante una certa tendenza ad azzeccare le previsioni, io non credo sinceramente di intendermi più di tanto di politica, o di avere il polso del Paese eccetera. Con le diottrie che mi trovo, posso simulare ampiezza di visione soltanto in una stanza dove chiunque altro sia cieco, e quindi comincio a pensare che sia questo il caso: non sono io che ci capisco qualcosa, sono politici e politologi a non capirci niente. Già. Ma perché? Qualcuno sarà anche semplicemente stupido: più spesso si benderanno gli occhi perché gli conviene. Ma il caso dell'ultimo referendum credo sia illuminante: per mesi un sacco di gente ha veramente creduto che il No potesse vincere, perché lo dicevano i sondaggi. I quali sondaggi stavano sondando un'opinione pubblica ancora disinformata e soprattutto disinteressata, che ci ha messo mesi ha capire quale fosse la sostanziale differenza tra Sì e No. Per molti mesi i politologi sono andati alla cieca, fidandosi di sondaggi che captavano un sostanziale rumore di fondo – questa è un'ipotesi. Ed è interessante perché ora più o meno gli stessi politologi ci stanno dicendo che gli elettori del cosiddetto Campo Largo preferirebbero Giuseppe Conte a Elly Schlein. Sarà vero? E ci conviene davvero scoprirlo prima delle elezioni?

Un altro problema degli esperti nostrani è il dare per scontate alcune caratteristiche invero bizzarre della politica italiana, come se fossero aspetti tipici di qualsiasi democrazia e non bizantinismi escogitati a un certo punto da qualcuno che cercava un trucco per assicurarsi una maggioranza stabile. I premi di maggioranza (quelli che secondo il geniale politologo ce li avevano in tutto il mondo e secondo wikipedia soltanto la Grecia e San Marino). Le coalizioni da formare obbligatoriamente prima delle elezioni, e non dopo come in qualsiasi sistema parlamentare gestito da adulti: con tanto di programma di coalizione, perché se devi deludere i tuoi elettori lo devi fare prima che ti votino, a sinistra, perlomeno (a destra devono vincere). In effetti storicamente gran parte di queste regolette sono state escogitate per evitare che una sinistra vincesse; dopodiché ce le siamo tenute manco fossero le XII tavole. In realtà non ci è dato sapere che legge elettorale ci toccherà stavolta; considerato chi la sta scrivendo, diamo per scontato che sarà l'ennesima legge incostituzionale – come scoprirà prevedibilmente anche stavolta la Corte Costituzionale, non prima che sia stata firmata dal Presidente e non ci abbia costretto a scrivere liste elettorali ad hoc, con le quali avremo già eletto l'ennesimo parlamento che a quel punto dovrà scriverne un'altra, chissà magari perfino peggiore – scusate, ma capite che ci sono già passato più volte, per tutte queste fasi? Ecco, un altro problema dei politologi è che sembrano avere memorie cortissime. 

Dicevo, non ci è dato sapere che legge elettorale ci toccherà, ma il cattivo risultato referendario (e le cattive vibrazioni successive) ci autorizzano a sperare che Giorgia Meloni stia calando un po' le penne: adesso che non è più convinta di vincere, magari il premio di maggioranza calerà un po'. E forse potrebbe anche riconsiderare l'elemento più anticostituzionale (e demenziale), ovvero l'obbligo di designare un candidato di coalizione. Proprio la cosa che il centrodestra postberlusconiano si è ben guardato di fare, nel 2017 come nel 2022. Il che ha consentito, al centrodestra (sempre meno centro), di cambiare con disinvoltura il proprio leader, da Salvini aa Meloni, senza affannare i sostenitori in estenuanti risse tra segretari di partiti così simili per bacino elettorale e ideologia. Il tutto in virtù di un patto tra segretari: chi prende più voti diventa il presidente designato. Facile. Economico. Sembra anche il trucco più efficace per motivare gli elettori del leader in declino (che però può avere ancora chances, se i suoi continuano a sostenerlo). E anche il più elastico, quello che permette ai leader qualche avventura fuori dal seminato: quando ad esempio Salvini fece un governo coi grillini, mentre aa Meloni, ogni tanto ricordiamocelo, restava fuori anche dall'esecutivo 'tecnico' di Draghi. A occhio, insomma un sistema che funziona meglio delle primarie: ma ammetto che l'occhio è mio. Nella stanza invece c'è un sacco di gente che le primarie le vuole proprio fare. Avranno ragione loro, no? (Continua)

martedì 24 marzo 2026

Vanno tutti a sbattere contro un referendum (ma perché?)


Il risultati di questo referendum erano così ampiamente prevedibili che li avevo preveduti persino io, due anni fa, quando ancora non si sapeva su cosa si sarebbe fatto il referendum: e però sembrava inevitabile che il Centrodestra ne organizzasse uno, e ci andasse a sbattere (ma perché?) Poi lo confesso, man mano che ci si avvicinava alla scadenza, e per molto tempo sondaggi e analisti sembravano dar ragione ai meloniani, anch'io ho dubitato: del resto mica sono un professionista. E questa è forse la cosa più interessante: che anche stavolta si sono sbagliati i professionisti. 

Se ne deducono alcune leggi empiriche sugli ultimi 15 anni di postberlusconismo (2011-2016), ovvero:

1) Chi si trova al governo dopo aver più o meno vinto una consultazione elettorale, cercherà dopo qualche tempo di ottenere un'ulteriore investitura popolare, mediante un voto che dovrebbe trasformarsi in un plebiscito: Renzi col referendum del 2016, Salvini facendo cascare il governo al Papeete nel 2019, Meloni nel 2026.

2) Tutti questi plebisciti falliscono, più o meno clamorosamente.

3) Gli esperti, i consulenti, i politologi, i sondaggisti... sono sempre tutti convinti che questi plebisciti siano una buona idea – finché non si accorgono che non lo è, ma sempre troppo tardi.

Tutti questi in fondo non sono che corollari dell'unica vera regola non scritta ma inossidabile del quindicennio postberlusconiano: (4) i leader ballano una sola stagione, e neanche tutta. Si scaldano nell'angolo mentre il leader precedente viene suonato al tappeto; irrompono pieni di fresca energia; cercano di reggere i colpi ma di solito non arrivano a fine legislatura (Meloni sarebbe la prima). Non ce l'ha fatta Grillo, non ce l'ha fatta Renzi (il più arrembante e incosciente, non aveva nemmeno vinto un'elezione legislativa), non ce l'ha fatta Salvini, non ce l'ha fatta Conte (che è quello che fin qui ne è uscito con le ossa meno rotte). Il potere logora chi ce l'ha, come per altro è giusto che sia in un periodo recessivo. È una regola abbastanza evidente, eppure ancora nessuno l'accetta. Nessuno che la politica la osservi e la commenti di professione; nessuno che la giochi ai massimi livelli. E ancora, perché? Cosa illude il leader di turno di poter sconfiggere il banco, anche quando ha numeri inferiori al precedente?

Potrebbe essere l'ombra lunga di Berlusconi? Magari non riescono a capire che lui non era un semplice personaggio, ma un uomo di potere, con interessi ben più concreti e ramificati. Berlusconi sì, sopravvisse a tante sconfitte elettorali, e non per qualche sua innata qualità, ma perché possedeva tutti i media necessari a restare sulla cresta dell'onda anche quando perdeva. E quindi, dopo tanti anni, e a Berlusconi apparentemente morto e sepolto, il problema sarebbe ancora lo stesso: non aver compreso in cosa consistesse il conflitto d'interessi. Renzi, Salvini, Meloni, devono essersi convinti che la longevità di Berlusconi dipendesse da una misteriosa unione empatica con gli italiani, e non dal mero controllo dei mezzi di propaganda. Ne deducono che questa unione empatica sia alla loro portata: basterebbe mettere gli italiani al muro, costringerli a scegliere tra loro e tutti gli altri. Messi al muro, gli italiani scelgono tutti gli altri. Berlusconi era un leader/boss: dopo di lui abbiamo visto dei leader/personaggi molto più volatili, sui quali i gruppi di potere (ma anche i semplici elettori) puntano finché danno una certa sensazione di novità – che dura al massimo quei due o tre anni, dopodiché ci sarà senz'altro qualcosa di nuovo e più interessante. 

Da Wikipedia, i sondaggi sul referendum, mannaggia a chi li paga. 

Tutto chiaro, no? A me sembra molto chiaro. E allora perché ci cascano? Prendi ad esempio Giorgia Meloni. Non è che dovesse fare una cosa molto complicata: si trattava di contare i voti che stava prendendo. Non le percentuali – che finiscono sempre per illuderti: i voti secchi. Ci ricordiamo tutti che Giorgia Meloni vinse le elezioni del 2022. Secondo alcuni le stravinse. Quegli alcuni guardavano le percentuali. Il centrodestra guidato da Giorgia Meloni, nel 2022, prese dodici milioni di voti. Sono tanti? PD e M5S, che correvano separati, non arrivarono insieme a undici. Ecco. 

A quel punto Giorgia Meloni doveva porsi il problema: ne prenderò mai di più? O ne prenderanno gli altri? Perché ad esempio, nel 2018 il Centrodestra ne aveva presi sempre dodici milioni (persino quattrocentomila in più); PD e M5S, invece, ne avevano presi rispettivamente undici e otto. Bene. Dunque tra 2018 e 2022 cos'era successo? Che molta gente aveva smesso di votare PD e M5S. Com'era ampiamente prevedibile, considerato che PD e M5S avevano condiviso le maggiori responsabilità di governo (peraltro durante una pandemia gravissima). Questa disaffezione non aveva portato molti più voti al Centrodestra: questo Giorgia Meloni aveva tutti i dati per capirlo. Se voleva aumentare il suo bacino elettorale, doveva inventarsi qualcosa. Ma quando si è al governo è molto più difficile, no? 

Un anno fa, i più se lo saranno dimenticati, ci fu un referendum abrogativo che fu definito un "disastro" per il Centrosinistra: in effetti non fu raggiunto il quorum – com'era scontato che succedesse – e però più di dodici milioni di elettori votarono per abrogare leggi promosse e difese dal Centrodestra. Esatto, proprio dodici milioni. La stessa cifra che fin qui Giorgia Meloni non è riuscita a superare. Probabilmente in quell'occasione tramontò l'idea di un referendum sul premierato – una riforma troppo personalizzata – e però un referendum costituzionale andava fatto comunque, è come un impulso incontrollabile, una specie di bomba a orologeria innestata in ogni maggioranza di governo: e così siamo arrivati al referendum di ieri. Ora, lasciate stare le percentuali. Contate i voti secchi. Quanti voti ha preso il Sì, ieri?

13.251.848

Quindi ce l'ha fatta! Giorgia Meloni è riuscita a superarsi! Certo, bisogna anche calcolare i centristi che ufficialmente non si candideranno mai con lei (pronti a diventare una stampella non appena ce ne fosse la necessità) e persino certe frange di M5S e PD. Però, insomma, Giorgia Meloni dovrebbe avere più di dodici milioni di elettori dalla sua parte.

Il PD e il M5S ne hanno quindici. 

Fine.

Questa è l'unico risultato che andrebbe discusso – per quanto vada contro la narrazione che tutti abbiamo deciso di farci, di un Centrodestra invincibile che dovrebbe aver conquistato il cuore degli italiani: no. Dal 2016 al 2022, ha perso dei voti. Dal 2022 al 2026, non sembra averne recuperati. Gli avversari sì. Ora, è ben vero che nei prossimi mesi tutto può succedere: ma cosa può succedere che renda Giorgia Meloni più popolare di quanto lo era nel 2022, all'opposizione? Se Trump davvero fa la pace, e la benzina crolla di schianto, e non avvengono disastri naturali, e nessun altro sottosegretario si fa beccare in società con un camorrista, forse, dico forse... ma è sempre più dura, no? Se riuscisse a parlare ai giovani... è andata da Fedez. Niente da fare. Magari brevettando una legge elettorale che offra un premio di maggioranza al secondo arrivato – conoscendo i precedenti, è persino probabile. Giorgia Meloni non è stupida. Come ha potuto convincersi che lei, a differenza di Matteo Renzi, non sarebbe andata a sbattere?

C'entrano forse i sondaggi. Anche stavolta, fino a venti giorni fa, guardando i sondaggi il Centrodestra credeva di avere la strada spianata, e poi? E poi niente, all'improvviso i sondaggi hanno cambiato idea, salvo che non è possibile: qualcuno li truccava? L'unica spiegazione che riesco a trovare è la seguente: fino a venti giorni fa, la gente rispondeva a caso, più o meno quello che il sondaggista voleva sentirsi rispondere. Fino a venti giorni fa, all'italiano medio non fregava nulla di questo referendum, probabilmente non riteneva di voler votare. La vera risposta che i sondaggi avrebbero dovuto dare aa Meloni era: non ce ne frega niente del tuo referendum. E quindi i sondaggi sono soltanto la punta iceberghiana del problema, che è l'autopercezione che i questi leader hanno di sé e dell'interesse che stimolano nei cittadini. Quella bolla mediatica alla quale non riescono a sottrarsi e che li persuade di essere interessanti anche quando parlano dell'argomento meno sexy al mondo che potrebbe davvero essere la separazione delle carriere e dei CSM. 

Venti giorni fa il referendum comincia a forare l'attenzione: in quel momento l'italiano medio si informa e immediatamente si polarizza: sbilanciandosi nel modo in cui tutti potevamo prevedere che si sbilanciasse, tranne paradossalmente i sondaggisti e i commentatori politici: contro il governo. Come era successo con Renzi, e per lo stesso motivo: governare stanca. Il calo di affluenza nelle regioni meridionali, che nel 2022 erano passate sensibilmente dal M5S al Centrodestra, mi suona come una conferma. E tuttavia...

E tuttavia ogni regola in politica ha le sue eccezioni. Specie se confligge con altre ancora più generali di quelle che ho trovato io. Ad esempio ricordiamoci di questa:

5) Ogni volta che la Sinistra sembra sul punto di vincere (1919 – 1994 – 2013) il Capitale si inventa qualcosa. Questo qualcosa magari non può più essere Giorgia Meloni, ma l'unico sostituto finora escogitato (il generale Vannacci) fin qui non ha dato una gran prova di sé. Può anche darsi che alla fine Giorgia Meloni rimanga alla barra in mancanza di meglio. Così come può darsi che quel misterioso corpo stellare in perenne evoluzione – il M5S – si risvegli dopo una fase relativamente stabile e deflagri in qualcosa di imprevedibile. Altre ipotesi non mi vengono in mente, ma dopo tutto non sono un esperto. Anche se, ecco, tendo ad azzeccarci un po' più spesso. Il che non cessa di sorprendermi: di inquietarmi, persino.

martedì 10 marzo 2026

Il referendum paradossale


Di giustizia, ribadisco, non m'intendo, ma di paradossi un poco sì, e credo di trovarmi davanti ad uno enorme: un governo che a ogni suo minimo gesto tradisce un'impostazione autocratica, una mentalità totalitaria, e che promuove una riforma per rendere più indipendente la magistratura. In teoria: perché in pratica, ovviamente, la riforma va nel senso opposto. Però com'è successa questa cosa? I posteri magari si porranno il problema. E siccome non possiamo pretendere molto dalla loro soglia di attenzione, la faccio breve: è stato Berlusconi. Sì, ci sta ancora creando problemi. E tanti ancora ce ne creerà.

Ora, immagina di essere un ricco disonesto. Cosa vorresti dalla magistratura del tuo Paese?

– Che non si accanisca troppo nei suoi confronti. Comprensibile, dal tuo punto di vista. 

– L'unico sistema è entrare in politica.

– A quel punto dovrai accusare la magistratura di essere sua avversaria per motivi politici, ovvero affermare che la magistratura è politicizzata (il che è probabile: tutto si politicizza, presto o tardi. Si è politicizzato anche il ladro, perché non dovrebbero politicizzarsi i magistrati).

– Non resta che vincere le elezioni e proporre una riforma per depoliticizzare la magistratura. Se sei molto ricco non è così difficile. 

– A questo punto però... il potere politico sei tu! E se depoliticizzi la magistratura, quella poi sarebbe indipendente nei tuoi confronti e potrebbe anche indipendentemente decidere di indagare su di te! Così all'improvviso non sei più così ansioso di depoliticizzare la magistratura. Tieni ancora la questione in sospeso perché ormai è diventato uno slogan, ma hai altre priorità.  

– Nel frattempo gli anni passano per tutti, cosicché magari muori. Succede anche ai ladri. Persino a quelli ricchi.

– Ma l'ideologia che hai messo assieme non te la porti nella tomba. Tanti elettori li hai convinti, tante parole d'ordine sono rimaste. Bisognerà depoliticizzare la magistratura, è scritto in un copione che nessuno ha ancora mandato al macero. 

– I tuoi eredi, quando si ritrovano al potere, hanno un'esigenza apparentemente simile alla tua iniziale: la magistratura li infastidisce, scopre troppi altarini, pretende che un ministro si giustifichi per le navi che ordina di speronare, si domanda perché il tal sottosegretario ha coperto un trafficante libico di esseri umani. La differenza principale è che tu eri un ladro prestato alla politica: loro sono politici professionisti (oddio, professionisti: diciamo che non saprebbero fare nient'altro). Tu eri a Palazzo Chigi per risolvere i tuoi problemi personali, e soprattutto all'inizio sapevi che non saresti durato: per loro Palazzo Chigi è l'obiettivo finale, una volta arrivati hanno solo l'angoscia di doverne uscire e sono tuttora convinti che da qualche parte tra Costituzione e legge elettorale ci sia una fessura, un passaggio segreto, qualcosa che una volta sbloccato consentirebbe loro di governare per sempre. Ci credeva Matteo Renzi, ci crede persino la più scettica Giorgia Meloni. Per te era sufficiente che la magistratura ti lasciasse stare: loro la vorrebbero commissariare. Hai creato un mostro! Chissà se te ne rendevi conto. Chissà se te n'è mai fregato qualcosa.

giovedì 5 marzo 2026

Non vi farei riscrivere la Costituzione neanche se foste bravi (ma non lo siete)


Al referendum del 22 marzo voterò NO alla proposta di riforma costituzionale, e non credo sia una notizia. Voterò NO perché, per quel che posso capirne, si tratta di una pessima riforma. Magari se avrò tempo nei prossimi giorni mi spiegherò, ma c'è senz'altro chi se ne intende di più e lo ha già spiegato meglio di me. Quanto a me... a chi la vado a raccontare?

Non me ne intendo. 
Ma è questo il punto. 

Se davvero in parlamento c'è una maggioranza che ritiene di dover riscrivere un pezzettino di Costituzione; se questa maggioranza è assoluta ma non è qualificata, e quindi si riduce a dover chiedere un parere ai cittadini come me, ebbene, perché dovrei all'improvviso intendermene? Perché dieci e più milioni di persone dovrebbero nel giro di pochi mesi acquisire una competenza in fatto di giustizia e costituzione, giusto perché qualcuno in Parlamento vorrebbe ottenere i risultati ma non è riuscito ad avere i numeri? Credo proprio che non sia questo il senso dell'articolo 138. 

A dispetto di qualsiasi politico che ci ha provato e ci proverà – per poi soggiungere che "non ci mette la faccia", il senso dell'articolo 138 mi sembra chiaro: se una parte politica vuole provare a cambiare la Costituzione da sola, senza ottenere la maggioranza dei due terzi in parlamento, ebbene non le resta che chiederlo al popolo con un plebiscito (la parola "referendum" l'abbiamo recuperata perché sembrava meno compromessa col Ventennio).
Che sarà, inevitabilmente, una prova di forza di quella maggioranza: un modo per dimostrare che se non ha i numeri in Parlamento, ce li ha nel Paese.
Se ce li ha. 
Ma se invece non ce li ha...  

Con questo non voglio suggerire che Giorgia Meloni sia sprovveduta come Matteo Renzi nel 2016 – se non altro perché ha avuto la possibilità di vedere cos'è successo a Matteo Renzi nel 2016. Si è ben guardata, quindi, di "mettere la faccia" come lui non riuscì a evitare di fare. E ha fatto bene: lui stesso, se dopo i risultati avesse contato fino a cento, avrebbe potuto rendersi conto che aveva ancora delle chance per restare in sella. Ma era Matteo Renzi, ed era circondato da gente (come abbiamo avuto l'occasione di vedere anche in seguito) non molto più avveduta di lui. Non che intorno a Giorgia Meloni si sia condensata una particolare tempesta di cervelli – non sanno letteralmente cosa gli succede intorno, perfino il portaborse della Leonardo ex Finmeccanica si fa beccare su un teatro di guerra senza scorta: e però forse non riusciranno a eguagliare quel capolavoro di autolesionismo. Il fatto che si siano messi ad arzigogolare l'ennesima legge elettorale significa probabilmente che hanno già capito che andranno a sbattere, una cosa che Matteo Renzi capì mesi dopo l'impatto. Quindi.

Quindi la questione è molto semplice: il governo Meloni mi ha chiesto un favore, e io al governo Meloni rispondo NO.

Senza entrare nel merito della questione?

No, perché dovrei? Non me ne intendo. (Dopodiché sì, mi conoscete, probabilmente nei prossimi 15 giorni entrerò nel merito della questione, non riuscirò a farne a meno). Ma non sono obbligato a diventare un esperto di carriere e di alte corti. Non è quello che si chiede a me come cittadino. Mi si chiede un atto di fiducia nei confronti di una maggioranza di governo, ora per favore guardatela. 

Guardate quella maggioranza di governo. 

Secondo voi si merita che io le faccia un favore?

In cambio di cosa?

Hanno appena votato al Senato una legge contro l'antisemitismo basata sulla definizione Ihra, una cosa oggettivamente ridicola che mi costringerà, una volta pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, ad autodenunciarmi perché ritengo che ci sia una lobby di persone che cercano di far votare leggi favorevoli a Israele. Il che mi sembra abbastanza autoevidente – è appena successo! – ma l'autoevidenza è una cosa che i sionisti italiani non ci possono più permettere. Sorvoliamo un attimo per carità cristiana su quei sei senatori PD che una legge così, in spregio a ogni buon senso, intelligenza e vergogna, l'hanno votata. È una legge voluta da questa maggioranza. 


E io a questa maggioranza di governo dovrei fare un favore?

Vi ricordo che in Medio Oriente è appena scappata la guerra più assurda che poteva scoppiare, che ha già determinato l'aumento del prezzo del gas con cui mi scaldo in casa e del petrolio con cui ogni merce, in Italia, viene trasportata. È una guerra sciocca, che ha già complicato una situazione tragica, voluta da un governo israeliano genocida e un presidente USA affetto da demenza. A gente simile, il governo spagnolo ha detto no. E noi? Ma ci mancherebbe che Giorgia Meloni dicesse anche una mezza sillaba di biasimo o di presa di distanza. Abbiamo tante basi Nato e le concederemo, anche perché in sostanza comandano loro, noi dobbiamo inchinarci e ringraziare. Questo è quello che il governo fa. 

E a questo governo io dovrei fare un favore?

Ma il pacchetto-sicurezza l'avete seguito? Col fermo di 12 ore a chi semplicemente sta andando a una manifestazione? E la possibilità di perquisire i manifestanti senza mandato? Questa è la maggioranza che mi chiede un favore. Poi magari il 25 aprile mi tiene in caserma. Dicono che se voto "Sì" la magistratura sarà più indipendente dal potere politico, cioè da loro. 

E io dovrei crederci? A questa gente?

E insomma, su. Tenete conto che non è mai esistito, nella Storia della repubblica, un referendum costituzionale che non fosse peggiorativo; tenete conto che da adulto ne ho già visti quattro, letteralmente uno peggiore dell'altro, forse l'argomento migliore per chi sospettasse di un'involuzione della cultura giuridica in questo Paese (in 20 anni siamo passati da "devolviamo competenze alle regioni così togliamo un argomento alla Lega" a "parlamento grande brutto buuuuuuh! politicanti a casa!") E dovrei aspettarmi che invece un tizio come Nordio mi scriva un pezzo di Costituzione come si deve? Non dico che sia in assoluto impossibile – anche un pool di scimmie, con molto tempo, potrebbe scrivere l'Amleto, ma...

...vi sembra una cosa fattibile? 

Continuare a far riscrivere la Costituzione da un pool di primati finché per la legge dei grandi numeri non ne esca almeno un articolo interessante?

Sentite, io sono in giro da un pezzo, di governi ne ho visti tanti. Alcuni li ho disprezzati più di altri, per tutta una serie di ragioni. Ma non ho mai mancato di riconoscere quando perfino il governo più manigoldo, per caso, azzeccava una legge. Berlusconi proibì il fumo nei luoghi pubblici. Matteo Renzi fece passare la legge sulle unioni civili. Giuseppe Conte prese decisioni coraggiose, durante l'emergenza Covid. 

Ora ditemi una cosa, una sola cosa buona che avrebbe fatto questo governo. 

Con calma, eh.

Io sono abbastanza sicuro che questa proposta di riforma costituzionale sia scadente. Non me ne intendo, ma sono abbastanza sicuro che sia peggiorativa. Non sono un esperto, ma questo governo l'ho già visto al lavoro in tanti settori e sarebbe veramente molto strano che tutta la sua competenza si concentrasse sulla questione (non così centrale) della separazione delle carriere. Ma se anche fosse una buona riforma. Se l'avesse scritta Solone coadiuvato da Montesquieu, su appunti recuperati da Calamandrei, io voterei No lo stesso, perché a un governo che mi impoverisce, che mi vieta di parlare e mi minaccia se manifesto, io non faccio nessun favore, e di sicuro non contribuisco a farlo passare alla Storia come un governo riformatore. Persino se migliorasse la Costituzione (e non lo fa), ci sono talmente altri argomenti sull'altro piattino che No, grazie, mi tengo la Costituzione così com'è. Non è perfetta, ma giù le mani. Non vi ho mai visto lavarvele.

venerdì 20 febbraio 2026

Il bonus docente è davvero fantastico (nel senso che non l'ha visto ancora nessuno)

[Questo pezzo è apparso il 18 febbraio sul Manifesto. Era stato scritto qualche giorno prima, ma vorrei rassicurarvi: è ancora attuale. Nel senso che a oggi il bonus che i docenti dovevano percepire a settembre non è stato ancora corrisposto; il che dovrebbe forse trattenere i consulenti del Ministero dal lodarne le caratteristiche e le finalità, se conoscessero, non per sentito dire, un minimo di decenza. È pur vero che sono pochi soldi, ma sono nostri. C'è una parola molto semplice che definisce chi si tiene i miei soldi, invece di darmeli].


Ma quando riaprono la Carta Docente? Ogni tanto ancora qualcuno in sala insegnanti se lo chiede. Nessuno ha più il coraggio di rispondere, perché fin qui tutte le previsioni sono state deluse. Ce l’aspettavamo a fine settembre – e già allora qualcuno borbottava: in effetti, se c’è un periodo in cui i docenti hanno veramente bisogno di comprare libri, materiale, e iscriversi a corsi d’aggiornamento, è proprio nel mese in cui tradizionalmente il servizio viene sospeso. Stavolta però a ottobre la carta non si è riaperta, e chi non si era affrettato a spendere i suoi 500€ di bonus annuale ha avuto un brivido: ce li riaccrediteranno? Di solito succede, ma se stavolta non succede?

Dopo settimane di suspense, la piattaforma si è effettivamente riaperta. A quel punto abbiamo scoperto che le aziende che gestiscono lo Spid – un servizio ormai indispensabile, non solo per usufruire della Carta – non lo faranno più gratis. Ma almeno il bonus arretrato era ancora lì, dove i meno spendaccioni lo avevano lasciato: quello del 2025/26 però non era ancora accreditato, e a quel punto chissà se lo sarà. Speravamo almeno per Natale, ma c’è sempre un inghippo burocratico, una sentenza da rispettare, un provvedimento da riscrivere. A quanto pare si tratta di un decreto interministeriale che dovrebbe essere approvato a fine febbraio, dopodiché finalmente i docenti potranno accedere a quello che gli spettava di diritto a settembre. Sei mesi di ritardo, per una categoria storicamente sottopagata che nel frattempo sta sperimentando un’evidente perdita di potere d’acquisto. Il minimo che si possa dire è che ci sia stato arrecato un danno: ragione per cui qualcuno cominciava ad aspettarsi una beffa. Di solito funziona così, con questo governo almeno.

Se ne è voluta forse incaricare Loredana Perla, coordinatrice della commissione governativa che sta riscrivendo le indicazioni nazionali. Alcuni giorni fa la pedagogista se l’è presa con insegnanti e sindacati che criticano la “nuova carta”, che non sarà più semplicemente una “carta docenti”, ma una “carta servizi” che potrà essere impiegata non soltanto per consumi culturali, ma per esigenze più pedestri (ancorché necessarie) come i trasporti. È pur vero che sarà un po’ leggera (100 euro in meno, una riduzione del 20%!), dato che la “platea dei consumatori” si è allargata: varie sentenze hanno infatti ribadito l’obbligo del governo a corrispondere il bonus anche ai docenti precari. Qualcuno potrebbe obiettare che siamo lavoratori, non pesci in un acquario che aumentando di numero devono accontentarsi di meno mangime pro capite: se gli aventi diritto a un bonus aumentano, non c’è nessuna legge matematica o sociale che proibisca di aumentare il budget; insomma dove la professoressa Perla vede una necessità, c’è invece una precisa decisione del governo che ha stabilito di non spendere un centesimo in più; e anche quei centesimi, ci sta mettendo sei mesi a trovarli. Immaginate che qualcuno vi proponga di calarvi il salario perché ha intenzione di assumere qualche collega; ecco, questo è il problema coi bonus: hanno una logica tutta loro che non è quella della contrattazione.

Col senno del poi forse aveva ragione chi del bonus si era detto perplesso sin dall’inizio; chi quei 500 euro (40 al mese…) avrebbe preferito vederli in busta: pochi, maledetti e subito. L’idea del bonus non viene dalle associazioni di categoria; è forse quel che resta di una delle stagioni più bizzarre del riformismo scolastico, la Buona Scuola di Renzi. A suggerirla fu un insegnante-scrittore, Marco Lodoli, che più volte spiegò come il suo intento fosse convincere gli insegnanti a tenersi aggiornati, ad andare oltre i soliti classici, insomma a leggere anche gli autori viventi. Sin dall’inizio insomma la misura fu vista come un aiuto, più che agli insegnanti, all’editoria, e in generale alla traballante industria culturale; il problema non era tanto che i prof avessero pochi soldi da spendere, ma che non li spendessero in biglietti di teatro, in libri (possibilmente libri nuovi, scritti da autori viventi, non i soliti classici). L’acquisto di device digitali era tollerato, purché non fossero i diabolici smartphone. Con queste limitazioni, il bonus non ha mai smesso di essere considerato come un’illuminata elargizione, e non un diritto acquisito; una paghetta per la quale l’insegnante non dovrebbe mai smettere di ringraziare, anche quando l’aspetta per sei mesi e non arriva.

La nuova Carta, ci spiega Perla, sarà «estesa in prospettiva anche al personale amministrativo»: benissimo, ma speriamo che questo non comporti l’ulteriore riduzione di un bonus già esiguo. Sarà insomma qualcosa di fantastico, questa nuova Carta: potremo usarla per andare in autobus come al cinema (chissà se finalmente qualche museo l’accetterà), insomma perché noi utenti non la apprezziamo? Perché insistiamo a borbottare? E noi docenti forse tanto entusiasmo vorremmo condividerlo: a frenarci, fin qui, non è qualche faziosità ideologica, quanto l’antica abitudine (che una pedagogista dovrebbe comprendere) a giudicare non le intenzioni, ma i risultati. Perché per quanto possa essere bellissima, questa nuova Carta, un grosso difetto ce l’ha: non c’è. Non l’ha ancora vista nessuno; chissà, forse a fine mese. Speriamo.

mercoledì 28 gennaio 2026

Inginocchiarsi a Israele, tutti. Sempre. Ringraziando.


Presidente Meloni, le scrivo perché non capisco.

Ho letto che ha definito "inaccettabile" una cosa che è successa nella Palestina occupata. Com'è possibile che qualcosa che accade laggiù sia "inaccettabile"?

Non è vero, Presidente, che laggiù sono state uccise decine di migliaia di persone, perlopiù civili: assediate, bombardate e affamate da un esercito occupante in base a un principio di ritorsione sconosciuto al diritto internazionale? Non è vero che chi assedia, chi bombarda e chi affama, è un nostro riverito alleato, e che noi accettiamo tutto quello che fa? E se accettiamo tutto quello che fa, cosa ci può essere di peggio, cosa può esserci di "inaccettabile"?

In pratica sarebbe successo questo brutto fatto: due carabinieri stavano perlustrando una zona occupata per preparare la visita ufficiale di alcuni diplomatici UE, quando hanno incontrato un cittadino israeliano. Un riservista, a quanto pare. Armato – com'è la prassi, laggiù. E questo riservista avrebbe intimato loro di inginocchiarsi. Cosa che essi hanno fatto. Credo che lo avrei fatto anch'io, nei loro panni. 

Questo episodio, senz'altro sgradevole, lei ha deciso di considerarlo "inaccettabile", e io non capisco. Cioè, capisco quanto sia sgradevole (per due membri dell'Arma, poi!) doversi inginocchiare davanti a un tizio che in teoria, se le risoluzioni Onu fossero rispettate, non avrebbe nessun motivo di essere lì, né di essere armato. Anzi ci terrei ad aggiungere che sono solidale con loro, e condivido il loro senso di umiliazione. Ma a lei che ha una ben maggiore responsabilità – e dalla sua posizione, una migliore visione delle cose – non può sfuggire che a ordinare ai due carabinieri di inginocchiarsi era un cittadino israeliano. E quindi.

E quindi se un israeliano ci dà un ordine, presidente, noi ci permettiamo di discuterlo?

Addirittura di trovarlo "inaccettabile"?

Trovo la cosa incomprensibile, se non addirittura un po' antisemita – egregia presidente, io a questo punto avevo capito che qualsiasi cosa gli israeliani ci chiedono di fare, noi dobbiamo accettarla di buon grado e senza troppe discussioni. E inginocchiarsi un po', per quanto faticoso, non è certo la cosa più umiliante che ci chiedono di fare, anzi. 

Li stiamo armando, li stiamo spalleggiando. Se a Netanyahu venisse l'uzzo di venirla a trovare, benché tecnicamente sia un ricercato internazionale (e il mandato lo ha spiccato una corte a cui abbiamo aderito) noi lo proteggeremmo. Con le nostre forze dell'ordine, polizia e carabinieri, cosa possiamo fare di più compromettente che proteggere un criminale internazionale alla luce del sole? 

Ma se accettiamo questa cosa, presidente (e lei l'ha accettata!), che vuole che sia un inchino, al confronto?

Un inchino, presidente, non è che la plastica descrizione del nostro atteggiamento: noi siamo sempre inchinati a Israele. Qualunque cosa faccia, ci deve andare bene, anche quando danneggia noi e i nostri amici, ovvero sempre: qualsiasi loro desiderio è per noi un ordine. O sbaglio?

Presidente, in questi giorni in parlamento si discutono diverse proposte di legge, tutte più o meno dettate da associazioni di amici di Israele. In queste proposte si legge, molto chiaramente, che il diritto di parola in Italia non deve essere esercitato troppo liberamente, laddove confligga col ben più incontestabile diritto di Israele di fare ciò che vuole senza essere criticato. Un'eventuale critica allo Stato di Israele sarà da qui in poi considerata un atto di antisemitismo, ovvero (anche se ancora non si può dire, ma all'idea ormai ci stiamo abituando) un reato di pensiero. Queste proposte di legge – una delle quali è stata stilata da un suo vecchio compagno di partito – si basano tutte su una definizione di antisemitismo che è stata evidentemente rimaneggiata da alcuni amici di Israele, al punto che il risultato è un testo ridicolo, un'offesa al senso comune e all'intelligenza di chi lo legge: ma non importa. Davvero, tra l'intelligenza e la fedeltà a Israele non è che si possa scegliere: la mia sensazione per lo meno è che la scelta sia già stata fatta. E quindi, presidente.

Che problema sarà mai un inchino? Certo, se uno non è allenato può fare male alle giunture. Ma noi ormai siamo allenati, perlomeno da un punto di vista morale. Israele ci ordina, noi dobbiamo ubbidire. Sempre, e celermente. Questo pezzo che le scrivo, tra qualche mese non potrò più scriverlo, o sbaglio? Sbaglio a ritenere che un pezzo del genere possa essere considerato antisemita, e in quanto tale passibile di denuncia per psicoreato? In questo pezzo è suggerito che in Italia vi siano politici che antepongono ai nostri interessi nazionali quelli dello Stato di Israele, il che è ovvio ed evidente, ma è anche una nozione che non potrà più essere messa per iscritto, in quanto affermare qualcosa del genere (anche qualora sia evidente e conclamato) rientra nella definizione ormai accettata di antisemitismo: una definizione che dovrebbe fare accapponare la pelle di ogni giurista serio e coscienzioso, ma dobbiamo ormai accettare che la coscienza, la decenza, il diritto internazionale, i diritti civili, sono tutte cose che valgono fino a un certo punto. E che questo punto lo decide Israele, in qualsiasi momento. Perché scusi, eh:

Se un giorno Netanyahu le si presentasse a Palazzo Chigi e le domandasse di inginocchiarsi, non lo farebbe?

Se le chiedesse di prostrarsi al suo cospetto – come Aman al cospetto di Ester – non lo farebbe?

Non lo ha già fatto, in fondo? E perché dovrebbe smettere di farlo?

E perché non dovremmo farlo noi, ogni volta che un israeliano ci chiede di farlo, anzi ringraziando?

Presidente, vorrei metterla al corrente di alcune mie paure. Lei è più giovane, ma credo sia stata informata di quel periodo in cui la Repubblica Italiana, pur trovandosi a far parte della Nato in una delle posizioni più avanzate sullo scacchiere europeo, rischiava a ogni elezione che la maggioranza del parlamento fosse l'espressione di partiti comunisti e socialisti più vicini all'Unione Sovietica. Un paradosso molto pericoloso: come si risolse? Eh, forse ne ha sentito parlare: scoppiarono alcune bombe, dopodiché (anche per altri motivi) il rischio si ridimensionò. Storia vecchia, e speriamo archiviata. Ultimamente però ci troviamo in questa situazione: siamo una delle nazioni europee più vicine a Israele – e lo siamo anche per la sua propensione a inginocchiarsi; e però in Italia, più che in altri Paesi, ha preso forma un movimento di protesta nei confronti del governo Netannyahu e della sua politica (lo scrivo finché posso), genocida. Un altro paradosso abbastanza pericoloso, come si risolverà?

Gli israeliani ogni tanto, nella loro illuminata superiorità, ci avvertono: c'è un forte rischio di attentati. Ovviamente non da parte loro, figuriamoci. Qualche arabo pronto a rivendicare lo si trova sempre, non costano tanto. Però davvero, il rischio c'è, e ho il sospetto che lei se ne renda conto. E con lei tanti parlamentari che davvero a questa legge anti-antisemitismo ci tengono tanto. Accusarli di far parte di una lobby è così miope – cioè, certo che fanno parte di una lobby: ma è per il nostro bene. L'alternativa l'abbiamo già vista, no? Ma a questo punto.

A questo punto le chiedo per l'ultima volta: cosa c'è di "inaccettabile" in un inchino? Forse che non ci inchiniamo tutti i giorni? Forse che non si inchina il governo? Forse che non si inchina il parlamento? E allora è inaccettabile che si inchinino i carabinieri? Proprio loro, usi a obbedir tacendo e tutto il resto? Suvvia. 

Richiami l'ambasciatore, le chieda scusa, e se fa l'offeso le offra casa sua – forse che se un israeliano reclamasse casa sua, non gliela cederebbe ringraziando? Un antisemita non lo farebbe e lei, presidente, non vuol mica passare per antisemita, no?

Grazie per l'attenzione, e salute ai suoi padroni.

sabato 24 gennaio 2026

Meno insegnanti, più metal detector

[Questo pezzo è apparso il 22/1/2026 sul Manifesto]. Tre giorni fa, dopo avere abbracciato i genitori di Abanoud Youssef che chiedevano al governo un intervento immediato del governo, il ministro Valditara ha comunicato in favore di telecamera la sua soluzione: metal detector nelle scuole. In tutte? No, soltanto negli istituti a rischio. Chi dovrebbe individuare gli istituti a rischio? Ovviamente i dirigenti degli stessi istituti, mediante richiesta al prefetto. Questa è la pronta risposta del governo: si individua un problema che a causa di uno o più fatti di cronaca ha forato l'attenzione dei media (la violenza giovanile), si segnala immediatamente lo strumento tecnico che può darci la sensazione di arginarlo (un metal detector), e nel medesimo momento si scarica la responsabilità sui dipendenti: al prossimo fatto di sangue, un preside dovrà rendere conto del fatto che non ha ritenuto necessario far passare qualche centinaia di studenti, tutte le mattine, sotto la stessa forca caudina che ci fa arrivare in aeroporto una o due ore prima del decollo. 

Il dirigente che davvero facesse richiesta di uno strumento del genere, non solo dovrebbe poi trovare un espediente per riuscire a incolonnare studenti e insegnanti anche un'ora prima dell'inizio delle lezioni, ma si dovrebbe in un qualche modo munire di personale che quel metal detector possa davvero metterlo in funzione, e che abbia il permesso legale di aprire gli zaini dei ragazzi: collaboratori scolastici e insegnanti non possono (questo spiega come mai, malgrado i roboanti proclami dell'estate scorsa, i ragazzi continuino a portarsi il telefono in classe). Magari un appalto sui metal detector si riesce ancora a finanziare con qualche sottovoce del PNRR, ma le guardie giurate chi le pagherà? 

Lo stesso dirigente dovrebbe inoltre esporsi al giudizio della cittadinanza, e in particolare di quella fascia che ai dirigenti più preme: i genitori. In una fase di calo demografico, in cui ogni istituto lotta coi denti per mantenere costante il numero di iscritti, pena la chiusura di corsi e di cattedre, il preside dovrebbe spiegare ai suoi potenziali utenti che sì, la prefettura ha dato un'occhiata e ha confermato che la scuola aveva proprio bisogno di mettere all'ingresso un rilevatore di armi da fuoco e di taglio. C'è da scommettere che molti dirigenti preferiranno correre il rischio di accoltellamenti – che al di là dell'enfasi giornalistica, nelle nostre scuole è ancora abbastanza contenuto – alla certezza di perdere iscritti. 

Tutte queste considerazioni pratiche, comunque, non hanno molta importanza: al governo serviva una risposta pronta e ce l'ha data. Se i giovani continueranno ad accoltellarsi, sarà colpa di chi i metal detector non vuole farli funzionare. Per quanto probabilmente il ministro non se ne renda conto, non è un caso che la sua reazione, di fronte a questi e ad altri problemi, sia di arroccamento: a ogni emergenza reale o percepita, la scuola dovrebbe aggiungere dispositivi di sicurezza, steccati e cancelli per tenere fuori dispositivi e coltelli da cucina che i ragazzi continueranno tranquillamente a usare al di fuori, dove la società non sente la necessità di controllarli o di aiutarli. 

Eppure la scuola potrebbe essere esattamente il contrario: uno spazio aperto a tutti, dove i ragazzi si sentano liberi di restare molto dopo l'orario delle lezioni. Il luogo che manca soprattutto ai cosiddetti immigrati di seconda generazione – in realtà studenti italiani con gli stessi diritti di chi ha un cognome italiano – per i quali più spesso è difficile frequentare luoghi di aggregazione giovanile che fin qui la società ha per lo più subappaltato alle parrocchie. Certo, per rendere la scuola un luogo che aiuti i ragazzi servirebbero psicologi, educatori, animatori. Il risparmio che otterremmo non si potrebbe nemmeno calcolare in denaro: al massimo in sicurezza, coesione sociale, vite umane. Un bel problema, finché nella stanza dei bottoni rimangono politici e tecnici che pensano alla scuola pubblica soprattutto come un'enorme voce di spese da tagliare. È da mesi che, citando un fantomatico studio sulle rilevazioni Invalsi, il ministro e i suoi consulenti continuano a insistere che “il numero degli alunni per classe non fa la differenza”, ovvero che non ci sia nessuna esigenza di evitare classi pollaio assumendo insegnanti in più, o almeno mantenendone un numero costante (dato il calo demografico). No: se deve scegliere tra stipendiare un insegnante in più e acquistare un metal detector, Valditara ha già scelto. Le classi affollate, va da sé, sono le meno controllabili: quelle in cui più spesso l'insegnante non riuscirà a intravedere una situazione critica finché non gli esploderà sotto gli occhi. Del resto è un essere umano, fa quel che può: se in classe avesse soltanto una ventina di alunni, i suoi interventi sarebbero più efficaci, ma evidentemente non ce lo possiamo permettere. Un metal detector invece sì: per un metal detector non importa se siamo in venti o in duecento. Basta mettersi in fila. 

venerdì 16 gennaio 2026

Il mainstream nel maelström

Ho smesso un po' di scrivere qui e ora non so come ricominciare – nel frattempo è successo di tutto – ma vi ricordate quel vecchio racconto di Poe dal punto di vista del marinaio che viene inghiottito dal maelmström, il Gorgo? vi ricordate di quel momento che sembra eterno in cui lui a forza di fissare il vuoto finisce per distrarsi, per osservare i relitti che ruotano sotto di lui, a calcolare le traiettorie, a scommettere sul momento in cui verranno inghiottiti dall'orizzonte degli eventi? Ecco: forse posso spiegarmelo così, il fatto che mentre il caos mi gira intorno sempre più vorticoso e tragico io mi fissi su dettagli inutili che vedo precipitarmi intorno, ad esempio Anna Paola Concia che rilascia interviste al Giornale – cos'è Anna Paola Concia di fronte al vuoto, e perché il vuoto dovrebbe fare differenza per Anna Paola Concia? Così mentre il mondo brucia sto per mezza giornata a pensare se rispondere a una letterina scritta "col cuore" (scritta malissimo) che dice le solite cose affinché decine di relitti come me le rispondano nel solito modo, e proprio quando finalmente mi convinco che non ne vale la pena, ecco precipitarmi tra capo e collo Luigi Manconi che si domanda come mai a sinistra amiamo tanto i dittatori – perché Maduro era un dittatore, no? Sì, beh, forse Trump è stato un po' irrituale ad arrestarlo extraterritorialmente, ma torniamo alla nostra infinita seduta di autocoscienza: perché noi lo amiamo? Almeno in tv un sindacalista a una manifestazione sembrava amarlo, e questo significa indubbiamente che il garantista Manconi possa dedurne che lo amiamo tutti e farci una lezione che scatenerà il necessario dibattito, ma forse se mi distraggo e conto fino a mille anche questo dibattito si sgonfierà come un palloncino... uno, due, sei, novecento, novecentonovanta... ma ecco che scoppiano rivolte a Teheran – come tutti gli inverni, mi sembra di ricordare – e due terzi di infosfera italiana, diciamo da Repubblica fino alla Difesa della Razza cominciano a domandarsi retoricamente perché i filopalestinesi non manifestano contro gli ayatollah. Subito, senza neanche aspettare il fine settimana, come un sol uomo, e in effetti ormai sono un uomo solo, come l'entità di Pluribus – c'è solo una differenza di toni, ancora un po' più queruli a destra, coi loro slogan bene scanditi anche quando denunciano impossibilità geografiche (perché non armiamo direttamente una flotilla per il Golfo Persico?); più compassati e grevi al centro, dove fa fine commiserare questa sinistra appassionata per i dittatori e insensibile alla sacrosanta esigenza delle donne iraniane di mostrare i capelli, potrebbero in effetti esserci altre rivendicazioni ma ormai si è deciso che bisogna insistere sui capelli, è un copione che si ripete inesorabile da quando questo blog esiste, ed esiste da un quarto di secolo ormai: potrebbe essere una semplice coincidenza, ma prima dell'11 settembre certi discorsi non li avremmo tollerati nemmeno dai fascisti, nemmeno dai bambini; non per l'ideologia balorda che sottendono (lo scontro delle civiltà, sul serio?) ma per la fissità degli argomenti – ma insomma, non ci fa caso nessuno al fatto che stanno scrivendo la stessa cosa, tutti, ogni santo giorno? E uno come me cosa dovrebbe rispondere, che non ha già risposto cento volte in venticinque anni... io non ce la faccio a girare in tondo così, non so voi come facciate, io sarò un relitto nel Gorgo, ma voi siete il Gorgo. Anche quei pochi di voi che ancora si distinguono, i pezzi più solidi nella solita zuppa, ormai sono di quel bruno indistinto che assumono gli oggetti più vicini al centro del Gorgo: ecco che precipita Manconi, ecco che precipita Adriano Sofri, ecco Michele Serra... potremmo farne una questione generazionale; potremmo semplicemente sollecitare al pensionamento chi in molti casi una pensione la percepisce già... ma basta ascoltare qualche minuto di qualche giovane podcaster per rendersi conto che no, i giovani ci stanno capendo poco come i vecchi, senza l'alibi dell'arteriosclerosi, ma col vantaggio che non possiamo rimproverarli di avere sprecato le loro potenzialità: no, davvero, non l'hanno fatto.

Sul piano mediatico, quel che sta succedendo è che intorno a questo governicchio, che se fosse per le sue forze intrinseche cascherebbe l'altro ieri, si sta coalizzando un blocco non sociale ma retorico. Quante volte abbiamo constatato come la destra al governo non sapesse trovare il tono, e in effetti dopo tre anni di governo aa Meloni strilla ancora come fosse l'opposizione. Dove noi vedevamo un deficit di immagine, i saggi giornalisti italiani hanno riconosciuto un'opportunità: la possono fare loro la comunicazione di regime; mica perché nessuno li obblighi, come a Teheran, o li ricatti, come a Washington, o li avveleni, come a Mosca, no; loro si prestano spontaneamente e con quel sincero afflato orwelliano, senza che nessuno minacci di torturarli o anche solo di calare la pensione retributiva; del resto sono sempre stati in guerra con l'Eurasia; non si sono mai fidati di quei torbidi Goldstein che dicevano di servire l'Occidente ma trescavano con ayatollah e bolivaristi.

Sul piano sociale, la classe media è finita; del resto ne notavamo lo sfarinamento vent'anni fa, e non abbiamo fatto molto perché reggesse i colpi. È successo negli USA, perché non sarebbe dovuto succedere prima o poi anche nel nostro volenteroso satellite. Può darsi che sia un destino del capitalismo, a furia di mangiarsi tutti nel libero mare resistono solo balene e plancton. Dalla deriva finale ci salva, per ora, il non aver liberalizzato le armi nei supermercati, non aver ceduto (per ora) al presidenzialismo e non avere sacrificato (per ora) l'indipendenza della magistratura: tutti argini che non è che possano tenere all'infinito. È terribile quando una classe smette di esistere, specie per chi ci viveva dentro come un pesce nell'acqua, e non capisce nemmeno cosa gli stia mancando. Politici e giornalisti, che la davano per scontata, non la trovano più: vorrebbero convocarla in piazza (come in marzo per l'Ucraina) ma poi vengono solo i pensionati; mentre i giovani sfilano contro il genocidio, maledizione! insieme ai musulmani, ma chi è che li sobilla? (nota come per Concia e compagnia i musulmani siano sempre ospiti appena arrivati a cui bisogna spiegare come ci si comporta; e pazienza se sono nati in Italia e ci vivono da prima che lei se ne andasse a Berlino). I cosiddetti moderati – che non si capisce cosa starebbero moderando – i cosiddetti liberali che della libertà sembrano essersi un po' stancati, a pensare per classi non si sono mai allenati; si consideravano democratici, ma la loro idea di democrazia era abbastanza schematica: due poli borghesi e vinca il migliore. L'idea che altrove altre classi si possano sentire rappresentate da partiti non borghesi non l'hanno mai accettata. Maduro è un dittatore, com'è possibile che in Venezuela una larga fetta della popolazione lo sostenga? Saranno ignoranti, gente che vota per sbaglio. I mullah sono oscurantisti, com'è possibile che dopo qualche manifestazione di piazza non caschino come pere mature? Eh, forse intorno a loro c'è un blocco sociale ancora compatto, soprattutto nelle campagne. Questi discorsi però non si possono fare; presumono l'esistenza di classi sociali che non condividano i desideri e le aspirazioni di noi borghesi del tardo Novecento, e così non è una coincidenza che il nuovo simbolo della rivolta iraniana diventi una ragazza che dall'altra parte del mondo si accende una sigaretta con la foto dell'ayatollah. Una cosa veramente rock'n'roll, salvo che probabilmente a questo punto il rock'n'roll suona vecchio pure a Teheran. Io però su facebook sto in una bolla in cui si litiga ancora su quale sia il miglior disco dei Pink Floyd, ragion per cui.

Sul piano esistenziale, perché perdo tempo a scrivere queste cose? Non lo so neanche io, probabilmente ho interrotto qualche attività ancora più stupida. È vero, lo stanno scrivendo in tanti, c'è un centro che si crede moderato e che invece sta amplificando gli stessi contenuti della destra, regalandole un'egemonia che i suoi cosiddetti intellettuali mai avrebbero saputo costruire (i veri intellettuali di destra non sono Giuli o Veneziani, ma Galli della Loggia, Cazzullo, Mieli: davvero, sentiteli parlare, ormai si odono in sottofondo le marcette). È vero, ma è comunque un fenomeno circoscritto a quelle poche migliaia di persone che ancora scrivono e addirittura leggono i giornali. Dopodiché se pure la destra vincerà le poche elezioni che ci restano, non sarà certo per il frizzante contributo di tutti i pachidermi che stanno montando sui vagoni di coda. È una curiosità, probabilmente stimolata dall'algoritmo che appena apro un social mi mette sotto il naso questi poveri borghesi declassati coi loro ragionamenti sempre più stereotipati, affinché io reagisca... come? Forse producendo un'altra lenzuolata di testo come questa, maledetto algoritmo, mi hai fregato anche stavolta. Stiamo tutti girando sempre più veloce, me compreso, e osservarli mi fa passare il tempo; non credo che questa pratica di osservazione mi salverà, anche se al personaggio di Poe, ora che ci penso, succede. 

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