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mercoledì 11 marzo 2026

Un Costantino in Cornovaglia

Il modello era Sting. 
11 marzo: San Costantino, re di Cornovaglia? apostolo degli scozzesi? (520-576).

Alla radice della leggenda di Costantino di Cornovaglia c'è poco più di un'immagine: la scena sfuocata di una storia complessa che è andata del tutto perduta. Un uomo malvagio entra in un luogo di culto e uccide due giovani che vi si erano rifugiati. Per quanto le chiese offrissero in effetti un riparo a chi era ricercato e perseguitato, la scena potrebbe essere più antica del cristianesimo. Proprio perché è slegata da qualsiasi giustificazione, sembra contenere un lampo di realtà: da qualche parte qualcuno quei due giovani deve averli uccisi davvero – così come da qualche parte un padre deve aver davvero riflettuto sull'opportunità di sacrificare l'unico figlio – e un marinaio deve essere pur tornato a casa dopo tanti anni, a uccidere i pretendenti della moglie. Tutto quello che si è incrostato intorno a queste storie, tutta la letteratura d'evasione o edificante, non può non avere preso una forma intorno a qualcosa di più antico, di autentico, che ci sfuggirà per sempre.

Nel sesto secolo il cronista Gildas rimprovera un certo re Costantino di Dumnonia per le sue malefatte, tra cui una condotta particolarmente adulterina e l'uccisione di due giovani di stirpe reale presso l'altare di una chiesa, che Costantino avrebbe eseguito travestendosi da monaco. Il cronista ne parla come di un personaggio contemporaneo, e spera che possa pentirsi e convertirsi al vero Dio. Gildas è una fonte importantissima per le vicende britanniche del sesto secolo, anche perché è una delle poche che abbiamo; qualche lettore successivo deve avere immaginato che la conversione di Costantino si sia realizzata davvero, e lo collega a un monaco della Cornovaglia che in seguito avrebbe fondato monasteri in Scozia collaborando con San Columba e Kentigern di Glasgow, per poi cadere martire nel 576, aggredito da una tribù di Pitti che stava cercando di evangelizzare. Per una coincidenza abbastanza incredibile, esistevano due popoli definiti Dumnoni: uno era stanziato proprio in Cornovaglia, mentre l'altro nella bassa Scozia. 

L'11 marzo il Martirologio romano ricordava due Costantini, nessuno dei quali è il grande imperatore romano: uno è un misconosciuto santo nordafricano, l'altro è appunto il re di Cornovaglia, che rientra in una tipologia di santi britannici che prima di diventare cristiani, fondare conventi ed evangelizzare qualche zona dell'isola... facevano i re ma soprattutto erano dei gran mascalzoni (vedi ad esempio Gwynllyw del Galles). Queste figure leggendarie segnalano il tentativo di cristianizzare miti precedenti di cui si deprecavano i costumi barbarici; se raccontate da bravi cronisti e predicatori servivano a ribadire che Dio perdona anche i peggio peccatori, purché si convertano; e non è del tutto escluso che qualche volta siano basate su personaggi realmente esistiti, despoti sanguinari e poi convertiti in seguito a crisi magari scatenate da un senso di colpa. 

Più di cinquecento anni dopo Goffredo di Monmouth, mentre mette in moto con la sua Historia regum Britanniae il carrozzone della materia arturiana, associa il nome di Costantino a quello di Artù, di cui sarebbe il successore: i due ragazzi uccisi sarebbero i figli del traditore Mordred, che a questa altezza non è ancora il figlio bastardo di Artù. Goffredo fornisce così un movente a un delitto di cui da secoli si era perso il contesto. Quando le leggende vengono rielaborate nel ciclo dei romanzi bretoni, Costantino viene per lo più escluso dal canone, forse per rafforzare l'idea che la corte di Camelot finisca con Artù e la morte del figlio patricida. Oppure perché il fatto che Costantino fosse anche nel canone dei santi creava un crossover imbarazzante, insomma cavalieri della tavola rotonda e santi del calendario non dovrebbero vivere nella stessa continuity (e invece succede spesso, nelle storie di questi re mascalzoni). Così, se qualcuno si domandava perché l'indagatore dell'occulto inventato da Alan Moore per i fumetti DC portasse un nome così apparentemente poco britannico, ecco no: è un nome che trasuda il folklore delle storie perdute. Costentyn nel dialetto della Cornovaglia, Custennin in gallese. Ma è comunque plausibile che il nome derivi davvero dal Costantinus latino, sinonimo di "grande re cristiano" (così come Cesare e Augusto erano diventati titoli onorifici degli imperatori romani). 

sabato 30 agosto 2025

La corda di Margaret

Diocese of Shrewsbury. 
30 agosto: Santa Margaret Ward (1550-1588), martire

Per quanto possano esserci state epoche più eroiche, per i martiri cattolici, difficilmente risulteranno più avventurose delle persecuzioni inglesi tra Cinque e Seicento. Amministrare i sacramenti non è mai stato tanto simile al mestiere delle spie – più che le spie vere, spesso funzionari votati a mimetizzarsi nel grigiore burocratico, quelle che immaginiamo oggi nei film: avventurieri appesi ai cavi, dediti a missioni impossibili e fughe rocambolesche. Il loro campione è ovviamente John Gerard (1534-1637), di giorno gaudente viveur, di sera gesuita clandestino. Catturato in un nascondiglio insieme a Nicholas Owen, viene condotto alla Torre di Londra che poi non era quel luogo di torture che tutti credono, anzi fungeva da carcere solo per le personalità di nobili natali; fuggire comunque non era così semplice, ma lui riesce a farsi lanciare una corda e a calarsi giù dalla finestra, benché avesse i polsi slogati per le torture. O almeno così la racconta decenni dopo; perché passando di nascondiglio in nascondiglio, potendo contare su discepoli devoti (e guardiani corrotti), Gerard riuscì ad amministrare sacramenti per quasi vent'anni, prima di riparare nel Continente e scrivere la sua biografia. 

Altri non condivisero le sue astuzie e la sua fortuna. In più di un caso a pagare con la vita non fu il prete, ma i complici che li nascondevano, o recapitano gli strumenti necessari alla fuga: vedi il caso di Margaret Ward, signora di buona famiglia, insospettabile dama di compagnia di Lady Whitall. Quando viene a sapere che il presbitero William Watson, dopo un temporaneo pentimento, ha rinunciato allo sconto di pena e ha confermato di essere un sacerdote cattolico, riesce a farsi ammettere come visitatrice nel carcere di Bridewell dove Watson è rinchiuso. La prima volta la perquisiscono con attenzione; la seconda pure; ma Ms Ward continua a visitare il prete e a mantenere un comportamento impeccabile, sicché a un certo punto probabilmente i secondini abbassano la guardia, e un bel giorno del 1588 Watson scompare: si è calato dalla finestra grazie a una corda. L'allarme è tempestivo: un uomo viene arrestato lungo il fiume, vestito negli abiti del prete; ma è il barcaiolo John Roche, che li ha scambiati con Watson, ormai scomparso con la sua barca dall'altra parte del Tamigi. La Ward viene arrestata con Roche. Appesa ai ferri per i polsi e flagellata per otto giorni, non rivela il nascondiglio del prete (forse non lo sapeva), ma ammette di avergli portato la corda, "per salvare un agnello innocente dalle grinfie dei lupi". A una giuria piuttosto clemente che le offre il perdono in cambio della conversione, reagisce con più fermezza di quella mostrata da Watson, rifiutandosi di partecipare al rito anglicano, che in coscienza ritiene eretico. Lei e Roche vengono impiccati a Tyburn il 30 agosto del 1558, assieme ad altri cattolici. Watson continuerà a fare la spola tra l'Inghilterra e il continente, organizzando congiure fallimentari che lo porteranno sul patibolo nel 1603.

Per quanto possa essere difficile, oggi, mettersi nei panni di Margaret Ward – che scelse di morire per non arrendersi a un cristianesimo un po' diverso da quello in cui credeva – in quei panni, ricordatevi, a volte si nascondeva una corda. Come nei vestiti di ognuno di noi si nasconde un eroe; certo, il più dei giorni conviene lasciarlo a casa; potrebbero perquisirci, o potremmo essere noi stessi a tradirlo nel momento in cui non serve. Non è necessariamente complicato dare un senso alla propria vita: magari si tratta soltanto di scegliere in che giorno indossare quella corda, e a chi passarla. Puoi liberare gli innocenti, puoi impiccare gli infedeli, puoi fare tante cose con la tua corda, il giorno che scegli di portarla con te. E quel giorno mica passa per tutti. Oppure forse sì, passa per tutti, ma in molti lo lasciamo passare perché abbiamo paura, o siamo distratti in altre faccende. E con lo stesso sguardo distratto poi lasciamo passare la vita a rimpiangerlo. Invidiando santa Margaret Ward

lunedì 23 giugno 2025

La vergine del ciarpame

23 giugno: Santa Eteldrude di Ely (636-679), regina, badessa, ma soprattutto vergine


In italiano come le chiamiamo? Cianfrusaglie? No, le cianfrusaglie sono meno decorative, di solito giacciono in scatoloni nel garage. Ninnoli? No, un ninnolo è già bigiotteria, chi ha coraggio e autoironia lo può persino sfoggiare. Paccottiglia? Forse "paccottiglia" si avvicina: però dà una sensazione di nascondimento, è roba chiusa in pacchi che nessuno ha più intenzione di aprire. Carabattola: non so, "carabattola" mi dà l'idea di vecchie suppellettili un tempo utili, e assolutamente non decorative. Ciarpame? Ma no, "ciarpame" mi suona già pattume. In certe zone, almeno in Alta Italia, si usa Tirapolvere, che mi sembra abbastanza eloquente: parliamo di quegli oggetti che ci vengono regalati e che non abbiamo il coraggio di buttar via, per cui in un modo o nell'altro finiscono sopra i comodini, i cassetti, a prender polvere per l'appunto. Per dirla con Gozzano: "Loreto impagliato e il busto d’Alfieri, di Napoleone / i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto)". Ecco, questo genere di cose gli inglesi lo chiamano "tawdry", anche se spesso non sanno il perché. Voi invece avete già indovinato, miei scelti lettori, che ha a che vedere con una santa: bravi, ma in effetti questa è la rubrica dei santi, per cui forse il mistero non era così impenetrabile. Si tratta di una santa dimenticata, come in fondo quasi tutte in quell'isola che a un certo punto ha deciso di farne a meno. Santa Eteldrude di Ely, due volte regina, in quanto sposa di due re: e ciononostante vergine, non per miracolo ma per tetragona ostinazione. 

Ne abbiamo già visti, di casi del genere. Per quanto sia facile, e non del tutto sbagliato, accusare la Chiesa di aver fornito alle società patriarcali uno strumento di controllo delle nascite basato sulla segregazione (il chiostro, dove generazioni di ragazze sono entrati per volere dei genitori, e per non uscirne più), abbiamo già più volte registrato la situazione opposta: ragazze che i genitori avrebbero voluto sposate e sistemate, tranne che loro non ci pensavano minimamente e anzi facevano di tutto per entrarci, in quei chiostri. Da Eteldrude (o Eteldreda), figlia di un re degli Angli orientali, ci si aspettava che facesse il suo dovere di principessa, contraendo un matrimonio che fornisse alla casata un vantaggio diplomatico, e sfornando eredi all'altezza. A 18 anni infatti viene infatti data in sposa a Tonberto, principe di una tribù di Angli. Ma Eteldrude (se ne trascrivo il nome in inglese medievale, Æthelthryth, sembrerò di colpo più esperto anche se ho soltanto fatto ctrl+v) riuscì a convincere il marito non solo a vivere in perfetta castità, ma anche a regalarle l'isola di Ely, che a quel tempo spuntava tra le paludi dette Fens, dove fece costruire un chiostro in cui andò a rinchiudersi appena il marito morì, tre anni dopo. Etel era ancora nel fiore degli anni, e vergine, e quindi la famiglia le trovò un nuovo partito: niente meno che il re di Northumbria (l'Inghilterra settentrionale), Ecgfrith o Egfrido. Anche stavolta Eteldrude, (Æðelþryð in antico sassone), accettò il matrimonio soltanto a patto che il fidanzato rispettasse il voto di castità. Egfrido accettò, ma bisogna dire che aveva quattordici anni e forse sottovalutò il problema: solo da lei, infatti, avrebbe potuto avere eredi legittimi. Sappiamo che dodici anni dopo Egfrido chiese a Wilfrido (o Wilfried), vescovo di York, la più alta autorità in zona, di sciogliere Eteldrude dal suo voto. E Wilfried probabilmente avrebbe acconsentito: non fosse che Eteldrude proprio non ne voleva sapere e alla fine riuscì a convincere il marito al ripudio, entrando nel monastero di Goldingham, dove comandava la zia di Egrido, Sant'Ebba l'anziana. Egfrido colse l'occasione per rompere con il vescovo Wilfrido, ma anche per risposarsi.

In seguito sarebbe tornata nella sua isola in mezzo alla palude e lì sarebbe diventata badessa, come le sue tre sorelle Sesburga, Etelburga e Withburga. Sarebbe morta a 45 anni, probabilmente di un tumore al collo la cui escrescenza aveva interpretato come una punizione divina per le collane pesanti che aveva indossato nella sua giovinezza vanitosa. Nel medioevo fu una delle sante inglesi più rinomate, anche grazie all'inno scritto in suo onore da Beda il Venerabile: veniva invocata contro il mal di gola e tutti i problemi relativi al collo; e siccome il nome Æþelðryþe cominciava a risultare ostico anche agli inglesi, divenne più nota come Saint Audrey. Dallo stesso nome deriverebbe il termine "tawdry", che all'inizio designava un girocollo di tessuto che i fedeli portavano a far benedire nel giorno della festa di Santa Audrey, affinché acquisisse poteri curativi; finché non arrivarono i puritani, la tradizione andò persa, e "tawdry" divenne sinonimo di... cianfrusaglia? no. Paccottiglia? no. Ciarpame? no. Chincaglierie, ecco, ci si avvicina. Che forse è il destino dei santi in Inghilterra: non distrutti e raschiati via dalle chiese, come nell'Europa protestante. Gli anglicani non hanno avuto il coraggio di buttarli via, e li tengono ancora lì, su qualche altare secondario, a prendere polvere.  

martedì 27 maggio 2025

Il fifone di Canterbury

Quel che resta a Canterbury
dell'Abbazia originale
27 maggio: Sant'Agostino di Canterbury (534-604), evangelizzatore degli Angli, anche se all'inizio non era molto convinto.

Come abbiamo avuto modo di notare, una leggenda di santi per funzionare davvero ha sempre bisogno di trovare nel suo soggetto qualche difetto. Del monaco Agostino, grande evangelizzatore degli Angli, si ama ad esempio raccontare che in un primo momento non avesse tutta questa voglia di evangelizzarli. Anzi, giunto all'altezza di Aix-en-Provence (cioè nemmeno a metà strada), dopo aver sentito qualche notizia un po' allarmista sui costumi di questi recenti invasori della Gran Bretagna, se ne sarebbe tornato dritto a Roma con tutta la sua delegazione di quaranta monaci, che erano parecchi anche per la fine del sesto secolo. Lì avrebbe ritrovato il suo superiore, papa Gregorio Primo, che nessuno avrebbe soprannominato Magno se non avesse dimostrato, in questo e altri frangenti, una notevole testardaggine: per cui invece di rassegnarsi al fallimento della missione, o almeno nominare a capo di essa un monaco più risoluto, decise che la delegazione andava bene così e che Agostino l'avrebbe guidata fino alla Britannia (che qualcuno cominciava a chiamare Angle-Terra). Anzi nell'occasione decise di nominare Agostino abate, il che può lasciarci perplessi: cioè alla prima vaga difficoltà scappi a casa, e il boss invece di prenderti a pedate ti promuove? Magari Gregorio sperava che il rango superiore lo responsabilizzasse (e lo rendesse più autorevole agli occhi degli Angli che lo avrebbero accolto). 

La situazione in effetti era favorevole: il re anglo-sassone del Kent, Etelberto, aveva sposato Martha, una principessa merovingia: ovvero franca, ma soprattutto cristiana; e sembrava interessato ad approfondire la conoscenza di questa nuova religione che avrebbe accresciuto la sua sfera di influenza sia nell'Isola che nel continente. E per quante chiacchiere Agostino avesse potuto sentire ad Aix, gli Angli non erano affatto quei barbari crudeli e incivili di cui si favoleggiava: perlomeno gli schiavi angli che Gregorio aveva conosciuto a Roma lo avevano colpito per la gentilezza e la bellezza: veri angeli. E insomma non sappiamo che dose di blandizie e minacce Gregorio abbia applicato nell'occasione: fatto sta che funzionò, Agostino ripartì per il Kent, fu sistemato da Etelberto a Canterbury, e nel giro di un anno aveva già battezzato diecimila anglo-sassoni: un successo probabilmente causato dalla tolleranza con cui Agostino accettava gli usi e i costumi del popolo che lo ospitava. Agostino non fu il primo evangelizzatore dell'Isola – i Britanni erano già stati convertiti secoli prima, secondo le leggende addirittura da San Paolo – ma le invasioni anglo-sassone avevano spazzato via la cultura britanna al punto che anche in parte delle zone occidentali come il Galles, dove i britanni di cultura celtica si erano rifugiati, il cristianesimo era stato parzialmente dimenticato. Ecco perché tuttora quella di Canterbury è la prima sede vescovile di Inghilterra: anche dopo lo scisma di Enrico VIII, è al successore di Agostino sulla cattedra di Canterbury che spetta incoronare il re. Agostino avrebbe anche fondato le diocesi di Londra, York e Rochester, prima di morire nel 604. La sua biografia in effetti sarebbe fin troppo lineare – il papa lo incarica di evangelizzare gli Angli, lui ci riesce e poi muore –  non fosse per l'episodio di Aix, quella romanzesca esitazione che ricorda un po' la vicenda di Giona. 

(È curioso che dovendo scegliere un'ambientazione per l'episodio, una nuova Tarsis, l'agiografo abbia scelto, di tutti i luoghi in Europa, proprio Aix. Ci siete mai stati? È una bella città, ma se ci arrivate in macchina, vi sembra di non essere più da nessuna parte. È al centro della Francia meridionale, ovvero equidistante da qualsiasi cosa. Non si sente più l'Italia – anche se è ancora Provenza – e per quanto sia vicina la Camargue, non si sente ancora nemmeno la Spagna. Dovunque vogliate arrivare, quando passate da Aix sapete che siete ancora troppo lontani. A meno che non vogliate andare a Marsiglia. In quel caso siete praticamente arrivati. Ma se siete diretti a Marsiglia, ad Aix nemmeno vi fermate. Le cose stanno così oggi, quando Aix si trova al centro di un complicato groviglio autostradale. Immaginate come doveva sentirsi il viandante del sesto secolo, che arrivando ad Aix doveva avere la sensazione di essere arrivato agli estremi confini del mondo conosciuto. E invece no, era arrivato appena ad Aix. Neanche a metà strada, di solito). 

Se non si dà eroe senza battaglia, l'anonimo agiografo deve essersi posto il problema: che battaglia avrebbe vinto Agostino? Quella contro sé stesso, contro le sue paure: è perfino possibile la coscienza in letteratura nasca così, un espediente per trovare un conflitto anche in vicende dove non risulta nessun avversario esterno; non resta che dichiarare guerra a sé stessi, inventandosi uno spazio interiore. Sarebbe interessante capire quando gli eroi comincino a trionfare non contro nemici esterni (o Dei che li sviano) ma contro i propri dubbi e le proprie paure; in via provvisoria vale la pena di annotare quanti antieroi si annidino tra le pagine delle agiografie. A partire dallo stesso Gesù Cristo, che almeno in un paio di occasioni sembra a disagio col suo destino di martire; per seguire con gli apostoli, primo tra tutti quel Pietro che quando capisce che è giunta la sua ora prova persino a scappare. Lo stesso Agostino prendeva il nome di un illustre padre della Chiesa, che al suo destino di santità aveva cercato a lungo di sottrarsi.

martedì 20 maggio 2025

Il re beato e imbelle d'Inghilterra

Anonimo cinquecentesco
21 maggio: beato Enrico VI di Windsor (1421-1471), re imbelle

A pochi anni dalla morte, il culto di Enrico VI fu promosso da suo nipote Enrico VII, che in quanto fondatore della dinastia dei Tudor sentiva l'esigenza di sottolineare il suo legame con gli estinti Lancaster. E allo stesso tempo un re santo non è una cosa che si possa inventare dal nulla – non nel Rinascimanto, con in giro un bel po' di cronisti interessati a sviscerare il momento più critico del regno d'Inghilterra. Fu compilato comunque un intero libro di miracoli, da cui risultava che Enrico VI avesse resuscitato un'appestata e un supposto ladro di bestiame già appeso al cappio, e che il suo tocco fosse molto efficace contro la scrofola, a differenza ad esempio dell'ultimo esponente della casata degli York, Riccardo III. Forse il punto è che dal malvagio Riccardo i sudditi avevano paura di farsi toccare, laddove Enrico era stato tanto buono e inventarsi prodigi su di lui richiedeva meno fantasia. Ed ecco il paradosso: Enrico era venerato dal popolo proprio per i motivi per cui gli storici stavano cominciando a considerarlo un pessimo re. 

Ci fu mai un re che ereditasse un trono
e ne fosse contento men che me?
Non feci in tempo a uscire dalla culla
che venni incoronato, a nove mesi.
Mai un suddito ha agognato di esser re
quanto io ho agognato e aspiro ad esser suddito

(Enrico VI Parte II, Atto IV, scena IX)

Il padre di Enrico gli aveva dato lo stesso nome e un'eredità impossibile da gestire. Era stato un grande re, ovvero un re piuttosto fortunato, ma tant'è: quel tipo di re cui ancora oggi si può dedicare un film e chiamare a interpretarlo Timothée Chamelet; laddove il figlio al massimo si meriterebbe un Paul Dano che fissasse spesso il vuoto dietro gli interlocutori. Il padre si era coperto di gloria durante la storica battaglia di Azincourt – a vederla da vicino, una carneficina nel fango, vinta da un contingente disperato, circondato da nemici soverchianti. Una di quelle situazioni in cui o si vince o si viene completamente annichiliti; nessun valido condottiero dovrebbe ritrovarcisi, ma a Enrico V era successo: in un qualche modo aveva vinto – dopodiché aveva dato l'ordine di sterminare tutti i prigionieri, perché non aveva abbastanza uomini per controllarli. Più tardi il re di Francia, Carlo VI Valois, avrebbe acconsentito a fargli sposare la figlia, accettandolo come legittimo erede. Questo Carlo VI, da come ce lo dipingono i cronisti, ha tutto l'aspetto di uno schizofrenico: alternava periodi di lucidità a deliri allucinati, che almeno in un caso lo avevano portato a roteare le sue armi sui suoi stessi uomini, uccidendone quattro. Enrico VI non avrebbe mai avuto crisi altrettanto violente, e non è nemmeno detto che ne avesse ereditato la patologia: ma l'eredità di un nonno che era un matto conclamato poteva essere ingombrante quanto quella del padre saggio e vittorioso. Un padre che tra l'altro Enrico non conobbe mai – morto di febbre tifoide in Francia, quando Enrico aveva appena nove mesi. La guerra, che si apprestava a compiere Cent'Anni, e ad Azincourt sembrava ormai vinta dagli inglesi, conobbe negli anni successivi una svolta completamente improvista: quando Parigi era saldamente nelle mani degli inglesi e ormai restava da assediare soltanto la roccaforte di Orléans, i francesi ripresero slancio e iniziativa grazie a... una contadinella, tale Giovanna D'Arco. 

Dopo le prime vittorie il primogenito superstite di Carlo VI si lascia convincere a farsi incoronare a Reims – che è la città dove tradizionalmente si incoronavano i re di Francia. Gli inglesi rispondono al gesto provocatorio organizzando un'incoronazione alternativa a Parigi per Enrico, il quale dunque a nove anni deve compiere una faticosa traversata e sostare per mesi in Normandia, perché anche i dintorni di Parigi non erano sicuri dalle scorrerie armagnacche. Non è impossibile che una simile esperienza sia stata determinante a determinare la futura condotta di un re poco incline a invasioni e combattimenti. Non solo Enrico stesso era francese per metà, ma a 23 anni il rivale/cugino Carlo VI riuscì a strappargli una tregua biennale proponendogli di sposare una sua nipote, Margherita d'Angiò. Pare che Enrico si sia lasciato convincere al matrimonio perché gli emissari ne decantavano la straordinaria bellezza – dopodiché può darsi che il matrimonio non sia stato mai consumato: Enrico stesso confessava di non ricordare quando e come avesse messo sua moglie incinta di un principe di Galles. La diplomazia non cessava di inviluppare le dinastie in contorte genealogie, malgrado l'evidenza ormai dimostrasse che molti difetti dei regnanti erano di carattere ereditario, al punto che il ricorso all'adulterio a volte era un correttivo necessario. 

Non è che Enrico fosse un re pacifista; ma figlio devoto di una Valois, sposo affezionato di un'Angiò, non è così strano che tra i falchi che proponevano di continuare a mandare truppe in Francia, e le colombe che suggerivano un negoziato e un disimpegno, Enrico inclinasse sempre più verso i secondi. Del resto madre e moglie avevano il vantaggio di restare a corte, coi loro uomini di fiducia (che magari a volte erano anche amanti, ma è difficile scrostare il gossip accumulatosi da secoli), mentre i falchi, essendo più propensi a combattere, a corte si vedevano meno spesso e anche i più valorosi strateghi, prima o poi finivano per morire in battaglia. Così, anche dopo che Giovanna fu catturata, processata e bruciata, i francesi continuarono a combattere e la loro avanzata, dapprima molto graduale, verso il 1450 divenne inarrestabile, coinvolgendo anche territori legati alla corona da generazioni, come l'Aquitania. Le truppe inglesi erano vittime di un circolo vizioso: la corona, dubitando di poter concludere vittoriosamente un conflitto così lungo, non vi investiva abbastanza, il che portava gli inglesi a perdere ulteriori battaglie, confermando in questo modo i dubbi della corona. Non possiamo nemmeno escludere che Enrico, animato da un sincero sentimento religioso, non fosse stato turbato dal martirio di Giovanna: per quanto gli inglesi la considerassero una strega, a corte aveva avuto la possibilità di sentire la versione dei francesi. 

Per quanto gli storici la considerino finita nel 1453, la guerra dei Cent'Anni non si concluse con un trattato di pace, ma con il ritiro degli inglesi da tutti i territori oltre la Manica (salvo Calais): il che coincise più o meno con la prima vera crisi depressiva di Enrico e l'inizio di un vero e proprio collasso dell'apparato statale inglese che prende il nome di Guerra delle Due Rose. A parte la questione dinastica, come al solito intricata (semplificando: l'inettitudine di Enrico, ultimo Lancaster, offriva alla casata degli York un argomento in più per reclamare il trono), l'impressione è quella di un regno che crolla sulle sua fondamenta, le quali evidentemente poggiavano sulla guerra infinita: centinaia di possidenti avevano perduto le loro lucrose proprietà, e il monopolio su determinati commerci, come il vino d'Aquitania; generazioni di fanti e cavalieri abituati a vivere di scorrerie nel continente, una volta tornati nell'Isola, non avevano che da trovare una nuova scusa per rimettersi a razziare, e la rivalità tra York e Lancaster era buona come qualsiasi altra. Schiacciato da un meccanismo che non aveva la possibilità di comprendere, a Enrico capitò di essere imprigionato, liberato, riportato sul trono (in stato catatonico, secondo i cronisti), imprigionato di nuovo, finalmente assassinato, rimpianto dal popolo e venerato dai successori. E quando il processo di canonizzazione si interruppe dopo lo scisma anglicano, la figura di Enrico fu ripresa da un giovane drammaturgo evidentemente affascinato dai monarchi deboli, matti o scostanti: William Shakespeare, che a Enrico dedicò una monumentale trilogia. A rileggerla, si traggono conclusioni che Machiavelli sottoscriverebbe: il re più pacifico di tutti aveva trascinato l'Inghilterra in una guerra civile, il più gentile aveva consentito ai malvagi di trionfare. Evidentemente un re non dev'essere un santo, il suo operato deve essere giudicato secondo parametri diversi. Era una tesi che i Tudor stavano già applicando.

giovedì 22 agosto 2024

Titus Oates, vergogna del genere umano

22 agosto: Santi John Kemble e John Wall, vittime del complottismo anticattolico. 

Titus Oates, in un periodo in cui non gli girava granché bene. 

Essere cattolici nel XVII secolo in Inghilterra era abbastanza complicato, come dimostra la quantità di martiri sul calendario. John Wall era un frate minore a Worcester, dove svolgeva anche clandestinamente mansioni sacerdotali; John Kemble a Hereford riuscì ad amministrare i sacramenti cattolici per cinquant'anni senza mettersi nei guai sino al 1679, quando entrambi finirono rastrellati durante uno degli episodi più eclatanti di isteria anticattolica in Inghilterra, il Complotto Papista. 

A questo punto mi interrompo un attimo perché scrivere di santi è meno facile di quanto possa sembrare, e ti mette quotidianamente davanti alla tua non-santità. Magari fossero tutti leggende da dileggiare. No, la maggior parte sono uomini e donne in carne ossa che fecero il possibile per dare un senso alla propria vita, secondo una scala di valori che non è evidentemente la mia, ma ci riuscirono, e soprattutto nel percorso riuscirono a migliorare la vita di tante persone. Consolarono gli afflitti, curarono gli infermi, sfamarono gli affamati, eccetera, e qualche secolo dopo eccomi qua con la mia tastierina a prenderli in giro per due clic, che bella idea che ho avuto.

Avrei fatto meglio a concentrarmi sui bricconi, come raccomandava Gianni Rodari. Studiarli uno al giorno, dettagliare le loro malefatte. Sarebbe stato più divertente, istruttivo, e soprattutto ogni sera avrei lasciato la tastiera sentendomi migliore di qualche ladro di pensioni o infame traditore o sfruttatore di meretrici. Il problema è che sui calendari ci vanno i santi, non i bricconi. Così spero che mi perdoneranno John Kemble e John Wall, se invece che sulla loro vita inappuntabile mi concentro su quella assurda del loro accusatore, Titus Oates: l'inventore del Complotto Papista. 

Il Complotto fu il Pizzagate del secolo XVII, una storia completamente sballata messa in giro da personaggi sin dall'inizio visibilmente non attendibili, ma cavalcato da una o più parti politiche per ragioni elettorali. Per "personaggi visibilmente non attendibili" mi riferisco soprattutto a Titus Oates, figura più dickensiana che shakespeariana: sembra veramente inventato da uno scrittore che voglia eccitare il pubblico con lo spettacolo di una malvagità senza redenzione. Ma nessuno scrittore ha inventato Titus Oates; e se qualche storico potrebbe averlo ritratto in modo caricaturale, partiva comunque da un modello in carne, ossa e niente scrupoli.

Titus nasce nel 1649 a Oakham, nel Rutland, nel centro dell'Inghilterra, da una famiglia di filatori che riescono a mandarlo a Cambridge. Un suo tutor anni dopo lo avrebbe definito "a great dunce", un gran somaro: ma con una buona memoria, che sarebbe tornata utile nella professione di delatore. A Cambridge Titus resta per tre anni, rimediandone non una laurea ma una reputazione di omosessuale che avrebbe trattenuto altri dal cercare un lavoro nel campo ecclesiastico. Titus invece si finge laureato (funzionava anche allora) e riesce a farsi ordinare sacerdote anglicano. Nel 1674 è già curato di una parrocchia anglicana a Hastings, ma non si accontenta: volendo subentrare a un preside locale nella direzione di una scuola, lo accusa di avere avuto rapporti sodomitici con uno studente. Il processo scagiona il preside, e Oates deve fuggire da Hastings per evitare un procedimento per falsa testimonianza sotto giuramento. 

In questi casi era meglio mettere tra sé e i giudici almeno un mare di distanza, sicché Oates riesce a farsi nominare cappellano del vascello militare Adventure. Con l'Adventure, Oates riesce ad arrivare a Tangeri, ma viene presto accusato di sodomia: un reato per cui era prevista la pena di morte, che Titus evita in quanto cappellano. Radiato dalla marina di Sua Maestà, Titus si ritrova latitante a Londra e viene presto arrestato e portato a Hastings, dove riesce inesplicabilmente a fuggire, per la seconda volta. Aveva evidentemente qualche amico nei posti giusti, o forse lo ricattava. Questo spiegherebbe come mai dopo tante disavventure riesca a farsi ammettere a corte di Henry Howard, settimo duca di Norfolk. Pur essendo protestante, il duca trovava necessario mantenere un cappellano della religione anglicana, a disposizione dei membri protestanti della famiglia. Titus non sarebbe rimasto lungo presso il duca, ma è durante questo periodo che sviluppa un interesse per il cattolicesimo. Interesse che si concretizza con una conversione ufficiale, avvenuta nel mercoledì delle ceneri del 1677. Che si trattasse di una mossa insincera potremmo anche solo sospettarlo dal fatto che nello stesso periodo scrive (e firma!) una serie di pamphlet anticattolici insieme al pastore battista Israel Tonge.

Carlo II, secondo John Michael Wright

Sia come sia, l'adesione al cattolicesimo consente a Titus di viaggiare e fingere altri titoli di studio: tutto questo grazie ai Gesuiti, che lo accolgono e lo inviano prima nella sede di Saint Omer in Francia, e poi al Royal English College di Valladolid. Qui studia per diventare un sacerdote cattolico, il che però avrebbe richiesto una competenza nella lingua latina che Titus non poteva fingere. A lasciare perplessi i suoi insegnanti erano anche le affermazioni blasfeme che gli sfuggivano nelle conversazioni, nonché gli attacchi alla corona inglese; insomma nel giro di due anni Titus fu espulso anche dai gesuiti. In seguito sosterrà di aver conseguito a Valladolid una laurea in teologia: ma soprattutto racconterà di essere entrato nei gesuiti per carpirne i diabolici segreti. Il che tutto sommato è verosimile, anche se non essendo riuscito a carpirne decise di inventarsene lui. 

Il manoscritto che descriveva il complotto di un centinaio di gesuiti per uccidere re Carlo II speculava su un sentimento anticattolico che dopo il Complotto delle Polveri era molto forte; i gesuiti, e in generale tutti i "papisti" erano accusati dal popolo di aver portato in Inghilterra la peste del 1665 e appiccato il Grande Incendio del 1666, insomma in assenza di ebrei (espulsi dall'Inghilterra già nel XIII secolo) i cattolici erano divenuti i capri espiatori preferiti dalla popolazione. Il sentimento anticattolico era diventato un collante per una comunità divisa da un punto di vista religioso tra anglicani e protestanti di diverse confessioni. Il re Carlo II, che aveva ripristinato la monarchia dopo la rivoluzione in cui suo padre aveva perso la testa, aveva il suo daffare a rassicurare i sudditi sul fatto che non volesse ricongiungere la Chiesa inglese con la romana. Il fatto che avesse sposato una cattolicissima principessa portoghese certo non aiutava, così come l'idea di muovere guerra agli olandesi (protestanti) col sostegno dei francesi (cattolici). Correva voce che in cambio di questo supporto, Carlo II avesse segretamente promesso al cugino Luigi XIV di convertirsi al cattolicesimo: ed era vero. Correva voce che il fratello di Carlo ed erede al suo trono, Giacomo duca di York, si fosse già convertito: ed era vero pure questo. Gli inglesi che in generale avevano salutato il ritorno di uno Stuart sul trono, dopo la dittatura cromwelliana, non avrebbero tollerato un'altra Maria la Sanguinaria. Insomma Titus Oates si trova a vivere in un periodo e in un luogo dove c'è una sentita necessità di un libello anticattolico, qualcosa che dimostri inappuntabilmente che i cattolici sono ancora terroristi assetati di sangue come ai tempi di Guy Fawkes; qualcuno prima o poi quel libello l'avrebbe scritto. Decide di scriverlo lui, con l'aiuto di Israel Tonge che però secondo gli storici credeva in quello che Oates stava inventando. Tonge soprattutto è funzionale a mettere in scena il ritrovamento, nell'abitazione che condivideva con un medico, sir Richard Barker. Quest'ultimo decide di mostrarlo a sir Christopher Kirkby, un chimico che aveva il privilegio di assistere il re nei suoi esperimenti scientifici. 

Avvisato prontamente da Kirkby di questo diabolico complotto di cento gesuiti per assassinarlo, il re non rimane così impressionato: la sua vantata disponibilità nel ricevere i sudditi a corte faceva sì che complotti del genere gli venissero ventilati spesso. Ma perché mai i cattolici avrebbero dovuto uccidere proprio lui, che garantiva loro la libertà di culto in Inghilterra? Allo stesso tempo non si poteva ignorare un'accusa che veniva da personaggi autorevoli, e così la pratica viene passata a Thomas Osborne, duca di Leeds e uomo chiave di quella fazione parlamentare che si cominciava a chiamare Tory. Osborne tutto era fuorché un ingenuo, per cui è molto difficile che abbia deciso di sostenere in buona fede due personaggi come Tonge e Oates e la loro storia di gesuiti assassini. È più probabile che abbia aiutato i due a rendere la storia più credibile, suggerendo altri nomi che avrebbe visto volentieri cadere in disgrazia. Il 28 settembre, presso il Consiglio Privato del Re, Oates accusa formalmente 541 gesuiti e altre personalità di fede cattolica, tra cui l'arcivescovo di Dublino, il medico della regina e il segretario di Maria Beatrice d'Este, duchessa di York e moglie dell'erede al trono. 

Maria Beatrice d'Este, che gli inglesi
chiamano "Mary of Modena", 
si vede che in inglese suona bene.

Questa udienza è il capolavoro di Titus Oates, che riesce a imporsi come teste credibile malgrado una reputazione non proprio immacolata. A impressionare il Consiglio è la memoria prodigiosa con cui snocciola nomi e dettagli del Complotto; qualcuno avrebbe potuto arguire che li conosceva a memoria perché il Complotto se lo era inventato lui, ma ognuno crede sempre a quel che vuole credere. Pescando a strascico qualcosa prima o poi si trova, e in questo caso si scoprì un incriminante carteggio privato tra il segretario di Maria Beatrice e il confessore di Luigi XIV. Il Consiglio fornì a Oates una scorta armata con il compito di arrestare i gesuiti di cui conosceva gli indirizzi, avendoli frequentati al tempo della sua conversione. 

Qui cominciano i fatti di sangue. Il 17 ottobre sir Edmund Berry Godfrey, un magistrato anglicano, viene trovato in un fosso, strangolato e trafitto dalla sua stessa spada. Godfrey stava indagando sul Complotto e aveva ricevuto le dichiarazioni ufficiali di Oates e Tonge. Finalmente un delitto di chiara matrice cattolica, qualcosa che può comprovare che i cattolici uccidono. Oates ha il vento in poppa ma forse non ha la percezione dei propri limiti, e a fine novembre accusa la regina di aver progettato con il medico di corte l'avvelenamento del re. Qui Carlo II perde la pazienza e decide di interrogare personalmente Oates. Trovandosi per la prima volta davanti a un inquirente che non crede volentieri alle sue bugie, Oates comincia a perdersi in contraddizioni e smentite. Per rafforzare la sua posizione, ha l'ingenua idea di raccontare di un suo colloquio col Reggente di Spagna. Carlo II, che lo aveva conosciuto personalmente negli anni dell'esilio, chiede a Oates di descriverlo. Oates non ha la minima idea di come sia fatto il Reggente, e Carlo II lo mette in stato di arresto. Questa caduta in disgrazia dura appena due giorni, perché il Parlamento non approva la mossa del Re e minaccia una crisi costituzionale. Non solo Oates viene liberato, ma essendo il suo benessere di interesse nazionale, il parlamento gli garantisce un alloggio a Whitehall a spese dello Stato, e una pensione annuale di 1200 sterline. Ma siamo pur sempre nel Seicento: a che serve una pensione annuale se non hai un cognome e uno stemma nobiliare? Oates briga presso le autorità araldiche finché non riesce a farsi consegnare lo stemma di una casata estinta; nel frattempo cerca di combinare un matrimonio con la figlia del marchese di Shaftesbury.

Nel giro di tre anni 15 sudditi di fede cattolica vengono giustiziati (tra cui John Kemble e John Wall). Oliver Plunkett, arcivescovo di Armagh, viene impiccato, sbudellato e squartato alla vecchia maniera. Dopodiché il vento cambia. Arresti e processi proseguono, ma i giudici sono sempre più titubanti. Dopo aver fornito agli inglesi un capro espiatorio, ora il Complotto poteva servire a incriminare chi lo aveva promosso: in particolare Thomas Osborne, che in parlamento si era fatto troppi nemici e che stava per essere rinchiuso nella Torre di Londra. 

Nell'estate del 1681 la campana comincia a suonare anche per Titus Oates. Il 31 agosto riceve l'ordine di sgomberare i suoi appartamenti: non solo non obbedisce, ma accusa pubblicamente il re e il duca di York. Tanto bastava per arrestarlo per sedizione. Nel frattempo Carlo II, sempre più insoddisfatto dei suoi parlamenti, ne scioglie un paio. I sudditi sembrano dalla sua parte, forse impiccando qualche cattolico ha ottenuto la loro fiducia. Qualche protestante cerca di ucciderlo davvero, ma la sua morte improvvisa nel 1685 secondo gli storici fu più probabilmente causata da un'insufficienza renale, magari in parte dovuta ai suoi esperimenti col mercurio. Al suo posto sale al trono il fratello Giacomo, ora Giacomo II: è quello che i protestanti temevano da anni, e in effetti il Complotto Papista non era che parte delle misure prese dai nemici di Giacomo per impedire che la corona d'Inghilterra fosse cinta da un re cattolico. Per Oates, soprattutto, è una pessima notizia. Uno dei giudici che aveva creduto volentieri alle sue storie quando si trattava di mandare al patibolo cattolici innocenti, lo definisce "una vergogna per il genere umano"; non potendo condannarlo a morte (non era una pena prevista per il reato di spergiuro) lo condanna al carcere a vita e a essere "frustato per le strade di Londra cinque giorni all'anno per il resto della sua vita".

Si stabilisce inoltre che nel 1685 i giorni siano consecutivi: il primo giorno viene messo alla gogna davanti ai cancelli di Wstminster Hall, dove i passanti potevano lanciargli le uova. L'indomani fu esposto a Londra, il terzo giorno attaccato a un carretto e frustato da Aldgate a Newgate; il quarto giorno da Newgate a Tyburn. Oates sarebbe rimasto in prigione fino al 1689, quando gli equilibri religiosi vengono sconvolti da una nuova rivoluzione, quella Gloriosa. I protestanti inglesi, sempre più insofferenti di un sovrano assoluto e cattolico come Giacomo II, si erano rivolti al genero di quest'ultimo, l'olandese Guglielmo d'Orange, che nel 1688 viene incoronato con la moglie Maria (figlia di Giacomo). Oates viene graziato e indennizzato con una pensione di 260 sterline all'anno, che poi diventarono 300. Morì nel 1705, dimenticato più o meno da tutti: una frase che nel suo caso suona persino pietosa. Il Complotto era stato un fenomeno di costume; sull'assassinio di sir Godfrey era stata composta una ballata popolare, che un grande disegnatore, Francis Barlow, aveva illustrato con una storia divisa in vignette. I personaggi di Barlow parlavano mediante dei fumetti che uscivano dalle loro bocche; può darsi che l'espediente non fosse nuovo, ma la storia di Barlow è il più antico esempio di storia a fumetti che ci sia arrivata. Quanto a me, ho appena finito di scrivere la mia storia di Titus Oates e mi sento decisamente una persona migliore. Dopo tutto non ho mai inventato complotti per mandare in prigione nessuno. Quasi mai.


martedì 6 agosto 2024

I Died For Beauty

(Un disco per l'estate 2024)

I died for Beauty — but was scarce
Adjusted in the Tomb
When One who died for Truth, was lain
In an adjoining Room —

He questioned softly "Why I failed?"
"For Beauty," I replied —
"And I — for Truth — Themself are One —
We Brethren, are," He said —

And so, as Kinsmen, met a Night —
We talked between the Rooms —
Until the Moss had reached our lips —
And covered up — Our names —


domenica 4 agosto 2024

So we don't give a damn if she ain't Martel


(Un disco per l'estate 2024)

Si parlava di poesie messe in musica, e mi è venuta in mente quella volta che i Lost Generation tentarono di dimostrare che il rap era stato inventato da Ernest Hemingway verso il 1920, mentre si vantava delle scorribande coi compagni di trincea in licenza a Schio, insomma il rap sarebbe nato in provincia di Vicenza.

There was Ike and Tony and Jaque and me
Roaring thru Schio town
Three days leave and a’feelin free
Well puffed up but we still could see
We were lookin ‘em up and down
Especially up and down.

For a face don’t matter on three days’ leave
To Ike or Tony or Jaque or me.
You can look at a face, an a face is free
But an ankle’s somethin’ to make your grieve
For an ankle’s an indication.

Cognac’s good if it ain’t Martel,
And an ankle has secrets it doesn’t tell.
Sometimes it keeps them, but buy and sell.
Three days more we’ll be back in hell
So we don’t give a damn if she ain’t Martel.

mercoledì 10 gennaio 2024

Impiccato, sventrato e squartato

11 gennaio: Beato William Carter (1548-1584) tipografo impiccato, sventrato e squartato. 

L'incisione si riferisce a Thomas Anderson,
che subì lo stesso supplizio un secolo dopo.

Non so voi ma ogni volta che io leggo qualche Passione antica e m'imbatto in lunghe sequenze di torture – spesso inferte a un singolo martire – tendo a recepirle con un certo scetticismo, non solo nei confronti di un Dio che dovrebbe rifar crescere gli arti mutilati, ma anche al sadismo dei torturatori: che senso ha tutto questo scuoiare e sbudellare? Dai, è impossibile, secondo me se la raccontavano; tanto nessuno poteva più andare a controllare. Al di sopra delle differenze in materia di fede, torturatori e torturati avevano lo stesso interesse a riportare le testimonianze più sanguinose possibili: ai pagani premeva ribadire che la disobbedienza all'imperatore costava carissimo; per i cristiani, tutta questa violenza andava a maggior gloria di Dio (e del martiri che trionfavano eroicamente sul dolore fisico). Questo materiale andava poi incontro al gusto di chi ascoltava, leggeva e a volte trascriveva: per secoli le Passiones sono state la forma di intrattenimento più vicina ai film dell'orrore – ed è buffo pensare che venissero lette nei monasteri durante la mensa. Però insomma è una violenza soprattutto letteraria: qualcuno sarà pure stato torturato, ma molti meno, e in modi assai meno spettacolari. Così tendo a pensarla io, ma poi mi imbatto in un caso come quello di William Carter, e rabbrividisco.

William Carter è un tipografo inglese di epoca elisabettiana, che essendo rimasto fedele alla Chiesa cattolica nel 1584 decide di stampare clandestinamente il Trattato sullo scisma di Gregory Martin. Quest'ultimo, morto due anni prima in Francia, era stato il primo traduttore cattolico della Bibbia in lingua inglese. In un paragrafo del suo Trattato aveva espresso la fiducia nel fatto che "la speranza cattolica avrebbe trionfato, e la pia Giuditta trucidato Oloferne". Secondo le intenzioni dell'autore probabilmente Giuditta rappresentava la Chiesa cattolica e Oloferne quella anglicana; gli inquisitori inglesi, in una fase di forte tensione tra Inghilterra e Spagna, decidono di leggervi un invito a decapitare nel sonno la regina Elisabetta e quando riescono a identificare lo stampatore, lo condannano per alto tradimento, l'imputazione riservata a chi tenta di uccidere il monarca. 

Ora, sin dal Medioevo la pena prevista per i colpevoli di tentato regicidio era "l'impiccagione, lo sventramento e lo squartamento", castigo che viene impartito pubblicamente a Londra tra il 10 e l'11 gennaio del 1584. Non è una leggenda medievale, la prassi non si discosta da quella documentata in altri casi: lo stampatore fu effettivamente appeso al collo, ma con l'accortezza di evitare la frattura della spina dorsale e la morte per soffocamento: poi spostato su un tavolo e castrato nel modo più doloroso possibile (il pubblico doveva capire in qualsiasi momento che il condannato era ancora vivo e cosciente). Veniva quindi eviscerato ed era costretto a osservare il rogo delle sue interiora. Solo a quel punto poteva essere decapitato: seguiva lo squartamento, che significava davvero divisione del corpo in quattro parti, esposte poi in luoghi diversi della città a monito per i sudditi. Questo è davvero successo, non se l'è inventato un propagandista antipagano o un monaco un po' morboso: l'ultimo condannato a impiccagione, sventramento e squartamento cadde nel 1788, la pena sarebbe stata abolita solo un secolo dopo. Quanto a me, pare che credere nella violenza degli uomini mi costi più fatica che credere alla bontà di un Dio.

sabato 4 febbraio 2023

San Gilberto di Limerick (oh!)

 4 febbraio: San Gilberto vescovo di Limerick (XII secolo)

C'era a quei tempi un presule in Irlanda
che trovava la sua Chiesa esecranda,
con riti problematici
e diciamolo, scismatici,
scandalizzanti il presule d'Irlanda.

Quest'uomo, che chiamavano Gilberto,
affrontava i suoi avversari a volto aperto:
"L'unica Chiesa sana",
dicea, "è la gregoriana:
le altre sono eretiche, vi avverto".

Alla riforma di Papa Gregorio
si riferiva (credo sia notorio)
che uniformò la Chiesa:
ben meritoria impresa
in cui si cimentò Papa Gregorio.

Gilberto fu seguace suo e buon chierico,
ma poiché egli era vescovo a Limerick (oh!)
per lui ho scritto una sciocca
insensata filastrocca,
che è cosa invero indegna di un buon chierico.

Si fosse egli chiamato Arnolfo, o Ambrogio,
non dico che avrei scritto un buon elogio:
però ci avrei provato;
né è colpa del prelato
se Arnolfo non chiamavasi, né Ambrogio.

La colpa in parte cade su Edward Lear
che queste strofe scrisse a non finir:
"limerick" le chiamò,
perché io non lo so:
non credo lo sapesse neanche Lear.

lunedì 19 settembre 2022

Prendi i Romanov, loro non disturbano

(Domenica scorsa avevo persino provato a vedere un tg1 perché avevo sentito dire che l'Ucraina stava vincendo la guerra e beh, mi sembrava una notizia abbastanza grossa ma evidentemente mi sbagliavo, la notizia grossa era che la regina d'Inghilterra era ancora morta, come del resto da tre giorni, c'era un reporter d'assalto che intervistava inglesi per strada che potevano confermarlo, continuava a essere morta e loro continuavano a dispiacersene, ottimo. Poi un breve aggiornamento sull'Ucraina dove effettivamente qualcosa sta succedendo ma non si è fatto in tempo a capire perché bisognava passare all'altro scoop ovvero c'è un ex calciatore che si è lasciato con una presentatrice e volano gli stracci, al che ho proprio detto: No senti piuttosto di quei due di cui sopra a Viterbo non è mai fregato niente a nessuno, piuttosto di quei due ricomincia pure a parlarmi della regina che è morta e la cosa incredibile è che il tg1 mi ha preso in parola e si è collegato di nuovo con la Gran Bretagna per uno scoop straordinario, la regina stava viaggiando in autostrada (quantunque morta, la scorrazzavano da qualche parte dell'Isola) e c'erano le riprese di elicottero, capite, in esclusiva, perché noi contribuenti non badiamo a spese e vogliamo assolutamente vedere la panoramica di un'autostrada scozzese con un catafalco scortato dalla polizia, grazie tg1 del tuo alto senso delle mie priorità, grazie ancora).

mercoledì 17 marzo 2021

Un aviatore irlandese intravede la morte



E so che il mio destino ho da incontrare
lassù, fra i nembi del cielo profondo:
quelli che attacco, io non li so odiare,
né posso amare quelli che difendo.

Kiltartan Cross, la mia sola bandiera;
la plebe di Kiltartan, la mia gente:
vincendo, non la renderei più fiera;
perdendo, non la spoglierei di niente.

Non lotto per la legge o per dovere,
non seguo un duce, né folle plaudenti;
un solitario impulso di piacere 
mi guida in cielo a quei combattimenti.

Tutto ho rivisto, tutto ho soppesato:
mi parve spreco d'aria la mia sorte,
un grande spreco d'aria il mio passato,
davanti a questa vita, a questa morte.

sabato 29 agosto 2020

Il santo che perse la testa (a causa di una ragazzina!)

29 agosto - San Giovanni decollato (1-30 ca.)

Infanzie devastate da materiale audiovisivo discutibile.
[2013]. Giovanni Battista è l'unico santo di cui festeggiamo sia il compleanno (24 giugno) che il martirio (oggi). Io per la verità da bambino pensavo che il Giovanni Decollato fosse un santo omonimo che avevano ammazzato buttandolo dalla finestra.

Invece Giovanni, come tutti sanno, fu decollato nel senso che gli staccarono la testa dal collo: un supplizio violento ma che esprimeva una considerazione per lo status della vittima; la crocifissione invece era una cosa da schiavi. A metterlo a morte fu Erode Antipa, tetrarca della Galilea satellite di Roma. Su questo le fonti concordano. Purtroppo le "fonti" sono i vangeli e l'ebreo romanizzato Giuseppe Flavio. Quest'ultimo dovrebbe essere un po' più affidabile, ma le sue Antiquitates Judaicae sono state interpolate per secoli, da copisti cristiani anche in buona fede, a cui sembrava impossibile che un cronista ebreo del primo secolo si facesse sfuggire notizie su Giovanni Battista e Gesù Cristo - così le aggiungevano loro, toh, ecco, adesso sì che è un testo completo. Quindi non è sicuro che Flavio abbia mai veramente scritto qualcosa su Gesù o Giovanni. Senz'altro non erano al centro del suo interesse: lui parla di politica, guerre, dinastie, e poi ogni tanto ci sono questi predicatori che fanno un po' casino, ma niente su cui valga la pena di imbastire un capitolo. Nelle Antiquitates si accenna a Giovanni come "un uomo buono che esortava i Giudei a una vita corretta, alla pratica della giustizia reciproca, alla pietà verso Dio, e così facendo si disponessero al battesimo". Questo sarebbe bastato al sospettoso re per incarcerarlo e, in un secondo momento, farlo ammazzare.
Un'eloquenza che sugli uomini aveva effetti così grandi, poteva portare a qualche forma di sedizione, poiché pareva che volessero essere guidati da Giovanni in qualunque cosa facessero. Erode, perciò, decise che sarebbe stato molto meglio colpire in anticipo e liberarsi di lui prima che la sua attività portasse a una sollevazione, piuttosto che aspettare uno sconvolgimento e trovarsi in una situazione così difficile da pentirsene.
Condannato a morte perché parlava bene. Non che non sia plausibile, da quelle parti, almeno in quel periodo, però è veramente troppo vago. Cosa avrebbe detto il battista di così pericoloso per l'ordine costituito? I vangeli di Marco e Matteo ci forniscono un'ipotesi ragionevole: Giovanni avrebbe protestato contro il matrimonio di Erode con Erodiade. "Non ti è lecito tenerla". E in effetti prima di stare con Erode, Erodiade era stata sposata col di lui fratello, che aveva litigato col padre Erode il grande e si era trasferito a Roma. Inoltre era figlia di un altro fratello di Erode, il maggiore, Aristobulo; anche lui caduto in disgrazia presso Erode il grande e fatto ammazzare. E se tutto questo vi pare un po' incestuoso, considerate che la mamma di Erodiade era una cugina di Aristobulo. L'endogamia della famiglia erodiana era tipica di altre dinastie regali del Medio Oriente, dai faraoni in poi, ma non degli ebrei. E in effetti gli Erodi erano ebrei sui generis: venivano da una regione di confine (l'Idumea), e malgrado Erode il grande avesse sposato una principessa di stirpe maccabea, molti sudditi li consideravano ebrei posticci, pedine dell'imperialismo romano. Criticare un tetrarca per i suoi costumi incestuosi poteva, insomma, avere un significato politico.

Miley Cirus scostati, questo è un lavoro per Brigid Mary Bazlen.
Infanzie che volevano vedere un film su Gesù al cinema parrocchiale, messe davanti alle anche di Brigid Mary Bazlen.
Un altro motivo per diffidare dei resoconti evangelici è che quando si voltano indietro a ricordare il martirio di Giovanni, la buttano in fiaba. Marco e Matteo sono due scrittori asciutti, ma entrambi all'improvviso sembrano voler abbassare le luci e atteggiarsi a Shahrzad, tutta un'atmosfera da corte orientale che non c'entra niente con quel che viene prima e dopo, miracoli e prediche per strade polverose. I dettagli sono universalmente noti: Erode che imprigiona Giovanni ma lo teme, Erodiade che invece lo vuole morto e per ottenerne la testa manda avanti la figlia Salomè, la danza dei sette veli, chiedimi tutto quel che vuoi, eccetera. Tutto sembra modellato sulla storia biblica di Ester, la moglie ebrea di Assuero scià di Persia. Durante un banchetto, accecato dalla sua bellezza, Assuero (Serse?) le promette che le regalerà qualunque cosa lei chieda, qualunque: anche metà del suo impero. Ester si accontenta di far ammazzare il nemico del suo popolo, l'antisemita ministro Aman, che aveva già preparato un pogrom per il mattino seguente. (Anche Erodoto attribuisce un aneddoto del genere a Serse il grande, ma la moglie nel suo caso si limita a chiedere la testa dell'amante).

Maud Allan, la prima Salomè in scena.
Maud Allan, la prima Salomè in scena
Ester però è un personaggio assolutamente positivo, l'eroica patriota che mentre si trucca e si tira da urlo per lobbizzare il marito non cessa di pregare per le sorti del suo popolo minacciato nella sua stessa esistenza. L'Erodiade dei vangeli viceversa è una malvagia principessa orientale, disposta a usare la figlia come un'esca per manovrare gli impulsi incestuosi del marito. La danza dei sette veli, che Oscar Wilde voleva far ballare a Sarah Bernhardt, ma poi il testo fu accusato di blasfemia e lei strappò il contratto, nei vangeli non c'è. Non è chiaro da che punto in poi qualcuno decise che Salomè dovesse togliersi sette veli. Potrebbe essere un'antica reminiscenza di Ishtar, la dea babilonese dell'amore e della fertilità che quando va sottoterra a trovare la dea avversaria Ereshkigal deve passare sette cancelli e togliersi sette vestiti - finché non resta nuda. Ma del mito è rimasto soltanto un motivo narrativo, riutilizzato in chiave romanzesca. Quello che Erode Antipa promette a Salomè, che Serse prometteva alle sue mogli, è il cosiddetto "don contraignant": una promessa in bianco che impegna un sovrano a fare qualunque cosa, compresa ovviamente qualcosa di cui il sovrano si pentirà immediatamente. Diventerà un motivo tipico della letteratura cavalleresca, soprattutto nel ciclo bretone, dove spesso i cavalieri sono costretti a fare cose molto stupide perché l'hanno promesso senza saperlo. Salomè, lo sappiamo tutti, chiede la testa di Giovanni su un piatto d'argento, e su tutto è questo dettaglio di decadente cinismo a farci sentire a miglia di distanza dal resto dei vangeli. Erode è sconvolto: anche in catene il profeta gli fa paura, da martire poi sarà sicuramente foriero di sciagure, ma ha promesso: e ogni promessa è un debito. Verrà sconfitto in guerra, morirà in esilio. Anche di Salomè si raccontano morti orribili, in cui di solito le capita di perdere la testa, ad esempio incastrandosi in un lago ghiacciato. Quanto a Giovanni, darà vita a una importante produzione di teschi reliquia: ce n'è una a Roma (ma la mascella è a Viterbo), una a Istanbul, a Monaco di Baviera, a Damasco, ce n'era anche una poco lontano, ad Antiochia, un'altra ad Amiens bottino della quarta crociata, una a Kent. Di ossa e frammenti d'ossa ce n'è praticamente dappertutto.

HO BACIATO LA TUA BOCCA, IOKANAAN. HO BACIATO LA TUA BOCCA.
HO BACIATO LA TUA
BOCCA, JOKAHAN.
Si parlava di Oscar Wilde. La sua Salomè, la fanciulla assetata di sangue di martire, è uno dei suoi personaggi più memorabili. Per darle forma scelse il francese, che amava ma non maneggiava alla perfezione. Quanto alla traduzione in inglese, si affidò all'amico del cuore, Lord Alfred Douglas, che ne aveva recensito con tanto entusiasmo l'originale nel 1891, ai tempi del loro primo incontro. C'era solo il piccolo problema che Douglas non era un bravo traduttore, la sua versione era disastrosa. Wilde non sapeva come dirglielo senza offenderlo, l'altro del resto decise di offendersi comunque, è colpa tua che in francese non ti spieghi bene ecc. ecc.. Beardsley, l'illustratore (a cui si deve gran parte del successo), racconta di un traffico incessante di fattorini e telegrammi, non c'erano ancora gli sms per litigare ma nella scena letteraria decadentista ne esisteva già la necessità. Alla fine la traduzione fu rifatta, forse da Wilde forse no; il nome di Douglas fu tolto dalla copertina, ma all'interno una dedica di Wilde lo accreditava come traduttore. Douglas apprezzò, in fondo è volgare il nome in copertina, la dedica invece fa fine. L'anno dopo il padre di Douglas riuscì a far sbattere Wilde in carcere: era ancora rinchiuso quando finalmente Salomè debuttava a Parigi, senza la Bernhardt. Wilde a Douglas voleva bene, questo non si discute: ma così bene da affidargli il suo libro, il suo nome? Chiedimi qualunque cosa, qualunque cosa, la testa del mio superego su un piatto d'argento, eccola: ma non di tradurmi un libro, per favore, no, quello no; è mio, c'è il mio nome sopra, potrebbe sopravvivermi, e tu scusami sei tanto carino ma tradurre è roba da professionisti. Io gli avrei risposto così. Ma io non ho mai amato Lord Douglas, evidentemente.

venerdì 15 maggio 2020

Il chiasso in una casa

(Scusi).
Il chiasso in una casa
nel dì dopo il decesso
è il più incombente incarico
in tutto l'universo –

Lo spazzolare il cuore
e il metter via l'amore
che non vorremo usare più
fino all'Eternità –

venerdì 11 gennaio 2019

"Mai ci fu una storia più scorretta..."

Sono passati davvero parecchi anni da quell'inverno in cui, disperato per non riuscire a trovare in videoteca un film sensato sul medioevo da mostrare in una classe – qualcosa che desse a un undicenne una vaga idea di cos'era la vita nel medioevo, almeno nelle scenografie, nei costumi – mi ridussi a infilare in un vhs una vecchia copia domestica e sfuocata del Romeo e Giulietta di Zeffirelli. Mal che vada è Shakespeare, ricordo che pensai. Il tempo di tre minuti e boom, eravamo già completamente immersi in una Bella Verona in cui si cammina proprio come nei corridoi delle medie, e si fanno esattamente le stesse cose stupide. Voglio dire, "È per me che ti succhi quel pollice?" è una battuta che non riesco a immaginare in bocca a nessuno che non sia un preadolescente in un corridoio. Mi sembra incredibile che Shakespeare possa avere scritto Romeo e Giulietta per un pubblico diverso da quello che gli procuro io.

Da allora non c'è una classe in cui non l'ho mostrato, in versioni sempre un po' più nitide: e non c'è una volta in cui non abbia fatto il suo porco lavoro. A volte, se c'è tempo (una supplenza improvvisa, una nevicata) ci concediamo anche un confronto col Romeo+Juliet di Luhrmann, che li sconvolge perché Di Caprio così giovane non lo immaginano. Ma sulla distanza non c'è gara, Zeffirelli vince tutto, Zeffirelli ci penetra in luoghi che non sappiamo nemmeno di avere, o ce lo siamo dimenticati. Poi passa un anno, a volte anche due, e mi domando se non mi ricordo male, se non tendo a sopravvalutare l'effetto – in fondo è solo un film, ormai vecchissimo, probabilmente dovrei cercare cose più moderne, più pensate per i teen di adesso. E ogni volta boom, lo stesso incantesimo. Del resto, perché non dovrebbe funzionare una volta in più? Shakespeare è sempre quello, Zeffirelli pure, i preadolescenti sono sempre preadolescenti litigiosi acerbi disperati. C'è una sola cosa che cambia, nel quadro complessivo.

Sono io.


E me ne accorgo in modi curiosi – la musica di Rota, ad esempio, che all'inizio mi era molesta e ora è quasi parte del paesaggio. Ma soprattutto: faccio sempre più fatica a guardarlo. All'inizio era un film, soltanto un film, probabilmente lo consideravo kitsch o camp o middlebrow, non mi ricordo (però funzionava, quindi lo usavo: al massimo cercavo di smontarlo dopo la visione). Ma ricordo che alla ricerca di informazioni incocciai in un forum in cui un cinefilo americano lo definiva "horny", e scrollai mentalmente la testa: che bacchettoni questi americani, voglio dire chi è che negli anni Zero ancora si eccita per due chiappe di Romeo in un fotogramma.

Ecco, sono passati gli anni Zero e pure i Dieci: Shakespeare è sempre Shakespeare, Zeffirelli è sempre Zeffirelli, i fotogrammi con le chiappe non sono aumentati, e io sono sempre più turbato da quel film. Cioè, è pur vero che funziona, ma accidenti se è horny. Direi pure che è barely legal. E prima o poi non sarà più legal, prima o poi con una classe mi metto nei guai, a mostrare sulla lavagna interattiva quei due minorenni che amoreggiano. Spero che non sia stavolta.

Fatemi un bocca al lupo, è per stamattina.

Ai giochi addio...

domenica 30 dicembre 2018

L'annosa questione del razzismo di Tolkien

Make Middlearth Great Again
Sauron non è il Signore Oscuro di cui avete senz'altro sentito parlare, ma un sovrano illuminato che sostiene il progresso industriale. Il perfido Gandalf il Bianco, tiranno feudale (re Aragorn non è che il suo burattino) mira a impossessarsi delle ricche miniere di Mordor – certo, occorrerà sterminarne la popolazione, ma non ha nessuna importanza: la storia la fanno i vincitori, e i vincitori dipingeranno nelle saghe le vittime dello sterminio come mostri subumani, gli "Orchi". È la trama di The Last Ringbearer, la più politica delle parodie del Signore degli Anelli, scritta qualche anno fa da un biologo russo, Kiril Eskov. In Russia fu un caso editoriale, in Italia e nei Paesi anglosassoni è ancora inedito. Eskov ha immaginato che il Signore degli Anelli fosse un'opera di propaganda, e l'ha smontata in quanto tale. Ma l'operazione non avrebbe funzionato così bene se lo stesso Signore degli Anelli non fosse un'opera che si presta, proprio per la sua architettura semplice, ma maestosa, a essere smontata e ricomposta. È una delle qualità dei classici, e Il Signore degli Anelli evidentemente lo è diventato. Malgrado il suo razzismo? Perché ogni tanto l'accusa salta fuori, e c'è sempre qualcuno che si stupisce, come se fosse la prima volta. Ma per qualcuno è sempre la prima volta.

Mappa non autorizzata, anzi proibita, anzi l'ho ritrovata in un sito russo, spero non sia contagiosa.
Quando non hai niente di nuovo da dire, ma vuoi fare notizia comunque, puoi sempre dare a Tolkien del razzista. Funziona: vuoi perché il razzismo è sempre d'attualità, e Tolkien non passa mai di moda; vuoi perché trattandosi di un autore che va per la maggiore tra i giovanissimi, puoi ripescare lo stesso dibattito ogni cinque-dieci anni e troverai sempre qualche giovane lettore che ci rimane male, Tolkien razzista? Non l'aveva mai sentita. E poi c'è un'altra ragione, ovvero che Tolkien, per i nostri standard, è davvero un po' razzista. Veramente poco, per un inglese dell'ultima generazione coloniale; ma quanto basta per far scattare gli allarmi più sensibili, tarati sugli standard di multiculturalità del 2018; quanto basta per riavviare ogni tanto la polemica. Anche a causa dei suoi difensori, esperti e affezionatissimi, e non disposti a lasciar cadere l'argomento senza citare una volta in più le durissime parole di Tolkien sulle derive nazionaliste e antisemite che negli anni Trenta osservava sgomento manifestarsi sul Continente. E tuttavia Tolkien è anche lo scrittore che, dovendo procurarsi migliaia di comparse per le schiere del Male nelle scene di battaglia, decide di reclutarle tra i Popoli dell'Est e del Sud. Una classica commistione tra esotismo e pericolo che i lettori inglesi dovevano percepire come assolutamente naturale nel 1954, l'anno della pubblicazione in Gran Bretagna, e che nel 2018 facciamo molta più fatica a mandar giù.

Nel frattempo la Terra di Mezzo è diventata un universo cinematico, e i volti dei suoi protagonisti sono stati fissati nella coscienza di almeno una generazione dalle scelte di casting di Peter Jackson, filologicamente inappuntabili, ma proprio per questo un po' troppo nordiche per i gusti di uno spettatore globalizzato, assuefatto a prodotti hollywoodiani dove le percentuali di comprimari bianchi, neri e asiatici sono calcolate al millimetro. Jackson non ha neanche voluto evitare di attribuire agli Orchi e agli Orchetti una carnagione scura, ed era destino che prima o poi qualcuno decidesse che la cosa lo offendeva. L'ultimo in ordine di apparizione è Andy Duncan, scrittore fantasy che in un'intervista a Wired ha ammesso di non poter passare sopra alla concezione tolkeniana per cui "alcune razze sono semplicemente peggiori di altre, e che alcuni popoli sono semplicemente peggiori di altri". L'affermazione in sé non ha nulla di clamoroso, ma il Times l'ha ripresa e nel giro di poche ore aveva fatto il giro del mondo, o almeno quella porzione non piccola di mondo che va dal Times al Secolo d'Italia (continua su TheVision)

Ma se lo tagliano, sanguina? Apriamo il dibattito.

La polemica in sé non è affatto nuova, e in Italia in particolare non dovrebbe sorprenderci: in fondo siamo stati i primi a sospettare, già negli anni Settanta, che Tolkien fosse un fascista o peggio. Il Signore degli Anelli, che nell’area anglosassone era esploso nel 1968, anno della prima edizione “tascabile” – si fa per dire, non stava nemmeno nelle tasche degli eskimo di allora – ed era stato adottato gioiosamente dalle star della controcultura, in Italia ha avuto una storia tutta particolare. Fu pubblicato nel 1970 da Rusconi, un editore di rotocalchi a base di gossip sui Savoia e Padre Pio, con una famigerata prefazione di Elémire Zolla che non si contentava di anticipare la trama (oggi diremmo “spoilerare”), ma lo innalzava come stendardo di una letteratura anti-moderna, puramente ispirata al folklore e alla tradizione.

Tolkien a ben vedere era tutt’altro che rispettoso delle tradizioni a cui attingeva, e che spesso deliberatamente pervertiva, ma Zolla non voleva o non poteva accorgersene, e ormai il dado era tratto: liquidato dagli ambienti progressisti come autore d’evasione, negli anni Settanta Tolkien fu adottato da una sparuta ma combattiva minoranza di sedicenti intellettuali di destra a cui non sembrava vero poter disporre di un generoso serbatoio di leggende, neanche troppo difficili da leggere. Tolkien in realtà piaceva a tutti, ma i lettori di sinistra ci misero un po’ di tempo a riorganizzarsi. A fine anni Novanta la riduzione cinematografica rimescolò le acque: il Signore degli Anelli entrò a tutti gli effetti anche in Italia nel calderone della cultura pop, proprio mentre i Wu Ming tentavano di recuperarlo a sinistra, insistendo sull’aspetto multiculturale di quel melting pot che è la Compagnia dell’Anello, e sul fatto che i veri eroi del romanzo non siano i tradizionali cavalieri feudali, ma gli hobbit, antieroi provinciali. Tolkien in generale è un autore molto più raffinato e sfuggente di quanto sembri a prima vista. L’affetto che nutre per i miti che rielabora è molto più smaliziato di quanto appaia; le sue fiabe non hanno un lieto fine, Bene e Male restano intimamente connessi.

E allo stesso tempo Tolkien resta un uomo del suo tempo, e al suo tempo non risultava così offensivo immaginare schiere di nemici avanzare da un Sud arido, a cavallo di elefanti. Possiamo decidere che questa cosa non sia più accettabile, e che l’opera di Tolkien sia destinata a seguire sugli scaffali più alti quella di Kipling o di altri autori dell’era coloniale che solo gli addetti ai lavori sono ancora in grado di leggere senza avvertire un inevitabile fastidio, lo choc culturale che proviamo di fronte all’implicito razzismo che permeava la cultura europea fino a pochi decenni fa.

Ma probabilmente non andrà a finire così: Tolkien sembra ancora avere molto da dirci (più di Kipling, tutto sommato). Un’opera che può essere ancora letta da destra, da sinistra, come una saga di eroi o come materiale di propaganda, non dà l’impressione di poter tramontare ancora per almeno una generazione. Se ne riparlerà tra quattro o cinque anni, quando qualcuno magari si accorgerà che Tolkien odia i ragni proprio mentre l’aracnofobia diventa uno stigma sociale, e qualche lettore appena arrivato strabuzzerà gli occhi: ma come, Tolkien aracnofobo? Peccato, e dire che mi piaceva così tanto.

mercoledì 5 febbraio 2014

Lord Grillo ha detto stop

C'è chi dice che siamo alla barbarie. C'è chi ribatte che ci siamo sempre stati. Una delle tendenze più interessanti del blablà mediatico-parlamentare degli ultimi giorni è il tentativo di trovare antecedenti nobili alle scemenze che diciamo o facciamo: ad esempio "Boia chi molla" dovrebbe cambiare del tutto sapore se invece di essere stata pronunciato da un qualunque fascista fosse un motto della Repubblica Partenopea del 1799 - anche se probabilmente non è vero. Il turpiloquio in parlamento diventa accettabile se si riesce a dimostrare che anche Sandro Pertini ha chiamato ai suoi tempi "carogna" e "porco" un presidente di Senato: e tuttavia la fondazione che porta il suo nome nega che sia successo... ma Vito Crimi conferma di avere trovato la citazione in un libro di parolacce parlamentari. Nel frattempo Beppe Grillo è già oltre: ieri salutava i lettori nella sua homepage con un discorso del... 20 aprile 1653. È la celebre sfuriata con cui Oliver Cromwell sciolse quel che restava del parlamento inglese. Direttamente dal sito di Beppe, un documento sempre attuale:
"È tempo per me di fare qualcosa che avrei dovuto fare molto tempo fa: mettere fine alla vostra permanenza in questo posto, che avete disonorato disprezzandone tutte le virtù e profanato con ogni vizio; siete un gruppo fazioso, nemici del buon governo, banda di miserabili mercenari; scambiereste il vostro Paese con Esaù per un piatto di lenticchie; come Giuda, tradireste il vostro Dio per pochi spiccioli. Avete conservato almeno una virtù? C'è almeno un vizio che non avete preso? Il mio cavallo crede più di voi; l'oro è il vostro Dio; chi fra voi non baratterebbe la propria coscienza in cambio di soldi? È rimasto qualcuno a cui almeno interessa il bene del Commonwealth? Voi, sporche prostitute, non avete forse profanato questo sacro luogo, trasformato il tempio del Signore in una tana di lupi con immorali principi e atti malvagi? Siete diventati intollerabilmente odiosi per un'intera nazione; il popolo vi aveva scelto per riparare le ingiustizie, siete voi ora l'ingiustizia! Basta! Portate via la vostra chincaglieria luccicante e chiudete le porte a chiave. In nome di Dio, andatevene!"
Come quasi tutti i discorsi memorabili, è una ricostruzione a posteriori: non esistono trascrizioni, e a detta dei testimoni, Cromwell parlava a braccio. Secondo alcuni storici fu persino meno diplomatico di così: definì Henry Vane il Giovane un ciarlatano ("jugler"), Henry Martin e Sir Peter Wentworth due magnaccia ("whoremasters"), Thomas Chaloner un ubriacone "drunkard". Non siamo ai livelli dello pseudo-Pertini, ma è pur sempre l'Inghilterra della rivoluzione puritana.

Peraltro a quel punto Cromwell avrebbe potuto dire o fare quel che voleva: i parlamentari stavano davvero lasciando i loro seggi, non perché colpiti al cuore dalle furenti parole del Beppegrillo del Seicento, (continua sull'Unità, H1t#217) ma perché nel momento in cui Cromwell si era alzato per interrompere la seduta un plotone di moschettieri era entrato nella sala e li stava circondando. In effetti quella che può sembrare la nobile tirata di un cittadino oppresso da un parlamento corrotto e impresentabile, è viceversa il primo proclama di un dittatore militare insofferente nei confronti di un’assemblea che aveva già purgato l’assemblea di metà degli eletti, e che ancora non riusciva a controllare. Henry Vane stava per far passare una riforma elettorale che avrebbe ridisegnato in modo razionale i distretti e avrebbe reso possibile una consultazione realmente repubblicana. Cromwell non sembrava interessato (“Henry Vane, Henry Vane! Dio mi liberi da Henry Vane!”): irruppe nel parlamento coi moschettieri e invitò i rappresentanti a lasciare il posto a “uomini più onesti”.

Gli “uomini più onesti” si riunirono il quattro luglio. Non ci fu nemmeno bisogno di elezioni: ogni congregazione religiosa mandò una lista di uomini di fiducia al Consiglio di Stato, che si riservò la facoltà di sceglierli. Tra loro c’erano anche i Cinque Corone, o Quintomonarchisti, una corrente fondamentalista che riteneva l’apocalisse imminente. Gesù sarebbe tornato nel 1666, ed era necessario fargli trovare un’Inghilterra perfettamente cristiana. Cromwell, che si riteneva in contatto diretto con Dio, non era del tutto insensibile al messaggio dei quintomonarchisti (ma forse semplicemente si barcamenava tra le correnti come tutti i politici), e salutò l’alba del nuovo parlamento come il “giorno del potere di Gesù Cristo”. Tempo tre mesi e anche questo parlamento di invasati gli venne comunque a noia: tanto da fargli ammettere in privato che ai pazzi di adesso preferiva i servi di prima. Comunque riusciva a manovrarli quanto bastava perché fossero loro stessi a implorarlo di scioglierli: cosa che fece in dicembre; e il Commonwealth inglese finì lì. In italiano suona come “bene comune”; i latini la chiamavano Res Publica. Cromwell era indeciso se farsi incoronare re, e succedere a Carlo I a cui aveva fatto tagliare la testa nel 1649. Un brutto precedente. Alla fine si contentò della carica di Lord Protettore a vita. Convocò e sciolse altri tre parlamenti, e morì cinque anni più tardi: non prima di aver nominato successore il suo primogenito incapace. A quel punto, se doveva essere monarchia, tanto valeva tenersi l’originale (purché fornisse precise garanzie): nel 1660, sette anni dopo il famoso discorso, Londra salutava il ritorno del sovrano legittimo, Carlo II. Costui per vendicare il padre si contentò di alcune teste, tra le quali quella del povero Henry Vale; anche Oliver Cromwell fu decapitato post mortem. Nel 1666 Gesù Cristo non si fece vedere; in compenso a Londra ci fu la peste e il Grande Incendio.
Tutto questo non è che abbia molto a che vedere con Beppe Grillo; lui ha solo citato un brano famoso, copiato e incollato su internet milioni di volte; presente in centinaia di siti e blog diversi, in centinaia di date diverse, ma quasi sempre salutato come “straordinariamente attuale”. Il fatto che lo abbia pronunciato un dittatore feroce, l’imperialista che estese il dominio inglese su Scozia e Irlanda, è a portata di clic; e forse dovrebbe anche far parte del bagaglio culturale di ogni lettore italiano di media cultura. D’altro canto non ha veramente importanza chi fosse e perché parlasse così. Era arrabbiato; ce l’aveva con un parlamento che non si sbrigava a fare quel che voleva lui, ovvero sciogliersi: e questo è tutto quel che importa sapere. Ci vediamo nel 1666. http://leonardo.blogspot.com

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