Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi. Noi no. Donate all'UNRWA.
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martedì 19 maggio 2026

Il razzismo perde sempre (domenica, a Modena)


Il luogo dove Salim El Koudri ha investito le sue vittime è familiare non solo a qualsiasi modenese, ma credo a chiunque in città passi anche solo due o tre volte in una vita: in quel punto, nel Medioevo, la via Emilia usciva dalla città, sboccando appena fuori dalle mura in un grande spazio che oggi è un piazzale bello e complicato – aiuole, fontane monumentali, semafori, fermate dell'autobus, il teatro Storchi, e sul limite orientale cominciano già i condomini del dopoguerra – è un luogo meraviglioso, in realtà: è tutta Modena in una piazza sola, ma non ce la godiamo: abbiamo sempre fretta di andare da qualche parte a fare qualche cosa. La psicosi ha spinto El Koudri come un tonno verso la trappola: si è ritrovato all'improvviso nel punto in cui il piazzale si restringe bruscamente, diventa un Largo e poi una via pedonale. 

Quello che è successo è stato paragonato ad altri episodi, più o meno simili. Io non posso fare a meno di ricordare un'altra tragedia più cruenta, avvenuta nella mia città (Carpi, in provincia di Modena) sembra ieri ma sono già passati 15 anni. Un'anziana signora che aveva i permessi speciali per condurre l'auto nella piazza centrale – una piazza enorme – perse i controlli e uccise tre persone, una la conoscevo. Fu assurdo e terribile, tra l'altro in un giorno di festa: eppure nessuno perse tempo su internet per riversare odio su quella signora. Internet, garantisco, era più o meno la fogna che è oggi. Il motivo per cui nessun politico di livello nazionale si scomodò (e dire che c'erano dei morti), il motivo per cui nessuno promise inasprimenti delle pene e remigrazioni, è molto semplice: quella signora aveva un nome e cognome italiano. Tutto qui, non è nemmeno una questione di cittadinanza, perché Salim El Koudri è assolutamente italiano, nato in Italia da genitori italiani: una cosa che molti fanno fatica ad accettare, eppure controllate sulla Costituzione: è proprio così. 

Modena Today

Il motivo per cui a Carpi nel 2011 nessuno pensò al terrorismo, e a Modena nel 2026 alcuni hanno iniziato a parlarne quando le ambulanze non erano ancora arrivate in ospedale, ha a che fare semplicemente con un nome e un cognome arabo, e forse con un colore di pelle appena un po' più scuro della media modenese. Razzismo, puro e semplice: irradiato, nutrito e alfabetizzato da mandanti politici, alla luce del sole – magari dietro di loro c'è pure qualcuno che lavora nell'ombra, ma quel che riusciamo a vedere alla luce del sole è abbastanza chiaro, io mi accontento. Ho tutte le prove che mi servono per affermare che Matteo Salvini è un razzista (e un fallito); Giorgia Meloni è una razzista (e sta per fallire), Vannacci è un razzista (e fallirà). I giornali di Angelucci vendono, seminano e raccolgono razzismo: ma vendono poco, perché è scarso anche Angelucci. Molti commentatori razzisti, che in questi giorni vi hanno fatto incazzare in calce alle notizie, semplicemente non esistono: sono più o meno gli stessi bot che dovevano far vincere alla Meloni un referendum, e non ci sono riusciti. Gli italiani non saranno proprio tutti brava gente, ma somigliano più alla piazza Grande di domenica pomeriggio che ai commenti puzzolenti in coda al Resto del Carlino. Il razzismo sembra spesso invincibile, ma controllate su qualsiasi libro: alla fine perde sempre, è programmato per perdere (ce l'ha nel sangue...) Certo, occorrerà un'attenzione maggiore di quella che abbiamo avuto fin qui. Nei prossimi anni abbiamo una finestra di opportunità: la destra ha promesso tutto quel che poteva promettere e ha deluso tutti quelli che poteva deludere. È il momento non soltanto di vincere, ma di emarginare definitivamente una frangia che è minoritaria nel Paese, i cui successi dipendono sostanzialmente dall'accanimento di alcuni finanziatori, editori e comunicatori. Non chiedo leggi speciali, le leggi esistono già: promuovere l'odio razziale è già un crimine, che si può misurare in disagio sociale, in diffidenza, in morti e feriti: traiamone le conseguenze, i mandanti sono alla luce del sole. Andiamoli a prendere e facciamo in modo che non possano più inquinare i pozzi, non possiamo permettercelo. Schizofrenici ne avremo sempre (ma dobbiamo cercare di curarli); auto che non frenano automaticamente davanti a un ostacolo ne troveremo sempre meno; per quale motivo dovremmo continuare a tollerare invece il razzismo? Troppa gente comincia a ritenerlo un'opinione come un'altra, magari garantita dalla Costituzione – ecco, appunto no: tutto il contrario. 

Per quanto ci venga naturale associare luoghi e ricordi, vi sono certi spazi di transito così frequentati che i ricordi dopo un po' sono troppi, e si annullano tra loro (è uno dei motivi per cui bisognerebbe cambiare città, a un certo punto della vita). Francesco Guccini, che a Modena ci restò poco, in quell'unica canzone confessa candidamente di avere associato a molti angoli del centro i suoi sogni erotici. Ecco, appunto, bisognerebbe lasciare una città quando contiene quel tipo di ricordi; altrimenti poi succede questa cosa imbarazzante per cui il luogo in cui hai baciato una ragazza diventa lo stesso luogo in cui correvi di fretta per andare a lezione di guida, nonché lo stesso luogo in cui hai ricevuto una notizia di lavoro importante, nonché lo stesso luogo dove è avvenuto un fatto tragico di rilevanza nazionale. Un altro ricordo che non vorrei sbiadisse è uno dei tanti cortei che si fermò proprio lì, meno di un paio di anni fa, ed era una mobilitazione per la Palestina. Ecco, un altro motivo per cui un cognome arabo fa immediatamente pensare a un attentato, è che in un certo senso tutti ce lo aspettiamo. Sono quasi tre anni che a Modena vengono organizzati cortei e presidi. Una mobilitazione che non è importantissima per numero, ma è interessante per composizione: non è la prima volta che musulmani e autoctoni marciano assieme, ma non erano mai stati così sparsi, e insieme così compatti, al punto che ormai non riesci a separarli. Hanno le stesse bandiere, gli stessi slogan, e non si trova il modo per incriminarli: non fanno niente di male, a parte questa pretesa fastidiosa di denunciare un genocidio. Ora, non mi metterò a far la morale ai giornalisti: è chiaro che uno schizofrenico che investe sei persone fa più rumore di centinaia di musulmani che da tre anni protestano pacificamente. Vorrei solo cercare di spiegare perché di uno stragista col cognome arabo, Salvini Meloni Angelucci e Vannacci a questo punto avessero un disperato bisogno. È una cosa da tenere conto: quella è gente che quando capisce che sta per perdere, le prova tutte. Teniamone conto, prepariamoci. A presto. 

venerdì 6 febbraio 2026

Un poliziotto isolato non è in trappola: è la trappola


– A Torino come sapete c'è stato un corteo, la polizia ha ferito diversi manifestanti (un manifestante invece ha ferito un poliziotto), e io non ne sto parlando perché, appena comincio, mi rendo conto di scrivere le stesse cose e ne ho pudore. Ma pare che sia un problema solo mio – questo pesantissimo archivio a destra che mi ricorda come tutto sia stato già riflettuto lungamente e invano. Altri non si fanno il problema, altri non hanno nessun pudore a premere un tasto – quei bei tasti sulle tastiere di una volta, ricordate? Sarà un F6 o un F7 – che evochi immediatamente le Bierre, Vallegiulia e Pasolini. Paragoni che erano insensati, stucchevoli e sballati venticinque anni fa – non sto esagerando, l'archivio non perdona: ventitré anni fa. E io dovrei vergognarmi perché mi viene in mente invece Genova 2001, e le due o tre cose che mi pare di aver capito allora? In mezzo ai dinosauri, anche il mammut può sentirsi giovanile.

– Quando parlate delle BR, ma di cosa (cazzo) parlate? Cosa c'entravano le BR coi centri sociali? Nulla, ci stanno come minimo vent'anni di distanza. Le BR erano lo spauracchio quando eravate bambini? Ok, ma non lo siete più da un pezzo, non potevate studiare un po'? Lo studio anche a questo serve, a levarvi le paure. State continuando a usare i teoremi del nonno, quelli che non hanno mai dimostrato di funzionare nemmeno su un piano euclideo. Credete che nelle scuole e nelle università si annidino i cattivi maestri: non fu così per le BR, non era così nel 2001, non è così nemmeno oggi – fino a prova contraria. Pensate che una piazza aggressiva (una piazza che non si rassegni a prenderle soltanto) porti inevitabilmente alle BR: se fosse andata davvero così, perché dopo Genova nessuno si è dato al brigatismo? Proprio nessuno! Avete vent'anni a disposizione per capire quanto avete torto, perché non imparate niente mai? È sconfortante. 

– Bisognerebbe invece sforzarsi di notare che tutto cambia, e quasi mai in meglio; che anche situazioni che sono riuscite a mantenersi in equilibrio per venti, trent'anni, potrebbero però essere cambiate ogni volta in modo impercettibile, finché un giorno l'equilibrio non regge più. A me dispiace che Askatasuna sia stato sgomberato; sono sicuro che sia stato un luogo importante e formativo per molti torinesi – detto questo, se continuate a ragionare come vent'anni fa, il minimo che possa succedere è che qualcuno vi aspetti esattamente dove vi facevate intrappolare anche vent'anni fa: se siete prevedibili, qualcuno potrebbe pensare di sfruttare la cosa. Forse a qualcuno fate comodo così, fatevi venire il dubbio ogni tanto. Riporto un pezzo di comunicato:

Al termine della manifestazione, una parte del corteo ha deciso di proseguire in corso Regio Parco e un’altra parte, numericamente significativa, ha deviato in Corso Regina per avvicinarsi allo stabile di Askatasuna, oggi murato e devastato al suo interno dai vari distruttori in divisa. In corso Regina, l’apparato repressivo messo in campo dal governo Meloni e dal ministro Piantedosi ha risposto subito alla deviazione con una forza sproporzionata, scaricando centinaia di lacrimogeni sullo spezzone. Questa gestione muscolare, coerente con quanto visto nei giorni precedenti (quasi 800 fermi e identificazioni, intimidazioni, minacce), è stata però colta di sorpresa. Non si aspettavano che lo spezzone colpito reggesse l’urto, resistesse, avanzasse metro dopo metro, senza panico né tentennamenti con l’obiettivo di avvicinarsi a uno stabile che è stato strappato come uno scalpo dal governo per cancellare un pezzo di quella storia partigiana che ha caratterizzato da sempre Torino e che mai gli andata giù.  

Allora: questa roba è giocare alla guerra, e non funziona. Forse per vent'anni avete pensato che funzionasse, ma era un'illusione. Ve lo facevano fare soltanto nella misura in cui gli era comodo mostrare poliziotti feriti e qualche carrozzeria ammaccata. Non è un pezzo di storia partigiana, è una liturgia e voi non siete i sacerdoti; ogni tanto qualcuno di voi sarà l'agnello. 

– Penso a quello che succede in Minnesota: anche lì non è i manifestanti ogni tanto non perdano la pazienza – anche ad Alex Pretti qualche giorno prima era saltata – eppure lì è molto chiaro che l'ICE mena e i manifestanti le prendono. Per quanto sia inevitabile che qualcuno resista alle cariche, bisognerebbe fare questo sforzo di capire che il messaggio che deve passare è che i poliziotti le danno e i manifestanti le prendono, e non viceversa. Dare un martelletto in testa a un poliziotto significa dare una medaglia al poliziotto, qualcuno ancora non l'ha capito? Inoltre: se vedi un poliziotto isolato, non è in trappola lui; lui è la trappola.

– Se fai esattamente quello che la polizia vuole che tu faccia, tu in pratica stai prendendo ordini dalla polizia: accetta la cosa. Hai un bel da negare che esistano infiltrati: l'infiltrato sei tu, per forza stai negando. 

– Ogni tanto, l'ho spiegato, mi fisso su un relitto alla deriva, ad es. Parenzo. Parenzo a poche ore dagli scontri stava già chiedendo a qualcuno di dissociarsi. 

Poche ore prima aveva spiegato ai suoi follower che sì, effettivamente la cifra di 70000 morti palestinesi nella Striscia di Gaza, fornita dalle autorità di Gaza (e mai smentita da quelle israeliane), la cifra più volte denunciata come propaganda antisemita... e recentemente confermata da fonti anonime dell'IDF, non costituisce un genocidio, perché? Perché "Israele ha stimato" che tra quei 70000 c'erano più di 20000 terroristi, il che (secondo Israele) sarebbe un'ottima proporzione: non è genocidio se per ogni nemico uccidi un civile o un civile e mezzo.

È una logica aberrante che solo Israele ha il coraggio di reclamare – ma anche di questo si è già parlato: rimane da annotare la coincidenza. David Parenzo, che ci chiede di dissociarsi dal terribile fatto che un poliziotto ha passato qualche ora in un pronto soccorso, sta rivendicando il massacro di 70000 palestinesi, sta spiegando che è un massacro giusto, migliore di altri massacri commessi negli ultimi anni da eserciti meno morali di Israele. 

martedì 22 ottobre 2024

Seppellire Yahya Sinwar


Non vengo a onorare Yahya Sinwar. Prima del 7/10/2023 credevo che Hamas fosse stata una sciagura per il popolo palestinese, e quello che è successo dopo non mi ha dato motivi per cambiare idea. Hamas è stato il nemico che Israele si è coltivato con pazienza per molti anni, recintandolo a Gaza, separandolo dal resto della Palestina, rifiutandosi di dialogare con i palestinesi che ad Hamas non cedevano, eliminando o imprigionando i leader palestinesi che avrebbero potuto costituire un'alternativa credibile ad Hamas. Quelli Israele li temeva veramente: Sinwar no, Sinwar era la dimostrazione che i palestinesi erano barbari tagliagole; e se qualche gola israeliana veniva effettivamente tagliata nel processo, si trattava di un danno collaterale che i governi israeliani (non solo Netanyahu) erano convinti di aver calcolato. Fino al sette ottobre, un grandissimo errore di calcolo: dopodiché, tutto quello che Israele ha fatto si può interpretare anche come una crisi di panico. Un nemico ormai di cartone, un nemico che veniva tirato fuori per lo più nelle notti di estate come lo spauracchio per mandare a letto i bambini (e piatire fondi agli americani), si è rivelato un nemico vero che faceva ostaggi veri. Questo era intollerabile al punto che gli ostaggi sono stati sostanzialmente dati per persi: se descrivi il tuo nemico come un barbaro con cui è impossibile venire ai patti, scambiare prigionieri non è un'opzione. Inoltre sarebbe stata la fine politica di Netanyahu, e tra dimettersi e scatenare un conflitto su larga scala con annesso genocidio, N. non sembra avere esitato molto. Se Sinwar è corresponsabile della catastrofe che si è abbattuta su Gaza, Netanyahu è altrettanto corresponsabile della strage degli ostaggi; perlomeno la logica ci direbbe questo, ma chi è che ascolta la logica oggigiorno.

Non vengo a onorare Yahya Sinwar, ma non posso dire di trovare incomprensibile la sua traiettoria: nato profugo, cresciuto in una prigione, ha combattuto contro lo stesso nemico per tutta la sua vita, ed è morto sul fronte con un'arma in mano. La distanza da cui lo giudico una sciagura per la sua stessa causa è quella tra la mia comoda tastiera e Gaza. Se fossi nato là, sarei diventato molto diverso da Yahya Sinwar? Sospetto che mi sarebbe mancato il suo coraggio, ma a parte questo: avrei odiato i miei oppressori con meno intensità, li avrei combattuti con meno crudeltà? Non ne ho idea, e nemmeno l'avete voi. Siete soltanto nati in un posto diverso, e ringraziate. Qualcuno, proprio per essere sicuro di far nascere i propri figli in un posto diverso, ritiene giusto recintare intere popolazioni, bombardarle, e insomma permettere che dentro un recinto crescano altri milioni di persone come Yahya Sinwar. Al di là di ogni considerazione morale, mi sembra proprio che la cosa non stia funzionando: se era un esperimento possiamo interromperlo. In un certo senso è quello che Israele sta facendo: radere al suolo il recinto, fine dell'esperimento. Scopriremo che è colpa dell'Islam, come sempre, o dell'inemendabile tribalismo arabo. 

Non vengo a condannare Yahya Sinwar – una cosa che non sopporto più sono quelli che siccome stai scrivendo due idee su internet, ti chiedono di "condannare" persone o eventi, come se fossimo giudici o boh, filosofi morali. Giudicare è operazione delicata, c'è gente che studia molti anni prima di esserne in grado: dopodiché merita il nostro rispetto (compresa una certa corte all'Aja che chiede con insistenza e dovizia di motivazioni che Israele cessi un genocidio). Noi non siamo giudici, siamo osservatori: non siamo qui per spiegare cos'è bene e cos'è male, ma per cercare di capire come mai certe cose si risolvono in bene e altri eventi scatenano il male. Se Sinwar è stato una sciagura, si tratta di cercare di capire cos'ha portato la società palestinese a esprimerlo. Durante questa ricerca, possiamo anche commettere errori, cedere alla nostra soggettività, a un punto di vista che è sempre in parte ideologico; succede. Ma saranno errori in buona fede, inevitabili da parte di chi sta semplicemente cercando di capire un problema enorme e forse non più solubile. Viceversa, chi ha deciso immediatamente che Sinwar era il Male, e che sradicandolo si sarebbe sconfitto almeno una porzione di Male, ecco, quello non sta cercando e non sta nemmeno giudicando: si sta raccontando una favoletta per bambini e non sarebbe un grosso problema, se la favoletta non servisse a giustificare un'operazione di pulizia etnica su larga scala. Ma così come devo cercare di capire Sinwar, mi tocca cercare di capire pure quelli e quelle che si raccontano la storia di sua moglie con la borsa di Hermès. (Continua)


mercoledì 18 settembre 2024

Lo Stato bambino a cui tutto è dovuto

A Modena c'è Dig, il festival del giornalismo investigativo.
Giovedì sera passa Francesca Albanese (UNRWA)

L'attentato ai cercapersone di Hezbollah, che diversi quotidiani italiani non hanno nemmeno messo in cima all'homepage, effettivamente non è l'episodio più tragico di una guerra che va avanti da mesi. Ma per risalire a qualcosa di più incredibile (nel senso letterale: qualcosa a cui non crederei, se la vedessi per esempio in un film) credo occorra risalire all'attentato aereo alle Torri Gemelle di 22 anni fa, qualcuno se lo ricorderà. E come nel caso delle Torri Gemelle, a lasciare sbalorditi non è tanto il numero di vittime, quanto la creatività esibita per ottenerle. Solo nei film gli assassini sono così interessanti, e questa è la sensazione che sto avvertendo di nuovo dopo 22 anni: di vivere all'improvviso in un film in cui tutto può succedere – un aereo può entrare dalla finestra, il telefono può scoppiarmi in mano perché qualcuno ha deciso che sono un terrorista. Perlomeno questo è quello che continuano a ripetermi, specialmente su Twitter: chi ha perso la vita, o le mani, o altre parti del corpo, se lo meritava: è un terrorista. Hezbollah infatti è un'organizzazione terroristica, e quindi dobbiamo festeggiare: anche perché si tratterebbe di un attacco mirato, no? farli saltare in aria tutti assieme, per strada o in casa o in ospedale o al supermercato, se militano in un'organizzazione terroristica, rientra nella definizione di attacco mirato ("chirurgico", avrebbe aggiunto Bush Padre). Tanto peggio per chi stava vicino ai terroristi, per strada o al supermercato o all'ospedale.

Capisco che per molti "terrorista" è semplicemente chi è iscritto in un elenco dei terroristi che il Dipartimento di Stato USA ha il privilegio di stilare; ma se invece che a Washington per una volta volessimo dar retta al vocabolario, scopriremmo che un'organizzazione è terroristica se conduce "azioni criminali violente premeditate aventi lo scopo di suscitare terrore nella popolazione". Hezbollah è un'organizzazione che si ispira all'Islam sciita e rivendica i suoi legami con la Repubblica Islamica dell'Iran. In Libano è un partito: partecipa alle elezioni e spesso ha sostenuto la maggioranza di governo. È un vero e proprio ente pubblico che nel Libano meridionale controlla sanità e istruzione, per cui non è affatto strano che certi cercapersone siano esplosi in luoghi pubblici. E poi, certo, è anche una milizia armata che controlla una parte importante del Libano meridionale, e da lì conduce una lunga guerra con Israele (che occupa illegalmente parte del Libano meridionale). Questa guerra, che per anni è rimasta in uno stato di bassa intensità, viene condotta per lo più con razzi, che negli ultimi mesi – questo è il vero fatto nuovo – stanno sensibilmente mettendo alla prova le difese aeree israeliane, quell'Iron Dome che fino a qualche anno fa sembrava imbattibile. Non lo è più, ormai certe tecnologie come i droni non sono più prerogativa dell'Occidente e dei suoi alleati; la grande lezione che tireremo forse tra qualche anno da tutta questa crisi è che Israele a un certo punto ha creduto di mettere tra sé e i nemici un gradino tecnologico che i nemici non avrebbero mai salito; si è appisolata su certi allori e si è svegliata in un lago di sangue e paranoia. Gli abitanti delle zone più settentrionali di Israele sono sfollati da mesi, le scuole sono chiuse, e persino un attacco così spettacolare come quello di ieri non è previsto che inverta le sorti del conflitto; servirebbe ben altro, qualcosa che somiglia sempre più a un intervento esterno che Israele è troppo orgoglioso per chiedere. 

Quindi Hezbollah è un'organizzazione terroristica? In un certo senso sì: il braccio militare di Hezbollah conduce azioni violente e premeditate che terrorizzano la popolazione. Ma se siamo in guerra, questo si può dire di ogni fazione che bombardi il territorio nemico: compresi i servizi israeliani, che appunto, hanno appena condotto un'azione senza dubbio violenta, senza dubbio premeditata (da mesi o da anni), e che ha terrorizzato non solo i libanesi, ma persino me. Dunque che differenza c'è, a questo punto, tra guerra e terrorismo? Ho il sospetto che per molti la risposta sia fin troppo facile, anche se non viene mai del tutto verbalizzata. Propongo questa formula: è terrorismo qualsiasi cosa si opponga a Israele, in qualsiasi momento e con qualsiasi mezzo; laddove qualsiasi cosa faccia Israele (non importa quanto violento), ebbene, quello è sempre antiterrorismo, ovvero cosa buona e giusta.

Mi rendo conto di aver tagliato il problema con l'accetta, ma andate un po' a guardare su Twitter e verificate da voi come tutto va al suo posto subito, appena accetti questa cosa: tutto ciò che fanno i nemici di Israele è terroristico e criminale; tutto ciò che fa Israele è giusto e perfettamente giustificabile. Talvolta persino geniale: ricordate quella volta che si camuffarono da operatori sanitari e andarono a sterminare un po' di gente in un popoloso quartiere della Striscia di Gaza? Veramente "ingegnoso"! Invece se i militi palestinesi si nascondono in un'ambulanza, ebbene, sono subdoli terroristi che si fanno scudo della popolazione. Come si spiegano due pesi, due misure così diverse? Si spiegano facilmente, una volta accettato che esiste un solo vero peso, una sola misura: Israele. Tutto ciò che si fa per il suo bene è giusto, tutto ciò che i suoi nemici congegnano è perfido. Non è tanto nascondersi in un'ambulanza, a determinare la malvagità dei palestinesi; infatti se sono gli israeliani a fare la stessa cosa, ecco che si tratta di una cosa geniale. Questo vale per qualsiasi cosa, ad esempio gli stupri: per mesi ci hanno ripetuto che i miliziani di Hamas avevano commesso un crimine insopportabile stuprando e seviziando i prigionieri. Ce l'hanno ripetuto senza mai mostrarci prove di questi stupri, ma il concetto era comunque chiaro. Ma se sono gli israeliani a rapire, seviziare e stuprare palestinesi, ebbene, non si tratta che di normali pratiche di gestione dei prigionieri: chi le commette viene presto scagionato e si aggira per Israele a testa alta: cos'avrebbe poi fatto di male? Stuprato terroristi? Se Israele li ha catturati, sono senz'altro suoi nemici; se sono nemici di Israele, sono terroristi, e se sono terroristi che male si farebbe poi a stuprarli?

Questo assioma (tutto ciò che fa Israele è giusto) viene prima di tutto. Persino prima del tanto reclamato diritto di Israele a difendere i suoi abitanti: ecco, no. Se i palestinesi o gli hezbollah uccidono gli abitanti di Israele, sono ovviamente maledetti terroristi; se invece è Israele a bombardare dall'alto i suoi cittadini che cercavano di scappare dal concerto il 7 ottobre, ebbene, è tutto ok; nessuno sarà processato per aver ordinato una strage del genere, con lo scopo evidente di ridurre al minimo gli ostaggi nelle mani di Hamas. È talmente chiaro che ormai anche l'esercito lo ammette: del resto è l'esercito più morale del mondo, quindi tutto ciò che fa è giusto, compreso uccidere più israeliani, in quel frangente, di quanti ne abbia uccisi Hamas. E ammetterete che c'è una bella differenza, anche per un israeliano, tra essere ammazzato a tradimento dai biechi terroristi di Hamas o da un morale bombardamento aereo condotto dall'esercito più morale del mondo. 

Un assioma del genere ormai si fatica a considerarlo sionismo, perlomeno nel significato storico del termine – quello che prevedeva che il sionismo servisse a difendere gli ebrei: non più, non necessariamente; ormai Israele è al di sopra anche di questo ed è comunemente accettato che Israele possa e debba uccidere tutti gli ebrei che il governo di Israele ritiene necessario al fine di... di cosa? Di difendere sé stesso, persino dagli ebrei e dalla loro petulanti esigenze, ad esempio ce n'è che vorrebbero riabbracciare i loro amici e parenti prigionieri, ecco, anche ciò confligge con le necessità di Israele e quindi è inammissibile. Israele vive per difendere sé stesso, anche dagli ebrei se necessario.  

Tutto questo è così chiaro che davvero non si capisce perché i principali organi di stampa italiani non lo mettano nero su bianco: tutto ciò che ha fatto Israele è giusto, lo è sempre stato e a questo punto lo sarà sempre. Qualsiasi azione, che portata avanti da un altro singolo o da un'altra nazione sarebbe evidentemente terroristica (nascondere esplosivo nei cercapersone! Farli esplodere a distanza e a comando, tutti assieme, creando caos nelle strade e negli ospedali!) se la fa Israele è giusta, perché Israele è la Giustizia, e ogni altra azione al mondo è giusta o sbagliata a seconda se fa o no gli interessi di Israele. Tutto questo è chiaro, e lo diventa ogni giorno di più, laddove forse non è ancora chiaro il perché. 

Ovvero, come ci siamo trovati in questa situazione? Perché dobbiamo considerare Giustizia tutto quello che fa un piccolo regime di un piccolo Paese che senza intascare milioni di dollari all'anno dagli USA non avrebbe di che pagarsi le mitragliette? Perché dobbiamo rivedere la nostra morale ogni giorno, per includere ogni crimine che Israele commette? È davvero così importante? Chi l'ha deciso? Un Dio geloso, un gruppo di persone potenti ma non troppo razionali? Non avremo semplicemente commesso alcuni errori, che ci hanno portato a commetterne altri più grandi, finché il peso di questi errori ha impedito ai responsabili di ammetterli e li ha spinti ad appoggiare aprioristicamente un regime che (se non fosse Israele) sarebbe evidentemente terrorista e genocida? 

E soprattutto: come ne saltiamo fuori? Cioè ammettiamo pure che in virtù della sua straordinaria superiorità morale che gli consente di bombardare popolazioni civili rinchiuse in riserve di cui controlla i cancelli (succedesse altrove, si tratterebbe di conclamato genocidio) Israele riesca nei prossimi mesi a fare piazza pulita dei palestinesi e degli hezbollah, sia in Libano, sia a Gaza sia in Cisgiordania. Dopodiché? Chi andrà poi a spiegargli che una volta unito il fiume al mare dovrebbe trovare un modus vivendi con chi gli sta intorno, che prima o poi non avrà più la necessità di essere così cospicuamente finanziato da un Occidente che ha tante altre ragioni per cui dissanguarsi? Se avete una minima esperienza nel gestire i megalomani, ebbene, sapete che non funziona così. Più facilmente troverà altri guai, altre guerre da combattere, altri terroristi che lo minacciano, perché è solo in una situazione di crisi che può trovare l'aiuto e la fiducia che gli servono. Fino all'esaurimento delle risorse, che ormai potrebbe coincidere con la fine dell'umanità – sembra poco probabile, ma anche far esplodere i cercapersone del nemico fino all'altro ieri lo era. Fiat Israel, pereat mundus – magari non morirà tutto, ma tanti sono già morti e di chi è la colpa la responsabilità? Non certo di Israele, che è giusto per definizione, ma soprattutto è il bambino viziato che si è sentito dire sin da piccolo che ogni cosa gli era dovuta. 

Forse di chi lo ha viziato, di chi lo ha armato (facendo anche discreti affari), cullandolo in una bolla di finta serenità che è scoppiata in un giorno di ottobre, lasciandolo sgomento, impanicato, sporco di sangue non tutto suo: governato da conclamati razzisti, difeso da un esercito impreparato che per mesi ha bombardato a casaccio – no, scusate, mi sono lasciato prendere, non fatemi esplodere il device. Stavo soltanto cercando di spiegare che non è colpa di Israele, ma non ce n'è bisogno: Israele, per definizione, non ha colpe. Quanto ai suoi amici, ebbene, forse avrebbero potuto stare più attenti: insomma, i veri amici lo fanno.

venerdì 27 ottobre 2023

Perché non riusciamo a odiare i palestinesi?


C'è una discussione che sarebbe saggio rimandare a tempi più tranquilli, ma non è detto che ce ne saranno più, così comincio adesso. Parto da una domanda meno retorica di quanto potrebbe sembrare: perché non odiamo i palestinesi? Noi italiani, intendo. Persino in un momento come questo, in cui la pubblicistica di sinistra è ormai ridotta al lumicino, e i quotidiani del fu ceto moderato e riflessivo sono tutti a disposizione di Israele – certo, non li legge più nessuno, ma in parte proprio perché ormai se la cantano e se la suonano, senza preoccuparsi troppo di intercettare le opinioni di un pubblico così meno filoisraeliano di loro. 

(Il direttore di uno dei principali quotidiani italiani smentito dallo sgangherato strumento di fact-checking affidato alla peggiore comunità virtuale nella storia di Internet) pic.twitter.com/2TNTrDsze6


Poi c'è la stampa più becera, storicamente barcamenantesi tra antisemitismo e antislamismo, che dal 7 ottobre sembra decisamente aver optato per quest'ultimo. Almeno per quanto mi è dato di vedere (non è che mi soffermi molto). Ma quindi a questo punto chi potrebbe più intercedere per i palestinesi presso il pubblico italiano? Giusto qualche influencer che però se insiste rischia di essere malmenato. Eppure guardatevi intorno: abbiamo una stampa più filoisraeliana della stampa israeliana, opinionisti tv in servizio permanente che possono permettersi di accusare in serenità il segretario generale Onu di fiancheggiare Hamas, e malgrado tutto questo sforzo – che sarà anche costato parecchio denaro – gli italiani non odiano ancora i palestinesi: e parliamo di uno dei popoli più sfigati del mondo. Arabi di lingua, perlopiù musulmani di religione, insomma quel tipo di gente di cui siamo allenati da secoli a diffidare: ma ancora non li odiamo. Perché? 

Non hanno calciatori famosi, né ballerine o attrici disponibili a sposare i nostri; in effetti non hanno più niente, e quando avevano qualcosa erano limoni e olive e un po' di luoghi santi, insomma se avessero uno Stato e un minimo di economia dovremmo persino temere la loro concorrenza: e invece di ringraziare chi quotidianamente si adopera per evitare questa possibilità, noi ci ostiniamo a parlare di pace, di Due Popoli Due Eccetera, a tentare di capire le ragioni di chi non ha più un soldo per permettersele. Così empatici, noi, è possibile? Perché diciamolo, di altri popoli ci frega poco o nulla. Qualcuno ha la minima idea ad esempio di cosa stia succedendo in Libia? È una terra più vicina a noi, geograficamente e storicamente. C'è la guerra anche lì, in teoria, ma non ci scalda un decimo di quanto ci attizzi la causa palestinese, la più persa di tutte. Da cui un sospetto: forse non è tanto la simpatia per i palestinesi, che alla fine chi li conosce, quanto la diffidenza per la retorica filoisraeliana, che più martella più ci lascia diffidenti. Può essere il motivo, mutatis mutandis, per cui di putinisti ce n'è più qui che altrove. 

È abbastanza singolare che in un contesto sempre più globalizzato, dove ormai la gente in tutto il mondo guarda gli stessi programmi coi sottotitoli, l'italosfera dimostri una sua identità, o almeno un'immunità a messaggi costruiti appositamente per essere ripresi e amplificati da qualsiasi pubblico – e invece no, in Italia non passano. Così come ascoltiamo sempre meno musica in altre lingue (Kanye West l'avrebbe riempito sul serio Campovolo?), capiamo sempre meno certi discorsi, pure semplicissimi. Un anno e più fa gli ucraini cominciarono a spiegarci che non potevano assolutamente negoziare con Putin perché questo avrebbe comportato cessioni territoriali: chi mai cederebbe terreno in cambio di pace? A dire il vero è successo tante volte a tante nazioni, ma agli ucraini sembrava scandalosa la sola idea. Ricordo una serie di messaggi, ripresi anche da qualche volonteroso megafono italiano, tutte variazioni sul concetto: voi che regione del vostro Paese cedereste? È chiaro che una domanda così, se la fai a un americano, è retorica; ma noi italiani abbiamo una storia diversa, regioni ne abbiamo già cedute parecchie (ringraziando di non doverne cedere di più), e soprattutto passiamo il tempo a sfotterci da regione a regione, da provincia a provincia, ognuno a una domanda così ha già pronta una risposta scherzosa, ma fino a un certo punto. Non puoi convincerci con messaggi così, non devi neanche provarci se non vuoi dimostrarci di non conoscere né la nostra storia né la nostra psicologia. D'altro canto gli ucraini sono una nazione giovane, l'inesperienza va messa in conto. 

Una regione sola? Non possiamo darne un paio?

Gli israeliani viceversa queste battaglie mediatiche le combattono da sempre, con un'indiscussa professionalità, e sin dall'inizio hanno deciso di impostare la campagna autunno-inverno sull'equivalenza tra Hamas e l'Isis. Opzione assolutamente comprensibile, quasi obbligata, che negli USA e in molti Paesi europei farà senz'altro breccia. In Italia c'è questo problema, che dell'Isis non frega quasi più nulla a nessuno. Vagamente ricordiamo che si trattava di una specie di califfato che per un po' ha controllato certe zone desertiche poi riconquistate da potentati non molto più rispettabili, e non siamo del tutto sicuri (come in Libia) di non essere stati anche occasionalmente dalla stessa parte della barricata contro altri nemici, che in Medio Oriente si sa come vanno a finire tutte le guerre di civiltà (come vanno a finire? in guerriglie per il controllo di oasi e pozzi). 

Ai tempi "Isis" fu anche l'etichetta che si scelse di appioppare all'ultima storica ondata di attentati di matrice islamica in Europa, che a riguardare i pezzi scritti al tempo ci terrorizzarono parecchio: ma sono passati anni, abbiamo avuto altri problemi, e a differenza che in Francia o in Belgio nessun processo ha mantenuto un po' di attenzione mediatica sugli attentatori perché, anche stavolta, nessun terrorista ha scelto l'Italia. Non è chiaro il perché, forse si tratta solo di fortuna, ma in questo caso è una fortuna incredibile, che dura da più di vent'anni: né Al Qaeda né l'Isis hanno mai considerato l'Italia come un campo di battaglia. Magari è tutto merito della nostra intelligence, ma consentitemi di diffidarne. Comunque sia, registro questo fenomeno: che all'ennesimo agit-prop filoisraeliano (non sempre consapevole di esserlo) che ti ripete che Hamas va trattato come l'Isis, l'italiano medio risponde: ok, ma come l'abbiamo trattato l'Isis? No, sul serio: lo abbiamo pagato? e nel caso, quanto? Perché da noi c'è questa idea, che un prezzo ci sia sempre. Non è un'idea giusta, ma neanche storicamente sbagliata. È senz'altro un'idea cinica, ma ormai si è capito che non siamo quel tipo di popolo che combatte fino all'ultimo uomo per un'idea. Meglio così, vista la nostra inclinazione per le idee sbagliate e perdenti.  

Può darsi che questa nostra riluttanza a odiare i palestinesi sia soltanto una resistenza del passato, come quando non volevamo andare nei fast-food perché era la fine della cucina italiana. Può darsi che dipenda da una serie di circostanze che stanno per sfumare: nei prossimi giorni, se il blocco di luce e acqua proseguirà, moriranno veramente molte persone e l'unico modo di resistere a questa informazione sarà autoconvincersi che non si tratta esattamente di persone, bensì "inhuman animals" o qualcosa del genere, in altri Paesi probabilmente sta già funzionando. Aggiungi che dicembre si sta avvicinando, e presto i nostri giornalisti scopriranno che nelle scuole di Gaza non fanno il presepe. Questo potrebbe essere il dettaglio cruciale. 

sabato 11 settembre 2021

Tutti i miei 11/9

  • L'11 settembre 2001 è uno dei momenti più cinematografici della mia vita: non perché abbia fatto un granché, anzi non ho proprio fatto niente, ma l'Evento mi ha preso proprio in quella brevissima fase in cui lavoravo in un open space di un'azienda che aveva a che fare coi media, insomma ero veramente una di quelle comparse che nei film catastrofici di quel periodo girano smarrite con una cartella in mano da un monitor all'altro cercando di capire se saranno i prossimi a essere schiacciati da Gozzilla o un asteroide. Un altro ricordo che ho è i notiziari in formato video sui siti web, non mi ricordo di averne mai visto uno prima dell'11/9, Youtube era ancora molto al di là da venire. In tutto questo riuscii a scrivere un paio di cose – che dovevano catturare l'emozione del momento anche se ero dall'altra parte del mondo e oggettivamente non rischiavo nulla. Sensazione particolare (narcisistica anche indubbiamente) su cui in seguito avrei riflettuto un po'. E poi cercavo ovviamente già la chiave moralistica, su Repubblica trovai il titolone "Crollano i Future" e mi suonava solenne questa cosa che mentre la gente precipitava da grattacieli in fiamma il vero crollo, quello che minava la società occidentale, fosse quello dei titoli obbligazionari. Poi andai alla festa dell'Unità perché c'era un evento sul Genoa Social Forum; poi mi addormentai sul divano con il tubo catodico acceso su Rainews, trasmise tutta la notte.
    Conflitto: terrorismo vs speculazione.
  • L'11 settembre 2002, in piena fase di attivismo (due mesi dopo il Social Forum di Firenze sarà l'apice del Movimento dei Movimenti) scrivo il mio primo vero temino sull'11/9 che al netto di qualche ingenuità mette già a fuoco il modo in cui avevo deciso sin da allora di interpretare l'Evento. Non solo da un punto di vista ideologico, ma persino i tic retorici sono già gli stessi: si parte irridendo il tormentone del "niente sarà più come prima" per poi riconoscere che nulla è veramente come prima, l'11/9 è uno dei nodi al pettine che annunciano la fine di un'era, lo stile di vita occidentale è insostenibile ma piuttosto di cedere su quel fronte l'Occidente farà la guerra al mondo. La chiave non è più il crollo dei Future ma un discorso che Bush aveva fatto poche ore dopo, in cui chiedeva agli americani di non mettersi l'elmetto in testa ma di uscire e consumare. Così si sarebbe combattuta la vera guerra: consumando. Chiedevo anche già scusa per il tono apocalittico. Già mi lamentavo di invecchiare. Che palla che sono a rileggermi.
    Conflitto: Consumismo vs Resto del Mondo.
  • L'11 settembre 2003 non ricordo cosa fosse successo nel frattempo, ma la spinta propulsiva del Movimento mi sembrava a quanto pare già esaurita, al punto che scrivo questa cosa in cui Genova e 11/9 sono visti come due eventi che si annullano a vicenda, o meglio uno annulla l'altro. "Quando su un tavolo di biliardo una boccia colpisce un’altra, trasferisce su di lei gran parte della sua energia cinetica. La boccia che era immobile schizza via. La boccia che correva si ferma di colpo. Ma se potessimo rallentare come in un filmato, scopriremmo che c’è un istante in cui le due bocce sono ferme, immobili, e l’energia cinetica è trattenuta da qualche parte. La collisione c’è già stata, ma le reazione non ancora. L’11 settembre ci sentivamo così. Venivamo da Genova, andavamo forte, siamo andati a sbattere contro questa cosa enorme. E sapevamo già che non ci saremmo più mossi, e che anche questa cosa enorme in breve sarebbe schizzata via, per la sua rovinosa strada: ma intanto eravamo lì, a bocce ferme, disperati e impazienti".
    Conflitto: 11/9 vs Genova.
  • L'11 settembre 2004 osservo che ormai l'evocazione dell'11/9 è diventato un genere letterario – del resto anche la spinta propulsiva dei blog si stava smorzando; si comincia a fare i conti col fatto che scriviamo tutti le stesse cose. Cedo la parola a Defarge che usa già la parola "panopticon" e preferisce occuparsi di scrittori, notando però che anch'essi tendono allo stereotipo: "Ad animare la premura topografica e il primo piano sui gesti individuali, pero', non puo' essere solo una generica mania di protagonismo. Gli scrittori non sono ne' poliziotti, ne' adolescenti. Loro protagonisti lo sono tutto il tempo, senza bisogno della t-shirt, sulle copertine del New Yorker e del Time, ai party della Quinta e di Holliwood, nei talk-show e sui nostri comodini. La spinta all’autodenuncia potrebbe allora dipendere da una roba simile a quella che condanna Fabrizio Del Dongo, nella Certosa di Parma, a morire con il dubbio di non aver fatto la guerra: l'esigenza di esserci, certo, ma anche la paura di non esserci nel modo giusto. Di non aver capito, di aver confuso la guerra con un bivacco e l'Imperatore con un attendente di cavalleria..."
    Conflitto: Storia vs Biografia.
  • L'11 settembre 2005... è complicato. Tutti i pezzi del 2005 sono ambientati in una distopia situata 20 anni più tardi, dunque come mi immagino il 24ennale dell'Evento? L'idea è che sia ancora considerata una data storica, ma per motivi del tutto imprevisti. Dai bassifondi di Wikipedia porto alla luce una notiziola strana: il 12 settembre 2001 è stato il primo giorno senza aviazione civile sul Nordamerica (quindi senza... scie chimiche!) il che combinato con un cielo molto limpido ha portato a un aumento della temperatura media di 1° (il più importante da 30 anni, c'è ancora scritto, 15 anni dopo). Che senso aveva? Non ne avevo idea, ma ci costruisco sopra un delirio sul riscaldamento globale, le scie chimiche, il tramonto dell'occidente, ecc.
    Conflitto: Umanità vs Ambiente.
  • L'11 settembre 2006 potevo finalmente confrontare l'11/9 con un evento commensurabile: l'uragano Katrina. Perché ci ostiniamo a sentirci più newyorkesi che neworleanseani, mi domandavo (retoricamente)? Perché non accettiamo che il nostro futuro non è il film d'azione coi grattacieli, ma la palude coi caimani? La contrapposizione ormai è guerra al terrorismo vs cambiamenti climatici: e comincio anche ad ammettere di avere provato, 5 anni prima, una particolare euforia. "Eravamo sulla Tangenziale Ovest, ma ci sentivamo sulla West Side Highway; oppure eravamo in ufficio, ma in quel momento il nostro ufficio era la succursale del centro direzionale più alto del mondo: ci affacciavamo alla finestra e gli aerei che decollavano dal Marconi ci strappavano un brivido. Ci sentivamo tutti newyorkesi, era terribile ma anche fantastico. Sentirsi neworleansiani, invece, fa schifo. La possibilità – nemmeno tanto remota – che anche il mediterraneo possa essere scosso da qui a qualche anno da catastrofi da Paese tropicale, non ha nulla di cool: è deprimente e basta".
    Conflitto: Capitale vs Periferia.
  • L'11 settembre 2007 non ho scritto niente (finalmente). La pressione sociale che ci costringeva a rimodulare gli stessi pensieri commemorativi si stava allentando. Anche i teatri di guerra cominciavano ad annoiare, se ne discuteva un po' quando era ora di votare i rifinanziamenti, o se moriva uno dei nostri. Si sperava molto in Obama.
  • L'11 settembre 2008... continuo a non scrivere niente ma qualche giorno dopo alla Blogfest di Riva del Garda un influencer, in realtà non so come li chiamassimo allora, definisce l'11/9 "la campagna pubblicitaria meglio riuscita degli ultimi dieci anni", il che mi fornisce il pretesto per tornare sul luogo del massacro ma da un angolazione finalmente diversa: dalla parte del carnefice/pubblicitario/artista-concettuale. L'ipotesi è che sotto i costumi islamici covi un fantasma occidentale: per la prima volta suggerisco che il miglior film per spiegare la mente dei terroristi sia Matrix (riciclerò la cosa sull'Unità.it qualche anno dopo). Se qualche anno prima mi ero interessato agli argomenti dei complottisti, adesso m'intriga la loro mentalità. 
    Conflitto: L'Occidente vs i suoi fantasmi.
  • L'11 settembre 2009 calma piatta, ma pochi giorni dopo si riparla di Afghanistan (non ricordo perché) e butto fuori un pezzo sul mito dell'esportazione della democrazia che un mese fa avrei quasi ripubblicato senza modifiche: "La guerra afgana non è stata costruita su una bugia, come la campagna d'Iraq. Ma a ben vedere poggiava su un fondamento ideologico altrettanto catastrofico. L'idea di “democrazia” come valore in sé, a-storico, a-geografico, una specie di diritto naturale comune agli uomini di ogni età e latitudine. Mancava solo che lo trovassero inciso in un filamento di Dna, e non è detto. Non so neanche esattamente chi abbia concepito un'idea così – i neocon americani? – di certo smentiva persino il pensiero corrente fino al 10 settembre 2001, il mito dello scontro di civiltà. No, macché scontro: per i neocon in fin dei conti esisteva una sola vera civiltà, un solo sistema, una sola fede: la democrazia. Non solo, ma era anche facilmente trasportabile, una specie di kit, la democrazia da campo. Ti bastava sfondare con un paio di divisioni, puntare alla capitale, aprire un Parlamento, et voilà, democrazia..."
    Conflitto: Neocon vs il buon senso.
  • L'11 settembre 2010 non pervenuto.
  • L'11 settembre 2011, a dieci anni dall'Evento, i tempi sono maturi per affrontare l'elefante nella stanza: l'euforia (un sentimento che avrei riprovato di lì a poco, durante il sisma emiliano).
    Conflitto: Status Quo vs Niente Sarà Come Prima
  • L'11 settembre 2012 una delle variazioni sul tema di cui sono meno insoddisfatto, di nuovo centrato sulla figura del terrorista: avevo scoperto che Mohammed Atta prima di dedicarsi alla jihad si era laureato in architettura con una tesi critica nei confronti dei grattacieli di Aleppo, insomma: l terrorismo come prosecuzione della tesi di laurea con altri mezzi. Nel frattempo Aleppo era stata distrutta durante la guerra di Siria e la Mecca stava diventando il luogo distopico che è oggi. Questa foto continua a darmi i brividi.
    Conflitto: globalizzazione vs buona architettura

  • L'11 settembre 2013 si parla ancora di Siria ma io ormai sono stanco di guerre, anche le guerre di chiacchiere le vivo ormai da veterano: c'è tutto un modo di discutere su qualsiasi guerra che ci riporta sempre sugli stessi luoghi, sugli stessi delitti retorici e ideologici. Le discussioni tra 2001-2003 sono state talmente furiose che chiunque c'è passato non fa che ripeterle all'infinito, come i reduci traumatizzati. Questo vale per me e vale anche per chi litiga con me. "Gli elefanti sanno che nel 1991 hai occupato il liceo contro la Guerra nel golfo, e quindi le tue mani sono sporche di sangue bosniaco e kossovaro, e non intendono passarci sopra. In effetti non hanno la minima idea di cosa stia succedendo in Siria o altrove da almeno dieci anni in qua, continuano a prenderla coi pacifinti dei cortei del 2003. Si sono legati al dito delle cose che ormai si ricordano soltanto loro. L'unica guerra che gli interessa davvero è quella che hanno combattuto dall'11 settembre in qualche forum o blog dimenticato da Dio in cui si annidano ancora, gli ultimi giapponesi". 
    Conflitto: ideologia vs buon senso
  • L'11 settembre 2014 non pervenuto, del resto ormai c'era Renzi in giro e qualsiasi altro argomento cedeva il passo.
  • L'11 settembre 2015 ormai si parla di disimpegno americano, e la tentazione di infierire sui neocon calpestando i loro sogni infranti è irresistibile. "Tutto questo dev'essere difficile da mandar giù soprattutto per quei commentatori che non si sono mai ripresi dalla sbornia interventista dei tempi di G. W. Bush. Continuano a fantasticare di bombardamenti neanche troppo mirati, di violenze incomparabilmente superiori, come se nel pugno tenessero dozzine di divisioni corazzate, quel che ti capita quando hai venti territori a risiko e un tris di carte, e invece in mano non hanno un cazzo: neanche quei due spicci che riuscivano a passarti ai bei tempi. Si è scoperto nel frattempo che la guerra di civiltà è un po' onerosa per una democrazia evoluta: che presto o tardi vince le elezioni chi promette di disimpegnarsi - magari regalando un contentino a chi si è affezionato alla narrativa, un grande vecchio da ammazzare in diretta e seppellire in mare, e poi farci un film..." 
    Conflitto: neocon vs buon senso.

  • Gli 11 settembre del 2016, del 2017, del 2018, del 2019... non pervenuti. Esauriti gli argomenti, dopo quindici anni. Inoltre settembre sta diventando un mese sempre più pieno di impegni, a volte non scrivo niente per settimane.
  • L'11 settembre 2020 sono molto indaffarato. Stiamo cercando di riaprire la scuola in piena pandemia, è un problema più logistico che didattico, dobbiamo far entrare e uscire 18 classi da tre corridoi diversi, frughiamo negli scaffali in cerca di planimetrie, scopriamo che da qualche parte c'era un piano "antiterrorismo" risalente al 2001 e ci domandiamo: ma cos'era successo di terroristico nel 2001? Ci metto un po' a ricordarmene, l'Evento ormai è lontano, non bazzico più uffici open space ma corridoi affollati. Sono un'altra persona. 
    Conflitto: Niente Sarà Come Prima vs Ma cos'era successo poi?
  • L'11 settembre 2021 sono passati vent'anni, la maggior parte per fortuna facendo altro. Non sapendo cosa aggiungere, metto in fila tutti i pezzi sull'11/9 sperando che l'effetto d'insieme significhi qualcosa. Forse no. 

giovedì 25 giugno 2020

Storia di un falso ricordo (la "piccola bara" della CGIL)

A proposito di complesso di Enrico IV, questa è una piccola storia che ho trovato mentre cercavo tutt'altro.

Il 25 giugno 1982 (38 anni fa) successe qualcosa che, a seconda del punto di vista, è una sciocchezza o un crimine. Siccome non ero presente, cedo la parola a una persona che qualche mese fa l'ha descritta al pubblico inglese (la traduzione è mia).

"C'è una ragione per cui sono scettico sui tentativi della Sinistra europea di terminare il conflitto tra Israele e il mondo arabo. [...]
La ragione per cui non mi fido di loro è davvero molto piccola e bianca. È una bara adatta a un bambino, bianca, che fu lasciata sulle scale della Grande Sinagoga di Roma nel 1982, durante un corteo sindacale.
Una piccola bara. Bianca. Vuota.
Qualche settimana dopo quell'odioso corteo, un commando palestinese attaccò la Grande Sinagoga di Roma. Era Shabbat. Era Shemini Atzeret, il giorno in cui i bambini ricevono una benedizione speciale, secondo la tradizione romana. La sinagoga conteneva trecento fedeli, tra cui cinquanta bambini. I terroristi gettarono bombe e aprirono il fuoco con mitragliatrici. Trentasette persone furono gravemente ferite. Un bambino di due anni, Stefano Taché, fu ucciso. Quella bara bianca, lasciata vuota dai sindacalisti qualche settimana prima, ora era piena".

Ecco il motivo per cui il signore non si fida della sinistra europea. Noi, invece, possiamo fidarci di questo signore che – ora bisogna dirlo –  si chiama Andrea Zanardo? Chi in passato si attardava a leggere la sezione commenti di questo blog forse ricorda la sua tendenza, diciamo, a confondere realtà e fantasia. Per un po' di tempo mi sono domandato fino a che punto ne fosse consapevole; poi ho deciso che era una domanda che ha senso soltanto all'interno della sua coscienza, luogo dove non mi compete entrare. Se la sbrigherà lui: il massimo che posso fare io è osservarlo, da fuori, e notare come mescoli ad arte fatti veri a cose inventate per un pubblico selezionato.

Il dubbio che ne sia inconsapevole rimane, perché malgrado tenti con enfasi tipicamente fallaciana di accreditarsi come testimone diretto, alla fine Z. non fa che rielaborare cose rilette in giro: ed è anche stavolta un lettore frettoloso, abbastanza pasticcione. Se c'è disinformazione qui (e ce n'è), ne è insieme vittima e complice.

Z sta indicando nella CGIL il mandante morale dell'attacco alla Sinagoga del 1982: un'accusa (se uno ci riflette un attimo) pazzesca e non sostenuta da nessuna indagine: ma chi ha bisogno di inchieste quando ha una "piccola bara", "bianca", e "vuota"? Magari leggendo quel punto vi siete emozionati (la prosa fallaciana a questo servirebbe: a commuovere, i ragionamenti seguiranno). Insomma, i sindacalisti lasciano una piccola bara bianca, e "qualche settimana dopo" i terroristi la riempiono. Agghiacciante.

Salvo che non è vero.

O meglio, qualcosa di vero c'è: nessuna opera di disinformazione avrebbe successo se non mescolasse vero e falso. La verità più importante di tutte – molto, molto più importante di tutto il resto – è che un bambino è morto davvero, a due anni, vittima di uno spaventoso attentato terroristico. Si chiamava Stefano Taché Gay (in altri articoli ho trovato anche le grafie "Tachè" e "Gaj"). La "piccola bara", "bianca" e "vuota", su cui Zanardo torna ossessivo, si vede distintamente sulle foto del funerale (il ritaglio di una foto correda l'articolo). Anche la manifestazione della CGIL ci fu: Zanardo non dice la data perché, malgrado sostenga che l'episodio gli abbia lasciato un segno indelebile, forse nemmeno la conosce (oppure la conosce e preferisce tacerla, per un motivo che vedremo in seguito). Non importa, ve l'ho detta io: 25 giugno 1982, trentotto anni oggi. In quell'occasione è molto plausibile che un gruppo di dimostranti (non necessariamente tesserati CGIL) abbia inscenato una farsa di funerale davanti alla Sinagoga: dico che è molto plausibile non solo perché ho letto che la CGIL se ne scusò con un comunicato ufficiale, ma anche perché questa forma di contestazione di discutibile gusto è abbastanza tipica delle manifestazioni sindacali. Per rendersene conto è sufficiente googlare "CGIL bara". Io l'ho fatto e ho trovato una bara a una manifestazione anti jobs act del 2014; un'altra bara dedicata all'università di Siena nel 2009;  un'altra dei metalmeccanici di Savona nel 2016; nel 2013 un cronista racconta come i lavoratori della Bombardier di Vado Ligure si portino con loro in ogni manifestazione una cassa da morto "ormai inseparabile". E così via.

Prego il lettore di notare il dettaglio: in tutti questi casi, e ne conosciamo decine, i lavoratori usano la bara come un simbolo della loro condizione. Dentro l'"inseparabile" cassa da morto dei dipendenti Bombardier c'è un manichino che rappresenta i dipendenti della Bombardier. Dentro la cassa della manifestazione anti jobs act del 2014 ci sono i "diritti dei lavoratori". Mi sembra che il codice sia chiarissimo: i manifestanti usano la bara per dichiararsi vittime e accusare i loro avversari di un assassinio. Giusta o sbagliata che sia, la bara ai cortei funziona così.

E allora perché Zanardo decide di leggerla in un modo diverso, come un avvertimento di sapore mafioso – nonché una precisa indicazione al commando terrorista: riempiteci una bara così e così? Non è per forza in malafede. Semplicemente vive, da più di vent'anni, in una bolla comunicativa che ha sempre interpretato quella singola bara in quel singolo modo. Facendo la stessa ricerca di prima ("CGIL bara") in effetti troverete anche abbondanza di citazioni dell'episodio di 38 anni fa. Si tratta in dieci casi su dieci di siti sionisti italiani, il che dimostra quando davvero l'episodio abbia lasciato un segno sulla comunità ebraica, e in particolare su quel settore che aderì con molto entusiasmo al neoconservatorismo intransigente post 11 settembre. Sul sito Focus On Israel ci sono addirittura due tag dedicati: , . 
Il che dimostra anche un altro punto che tornerà in seguito, ovvero: scusarsi non serve a nulla. Nel caso in questione la CGIL aveva subito preso le distanze dal gesto con un comunicato. Quasi quarant'anni dopo, il comunicato non si trova più e qualcuno racconta ancora in giro di quando la CGIL portò una bara sui gradini della sinagoga.

E tuttavia quel che si raccontano la maggior parte dei membri di questa bolla non è esattamente una bugia: al limite la possiamo considerare un'interpretazione un po' forzata di un gesto simbolico. Secondo me non era un avvertimento di stampo mafioso, ma appunto, secondo me. Invece per molti lo era, e vabbe', sono opinioni (questo è il motivo per cui ai gesti simbolici preferisco i discorsi, il più possibile circostanziati e con un parchissimo uso di ironia: ma è anche il motivo per cui non faccio il sindacalista e anche come attivista lascio molto a desiderare).

La mia interpretazione si basa forse su un pregiudizio positivo nei confronti del (mio) sindacato? Senz'altro, ma anche su una minima conoscenza del contesto: il modo in cui di solito i manifestanti usano le bare "simboliche"; la situazione dei palestinesi nei Territori Occupati durante la guerra del Libano, alla vigilia delle stragi di Sabra e Shatila, eccetera. Per tutti questi motivi io ritengo che quella bara (comunque esecrabile) non fosse da considerarsi una minaccia; ma d'altro canto posso benissimo capire che qualcuno l'abbia letta così, e lo faccia ancora: i simboli non sarebbero tali se non si offrissero a più interpretazioni.

Zanardo però fa un passo oltre, ed è interessante chiedersi perché lo faccia. Non si limita a fornire dell'episodio l'interpretazione accreditata dalla sua bolla (è come se non gli bastasse): aggiunge dei dettagli che dovrebbero fugare ogni ragionevole dubbio sul fatto che la sua interpretazione sia l'unica possibile. Questi dettagli, prima di lui, non li descriveva nessuno. Il che significa con molta probabilità che se li sta inventando – non necessariamente in modo consapevole.

Per Zanardo la bara era "piccola" e "bianca": su questo dettaglio torna ossessivamente con una foga autolesionista che mi ricorda quella del protagonista del Gatto Nero di Poe, quando davanti ai poliziotti batte col bastone sulla parete proprio nel punto in cui ha nascosto la sua vittima. E in effetti il dettaglio è degno di un racconto di Poe: come facevano i sindacalisti a sapere che l'unica vittima di un assalto condotto con mitragliatrici e granate avrebbe riempito una bara "piccola"?

Non è che Z ci voglia dire che i sindacati abbiano chiesto ai terroristi: uccideteci un bambino, però... però battendo sempre su quel punto vorrebbe che per un attimo lo pensassimo. E magari lo facciamo: un attimo prima di accorgerci che siamo davanti a una fabbricazione di pessimo gusto. Visto che un bambino è davvero morto, e l'operazione di intestarne l'assassinio a un sindacato richiede un livello di cinismo di cui almeno io non credo Z capace. Tutto questo all'interno di un minuscolo resoconto autobiografico: ricordiamo che Z sta spiegando all'ignaro pubblico inglese il motivo per cui da ragazzino ha smesso di fidarsi della sinistra: e quel motivo è una "piccola bara bianca" deposta durante un corteo sindacale che però non era né piccola né bianca: un falso ricordo? Può anche darsi, in fondo la nostra memoria a volte funziona così: a un certo punto la bara in cui fu inumato il piccolo Stefano viene duplicata, e Z ricorda di averla vista anche durante il corteo CGIL, anche se lui non c'era: non importa, se l'è fatto raccontare e adesso lo ricorda probabilmente meglio di molti testimoni oculari.

Un'altra possibilità è la fretta dell'apologeta, quel tipo di pregiudizio cognitivo che gli studiosi di Storia conoscono bene. Quando vuoi difendere una tua ipotesi e cominci a ricordare tutte le cose che hai letto che, in effetti, sosterrebbero proprio la tua ipotesi: salvo che poi le vai a cercare e in molti casi scopri che te le ricordavi un po' distorte, e che a leggerle bene, con calma, non sostengono la tua ipotesi più di quanto non ne sostengano una completamente diversa. Questo succede quando sei uno studioso coscienzioso. Zanardo non è uno studioso, piuttosto un apologeta: non ha un'ipotesi sua personale, ne ha scelta una per così dire preconfezionata; le prove gli interessano soltanto come espedienti retorici da esibire al pubblico: ecco, vedete, questa è una bara bianca, quindi il sindacato ci voleva morti, quindi io non mi fido della sinistra (forse è una tortuosissima excusatio non petita per spiegare che vota qualche altro partito).

D'altro canto, se Zanardo legge in fretta è anche perché all'interno della sua bolla l'episodio ormai viene evocato con una cadenza meccanica, ogni volta che un corteo non solo sindacale accenna a protestare contro l'occupazione israeliana dei Territori. In questo modo si risolve anche l'imbarazzante problema dell'antisemitismo di sinistra, un fantasma che si aggira per l'Europa e che anche in Italia a quanto pare sarebbe fortissimo, secondo alcuni molto più pericoloso dell'antisemitismo di matrice nazifascista... salvo questo piccolo particolare che fin qui non risultano vittime. Invece indicando nella CGIL l'ispiratrice dell'attentato alla Sinagoga di Roma, il bilancio cambia drasticamente. Basta solo immaginare una collusione tra organizzazioni terroristiche palestinesi e sinistra italiana – non ultrasinistra, si badi: tesserati CGIL. Ci vuole molta fantasia, ma le bolle comunicative a questo servono: a creare intorno a me una distorsione della realtà in cui alcuni messaggi diventano progressivamente credibili. È sufficiente reiterarli ed eliminare ogni altra campana – certo, la reiterazione provoca inevitabilmente una semplificazione.

Non so se avete presente la cadenza un po' sbrigativa con cui i ministri di un culto affrontano alcuni passi particolarmente ripetitivi delle rispettive liturgie: ecco, qui Zanardo legge in fretta un canovaccio scritto in fretta da altri che leggevano in fretta. Tanto alla fine è la stessa zuppa, no? Qualcuno protesta per la Palestina? Antisemitismo-di-sinistra, come-la-CGIL, bara-davanti-Sinagoga, attentato-alla-Sinagoga. Sembrano tag ma anche nella nostra testa alla fine le nozioni si organizzano così, intorno a segnalibri molto sommari. Col tempo è fatale saltare un passaggio, o equivocarlo. Credo di aver trovato un bell'esempio del processo in questo post di un blog (titolo: "Il pregiudizio antisraeliano della CGIL: un cancro mai del tutto debellato"), che a sua volta ricopia un intervento del professor Ugo Volli (titolo: "La faccia di tolla della signora Cgil"):

Magari voi penserete che esagero, che in fondo la nostra povera pensionata non va in giro con le cinture esplosive finte alla cintura come usano fare i suoi amichetti palestinesi nelle manifestazioni pro-Hamas. [La CGIL non ha mai appoggiato Hamas, sembra banale ricordarlo ma chissà]. Il fatto è che le profezie della Cgil spesso si avverano. Sono passati poco meno di trent´anni da quanto una manifestazione sindacale a favore della Palestina, il 25 giugno 1982 si fermò davanti al tempio di Roma si fermò per regalare agli ebrei del ghetto una bara simbolica come segno di apprezzamento per l´appoggio della comunità ebraica romana a Israele. E alcuni dopo, il 9 ottobre dello stesso anno, dei terroristi palestinesi, naturalmente provocati dall´”arroganza istituzionale”, fecero un bell´attentato nello stesso posto ammazzando un “arrogante” bambino di due anni, Stefano Gay Tachè.

Come vedete se avete pazienza nel brano c'è già molto di quello che Zanardo riprenderà: la chiara volontà di leggere nell'episodio un intento intimidatorio ("le profezie della Cgil spesso si avverano"). Però c'è anche un'ammissione che Z, lettore frettoloso, si è perso: la bara in quel caso non è definita né piccola né bianca ma"simbolica". Altrove mi sembra di aver letto che fosse di cartone, ma non riesco a trovarlo e forse sono vittima dello stesso pregiudizio che descrivo. E anche voi, non crediate. Probabilmente avete letto in fretta e non avete notato i refusi, che sono un chiaro indizio di rimaneggiamento. Sul serio: avevate notato che dopo la data "il 25 giugno 1982" il predicato "si fermò" compare due volte? In compenso, alla fine del testo in grassetto, manca almeno una parola, perché c'è scritto "E alcuni dopo". Alcuni cosa? Siccome l'attentato si svolse in ottobre, ci viene spontaneo completare con "mesi". Probabilmente veniva spontaneo anche al professor Volli. Salvo che... se davvero scriviamo "mesi" tutto l'impianto accusatorio si smonta un poco. Sentite come comincia a suonar falso? I sindacalisti mettono una "profetica" bara davanti alla Sinagoga, e tre mesi dopo i terroristi di Abu Nidal avverano la profezia. Sarebbe molto meglio scrivere "settimane"  al posto di "mesi", se non addirittura "giorni". Qualcuno in seguito l'ha fatto. Ma nel testo che ho citato qui è come se mancasse ancora il coraggio, non so se da parte del professor Volli o del copia-incollatore.

In seguito, leggendo frettolosamente brani composti altrettanto frettolosamente, Z sceglie di scrivere "qualche settimana dopo" ("A few weeks after"). Ora tra il 25 giugno e il 9 ottobre ci sono effettivamente 13 settimane: sono poche? Si possono definire "a few"? Lo lascio alla coscienza di chi è riuscito a leggere fin qui. Sull'argomento avrei ancora altro da segnalare (la leggerezza con cui Z accosta alla figura di Arafat un attentato compiuto dai suoi avversari), ma mi sembra di averla fatta fin troppo lunga per stasera.

lunedì 29 agosto 2016

Chi vi uccide sa quello che fa, date retta

Il diritto di uccidere (Eye in the Sky, Gavin Hood, 2015)

Ora vi spiego la guerra, signorini.
O uomo occidentale, cos'è troppo grande per te? Gli dèi del tuo antenato, gli dèi della folgore e degli oracoli, non avevano un decimo del tuo potere e del tuo sapere. I tuoi droni possono localizzare il nemico al gabinetto; colpirlo con folgori da decine di megatoni e spalancare l'inferno ovunque tu decida che è giusto. Puoi vedere tutto, puoi bruciare tutto. Ma a volte vorrai solo chiudere gli occhi.

C'è un Occhio che gira intorno al mondo e vede quello che vuoi e che non vuoi. C'è una casetta da qualche parte in Kenya, con stanze separate da tramezze che non arrivano al tetto (molto comodo per le inquadrature dei mini-droni). Dentro ci sono terroristi fanatici, che forse credono che la cittadinanza inglese o americana li protegga dall'Occhio. Stanno per indossare pettorine e andarsi a fare esplodere in qualche luogo affollato. Bisogna colpirli prima che colpiscano - ma c'è una bambina in strada, a pochi metri dal probabile impatto, vende focacce e non si sposterà finché non avrà il paniere vuoto. Ci sono soldati che devono fare il loro mestiere. Ci sono politici che non sanno che ordini dare.

È fortissimo, James Bond gli taglia le unghie dei piedi.
Gavin Hood lo ha fatto di nuovo. Dopo Ender's Game, ecco un altro film meno problematico di quanto vorrebbe sembrare, in cui sotto il dilemma etico si intravede una visione del mondo abbastanza solida: la guerra esiste e bisogna farla combattere ai soldati, che hanno competenze, nervi saldi, mani sensibili ma disponibili a sporcarsi. Mentre i civili, i politici, non ne capiscono niente: si commuovono al momento sbagliato, per la bambina sbagliata, perdono tempo, giocano allo scaricabarile, cercano disperatamente al telefono qualche superiore, qualche mamma o qualche Dio che li perdoni o si addossi le loro colpe. La democrazia è una perdita di tempo che non produce consapevolezza, ma falsa coscienza. I militari sono più bravi anche a farsi venire i dubbi - e a superarli - e a piangere per le vittime collaterali. Scordatevi i cecchini cinici di quel vecchio video di Wikileaks che dopo aver fatto strage di combattenti, fotografi e bambini si complimentavano per i "nice shots" e ridacchiavano per il cadavere caldo calpestato da un tank.

QUALCUNO LE COMPRI QUEL PANE
I soldati d'occidente di Gavin Hood non alzano mai la voce coi sottoposti; sono autorevoli, umani, anche fragili, e se premeranno un grilletto state ben sicuri che ci avranno prima pensato cento volte (continua su +eventi!)

Hanno già le armi più potenti e precise mai adoperate, ora reclamano anche di avere sentimenti raffinati e coscienze tormentate. Come il ragazzino di Ender's Game, a cui Hood non consentiva soltanto la licenza di sterminare una razza aliena, ma anche il privilegio di sentirsi in colpa e rimediare. Anche stavolta la voce più falsa è quella di una donna che fa appello ai buoni sentimenti; nella penultima battuta del film, il generale le fa il cazziatone. Io ho visto il mondo, ho raccolto i cadaveri di quattro attentati suicidi, non si permetta più di spiegarmi cos'è la guerra. Uno vorrebbe tanto che Hood fosse un po' meno militarista di così, perché bravo è bravo; o che almeno lo fosse in modo più onesto (alla Clint Eastwood?), senza confondere le acque, senza mimare la tenerezza e nascondersi dietro il velo quasi integrale di una povera bambina innocente. E invece anche stavolta si può andare a vedere il suo film convinti che si tratti di una parabola sugli orrori della guerra; si può tremare per un'ora sul destino della povera vittima collaterale, ma poi?

Non esistono razze superiori, salvo rare eccezioni
come gli attori britannici di una certa età.
Rickman e la Mirren sono perfetti e lo sarebbero
anche se interpretassero i droni.

Ma poi sulla strada di casa ti accorgi che i militari sono quelli che ne escono meglio. Sono attori di razza come Helen Mirren e Alan Rickman (nel suo ultimo ruolo), ma c'è anche tantissima varietà razziale, ci sono ragazze ispaniche e morette dell'Iowa con occhioni pronti a inumidirsi, c'è una coppia fantastica di spie kenyote, tra cui il Barkhad Abdi già visto di Captain Phillips. Sono tutti bravi, sono competenti, dicono le bugie solo a fin di bene ed è chiarissimo che non godono a uccidere la gente, anzi. Chi potrebbe mai pensarlo. Alan Rickman è molto preoccupato per la bambola che deve comprare alla nipote. Le vittime collaterali dovrebbero sentirsi fiere di essere uccise da gente così.

Per contro, i politici sono tutti bianchi e preoccupati. Sudano, strillano, si tolgono la giacca, il Ministro degli Esteri è al gabinetto a Hong Kong perché ha mangiato gamberetti - non che l'Occhio del Cielo non riesca a trovarlo anche lì, ma insomma Hood non rinuncia a nessun espediente per ridurre l'autorevolezza degli eletti dal popolo. Un discorso a parte gli americani, che non capiscono che tempo ci sia da perdere e preferirebbero sparare prima e farsi le domande poi. Eye in the Sky resta un film importante: forse il primo dramma da camera ambientato intorno al mondo. Semplicemente non è il film controverso che il trailer ci vende: è un film sulla guerra telecomandata e chirurgica, su come funziona bene e soprattutto su come funzionerebbe meglio senza troppi civili nella sala dei bottoni. Un eventuale ufficio propaganda delle forze armate britanniche non avrebbero saputo produrne uno migliore - anche per la pubblicità offerta ai mini-droni di ultimissima generazione

Finalmente hanno riaperto l'Aurora di Savigliano, che lo proietta alle 18:30 e alle 21:15, e il Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (alle 15:15, alle 17:35, alle 20:15 e alle 22:35).

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