martedì 8 gennaio 2002

È iniziata l’operazione “ore d’aria”.

Consiste in questo: alcuni giorni della settimana mi vendo la prima fascia serale in cambio del mattino. Entro a ora di pranzo e uscirò a tarda notte: sono o non sono flessibile? spero che le professioniste che esercitano qua fuori nella stessa fascia non prendano troppe confidenze col cofano della mia opel.

Per ora com’è andata? Un disastro. Ieri sera avevo appena posato il capo sul mio guanciale, (2 AM), col sorriso beato di chi sa che non punterà la sveglia, quando mi sono reso conto di avere parcheggiato in striscia blu, là dove nelle ore diurne gli urbani non perdonano. E così ho puntato per le solite otto meno e un quarto.
Stamattina ho fatto quattro volte il giro degli isolati, cercando un posteggio gratis, imprecando a questa piccola città e ai suoi assessori al traffico, finché non ho trovato un buco in un viale subito dimenticato.

Di ricoricarsi, a quel punto non se ne parlava, così sono andato all’infopoint a sbrigare alcune faccende. E sbucando in via Emilia a quell’ora mi sentivo veramente un carcerato appena passato alla libertà condizionata: guarda! La gente che passeggia! Che compra il giornale nelle edicole! Che fa le file alle poste! Che strana, la gente!
Ovviamente le faccende si sono protratte per tutta la mattinata, perché mi hanno chiesto di accompagnare la volontaria inglese al policlinico per una visita: problemi al dente del giudizio, anzi, “teeth of wisdom”, come ha detto lei quando ha capito, e io non c’avrei mai creduto che si dice proprio così.

Stando con me tutto il mattino, la volontaria si è naturalmente convinta che sono un idiota, ma un idiota così idiota che la prima cosa che racconterà alle sue amiche a Manchester sarà l’idiozia di questo italiano che prima dice: “faccio io, ti accompagno in macchina”, e poi non la trova, perché non si ricorda dove l’ha parcheggiata; finché, dopo aver girato quattro isolati a piedi non decide di prendere il bus sbagliato; che quindi dice: “aspetta, ti do i soldi del ticket”, e poi non li riesce a contare; infatti, in regime bimonetario, ha due portafogli che passa da una tasca all’altra, confondendoli sempre, in questo traffico di tasche, taschine, monetine, agendina e cellulare riesce senza fatica a smarrire il biglietto del parcheggio dell’ospedale.

La morale che traggo io è che, se mai avevo qualche attitudine alla vita all’aperto, l’ho persa negli ultimi sedici mesi. Non riesco più a fare una fila in posta. Se per strada m’imbatto in un amico non so più cosa si dice in questi casi. In tasca mi prudono le mani: hanno voglia di cliccare, papà, papà, quand’è che ci riporti dentro, al caldo, al sicuro?

E poi c’è un’altra cosa. Hai voglia a inventarti degli spazi vuoti: appena metti il naso fuori c’è già qualcuno che te li riempie. Ed è peggio di prima.
Non sono più libero qui? Ho una grande finestra che guarda a oriente, su Bologna (e su Gerusalemme), ogni mattina ho il sole, i vigneti e l’argine del Panaro, e intanto clicco e leggo il giornale gratis - finché dura.
Forse dovrei chiedere di fare qualche ore di più, non so, magari quattordici o sedici. Tanto ho capito che in piscina non riuscirò mai ad andarci. E poi che bisogno c’è. Sono già tanto flessibile così –

1 commento:

  1. L'angoscia di non riuscire a fermare il tempo, di perderlo in mille sciocchezze, è una cosa che mi inchioda soprattutto nei giorni limpidi e freddi di gennaio.

    Poi, mah, se volevo dimostrare di avere una vita interessante, stavo decisamente sbagliando repertorio.

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