Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

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domenica 30 ottobre 2022

Il primo presidente donna (anzi ragazza immagine)

Si sarà capito a questo punto che non nutro molta simpatia per il presidente del consiglio in carica (in carico?), per la storia che è convinto di rappresentare che per me è una storiella, per i valori che crede di difendere che per me sono paroloni vuoti, per le brutte facce e che cerca di nascondere dietro il suo musetto simpatico. Non la stimavo prima e, non scrivendo io per testate prestigiose e intelligenti, non sento quell'impulso irresistibile a cominciare ad ammirarla adesso. Certo, credo sia importante giudicarla per quello che fa e non solo per i discorsi, gli articoli determinativi, i sostantivi – a un certo punto ha scritto "merito" nella dicitura di un ministero e per tre giorni non abbiamo parlato d'altro, come se nel frattempo qualche meritevole avesse ottenuto qualcosa (no: qualche lobbista sì, ma non è proprio la stessa cosa); questo mi pare fare il suo gioco. 

L'immagine non rappresenta il Presidente, nemmeno metaforicamente

Vorrei solo registrare un appunto su questa cosa storicamente rilevante, il fatto che sia la prima donna a ricoprire il suo incarico, e che questo venga da alcuni considerato la dimostrazione della debolezza della sinistra, che si riempie di parole di uguaglianza ma poi non riesce a praticarla nel concreto, mentre a destra una tizia così senza approfittare di quote rosa si fa un mazzo tanto e grazie ai suoi soli meriti sfonda finalmente un soffitto di cristallo, il glass ceiling, vedo che in questi giorni è tornato di moda questo anglismo, mentre pinkwashing ormai non se lo ricorda più nessuno, così transita la gloria dei modi di dire. Vabbe'.

Premessa: le pari opportunità sono comunque un obiettivo progressista, indipendentemente da chi riesca a realizzarle e a goderne i frutti (il principio è appunto che tutti devono goderne i frutti). Su un ideale asse ideologico, all'estrema destra ci sta la famiglia patriarcale, a sinistra la completa parità e uguaglianza, in mezzo ci siamo tutti noi con tutte le nostre contraddizioni, ma insomma se nel 2022 in Italia persino a destra festeggiano perché c'è una donna al comando, questo è un buon segno per chiunque sia sinceramente progressista; è il segno che almeno su questo fronte l'egemonia è stata conquistata e preservata. Facciamo i nostri complimenti ai nostri connazionali di destra che hanno raggiunto questo obiettivo per primi, ma ricordiamo che l'hanno raggiunto anche (e soprattutto) grazie al lavoro e alla lotta di gente che per lo più era di sinistra. Dopodiché. 


Dopodiché non c'è dubbio che la sinistra italiana non abbia espresso in questi anni tutte le leader che avrebbe dovuto. I motivi sono molteplici: il primo che mi viene in mente è che a sinistra il cursus honorum è oggettivamente più complesso; chi fa politica deve farla per anni, magari a livello amministrativo, ed è faticoso: e quando una carriera è faticosa, per le donne purtroppo lo è di più. Laddove a destra in parlamento per molto tempo alla fine si trattava per lo più di piacere a Berlusconi. (Le donne a sinistra poi dovevano difendersi dal fuoco dei comunicatori berlusconiani: pensate a come hanno trattato a turno Rosy Bindi, Cecile Kyenge, Laura Boldrini). 

Dopodiché, il caso daa Meloni è abbastanza peculiare: non solo non proviene dall'entourage di Berlusconi, ma è anche il primo presidente del consiglio di una maggioranza di centrodestra che comprenda Forza Italia ma che non sia lo stesso Berlusconi. Questo è un dettaglio notevolissimo, se pensiamo a tutti gli aspiranti eredi che negli anni Berlu si è divorato, dai più papabili (Casini, Fini) ai più improbabili (Alfano, Toti, Fitto). Tutti maschi. 

Da cui un sospetto: forse per aa Meloni l'essere donna potrebbe essere stato un inaspettato vantaggio evolutivo, quell'apparente deficit che però ti rende indigesto ai predatori che ti risparmiano. Non solo Berlusconi non vedeva 'naa Meloni una preda interessante, ma non riusciva nemmeno a immaginarla come una minaccia. La lunga strada che l'ha portata a Palazzo Chigi in realtà poi non è che sia stata così lunga – non solo perché la Garbatella non è così periferica come i giornalisti romanocentrici credono, ma perché aa Meloni per molto tempo non ha fatto che restare immobile come il guzzantiano semaforo, mimetizzata nel paesaggio, titolare di un partitino che non doveva fare altro che rappresentare un determinato settore dell'opinione pubblica, senza farsi notare troppo non tanto dagli avversari, quanto dagli alleati che alla fine erano i diretti concorrenti nella lotta fratricida a chi polarizzava la maggior parte dei voti a destra: finché a Berlusconi bollito, Salvini lessato, per esclusione non poteva che toccare a lei. In questo è stata brava? Boh, forse. Qualcun altro avrebbe fatto peggio di lei? Senz'altro. 

Mi spingo più in là: secondo me il fatto che il settore politico più retrivo e patriarcale abbia espresso la prima vera leader di partito e di governo di sesso femminile è tutt'altro che accidentale. Avevano un'immagine tremenda: l'unica speranza era svecchiarla con un personaggio giovane e simpatico e non hanno faticato neanche molto a trovarlo (i vantaggi di avere avuto, ai tempi del MSI, un partito non 'leggero', ma radicato almeno in alcuni territori e provvisto di strutture giovanili, campeggi, qualcosa che richiamasse un minimo di gioventù, qualcosa in cui il PCI era imbattibile finché non l'ha sacrificato sull'altare della leggerezza veltroniana). 


Insomma secondo me alla fine aa Meloni è una che se ha fatto un lavoro nella vita è stato fare la mascotte di una ganga di postfasci; ammettiamo pure che l'abbia fatto con costanza e dedizione, ma secondo me è ancora il mestiere che fa, una che in mezzo a un gruppo di gente bruttissima ci mette il faccino simpatico. Per cui no, non mi pare che l'essere donna l'abbia penalizzata più di tanto, c'è un motivo per cui a fare le ragazze immagine in discoteca chiamano tendenzialmente le ragazze. Non ha tanto a che vedere con le pari opportunità e nemmeno in senso stretto col patriarcato, e non vuole nemmeno essere una critica del personaggio. Di presidenti del consiglio ne abbiamo avuti di tanti tipi, una ex ragazza immagine non è necessariamente la meno adatta al ruolo, è persino possibile che faccia meglio, tiro a caso, di certi ex sindaci di Firenze. 

Così quando tutti si sdilinquiscono per questa cosa del primo presidente donna, a me viene in mente una battuta infelice di Barack Obama – sì, di quel presidente che tutti ricordano per i bellissimi discorsi così motivazionali, a me è rimasta impigliata nella memoria una battuta infelice ai tempi in cui Sarah Palin sembrava la Nuova Grande Promessa Bianca del partito repubblicano, e Obama si lasciò sfuggire che se metti un rossetto a un maiale resta pur sempre un maiale. Ne seguì qualche giorno di polemica, Obama sessista! tra gente che non capiva (e più raramente fingeva di non capire) che Obama non aveva definito la Palin un maiale: l'aveva definita un rossetto. Magari Aa Meloni riuscirà a governare questo paese in un modo decente, visti i tempi quasi me lo auguro. Ma continuo a vedere dietro di lei facce bruttissime, interessi luridi, progetti reazionari: e continuo a vedere in lei un rossetto, la mascotte che cerca di fare la simpatica, e almeno per quanto mi riguarda non ci riesce, non c'è mai riuscita, certo non rientro nel suo target. Ma insomma ditemi come fate a non vedere il maiale. 

venerdì 28 ottobre 2022

Uomini, profeti e me

Un paio di segnalazioni, ché Ognissanti si avvicina e io avrei un libro in promozione:

– È uscita una mia intervista su Credere (la rivista settimanale d'attualità per vivere la gioia del Vangelo), edizioni Paoline. Che se ci pensate è notevole. C'è anche una foto mia decente, visto il materiale di partenza (se ricordo bene quando me l'hanno scattata avevo il covid). Probabilmente è la foto più sexy che mi pubblicheranno mai ed è uscita su Credere, la rivista settimanale d'attualità per vivere la gioia del Vangelo. 


– Domani (sabato mattina) alle 9:30 dovrei essere ospite telefonico di Uomini e profeti, prestigiosa trasmissione di Rai Radio 3. A presto e buon Halloween (sì, è sempre la stessa festa). 

giovedì 27 ottobre 2022

Aa presidente

Questa cosa dei femminili dei sostantivi è così poco interessante che persino io, che studio e insegno grammatica di mestiere, mi devo proprio sforzare per trovarla interessante. Siete anzi liberi di dichiarare che è cosa noiosa e che non vi interessa. 

Una volta. 


E poi non ne parlate mai più, e non vi si vede più in calce a qualche thread a infastidire gente che se ne sta interessando (e che in linea di massima ha studiato la questione un po' più di voi). Perché chi trova davvero un argomento noioso, di solito fa così: se ne disinteressa.

Se invece non perdete occasione per ribadire che bastaaaa, che noiaaaaaa, è proprio un'ossessioneeeee: ecco, sì, confermo: è un'ossessione, vostra. E ora una notizia: non esiste nessuna ossessione di sinistra per il "politically correct". Chi lo dice è pregato di citare qualche concreta proposta legislativa sul linguaggio inclusivo. Ne troverà poche o non troverà niente. Troverà invece nelle prime dieci pagine di google centinaia di opinionisti di destra ossessionati dal politically correct, con interventi che di solito si possono sintetizzare in bastaaa che noiaaaaa – l'idea che in questi anni la sinistra invece abbia parlato di grammatica inclusiva invece che di salari è risibile. Vera Gheno avrà parlato di grammatica inclusiva: è il suo campo, ne parla, che altro dovrebbe fare? Altri avranno parlato di salari, ma per qualche motivo nessuno ha deciso di selezionarli, inquadrarli, prenderli ad esempio di ciò che la sinistra fa. Il politically correct è un'ossessione della destra: un fantoccio di paglia che si è costruita col tempo, accumulando episodi per lo più marginali, per il 90% interpretati male ("genitore uno genitore due", lo schwa, persino il "petaloso"). Esiste una sinistra che si preoccupa solo di queste innovazioni grammatiche? Sì: nei sogni degli opinionisti di destra. Esistono linguisti che si preoccupano in particolare dell'inclusività della lingua e che fanno proposte per rendere l'italiano più inclusivo. Questo non risolve certo i problemi del mondo e nessuno lo pretende. 

Parte della noia che provo per l'argomento è dovuta dal fatto che, malgrado tutti ne parlino come di cosa di sconvolgente attualità, questa manfrina del politically correct la sento ripetere da che son nato, e sono nato in un altro secolo. Mi facevo già la barba quando Irene Pivetti diventò presidente della Camera e si faceva chiamare "il presidente della Camera" – se ne discuteva già allora, perché non la presidentessa? o la presidente? Ora, ciò che rende molto noioso il dibattito è che ormai le squadre sono fatte: la sinistra vuole i femminili e li vuole svelti ("la presidente"), la destra vuole una specie di maschile professionale sovraesteso che però non è mai stato formalizzato ("il presidente"). Dalla mia distanza, mi piace mantenere una certa neutralità e ricordare che stiamo parlando di linguaggio, ovvero di un terreno dove ogni scelta è arbitraria. Questo spiega alcuni paradossi: per esempio, aa Meloni che "sceglie", letteralmente, il genere con il quale vuole essere chiamata, fa qualcosa di vagamente simile agli attivisti woke che si scelgono i loro pronomi. Se siamo davvero liberi di scegliere il nostro genere grammaticale, anche aa Meloni lo è. Probabilmente anche in questo caso la nostra libertà è vincolata alla comunità dei parlanti, che possono recepire i desideri daa Meloni ma anche, magari in un secondo momento, mandarla a quel paese. Dipende un po' da tutti, da quanto ci interessa il problema. Ah non v'interessa? E allora non dovevate leggere fin qui, è già il terzo paragrafo, non lo rileggo nemmeno i

sabato 15 ottobre 2022

Temo Berlusconi anche quando scrive i bigliettini

Va bene, diciamo che Berlusconi a questo punto potrebbe essere la mina che fa esplodere questa maggioranza: e poi? No, intendo, a maggioranza esplosa quale sarebbe il piano? Un campo extralargo con tutti dentro tranne Salvini e Meloni? Quasi un regalo per questi ultimi. Qualche altro mese di Draghi dimissionario e poi si torna alle elezioni, ma stavolta con un Berlusconi al centro che sposterebbe gli equilibri? Interessante. 


No, scusate, non è davvero così interessante. Lo è per i commentatori politici, questo sì, a cui una crisi di governo ancora prima del governo fornirebbe un sacco di argomenti proprio quando ormai la partita sembrava chiusa: l'affetto che provano per questo Berlusconi al tramonto – così umano nei suoi comportamenti stizziti – è abbastanza comprensibile. I nonni hanno sempre qualcosa di rassicurante, anche quelli che hanno rotto con gli eredi e ormai vogliono soltanto vedere il mondo bruciare. Lo capisco. Coi postfascisti al potere non c'è da fare gli schizzinosi: se la prima crepa nel loro bunker comparisse grazie a un Silvio Berlusconi, non ci dispiacerebbe. Avrebbe anche un senso narrativo, diciamocelo: io vi ho sdoganato e io vi distruggo, o almeno ci provo, e riscatto all'ultimo minuto la mia figura di villain. Oddio, i malvagi alla Darth Vader di solito all'ultimo momento compiono qualcosa di buono perché si sono pentiti del male che hanno fatto, laddove fino all'ultimo Berlusconi sembra ossessionato da una fame di affermazione così implacabile che non lo ha lasciato in pace neanche quando era davvero l'uomo più ammirato d'Italia: e ancora oggi sembra la forza innaturale che lo tiene in vita, determinato a mantenere il centro della scena, a espugnare un ormai impossibile Quirinale. Più che un Darth Vader, un Gollum, la cui ossessione potrebbe mandare a monte i piani più lungamente preparati. In ogni caso qualcosa di diverso dal Berlusconi che abbiamo conosciuto fin qui. Una scheggia impazzita, un battitore libero, ho finito i modi di dire giornalistici ma credo di essermi spiegato: qualcosa che Berlusconi non era mai stato.

 Ai tempi in cui era realmente il padre/padrone del centrodestra, mi è capitato più volte di criticare chi professava un antiberlusconismo ormai astratto, completamente trasferito in una sfera morale dove "Berlusconi" non coincideva nemmeno più con l'imprenditore barzellettiere: più di quel Berlusconi lì, occasionale, accidentale, avremmo dovuto diffidare del "Berlusconi che è in noi". Io invece ero tra quelli che non perdeva l'occasione di ribadire che prima di essere un'idea della mente, Berlusconi era un essere umano concreto, che ci danneggiava concretamente, perseguendo concreti obiettivi che non erano certo i nostri. Al massimo, se proprio si voleva astrarre un po', concedevo che "Berlusconi" in realtà era un'azienda (anzi più di una): il che significava tra l'altro che il berlusconismo sarebbe sopravvissuto all'ometto in carne e ossa e avrebbe continuato a perseguire gli obiettivi delle sue aziende. 

Proprio per questo motivo, accanto al declino psico-fisico (di cui bisogna comunque tenere conto), occorrerebbe sempre calcolare quello economico: Berlusconi rappresenta ancora gli interessi di un importante gruppo economico? Più concretamente: ha ancora voce in capitolo nei palinsesti Mediaset? Perché da lì passa ancora una parte cospicua della costruzione del consenso intorno alla destra italiana. Non è che non mi dispiacerebbe un Berlusconi in rotta co aa Meloni: ma parliamo di un vecchietto arzillo, ormai simpatico anche a tanti detrattori, ancora disposto a combinare qualche guaio pur di rimanere sotto i riflettori, ancora convinto di poter ottenere qualche buon affare per sé e per le sue collaboratrici più strette... o parliamo del caimano che con tre colpi di telefono può licenziare i conduttori tv che non si allineano? Perché potrebbero essere due Berlusconi diversi ormai. Non che mi fiderei di nessuno dei due, ma dovessi scegliere preferirei poter contare sul secondo. Il primo ci delizierà ancora con tanti siparietti, ma rischia di restare solo molto presto: e l'attenzione che sta attirando, potrebbe concentrarla sul fatto che alla fine si può fare a meno di lui. 

lunedì 10 ottobre 2022

Ichino e i suoi ascensori

Se proprio dobbiamo fare un dibattito su cosa la sinistra sia (ancora?), tutto può tornarci utile, persino Pietro Ichino che non ha perso tempo a cominciare a spiegarci che cosa la sinistra sia e cosa la sinistra debba fare. Riassumo un intervento già piuttosto breve: la sinistra deve costruire "ascensori sociali", viene usata proprio questa espressione, che possano portare ai primi piani i "poveri", Ichino usa proprio questo termine: e uno degli ambiti in cui questi ascensori dovrebbero essere impiantati è ovviamente la scuola, che non lo fa a causa dell'opposizione dei sindacati. 


La scuola ovviamente avrebbe bisogno di adeguati investimenti per trasformarsi in un'agenzia di ascensori, ma finché i sindacati si mettono così di traverso è impossibile e quindi niente, e la sinistra perde anche per questo motivo. Lo so che messa in questi termini sembra una presa in giro, ma leggete pure il pezzo di Ichino e ditemi se la mette giù più complicata di così. Non lo fa. E quindi insomma, viene voglia di rimanere al suo livello e chiedergli, prof. Ichino: ma perché proprio ascensori? Perché non aeroplani, treni, transatlantici sociali, perché l'unico mezzo di trasporto che riesce a individuare per le sue metafore è quello che può contenere meno persone in assoluto? Vede professore, la questione è tutta qui: lei accetterebbe di buon grado che qualche povero riuscisse a riscattarsi, ma uno alla volta, con calma, e integrandosi nella struttura che i ricchi hanno progettato. A sinistra abbiamo concezioni diverse: vogliamo migliorare le condizioni di vita di intere classi sociali; gli ascensori non ci fanno impazzire perché, banalmente, vogliamo salire tutti assieme e senza aspettare un turno all'infinito: se il palazzo non lo consente è un problema del palazzo, bisognerebbe progettarne un altro. Ci sbagliamo? Ci sbaglieremo anche, e lei ci lasci sbagliare. La fiaba dei rags-to-riches, l'Uno su Mille che Ce La Fa, ha prodotto anche ottima letteratura ma non è la nostra fiaba, non è la nostra letteratura: noi siamo i 999 apparentemente sconfitti, questo è il campo che ci siamo scelti – ma nella maggior parte dei casi non ce lo siamo nemmeno scelto, vi ci siamo trovati e basta. Perciò perché continuare a consumare il suo e il nostro tempo con queste lezioncine, e proprio adesso che dall'altra parte c'è così tanto spazio vuoto? Sul serio, Giorgia Meloni ha vinto le elezioni con un partito di cartapesta, un grumo di slogan identitari dietro ai quali non c'è quasi nulla: chissà che sogni inquieti da quella parte adesso che non c'è più nessun avversario da additare, chissà che silenzi imbarazzanti; magari se prova a mettersi a raccontare la fiaba degli ascensori l'ascolteranno, loro, senza alzare gli occhi al cielo: non vale la pena di provare? E diventerebbe almeno tutto un po' più chiaro: da una parte chi si "occupa dei poveri", come scrive lei tra virgolette, organizzando giochi a premi e altri strumenti di valutazione atti a selezionare i poveri più servizievoli e adatti ad accedere ai piani alti; dall'altra noialtri coi nostri problemi più terra-terra, l'inflazione, la speculazione, cose complesse che adesso non credo che potrei spiegarle.  

Tra le varie cose che tirò fuori aa Meloni in campagna elettorale (ma ve la ricordate quant'era caciarona al tempo? che nostalgia, sembrano passati anni) a un certo punto spiegò che sognava di vivere in un Paese in cui non serviva la tessera della Cgil per insegnare a scuola. Questa cosa è riuscita a dire, in anni in cui gli insegnanti non hanno partecipato nemmeno a uno sciopero unitario per chiedere strumenti di ventilazione nelle classi in cui circolava il covid. Per cui insomma se il prof vuole continuare ad annunciare meravigliose riforme che potrebbero danimarchizzare la scuola italiana in pochi mesi, e a spiegare che se non sono state fatte è unicamente a causa dei sindacati retrogradi e cattivi – non proprio gli stessi sindacati che non riescono a far scioperare nemmeno i loro tesserati, diciamo una loro versione idealizzata, trasfigurata, una Spectre che boicotta ogni riforma senza nemmeno organizzare un corteo, con la pura catalizzazione dell'energia negativa di migliaia di insegnanti neghittosi – se il prof vuole raccontare quest'altra favoletta, pare proprio che un pubblico disposto a bersela ci sia. Ma è un pubblico di destra, come è sempre stato di destra il pregiudizio antisindacale. Poi certo, essere di destra non significa essere scemi, per cui non escludo che dopo un po' anche loro comincino a domandarsi come mai le Danimarche di Ichino non si realizzano mai, simili in questo a tutti i ponti sullo Stretto che in campagna elettorale sembrano sempre a un passo dall'essere costruiti e dopo il voto invece non se ne parla più. Vuoi vedere che anche lì sono i sindacati a opporsi, continuando a tenere la Sicilia a 3 Km dalla Calabria? laddove basterebbe che si avvicinasse appena un po'.

giovedì 6 ottobre 2022

Ma l'autocritica di cosa


Uno dei tag di questo decrepito sito, lo trovate molto in basso, recita "la sinistra perde anche per questo motivo": sì, questa idea che la sinistra perda sempre e debba fare sempre autocritica era un luogo comune abbastanza nauseante già vent'anni fa. In seguito abbiamo perso altre volte – si potrebbe dire che abbiamo perso sempre – ma non mi pare sia successo per difetto di autocritiche. Potrebbe anche darsi che ci manchi l'opposto: un po' di autostima. Non tantissima per carità, diciamo quel minimo necessario a non leggere il Foglio come successe a tanti a partire dal povero Veltroni; a non soccombere all'idea del leader carismatico che prima o poi vincerà delle immaginarie elezioni in stile americano – tutta una fantasia di riscatto grazie alla quale ci siamo letteralmente scritti una legge elettorale su misura di Giorgia Meloni e adesso dovremmo anche ascoltare gente che ci spiega che la sinistra ha perso perché non è stata abbastanza di destra. Metto le mani avanti: io il Pd non è che l'abbia votato, e non è che ci sarei rimasto male se avesse perso seriamente (l'ho pure scritto), aprendo magari la porta a una fase costituente eccetera. Ma non è andata esattamente così, guardando i numeri; non sopporto chi parla male del Pd per automatismo, o per una reazione ideologica che non riconosce in sé stesso e denuncia negli altri: e non mi dispiacerebbe che adesso qualcuno dalla base del Pd alzasse un minimo la voce e dicesse: ma autocritica di che? Un partito senza più un leader, con una dirigenza visibilmente raccogliticcia e dimissionaria; senza una direzione e con una strategia perdente; che senza venire da un particolare successo elettorale ha comunque partecipato agli ultimi governi, prendendosi la responsabilità di decisioni responsabili ma pesantissime per la qualità della vita degli italiani; un partito che veniva percepito come quello del rigore e dei sacrifici, abbandonato lungo la strada anche dai quotidiani della sua area, che avevano deciso di sponsorizzare l'ennesimo progetto centrista, l'ennesimo portaborse di Montezemolo; un partito condannato alla sconfitta è andato alle elezioni e si è preso quasi il 20%, quasi un quinto degli italiani lo hanno votato, e adesso dovremmo fare l'autocritica? Per carità, un po' di esame di coscienza non fa mai male, e non c'è dubbio che a contarli mancano quasi un milione di voti. Il M5S ne ha persi parecchi di più ma non sembra che nessuno chieda a Conte una particolare autocritica, anzi ci si complimenta per lui per il notevole risultato e la cosa ha un senso: la fase dei partiti di massa è finita da un pezzo, il periodo in cui si misurava l'insuccesso di un partito da una lieve flessione e un +2% era un terremoto politico è certamente finita. Nessuno poteva aspettarsi da Conte un risultato molto migliore: ma nemmeno da Letta, via. Il motivo per cui dal giorno dopo siamo bombardati da articoli su perché la sinistra perde ha ben poco a vedere con l'oggettiva prestazione elettorale (che io trovo persino sorprendente: voglio dire, Enrico Letta con le mani legate ha fatto il 19%!: chissà se gliene sleghi una, o se magari trovi per il partito di centrosinistra una faccia che non sia quella del nipote di Gianni Letta). Ha più a che vedere con l'inerzia: eravamo tutti convinti che il Pd avrebbe perso e probabilmente molti editoriali erano già nel cassetto assai prima del 25 settembre.

In particolare ho sentito dire che ce n'è uno che spiega che la sinistra deve abbandonare il "politically correct", proprio così, siamo nel 2022 e questo sarebbe il problema, altro che guerra in Ucraina e crisi climatica e pandemia: il politically correct. Avverto che non l'ho letto: non si tratta di snobismo, è dietro il firewall di un quotidiano a cui non intendo dare più un soldo. Siccome non l'ho letto, non lo discuto, perché a dispetto del titolo scemo potrebbe trattarsi di un intervento molto intelligente: non sarebbe la prima volta che il titolista fodera di merda un contenuto di qualità per renderlo annusabile ai suoi lettori ideali, sono cose che succedono, chi è senza peccato scagli il primo titolo intelligente. Preferisco fermarmi al titolo, perché davvero, il problema è tutto lì: chi scrive titoli del genere, non sta partecipando a una sessione di autocritica della sinistra. Chi usa "politically correct" continua a mettere in circolazione una definizione di destra, che serve alla destra per costruire un determinato quadro ("frame") intorno agli argomenti della sinistra. Magari lo fa in buona fede, ma... nel 2022? Sul titolo di un quotidiano nazionale? Naaa. Questo non significa che non si possa discutere di tante cose, a sinistra, e avere un atteggiamento critico nei confronti di un certo tipo di approccio, chiamiamolo woke: vogliamo aprire un dibattito sul linguaggio inclusivo? facciamolo pure, io nel mio credo di averlo aperto più volte. Ma lo chiami, appunto, linguaggio inclusivo. Se lo chiami "politically correct", sei il tizio di destra che vuole spiegarci come essere di sinistra: accetta la cosa, votati il tuo Calenda e levati di torno. La sinistra ha tanti problemi e tu non sei la soluzione. Non sei neanche la sinistra. Forse sei il problema. 

domenica 2 ottobre 2022

L'alieno dal pianeta segreteria


"E quindi insomma è proprio grazie all'inclinazione del piano terrestre che..."

"Prof le suona il telefono".

"...Lo so".

"Non risponde?"

"Ok allora ragazzi in teoria un prof questo non dovrebbe neanche averlo acceso, ma capita che io sia un prof particolare, sono quello che deve rispondere quando quelli della Segreteria non... vabbe', insomma pronto".

Buongiorno, sono Gigi dalla Segreteria, disturbo?

"Un po' sì, sono in classe, cosa vuoi?"

Allora tu non mi conosci, io...

"Per favore, dimmi subito cosa vuoi".

Io sono quello nuovo che deve fare la tal cosa inviando una mail a tutti i docenti...

"Vuoi la mailing list di tutti i docenti?"

Aspetta un attimo, ti devo spiegare.

"Non c'è bisogno, e tu smettila di infilarti il righello nel naso".

Come?

"Scusa, dicevo a un alunno, sono in classe, dicevi? Vuoi la mailing list dei docenti?"

Il mio collega, che prima faceva questa tal cosa, mi ha detto che tu...

"Al di là del fatto che il tuo naso è troppo piccolo per quel righello, ma poi mi spieghi cosa te ne verrebbe di buono a infilarlo lì?"

Ma mi stai ascoltando?

"No, non ho tempo. Non ho tempo per conoscere la tua vicenda, come ti chiami, le tue aspirazioni, le tue aspettative, lo capisci che ho davanti venti bambini che in qualsiasi momento potrebbero ammazzarsi con la cancelleria, se c'è qualcosa che posso fare vorrei che me lo dicessi immediatamente, anzi vorrei che me l'avessi detto un minuto fa, quando ti ho fatto capire che mi disturbavi".

Che maleducato.

"Io maleducato certo, invece voi che dovete sempre raccontarmi la rava, la fava della rava, montarmi tutto questo storytelling come se io avessi il tempo per apprezzarlo, e salve tu non mi conosci ma mi chiamo tal dei tali come se mi cambiasse la vita sapere come ti chiami, e il mio collega in punto di pensione ti raccontò che dovevi chiamarmi al cellulare, e mi raccomando mai quando suona la campana e magari non sono ancora miracolosamente entrato in classe, no, no, sempre dopo dieci minuti, quando magari abbiamo finito le procedure dell'appello digitale e dell'appello cartaceo in caso di terremoto o altro cataclisma che rendesse inconsultabile l'appello digitale..."

Clic.

"...Quando finalmente esaurite tutte le procedure burocratiche e si può pensare di cominciare una lezione, ecco che arriva la telefonata dell'Alieno dal Pianeta Segreteria che non può dirti cosa vuole in tre secondi, no, noooo deve raccontarmi la sua vita perché è questo che rende interessanti le mie giornate, vero? Non le lezioni, non la didattica, ma i cazzi e i mazzi di voi alieni della segreteria".

"Prof?"

"Che c'è adesso".

"Ha detto una parolaccia".

"Hai capito male".

"Comunque può metter giù, il tizio ha già messo giù".

"Probabilmente mi sta mandando un vocale di cinque minuti".

"Prof ma davvero ci sono gli alieni in Segreteria?"

"Diciamo che c'è molto turnover, è una lunga storia".

"Ce la racconta?"

"No".

sabato 1 ottobre 2022

Almeno l'acrobata lo sa

Per quel poco che ho visto e che m'interessa vedere, facebook è il social dei vecchi matti che dicono scemenze, tiktok è il social dei giovani matti che ballano scemenze, instagram è il social dei matti e basta: un luogo dove il disagio regna sovrano e investe ogni giorno nuovi marchesi baroni e duchesse del disagio. Dunque la notizia di ieri, tenetevi forte, è che una persona su instagram ha detto una scemenza. Avesse almeno morso un cane, e invece no, ha fatto esattamente quello che fanno tutti, che faccio pure io (scrivere, ballare o enunciare sciocchezze che al bar nessuno ci ascolterebbe), però certo, l'ha fatto da un palcoscenico di millemila follower per cui brrrr, chissà quante persone si sono sentite offese. 

Al che mi domando: ma almeno le ha dette in qualità di qualche cosa? Cioè, se fosse un rappresentante politico, i suoi rappresentati avrebbero la necessità di dissociarsi. Se invece ricoprisse ruoli che in qualche modo hanno a che vedere con quel che dice – per dire, ha parlato degli anziani, se fosse una direttrice di una casa di riposo sarebbe giusto farsi delle domande, farle delle domande. E altrettanto se lavorasse nelle forze di polizia, o al limite facesse l'insegnante (che è in assoluto il mestiere più esposto, e giustamente, perché se dici sciocchezze in giro il lettore può anche cominciare a pensare che tu le dica anche in classe e nell'esercizio delle tue funzioni). 

E insomma questa tizia a parte esercitare la nobile arte del disagio su Instagram, nella vita che fa? Da quel che ho capito, mette a posto gli armadi. Oppure insegna alla gente come si mettono a posto gli armadi, e vabbe', questo purtroppo non mi aiuta a scacciare il sospetto che l'ordine esteriore sia una spia di disagio interiore e quindi avrò un motivo in più per continuare a tenere la scrivania come un immondezzaio, però spiegatemi, davvero: perché l'opinione di una esperta di armadi dovrebbe essere in qualche modo interessante, dirimente? Cioè o vietiamo alla gente di esprimere opinioni fastidiose (e siamo lì lì), oppure accettiamo che la gente a volte le ha, le scrive, le dice, la sgradevolezza può persino diventare uno spettacolo, ma che possiamo farci?

Cambio apparentemente argomento: guardando il docu su Wanna Marchi mi è parso di capire che da un certo punto in poi lei e sua figlia sono diventate le peggiori nemiche di sé stesse: ovvero in una situazione in cui un processo era perso, i collaboratori avevano patteggiato, le prove erano state esibite in diretta tv, i testimoni c'erano e ne era già stata dimostrata l'attendibilità, insomma queste invece di scegliere un rito abbreviato e uno sconto di pena, hanno voluto il processo in grande stile e soprattutto con le riprese televisive. Convinte in un qualche modo perverso che la tv, che aveva dato loro tutta questa attenzione per tanto tempo, al momento giusto le avrebbe salvate, perché da qualche parte c'erano milioni di italiani che le avevano guardate per tanti anni, e come potevano quei milioni non amarle? Invece no, non le amavano affatto, le guardavano perché ne avevano paura, le trovavano fastidiose a un livello ipnotico, e anche il processo lo avrebbero guardato volentieri, ma per il gusto di vederle umiliate e condannate. Almeno l'acrobata lo sa, che la gente lo vorrebbe guardare spappolararsi al suolo. Noi no, noi siamo convinti che la gente ci segua perché è davvero curiosa e interessata a quel che diciamo, e forti di questa certezza continuiamo a capriolare di cazzata in cazzata finché

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