Comunque andrà, una civiltà è morta davvero.
E magari qualcosa di rivoluzionario può succedere, chissà?
Comunque andrà, una civiltà è morta davvero.
E magari qualcosa di rivoluzionario può succedere, chissà?
Non ne ho idea, è un caso che sinceramente non ho seguito. L'idea che la carta sia l'atto di concezione dell'Unione Europea mi è sempre sembrata una forzatura: Spinelli e Rossi avevano qualche buona idea (ma anche qualche abbaglio, inevitabile vista la situazione in cui scrivevano), ma non credo che senza le loro idee non avremmo avuto i trattati di Roma e poi di Maastricht. Così come è una forzatura affermare che l'europeismo sia nato a Ventotene, quando ne parlava ed esempio Mazzini già un secolo prima. A Ventotene la sinistra italiana arriva tardi, credo a metà degli anni Novanta: non ho argomenti per dimostrarlo, soltanto labili suggestioni (una Festa Nazionale dell'Unità a Reggio Emilia, più di vent'anni fa, con un padiglione che ricostruiva scala 1:1 la camera di Spinelli).
Ad esempio l'anno scorso è uscito Un altro ferragosto di Virzì, che essendo il sequel di Ferie d'agosto è ambientato a Ventotene. Nel film Sandro, che già in Ferie era l'archetipo dell'intellettuale di sinistra declassato, ha sviluppato un'ossessione per una specie di pollaio che avrebbero costruito i confinati, e se ricordo bene ha chiesto l'intervento della Sovraintendenza ai beni culturali per preservare il monumento antifascista. Nel frattempo sta sempre peggio di salute e ha allucinazioni in cui vede Spinelli, Rossi, le rispettive mogli, e ovviamente Pertini: tutto un Walhalla laico di eroi che lo attende al di là della malattia. Mentre lo guardavo trovavo tutto molto appropriato, e allo stesso tempo cercavo di ricordarmi se nel film di un quarto di secolo prima Sandro avesse mai anche solo accennato agli antifascisti al confino sull'isola.
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E ora qualcosa che non c'entra davvero nulla, ma siccome si parla di film, segnalo che su Raiplay c'è ancora non so per quanto The Fabelmans in versione originale coi sottotitoli: un altro film in cui a un certo punto ci sono lunghe scene in una scuola dove ragazzi e ragazze interagiscono, si parlano, si innamorano, ma soprattutto si bullizzano come belve e si pestano a sangue. Queste scene, che sono familiari alla mia generazione più dei Promessi Sposi, forse non le avrei mai trovate così strane se poi nella vita mi fossi ritrovato di nuovo nella scuola media, un posto dove ovunque vada il preadolescente devono esserci in media 1-2 adulti a guardarlo, tranne in bagno; e ciononostante colluttazioni se ne verificano ogni giorno, senza gli eccessi delle scuole americane, per il semplice motivo che appunto: adulti ce ne sono dappertutto, e per quanto non sempre siano svelti di riflessi, sono comunque un grosso deterrente che impedisce al cervello del preadolescente di anche solo concepire pestaggi organizzati o assalti alla baionetta nei corridoi.
Insomma se mi chiedete perché la società USA sembra subito più violenta della nostra, senz'altro sono convinto che un certa disponibilità di armi c'entri per qualcosa; ma poi l'idea forse cattolica che i ragazzini van guardati. Senonché.
Senonché in molte scuole adesso va di moda questa DADA, ovvero "Didattiche per Ambienti Di Apprendimento", che significa in soldoni che invece di spostare gli insegnanti dall'aula della classe A all'aula della classe B, sposti le classi dall'aula dell'insegnante A all'aula dell'insegnante B. Come tutte le didattiche, ha una sua funzionalità: ad esempio negli USA diverse materie sono opzionali, per cui è normale che gli studenti cambino non soltanto aula, ma proprio classe, ovvero trovino altri studenti, a seconda della materia. Da noi però succede questa cosa, che molte novità vengono accettate un po' alla svelta perché bisogna semplicemente mostrare ai genitori che stiamo innovando, e a parte questo non è che possiamo permetterci più elasticità di tanto, perché l'organico è quello che è (anzi lo tagliano), quindi le classi rimangono le stesse, però... cambiano aula. Se lo chiedete a me, spostare classi di 25 ragazzi invece che insegnanti singoli è un'autoevidente assurdità logistica, che serve semplicemente per limare altri minuti di intervallo tra una lezione e l'altra: è normale che gli studenti se ne dicano entusiasti, così come molti genitori che appunto, come me sono cresciuti più coi telefilm americani che con Leopardi. Poi in questo modo servono gli armadietti, vi immaginate? Proprio come nelle highschool, ma quanto sarà figo? Quindi qual è il problema?
Mah, ditemi voi. Se l'insegnante A resta fermo nella sua aula A, e l'insegnante B nella sua aula B, cosa succede nei corridoi compresi tra A e B? Esatto, un sacco di ragazzi di tutte le classi liberamente in giro. Capite che ci sono le premesse per cominciare anche noi a scrivere film e serie in cui ci si accoltella sui pianerottoli, è finalmente un gap con la scuola anglosassone che stiamo per colmare, vi immagino entusiasti, e poi tra vent'anni da tutto questo bullismo chissà che geni incompresi verranno fuori, che Spielberg, che Watterson, finalmente.
12 marzo: Beato Rutilio Grande Garcia (1928-1977), sacerdote salvadoregno.
(Non c'entra nulla, ma stamattina dovrebbe esserci un pezzo mio sul Manifesto, magari interessa).
| https://www.jesuits.global/it/2019/02/01/tributo-a-rutilio-grande-sj/ |
| Pedro Gross con il busto dedicato a Padre Rutilio |
| Monumento a Romero e Grande, El Paisnal |
E forse confondiamo anche stavolta effetti e cause: Trump potrebbe essere impazzito perché è troppo potente, ma potrebbe anche essere diventato così potente proprio perché è un povero pazzo; chi altro avrebbe potuto intestarsi con disinvoltura strappi in politica estera e interna inimmaginabili dal 1945. Può darsi che la democrazia ceda alla follia quando non sa più risolvere le sue contraddizioni, o uscire dalle situazioni in cui si è cacciata. Una di queste, al netto dei retroscena che ognuno racconta come più gli garba, è l'Ucraina: una situazione che si è ingarbugliata molto prima del 2022, degli accordi di Minsk e di Euromaiden. Storicamente, i democratici rappresentanti dell'Occidente hanno ritenuto che l'Ucraina fosse scalabile; che messo alle strette, Putin avrebbe dovuto cedere, o che un suo eventuale bluff sarebbe stata la sua fine politica. Possiamo discutere lungamente su chi abbia più di altri abbia commesso questo errore (Obama? Angela Merkel?) Quello che a questo punto dobbiamo accettare è che un errore di valutazione c'è stato. Non solo, ma dobbiamo anche riconoscere che non lo pagherà chi lo ha commesso, bensì gli ucraini e, meno pesantemente, gli europei. La retorica democratica crolla di schianto e ci accorgiamo che oltre a "un invasore e un invaso" c'erano venditori di armi che ci speculavano, venditori di gas che dalla fine dei due Nord Stream hanno tratto un immediato vantaggio, compratori di terre rare che stanno per chiudere un buon affare, ecc. Tutto questo, i cultori della democrazia potrebbero trovarlo osceno, ma possono consolarsi: la democrazia è sospesa, al suo posto c'è un pazzo che fa un po' quel che gli pare.
In Palestina, una situazione molto diversa: ma anche lì, dopo aver coccolato per decenni un regime basato sulla segregazione religiosa (e razziale); dopo averlo visto diventare sempre più violento e meno incline ai compromessi, a un certo punto ti scoppia il bubbone, ti ritrovi un genocidio sulla riva del Mediterraneo e cosa fai? Accetti le tue responsabilità? No, perché nel frattempo tu, democrazia occidentale, hai pensato bene di suicidarti. Non fai neanche le primarie del partito democratico; alle elezioni candidi il nonno in carriola e quando diventa chiaro che la carriola ha delle difficoltà lo sostituisci con una vice la cui impopolarità era abbastanza nota; siccome Trump aveva già vinto contro una donna wasp, ci mandi una donna neanche wasp, perché vuoi proprio essere sicuro di perdere. La responsabilità se la prenderà un povero pazzo, anzi una squadra di pazzi un po' nerd incapaci di notare le differenze tra realtà e simulazioni AI, che magari riusciranno a confondere i sionisti eludendo le loro richieste con proposte ancora più folli. È una teoria.
Rimane sempre sul tavolo l'ipotesi che con Trump e Musk il capitale abbia raggiunto il punto di accumulazione dopo del quale la realtà semplicemente collassa: i cittadini contemplano interdetti ma non possono farci niente perché il capitale ha già da tempo attirato a sé non solo gli strumenti del consenso, ma anche le infrastrutture della comunicazione: nonché esercito e finanza, per cui non si vede proprio come uscire da quello che ormai è un buco nero. Ma probabilmente è un'ipotesi troppo pessimistica: voglio dire, tiranni impazziti ne abbiamo avuti sempre, e in un qualche modo ne siamo sempre usciti; probabilmente anche Svetonio era convinto di vivere negli ultimi giorni dell'umanità, tutti sono convinti di questa cosa, e prima o poi qualcuno ci beccherà. Sarebbe molto buffo che quel qualcuno fossi io.
Qualche sforzo in tal senso in effetti c'è stato, perché in fondo ci sono motivi seri per occupare la Groenlandia – e anche il Canada alla fine cos'è, se non una curiosità storica. Quanto alla rivierizzazione di Gaza, beh, almeno Trump ha il privilegio di abolire l'ipocrisia: Gaza non è più abitabile, e gli israeliani non hanno le risorse per renderla tale. A essere più precisi non avevano nemmeno le risorse per distruggerla come l'hanno distrutta: tali risorse sono state generosamente fornite dagli americani, per cui a valle di tutta la retorica sionista e biblica, se lì ci sono delle spiagge interessanti (e dei giacimenti interessanti), prima o poi gli americani li reclameranno. A Netanyahu evidentemente la cosa non piace; del resto a nessuno statista piace quando gli americani gli ricordano che è semplicemente un maggiordomo – e non importa quante donne e bambini abbia sepolto negli scantinati, e quanto si sia divertito a macellare gli innocenti: sempre un maggiordomo resta. Da canto loro, gli americani hanno sempre quell'annoso problema con la sindrome di onnipotenza, che li ha condotti a guerre senza fine e senza senso: Trump, meno apparentemente bellicoso di molti altri presidenti, ne sembra comunque la massima incarnazione. Probabilmente l'uomo è davvero convinto che due milioni di persone si possano deportare facilmente in un posto migliore. Altri uomini prima di lui erano altrettanto convinti di cose del genere. Purtroppo ora i loro nomi si trovano in pagine di Storia dedicate ai genocidi, ma davvero, la buona fede c'era e non dubito che anche Trump ne abbia.
Così, un mese dopo il Secondo Avvento di Trump, non ho resistito e sono andato a rileggermi Gli idioti in marcia. Non ne vado fiero. Ma magari è successo anche a voi. O più probabilmente non conoscete Gli idioti in marcia – che viceversa in certe sottoculture è un testo famosissimo, oltre che un modo di dire. Per fortuna si tratta di una lacuna che si può colmare in venti minuti; Gli idioti in marcia (The Marching Morons) è infatti un raccontino di fantascienza di Cyril M. Kornbluth. Se proprio non volete leggerlo on line, potete trovarlo nel tredicesimo volume della splendida raccolta I grandi racconti della fantascienza, che per me ormai è un testo sacro: nello stesso volume ci sono cose anche più belle e rilevanti, come Null-P, che spiegava il berlusconismo nel 1951; Sentinella di Clarke (Kubrik ci fece un filmetto), Un secchio d'aria di Leiber, insomma se dovete leggere un solo libro di fantascienza nella vostra vita, forse è quello giusto. Tutta l'antologia è curata da Isaac Asimov, il quale nella breve introduzione al racconto ci avvisava già negli anni '80 che "marching morons" in inglese stava diventando un termine colloquiale, molto spesso usato per commentare le notizie di cronaca. In effetti "idioti in marcia" si può applicare quasi a tutto quello che si legge negli ultimi giorni: aa Meloni spia i giornalisti ma si dimentica di pagare l'app di spionaggio? Marching morons. Si fa beccare mentre promette letame su uno scrittore famoso internazionalmente per la lotta alla camorra? Marching morons. Gli industriali italiani si fanno abbindolare da un tizio che si presenta come il ministro Crosetto e gli propone di trasferire fondi su un conto all'estero – per motivi umanitari, per carità? Marching morons. Ma insomma chi sono questi marching morons?
Nel lontano 1951 Kornbluth aveva già notato che le persone intelligenti tendono a riprodursi meno dei "morons". Da giovane nerd frustrato, la cosa lo convinceva di vivere in un mondo di idioti; da bravo scrittore di fantascienza riteneva giusto scrivere un romanzo per esplorare un'ipotesi: questa tendenza, nel lungo termine non renderà l'intelligenza un gene recessivo? Chi non ha ancora letto il racconto potrebbe comunque aver familiarizzato col problema grazie al film Idiocracy, che ne riprendeva l'assunto. Gli autori del film però non potevano seguire Kornbluth fino in fondo, perché l'autore non si limitava a immaginare un mondo futuro popolato di idioti, ma proponeva anche una soluzione – decisamente genocidaria. Parliamo del resto di un ventottenne newyorkese di origine askenazita che si era conquistato una medaglia di bronzo sulle Ardenne. I genocidi per lui non erano pagine di Storia studiate a scuola, ma episodi a cui aveva assistito e nei quali si sentiva coinvolto. In effetti l'altro suo racconto memorabile, Two Dooms, nasce dall'esigenza esistenziale di giustificare il progetto Manhattan: per spiegare ai suoi lettori e a sé stesso che gli americani dovevano sviluppare la Bomba, Kornbluth si immagina cosa sarebbe successo se i nazisti, in un rush finale, fossero riusciti a svilupparla prima di loro. È forse la prima ucronia del genere, dieci anni prima della Svastica sul sole e non è affatto indenne da una serie di pregiudizi di stampo coloniale che oggi troviamo più difficile distinguere dal razzismo dei nazisti che Kornbluth aveva combattuto non solo a parole. Ma anche The Marching Morons, a guardarlo da una certa distanza, rivela una concezione eugenetica che era la stessa da cui partivano i nazisti. I genetisti tedeschi temevano che i matrimoni misti disperdessero la "razza ariana"; Kornbluth era convinto che l'"intelligenza" fosse un analogo fattore genetico a rischio dispersione. Sia i nazisti sia Kornbluth non arrivano al genocidio immediatamente, ma a un certo punto è la logica dei loro ragionamenti a tirarsi da sola le conclusioni e condurli lì, dove stanno arrivando Netanyahu e Trump; non c'è niente da fare, se concedi che determinate persone abbiano un fattore genetico più prezioso, dovrai isolarli e trovare per loro un Lebensraum dove possano crescere e moltiplicarsi indisturbati; chi è di intralcio a questa operazione dovrà essere messo da parte, possibilmente in modo indolore, anzi sarebbe fantastico se potessero andarsene volentieri, in un luogo dove fossero felici (per quanto possano essere felici gli individui inferiori; pensiamo a certi acquari con la conchiglia e il castelletto).(Continua)
Otto anni fa può darsi che il piano A di Musk fosse davvero andare su Marte; dopodiché magari la realtà ha presentato il conto. Così come fino a qualche anno fa Zuckerberg era convinto che ci avrebbe portati tutti nella realtà virtuale: un altro pianeta che alla fine non si è rivelato accessibile. In ogni caso fino a qualche tempo fa questi erano progetti più interessanti che prendere il potere a Washington. Oggi no. Oggi sia Zuck sia Musk forse stanno picchiando la testa contro limiti strutturali: ad esempio la Tesla più di tanto non è competitiva e non lo sarà ancora per un pezzo, il che può portare anche il più turboliberista a lobbizzare Washington e a chiedere un po' di sano protezionismo contro l'elettronica cinese. Nel frattempo Musk si è ritrovato proprietario di Twitter, e non sapremo mai se è stato un capriccio, un tranello o la fase di un diabolico piano; ma a quel punto ha dovuto accettare anche lui la grande verità scomoda che con Twitter non si faranno mai i soldi – e in generale nessun social network è mai riuscito a trovare un modello di business che non conduca a un rapido immerdamento.
Alla fine il capitalismo non è che possa fingersi diverso da quello che è: anche chi accumula con le migliori intenzioni si ritrova molto presto incastrato in meccanismi padronali, e non è neanche detto che Musk fosse partito con le migliori intenzioni. Siccome Marte non è terraformabile, le auto elettriche non salveranno il mondo, il metaverso non funziona e anche le AI cominciano a sembrare una bolla, non resta che darsi alla politica, che in effetti era un po' la Cenerentola, uno spazio che interessava sempre meno gente, popolato da personaggi facilmente rilevabili da chi in questi anni ha fatto i soldi veri. Musk li ha fatti, magari più con le crypto che lanciando razzi, vendendo automobili e inserzioni su X. Ma alla fine quando hai tanta liquidità, hai un problema di liquidità. Trump non è mai sembrato l'investimento più sicuro, ma a un certo punto non devono esserci più state molte alternative a comprarselo, e quindi Washington e il mondo – sempre in mancanza di meglio.
Insomma, e sintetizzando: è come se Musk si fosse messo a giocare a Risiko perché si è accorto che Monopoli è un gioco di merda.
Per me la democrazia finisce con Kamala Harris, che più di altre figure si è prestata a interpretare il ruolo di chi cede il potere perché avrebbe troppa paura di usarlo. Lo cede a un conclamato golpista già condannato per aver falsificato documenti, il che è vergognoso; ma d'altra parte se non lo cedesse dovrebbe richiedere l'uso della forza contro un conclamato golpista già condannato per aver falsificato documenti, e non ne ha evidentemente il coraggio. Una democrazia seria, e preoccupata della sua sopravvivenza, avrebbe identificato in Trump una minaccia almeno dal 6 gennaio 2020; e invece per tutto questo tempo la minaccia è stata lasciata in pace, forse nell'illusione che qualche processo penale avrebbe potuto alienargli la base e i finanziatori: uno dei tanti calcoli sballati dello staff di Biden. Quindi la democrazia finisce così? Perché non ha avuto il coraggio di difendersi?
Noi italiani conosciamo il dilemma meglio di altri. Anni fa, Alberto Asor Rosa fu pubblicamente deriso per aver obiettato a quei politici, veramente poco avveduti, che continuavano a ripetere di voler e poter sconfiggere Berlusconi nelle urne (con che risorse? con che giornali? con che televisioni?): poiché lo stesso Berlusconi aveva già dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio di truccare la competizione elettorale, disponendo dei media ben oltre i termini di legge (che modificava a suo piacimento nei periodi in cui era al governo), poiché era evidente quanto il suo conflitto d'interessi fosse una minaccia alla democrazia, Berlusconi andava arrestato dalla forza pubblica, che anche a questo dovrebbe servire. Asor Rosa era molto ingenuo, ma secondo me aveva ragione, e Trump andrebbe arrestato. Qualcuno da fuori potrebbe considerarlo un colpo di Stato, ebbene esistono situazioni di emergenza in cui lo Stato deve difendersi da minacce concrete. Qualcuno all'interno potrebbe insorgere: è il rischio da correre. Se Trump deve trionfare, che almeno questo succeda perché i suoi sostenitori sono disposti a morire per lui. Se la democrazia deve cedere il passo, che almeno faccia resistenza. Armata. Quella che Kamala Harris non consentirebbe mai: suppongo che tra Trump e una guerra civile, lei veda in Trump il male minore. Neanche esattamente un male. Il suo partito continuerà a interpretare il ruolo dell'opposizione parlamentare, istituzionale, pacata, inutile; e a emarginare il dissenso a sinistra. Inoltre l'amministrazione Biden si era infilata in due gineprai così complicati – l'Ucraina e Gaza – che dev'essere un sollievo per i Democratici lasciare ai trumpiani la responsabilità di uscirne.
Forse qua sopra ho commesso un errore simile, attribuendo ai Democratici di Kamala Harris lo stesso ruolo tremebondo di re Vittorio, che avrebbe ceduto la nazione non perché tutto sommato gli conveniva, ma per paura. Come se non ci fossero interessi ben più potenti delle nostre paure. I democratici si sono arresi perché il Capitale aveva scelto Trump, e contro il Capitale non avevano nessuna intenzione di combattere. Vincere contro Trump avrebbe significato interpretare le necessità di gruppi sociali che vogliono un welfare state come ce l'hanno gli stati normali; che non capiscono la necessità apocalittica di sostenere Israele in un'operazione di pulizia etnica; che sanno di non poter vivere ancora di idrocarburi per un'altra generazione. Non ho idea di quanto queste istanze siano diffuse nel popolo americano (che per lo più non vota); ma di sicuro non erano istanze che i Democratici potevano difendere. Il loro programma era un blando capitalismo dal volto umano, ma per l'umanità c'è sempre meno mercato. La democrazia è una società aperta: si dovrebbe difendere mantenendo il pluralismo, combattendo chi sparge paure e ci specula sopra. Non è mai stato chiarito se sia compatibile col capitalismo: forse no, non a lungo perlomeno. In Italia è stata sconfitta vent'anni fa da Berlusconi; negli Usa forse oggi.
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| Lei è Cristiana Dell'Anna. |
Frequento una scuola cattolica, e per qualche motivo l'Arcidiocesi di cui facciamo parte ha deciso che era assolutamente necessario che noi vedessimo questo film, per cui ha prenotato un casino ("a shit ton") di cinema per più scolaresche. A quanto pare, tutto questo è stato pagato da una ricca famiglia cattolica che voleva davvero che andassimo a vedere il film, e in più sembra che dietro a tutto questo ci sia anche Angel Studios, la compagnia che lo ha prodotto. Penso che abbia a che fare con il fatto che vogliono che i loro investitori credano che questo tipo di film abbia successo, quindi immagino che forzare un sacco di scuole cattoliche a portare i loro studenti al cinema aiuti in questo senso. Onestamente, non sono sicuro di come funzioni tutto ciò, è solo quello che ho sentito da varie fonti. (La seconda "più popolare" recensione di Cabrini su Letterboxd).
Malgrado questo e altri sforzi distributivi, Cabrini è stato un fiasco al botteghino. Un po' mi dispiace, anche se trovavo inquietante l'idea che il regista del film più cospirazionista degli ultimi anni avesse deciso di dedicare un biopic alla patrona degli emigranti italiani (e dei migranti in generale). Diciamo che se avesse avuto un successo paragonabile a quello di A Sound of Freedom, avrebbe fatto notizia anche in Italia, dove Santa Francesca Cabrini è tuttora un'illustre semisconosciuta. A quel punto magari il film sarebbe stato distribuito seriamente anche da noi, e non soltanto qua e là per tre miseri giorni d'ottobre. E forse sarei riuscito a vederlo, ehm, legalmente, scoprendo se si tratta di un buon film o di una puttanata intercontinentale; perché se le recensioni americane sono migliori di quanto ci si aspetterebbe, bisogna sempre ricordare che per loro un film agiografico è una novità, probabilmente non conoscono Luigi Magni e potrebbero essersi anche dimenticati di Zeffirelli o Liliana Cavani. Ma soprattutto non si sono fatti gli ossi con le fiction di Lux Vide. Così magari approfittando del film avrei finalmente trovato l'ispirazione per il pezzo su Santa Francesca Saverio che ogni tanto qualcuno mi chiede di scrivere (una frase, mi rendo conto, molto blog-anni-zero: però davvero, in tanti anni, due o tre persone me l'hanno chiesto. Un numero infinitamente superiore a quelli che mi hanno preteso un pezzo su San Michea).
E invece no. La santa dei migranti (che è anche la prima santa statunitense) ha dimostrato nell'occasione di non avere lo stesso appeal della cospirazione pedofila di Sound of Freedom, della mitomania del veterano di American Sniper, o del Gesù splatter di Passion of the Christ. Evoco questi tre titoli perché erano probabilmente i tre argomenti che rendevano plausibile la sfida produttiva di Cabrini; film che hanno avuto uno spaventoso successo ai botteghini proprio perché pensati per un pubblico diverso, al di fuori dei circuiti abituali della distribuzione; gente che al cinema non ci va mai, al punto che in certi casi la distribuzione deve affittare le corriere, come se si trattasse di un pellegrinaggio – ecco, questi film sono paragonabili a pellegrinaggi postmoderni, e se i primi tre erano rivolti soprattutto a un pubblico bianco e protestante, Cabrini guardava appunto al bacino inesplorato delle comunità cattoliche. Alcune scuole, come si legge sopra, devono aver risposto all'appello: ma non è stato sufficiente
Per quanto riguarda le mie impressioni su questo film, era tutto sommato accettabile. Hanno stipato tutta la mia classe in una sala, quindi mi aspettavo fosse un caos, ma a parte un ragazzo che ha portato un altoparlante e ha suonato dei suoni divertenti di tanto in tanto, non è andata male. Non penso che Cabrini fosse brutto, ma non mi ha colpito particolarmente. Ha chiaramente un messaggio importante da trasmettere, ma nella pratica non risulta così. Inoltre, qualsiasi film che devo vedere per scuola automaticamente mi rende meno interessato, purtroppo.
Francesca Saverio è un personaggio enorme. Ancora prima di sbarcare in America, e non aveva quarant'anni, aveva già combinato abbastanza per passare alla Storia, almeno come fondatrice del primo ordine femminile missionario. L'idea fissa intorno a cui girava sin da bambina era la conquista cristiana della Cina, proprio come l'inquieto gesuita da cui aveva preso il nome. Il vescovo di Piacenza la dirotta verso New York, dove sbarca la prima volta nel 1889, in un momento in cui le prime ondate di immigrati dall'Italia sono confinate al livello più infimo della catena alimentare, guardati con diffidenza anche dalla diocesi cattolica, saldamente in mano alla comunità irlandese. Nel giro di pochi anni Francesca riesce ad accreditarsi come il volto umano della comunità. Dietro all'apparenza ascetica conferitale dalla tubercolosi c'è una grande lavoratrice e organizzatrice. Se gli italiani vedono in lei un'emissaria della carità, gli anglosassoni ne ammirano le capacità imprenditoriali: credo sia l'unica santa di cui si racconta che sia morta alla scrivania, come un vero businessman (eppure morì di malaria, una malattia così italiana ai tempi). Il film in effetti è stato finanziato, tra l'altro, da un milionario della Pennsylvania, J. Eustace Wolfington, che considera la Cabrini la sua grande ispiratrice: non certo in quanto suora, ma in quanto imprenditrice. "Volevano farne una favola, ma io dovevo realizzare un film migliore. Dovevo catturare chi era lei davvero, una donna che non accettava un 'no' come risposta, neanche dal papa, né dall'arcivescovo, né dal sindaco di New York o dal presidente del senato in Italia. Non c'era bisogno di mostrarla mentre predicava e pregava, perché la sua vita è il vero sermone". Ecco, questo mi interessava del film: capire se l'ideologia degli investitori protestanti era riuscita a snaturare la vita di una missionaria cattolica con una spiccata vocazione assistenziale.
Se ogni santo somiglia a un precedente e a un successivo, Francesca Cabrini ha tutte le carte per essere considerata il precedente ottocentesco di Teresa di Calcutta: una piccola donna di fragile salute, che davanti a un continente intero di sofferenza non si perde d'animo e comincia a colonizzarlo fondando conventi su conventi, diventando un personaggio mitico e santificato già in vita.
Si tratta di un precedente molto più epico e avventuroso perché alla fine per Teresa i poveri della terra erano a portata di aeroplano, mentre la Cabrini per raggiungerli in America dovette attraversare l'oceano in transatlantico una ventina di volte, attraversare le Ande a dorso di mulo, ecc. E se il culto di Teresa si è sviluppato in un secolo scettico, davanti a osservatori disposti a mettere in discussione le sue imprese, nel caso di Francesca Cabrini, e in generale di tutti i santi/benefattori ottocenteschi, è veramente difficile riuscire a filtrare qualcosa di oggettivo da tutti i resoconti biografici che per partito preso non potevano parlarne che bene. Quel che sembra di capire è che con la Cabrini la Chiesa cattolica accetta finalmente che le donne possono fare le missionarie, muoversi in un mondo da evangelizzare senza perdere la rispettabilità; magari un po' tardi rispetto a una società in evoluzione, ma giusto in tempo per assumere un ruolo fondamentale nella società delle nuove metropoli americane, dove il Welfare State è perlopiù demandato alla beneficenza dei ricchi, al buon cuore dei pochi che ce l'hanno fatta e non si dimenticano della miseria su cui poggiano le proprie radici. Servono intermediari affidabili tra milionari e poveracci, gente al di sopra di ogni sospetto in grado di percepire donazioni e lasciti e ridistribuirli in modo efficace: le suore missionarie del Sacro Cuore svolgono questa funzione necessaria e diventano un punto di riferimento di tutte le comunità italoamericane. Ai poveri parlano in italiano, ma sono disponibili a insegnare ai loro figli l'inglese. Morta nel 1917, viene beatificata quasi subito ed entra nel calendario già nel 1946: e siccome nel 1909 aveva ottenuto la cittadinanza USA, è anche la prima santa statunitense.
Non è difficile capire perché una santa italiana così importante in America non abbia mai 'forato' qui in patria; la sua leggenda dal 1889 in poi attraversa una delle pagine più imbarazzanti della nostra Storia: quella in cui i migranti eravamo noi, brutti, sporchi e criminali. Oggi la Cabrini viaggerebbe sulle navi che Salvini ordinava di speronare. Ma perché uso il condizionale. Oggi la Cabrini viaggia sulle navi che Salvini ordina di non soccorrere.
– Come ogni bisestile al Ponte dei Morti eccoci qui, a pregare gli dei che non ci mandino altri quattro anni di sventura. Non tanto gli dei, quanto gli elettori statunitensi, i quali però sono altrettanto capricciosi e quasi onnipotenti, per cui in effetti che differenza fa? I nostri nipoti ci giudicheranno molto diversi dai popolani che aspettavano nel Rinascimento la fumata bianca, o nel medioevo che le campane squillassero a festa perché era nato un re? La razionalità è molto sopravvalutata, questa è la lezione che tiriamo dagli ultimi due secoli di Storia, che forse per coincidenza sono stati due secoli molto americani. È veramente assurdo pensare che il destino della terra dipenda dall'umore di un allevatore della Pennsylvania; veramente assurdo ma assolutamente vero, da cui la domanda: com'è possibile che sia andata a finire così? O è stato sempre così, salvo che non ci era ancora chiaro (per cui dovremmo quanto meno salutare lo svelamento)? O in realtà non è affatto così, le elezioni USA non essendo che una bizzarra e sempre più grottesca liturgia, al termine della quale le decisioni verranno prese sempre dallo stesso deep state – che però non ne azzecca una comunque? Non ne ho la minima idea.
– Non ho neanche la minima idea di chi vincerà stavolta l'ennesimo round tra il Male e il Meno Peggio, e a proposito: trovo incredibile, complottisticamente incredibile, che di quadriennio in quadriennio le elezioni diventino sempre più contese e incerte – voglio dire, quante probabilità dovrebbero esserci che l'ago della bilancia debba sempre sospendersi al centro esatto? È come se nel caos crescente gli elettori USA tendessero invece a un equilibrio che in qualsiasi altra elezione avrebbe un senso; e invece duecento anni fa hanno deciso che avrebbero eletto una carica monocratica e niente, non li smuovi, sono sicuri di avere il sistema migliore al mondo e chi li può contraddire. È un sistema che carica su un solo uomo una quantità di potere crescente e intollerabile, una spada di Damocle che farebbe impazzire anche chi non avesse i problemi geriatrici di un Trump; o forse i problemi di un Trump (e di un Biden) sono quello che li immunizza dalla tensione che avrebbe ucciso chiunque altro al loro posto. O forse la tensione li ha già uccisi dentro: vuoi vedere che la demenza senile sia una malattia professionale.
– Kamala Harris invece è viva, ma questo fa di lei una candidata credibile? Lo è diventata senza nemmeno disputare delle primarie che probabilmente avrebbe perso. Con lei, fanno otto anni che i Democratici non riescono a esprimere un leader carismatico; nemmeno quando il competitor è un pagliaccio. Del resto da un leader carismatico ci si aspetterebbe che fosse in grado di cambiare le cose, e questo forse è il pensiero che sta paralizzando la mente democratica: l'idea che prima o poi le cose debbano cambiare, e che tocchi a loro cambiarle. Affrontare la crisi climatica, con i mutamenti drastici che porterà nei comparti industriali ed energetici? Accettare l'emergere di nuove potenze economiche più che militari (ma anche militari), non necessariamente rivali, ma che da qui in poi non consentiranno più agli USA di assumersi quel ruolo di gendarme mondiale che Bush Primo si caricò sulle spalle e che Biden non riesce a scrollarsi? Mettere almeno una pezza ai buchi che Biden ha fatto ovunque? A differenza del suo boss, Kamala Harris conserva le risorse intellettive necessarie a rendersi conto che l'amministrazione che rappresenta è responsabile di un genocidio in Palestina e di una guerra su larga scala in Europa. Trump ha almeno la scusa di non capire cosa succede dove e perché – dopodiché, tra un demente e un criminale immagino che il criminale sia la scelta più razionale: d'altro canto, guarda dove ci ha portato tutto questo raziocinio. Probabilmente se fossi cittadino USA alla fine voterei comunque per la Harris, per il semplice motivo che me lo chiede Bernie Sanders. Se mi sforzo, qualche motivo per preferirla a Trump lo trovo. La deriva ormai esplicitamente nazista di tanti sostenitori di quest'ultimo; il rischio (ormai concretizzato) di una Corte Suprema blindata a destra nei decenni a venire; l'idea che il tizio possa mettersi a improvvisare sul fronte di quella che tra Ucraina e Iran sembra sempre più una guerra mondiale: certo che alla fine sceglierei la Harris. Ma con la consapevolezza di dover scegliere il genocida più efficiente, quello che sporcherà meno.
– L'amministrazione democratica, ci dicono, ha ottenuto grandi risultati per quanto riguarda l'economia. Ci fa tanto piacere; nel frattempo i giovani ucraini sono decimati, la Germania è in stato confusionale, la Corea del Nord combatte per la prima volta su un fronte europeo, i talebani hanno vietato la diffusione della voce femminile (sì, anche il ritorno dei talebani a Kabul è responsabilità dell'amministrazione Biden), i turchi fanno quel che gli pare in Kurdistan e d'altro canto che gli vuoi dire, nel mentre che Israele bombarda al tappeto Gaza e Palestina e dichiara guerra alle Nazioni Unite? Però l'economia tira, ebbene, magari c'era modo di farla tirare senza precipitare il mondo in questa catastrofe. Tutto questo, duole dirlo, è successo nei quattro anni di Biden e sarebbe successo anche senza la parentesi di Trump – stava a Biden tentare un riavvicinamento all'Iran che avrebbe allentato la tensione in Medio Oriente, e non l'ha fatto. Stava a Biden sbloccare la questione palestinese, ma siamo onesti: nemmeno Obama ci aveva provato, cosa avrebbe potuto fare il vecchietto? Stava a Biden evitare che il ritiro dall'Afganistan diventasse una rotta, e non l'ha evitato. Stava a Biden evitare che la tensione in Donbass degenerasse in guerra aperta, ed eccoci qui. Nemmeno Nixon presenta ai posteri un conto tanto sanguinoso, o almeno bisogna ammettere che i massacri perpetrati in America Latina durante l'amministrazione Nixon almeno portavano vantaggi concreti; laddove è veramente difficile capire quali vantaggi strategici siano arrivati a Washington dalla guerra in Ucraina o dal genocidio palestinese. Non dico che siano guerre perse, non è affatto detto che alla fine non le vinceranno: ma sono guerre terribilmente stupide. Potrebbe averle davvero prese un anziano in stato confusionale, o comunque una classe dirigente anziana, abbandonata alla sua inerzia.
– Otto anni fa Trump era ancora considerato un outsider rispetto al ventre molle del Partito Repubblicano; oggi né è il volto più presentabile (il meno peggio!), e la sua stramberia può essere recepita dagli elettori come rassicurante: il ricordo di quattro anni in cui tutto sembrava più semplice. Nel frattempo l'emergenza climatica comincerà a presentare il conto, il che metterà a seria prova la tenuta di tutte le democrazie – non solo gli USA. Ne abbiamo avuto un timidissimo assaggio durante il covid, per cui se vogliamo farci un'idea di come reagirà alla crisi un'eventuale amministrazione Trump2, dobbiamo ricordare come reagì nei mesi del covid. Grosso modo, come tutti i governi occidentali; con qualche lentezza, senza troppo rivendicare le sospensioni delle libertà individuali, ma la paventata fuga nella Negazione non ci fu. Il mondo non è un romanzo di David Foster Wallace, anche se le somiglianze sono innegabili. È chiaro che al suo posto preferirei un presidente che metta al primo punto all'ordine del giorno la fine della dipendenza dagli idrocarburi, ma è anche chiaro che Kamala Harris non è quella presidente.
– Una postilla su Elon Musk, che abbiamo canzonato per quattro anni perché si era comprato quella sola di Twitter, e adesso magari ci vince le elezioni. Può darsi che il capitalismo, nella sua accelerazione, abbia già raggiunto la velocità di fuga dalla realtà, per cui passeremo gli ultimi anni prima dell'estinzione di massa a finanziare missioni su Marte a un bambinone bianco un po' sudafricano. Se andrà così, non potremo dire di non essercene accorti in tempo. Avevamo tutti gli strumenti per frenare in corsa, tranne forse la volontà. Non siamo quel tipo di specie che frena, anche quando i segnali sono chiarissimi. Le formiche forse avrebbero fatto di meglio; forse faranno di meglio. Di noi magari non resterà che qualche razzetto inutile in un posto dove nessuno potrà respirare per trovarlo.
Fino a tutto il marzo di quest'anno potevamo ancora essere convinti che:
– I giornalisti avessero ogni diritto di documentare quello che avviene in un teatro di guerra.
– I volontari delle ONG che portano aiuti nelle zone di guerra – col consenso delle forze belligeranti – fossero tutelati, prima ancora che da qualche codicillo internazionale, da un principio di buon senso e di umanità.
– I messaggeri fossero sacri. Lo sono da millenni; è un principio che nell'era contemporanea è stato formalizzato nella definizione di immunità diplomatica. Gli ambasciatori risiedono in sedi extraterritoriali che anche nelle fasi più cruente di una guerra o di un bombardamento non sono mai stati obiettivi militari.
Poi è arrivato il primo aprile, Netanyahu ha annunciato che Al Jazeera non avrà più diritto di operare in Israele (e nei territori che Israele evidentemente occupa), nel mentre che l'esercito israeliano bombardava una sede diplomatica iraniana a Damasco e prendeva di mira, uccidendoli, sette cooperatori internazionali a cui aveva dato il permesso di circolare nella Striscia di Gaza. E a questa organizzazione che prende di mira i giornalisti, prende di mira i cooperatori internazionali, prende di mira i diplomatici, e non lo nega, anzi ormai lo rivendica come suo specifico diritto, noi cosa diremo? La accuseremo di terrorismo, visto che ci terrorizza? La pregheremo di non proseguire quello che un tribunale internazionale ha più volte in questi mesi definito un genocidio? Nel frattempo l'amministrazione Biden le venderà qualche altro jet di guerra di ultima generazione; armi forse un po' esagerate finché l'obiettivo è desertificare la Striscia; ma la speranza ormai evidente è che scoppi presto una guerra diretta con l'Iran; del resto se bombardi un'ambasciata non è che serva un esperto decifratore di messaggi.All these headlines are from the same day pic.twitter.com/rq1qj8sG5P
— Wyatt Reed (@wyattreed13) April 2, 2024
A un certo punto cominciammo a pensare che poteva anche funzionare come spettacolo. Dall'altra parte del mondo eleggevano la persona più importante del mondo: chi fosse riuscito a stare sveglio di più sarebbe stato il primo a scoprirlo. Per i giornalisti, soprattutto, era molto eccitante: per noi spettatori molto meno, ma ci lasciavamo contagiare dal loro entusiasmo.
Col tempo iniziammo a far caso alla liturgia, e come succede sempre ai neofiti non è che riuscissimo sempre a distinguere cos'era accessorio e cos'era fondamentale: per esempio a un certo punto della nottata capitava che il candidato che stava perdendo convocasse una conferenza stampa e riconoscesse pubblicamente la sconfitta: il cosiddetto "concession speech". La cosa aveva un senso più cerimoniale che effettivo: i voti comunque si contavano fino alla fine, e almeno una volta successe pure che un candidato che aveva concesso la vittoria convocasse un'altra conferenza stampa per rimangiarsela, perché i conteggi andavano per la lunga e anzi valeva la pena chiedere i riconteggi. Però questa cosa del "concession speech" ci rimase, chissà perché. Forse perché siamo mediamente italiani progressisti, ovvero votati alla sconfitta fin da piccoli: e il fatto che un candidato la potesse riconoscere con un bel discorso ci affascinava. Questo malgrado il meccanismo reale fosse molto più complesso, se non proprio farraginoso, con passaggi intermedi ancora ottocenteschi (i Grandi Elettori...)
A un certo punto, come accade sempre con le cose americane, ci si è messo di mezzo il cinema o la tv, coi suoi presidenti molto più veri del vero, i discorsi meglio scritti, gli applausi e i violini ai momenti giusti eccetera, e questo ha fatto colpo su molti di noi molto più di quanto lo ammettessimo. Il confronto con la nostra imperfetta democrazia parlamentare, coi suoi ritmi sonnacchiosi e mediocri, non ammetteva appello. In molti dei più impressionabili tra noi si creò ben presto una convinzione: loro non erano solo la democrazia più vecchia del mondo (e le Province Unite?); erano anche la migliore. Ed erano la migliore non perché fossero i migliori a raccontarsela, come pure Hollywood dimostrava, ma perché... la notte delle elezioni, loro conoscevano già il Vincitore. A un certo punto della nottata, ci spiegavano, il candidato che ne stava prendendo troppe gettava la spugna, faceva un bel discorso, l'arbitro alzava il braccio dell'altro contendente, applausi. Guarda che ti sei sbagliato, rispondevamo, guarda che quella sera hai visto un match di boxe: e anche in quel caso non dovresti crederci troppo, c'è sempre una buona parte di spettacolo, a coprire gli aspetti più crudi. Tutto vano, ormai la carovana dei presidenzialisti italiani era partita, attirata da un miraggio televisivo, verso un deserto di imboscate, colpi bassi e referendum. L'America in cui volevano arrivare somigliava più a una puntata di West Wing con tutti gli attori impeccabili e competenti. Laggiù conoscono il vincitore nella notte delle elezioni, dicevano! E parlavano di un Paese in cui conteggi e riconteggi possono durare settimane, tanto che da sempre le elezioni avvengono tre mesi prima dell'insediamento effettivo. Già le elezioni del 2000 avevano dimostrato quanto importante fosse la Corte Suprema; ma forse pensavamo che un senso di decenza non esplicitato in nessuna Carta Costituzionale avrebbe trattenuto un presidente uscente dal blindarla in suo favore.
Tante cose pensavamo impossibili, che ora si sono avverate. Per esempio stasera abbiamo un candidato che a un certo punto della nottata potrebbe dire che ha vinto anche se non è vero. Uno scenario che Sorkin non aveva previsto, il che ci lascia tutti un po' sgomenti a fissare il vuoto. In un qualche modo sembra che lo Spettacolo abbia preso il sopravvento – una conferenza stampa avrebbe il potere di invalidare scrutini ancora in corso. Il consiglio migliore è sempre quello di andare a letto non troppo tardi: tanto domattina mezz'ora dopo la sveglia ne saprete già quanto quelli che hanno fatto la maratona. Io ovviamente spero che perda Trump, anche se non sono del tutto sicuro che sia la cosa migliore per me in quanto cittadino europeo. In un certo senso il suo primo mandato non poteva dimostrare meglio un vecchio assioma in cui non ho mai smesso di credere, ovvero che l'aggressività esterna sia un modo per scaricare un'energia interiore che altrimenti ci dilanierebbe: credo valga per molte persone e anche per interi popoli. Trump ha ridotto in modo spettacolare l'interventismo delle forze armate USA (senza smettere di finanziarle), e il risultato è un Paese che appare più dilaniato che mai. A questo punto, cosa dovrei desiderare? Quattro anni di tregua con Biden, o lasciare che certi nodi sociali vengano al pettine? Non lo so. Per fortuna non dipende da me. Tra un po' vado a letto e spero di prender sonno. Ho già tanti pensieri, immagino anche voi.