mercoledì 30 dicembre 2020

Una cosa imbarazzante sul mio vaccinismo

Ovviamente si parla molto di vaccini, ovviamente ognuno ha opinioni molto nette e le squadre a questo punto sono fatte già da un po', ad esempio io non posso che essere un vaccinista. E in effetti da che io mi ricordi mi sono sempre vaccinato, e ho sempre ostentato con fierezza la cicatrice dell'antivaiolo (sì, sono così vecchio). Appena ho avuto prole sono subito corso a vaccinarla, non contentandomi delle dosi obbligatorie ma aggiungendo anche le facoltative perché alla fine una meningite non è uno scherzo.


Negli anni nulla sembra avere scalfito la mia fede nei vaccini: nemmeno un ciclo di sottocutanee che da ragazzino mi gonfiavano l'avambraccio in stile Popeye e che evidentemente non mi hanno protetto dalle crisi allergiche (o se l'hanno fatto beh, evidentemente ero molto allergico prima). Avendo avuto l'opportunità, nella vita, di studiacchiare un po', so che l'obbligo vaccinale è sempre stato un problema eminentente politico, sin dai tempi in cui i rivoluzionari lo introducevano e i restauratori lo abolivano. So persino che la diffidenza nei confronti del vaccino non è una novità postmoderna, ma ha una lunga storia (qui dettagliata mirabilmente da Erik Boni). 

Sono abbastanza sicuro che i vaccini oggi funzionino, ma anche se non ne fossi sicuro sarei vaccinista lo stesso, tanto l'opzione vaccinista si adatta alle mie idee politiche. Quel che mi piace veramente dei vaccini non è nemmeno che siano un'alternativa a basso costo ai farmaci, ma il modo in cui mettono spalle al muro i liberali libertari e tutto il loro supposto libertinismo. Il fatto che il vaccino funzioni soltanto se lo fanno tutti costringe la massa a farsi gregge e getta onta su chi non vuole starci. Niente salvezza individuale: o ce la facciamo tutti, o non ce la fa nessuno. Oltre a debellare il Covid, abbiamo l'opportunità di stroncare finalmente il calvinismo, che tanti più danni ha fatto all'umanità e all'ambiente. Il fatto che l'obbligo vaccinale incontri le resistenze di molti supposti populisti non mi scandalizza affatto, anzi mi dà l'opportunità di riconoscere in controluce l'individualismo che coprono con le patacche dell'ideologia del momento. Le fake news che si inventano (i microchip, il 5G, la trasformazione dell'individuo in un automa) non sono che rigurgiti del loro inconscio e li osservo da distanza con un certo piacere mentre sussurro verrete assimilati. La resistenza è inutile. Insomma sono un vaccinista, ben fiero d'esserlo, e lo sono sempre stato, da che io mi ricordi.

Perché mi ricordo male.

Potrei dire che a questo serve avere un blog, ma a chi? Ce l'ho soltanto io un blog da vent'anni, un album in cui invece di fotoritratti imbarazzanti ci sono tutte le idee che ho avuto, talvolta un po' più imbarazzanti. Ed ecco, se vado a cercare cosa pensavo dell'obbligo vaccinale nel mio lungo passato, tutta questa foga vaccinista non risulta. Di vaccini non ho quasi mai scritto – del resto non è mica obbligatorio avere un'opinione su tutto, nevvero? Evidentemente sui vaccini non l'avevo. Poi a un certo punto è successo qualcosa, non soltanto a me – è stato come se il dibattito pubblico si fosse all'improvviso polarizzato, costringendomi a scegliere tra due sole opzioni: proVax o noVax. Il blog mi consente anche di capire più o meno quand'è successa questa cosa: nel 2014. Pochissimo tempo fa, tutto sommato. L'evento scatenante: la procura di Trani stava indagando su due casi in cui l'antimorbillo aveva causato autismo e diabete, almeno secondo i genitori denuncianti. Ma in controluce, nel 2014 ciò che mi spaventava veramente era il grillismo. Per quanto io possa raccontarmi una storia più lunga e complessa, il momento in cui sono diventato vaccinista è il momento in cui ho visto un partito noVax vincere le elezioni. Mi domando a quanti sia successa la stessa cosa, e se in tanti casi come questi la nostra legittima curiosità per le idee più estreme (il complottismo a base di microchip e 5G) non ci faccia perdere la bussola: è persino probabile che Grillo e il suo movimento abbiano contribuito a ingrandire molto più le fila dei vaccinisti che quelle dei noVax, semplicemente polarizzando un grande centro moderato che fino a quel momento sulla questione non aveva idee precise, e forse senza Grillo non le avrebbe mai avute (lo stesso Grillo in seguito mostrò di aver capito questa cosa, mantenendo sull'argomento una posizione abbastanza moderata). 

Che prima del 2013/14 io facessi parte di un centro moderato senza idee precise lo dimostra almeno un pezzo del 2008 in cui dei vaccini si parla soltanto soltanto di striscio: l'obiettivo polemico era il sensazionalismo dei telegiornali, che al tempo mi sembrava sempre più schizofrenico, diviso com'era dalle necessità di allertare lo spettatore e di offrirgli una rassicurazione immediata. Non so nemmeno di che virus si parlasse ai tempi: forse l'aviaria. Chissà come avrei reagito se fosse diventata pandemica davvero. Chissà come l'avremmo presa tutti, al tempo, senza servizi streaming e coi social network ancora in stato embrionale. Suppongo che avrei bloggato un sacco. Meglio così.


Veniamo alle buone notizie. E' da un po' che vi parliamo della nuova influenza, ebbene, pare che non ci sia nulla da temere, infatti l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato che si tratterà di un'ORRIBILE PANDEMIA. Moriranno appena MIGLIAIA DI PERSONE VACCINIAMOCI TUTTI SUBITO, VACCINIAMOCI PRESTO COSA FAI LI' VECCHIETTO, CORRI A VACCINARTI. Insomma, l'allarme è praticamente PANDEMIA! rientrato. PANDEMIA! Basta così, i nostri 40 secondi di pilloline ve li abbiamo fatti vedere, speriamo sia passato un PANDEMIA! messaggio rassicurante.

giovedì 24 dicembre 2020

La Messa che non era a Mezzanotte

(Questo è un pezzo per il Post. La prima parte l'avevo già scritta qui qualche mese fa, la seconda su The Vision qualche anno fa, del resto è Natale, anzi buon Natale a tutti!) 

Nel 1576 i milanesi non fecero la messa di Natale. Eppure la peste sembrava non colpire forte come due mesi prima: certo il conteggio dei contagiati e dei morti doveva essere più difficile di adesso, ma a metà dicembre il Tribunale di Sanità aveva la netta sensazione che i numeri stessero calando. Insomma il lockdown imposto a fine ottobre sembrava aver funzionato. Ciononostante i membri del Tribunale – che dopo la fuga delle autorità spagnole erano di fatto i reggitori della città – decisero che non era il caso di abbassare la guardia, e comunicarono la decisione all'arcivescovo. La quarantena sarebbe proseguita "fin che si vedesse ben nettata tutta la Città da peste, con consenso pure del Cardinale". Il vescovo era il cardinale Carlo Borromeo, uno dei protagonisti della Controriforma. Non proprio un personaggio conciliante: in tante altre situazioni lo ritroviamo ai ferri corti con le autorità civili e municipali, eppure in questo caso le cronache non riportano nessuna esitazione da parte sua. Lasciò solo scritto che gli dispiaceva che i cristiani "ancora fussero impediti di andare alle Chiese", e diede istruzioni affinché i sacerdoti mantenessero un corretto distanziamento mentre visitavano le case dei loro parrocchiani per impartire (dall'esterno) la benedizione, ma anche per monitorare la situazione del contagio e verificare quelle situazioni di disagio economico al quale il Cardinale spesso provvedeva attingendo dal suo patrimonio.

Giambattista Tiepolo 

Qualche anno fa, proprio sul Post, mi è capitato di scrivere un pezzo abbastanza ingiusto su Carlo Borromeo, in cui rimpallavo l'accusa di avere veramente meritato che la "peste di San Carlo" prendesse il suo nome, a causa di quelle processioni che avrebbero contribuito a diffondere il morbo. Le cose come sempre sono più complesse: è vero, Borromeo ritenne giusto organizzare alcune processioni (cedendo forse a una pressione popolare), ma nell'occasione prese precauzioni che a distanza di quattro secoli facciamo fatica a prendere noi. La processione che portò il Sacro Chiodo in giro per la città il 5 ottobre era composta di soli uomini: donne e minori di 15 anni, che risultavano maggiormente soggetti al contagio, erano già in lockdown domiciliare. Tra un partecipante e l'altro, un distanziamento di tre metri, che considerati i modi spicci dei birri del tempo era probabilmente rispettato (noi oggi a più di un metro di distanza non riusciamo a stare, neanche in coda in farmacia).

Altre direttive del Borromeo ai suoi sottoposti fanno intuire che una rudimentale scienza epidemiologica esistesse già, anche in mancanza di microscopi e del concetto di virus: del resto la peste era pandemica in Europa da tre secoli, in mezzo a tanti errori i nostri antenati qualcosa l'avevano imparato: qualcosa a cui alcuni di noi ancora non si rassegnano. Carlo visitava i malati come il suo ruolo imponeva, ma si portava una lunga bacchetta per tenerli a distanza: tra una visita e l'altra faceva bollire i vestiti. Altri strumenti, in un mondo senza distillati, erano la spugna d'aceto e le candele su cui passare le mani dopo aver distribuito l'eucarestia: sempre comunque su un piattino d'argento, e fuori dalla chiesa. Carlo era tutto tranne un cardinale illuminato: qualche anno prima pur di bruciare una donna rea di stregoneria aveva avuto un contenzioso con l'Inquisizione, che chiedeva almeno un processo. Persino Carlo sapeva quand'era ora di chiudere le chiese, e che oltre a sperare in Dio bisognava stare in casa il più possibile. Il lockdown sarebbe durato fino a febbraio. Tutto sommato un successo, se si confronta per esempio il numero pur ingente di vittime (17000) con quello per esempio di Venezia (70000).

La peste di Carlo mi è tornata in mente in questi giorni, ovviamente, man mano che su social e quotidiani cominciava a comparire il nuovo episodio del Complotto contro il Natale. Si tratta di un format ormai caratteristico della stagione, sostanzialmente mutuato dagli USA, dove ha un nome più aggressivo (War on Christmas). Ma la sostanza è sempre quella: appena le radio cominciano a programmare i brani natalizi, e i negozi a illuminarsi di addobbi, ecco che scopriamo che c'è qualche cattivo in giro che ha intenzione di rubarci il Natale. Esatto, è la trama del Grinch. Nel ruolo che fu di Jim Carrey si alternano i fanatici del politically correct che vorrebbero togliere "Christmas" dalle cartoline d'auguri perché contiene "Christ", o nella versione italiana un fantomatico consorzio di genitori islamici che impedirebbe alle scuole italiane di allestire il presepe. La cosa era talmente rituale che vi ha trovato posto persino un imam  che sul più bello ogni anno dichiara ai media che i musulmani non hanno niente contro il presepe. Perché il bello della guerra contro il Natale è che alla fine il Natale vince sempre, come si conviene del resto alla festa del Sole Vincitore. I suoi nemici – il grinch, il krampus, l'imam – non servono che a ribadirne i trionfi. Era insomma inevitabile che il ruolo del grinch quest'anno spettasse all'entità che ci ha rovinato anche il resto dell'anno: il Covid19.

Il problema è che a differenza delle altre minacce, il Covid ha il grossissimo inconveniente di esistere davvero. Così trovarsi a pranzo coi parenti quest'anno sarà davvero più difficile, il che risulta alla maggior parte di noi meno tollerabile di quanto cinema e letteratura sull'argomento lasciassero pensare. E la messa non si celebrerà più a mezzanotte, il che ha destato lo scandalo di molti ferventi giornalisti d'area conservatrice – ignari probabilmente che al Vaticano quella messa la celebrano alle 22 da anni, e che ad anticipare la funzione religiosa è stato proprio il papa più compianto dai tradizionalisti, Benedetto XVI, al secolo Joseph Ratzinger – probabilmente temeva che gli cadesse una palpebra in diretta tv, del resto chi l'ha detto che Gesù sia nato alle 0:00? (se è per questo, non c'è molto consenso nemmeno sulla data).

La Messa di mezzanotte è uno dei tanti elementi di una tradizione che crediamo immutabile e che invece si modifica continuamente: come i dolci da forno tipici, che arrivano nella maggior parte delle tavole italiane soltanto nel dopoguerra, o l'iconografia di Babbo Natale che deve tantissimo alle campagne pubblicitarie di una nota bibita gassata. L'idea che nei secoli scorsi gli italiani celebrassero la nascita di Gesù nel cuore della notte è smentita da un fatto semplice: fino a metà dell'Ottocento i campanili italiani suonavano la mezzanotte mezz'ora dopo il tramonto.

venerdì 18 dicembre 2020

A scuola il virus c'è, non rompete

La scorsa settimana mi è capitato di aprire un portone della mia scuola e di ritrovarmi all'improvviso investito da un flusso di studenti che aspettava di uscire – evidentemente nell'imminenza della campanella si erano premuti contro l'ingresso, come bollicine di uno spumante molto agitato. Il giorno dopo uno studente di quella classe è risultato positivo: due giorni dopo la classe è rimasta a casa, in attesa di tampone. Quando dico "classe" intendo ovviamente il gruppo degli studenti: gli insegnanti non sono rimasti a casa, e stanno tuttora facendo lezioni in altre classi (tra cui una che due giorni dopo è stata chiusa per lo stesso motivo). Però la scuola è sicura, eh? Si saranno senz'altro contagiati a casa, al limite nel parchetto.

Dopo tre mesi di scuola in presenza con la mascherina, credo di avere il diritto di esprimere una certa stanchezza: non certo delle lezioni – valgono comunque la pena – ma del sovrappiù di stress che la situazione comporta. Io e i miei colleghi della scuola media lavoriamo con ragazzi potenzialmente contagiosi come gli adulti e i ragazzi più grandi, quelli che a scuola non ci vanno più. Noi continuiamo ad andarci e a chiedere ai nostri studenti, ogni giorno, di mantenere un distanziamento e una serie di precauzioni che anche i più ragionevoli non riescono più a capire (figuriamoci quelli che sputano sulla lavagna per cancellare): che senso avrebbe tenere un metro di distanza in corridoio, se poi fuori ormai la gente si abbraccia? Non siamo ormai fuori pericolo, non stanno diminuendo i morti – che poi tanto si sa sono soltanto vecchi e improduttivi? Tutto questo proprio nel momento in cui il virus colpisce esattamente le nostre scuole: la consegna è affermare che il contagio deve essere avvenuto fuori, perché la scuola è sicura. 


Io posso anche capire che ci siano motivi sociali ed economici per cui è meglio che la scuola media resti aperta – anche se questo significa maggiori rischi per me e per i miei famigliari. Capisco questi motivi, li rispetto: credo che la scuola sia il luogo educativo per eccellenza, indispensabile a una società che voglia veramente dirsi equa e democratica, e allo stesso tempo so benissimo che si tratta anche di un indispensabile parcheggio per i minorenni e non mi ha mai dato fastidio concepirla in questo modo (ho anch'io minorenni da parcheggiare). Posso persino capire l'ipocrisia, è tutta una vita che capisco l'ipocrisia, per cui non solo ci tocca tenere aperto tutte le mattine un hub del virus, ma dobbiamo anche cercare di non spaventare genitori e colleghi, dobbiamo anche raccontare e raccontarci che la scuola non è un luogo così rischioso, mica come gli autobus. Quel che mi domando è fino a che punto questa ipocrisia sia necessaria e oltre quale livello non diventi controproducente: perché se dici alla gente che la scuola è un luogo sicuro, poi non puoi lamentarti che la gente ti creda e abbassi le mascherine sotto la punta del naso – tanto è un luogo sicuro, no? No, maledizione, quella è una storia che raccontiamo a tua madre per farla dormire tranquilla, e anche lei probabilmente ci crede giusto quanto basta a prender sonno, non un grammo di più, onde per cui sii bravo e indossa quella maschera come è giusto indossarla in un luogo chiuso in cui i virus si comportano esattamente come in ogni altro luogo chiuso al mondo. 

Non c'è nessun campo di forze antivirus a scuola, anche se in un qualche modo abbiamo deciso di fingere che c'è. Magari lo avete letto sul giornale, ecco, appunto: il solo fatto che lo abbiate letto su un giornale italiano ormai dovrebbe farvi rizzare le antenne. L'altro giorno sull'homepage del Corriere c'erano ben due titoli che dicevano che la scuola è sicura – si vede che un titolo solo non ci avrebbe confortato abbastanza. Ne ho cliccato uno soltanto, portava a un breve intervento di un esperto che è una delle cose più contorte che ho letto in vita mia: sia per i dati portati a sostegno della sua tesi, sia per il modo in cui ha scelto di esprimersi.

Il dubbio è venuto a molti. La riapertura delle scuole ha contribuito a diffondere il virus? Naturalmente il dubbio non va inteso nel senso che l’ambiente scolastico sia particolarmente adatto al contagio, nonostante la media di oltre 20 studenti per classe e nonostante le promiscuità, le scarse difese, le disattenzioni, le inadeguatezze strutturali dei plessi scolastici.
Si può anzi ritenere, dopo gli sforzi fatti la scorsa estate dal ministero, dai direttori didattici e da tutto il personale, che l’ambiente scolastico resti non più rischioso di altri.

Io la persona che ha scritto questa cosa me lo immagino con la pistola puntata alla tempia, come lo speaker russo dell'Aereo più pazzo del mondo sempre più pazzo. Grazie agli sforzi fatti dal ministero, l'ambiente scolastico non è diventato persino più rischioso... Ci sta sfottendo, è così? Non escludo che la sintassi involuta non celi un messaggio in codice, e che leggendo soltanto alcune iniziali sia possibile ricostruire le coordinate della cella in cui lo hanno rinchiuso, nutrendolo con dati statistici a caso. Lo "studio" che riporta è risibile, per quel poco che è dato di capire: si trattava di dimostrare che non c'è correlazione tra incidenza di studenti sulla popolazione regionale e numero di contagi. Una sciocchezza del genere, di fronte a un virus che ha colpito le regioni in modo molto diseguale, e che nella maggior parte dei contagiati in età scolare non lascia tracce (il che non significa, ripetiamolo per l'ennesima volta, che non possano avere contagiato altre persone). Una cosa così imbarazzante sull'homepage di quello che dovrebbe essere il più prestigioso organo d'informazione italiano, per fortuna che basta scrollare un po' sotto e si arriva alle foto di Beatrice Borromeo e Carolina coi capelli bianchi! Nel frattempo escono paper, niente che possa interessare ai giornalisti italiani: qui per esempio c'è uno studio sulle scuole di Reggio Emilia, vi traduco le conclusioni: La trasmissione del virus all'interno delle scuole è avvenuta in un numero non irrilevante di casi, in particolare nella fascia di età dai 10 ai 18 anni, ovvero alle scuole medie inferiori e superiori. Il che tra l'altro non stupisce: lo sappiamo già da un po' che dai 10-12 anni poi i ragazzi sono potenzialmente contagiosi tanto quanto gli adulti. 

Questo invece è stato pubblicato su Science, ma cosa vuoi poi che ne sappiano.

Lo sanno benissimo anche ministri e presidenti di regione, che le scuole superiori le hanno chiuse abbastanza presto: e che anche nelle medie inferiori, appena si registra uno studente positivo, chiudono la classe intera in attesa di tampone – se davvero la scuola fosse protetta da questo misterioso campo di forza, non ce ne sarebbe bisogno. Il motivo per cui le medie restano aperte ha più a vedere con l'ordine pubblico che con le evidenze epidemiologiche. È lo stesso motivo per cui ci è stato consentito di rilassarci un po' quest'estate (il che ha consentito a tanta gente di mantenere una tenuta psicologica) e addirittura di andare per negozi a Natale, benché questo comporti un aumento sicuro dei contagi e dei morti. 

Questa cosa io l'ho capita: mi piacerebbe però che la capisse più gente. Che gli insegnanti, che in questa fase stanno rischiando un po' di più di altri professionisti, si potessero almeno risparmiare il consueto tiro al piccione, gli strali di chi non si capacita del fatto che quest'anno si facciano i ponti come in qualsiasi altro anno scolastico, di chi sta già proponendo di tenerci a scuola fino a luglio e tutte le altre sciocchezze che a fine 2020 sono persino meno divertenti del solito. Per cinque-sei mattine a settimana vi teniamo i figli, li costringiamo a tenere una mascherina e cerchiamo di evitare che si ammucchino e si azzuffino, il che risulta difficile persino alla maggior parte di voi genitori. Almeno non rompete i coglioni, grazie, e buone Feste. 

mercoledì 16 dicembre 2020

L'incredibile storia di un piccolo film (in acque internazionali)



Quasi all'inizio dell'Incredibile storia dell'isola delle rose Giorgio e Gabriella, due ragazzi freschi di laurea a un tavolo di osteria si scambiano pareri e informazioni, saltando da un argomento all'altro senza perdere il filo. Lui è determinato ma irrequieto, lei più pratica e nervosa. Chissà se gli sceneggiatori si rendevano conto, mentre lo scrivevano, di avere in mente l'inarrivabile sequenza iniziale di The Social Network – un pezzo di cinema parlato che da dieci anni credo tormenti le coscienze di chiunque cerchi di fare lo stesso mestiere. Nel film di Fincher il dialogo serrato tra i due giovani studenti a un tavolino è il preludio alla catastrofe sociale che porterà la matricola Mark Zuckerberg a ideare Facebook; nel film italiano il dialogo prosegue su una buffa automobile-prototipo e conduce comunque il personaggio maschile di gaffe in gaffe verso un'analoga catastrofe: di fronte al rifiuto della ragazza, che oltre a essere giovane e bella rappresenta il principio di Realtà, il neoingegnere Giorgio promette solennemente che si costruirà un mondo su misura. 


Potremmo anche finirla così: l'Incredibile storia è un film un po' deludente perché non è The Social Network, grazie tante. Bologna non è Harvard, Fincher e Sorkin avevano a disposizione un personaggio che ha plasmato la realtà in cui viviamo, e se è azzardato immaginare che gli sia successo proprio perché una ragazza al bar lo aveva mollato male, è comunque probabile che lo abbia plasmato a misura delle sue ossessioni, delle sue angosce sociali. Sydney Sibilia e i suoi collaboratori invece avevano a disposizione Giorgio Rosa, un brillante ingegnere che più che plasmare la realtà voleva farsene una per i fatti suoi. Ovvero? Una piattaforma di 100 mq fuori dalle acque territoriali italiane, dove non pagare le tasse. Tutto qui. Per dire che voleva cambiare il mondo – che voleva anche solo provarci – serve una faccia tosta che i personaggi del film cercano più volte di abbozzare, ma ecco: fanno fatica pure loro. Toccherà proprio alla dottoressa-Realtà, più tardi nel film, far notare una cosa già evidente agli spettatori: questa non è un'utopia, è una discoteca. 


Chiunque da studente abbia provato a costruirsi una piccola realtà, un circolo o un centro sociale, conosce bene l'obiezione e la sensazione. L'utopia ti porta a condividere idee ed emozioni, a incontrare un gruppetto di sodali con i quali magari si riesce anche a combinare qualcosa, qualcosa che da un inavvertibile momento in poi diventa sempre più simile a un bar. La cultura, la libertà, senz'altro, ma alla fine tutto si traduce fatalmente in consumo. Chi critica Sibilia per aver trasformato un quarantenne con trascorsi repubblichini nel solito sessantottino copre soltanto una metà del fenomeno: il Sessantotto di Sibilia è un oggetto di scena, ormai depauperato da qualsiasi nostalgia, ripreso da altri prodotti che hanno avuto successo internazionale (La meglio gioventù) e rimesso a nuovo perché da un punto di vista narrativo funziona sempre, come una volta funzionava il far west o il proibizionismo dei gangster: lo spettatore sa già cosa aspettarsi, democristiani oscurantisti e impomatati e giovani coi blue jeans che ballano il geke ge'. Il fatto che più che di parlare di rivoluzione abbiano voglia di ballare e bere drink discutibili graffia lo spettatore come il pizzicotto di qualcuno che cerca di svegliarti: altro che '68, è di noi che si parla. 

Il Giorgio Rosa del film non è un libertario quarantenne e nemmeno un sognatore in blue jeans: è il solito laureato frustrato su cui Sibilia ha già imbastito la trilogia di Smetto quando voglio. Il protagonista dei suoi film è un personaggio maschile, un po' disadattato ma irresistibilmente simpatico: non tutto quello che fa ha un senso, ma Sibilia vuole farci tifare per lui, e in generale per i suoi film, per le sue bande scalcagnate che tentano l'impossibile impresa di mimare il cinema d'azione in un contesto che non lo consente. C'è sempre nel suo cinema una tentazione di buttarla sul cartone animato, che ispira sequenze esilaranti: la sua migliore continua a essere l'inseguimento al treno in Smetto 2: una parodia di action movie che in realtà vorrebbe fare sul serio, e un po' ci riesce, ma col treno prudentemente rallentato ai cinquanta km orari, e tante gag comiche a scongiurare che qualcuno prenda troppo la cosa sul serio.




Il tempo però passa per tutti – tranne per il Giorgio Rosa del film – e il pubblico di laureati e cervelli in fuga che si riconosceva nei film di Sibilia ormai ne ha 40, quel momento nella vita in cui ti rendi conto che non puoi più cavartela facendo il simpatico. Non sei più simpatico, non puoi più limitarti a fare il verso agli adulti: l'adulto sei tu, e neanche da ieri. L'Incredibile storia arriva su Netflix proprio nel momento in cui questo quarantenne collettivo è macerato da un dissidio interiore: attaccare l'ordine costituito perché costringe i cittadini a stare in casa, o criticarlo perché non fa abbastanza per salvarli dal virus? Irridere le ordinanze che ti impongono la mascherina anche all'aperto, o prendertela con chi quell'ordinanza non la sta facendo rispettare? A un quarantenne medio sospeso in quest'angoscia, Netflix somministra la parabola di un anarcoide che non capisce a cosa servano le targhe, i documenti, le tasse, i governi – no, non assomiglia a un sessantottino più che a un novax o a un redneck devoto a Trump; la sua incapacità di scendere a patti con la realtà è tale che lo spettatore rischia veramente non dico di simpatizzare coi cattivi democristiani, ma di capire il loro punto di vista, che poi è quello ragionevole che avremmo noi se un evasore decidesse di piantare una piattaforma nelle acque internazionali a scopo contrabbando. Se prenderla a cannonate sembra davvero un gesto eccessivo, dettato più dall'esigenza di sfoggiare un budget insolito per un film italiano, comunque non si capisce alla fine perché dovremmo tifare per Giorgio e la sua banda di scalcagnati impresari abusivi e negrieri alcolizzati. 

Altri modelli inconfessati
e inarrivabili.
Forse la chiave è questa: non dovremmo tifare per loro, così come quando guardiamo The Social Network non tifiamo per Zuckerberg. Giorgio è un disadattato, i suoi sodali maschi sono confusi e moralmente inani. Si salvano le donne, proprio come in Smetto quando voglio ambasciatrici del Pianeta Realtà, il che le costringe quasi sempre ad atteggiamenti antipatici, riscattati dal fatto che alla fine ai loro pazzi uomini non smettono di voler bene – ovvero tutto questo senso pratico alla fine è solo una manfrina, ma se un ragazzo costruisce una piattaforma per te sotto sotto sai che il suo cuore gli appartiene di diritto. Ovviamente The Social Network non finisce così. Forse all'inizio anche Giorgio doveva essere un personaggio più ambiguo, sospinto all'utopia da motivazioni e ossessioni più complesse: ma il tono per raccontare una storia più ambigua e meno simpatica, Sibilia non lo ha trovato. Gli è restato un finale di film per dirci che comunque dobbiamo volergli bene, perché anche se non ha ancora capito come fare un film alla Fincher (o anche solo alla Richard Curtis), almeno lui ci sta provando, e in Italia questo deve bastarci: chi altri ci sta provando? Mica in tanti. Non c'è riuscito? Era quasi impossibile riuscirci; magari sarà per la prossima volta. Glielo auguro, perché alla fine continuo a tifare per lui. Ma ecco, io di solito tifo per le squadre simpatiche e scalcagnate che ce la mettono tutta. Non per quelle che vincono.  

lunedì 7 dicembre 2020

Lennon voleva vivere. Ci stava riuscendo.

I posteri si domanderanno se John Lennon abbia veramente posato i piedi sulla nostra stessa terra. Dopotutto Edipo è un mito; Buddha e Gesù Cristo sono personaggi più leggendari che storici; ma un figlio di un marinaio nato sotto i bombardamenti, squartato emotivamente da un padre che lo vuole in Nuova Zelanda e una madre che lo affida alla sorella; cresciuto da donne, poi orfano; ragazzo terribile in pantaloni attillati; giovane padre, chitarrista cantante e compositore pop, idolo delle teenager e del suo manager omosessuale; tossicomane, poi artista concettuale, leader pacifista sotto inchiesta federale, poeta maledetto, avvistatore di Ufo, rockstar in congedo permanente, morto per mano di un fan? Nessun mitografo o evangelista o romanziere postmoderno sarebbe riuscito a inventarsi un personaggio così. Eppure, alla fine era soprattutto un ragazzo che diceva quel che provava, come noi evitiamo di fare il più delle volte perché proviamo cose orribili o anche solo imbarazzanti... (Da Getting Better, un libro sulle canzoni dei Beatles che i lettori del Post hanno potuto osservare mentre si stava scrivendo).





8 dicembre: John Lennon, musicista, profeta e martire

Buongiorno a tutti, mi chiamo Leonardo e sono l'orgoglioso titolare di un blog sul Post in cui tratto i santi del calendario come se fossero rockstar e le rockstar come se fossero santi del calendario. Nell'imminenza del quarantennale dell'omicidio assurdo che ha concluso la storia dei Beatles, posso esimermi dallo scrivere un pezzo in cui definisco John Lennon un martire, una figura addirittura cristologica, il divo che muore per i peccati dei babyboomer? Ho anche un libro in uscita, tengo famiglia, eccetera. E allora perché esito? Cosa mi trattiene? È complicato.

O forse no. C'è che fino a un certo punto era abbastanza facile incasellare i morti illustri del rock, geni vittima della loro sregolatezza. Quasi sempre si tratta di droga, per cui il coccodrillo si scrive da solo: ha voluto vivere troppo intensamente, la candela più grande brucia più rapidamente ecc. ecc. Con Lennon questo appiglio non c'è. Di sostanze fu un appassionato sperimentatore, ma oltre a essere spesso tra i primi a farne uso, fu anche tra i primi a lasciarsene alle spalle. Di vivere intensamente gli era capitato per qualche anno e aveva capito abbastanza presto che non gli piaceva. Il che non significa che la sua morte sia più assurda di altre. È anzi molto facile darle un senso. Ma è più o meno il senso che voleva dargli il suo assassino. È possibile scrivere dell'omicidio di Lennon senza tributare un omaggio a quell'individuo, che alla fine voleva semplicemente scribacchiare il suo nome sul Libro del Novecento, a costo di farlo col sangue, e c'è riuscito?

Riguardando al passato di Lennon, la sua fine tragica non stupisce, sembra quasi ineluttabile: a stupire è la lentezza con cui si compie. Quindici anni prima, davanti a una giornalista che lo era andato a trovare nel suo villino fuori Londra, il ventenne all'apice della fama si era lasciato sfuggire che i Beatles stavano diventando più popolari di Gesù Cristo. Era quel classico tipo di battuta lennoniana, paradossale ma non troppo, che i lettori inglesi ormai si aspettavano da lui: in patria passò quasi inosservata. Quando qualche settimana fu ripresa dalla stampa americana, causò uno di quei fenomeni che oggi chiamiamo shitstorm, e che sì, scoppiavano anche nei beati giorni pre-social network. Negli USA la battuta doveva suonare tanto più insopportabile quanto nascondeva un germe di verità: anche nelle comunità rurali il cristianesimo stava declinando, soppiantato da un consumismo globalizzato di cui Lennon e colleghi erano i profeti più rassicuranti e subdoli. Il consumismo avrebbe unificato l'occidente, gettando radici anche in alcuni Paesi dell'estremo oriente dove Cristo non era mai attecchito. Lennon aveva detto una verità, improvvisando: forse non diversamente da Gesù di Nazareth quando aveva annunciato la distruzione del Tempio: e come Gesù, per aver detto la verità, doveva morire.

Una foto dei Beatles viene bruciata per protestare contro John Lennon che nel marzo del 1966 aveva detto alla rivista Evening Standard che i Beatles erano più famosi di Gesù. Alcune radio degli Stati Uniti si rifiutarono di passare la loro musica e vennero organizzati piccoli falò dei loro dischi e delle loro foto, come questo fatto da Chuck Smith, un ragazzino di 13 anni, a Fort Oglethorpe, in Georgia, il 12 agosto del 1966.

Come capita quasi sempre in questi casi, l'indignazione collettiva nasconde uno choc culturale: Lennon, che a quel punto vendeva molti più dischi in America che in Europa, credeva forse attraverso il r'n'r di aver capito la cultura americana, ma ne ignorava alcuni tabù. Scherzare su Gesù Cristo era concesso in Inghilterra: non nell'America profonda, dove furono segnalati roghi dei dischi dei Beatles. Malgrado le scuse pubbliche, recitate da un John sinceramente contrito, il tour americano si trasformò un incubo logistico: è il momento in cui il fanatismo suscitato dai Quattro svela il suo lato minaccioso. Brian Epstein si accorge che garantire la sicurezza dei Quattro in un'America ancora più armata di quella di oggi è praticamente impossibile. Prima o poi era scritto che un fan più scoppiato o deluso degli altri avrebbe estratto una pistola. Cosa che inevitabilmente successe: e se non fu subito ma ben quindici anni più tardi, fu soltanto per l'insospettabile testardaggine con cui Lennon scelse di sopravvivere, ogni volta che gli fu possibile scegliere tra diventare un mito e restare tra i vivi.

Due anni dopo, un Lennon già molto diverso, consumatore ormai abituale di LSD, ha un'illuminazione e la confessa immediatamente al vecchio amico Pete Shotton. "Penso di essere Gesù Cristo. No, aspetta, sono Gesù Cristo". All'inizio Pete crede a uno scherzo, ma Lennon è serio. Ha già calcolato mentalmente quanto gli resta da vivere: se Cristo è morto a 33 anni... "Mi uccideranno, sai? Ma ho ancora quattro anni, quindi devo fare cose". Lo stesso giorno convoca i colleghi a una riunione di emergenza. "Sono Gesù Cristo", avverte. "Sono tornato. Questo è quanto". Nessuno è molto sorpreso. "Va bene", risponde Ringo sospirando (o sbadigliando?) "Riunione aggiornata, andiamo a pranzo". Quella sera, per una delle coincidenze incredibili della sua biografia, Lennon invita Yoko Ono a casa sua. Si frequentavano già, ma quella notte è diversa. La passano a urlare: registrano Two Virgins. Non si lasceranno praticamente più.  


Come il Cristo dell'Ultima tentazione di Scorsese, che quando la croce è già allestita dice no, e si rifà una vita con Maria Maddalena: dopo aver flirtato con l'autodistruzione (e introdotto sin dal 1964 un argomento tabù come la morte nei testi di un gruppo pop da classifica), quando il destino comincia a bussare Lennon fa tutto quello che gli è consentito per eluderlo. Quando i concerti diventano troppo rischiosi, Lennon smette di farli. Il sodalizio affettivo e artistico con Yoko Ono gli consente di distruggere la sua immagine pubblica di beatle, emotivamente insostenibile. Trova asilo a New York, nell'America libertaria che forse si illudeva avrebbe trionfato sul Midwest rurale che lo aveva respinto, in quella palingenesi rivoluzionaria che a fine Sessanta tutti ritenevano imminente. Quando diventa chiaro che la rivoluzione non si fa, Lennon capisce di nuovo di essere troppo esposto (la FBI ha aperto un fascicolo su di lui) e rinuncia anche al suo status di artista rivoluzionario. Si prende, col consenso della moglie, una vacanza dalla vita: è il cosiddetto lost weekend, trascorso a bere e scopare come la rockstar decadente che dopotutto aveva il diritto di essere. Avrebbe potuto restarci secco così: sarebbe stata una fine che tutti avremmo percepito come inevitabile, e invece no; anche stavolta Lennon riesce a fare un passo più lungo. Torna da Yoko, e vive con lei gli anni tranquilli e misteriosi del buen ritiro nel Dakota Building, l'ultima tappa di una lunga fuga cominciata dieci anni prima. A quel punto Lennon non era più una rockstar, né un profeta, né un rivoluzionario, né un artista: forse per la prima volta nella sua vita un uomo libero, un casalingo con un figlio da crescere. Il tragico destino che aspettava il successore di Cristo sembrava essersi allontanato per sempre – e invece era lì, paziente, acquattato all'uscita. Sarebbe stato sufficiente cedere a un richiamo naturale: rimettersi a cantare, incidere un disco, promuoverlo sui giornali e fare tutte le cose banali che i cantanti fanno, come firmare gli autografi, perché dal passato arrivasse questa scheggia impazzita che si portava tutte le frustrazioni accumulate in quindici anni, con una pistola in mano.

   

Con la sua morte, Lennon suggella il mito dei Beatles, la band che col passare degli anni è diventato persino più grande dei gruppi rivali, anche perché non era più possibile nessuna vera reunion che ne appannasse il mito. Era qualcosa che confusamente i fan dei Beatles avevano iniziato a sospettare sin dal 1969, esorcizzando le notizie di una crisi interna con l'elaborazione collettiva di quella assurda leggenda metropolitana che immaginava Paul morto e rimpiazzato. Come se i Quattro fossero troppo legati al momento più felice della loro generazione per permettersi di invecchiare. Metter su famiglia, litigare, mandar fuori dischi inevitabilmente inferiori ai precedenti, invecchiare da comuni mortali: ci hanno comunque provato. Ci ha provato lo stesso Lennon, anche se per lui è sempre stato un po' più difficile che per gli altri. In questi giorni ho cercato di riascoltare Double Fantasy, un disco col quale è sempre difficile confrontarsi. Se da giovane a mettermi in imbarazzo era la nudità vocale di Yoko Ono, la sua spudoratezza (che in fondo aveva anticipato il punk, e nel 1980 non veniva che a reclamare ciò che era suo), ora mi rendo conto quanto sia molto più difficile da accettare la serenità di John, il suo entusiasmo per una nuova fase della vita in cui magari per un po' di tempo gli sarebbe riuscito di essere contemporaneamente un musicista e una persona felice. È un rimpianto che non trova consolazione, almeno per quanto mi riguarda.

mercoledì 2 dicembre 2020

Verso il Giorno di John

Buonasera a tutti, si avvicina l'otto dicembre che come sapete nell'emisfero occidentale segna l'ingresso nella stagione dei Beatles, no, scusate, intendevo nella stagione natalizia, vabbe' dai siamo lì. Quest'anno su questa pagina l'evento sarà vissuto con maggiore intensità, siccome (1) è il quarantesimo anniversario della morte di Lennon – e ancora non l'abbiamo superata, inoltre (2) ho un libro da vendere. Cosa succederà nei prossimi giorni? Tra le altre cose:

Venerdì alle 23:15 su Rai5 dovrei rispondere a un paio di domande su Lennon durante una puntata di Terza Pagina.

Domenica 8 a partire credo dalle 18:30 parteciperò al Lennon Day del circolo culturale Off che dovrebbe essere disponibile in diretta streaming.

Nel frattempo segnalo questa intervista uscita su Sherwood.it, che è proprio il sito on line di Radio Sherwood (quella di Loudd l'avevo già segnalata ma la risegnalo).

Per ora è abbastanza tutto, ma se ci saranno novità non dubitate: sarete tra i primi a saperle.

venerdì 27 novembre 2020

Il Buon Cognome

Io se devo essere sincero Mattia Feltri lo capisco, forse dovrei scrivergli una lettera di solidarietà, qualcosa del tipo, caro direttore Feltri:

probabilmente non mi conosce, sono uno che negli anni Zero aveva un blog, cioè sparava a salve sui giornalisti tesserati, era molto liberatorio. Ovviamente ho sparato tantissimo a suo padre, e negli ultimi anni sto iniziando a sparare a lei. Com'è normale che sia, e spero capisca che non c'è niente di personale. La gente è arrabbiata, la gente vuole sfogarsi ecc.

Se è inevitabile diventare tutti nostro padre, prima o poi, ciò si manifesta in modo ancora più drammatico in certe situazioni feudali come il giornalismo italiano. Ma di chi è la colpa? Certo non sua. Non possiamo scegliere i nostri genitori e non possiamo scegliere il posto in cui veniamo al mondo. Per esempio lei è cresciuto in un ambiente in cui la priorità dei quotidiani non è farsi leggere, ma imbarcare nelle redazioni più parenti ed eredi possibile. Ci sono quotidiani interi che si stampano quasi soltanto per sistemare da qualche parte figli, cugini, fidanzate, tutto un circuito parastatale di libero opinionismo, in attesa che qualche nonno o vecchio zio vada in pensione liberando un posto in un giornale vero; benché sia gente che spesso piuttosto di rinunciare a una colonnina si fa impagliare alla scrivania, con la macchina da scrivere e tutto. Non è il caso di suo padre, sempre molto arzillo, ma diciamocelo che certi fondi che leggiamo sono scritti da gente che è cerebralmente morta dieci, quindici anni fa. 

C'è gente (e non parlo di lei) che non sa letteralmente scrivere, proprio nel senso che non hanno capito ad es. dove vanno le virgole, i punti. Fossero nati figli di postini o architetti, prima o poi sarebbe stato diagnosticato loro un disturbo dell'apprendimento; invece gli è capitato in sorte un cognome, come dire? da giornalisti, e quindi non possono fare altro nella vita che i giornalisti: la punteggiatura si adeguerà. In mezzo a tutto questo, lei è nato Feltri: poi ha anche ottenuto un nome di battesimo, ma è un dettaglio. Giusto o sbagliato che sia, Feltri è il suo cognome, e non è che qualcuno possa offendere il suo cognome in casa sua. In un altro spazio e un altro tempo, forse, diremmo che le testate giornalistiche non sono "case", ma organi che svolgono un servizio d'informazione; e che in una di queste testate dovrebbe essere concesso a "Mattia" Feltri di dimostrare indipendenza di giudizio nei confronti dell'imbarazzante "Vittorio" Feltri, e dalle sciocchezze che scrive. Ma in Italia no, in Italia una testata è un castello. Il signore ti ha lasciato entrare nel suo castello? Il minimo che ci si aspetta è che tu non lo metti in imbarazzo con gli ospiti: che non offendi il suo Buon Cognome. Le cose stanno così e stupisce che ci sia ancora qualcuno che non ha la delicatezza di capirlo. 

Confermo quanto scritto oggi dall’onorevole Boldrini su Facebook: ieri ha mandato uno scritto per HuffPost che conteneva un apprezzamento spiacevole su mio padre Vittorio. Ritengo sia libera di pensare e di scrivere su mio padre quello che vuole, ovunque, persino in Parlamento, luogo pubblico per eccellenza, tranne che sul giornale che dirigo. L’ho chiamata e le ho chiesto la cortesia di omettere il riferimento. Al suo rifiuto e alla sua minaccia, qualora il pezzo fosse stato ritirato, di renderne pubbliche le ragioni, a maggior ragione ho deciso di non pubblicarlo. Al pari di ogni direttore, ho facoltà di decidere che cosa va sul mio giornale e che cosa no. Se questa facoltà viene chiamata censura, non ha più nessun senso avere giornali e direttori.

Oltretutto l’onorevole Boldrini, come altri, su HuffPost cura il suo blog. Quindi è un’ospite. E gli ospiti, in casa d’altri, devono sapere come comportarsi.

Caro direttore Feltri, quando qualche giorno fa l'onorevole Boldrini ha cercato di pubblicare un brano che conteneva una critica a suo padre, ovvero al suo illustre Cognome, lei aveva due possibilità. Mostrare a un vasto pubblico che il feudalesimo è finito se lo vuoi; che a cinquant'anni in Italia si è liberi non dico di criticare il padre, ma di consentire che qualcun altro lo faccia. Insomma aveva la possibilità di reclamarlo, finalmente, questo cognome benedetto; di far girare il messaggio che da qui in poi il vero Feltri è lei: che in giro non c'è più un figlio promettente di tanto padre, ma un padre bollito di tanto figlio. Questa era la prima possibilità, e se si ragiona da un punto di vista commerciale, se si considera il segmento socio-economico e generazionale a cui si rivolge l'Huffington Post Italia, era anche l'unica. Ma lei ha scelto la seconda. 


Lei ha scelto di difendere suo padre, ovvero l'indifendibile, ed è una scelta che contiene tutta la cavalleria di questo mondo. Proprio perché sa in partenza che non c'è nessuna possibilità di difendere un cognome che il suo stesso padre sputtana nelle edicole di tutt'Italia con cadenza plurisettimanale: proprio perché sappiamo tutti che l'unico risultato non sarà parare i colpi, ma prenderli al suo posto. Contro il buon senso, contro la correttezza politica, contro qualsiasi logica che non sembri quella feudale del giornalismo italiano, lei ha scelto di stare con suo padre e io non posso impedirmi di capirla. Se è vero che non scegliamo i nostri padri, possiamo almeno scegliere di amarli e lei lo ha scelto. Direttore Mattia Feltri: potessimo scegliere i nostri padri, io non avrei scelto il suo su un milione; potessimo scegliere i figli, su di lei ci avrei fatto un pensiero.

giovedì 26 novembre 2020

Diego deve morire


Diego Armando Maradona termina la sua carriera calcistica in Italia il 17 marzo 1991, quando risulta positivo all'antidoping  dopo una partita contro il Bari. Qualche mese dopo, ma sembrano secoli, nelle edicole italiane appare Nathan Never, un frullatore bonelliano in cui entrano tutti gli ingredienti della cultura fantascientifica degli anni Settanta-Ottanta. Film, fumetti, serie tv, manga, deve entrarci tutto perché i lettori vogliono trovarci tutto che fa sognare (e che non possono ancora rivedersi su Youtube), e nel giro di un anno ci entra anche Maradona, spudoratamente ritratto nel ruolo del protagonista di una storia (Il campione) che mette insieme Rollerblade, la Cosa dell'altro mondo e chissà cos'altro. 

Maradona ci entra con la sua faccia inconfondibile e il suo carattere difficile (due minuti dopo averlo conosciuto, Legs vuole già menarlo) perché al tempo avvocati e procuratori hanno altro a cui pensare, ma anche perché a quel punto è già una Leggenda, persino nel senso di storia che si può accomodare come pare e piace a chi la racconta, e non può avere che un finale tragico: manca ancora il finale di carriera in Spagna e Argentina, l'assurdo mondiale del '94, eppure in un giornalino a fumetti italiano del '92 è già scritta la sentenza: Diego è un alieno nascosto tra noi mortali e inviso agli Dei, Diego tra vincere e sopravvivere non ha realmente scelta, Diego deve morire. È come se tutto fosse già inevitabile e necessario, persino nei dettagli finali: un collasso cardiocircolatorio, la pena che il destino infligge a chi vuole vivere troppo e troppo in fretta.

domenica 22 novembre 2020

Comprate Getting Better, possibilmente in libreria

Non vi tedierò spesso qui sopra con notizie sul libro: in fondo se venite qui sapete già che esiste, e se vale la pena di comprarlo (vale la pena). Una cosa che avrei dovuto aggiungere subito è che non si tratta del banale copia-incolla dei pezzi pubblicati qui e sul Post l'anno scorso: c'è stato molto editing in mezzo (ringrazio gli editor), tante cose sono state cambiate, quasi sempre in meglio: non tutte le canzoni sono entrate, lo spazio era tiranno. La differenza principale è che malgrado il sottotitolo Le 250 migliori canzoni, ora la trattazione è in ordine cronologico, proprio quell'ordine che non sarei mai riuscito a rispettare mentre scrivevo. Quindi si comincia dalle prime registrazioni, si passa ai primi singoli e album (introdotti da brevi presentazioni inedite), e si va avanti fino alla tragica fine; non voglio dire che è quasi un romanzo ma si può leggere anche così. Io l'ho riletto quattro o cinque volte e ciononostante ho già trovato qualche refuso imbarazzante. Magari più tardi ve li segnalerò, adesso ho un po' di nausea.


Vi scrivo invece per rinnovarvi il consiglio di non acquistare il libro cartaceo su Amazon, quando potete trovarlo in libreria – se non c'è, basta ordinarlo: tanto non c'è fretta, i Beatles ormai quello che dovevano fare l'hanno fatto. Credo che le librerie svolgano un servizio importante e irrinunciabile, soprattutto nei piccoli centri (tanto più in un momento critico come questo), e poi magari se lo ordinate voi ne prendono qualche copia in più e la lasciano a scaffale. Un libro sui Beatles ha di buono che sarà interessante anche per i clienti della stessa libreria tra qualche anno. 

C'è però un altro motivo importante: le copie che ordinate su Amazon potrebbero essere di qualità inferiore. Infatti, come ha notato il sagace Xmau, Amazon, quando non ha il volume in giacenza, se lo stampa per conto proprio. Dunque se avete ordinato il libro presso il loro servizio, può darsi che vi arrivi una copia stampata on demand. Come riconoscerla? Nell'ultima pagina dovrebbe leggersi "Printed by Amazon Italia Logistica" (le copie che ho io invece recano ""Fp design srl per conto di Lit Edizioni". Non sono ancora riuscito a confrontare le due versioni, ma di solito i volumi stampati on demand non sono offset: la qualità ne soffre.

Devo dire che tra i tanti motivi per avere paura di Amazon, questo mi allarma più di altri: capisco che per un piccolo-medio editore sia allettante la possibilità di avere un magazzino per l'e-commerce che si rinnova da solo. Però nel medio termine significa allontanare la possibilità di una ristampa (ovvero un prodotto migliore, con qualche refuso in meno). E nel lungo termine, cosa può succedere? Io scrivo il libro, tu vuoi comprarlo, Amazon lo stampa da solo, tutti felici tranne i librai e... gli editori. Mi sembra un patto col diavolo, insomma. 

Qualcuno obietterà che non si ferma il progresso: indubbiamente, però a questo punto immagino non t'interessi il libro su un gruppo che si è sciolto 50 anni fa. Insomma, che ci fai qui? Non lo sai che hanno dedicato una piazza a Sfera Ebbasta? A Cinisello. Chissà se c'è una libreria.

martedì 17 novembre 2020

Il Covid alla fine del mondo (pagani, apocalittici e messianici).

Stamattina quasi prima di svegliarmi ho trovato il mio contatto più putiniano in assoluto che ripostava i Wu Ming, però non è una cosa così interessante alla fine. Tutte le sfumature esistono, quindi anche il rossobruno, ma non sono nemmeno sicuro che sia il caso. Mi piacerebbe discuterne, mi piacerebbe spiegare cosa mi allontana dagli uni e dagli altri, ma a questo punto credo che sia doveroso fare una premessa esistenziale: qualcosa che allontani anche le quindici persone che potevano sopportare di leggere un mio pezzo sull'argomento. 

Dire che questa epidemia ci ha presi alla sprovvista è un eufemismo. Se adattarsi al lockdown in marzo fu relativamente semplice (per quanto mi riguardava, avevo così tanto lavoro da fare che non mi restava il tempo per preoccuparmi), ci è voluto un po' più di tempo per riuscire a far entrare l'epidemia nel nostro sistema di credenze o di valori – in quello che potremmo chiamare "ideologia", salvo che per molti è una brutta parola. Molto spesso io lo chiamo religione, un'altra parola assai imprecisa ma che mi serve a ribadire un concetto: non si tratta di un insieme puramente razionale di idee: c'è parecchio irrazionale più in fondo, che tiene su l'iceberg. Se vi è capitato di litigare con qualcuno in questi mesi (a me è capitato) molto spesso erano le parti basse degli iceberg a scontrarsi; per quanto noi contendenti guardassimo più in alto, verso i massimi sistemi. 

Mi prendo come esempio, essendo la persona che conosco meglio (ma non credo che altre persone funzionino in un modo troppo diverso). Dopo alcune sbandate iniziali, il mio approccio al virus è stato pragmatico e orientato alla prevenzione. Ho accettato relativamente presto che il virus c'era, e che era suscettibile di danneggiare me, i miei cari e la mia comunità; e ho accettato, anzi lottato per quanto poco potevo perché la comunità intorno a me prendesse misure di prevenzione, anche quando confliggevano con libertà individuali. Questo mi è successo per vari motivi razionali, che posso benissimo elencare; ma anche per motivi irrazionali: la base del mio iceberg. Infatti oltre a essere una persona pragmatica, razionale, prudente, responsabile, eccetera, io sono anche un millenarista: uno che sospetta la fine del mondo vicina. Lo nascondo molto bene, tanto che qualche lettore potrebbe non accorgersene (o addirittura essersi persuaso del contrario): ma in definitiva io credo che il mondo potrebbe finire, con tutta la forza della mia irrazionalità: questo ha sempre orientato ogni mia scelta, sin da bambino. Da bambino pensavo a un'escatologia un po' più cattolica, più o meno il Giudizio Universale; alle medie già ero più incline all'olocausto nucleare; in seguito l'ho sostituito con una crisi climatica irreversibile e non ho mai smesso di pensare che la Fine avrebbe anche potuto essere un mix delle tre cose. Alle epidemie non pensavo spesso, lo ammetto; ma non ho avuto nemmeno molta fatica a farla entrare nel quadro: dove c'è posto per tre cavalieri, si può accomodare anche il quarto. 

Con questo io non sto dicendo che nel profondo del mio iceberg credo che il Covid19 sia la Fine, ma che sono in un qualche modo predisposto già pre-razionalmente a reagire a crisi sistemiche, perché in fondo me le aspetto, me le sono sempre aspettate, addirittura sono un po' stupito che tardino. Il 2020 che per voi è un anno tanto sventurato, per me fino a qualche anno fa era uno di quegli anni che si mettevano nei titoli di quei film di fantascienza sociale che da bambino mi terrorizzavano. Non credevo di arrivarci così facilmente: neanche una guerra, appena un terremoto ma non micidiale. Così, quando arriva qualcosa che turba la mia quotidianità come mai mi era successo prima, la mia reazione è "Ecco, ci siamo". Poi razionalmente so benissimo che non ci siamo, e anzi all'inizio mi disturbava un po' che si potesse trattare di un falso allarme, una distrazione: lo scenario della crisi ambientale è ancora quello che mi convince di più. La razionalità ha però questa cosa fantastica, che dopo un po' si accomoda; in effetti ci sono migliaia di indizi che ci fanno pensare che il Covid19 sia collegato alla crisi ambientale: che si tratti di un effetto collaterale della sovrappopolazione, della deforestazione o magari dello scioglimento dei ghiacci millenari con il loro tesoro di virus e batteri sconosciuti all'uomo. E se anche non c'entrasse assolutamente nulla, ebbene, si tratta comunque di un'anticipazione di cose che potrebbero succederci tra qualche anno: tanto vale prepararci. (Il covid, lo dico qui in un pezzo lungo e noioso, potrebbe salvare l'umanità, semplicemente mettendole una pulce nell'orecchio: devi cambiare atteggiamento, darti un po' più da fare con la ricerca, mettere a punto protocolli che funzionino davvero eccetera). 

Questa premessa serviva a spiegare perché di fronte all'emergenza ho reagito in un certo modo, e in generale come reagisco alle emergenze: non ho difficoltà ad accettare previsioni pessimistiche, purché provenienti da fonti autorevoli; non mi costa moltissima fatica cambiare i miei comportamenti, se mi viene spiegato che è il prezzo da pagare per attuare una politica di prevenzione. Tutto questo accade perché nella profondità del mio iceberg, la Domanda è: "Ci Siamo?" Ogni cosa che avviene, nella profondità del mio iceberg, viene divisa in eventi che prefigurano la Fine (da conservare) ed eventi che occultano la Fine (da respingere). Il covid entra nella prima categoria, quindi me lo tengo. E già irrazionalmente sto indovinando perché alcuni non sono disposti a farlo. La maggior parte di essi non aderisce a nessun credo millenario, anzi lo negano con tutta l'energia di cui dispongono. 

In sostanza sono pagani: per loro il mondo esisterà per sempre. Dal momento che non l'hanno visto nascere, perché dovrebbero vederlo finire? L'unica cosa che notano è che somiglia sempre meno a quello della loro infanzia, e vivono questa consapevolezza come il ricordo di un'Età dell'Oro. Non credono in un'Apocalisse; in compenso si struggono per una Caduta. Ogni evento che li allontani ancora di più da quell'Età, per loro è un abominio, qualcosa che non dovrebbe esistere: e quindi non esiste. Chi li chiama negazionisti, non sempre ha chiaro cosa neghino davvero. La scienza? L'autorità? La doxa? Sì, negano un po' tutte queste cose, ma perché? Quello che negano davvero, con ogni fibra del loro io razionale e irrazionale, è che il mondo possa cambiare e quindi finire. Questo ha permesso loro di crescere spensierati sbocconcellando merendine all'ombra degli euromissili; questo ha consentito loro di negare il riscaldamento globale persino quando dalle Alpi hanno iniziato a sparire i ghiacciai; questo li porta, oggi, a negare il virus. Se esistesse davvero, dovrebbero cambiare il loro stile di vita, il che è una bestemmia: quindi non esiste, è una truffa congegnata da una consorteria di uomini perfidi che non tollera la loro felicità. 

Questi sono i pagani. Ce n'è a destra come a sinistra, non è una questione di ideologia; non ancora. Persino la più squadrata e razionale delle ideologie non può non appoggiarsi su basi inconsce, prerazionali: la razionalità segue e riesce sempre a spiegare ogni asperità del terremo come se fosse un fatto necessario. Se nel mio inconscio credo che il Covid minacci il beato mondo della mia infanzia, il mio io conscio troverà il sistema razionale per spiegare questa cosa, tracciando relazioni di causa ed effetto che possono collegare Bill Gates con Big Pharma, se serve. Se invece nella profondità del mio inconscio credo che il Mondo debba finire, la mia razionalità si procurerà tutti gli indizi che servono a dimostrare che questa fine e vicina, e li comporrà nella più mirabile delle strutture. E così via. Ma questo spiega tutto? No, non credo. 


Non ci sono soltanto pagani e apocalittici. C'è un'altra famiglia di iceberg, più difficile da distinguere: è quella con cui me la prendo più spesso, come succede sempre tra gente che in teoria era compagna di strada. A differenza dei Pagani, essi non negano la possibilità di un'Apocalisse; a differenza degli apocalittici semplici come me, a volte persino la desiderano, per le potenzialità che scatenerebbe. Come definire un gruppo di persone unite dalla credenza irrazionale che da un'Apocalisse potrebbero venire cose buone? Non ho quasi scelta: devo definirli messianici. Magari non aspettano tutti lo stesso messia: per alcuni è un'utopia anarcosocialista, per altri è la democrazia partecipativa, per altri ancora un totalitarismo alla Putin; alcuni non sanno nemmeno che è un messia che stanno aspettando, ma lo aspettano lo stesso. Queste persone hanno nei confronti del Covid19 le difficoltà che avevo io all'inizio: non lo trovano abbastanza apocalittico. Non fa nulla di quello che dovrebbe fare un Armageddon serio. Non capovolge la piramide del potere, anzi la puntella; non getta i lavoratori nelle piazze, anzi li blinda in casa; non punisce i superbi per la loro avidità, anzi, stanno già speculando sui rialzi della Pfizer. Non è un'Apocalisse, è un bidone, un falso messia da rigettare. Queste le premesse irrazionali; da lì si innerva la razionalità, puntando il dito sugli abusi del potere, sul ruolo proditorio del capitale, sulla funzione di paravento assunta dai media, e devo dire che sono tutte analisi interessanti e fino a un certo punto condivisibili anche da me – perlomeno finché si rimane nella sfera razionale. Ma è impossibile: non possiamo nemmeno accostarci, senza che sott'acqua i nostri iceberg cozzino. Spero di essermi spiegato, almeno un poco.

domenica 15 novembre 2020

Le favole che Conte volete vi racconti


Giuseppe Conte può raccontarvi tante storie, ma non quella di Babbo Natale. Vedo molta gente arrabbiata per via di quella letterina. Però si sa, la comunicazione politica non è una cucina per palati raffinati. È impossibile piacere a tutti, ma è quello che Conte e i suoi PR dovrebbero tentare tutti i giorni. E perché non dovrebbero raccontarvi qualche favola, se in altri casi voi stessi le gradite?

Per esempio: nelle stesse ore in cui veniva diffusa la letterina su Babbo Natale, Giuseppe Conte difendeva serenamente la sua decisione di tenere le scuole dell'obbligo aperte anche nelle regioni a rischio raccontando che "le scuole non sono un focolaio". Secondo lui i dati dicono questo. I dati li rimetto qui, così ognuno può farsi un'idea: il problema sta appunto nel tipo di idee che ci facciamo. 

Io temo che Conte, e chi gli crede, per "dati" intenda appunto tabelle del genere, dove il contagio è diviso per fasce anagrafiche. Del resto è difficile pensare che esistano anche tabelle attendibili sul contagio diviso per ambienti nelle zone rosse: il tracciamento ormai è saltato. Il racconto quindi è questo: è vero, l'aumento del contagio tra i minori è stato notevole (spettacolare, aggiungerei), però continua a essere una piccola frazione del contagio complessivo: quindi i minori alla fine non si stanno contagiando tanto, dai, e quindi... le scuole non sono un focolaio. Ecco, Conte sta raccontando questa cosa. E a molti sta bene.

Invece Babbo Natale non sta bene.

Ma perché?

Perché c'è gente che sente la necessità di spiegare, con cadenza quotidiana, che la maggior parte dei contagi non avviene a scuola? È vero, la maggior parte dei contagi non avviene certo a scuola. Avviene, credo, a casa. La maggior parte di chi è contagiato non è più in età scolare. Questo significa necessariamente che la scuola non è un focolaio? Richiamo per l'ennesima volta all'esperienza dei genitori: vi capitava più spesso di contrarre l'influenza stagionale quando i bambini erano in età scolare o prima e dopo? Un sacco di volte l'avete presa dai vostri figli, fino a qualche mese fa non c'era nessun problema ad ammettere questa cosa. Fino a qualche mese fa lo sapevamo tutti che i virus usano le scuole come hub; tant'è che persino in un anno come questo, in cui il vaccino antiinfluenzale è un bene prezioso, la mia ASL ha trovato il modo di lasciarne una dose gratis per me, perché sono un insegnante, cioè una fascia a rischio. E però.

E però improvvisamente quest'anno Giuseppe Conte ci racconta che la scuola non è un focolaio, e noi dobbiamo crederci. Si ammala un sacco di gente fuori dalle scuole, quindi le scuole non c'entrano niente: quest'anno questo è normale sentire gente che la pensa così. Al massimo sono disposti a concedere che possa c'entrare qualcosa tutto quello che succede immediatamente prima e dopo del suono delle campanelle: Giuseppe Conte ci racconta anche questo. "Certo quello che avviene intorno, prima e dopo le scuole può costituire un focolaio". Insomma, i trasporti (maledetti trasporti). Il chiasso che i ragazzi fanno nel piazzale; bisognerebbe vigilarlo e regolarlo facendo entrare/uscire i ragazzi un po' per volta (ma poi servirebbe un antipiazzale per quelli che aspettano di entrare nel piazzale, e anche quello andrebbe regolato e vigilato, e così via). Ecco perché si contagiano, quei pochi ragazzi che si contagiano: è tutto quel contatto sociale che hanno prima di entrare a scuola e appena ne sono usciti. Dentro niente: anche se è un luogo chiuso, anche se si sono appena contagiati nel piazzale, appena entrano a scuola non contagiano più nessuno finché non escono, insomma il virus l'hanno attaccato alle rastrelliere con la bicicletta. Conte vi sta raccontando questa cosa, e voi state credendo a questa cosa. Ho ho ho.


Provo anch'io a raccontarvi una favola. C'era una volta un pastore che teneva il recinto delle pecore aperto, perché tanto secondo lui era sicuro, anzi statisticamente non era mai successo che il lupo entrasse nel recinto e razziasse le pecore. Eppure le pecore sparivano, perché? In effetti tutte le notti il lupo entrava, prendeva una pecora, la portava comodamente nel bosco, e ivi sopraggiunto se la mangiava con grande soddisfazione, il che non impediva al pastore di sostenere la sua tesi: la pecora mica era stata mangiata nel recinto, quindi il recinto era sicuro anche se aperto. Il pastore la raccontava così. 

Conte ve la sta raccontando così.

Ma non si permetta di raccontarvi di Babbo Natale, eh? Voi siete adulti e vacci... beh diciamo che siete adulti. Se prenderete il virus, se lo prenderete da un minore, senz'altro questo minore non l'avrà preso da un altro minore nell'edificio scolastico; e anche qualora succedesse, il vostro contagio non rende le scuole meno sicure dal punto di vista statistico perché (1) voi non siete studenti e (2) effettivamente voi non siete stati contagiati a scuola, bensì a casa. Quindi vedi che ha ragione lui: le scuole non sono un focolaio. E Babbo Natale vi porterà i regali, dal momento che vi siete comportati bene.  

venerdì 13 novembre 2020

Il fattore Fonz

 Ma l'energia, ci pensate certe volte all'energia.

Anche quella delle piccole cose che fanno tutti, ad esempio: ci pensate a tutta l'energia che tiene i sostenitori di Trump in un limbo di speranza. L'energia che li fa svegliare un po' presto – milioni di persone – per andare a cercare su qualche canale di social un'altra pseudonotizia da sbattere in faccia agli avversari. L'energia che quelle pseudonotizie le produce: c'è gente che le scrive, gente che le diffonde, gente che in qualche modo abbastanza contorto ci guadagna, e intanto Trump le elezioni le ha perse da una settimana. Ci pensate a quanta straordinaria energia?

Non vi sembra così straordinaria.

Va bene, allora pensate a quelli che tutte le mattine (ma anche le sere, o i pomeriggi), si attaccano a qualche discussione sulla sicurezza delle scuole. Magari è un report che spiega, coi numeri, che le scuole sono un luogo di contagio, ma c'è un'energia che quasi li costringe a commentare: le scuole comunque sono sicure. Eppure da quando hanno riaperto il contagio ha ripreso quel suo ritmo esponenziale, il che è un fortissimo indizio che suggerirebbe non dico di cambiare idea, ma almeno un po' di prudenza, di diplomazia, ma perché mai? No, questi si attaccano ai commenti e continuano a dire che le scuole sono sicure, che nessuno si ammala nelle scuole e infatti di minori infetti ce ne sono pochi, dai. Uno per un po' prova anche a spiegare che in realtà son raddoppiati in poco tempo, e che comunque sappiamo già da molto che i minori contagiati tendono a essere asintomatici, il che non impedisce loro di spargere il virus ovunque vanno e soprattutto a casa: proprio come l'influenza stagionale, che in casa tua non c'era da vent'anni e poi i bambini hanno iniziato ad andare a scuola e da allora hai iniziato a riprendertela pure tu: funziona esattamente nello stesso modo, quindi, perché insistere che non è vero? Perché pestare i piedi? Quale misteriosa ma persistente fonte di energia ti mantiene in una discussione dove hai le stesse speranze di avere ragione che Trump ha di soggiornare alla Casa Bianca nel febbraio 2021? Persino se tu avessi ragione, nessuno te la pagherebbe, non c'è un premio su Facebook per chi vince le discussioni; aggiungi questo piccolo dettaglio che non hai ragione, che hai t...


Stai dicendo le stesse cose che dicevi in primavera: le scuole devono riaprire, le scuole sono sicure, Israele infatti le ha riaperte, il contagio si ferma al cancello della scuola (c'è gente che scrive questa cosa tutti i giorni: i ragazzi non si contagiano a scuola bensì immediatamente prima e dopo, nel piazzale!, aboliamo i piazzali). 

Stai dicendo le stesse cose che dicevi in primavera, ma è autunno e i fatti ti stanno dando torto.

E tu lo sai che hai torto.

Ma non lo vuoi ammettere.

Quale straordinaria energia te lo impedisce? 

Se solo potessimo canalizzarla – pensa ai negazionisti. Qualsiasi tipo di negazionista. Ma prendiamo quelli che non credevano al Covid. Ce n'è di ogni tipo. Quelli che è solo un'influenza, quelli che non esiste proprio, è uno strumento del Potere per toglierci il diritto alla felicità, quelli che esiste ma il lockdown è esagerato, quelli che esisteva in primavera e adesso no, quelli (e ho la sensazione che siano la maggioranza) che all'inizio la prendevano semplicemente sottogamba perché era una cosa che non sapevano paragonare a nessun'altra esperienza vissuta, ovvero un'emergenza: e l'Uomo Occidentale non crede nelle emergenze finché non gli levano il tetto dalla casa, e in molti casi neanche dopo; è convinto che il suo standard di vita sia un diritto fondamentale garantito dall'Onu e dalle leggi dell'universo. Dunque all'inizio una banale influenza, poi c'era da mettersi la mascherina ma era una gran rottura e quindi hanno iniziato a scrivere in giro che non ci credevano, qualcuno applaudiva e ci hanno creduto ancora meno, poi c'è stato il lockdown e a quel punto ormai avevano scelto la loro squadra, e si sono messi a cercare argomenti contro il lockdown. Quanta energia ci hanno messo. A quanti altri scopi avrebbero potuto destinarla, forse: o forse no, forse è un'energia che scaturisce soltanto in questi casi, non puoi trasferirla ad altri oggetti con una biella, non puoi accumularla dentro dischi di rame, non ci puoi far girare un mulino, l'unico mulino che gira è quello delle cazzate che scrivi e ogni giorno che passa gira più veloce, man mano che aumenta la distanza tra quel che succede e quello che sei costretto a scrivere per non ammetterlo, per non ammettere cosa?

Che ti sei sbagliato.

Manco fosse un reato, eh? No, non è un reato. Persino se tu fossi un chirurgo, o un giudice, o un amministratore nell'esercizio delle rispettive funzioni. Persino in quei casi non sempre sbagliare è proibito. Ma sospetto che tu non sia un chirurgo col bisturi in mano, né un giudice col martelletto. Sei un tizio che nove mesi fa hai scritto: questo covid è una montatura, e poi non sei più potuto tornare indietro. Quell'energia incredibile, che ogni giorno ti trascina verso discorsi sempre più deliranti, ed è la stessa che porterà qualche migliaio di trumpelettori a radicalizzarsi e a sparacchiare in qualche sobborgo – del resto non è la stessa energia di chiunque si sia radicalizzato, in qualsiasi contesto? Se ancora credi che a Maometto freghi qualcosa delle vignette, se ancora credi che una vignetta su Maometto segni un punto nella fondamentale guerra per la libertà del pensiero. Che poi dà un'occhiata alla finestra, probabilmente hai visto un campanile. Pensa che tutto è cominciato con una dozzina di poveracci che non si rassegnavano al fatto che avessero ammazzato il loro leader politico-religioso, crocefisso dalle guardia come uno schiavo, pensa che energia hanno scoperto, che sia per caso l'energia che ci rende esseri umani? E d'altro canto è la stessa energia che ha fatto scrivere su milioni di giornali in tutto il mondo che il riscaldamento globale non esiste, insomma è l'energia che ci fotterà come specie, come la mettiamo?


Voi dite: fake news, sì, certo, c'è mercato per qualsiasi cosa, e quindi qualcuno produce fake news. Ma perché la gente ne ha bisogno? Voi dite: la gente è stupida, cerca le spiegazioni semplici, ma la maggior parte delle fake news sono molto più contorte della realtà: richiedono studio, applicazione. Io dico (e non credo di sbagliarmi): c'è qualcosa a cui la gente tiene più che alla realtà. Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἄνθρωποι μᾶλλον τὸ σκότος ἢ τὸ φῶς. Questo qualcosa è, il più delle volte, l'opinione che esprimevano ieri. Ieri gli è scappato detto che tutte le pecore sono bianche, nel frattempo ne è passata una nera, loro non lo ammetteranno. È solo sporca. No, non si può pulire, perché... potrebbe essere una malattia, potrebbe essere contagiosa. Ok, non è sporca e non è malata, ma evidentemente non è una pecora: prova ne è che è nera. Il veterinario dice che è una pecora perché si è messo d'accordo con voi, è un complotto alle mie spalle. Sentite, potrebbe effettivamente essere una pecora, ma accuratamente selezionata da un pool di operatori zootecnici attraverso orribili esperimenti, tutta una massoneria di operatori zootecnici disposti persino a votarsi a Satana pur di dimostrare che l'altro giorno mi sb.

Mi sb.

(Lo chiamerei "fattore Fonz", ma temo si tratti di un riferimento culturale ormai troppo remoto: in ogni caso è una delle energie che ci tiene eretti in piedi da quando siamo scesi dagli alberi, e diciamola tutta: i primi tizi che sono scesi dagli alberi avrebbero avuto mille motivi per ammettere di essersi sbagliati, ma ormai era fatta, indietro non si tornava, sui rami non si risaliva. O meglio: chi è stato furbo è risalito, noi siamo i discendenti degli altri).  


Forse tutta la letteratura dalla Bibbia in poi. Forse tutta la filosofia da Platone (mi hanno condannato a morte il maestro, eppure era il più intelligente! Perché non li ha sistemati con una delle sue ironie?) Si sbagliava Cristoforo Colombo a non dar retta a Eratostene. Si sbagliava pure Galileo, sulle maree almeno. Su quante cose si sbagliava Newton; e anche Einstein, probabilmente, qualche cantonata qua e là l'avrà presa. Marx ne ha prese parecchie; Freud ha passato la vita a sbagliare. Se ha sbagliato tutta questa gente, ma si può sapere chi cazzo siete voi. 

Si fa per dire, lo so benissimo. Esseri umani. Padri o madri di famiglia. Lottiamo per ottenere un minimo di autorità, e quando finalmente l'abbiamo, i piccoli cominciano a farci domande: molto prima che noi sappiamo le risposte. E allora facciamo quel tipo di muso duro che avevano i nostri progenitori sugli alberi, e non ci muoviamo. Non mi frega niente di quel che pensi tu, figliolo. Se io ho detto che non è una pecora, quella non è una pecora. In discussione non c'è più la pecora. Ci sono io e non posso permettermi di essere messo in discussione. Altrimenti tra due inverni deciderete che sono vecchio e smetterete di portarmi da mangiare. Tutta quest'energia.

Trovassimo un ingranaggio da farci girare; una biella un pistone, una pila di dischi di rame. Ci faremmo girare il mondo, con tutta questa energia. Credo.

Cioè no, scusate, ne sono sicuro.

martedì 10 novembre 2020

Leopardi? Quale Leopardi?

(Riassunto della puntata precedente: qualche mese fa è uscito Silvia è un anagramma, un saggio di Franco Buffoni che si propone come un atto di “doverosa giustizia biografica” nei confronti di alcuni poeti laureati che non avrebbero avuto la possibilità di esprimere la loro sessualità: “quasi certamente il caso di Leopardi, e forse anche quello di Pascoli e di Montale”. Ma quanto ha senso ampliare la categoria della letteratura LGBT anche ad autori vissuti in periodi in cui la comunità LGBT non esisteva? E nello specifico caso di Leopardi, rimestare nel biografico non significa in qualche modo 'recintare' le idee di un poeta e pensatore che ha sempre voluto dare alle sue riflessioni un respiro universale? Non si rischia di distogliere l'attenzione dal suo pensiero e rimettersi a pensare ai suoi problemi, alla sua salute, alla sua... gobba?)

La gobba di Leopardi, dicevamo.

Quando leggiamo i Canti, le Operette Morali, lo Zibaldone – quando crediamo di leggere Leopardi – ce la troviamo sempre in mezzo. Sì, avrei potuto essere più allusivo, parlare di una “vita strozzata” come Benedetto Croce, o nascondermi nell'impassibilità dei tecnicismi: Leopardi soffriva probabilmente del morbo di Pott, una sindrome debilitante che gli causò terribili sofferenze e di fatto lo isolò dalla società che pure cercò di frequentare. Chiedo scusa: sono il risultato di un'educazione per lo più audiovisiva, tendo a pensare per immagini e quando leggo a Leopardi non penso “vita strozzata” o “morbo di Pott”: vedo una gobba. Mi sbaglio? Se le indicazioni di un autore valgono qualcosa sì, mi sbaglio: quella gobba non dovrei vederla, o almeno dovrei accettare che non c'entra nulla con i risultati poetici e filosofici di Leopardi.


Come affermò lui stesso, in una famosa lettera a Louis de Sinner: “È soltanto per effetto della viltà degli uomini che si è voluto considerare le mie opinioni filosofiche con il risultato delle mie sofferenze personali. […] Prima di morire, protesterò contro questa invenzione della debolezza e della volgarità e pregherò i miei lettori di dedicarsi a demolire le mie osservazioni e i miei ragionamenti piuttosto che accusare le mie malattie”. Discutete i miei argomenti, non i miei malanni (nel biopic di Martone, il personaggio interpretato da Elio Germano afferma qualcosa del genere in una gelateria napoletana: si tiene in piedi a malapena, anche impugnare il cucchiaino è un supplizio. Non c'è proprio verso che noi spettatori possiamo non vedere tutto questo, anzi, il motivo per cui siamo andati al cinema è proprio per assicurarci una volta per tutte che il grande poeta, il filosofo della vanità del tutto, era un povero gobbino infelice). 

A quel punto un'altra immagine cinematografica ci si presenta irresistibile: quella del gobbo Igor interpretato da Martin Feldman in Frankenstein Junior di Mel Brooks. La richiesta pur ragionevole del filosofo Leopardi diventa ai nostri occhi un puntiglio irrazionale come quello di Igor che a chi cerca, con molto tatto, di affrontare il problema della sua deformità, reagisce negando completamente il problema: “Gobba? Quale gobba?” 

La gobba di Leopardi, che per lui fu fonte di vergogna e infelicità, per noi lettori è molto comoda. Soprattutto al liceo, che diciamocelo: è l'unico momento della vita in cui la maggior parte di noi ha sentito la necessità di leggere una manciata di poesie di Leopardi, due o tre dialoghi, qualche pensiero. Materiale limitato ma più che sufficiente a esporre il liceale al nudo sconforto di una visione dell'universo senza scampo per l'uomo – per fortuna che c'è la gobba, col suo rassicurante retropensiero: Leopardi la pensava così perché soffriva tanto. Leopardi non sarebbe stato affatto d'accordo, ma non c'è più. 

All'inizio del secolo scorso per qualche tempo sembrò giungere in suo soccorso la cosiddetta critica idealista, che aveva il suo campione nel filosofo Benedetto Croce. Per Croce la Poesia, con la P maiuscola, era valida fuori dal tempo e dallo spazio – oggi noi diremmo dal contesto. Persino un poeta come Dante, così legato alla società del suo tempo e invischiato in un dibattito politico che oggi fatichiamo a ricostruire: persino lui andava considerato “poeta” per le pagine della Commedia che era riuscito miracolosamente a riscattare dal contesto storico, a rendere universali e comprensibili ai lettori di ogni civiltà. 


Così come avevano strappato Dante dalle guerre tra Guelfi e Ghibellini, gli idealisti non esitarono a strappare la Poesia di Leopardi dalla sua gobba, ma si spinsero ancora più in là, brevettando il concetto di “idillio”. Leopardi aveva usato il termine per alcune poesie giovanili dal contenuto estatico (L'Infinito è la più celebre), ma gli idealisti decisero che l'unica Vera Poesia di Leopardi era quella idilliaca, da recuperare anche nei componimenti più tardi e pessimisti, come il diamante dalle miniere. Il risultato fu che verso gli anni Trenta passava per “idillio leopardiano” persino una poesia crudele come Il Sabato del Villaggio, in cui i lavoratori di un piccolo borgo si preparano a un giorno di festa che invece sarà pieno di noia e angoscia per il lunedì. Gli idealisti ci vedevano un bel quadretto di genere, si esaltavano per la donzelletta con le rose e le viole e persino per il falegname che lavora fino al mattino. A furia di togliere Leopardi dal suo contesto, lo si era tolto alle sue stesse intenzioni. 

Nel dopoguerra, al declinare dell'idealismo (che ha lasciato qualche strascico nei libri di testo) è subentrata una lettura più sottile e problematica. Sul mio manuale di liceo, trovo una sottolineatura e una nota: “Timpanaro piace al prof moderno”. Cosa diceva Sebastiano Timpanaro che probabilmente avrei dovuto riferire al “prof moderno” che avrei incontrato nella commissione di maturità? Che la sofferenza di Leopardi era stata un “formidabile strumento conoscitivo”. Proprio perché aveva sofferto più di tutti noi, Leopardi era riuscito a sintonizzarsi su questo specifico aspetto dell'esistenza e ce lo aveva generosamente offerto, anche a noi maturandi felicemente fidanzati con una lunga vita davanti. Non più un Leopardi Igor, ma un Leopardi agnello sacrificale. Non più una gobba-schermo, ma una gobba-antenna, collegata con tutto il dolore e la vanità del mondo. La definizione di Timpanaro era veramente felice: ci consentiva di recuperare la tragica biografia del poeta e di ritrovare l'ironia amara nascosta nemmeno così subdolamente tra le righe del Sabato o della Quiete dopo la tempesta. Ci consentiva di apprezzare quel poco di Leopardi che leggevamo, ma soprattutto di sopravvivere alla sua tetra filosofia. 

Ora però arriva il movimento LGBT e pretende di smontare quella gobba, di interpretarla in un modo diverso, magari di piantarci un vessillo arcobaleno: tutto legittimo, ma destabilizzante. E comunque rischioso. Spulciando tra i carteggi leopardiani (testi già noti agli studiosi), Buffoni scopre che a Napoli Leopardi era uso intrattenersi “con gli scugnizzi in cambio di avarissime mance”. Anche in questo caso, non si tratta in senso stretto di una scoperta: ma fin qui i leopardisti l'avevano considerata una semplice debolezza umana, qualcosa di non interessante, che anzi avrebbe distratto i lettori e soprattutto gli studenti. Alcuni avranno anche pensato – a torto o a ragione – che nella Napoli di quegli anni gli scugnizzi erano semplicemente più abbordabili delle fanciulle, e che frequentarli non era sufficiente per determinare con precisione a quale gradino della scala Kinsey Leopardi dovesse essere assegnato. I tempi cambiano (o per dirla con Foucault, il dispositivo del Potere muta le sue forme) e all'improvviso nel 2020 la stessa circostanza diventa l'indizio probante di un'omosessualità socialmente repressa ma non del tutto nascosta. Va tutto bene, purché tra qualche anno non ci tocchi buttar vernice su qualche monumento a Leopardi – nel momento in cui qualcuno più militante farà presente che pagare gli scugnizzi non è politicamente corretto. E non c'è dubbio che non lo sia.