sabato 25 dicembre 2021

Non è più tempo per i Rashomon

The Last Duel, (Ridley Scott, 2021).

Normandia, 1386: si disputa l'ultimo duello giudiziario della storia francese. Il cavaliere Jean de Carrouges accusa l'ex compagno d'armi, Jacques Le Gris, di aver violentato sua moglie, Marguerite. Le Gris sostiene di avere avuto con la moglie di Carrouges un rapporto consensuale. La moglie invece sostiene... no, la moglie non 'sostiene': la moglie dice il vero. Fine. Non è che possiamo metterci lì a mettere in dubbio quel che dice una donna. Non siamo mica nel Medioevo... 

Ma che ci vedono le donne in Adam Driver, bisognerebbe fare una ricerca seria su questa cosa

Caro Babbo Natale, quest'anno vorrei la pace del mondo, la salute per tutti e un film sul Medioevo decente da proiettare in seconda media – prima di sbuffare, prova a dirmene uno. Visto? No, i draghi non valgono, no, nemmeno i cicli arturiani. Un film per mostrare ai ragazzi un mondo vero, che è esistito e che sicuramente era molto diverso dal nostro, ma in un qualche modo funzionava, coerente, verosimile: castelli, armature, servi della gleba, vorrei solo conservare in un angolo del loro immaginario un po' di arnesi medievali perché – non lo so neanche io il perché, ma in un qualche modo non mi sembra onesto lasciare che crescano senza. Non chiedo un capolavoro; anche solo un film a colori che abbia più senso delle Crociate di Ridley Scott, perché davvero lo so anch'io che fa acqua da tutte le parti: ma trovami qualcosa di meglio nella filmografia degli ultimi trent'anni. E lo so bene che Scott si intende poco di Medioevo  – come d'altronde di qualsiasi evo: alla fine per lui è quasi sempre tutto un grande western con la Frontiera e i pistoleri che si vede che patiscono di non poter estrarre il revolver, di doversi vestire di ferro e sguainare ancora scomode spade – ma almeno sa mettere insieme uno spettacolo. Come dici?

Sì Babbo, lo so che ci ha riprovato anche quest'anno, l'ho visto l'Ultimo duello e mi dispiace che sia andato così male, in un qualche modo il Medioevo a Sir Scott porta sfiga ed è strano: di tanti posti dove ambientare un western sembra uno dei più congeniali al suo gusto per la meraviglia. L'abbiamo sempre saputo che per Hollywood la Storia è un fondale per mettere in scena in modo pittoresco i problemi di oggi: non è esattamente l'approccio storico che mi servirebbe, ma ha il pregio di tenere svegli anche gli spettatori che non siano patiti di cavalli e armature. Scott non dà l'aria di interessarsi di politica, eppure più i suoi film sono in costume, più le sceneggiature si ingombrano di ideologie. Il Gladiatore era il film perfetto per l'America imperiale post 11 settembre (è stupefacente che sia uscito l'anno prima); le Crociate per reazione s'intestardivano a immaginare un Regno dei Cieli multietnico e multiconfessionale. The Last Duel, vent'anni dopo, è un film su #meetoo e la rape culture così concentrato sul suo essere un film su #metoo e la rape culture che in certi punti lo spettatore esigente è portato a domandarsi: ma sul serio? Cioè mi stai davvero raccontando questo, in senso non ironico? Ecco: è un film senza ironia, una qualità che a Hollywood sta diventando merce sempre più rara e pericolosa.

The Last Duel vuole dire qualcosa di molto vero e attuale e vuole dirlo senza il minimo rischio di essere frainteso. Lo fa scomodando vicende di un secolo diverso, vissute da persone i cui valori erano molto diversi dai nostri – e pazienza: Hollywood si è sempre comportata così e forse è l'unico modo per portare nel Medioevo un po' di spettatori che non si farebbero attirare da un caso di cronaca medievale. Alla fine chiunque avrà imparato qualcosa: anche solo il fatto che a un certo punto del Medioevo i medici ritenessero l'orgasmo femminile necessario al concepimento ("It's science!": e tutto questo diversi secoli prima che altri medici, tra Sette e Ottocento, negassero la stessa esistenza dell'orgasmo femminile).

Dopodiché, caro Babbo, capisci anche tu che un film sullo stupro con un dibattito processuale sull'orgasmo, in seconda media, non lo posso mostrare. Ma sarei comunque contento di averlo visto. Il problema è un altro e te lo dico, caro Babbo, sir Scott stavolta non c'entra niente. Sì è più cupo del solito, certi tagli sono evidenti, il ritmo non è il massimo, ma gli perdonerei questo e altro. I colpevoli che non riesco a perdonare sono Ben Affleck e Matt Damon, che non paghi di aver voluto tirar fuori da un saggio di Eric Jager un blockbuster militante, hanno anche deciso di scomodare Rashomon. Proprio così, hanno voluto consegnarci il loro Rashomon, e magari sono persino convinti di esserci riusciti: il loro film problematico con tre versioni inconciliabili della stessa storia secondo i punti di vista di tre personaggi in conflitto. E i critici non si sono fatti sfuggire la cosa – anche perché ci sono persino le didascalie prima di ogni versione, insomma basta saper leggere le scritte grosse e alcuni sembra ne siano ancora in grado, sicché abbiamo veramente delle recensioni in cui The Last Duel è paragonato a Rashomon.

Lui però si ritaglia sempre la parte giusta

Ora Babbo capiscimi, non si tratta di snobismo. Non ne faccio una questione tecnica, ma insomma Rashomon è un film che ci vuole dire che la realtà oggettiva non esiste, che ognuno ha la sua e che lo spettatore non necessariamente riuscirà a ricomporne una. È l'esatto contrario di quel che succede nell'Ultimo Duello, dove dopo aver sentito la campana del cavaliere Carrouges e quello di Jacques Le Gris, la didascalia ci avverte che tocca alla signora, e che la sua verità è "La Verità". Non lo dico io, Babbo, c'è proprio scritto così sullo schermo, affinché nessuno possa confondersi sulla morale del film: e la morale è che gli uomini si raccontano tante palle, per orgoglio o per invidia o persino per amore (ma più spesso per orgoglio e per invidia); le donne invece no, le donne dicono sempre la verità, tranne ovviamente quando non mentono per non finire sul rogo arrostite a fuoco lento. Dopodiché Scott può filmare castelli e armature con tutta la maestria che gli compete, ma l'impianto non funziona, e qui suggerisco a chi vuol vedere il film di non leggere oltre, perché... non so prendiamo Le Gris.

Il film ci spiega, con la sua manina leggera, che Le Gris è cresciuto in un sistema di valori che non gli consente di riconoscere uno stupro, nemmeno quando lo commette. Quando nella sua versione Marguerite fa resistenza, Le Gris è convinto che stia recitando un rituale di corteggiamento. E siccome in quel momento stiamo guardando la scena con gli occhi di Le Gris, dovremmo appunto vedere una Marguerite che vuole e non vuole, che civetta un po', una Marguerite cedevole che infine si concede all'amplesso. Se questo film fosse un vero Rashomon, dovremmo appunto assistere a questo: ma la vera notizia che porta al mondo il nuovo film di Ridley Scott è che i Rashomon in America non si possono più fare – e dire che fino a qualche anno fa erano quasi un tropo, molti telefilm avevano la loro puntata-Rashomon, House MD sicuramente ne ha una e persino Saranno Famosi – ma adesso no, adesso se vedessimo Marguerite concedersi e gioire potremmo equivocare. Qualche spettatore/trice sicuramente equivocherebbe, voglio dire, è statistica, e poi i Rashomon implicano appunto questo, che ognuno possa scegliere la versione che preferisce: ma ciò oggi è intollerabile, qualcuno twitterebbe che Ridley Scott ha girato un film che esalta la cultura dello stupro; che Affleck e Damon l'hanno scritto, che Driver l'ha recitato: insomma no, non si può fare, non è più tempo per i Rashomon, e così ci tocca guardare questa scena molto imbarazzante dove Le Gris vive il vertice della sua storia d'amore mentre ansima sulla schiena di una poveretta che nemmeno è riuscito a svestire. Non c'è nulla di veramente problematico qui, non c'è spazio per il dubbio che anzi va scacciato e al massimo individuato nei personaggi come una debolezza da debellare: le vittime sono serie, integerrime e sofferenti, i rei sono patetici. Alla fine il vero colpevole è il Medioevo: e la sua colpa è di non voler credere alle donne. E Babbo io non è che voglia difendere il Medioevo a ogni costo, lo so che era un periodo terribile per le donne, ma i film che condannano il passato in quanto passato ho sempre paura che servano a distogliere dalle responsabilità del presente.

Rashomon ci chiedeva di accettare che ogni Verità è parziale; l'Ultimo Duello ci nomina giudici onniscienti, davanti a due uomini che hanno deciso di scannarsi per contendersela. Alla fine, caro Babbo, quel che mi lascia è un po' di freddo amaro in bocca, per aver voluto controllare se davvero il cattivo viene punito come nel mio cuore avevo già desiderato. Ci sono anch'io sugli spalti, col sadico re di Francia. Mi dispiace Babbo, perché non è nemmeno un brutto film. Ma non è quello che mi serve.

venerdì 24 dicembre 2021

Auguri di stagione


Buone feste a tutti! Non sono scomparso, sto abbastanza bene, mi sono ri-vaccinato e dopo 12 ore ero a posto, vaccinatevi tutti. Avrei persino tante cose da scrivere ma non riesco a metterle in fila – fino a ieri la priorità era mettere in fila nove insegnanti in nove classi per trenta ore a settimana, pescando tra quelli che non erano a casa malati o in quarantena o in coda per vaccinarsi. 

Non credo di dover ripetere che le scuole non sono un ambiente sicuro, riguardo a un virus aereo: non lo erano l'anno scorso e senz'altro non lo sono diventate quest'anno, visto che non è stato speso un solo euro in più per renderle tali. In compenso da qualche parte tra Governo e Regioni si è stabilito che il vero pericolo per i nostri studenti è la Didattica a Distanza: non so spiegarmi altrimenti il mistero di classi intere che, messe in quarantena qualche giorno fa, sono state riammesse a scuola ieri, ultimo giorno prima delle vacanze: giusto il tempo di abbracciare i compagni nei corridoi e scambiarsi saluti e saliva. L'ultimo giorno, ripeto, con un terzo del personale ormai assente, in una fase in cui in qualsiasi altro mese la curva dei contagi ci avrebbe fatto chiudere da una settimana. A quanto pare salvare il Natale è una necessità sociale che viene molto prima di altre – il diritto alla salute, la butto lì. 

Tanto più mi riesce difficile suonare sincero mentre auguro buone feste a tutti voi: anche quest'anno il Grinch è stato sconfitto, i giornali di destra ci hanno messo un po' a trovarlo ma alla fine sono riusciti a recuperare una direttiva della Commissione europea che consigliava di usare un linguaggio più inclusivo e sconsigliava di definire il nome di battesimo come "Christian Name", e tanto è bastato per rispolverare la minaccia del Presepe assediato dai senzadio. È tutto così rodato, ormai, così automatico, che anche quando provo a intervenire non mi sembra di interagire più con esseri umani: piuttosto giocattoli a molla. Facciamo che me ne sto col caldo buono e le quattro capriole di fumo, e ci risentiamo più in là. 

(Ah, nel frattempo su Facebook ho messo in piedi quel torneo di canzoni dei Beatles, un'idea scema che mi ossessionava da tre anni: per chi vuole si trova qui).

venerdì 10 dicembre 2021

S C I O P E R O

 

𝗦𝗖𝗜𝗢𝗣𝗘𝗥𝗜𝗔𝗠𝗢 perché in Legge di Bilancio ci sono 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝟴𝟳 𝗲𝘂𝗿𝗼 di aumento per il nuovo contratto e 12 euro per la valorizzazione del personale docente, legati per di più alla dedizione scolastica. Perchè è di quasi 𝟯𝟱𝟬 𝗲𝘂𝗿𝗼 𝗹𝗮 𝗱𝗶𝗳𝗳𝗲𝗿𝗲𝗻𝘇𝗮 attuale tra il resto del personale della PA con pari titolo e il personale della scuola. Perchè ci sono 𝗭𝗘𝗥𝟬 risorse per la proroga dei contratti ATA sul cosiddetto organico Covid. E 𝗭𝗘𝗥𝟬 risorse per l'incremento degli organici docenti e Ata. Non ci sono misure per la riduzione del numero di alunni per classe. 𝗡𝗲𝘀𝘀𝘂𝗻 𝗰𝗼𝗻𝗰𝗼𝗿𝘀𝗼 𝗿𝗶𝘀𝗲𝗿𝘃𝗮𝘁𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝗶 𝗗𝘀𝗴𝗮 facenti funzioni e assenza di risorse per eliminare le reggenze. Restano i vincoli sui trasferimenti del personale docente e Dsga neo immesso in ruolo. Nessuna misura per lo snellimento amministrativo e burocratico. 𝗡𝗲𝘀𝘀𝘂𝗻𝗮 𝗶𝗻𝗶𝘇𝗶𝗮𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝗱𝗮𝗿𝗲 𝗳𝗶𝗻𝗮𝗹𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝘀𝘁𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝗮𝗹 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼, partendo da un sistema strutturale e permanente di abilitazioni partendo da un sistema strutturale e permanente di abilitazioni.

𝗢𝗥𝗔 𝗕𝗔𝗦𝗧𝗔. Il 10 dicembre la scuola si RIBELLA e SCIOPERA

mercoledì 8 dicembre 2021

Nel cervello di un novax, 2: niente spazio per i lupi

(Per chi si fosse perso la puntata precedente: i novax non sono alieni; gran parte dei loro ragionamenti sono coerenti e conseguenti. Studiare quello che pensano è un modo di verificare anche quello che pensiamo noi. Non è che dobbiamo andare d'accordo, ma almeno capire cosa ci divide sul serio).

FALLACIA DEL LUPO (conosciuta anche come paradosso del runner)

We few, we happy few, we band of brothers...


Di questa abbiamo già parlato, perché la trovo la più interessante e anche la più diabolica. Io, devo confessarlo, ho un debole per i vaccini, che il covid mi ha permesso di esprimere senza più pudori: ma li adoravo già prima perché mettono la società davanti alla sua natura comunitaria. Un vaccino, da solo, non serve a niente: il vaccino ci protegge soltanto in quanto gregge, e quindi ci costringe a ragionare da gregge. Al novax questo non va: lui si ritiene un lupo – ma cos'è un lupo? Dal punto di vista del gregge, è un parassita. Il lupo campa finché ci sono greggi. Molti lupi lo sanno benissimo e non hanno obiezioni reali contro i vaccini, finché li fanno gli altri. Lui però non vuole farlo: il gregge lo dovrebbe tutelare in quanto minoranza. Il gregge non ne vuole sapere, e questo lo scandalizza, al punto di portarlo talvolta a invocare un processo di Norimberga contro questo gregge che non ha più rispetto per i legittimi istinti di un lupo. 

Questa fallacia si esprime di solito in forme ormai riconoscibili a distanza: non solo perché la maggior parte dei novax (e dei loro interlocutori) non fa che scambiarsi argomenti già prefabbricati, meme quasi intercambiabili, ma anche perché, con tutta la più buona volontà di essere originali, dopo un anno che milioni di persone parlano della stessa cosa è chiaro che ormai l'artigianato argomentativo ha ceduto il passo alla produzione industriale in serie. 

a) Selezione mirata delle informazioni: il novax/lupo da mesi continua a ripetere che il vaccino protegge dai sintomi ma non riduce il contagio. Questa nozione così controintuitiva (la gente dovrebbe continuare a essere contagiosa come prima anche se contrae il virus in forma asintomatica e guarisce più rapidamente) è in parte causata dalla fallacia del bicchiere, ovvero se anche provi a spiegargli che il vaccino ha una copertura del 60/80% nei confronti del contagio, lui non capisce o finge di non capire, per lui 80%=0%. Ma la sua testardaggine in tal senso deriva anche dal fatto che ragiona per individui, e quindi anche quando si immagina il vaccino, ne ha una concezione per così dire corpuscolare: si tratta di un rimedio che risolve un problema a tutti gli individui che lo assumono: quindi perché non se ne stanno contenti e ci lasciano vivere la nostra vita? Il fatto che questo rimedio abbia anche un'efficacia complessiva, comunitaria, di gregge, è una cosa che gli sfugge o che non vuole accettare. 

b) Rivendicazione orgogliosa della propria esistenza controcorrente: ed è qui che molto presto è nato il meme del lupo (a tal proposito, sarei sinceramente curioso di conoscere la percentuale di motociclisti novax: secondo me è altissima, ma può darsi che io sia vittima di un pregiudizio).

c) Incapacità di immaginare i propri comportamenti moltiplicati per l'umanità circostante: da cui il famoso lamento del runner, o del tizio che non capisce perché non può entrare in un parco vuoto. Ecco, qui mi pare che non si replichi mai abbastanza, come se anche molti oppositori dei novax condividessero la stessa difficoltà. Se a me salta agli occhi forse è per deformazione professionale: non posso aprire il parco a te, lo posso aprire soltanto a tutti: i diritti e gli spazi pubblici sono di tutti e (quel che è più difficile affermare e accettare), se non possono essere aperti a tutti, è meglio chiuderli a tutti che aprirli soltanto per qualcuno

d) Rivendicazione rancorosa di uno status di minoranza perseguitata: in un mondo in cui le comunità minoritarie reclamano sempre più i propri diritti, il novax si ritrova il sentiero già tracciato ed è quasi inevitabile che paragoni il suo status di oppresso a quello degli ebrei, degli omosessuali, ecc. A questo punto l'interlocutore ribatterà che questi paragoni sono fuori luogo, già: ma perché sono fuori luogo?

    d1) se l'interlocutore li ritiene fuori luogo perché eccessivi, sta comunque ammettendo che abbiano un senso; a quel punto il novax obietterà che ogni tipo di oppressione totalitaria si installa per gradi – insomma oggi mi togli la possibilità di recarmi sul luogo di lavoro, domani mi manderai al forno. E in questo caso il punto è suo, perché non si può negare che la pressione in questi mesi stia salendo: ieri il green pass, oggi il super green pass, domani l'obbligo vaccinale, ecc.


    d2) l'interlocutore può obiettare che ebrei e omosessuali non possono smettere di essere ebrei e omosessuali – o perlomeno nella concezione razziale dei nazisti l'ebraismo era una condizione di natura, e secondo la nostra idea dell'omosessualità, gay si nasce (decenni fa la pensavamo in modo diverso e chissà come la penseranno tra qualche decennio, ma adesso insomma la pensiamo così). Il novax invece può in qualsiasi momento smettere di essere novax: già, ma è appunto quello che non vuole fare. Credo che visto da fuori un sistema che ti convince a ritrattare le tue posizioni sia persino più minaccioso di un sistema che ti elimina e basta. In sostanza staremmo replicando al novax: guarda che ti sbagli, noi non siamo il nazismo, al massimo siamo l'Inquisizione...

    d3) l'interlocutore può osservare che il novax non è una minoranza oppressa come le altre perché, a differenza dell'ebreo o del gay (chiedo scusa per usare sempre questi due esempi spicci), la sua esistenza è una reale minaccia per la comunità. Il gregge non può avere rispetto per il lupo perché il lupo danneggia oggettivamente il gregge. Qui però si scopre un punto cruciale, perché anche i nazisti erano convinti che gli ebrei fossero una minaccia per il popolo ariano, e a tutt'oggi un sacco di gente è convinta che l'omosessualità sia una piaga che rammollisce la nostra gioventù. Il novax si sente perseguitato e l'interlocutore gli deve concedere che sì, entro certi limiti lo sta davvero perseguitando, per gli ottimi motivi che nei secoli il persecutore ha sempre esibito a chi perseguitava. Chi a questo punto invoca una Norimberga ci sta semplicemente ricordando che tutto passa e anche le nostre ragioni, prima o poi, saranno soppesate da giurie che le vedranno in prospettiva.

martedì 7 dicembre 2021

Il cervello di un novax (è più o meno il nostro)

Se a questo punto della pandemia non avete ancora litigato con un novax, siete evidentemente un novax, e in questo caso ti saluto: ciao, vengo in pace. So che probabilmente mi ritieni un emissario di una dittatura sanitaria che forse anche tu paragoni al nazismo; io al contrario sono incline a considerarti un irresponsabile, disinformato ed egoista, in certi casi anche un po' untore – anche se magari ti tamponi ogni 48 ore e a questo punto il tuo green pass è più attendibile del mio che ancora aspetto la terza dose. Queste cose ce le siamo dette, andiamo avanti. In questi mesi il novax è diventato l'obiettivo polemico più facile: non importa che si tratti di un fenomeno relativamente contenuto, i media ci tenevano a mostrarli, ovviamente nelle forme più grottesche possibili. Persino qualche intellettuale si è prestato al gioco, per vanità e per convinzione. Per quanto grotteschi, confesso che preferivo leggere loro che i loro avversari: questi ultimi li ho trovati troppo spesso moralisti e ridondanti (nel senso che mi sento già abbastanza moralista io mentre mi parlo addosso). A un certo punto però c'è un intervento che ha lasciato il segno, pensate che me lo ricordo a quasi un mese di distanza. È questo paragrafo di Emanuele Trevi, sul Corriere della Sera:

Dovessi campare mille anni, leggendo e analizzando una per una le argomentazioni contro i vaccini e contro quel loro necessario complemento che sono i green pass, non riuscirei ad assimilare nemmeno un minimo frammento di quella maniera di pensare e di comportarsi. Come alla stragrande maggioranza dei miei simili, più di ogni singola polemica, più di ogni manipolazione dei dati, più di ogni infantile enormità stile «dittatura sanitaria» e «grande reset» è il tono di questa gente, capace di negare anche i numeri dei morti pur di godersi un posticino nel sole del dibattito, che mi infastidisce profondamente...

Ho citato fin troppo. Trevi si dice disgustato da un certo "tono", ed è buffo perché la sua eloquenza qui mi ricorda proprio quello di alcuni novax. Ma le righe che mi hanno lasciato il segno sono le prime tre. Trevi è sicuro che non potrebbe assimilare la mentalità novax, campasse mill'anni. Questo mi sorprende perché per me è l'inverso. Mi basta leggere poche righe di un novax per riconoscermi nella sua mentalità. Questo è il motivo per cui tra i miei perversi passatempi in questi mesi c'è stato quello di confrontarmi con loro: mi succede soltanto con persone in cui intravedo una profonda affinità di pensiero, anche se le nostre scelte di fede (o di ideologia, se preferite) ci hanno portato lontano. In tanti anni di antiberlusconismo non mi è mai capitato davvero di dialogare con un berlusconiano – con radicali e liberali sì. Coi sionisti sì, coi fascisti mai: non sono più coincidenze, ormai anche su internet di fascisti disposti a discutere delle loro idee c'è abbondanza, ma manca un terreno comune. Ormai ho capito che le persone con cui litigo davvero sono persone che in un altro secolo avrebbero preso la tessera del mio stesso partito, o si sarebbero affiliati alla mia stessa setta segreta, o avrebbero frequentato la mia stessa confraternita religiosa – fino alla dolorosa secessione che ci avrebbe portato a inseguirci pugnale in mano in qualche vicolo, o a scomunicarci a vicenda. I novax mi solleticano perché, al contrario di Trevi, la pensano in modo sinistramente simile a me – eppure ho deciso che sbagliano completamente. Il che significa che gli errori che commettono avrei potuto commetterli anch'io, e magari li commetto anch'io in tante altre discussioni senza accorgermene: la lotta contro l'eresia comincia in casa, comincia nella propria coscienza. Il cervello di un novax è il mio cervello, anche se il suo è più pratico da sezionare. Vediamo quali errori commette più frequentemente.


FALLACIA DEL BICCHIERE: Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno...

Il novax sembra aver rinunciato a ogni logica fuzzy. In un mondo in cui siamo abituati sin da piccoli a ragionare in termini di probabilità e percentuali, lui ha deciso che una cosa può solo essere Vera o Non Vera. Il vaccino non protegge dal contagio, dice. È così. Lo dicono anche gli esperti. Gli esperti veramente dicono che il vaccino può avere una copertura variabile dal 50% all'80%, numeri che ci costringono a mantenere alta la guardia, ma senz'altro superiori allo 0%... ecco, il novax non ha intenzione di seguirci su questa china statistica. I suoi circuiti sono molto più basici: possono essere soltanto chiusi aut aperti. Forse che un bicchiere può essere contemporaneamente vuoto e pieno? No, al massimo sarà un po' pieno, ma il novax misconosce il concetto di "un po'": non vede più mezze misure, un bicchiere è completamente vuoto finché non è pieno, o viceversa. Il vaccino copre o non copre? Evidentemente non copre, perché i vaccinati possono ammalarsi. Quindi i vaccini non funzionano. Non solo, ma si può morire di vaccino? Su milioni di vaccinati al mondo qualcuno potrebbe davvero essere morto di vaccino. È una percentuale ragionevole ma... no, stop, non esistono le percentuali. È morto qualcuno, quindi il vaccino è un veleno. La stessa fallacia determina le deformazioni grottesche che ormai conosciamo bene: il green pass è discriminatorio? In una certa misura sì, ma... no, non esiste una "certa misura": qualsiasi azione discriminatoria è il nazismo, e quindi il greenpass è nazismo. 

Alcuni – i più sofisticati del mazzo – sanno benissimo che per arrivare a conclusioni così nitide occorre rinunciare a parecchie sfumature, e lo rivendicano: le percentuali, ci spiegano, sono roba buona per gli scienziati, ma questa è Etica, e l'Etica non può scendere a compromessi. Magari è Kant, o qualche analogo parruccone. Non lo so. Alla fine un novax è semplicemente una persona che ha deciso che non cede a un determinato compromesso. Non è l'alieno che Trevi non potrebbe capire in mille anni: siamo tutti abbastanza allergici ai compromessi (non sarebbero compromessi, altrimenti). Quantomeno dovremmo ricordare che non si dà compromesso senza contrattazione, e che si tratta di una misura delicata che richiede una continua vigilanza. Il novax ha deciso che non ci sta, probabilmente intuisce che non riuscirebbe a vigilare così bene e ha calcolato che gli conviene chiamarsi subito fuori. Noi invece che ci riteniamo più furbi e smaliziati, siamo sicuri di aver controllato quanta acqua nel bicchiere era rimasta l'ultima volta che l'abbiamo dichiarato mezzo pieno? 

(Continua)

venerdì 3 dicembre 2021

Get Back sembra vero (ma non lo è)

C'è una scena del nuovo Get Back di Peter Jackson che ha già conquistato critici e spettatori: durante la prima puntata, mentre gli altri tre aspettano John Lennon cronicamente in ritardo, Paul si mette a improvvisare un brano su due accordi, che all'inizio non è niente e nel giro di qualche minuto diventa appunto Get Back. Il brano ci metterà ancora parecchio ad assumere la forma che conosciamo, passando attraverso numerose evoluzioni e ripensamenti (a un certo punto rischiò di diventare un brano 'politico' antirazzista, poi il timore di essere fraintesi mentre cantavano "want no Pakistani" li convinse a tornare a un più confortevole nonsense). Ma tutto sommato la melodia di Get Back è quella che prende forma in quei pochi minuti in cui Paul strimpella col basso e gli altri due lo seguono e annuiscono. Questo sembrerebbe fantastico anche se le immagini fossero quelle un po' sgranate della pellicola originale, e non rielaborate digitalmente per farci sembrare Paul George e Ringo veri come gli amici che abbiamo fotografato sabato scorso col telefono. Stiamo veramente vedendo dei geni al lavoro, mentre inventano qualcosa che prima non c'era e dopo sarà impossibile dimenticare. È tutto così vicino e limpido, è un miracolo.

È anche un trucco.

Non credeteci troppo.

Ovvero, sì: per una volta potrebbe davvero essere andata così: la melodia di Get Back potrebbe pure essere nata in quel momento. Anche in questo caso, la sensazione di essere lì con loro è del tutto illusoria. A un certo punto c'è uno stacco, la melodia prima non c'era, dopo c'è, in mezzo chissà quanti minuti sono passati. Get Back è un documentario lunghissimo e a quanto leggo i suoi meriti starebbero proprio nella sua lunghezza: si tratterebbe di una garanzia di autenticità. Quelli che vediamo dovrebbero essere davvero i Beatles catturati senza filtri, come in un reality show. Ma se i reality show ci hanno insegnato qualcosa è a diffidare di qualsiasi montaggio: la realtà è sempre più confusa dello show, nella realtà gli amici litigano e si riconciliano centinaia di volte, raccontando sciocchezze e ritrattandole immediatamente – nei reality sono i montatori a decidere quale sciocchezza diventa fondamentale, quale litigio diventa la frattura cruciale, chi è il buono chi è il cattivo e chi resta sullo sfondo. Nel gennaio del 1969 il regista Michael Lindsey-Hogg girò centinaia di ore di filmato, di cui solo pochi rulli fino a questo momento erano stati divulgati (su Youtube comparivano e scomparivano). Jackson ha selezionato cinquecento minuti: sono tanti, ma anche lui ha dovuto scegliere cosa salvare e cosa sacrificare od occultare. Inoltre, per realizzare il documentario ha dovuto ottenere il permesso dei Beatles viventi, e in particolare del Beatle che fino a quel momento si era sempre opposto a rimettere in circolazione il film del 1970: Paul McCartney. Il ri-montaggio dà a McCartney la possibilità di riscrivere un momento doloroso, se non traumatico, della sua carriera: negli studios cinematografici di Twickenham stava cercando di salvare i Beatles: non ci riuscì, anzi forse ne accelerò la disgregazione, e da allora con questa consapevolezza ha dovuto conviverci. Alzi la mano chi non approfitterebbe dell'opportunità di rimontare qualche episodio difficile del proprio passato, eliminando una parola di troppo, o un'intera frase, o un litigio, con la stessa artificiale facilità con cui qualche anno fa Paul ha tolto i violini da The Long and Winding Road.

Col tempo McCartney è diventato un sapiente narratore del suo passato. Ciò che lo fa sembrare attendibile è che riconosce i suoi limiti. Ha ammesso più volte di essere stato "bossy" in quegli anni, di aver tentato di prendere le redini del gruppo almeno per quanto riguardava la direzione artistica, dopo la morte del manager Brian Epstein. I giorni di Twickenham sono quelli in cui lui stesso fa i conti coi limiti di questo approccio. Non si capisce esattamente perché i Beatles si debbano rimettere a lavorare così presto – il Disco Bianco è uscito a ottobre – a meno che il divorzio non sia ritenuto ormai così imminente che ogni giorno è prezioso, ogni canzone potrebbe essere l'ultima e l'esibizione dal vivo, se davvero si farà, sarà sicuramente l'ultima. Persino Ringo, dei Quattro apparentemente il più rilassato, ha la sua carriera cinematografica a cui pensare: a fine gennaio comincerà a girare un altro film con Peter Sellers. Le prime sessioni vengono registrate e filmate proprio negli studi londinesi già prenotati per il film. A un certo punto si vede anche Sellers, sorridente ma visibilmente imbarazzato: tutto è filmato, qualsiasi battuta gli uscisse di bocca potrebbe finire nelle sale di tutto il mondo e la cosa non gli va, il grande comico fa scena muta. I Quattro sono più rassegnati a convivere con le cineprese ma forse si comportano in modo meno naturale di quello che crediamo. Per essere quattro ventenni milionari di Liverpool, è sorprendente quanto siano tutto sommato formali: solo a John scappa qualche parolaccia e qualche riferimento esplicito alle droghe.

Il gruppo sembra aver stabilito di usare le prime tre settimane di gennaio per mettere in piedi un'esibizione dal vivo con materiale per lo più originale: l'idea è invertire il metodo di lavoro del Disco Bianco, ripartire dal collettivo come Dylan che a Woodstock si è messo a incidere brani in cantina con la Band, George di recente è andato a trovarlo ed è rimasto estasiato. John però ha soltanto una canzone nuova da proporre, e persino George condivide il suo materiale di malavoglia. Paul da canto suo ha fin troppe idee e canzoni da parte: questo squilibrio rischia di far precipitare un progetto nato confuso e portato avanti con scarsa convinzione. In questa situazione, Paul a un certo punto potrebbe essersi messo a strimpellare il basso con due compari fino a tirarne fuori quel successo stratosferico che fu Get Back (in aprile avrebbe esordito al primo posto delle classifiche inglesi, negli USA avrebbe portato i Beatles a eguagliare il record di 17 singoli al primo posto della classifica di Billborard). Oppure il Paul 26enne potrebbe avere messo in scena questa 'invenzione' davanti agli altri due, fingendo di arrivare progressivamente a una melodia che in realtà aveva già chiara in testa chissà da quando – e il Paul quasi 80enne avrebbe tutto l'interesse a perpetuare l'illusione.

Mi è impossibile davanti a una scena così efficace non dubitare del montaggio e della messa in scena; non condividere lo scetticismo di James Alistair Taylor, quella volta che Paul mentre gli dava una lezione di composizione al piano improvvisò davanti a lui melodia e parole di Hello Goodbye: certo, potrebbe averla inventata sul momento... oppure potrebbe averla recuperata in quel momento per regalare allo spettatore un'emozione in più. Nel caso di Get Back, a Paul serviva una canzone che non sembrasse una "sua" canzone, qualcosa che gli altri non riconoscessero immediatamente come farina del suo sacco: anche John, che in quel momento non c'era e che nella versione finale suonerà l'assolo. Tutto sembra dire che Paul non voleva più essere il boss, che Paul stava volontariamente facendo un passo indietro, cercando la collaborazione dei compagni che sembrano per lo più svagati (John) e in certi casi ostili (George). Tutto vuole suggerire: vedete, io ci ho provato fino alla fine, ma loro non collaboravano più. Sembra tutto così vero, ma resta una ricostruzione di parte.

Era fin troppo prevedibile che McCartney avrebbe chiesto ai montatori di edulcorare l'amarezza di quelle sessioni che Harrison considerava "le peggiori di tutti i tempi" e Lennon addirittura definì un "inferno... le più miserabili sessioni al mondo". Eppure, come ha dichiarato Ringo, ci sono ore e ore in cui quattro ragazzi scherzano e suonano volentieri assieme: bastava scegliere di mostrare soprattutto quelle. Certo, nessun montatore avrebbe potuto eludere l'impressione di smarrimento e di confusione a Twickenham. Dopo la morte del loro manager nel 1967, i Quattro si stanno maneggiando da soli, almeno in teoria. In pratica sono circondati da professionisti assunti a vario titolo – di cui diffidano – che spingono per un finale con il botto, un concerto all'altezza della loro fama, magari in un anfiteatro africano. Tra di loro c'è il giovane regista Lindsey-Hogg, a cui non sembra vero di poter filmare la fine del gruppo più famoso del mondo (ha piazzato cimici persino nelle fioriere della mensa). Due dei quattro reagiscono con un'ostilità che nel documentario potrebbe sembrare più passiva di quel che non fu: Harrison continua a dire di no a tutte le proposte più impegnative. A un certo punto abbandona lo studio con un gesto che sembra inconsulto, ma che sarà risolutivo. Lennon appare più passivo, come se di fronte a una decisione ormai ineludibile abbia deciso di non scegliere, di lasciare che le cose intorno gli accadano. Mentre suona ha scelto la sedia che dà le spalle alla cinepresa; alla chitarra sembra collaborativo ma a parte Don't Let Me Down non ha molto da offrire, tanto che il gruppo decide di recuperare quella Across the Universe che dopo essere stata scartata come singolo era stata comunque pubblicata nel disco della WWF e quindi non era più un inedito.

Quel che il documentario di Jackson non dice – quello che Jackson sceglie di non dire – è che Lennon e Ono in quei giorni avevano una storia importante con l'eroina. Quando all'indomani della fuoriuscita di George, Lennon arriva come al solito tardi, e si giustifica spiegando che aveva un'intervista con un network  canadese, ci fornisce un prezioso punto di riferimento: l'intervista in effetti è disponibile su Youtube con l'eloquente titolo Two Junkies Interview. I due rispondono alle domande con voce a tratti catatonica, fissando il vuoto: tra una sigaretta e l'altra Lennon lotta per resistere all'impulso del vomito. Qualche ora dopo lo troviamo seduto a scherzare tra Paul e Ringo e – potenza del restauro digitale – sembra persino in forma. Guarda dritto la telecamera, spara i suoi nonsense a raffica. Però quel giorno non si suona, e anzi i tre decidono di interrompere le riprese. Torneranno da George, che porrà come condizioni l'abbandono del freddo studio di Twickenham e delle ipotesi di concerti all'estero. Perlomeno questa era la ricostruzione più assodata fin qui, ma il documentario stempera anche questo dettaglio: nessun ultimatum, i quattro si ritrovano a casa di George e decidono assieme di cambiare rotta. Che George Harrison abbia costretto Paul McCartney a rinunciare a gestire i Beatles in un certo modo è una cosa che a distanza di più di 50 anni quest'ultimo non riesce ancora ad accettare. Il documentario resta un lavoro titanico e prezioso ma davvero, ogni volta che discutono, e litigano, o smentiscono di aver litigato, o inventano una canzone, godetevi tutto: il discorso, il litigio, e soprattutto la canzone – ma non credeteci troppo. Un reality non è la realtà, anche se ci suonano i Beatles. 

sabato 27 novembre 2021

Le guerre puniche del ministro Cingolani

Certe volte comincio a scrivere un pezzo poi mi viene il dubbio che magari l'ho scritto, boh, sette o quindici anni fa e non è l'ansia di ripetersi – una volta ogni quindici anni uno ne avrebbe anche il diritto – ma è la vertigine di trovarsi sempre nella stessa situazione. Quante volte un ministro si è messo a parlare di come avrebbe voluto cambiare la scuola, ma la scuola che aveva in mente era quella che aveva fatto lui mezzo secolo prima? Ecco, l'altro giorno il ministro per la transizione ecologica ha spiegato che i programmi scolastici sono vecchi, vecchi, gli studenti invece di imparare a fare i digital manager stanno ancora lì a imparare le guerre puniche quattro volte". 

Questa illustrazione l'ho già usata nel 2011.

Naturalmente se ora googlate "Cingolani guerre puniche" trovate tutto un levare di scudi e uno spiegare a Cingolani che la storia antica è importante, la cultura umanistica è fondamentale anche per fare il digital manager, l'utilità del latino-che-apre-la-mente, ecc. Non trovo però tra i primi risultati qualcuno che faccia notare una cosa più terra-terra, ovvero: Cingolani, ma come fa uno studente a studiare le guerre puniche quattro volte? I tuoi figli le hanno studiate quattro volte? Me ne duole, anche perché sono ben tre e si sa, quattro per tre fa dodici. Comunque. Io insegno alla scuola media da vent'anni e non ho mai avuto l'occasione di intrattenere i miei studenti sui ponti mobili e sulle imprese di Annibale, perché quando arrivai era appena stata adottata la riforma Moratti che prevedeva un ciclo unico tra scuola primaria (=elementare) e secondaria di primo grado (=media). 

Dunque da più di vent'anni, ministro, le guerre puniche alle medie non si fanno. Si fanno – se i docenti ritengono valga la pena – in quinta elementare, così per curiosità sono andato a vedere quanto spazio tengono su un manuale di quinta elementare: una pagina. Ovviamente non si parla di Fabio Massimo il Temporeggiatore, né degli ozi di Capua, né di Delenda Carthago, del resto è una tendenza che notavo già quando facevo le elementari io (molto, molto prima della Moratti): alle elementari più che le guerre interessavano le civiltà, come si vestivano i romani (la toga, la palla), in che tipo di case abitavano, le domus le insulae eccetera: me lo ricordo perché io invece volevo proprio sapere come si erano ammazzati tutti quei romani e quei cartaginesi e dovevo recuperare le cose sull'Enciclopedia Conoscere che avevano in classe. La quale, bisogna dire, aveva illustrazioni pazzesche e spiegazioni piuttosto chiare, ancorché talvolta retrive e ehm, razziste. Del resto in quinta elementare io ho studiato persino la bomba atomica, che mi preoccupò molto. Invece adesso in quinta si arriva all'Impero Romano e le medie cominciano, triste coincidenza, proprio con la Caduta. Alla bomba si arriva, sempre piuttosto trafelati, tre anni dopo. Questo è il primo ciclo: il secondo si fa alle superiori e forse entro i sedici anni uno studente italiano fa effettivamente in tempo a sentir parlare di guerre puniche un paio di volte. Secondo Cingolani invece succede quattro volte, il che gli suggerisce che si potrebbe tagliare ulteriormente, di tutte le materie, proprio la mia. Che gli si può obiettare? Che a scuola in realtà non importa cosa si insegna, (le cosiddette nozioni), ma come lo si insegna (il metodo, la competenza), e che ripetere la stessa nozione due volte in cinque anni non ha veramente nulla di scandaloso, anche perché nel frattempo i ragazzi sono cresciuti e possono anzi devono approfondire? Cioè avete un'idea di quante volte studiando matematica si torna sul concetto di frazione? Ma ogni volta c'è un buon motivo per tornarci. Ma mi sembra di averlo scritto un altra volta cinque o dieci anni fa, ho le vertigini. 

La tentazione stavolta è di rispondere come risponderà chiunque si porrà il problema tra cinque o sei anni: Eh? Guerre puniche cosa?

Questo lo misi in un pezzo del 2010 sull'argomento, si chiamava Addio agli antichi. Alla fine io se ho imparato qualcosa di Storia antica lo devo a Conoscere e ad Asterix. 

...Perché nel frattempo è successo questo: che tutto un bagaglio di nozioni che trovavamo inutili e diciamolo, un po' imperialiste, ma che usavamo tantissimo per veicolare un sacco di significati, abbiamo smesso di farle ripetere a macchinetta dagli studenti e il risultato è che ormai se ne interessa unicamente qualche nerd disposto a guardarsi documentari amatoriali su youtube: neanche tanti, perché all'Enciclopedia Conoscere Youtube gli pulisce ancora le scarpe, purtroppo. Perché la storia romana che fino alla generazione passata serviva ancora a fornirci figure di conversazione, personaggi esemplari, aneddoti memorabili, modi di dire – oggi è un paesaggio incomprensibile ai più. Lo stesso Cingolani tirando fuori "guerre puniche" sperava probabilmente di comunicare "argomento astruso e noioso", laddove se c'è qualcosa di avvincente e mai completamente inattuale nella storia della Repubblica Romana è proprio questa lunga faida tra due imperi coloniali che lottano per l'egemonia, l'Europa contro l'Africa, gli avventurieri con gli elefanti contro i temporeggiatori, e così via. Poi certo probabilmente adesso il mercato ha bisogno di digital manager, qualsiasi cosa significhi: e tra tre anni avrà bisogno di visual manager e di qualsiasi altra cosa. Se Annibale e Scipione hanno tenuto banco per più di duemila anni, forse avevano qualcosa da dirci di meno effimero. Forse. Ma comunque ormai stanno su due o tre pagine, meno di quelle che la mia antologia per la classe terza dedica a Steve Jobs. E però per Cingolani non basta, boh. Tagliare, tagliare, bisogna cancellare tutto, far spazio, salare le rovine, delenda schola, delenda.

Forse basta aspettare. Quanti ne abbiamo già sentiti come lui, in linea di massima più abbaiano meno mordono. Temporeggiamo.

martedì 23 novembre 2021

Suo figlio non s'impegna, competenze


"Senti, ma tu la didattica per le competenze..."
"Sì?"
"...come la intendi?"
"Quando parlo coi genitori ogni cinque o sei parole infilo la parola "competenze"."
"Come sarebbe a..."
"Sì, suo figlio a volte si mette ancora le dita nel naso, ma COMPETENZE questo non disturba troppo la lezione se COMPETENZE lo teniamo nell'ultima fila".
"Ah ah".
"Non è una battuta".
"Ma insomma tu come insegni".
"Urlo in faccia alla gente le nozioni".
"Come sarebbe a..."
"IL PI GRECO È IL RAPPORTO TRA CIRCONFERENZA E DIAMETRO!"
"No, ma aspetta, non puoi..."
"IL PI GRECO È IL RAPPORTO TRA CIRCONFERENZA E DIAMETRO!"
"Siamo nel 2021 e tu..."
"IL PI GRECO È IL RAPPORTO TRA CIRCONFERENZA E DIAMETRO!"
"Ma la vuoi smettere? Sei fastid..."
"IL PI GRECO È IL RAPPORTO TRA CIRCONFERENZA E DIAMETRO!"
"HO CAPITO".
"COS'HAI CAPITO?"
"HO CAPITO CHE "IL PI GRECO È IL RAPPORTO TRA CIRCONFERENZA E DIAMETRO!"
"Questa è la tua competenza".
"Tu non hai capito niente della didattica".
"Tu hai capito cos'è il pi greco".

(È un racconto di fantasia, non credo che una buona didattica consista nell'urlare in faccia le nozioni; ovvero, magari quando ero giovane posso aver commesso questo errore, ma poi per fortuna mi sono messo in discussione, ho approfondito la questione per quanto mi era possibile, e già da qualche anno ho messo a punto una didattica che consiste nell'avvicinarmi allo studente da dietro mentre pensa ai fatti suoi, con passo felpato, e URLARGLI LE NOZIONI ALL'IMPROVVISO. E devo dire che funziona molto meglio, spargete la voce).

domenica 14 novembre 2021

Driving Ms Mastrocola


Rassomiglieremo la scuola pubblica a una vecchia automobile, diciamo un modello a benzina degli anni Novanta, che ci ha portato in infiniti luoghi ma a un certo punto senz'altro necessitava di essere cambiato, purtroppo fu il momento in cui ci trovavamo a corto di spiccioli, tanto che ci siamo venduti l'autoradio. 

Non è una cosa di cui andiamo fieri; e però dopo aver constatato che la macchina continuava ad andare, ci è presa una strana euforia e ci siamo rivenduti anche la ruota di scorta (sì qualcuno ce l'ha comprata, forse aveva pietà di noi). Da lì in poi è stata una corsa verso l'abisso: qualcuno ci ha comprato la il cric, il triangolo, la tuta catarifrangente, il disco orario. C'è gente che ha accettato in pegno i tergicristalli, c'è mercato anche per i finestrini retrovisori, e ciononostante l'auto funziona ancora, certo non è che facciamo benzina molto spesso, e il paraflu ce lo siamo bevuto. Un nostro conoscente conosce un tizio che ti valuta i sedili, ci stiamo pensando, nel frattempo si sono rotti un paio di fanali ma basta essere a casa prima del tramonto.

In mezzo a tutto questo, la Mastrocola chi è? Una passeggera, mettiamola così, una tizia che ha fatto un tratto di strada con noi e ha notato con disappunto che il riscaldamento non funziona – tante grazie, manca il lunotto posteriore, ma mica se n'è accorta. Dice che è tutta colpa di queste auto moderne, ricorda con affetto la Fiat 126 che le regalarono i genitori e che secondo lei era più performante. Noi non siamo nella situazione di darle torto, diciamo che siamo più preoccupati dal fatto che potrebbe fermarci una pattuglia e ci siamo fumati anche il libretto. Quindi la facciamo parlare, che altro possiamo fare? Ci fosse un autoradio alzeremmo il volume, ma non c'è più.


Tecnica della Scuola


giovedì 11 novembre 2021

A Castelnuovo il 16, non mancate

Signore e signori, ho l'onore di avvisarvi che martedì prossimo, 16 novembre, alle 21 presso  l'Auditorium Bavieri di Castelnuovo Lennon-Rangoni avrò il piacere di presentare Getting Better, un libro che alcuni di voi forse già conoscono, dialogando con Roberto Menabue. E siccome si parlerà di Beatles, ci sarà anche qualcuno che ce li saprà suonare, ovvero Stefano Stecca Bertolani. A splendid time is guaranteed for all.




martedì 2 novembre 2021

L'invenzione maledetta

 "Come probabilmente sapete, gli automobilisti hanno sempre qualche difficoltà a mettere in punto l'orologio dell'automobile".

"Già, in effetti è così".

"I comandi sono quasi sempre un po' troppo complessi, inoltre l'automobilista è concentrato sulla guida e così tende a rimandare".

"Vero".

"D'altro canto ormai tutte le automobili sono equipaggiate con bluetooth di serie che si collegano allo smartphone dell'automobilista – e lo smartphone come saprete si mette in punto da solo, prende l'ora da internet".

"Ora che ci penso è vero, lo smartphone si mette in punto..."

"Dunque la mia idea... ma non è che sia proprio una mia idea, cioè mi fa un po' strano che non sia già venuta a qualcun altro, anzi a tantissima gente, soprattutto ingegneri, beh... anche lei a questo punto l'avrà capita da solo, no?"

"Cosa dovrei aver capito?"

"L'idea che sono venuto a presentare, è una cosa proprio banalissima se uno ci pensa".

"E cioè?"

"Cioè non ci ha pensato?"

"No, ma la prego, non mi tenga sulle spine, qual è questa sua banalissima idea?"

"Beh, ecco... fare in modo che l'automobile metta in punto l'orologio con lo smartphone a cui si collega via bluetooth".

"Ah, però".

"Banale, eh? Però risparmierebbe tempo, fatica, distrazione... e non c'è nessuna tecnologia da aggiungere, abbiamo già tutto".

"Sì, sì, non male come idea".

"Continua a sembrarmi stranissimo che nessun altro ci abbia pensato".

"Eh ma sa, a volte sono proprio le cose semplici... le faremo sapere, comunque".

"Grazie per la sua attenzione".

"Si figuri, si figuri e mi raccomando, nel frattempo non ne parli con nessuno, segreto industriale".

"Wow. Grazie".

"Inoltre nei prossimi giorni non lasci la città".

"Davvero?"

"Proprio così. A presto".

[Esce il geniale inventore].

[L'ingegnere capo emette un lungo gelido sospiro, e poi prende il telefono]. "Sì, è appena uscito dal mio ufficio, sì, è proprio come temevamo, bisogna farlo sparire come tutti gli altri. No, non un incidente stradale, sarebbe il quinto in una settimana, inventatevi qualcos'altro".

lunedì 1 novembre 2021

Dieci anni in Paradiso

1° novembre – Tutti i Santi

A chi di voi legge abbastanza abitualmente il Post, può capitare ogni tanto di trovare in prima pagina un pezzo sul santo cattolico del giorno. Di solito li firmo io, e non parlano necessariamente del santo del giorno. A volte non è proprio il santo cattolico - a volte non è nemmeno un santo - a volte non parlano proprio di niente in particolare, ma insomma ormai sono una tradizione, da quand'è che sul Post escono questi pezzi? Da dieci anni. Auguri! Cioè in realtà il blog dedicato aprì dieci anni e quasi un mese fa (il primo pezzo era dedicato a Santa Teresina del Bambin Gesù), ma credo abbia più senso festeggiare nel giorno dedicato a tutti i Santi. Come passano in fretta dieci anni, ultimamente.

Santi agiografati sul Post per secolo dopo Cristo.

L'idea era molto più antica (ho degli appunti che risalgono al 2002) e ispirata, credeteci o no, all'oroscopo di Internazionale, sì quello di Bob Brezsny che in realtà credo di avere smesso di seguire proprio verso il 2002 quando ho capito, e mi ci è voluto pure un po', che non era ironico, che ci credeva davvero. Ma insomma il concetto era simile: decostruire una delle classiche rubriche da quotidiano, usarla come cavallo da Troia per scrivere tutto quello che mi andava. Ovviamente i santi non hanno l'appeal dell'oroscopo, ma non bisogna sottovalutare che ogni giorno è l'onomastico di qualcuno - certo, è un discorso che funziona finché si dedicano pezzi a Francesco o a Teresa, non ad Agabo o a Gwynllyw. In ogni caso il nome più gettonato fin qui è Giovanni: Giovanni Bosco, Giovanni Nepomuceno, Giovanni decollato, Giovanni da Copertino, Giovanni Paolo II, Giovanni Damasceno, Giovanni Evangelista e non dimentichiamo che anche Francesco d'Assisi in realtà si chiamava Giovanni (c'è anche un pezzo su Giovanni Lindo Ferretti, che però non è ancora esattamente un santo, anzi spero lo diventi il più tardi possibile). Tra i nomi femminili probabilmente vince Maria, non solo perché alla madre di Dio sono già stati dedicati nove pezzi, ma anche grazie a Maria Maddalena, Maria Goretti, Maria Egiziaca, Marguerite-Marie Alacoque e perché no? Jean-Marie Vianney.

Provenienza geografica (se i confini fossero sempre stati quelli del 2021).


Ho messo un link al primo pezzo ma è molto difficile che funzioni - come notano gli esperti, Internet come archivio è una frana. In particolare dopo due o tre anni il Post fece un restyling generale e non vorrei che sembrasse una critica, insomma lo so che sono cose inevitabili, ma i link più vecchi non funzionano più e alcuni pezzi sono visibili solo parzialmente, perché erano divisi in pagine. A volte penso che dovrei mettere a posto tutto, un pezzo alla volta. Altre volte penso che si farebbe prima a ripartire da capo. Ho cominciato entrambe le cose e mi sono interrotto entrambe le volte. Sul mio vecchio blog personale ho ricopiato quasi tutti i pezzi, ovviamente modificando le cose di cui mi vergognavo di più e a volte smontando e rimontando cose qua e là e ora il risultato è che in giro per il web ora ci sono due o tre versioni dello stesso pezzo. Una cosa molto medievale, tutto sommato.

Ho detto medievale? Quando ho cominciato ero convinto che avrei parlato soprattutto di Medioevo, ma a quanto pare non è stato così. Anche se la media di tutti i pezzi (inclusi quelli dedicati ai patriarchi e ai profeti della Bibbia, la cui datazione è abbastanza incerta) mi dà come risultato il 745 dC, i secoli più visitati in assoluto sono il primo (una ventina di pezzi è dedicata a personaggi del Nuovo Testamento) e il terzo, il secolo ruggente dei martiri. Il personaggio più antico sarebbe Isacco: quello più recente, sia per età che per canonizzazione, Giovanni Paolo II, non a caso soprannominato "Santo subito". Il secolo medievale più frequentato è il Duecento, grazie agli ordini mendicanti. C'è un altro picco più difficile da interpretare nel Cinquecento. La contemporaneità (Otto e Novecento) si difende bene: una ventina di santi su... a proposito, quanti santi abbiamo coperto fin qui?

Santi per cittadinanza, un grafico che non ha moltissimo senso.


Il conto è difficile. Occorre detrarre i pezzi in cui davvero il santo era un mero pretesto, e i casi in cui ho voluto trattare da santo un personaggio che non lo è, o un santo che la stessa Chiesa ha riconosciuto come mai esistito (Simonino). Ma è capitato anche il contrario, ovvero che uscisse sul Post un pezzo su una santa che ancora non lo era (Angela da Foligno) e qualche anno dopo lo è diventata. Al netto di ciò il conteggio dice 10243, a cui bisogna evidentemente detrarre le diecimila vergini che secondo la leggenda sarebbero state martirizzate con Sant'Orsola (ma è probabile che si tratti di un errore di traduzione). Se evitiamo di contare anche i 40 martiri di Sebastea e i 26 compagni di Paolo Miki (questi ultimi purtroppo furono crocefissi davvero in Giappone, non è una leggenda) si arriva al comunque ragguardevole totale di 178: a questo punto l'obiettivo di farne almeno 365 non sembra poi così lontano. Speriamo che i prossimi dieci anni non scorrano ancora più veloci. Abbiamo 60 martiri (più i 40 di Sebastea), 42 vergini, 35 vescovi, 113 eremiti, sette monaci (per lo più benedettini), sedici frati (con una netta preponderanza dei francescani), 19 religiose, soltanto quattro gesuiti, 13 personaggi dell'Antico Testamento tra cui sette profeti; 14 teologi, 5 apostoli; l'unica categoria che si può dire chiusa è quella degli evangelisti, quattro su quattro.

Santi italiani per regione
Santi italiani per regione


Da dove vengono i Santi di cui qui si è parlato? Qui il conto è complicato dal fatto che in duemila e più anni i confini sono cambiati e di molto, al punto che una delle nazioni più rappresentate sarebbe la Turchia: che però al tempo dei dieci santi in questione non si chiamava ancora così, dato che i turchi vivevano altrove. In ogni caso, se decidiamo di applicare arbitrariamente i confini di oggi a tutti i santi di tutte le epoche, scopriamo che un terzo del totale proviene dalla cosiddetta Italia. All'interno di quest'ultima, il Lazio è decisamente la regione più venerata, e in generale metà dei Santi proviene dal centro, tra Toscana e Abruzzo. La seconda nazione contemporanea, con un quinto del totale, sarebbe Israele, e non sorprende: al terzo la Francia, al quarto appunto la Turchia. Se invece proviamo ad assegnare a ogni santo la cittadinanza che gli sarebbe spettata alla nascita... entriamo in un ginepraio di questioni oziose; diciamo che prevale la nazionalità ebraica, da Isacco a San Pietro, sempre con un quinto del totale: al secondo posto l'Impero Romano classico, quello che crolla ufficialmente nel 476. Ma è un dato che non dice un granché. Più rilevante contare i santi per sesso: risulta che tre su quattro sono maschi, e se probabilmente sul calendario il rapporto è appena un po' meno sbilanciato in loro favore, mi sembra incredibile aver dedicato 42 pezzi a delle sante, insomma a delle donne: mai me ne sarei creduto capace. A proposito di sessi bisogna rilevare che anche in una categoria come quella dei santi, che non si segnala certo per fluidità, i casi di ambiguità sono meno infrequenti di quel che si potrebbe pensare: abbiamo almeno tre santi rivendicati come patroni dalla comunità LGBT (Sebastiano, Sergio e Bacco) oltre a tre crossdresser, se includiamo nella categoria oltre a Marina e Vitaliano anche Giovanna d'Arco, dato il peso che la scelta di vestire abiti maschili ebbe nella sua incriminazione.

Non riapriamo l'annoso dibattito

Colgo l'occasione per ringraziare tutti quelli che hanno letto fin qui e scusarmi per tutte le volte che mi avete chiesto qualcosa e non vi ho risposto per ignavia o sbadataggine: prometto che d'ora in poi sarò più sollecito ecc. Ringrazio i redattori del Post, che mi hanno corretto tante cose, e il peraltro direttore che mi ha sempre lasciato libero di scrivere qualsiasi sciocchezza: un onore che ho ripagato scrivendone molte, e molte ancora spero di scriverne. Certo, lo sappiamo tutti, Brezsny è su un altro livello, ma si fa quel che si può. Alla prossima.

giovedì 28 ottobre 2021

Il correttore automatico vi rassomiglierà

Siccome è da un po' che non lascio qualcosa di scritto qui sopra, ora rimedierò come gli influencer più scafati ovvero lasciando l'incombenza al completamento automatico del mio telefono: e che il telefono è in un negozio online non mi è stato mai dato un errore da parte di un mio amico di mio figlio e non ho ancora ricevuto la sua email di risposta da parte vostra per la quale mi è stato detto che non è stato effettuato il bonifico per la fattura del mese corrente e non ho ricevuto il pagamento del mese corrente per cui non ho ricevuto il pagamento del mese corrente per cui non ho ricevuto il pagamento del mese corrente per cui non ho ricevuto il pagamento del mese corrente.

Il suggerimento sul tasto di sinistra è già in loop. Tzara diceva che la poesia ottenuta estraendo parole a caso mi avrebbe somigliato, ma io sono uno statale, tutti questi pagamenti non li sollecito certo col telefono. A volte pensiamo che il nostro telefono ci ascolti, il che è possibile ma come tutti i pensieri paranoici nasconde un fondo di speranza: non siamo del tutto inutili, a Qualcuno interessiamo. Il suggerimento automatico mi suggerisce tutt'altro, probabilmente fa una media di gente della mia età e delle mie coordinate economiche e decide che il mio primo desiderio, la mia prima necessità è essere pagato. Puntualmente. Fuochino, dai. Proviamo il tasto al centro: e il suo lavoro è stato un problema di salute mentale che non può essere un problema di salute mentale che non può essere un problema di salute mentale che non può essere un problema di salute mentale.

Non ho dato del demente a nessuno di recente (o no?) Ok, è cominciato un altro anno scolastico, genitori nervosi, ci sta. Sotto il primo strato economico di necessità e desideri, la mia personalità sembra contenere una specie di corazza opaca, un riflesso condizionato che produce certificazioni di insanità mentale contro chiunque tenti di contrariarlo. L'ipotesi che il mio telefono mi stia rivelando un carotaggio del mio inconscio è seducente. Proviamo il terzo tasto.  

per la nostra associazione per i bambini di una famiglia e non per il suo futuro per la salute e la pace per i bambini che ha portato al suo posto e a quanto pare ci ha colpito la nostra vita di cristo che è la chiesa della nostra amata chiesa e la sua misericordia e il loro spirito e la loro volontà per il santo di Gesù di dio di Gesù per il quale Gesù è un uomo e il nostro paese è stato un dono prezioso di noi stessi ai poveri del suo amore

Dopo "amore" succede qualcosa di inquietante che non ricordo di aver mai visto prima: il mio suggerimento di destra non mi suggerisce più nulla, fine, non c'è una parola che possa aggiungere qualcosa ad "amore". Il mio terzo tasto è un mistico cattolico, sono un po' perplesso, il mio telefono intuisce di me cose che ho fatto nella mia vita e che in questi mesi ho sofferto di vedere fermo su una controproposta di un movimento incentrato sul concetto di comunità nazionale della Cgil non mi preoccupi per il testosterone di questo mese corrente per cui non ho ricevuto il pagamento del mese corrente per cui non ho ricevuto il pagamento del mese corrente per cui non ho ricevuto il pagamento del mese corrente 

venerdì 15 ottobre 2021

Il tampone costa troppo, tutto qui


Il guaio è che si tratta di un problema sostanzialmente economico, ma di economia non si può più parlare. A un certo punto si è deciso che la gente non voleva sentir parlare di economia, forse si sarebbe sentita fregata a sentirsi parlare di economia, e quindi insomma niente: bisogna parlare di diritti, di doveri, di scienza e di etica e di privacy e di controllo e di rava e di fava, e nessuno vuole parlarti di economia. Per cui prima o poi c'è sempre qualcuno che fa una proposta assurda – raddoppiamo gli autobus? O gli edifici scolastici? Saniamo il debito pubblico tagliando 300 parlamentari e un po' di auto blu? Oppure sentite questa, potremmo pagare un tampone ogni 48 ore a chiunque volesse farlo, perché no? Non è una domanda retorica, se lo chiedono davvero: perché no.

Ora la risposta più semplice, ma anche la più rispettosa dell'interlocutore, dovrebbe essere una e una sola: perché non abbiamo le risorse – 600 milioni al mese, vuoi scherzare. Non possiamo raddoppiare gli autobus, non possiamo gonfiare le scuole così occupano più cubatura: e non possiamo pagare un tampone a tutti quelli che non vogliono vaccinarsi, perché dovremmo farlo ogni 48 ore e quindi lo capisci benissimo che sono veramente troppi tamponi. Anche perché, riflettici: magari adesso ti sembrano pochi, questi irriducibili no-vax, e quindi magari per quel po' di pace sociale tu qualche miliardino in tamponi lo bruceresti. Ma se sono pochi è proprio perché i tamponi se li devono pagare. Se li avessimo messi gratis, avremmo avuto milioni di vaccinati in meno e centinaia di milioni di tamponi in più da pagare, perché questa cosa l'hai capita, vero?

Che chi chiede il tampone "gratis", sottointende: me lo pagate voi?

E che questi tamponi, se tutto sommato sono ancora disponibili e non troppo costosi, lo si deve al fatto che il 75% delle popolazione ha preferito vaccinarsi?

Quindi sì, dall'economia è facile discendere all'etica. Il tamponista commette lo stesso errore di valutazione del famoso runner che l'anno scorso si domandava: che male faccio a correre da solo, chi posso infettare? Non puoi infettare nessuno, stellina, se corri da solo: ma solo finché sei solo perché tutti gli altri restano a casa. La tua libertà si fonda sul fatto che tutti gli altri rispettino la norma che tu non vuoi rispettare: a te sembra un diritto, a noi risulta un privilegio. Un anno dopo, c'è questa studentessa di Bologna che va in giro senza green pass a disturbare le lezioni, e può farlo abbastanza sicura di non ammalarsi, perché? Perché tutti gli altri in quelle aule il green pass ce l'hanno, il vaccino se lo sono fatto, o al limite un tampone. Pagandolo. Lo so che ti senti un lupo, ma puoi farlo proprio perché intorno hai un gregge che tu deridi mentre ti difende. Ecco, vedete quanto poco ci ho messo a passare dall'economia alla morale – almeno ci ho messo un po', almeno sono partito da lì.

Ma davvero c'è qualcuno in questi giorni sui giornali che invece di parlare di diritti, e doveri, e la privacy, e il controllo, e i portuali, e i fascisti e i sindacati e il Nuovo Ordine Mondiale – c'è qualcuno che la mette giù dura e pura in termini di costi e benefici? Quanto costa un vaccino? Quanto costa un tampone? Da quel che ho capito, e potrei sbagliarmi, con cinque o sei tamponi ci paghi mediamente una dose di vaccino. Con cinque o sei tamponi sei a posto per due settimane lavorative. Col vaccino sei a posto per sei mesi. E a quel punto, ne staremmo ancora a parlare? 

Per esperienza, se provate a metterla in questi termini con una persona contraria al green pass, vedrete che il dibattito si blocca subito: anche l'interlocutore più addestrato a contrapporre a ogni argomento vaccinista un argomento antivaccinista, rimane perplesso davanti a una brutale analisi dei costi e dei benefici. Sembra davvero che nessuno gliene abbia parlato prima. Poi certo, qualche cosa replicherà. Cercherà, come è tipico del complottismo italiano dal Ventennio in giù, qualche tesoro nascosto. Potremmo prenderli ai politici, o alle banche. Tassare le rendite (per carità, ottima idea), non comprare quei famosi cacciabombardieri. E la caccia all'evasione fiscale, attività sacrosanta che però fa un po' strano sentire dalla bocca di qualcuno che pochi minuti fa voleva tamponarsi coi soldi delle tue tasse. Ma insomma l'economia è il terreno in cui le ipocrisie si svelano. Dovremmo avere meno paura di tirarla fuori – perché non lo facciamo? Ovviamente il pensiero corre subito al ritardo culturale italiano, alla scuola gentiliana, ecc. 

Poi pensi a quello che hanno combinato gli inglesi con la Brexit e ti viene il dubbio che sia un problema più storico che geografico – abbiamo sempre più paura dei numeri, come dei messaggeri di sventura. Tipico di chi eredita debiti, e interessi sui medesimi. 

domenica 10 ottobre 2021

Via i fascisti da casa mia


Non dico che l'assalto alla sede nazionale della Cgil non mi preoccupi, ma ammetto di sentirmi in quei momenti in cui la curiosità sovrasta la preoccupazione. Perché tutto questo non solo è abbastanza grave, ma è molto paradossale - insomma, da una parte abbiamo gli eredi di un movimento incentrato sul concetto di comunità nazionale, sull'obbedienza al partito e al governo, un movimento che costrinse tutti gli italiani a prendere una tessera per lavorare; e oggi gli eredi pelati e pompati di quel movimento protestano contro un governo che per difendere gli italiani obbliga all'uso del green pass: non solo, ma siccome nel green pass vedono la prevaricazione totalitaria,  che 99 anni fa evidentemente andava bene e oggi no, con chi se la prendono? Con il sindacato che sin dall'inizio si è opposto al green pass. Davvero, se solo si potesse osservare tutto questo da una certa distanza - ma non c'è, non ce la possiamo permettere. 

I risultati della vaccinazione in Italia sono stati spettacolari (è sufficiente confrontare l'Italia con un altro Paese europeo dove la campagna vaccinale sia andata purtroppo a rilento). Per ottenere questo risultato forse c'erano mezzi meno drastici del green pass, ma a me non sono venuti in mente. Non sono venuti in mente nemmeno alla Cgil, che è il mio sindacato, e che in questi mesi ho sofferto di vedere fermo su una controproposta (l'obbligo vaccinale) che mi sembrava, e mi sembra, irrealizzabile. Insomma tra no vax e Landini dovrei far fatica a capire non dico chi abbia qualche ragione, ma il minor torto; eppure vedi come la pratica vince sempre sulle idee? Mi basta vedere qualche testa rasata e qualche saluto romano e tutti i dubbi si dissipano: oggi, come 100 anni fa, la Camera del Lavoro è la mia casa, e chi l'attacca è un fascista e un porco. Non è una questione di idee (davvero: 100 anni fa dicevate di averle opposte), è qualcosa di più istintivo, forse di odori: potete gridare Libertà fin che volete, il puzzo rancido d'invidualismo becero e cieco di sente comunque forte e chiaro. Oggi non credete a un virus, domani non crederete alla crisi climatica e a qualsiasi altra cosa minacci i vostri miseri privilegi. Per salvarli correrete dietro a qualsiasi bandiera, canterete qualsiasi canzone, vi infiltrerete in qualsiasi corteo: ma riconoscervi resta abbastanza facile, e alla fine la realtà presenta sempre il conto. 

giovedì 7 ottobre 2021

Sergio e Bacco: santi, sposi e gay?

7 ottobre: Santi Sergio e Bacco, martiri e patroni dei matrimoni gay

Robert Lentz, 1994
Icona per il gay pride di Chicago
A Sergio e Bacco, ufficiali di una legione romana, capitò tra terzo e quarto secolo una storia di martirio tutto sommato abbastanza ordinaria, non fosse per un dettaglio che più di un millennio dopo ha intrigato alcuni studiosi e/o militanti LGBT: subito dopo avere ammesso la propria fede e aver rifiutato di sacrificare nel tempio di Giove, prima di essere deportati dall'imperatore Galerio in una provincia orientale, bastonati a morte (Bacco), e costretti a indossare calzature chiodate all'interno (Sergio), entrambi furono costretti a sfilare davanti ai compagni in vestiti femminili. Questo è molto strano, e non ritorna in nessun'altra leggenda di martiri. Punizioni del genere non erano tipiche dell'esercito romano, anche se l'imperatore Giuliano effettivamente fece sfilare in vesti femminili un reparto di cavalleria che durante una battaglia non si era battuto con troppo coraggio.   

Si sa che le torture delle storie di martiri si assomigliano un po' tutte, per via che gli agiografi si leggevano tra loro e si copiavano spesso. Di santi frustati e bastonati ce n'è tanti, ma di santi costretti a vestirsi da donna ci sono solo questi due graduati dell'esercito, la cui amicizia fraterna è spesso sottolineata nelle icone da un altro elemento inusuale: le due aureole appaiono intrecciate. Del resto è lo stesso Bacco, apparendo a Sergio la notte prima del martirio, a dare l'impressione di non poter salire in cielo senza di lui, tradendo una certa fretta che il sacrificio si completi. Insomma Sergio e Bacco – che in Oriente diventarono santi molto popolari dopo il quarto secolo – sembrano comportarsi come una coppia. Prima qualcuno avrebbe avanzato l'ipotesi: e se fossero quel tipo di coppia? E se questa fosse stata la loro vera colpa, taciuta dagli agiografi ma rivelata indirettamente dal bizzarro castigo escogitato dall'imperatore: la parata in vesti femminili, una parodia del matrimonio?

Santo Sergio
(basilica
di San Demetrio
a Tessalonica)
A mettere in nero su bianco l'idea fu lo storico John Boswell nel suo saggio più famoso (The Marriage of Likeness: Same-Sex Union in Premodern Europe, 1994) che fu anche l'ultimo che riuscì a pubblicare, prima di morire nello stesso anno. Boswell aveva una cattedra di Storia a Yale, dove aveva collaborato a fondare il Centro di Studi Lesbici e Gay: era cattolico praticante dall'età di quindici anni e da venti viveva con un compagno. Studiando le manifestazioni della sessualità in epoca antica e medievale, era giunto a una conclusione contraria a quella avanzata dal più celebre Michel Foucault e dai suoi discepoli. Per i foucaultiani non ha molto senso parlare di gay prima dell'Ottocento, quando in Occidente cominciamo a sentire l'esigenza di dividere l'umanità anche a seconda delle preferenze di genere. Boswell stimava Foucault ma era di tutt'altro parere: i gay erano sempre esistiti, e se non se ne trovavano tracce per molti secoli, si trattava semplicemente di cercarle con più attenzione. Ora, gli storici soffrono appunto di questa deformazione professionale, per cui quando si mettono a cercare qualcosa con molta attenzione, prima o poi la trovano, anche a scapito del buon senso. Boswell a un certo punto decise che il termine "fratello", nel mondo greco-romano, poteva essere inteso come un eufemismo per "amante": una volta accettato questo, i numerosi riti in cui persone dello stesso sesso venivano riconosciuti come "fratelli" diventavano forme di matrimonio omosessuale, più o meno tollerato dalle autorità, non solo presso Greci e Romani ma anche nei primi secoli del cristianesimo (cerimonie di affiliazione fraterna sono ancora praticate in alcuni riti ortodossi), fino a una cesura che Boswell indicava solo intorno al dodicesimo secolo. 

L'ipotesi di Boswell è stata più volte smontata, anche da studiosi che riconoscono il valore pionieristico delle sue ricerche: e però non è difficile capire perché sia stata abbracciata da molti militanti LGBT. Per Foucault, semplificando brutalmente, l'omosessualità come la intendiamo oggi è un costrutto sociale: esiste finché esiste la nostra società, che è tutt'altro che una società ideale. Per Boswell l'omosessualità è qualcosa di più vicino a un dato di natura: ne sono esistiti in qualsiasi società, e hanno sempre variamente cercato di ottenere un riconoscimento della loro condizione e delle loro relazioni. Per quanto labili siano le prove, la teoria ha il pregio di venire incontro alle aspirazioni di tanti desiderosi di conciliare la propria omosessualità con la fede cristiana; magari è solo una leggenda, ma non più di qualsiasi altra leggenda di santi: esiste perché qualcuno ne ha sentito il bisogno. Nel 1996 un pittore frate francescano (e gay), Robert Lentz, dipinse per il gay pride di Chicago un'icona dei Santi Sergio e Bacco che divenne immediatamente il pezzo più riprodotto del suo catalogo. I due santi di Lentz sono trentenni di aspetto atletico, com'è lecito del resto immaginare due ufficiali dell'esercito, ma molto diversi da quelli tramandati dall'iconografia bizantina, che invece ne sottolineava gli aspetti quasi femminei. 

Il Cameo "Rothschild":
ritratto di Onorio e moglie e
(in seguito) di Bacco e Sergio
Lentz, forse inconsciamente, sembra aver sentito la necessità di sottolineare il rapporto paritario tra i due, ovvero l'aspetto che non solo corrisponde meglio al nostro ideale contemporaneo, ma che si discosta di più dal modello di rapporto omosessuale che di solito associamo al mondo greco-romano: quello pederastico, che prevede un uomo adulto, libero e attivo e un ragazzo ancora imberbe, passivo e spesso schiavo. Nelle raffigurazioni tardoantiche invece uno dei santi (Sergio) è spesso raffigurato come più giovane ed effemminato – qualcosa di analogo a quanto accade con Giovita, il partner di Faustino. Nel mosaico della basilica di San Demetrio a Tessalonica, Sergio sembra davvero una santa: ha capelli a caschetto, una tunica piuttosto chic che lo avvolge fino ai sandali, occhi grandi e labbra a cuoricino. Però anche questa nostra percezione di effemminatezza, alla fine sappiamo che è un costrutto culturale: molti tratti che oggi associamo al sesso femminile, nell'arte bizantina esprimevano semplicemente gioventù e purezza. 

A un certo punto gli stessi bizantini potrebbero aver cambiato paradigma e avuto problemi a interpretare le loro vecchie icone (magari tra una crisi iconoclastica e l'altra): capita così che a Costantinopoli un cameo che in origine raffigurava probabilmente l'imperatore Onorio e sua moglie venga ridedicato a Bacco – la figura maschile – e a Sergio: a quest'ultimo tocca la figura in precedenza femminile, più piccola. Chi incise i nomi dei due santi sul cameo forse aveva ancora più difficoltà di noi a riconoscere la sessualità di un personaggio che, pur ornato di orecchini, sfoggiava capelli insolitamente corti: oppure non ebbe altra scelta, se voleva salvare il cameo doveva trasformarlo in un'immagine di santi, e una coppia di santi maschio e femmina non esisteva, non era prevista. E siccome molte storie di santi non nascono prima delle immagini, ma per spiegare le immagini (vedi San Nicola), non è escluso che l'episodio del mascheramento dei sue santi sia stato inventato da un agiografo proprio per spiegare come mai in un mosaico o in un affresco i due venivano raffigurati in uno stile che già nel V secolo poteva sembrare troppo femminile. 



lunedì 27 settembre 2021

Sabato 2 ottobre assemblea sulla scuola a Modena (in presenza!)



DIG è questo incredibile festival internazionale del giornalismo investigativo che si fa a Modena dal 30 settembre (giovedì) fino a domenica tre ottobre, con reporter straordinari, non necessariamente Alberto Nerazzini ma tranquilli c'è anche lui che è uno dei fondatori. Tra le altre cose (il calendario è foltissimo, dateci un'occhiata) ci sarà un'Assemblea sulla scuola sabato 2 ottobre dalle 16:30 alle 19:00 con Christian Raimo, Federica Lucchesini, Cristiano Corsini, Paolo Landri, Vanessa Roghi (in collegamento) e... me. 

No, io non sarò in collegamento, sono quello che dovrebbe rappresentare il territorio, se tutto va bene sarò in presenza. (Non so se altrove a parte a scuola si usi questa espressione "essere in presenza").

(Pensate come doveva suonare strana soltanto due anni fa, "essere in presenza").

Si parlerà di tutto ciò che c'entra con la scuola, cioè di tutto. Venite anche voi se potete; se siete indecisi continuate a guardare il programma che davvero, è notevolissimo: e date un'occhiata anche a questa pagina. Grazie e a presto.

sabato 25 settembre 2021

La sinistra nel vicolo cieco dell'emergenza

Ci vorrebbero i giacobini

Se avessi il tempo credo che vorrei scrivere un pezzo su come la pandemia ha infilato la sinistra radicale in un vicolo cieco. Se avessi il tempo e la diplomazia; se fossi capace di scriverlo senza concedere nulla al mio gusto per la polemica perché davvero, non ce l'ho con nessuno. Non è colpa di nessuno. Oddio qualcuno avrebbe potuto comportarsi meglio, ma saremmo comunque nello stesso vicolo cieco. La nave è salpata molto prima che il virus saltasse di specie (ammesso sia successo), quel che è accaduto in questi mesi è poco comprensibile come qualsiasi immagine a pochi istanti da un impatto. I posteri ci troveranno poco lucidi, ecco però posteri non crediate che al nostro posto avreste combinato chissà che. 

Se avessi il tempo, dopo un meditato preambolo, affronterei il convitato di pietra, quel busto di Michael Foucault a centrotavola che ci impedisce di vederci bene tra noi e ci intimorisce con la sua gravitas glabra. Su tante cose aveva non aveva torto; c'è tutto un discorso su come il Potere usa l'Emergenza che è ancora perfettamente valido; ma anche nel peggiore dei casi, davvero assumiamo per un istante l'ipotesi che questo virus sia stato liberato da un laboratorio per provocare un globale riassestamento totalitario della società, bene, adesso che si fa? Si nega che l'emergenza esista, che non provochi tot morti al giorno anche tra un'ondata epidemica e l'altra, si denunciano mascherine e green pass come marchi della Bestia? Alcuni si sono ridotti a questo. La maggior parte, voglio credere, no: e però le opzioni a disposizione non sono molte di più. 

Siamo all'incrocio di due strade che conosciamo, e quindi potevamo immaginare che ci conducessero qui, davanti a un muro troppo alto. Da cinquant'anni abbiamo imparato a diffidare di chi proclama stati di emergenza, carestie guerre e pestilenze; ma è persino da più tempo che sappiamo che gli stili di vita imposti dall'industrializzazione e dalla globalizzazione non sono sostenibili a livello planetario, che insomma prima o poi emergenze ce ne saranno per forza, e saranno vere guerre carestie e pestilenze. Il potere le avrà provocate? Probabilmente. Cercherà di cavalcarle? Sicuramente. Questo le rende meno vere? No: e quindi eccoci qui, come doveva sentirsi il lettore sbigottito dell'Apocalisse di Giovanni mentre leggeva che al momento della Rivelazione ci saranno in giro tanti falsi profeti. Forse il Covid è un segno della fine, forse no ma la fine è comunque qui nei pressi, ha veramente molto senso domandarselo? Ammettiamo di nuovo per un attimo che si tratti di un falso allarme, niente più che un'influenza stagionale un po' più forte: lo sappiamo che stanno già arrivando allarmi autentici, rincari dell'energia e tutto quanto, e quando li recepiremo, reagiremo in un modo diverso? O ci saremo talmente incattiviti da rifiutare qualsiasi misura emergenziale come ora rifiutiamo il Green Pass? Stiamo semplicemente esprimendo la nostra diffidenza per il Potere (qualsiasi potere) o non siamo semplicemente nostalgici del vecchio mondo pre-lockdown? Perché la sinistra può permettersi tanti difetti, ma non la nostalgia per il passato: quello ci dispiace tanto ma è competenza della destra. D'accordo, è storicamente assodato che il potere crea problemi e poi si accredita come l'unico che riesce a risolverli. Preso atto che si comporta così, noi invece come ci comportiamo? 

Pestiamo i piedi?

Ho in mente esempi – tutti antipatici – se avessi il tempo di scrivere un pezzo equilibrato vorrei riuscire a prenderli con le pinze, a spiegare nel modo più equanime possibile che non ci siamo, capisco l'intenzione, capisco tutto, ma non ci siamo, insomma c'è tutta una frangia importante della sinistra che si opponeva al Green Pass – e posso capirlo – chiedendo l'Obbligo Vaccinale – e non ci siamo. Si reagisce a un provvedimento di eccezione chiedendo un provvedimento ancora più eccezionale (e di quasi impossibile realizzazione pratica), insomma la si butta in caciara senza avere una minima idea di quello che si sta chiedendo, come le rane di quella vecchia favola. Dopodiché Zeus-Draghi cala dall'alto il Green Pass obbligatorio, e a questo punto qualcuno avrà capito che fosse una richiesta dei sindacati. 

La sinistra dovrebbe raccogliere con coraggio le sfide della tecnologia e avrebbe potuto dare un'occhiata più da vicino al più grande esperimento didattico collettivo mai tentato in Italia, la didattica a distanza: tanto più interessante quanto completamente improvvisato dagli insegnanti, nel silenzio attonito di quasi tutta la filiera di consulenti didattici che per anni si erano accreditati presso il ministero come latori di chissaquali innovazioni: per lo più chiacchiere sulle competenze e test a crocette che nel momento del bisogno non ci sono serviti a nulla. La sinistra radicale invece ha deciso per lo più che la DaD era il male, che avrebbe senz'altro portato a suicidi e disperazione, e si è precipitata ad abbracciare qualsiasi ricerca la confortasse su questa opinione: non importa se i numeri erano un po' falsi o se il Corriere e il Ministero la pensavano esattamente allo stesso modo; c'è solo una scuola e dev'essere al 100% in presenza, perché noi l'abbiamo fatta così e ciò ci ha resi le persone perfette che siamo. Ma questa è esattamente nostalgia, e con la nostalgia la sinistra non dovrebbe avere molto a che fare.

La sinistra dovrebbe sorprendere gli avversari con una competenza tecnica superiore e un'abitudine inveterata a ragionare in termini di strutture, sovrastrutture e infrastrutture, perché è questo che ha sconfitto il nazismo, la capacità di smontare intere città industriali e ricostruirle in in Siberia: e invece continuo a leggere gente che si lamenta che non si sta usando la bacchetta magica per raddoppiare gli autobus e i treni, oh, niente da fare. Il giorno che per caso qualcuno vi facesse entrare nella stanza dei bottoni, provereste subito a raddoppiare i treni. Quando vi convincessero che tecnicamente non si può, cerchereste di raddoppiare gli autobus. Quando vi mostrassero il preventivo vi ridurreste a raddoppiare i banchi di scuola, magari con le rotelle, ecco, tutto questo è già successo: qualcuno come voi o comunque con un idealismo simile e la stessa carenza di senso pratico è già entrato nella stanza dei bottoni, e ora abbiamo spazi già limitati occupati da scorte di banchi inutili sia per il distanziamento sia per la DaD, e i comuni continuano a tagliare i servizi di trasporto perché nessuno ha pensato che i veri fondi dovessero arrivare a loro, nessuno sa più chi fa le cose quando e dove. 

La sinistra dovrebbe essere fieramente operaista e riconoscere nel lavoro la trave portante su cui si fonda la società: e invece è successa questa cosa, per carità inevitabile, per cui la maggior parte degli esponenti della sinistra radicale sono rimasti ai margini delle filiere produttive, confinati in ghetti professionali meno confortevoli di quanto potrebbero apparire, insomma fanno lavori creativi ed è ormai da due anni che li sentiamo lamentarsi perché ad es. la gente non va più a teatro e ora pure alle presentazioni dei libri bisogna controllare il green pass – se avessi il tempo riuscirei ad articolare la cosa senza risultare offensivo ma insomma, secondo voi in una situazione del genere è davvero così strano che il potere ci tenga a tenere le fabbriche un po' più aperte dei teatri? Sì, secondo loro è strano, se ne lamentano, maledetta Confindustria. Se avessimo il contrario, chiuse le fabbriche e aperti i teatri, chissà quanti cassintegrati in fila ai botteghino. E lo capisco che per i lavoratori dello spettacolo è dura, sono solidale con le vostre rivendicazioni così come voi senz'altro sapete che mangiare, dormire sotto un tetto, mandare i figli a scuola sono attività che per forza vengono prima dello spettacolo, senza le quali comunque gli spettatori non avrebbero la possibilità di assistere a nessuno spettacolo. Questa cosa la capisce persino Confindustria – non può permettersi di non capirla. Noi possiamo permettercelo?

La sinistra dovrebbe essere all'avanguardia nella competenza scientifica (avrebbe dovuto accorgersi del rischio pandemia quand'era ancora un rischio) e nell'elaborazione di scenari alternativi: dovrebbe continuamente chiedersi Che fare? e non dovrebbe vergognarsi di produrre risposte drastiche. Questo nella teoria. Nella pratica continua a intonare lamentazioni per il Povero Runner, un tic retorico che ti fa riconoscere la prosa di sinistra tanto quanto "Bill Gates", " idrossiclorochina" o "stella di David" ti fanno riconoscere da lontano il delirio complottardo. Il Runner che malgrado nella vita reale si sia già rimesso a correre in scarpette da un anno e mezzo, nei dibattiti in rete continua a scappare da folle inferocite affamate di capri espiatori, è ormai il personaggio di una Colonna Infame completamente immaginaria. Dato per scontato che il potere è alla costante ricerca di capri espiatori da additare, forse la reazione migliore non è inventarsi agnelli sacrificali per olocausti che per ora non si sono visti.

La sinistra dovrebbe cambiare il mondo, ma il mondo forse cambia troppo veloce e la sinistra potrebbe essersi accontentata di rappresentare questo cambiamento, di metterlo in scena in un determinato spazio temporaneamente liberato. Questo lo potrei capire: rappresentare è pur sempre meglio di niente. Ma attenzione a non rappresentare soltanto un 40-50enne che si strugge perché non può sfoggiare la sua tuta di lycra nel parco. Siamo tutti meglio di così. Tutti, anche il 40-50 enne in lycra è meglio di così, bisognerà illuminarlo in un modo diverso ma garantisco che è meglio di così. 

La sinistra dovrebbe qua, la sinistra dovrebbe là. Quando l'Assemblea Nazionale votò la guerra contro l'Austria, i giacobini si opposero: per loro era relativamente facile indovinare che si trattava di un'emergenza ad hoc creata dalla corona di Francia per inceppare l'inesorabile ruota della rivoluzione. Quando i fatti diedero loro ragione, e si ritrovarono al potere, i giacobini non finsero che la guerra non esisteva: era stata una pessima idea, non l'avevano voluta, ma ormai si stava combattendo e andava vinta con tutti i mezzi possibili. Non importa quanto un'emergenza sia autoindotta da un sistema per perpetuarsi: una volta appurato che l'emergenza c'è, la sinistra non ha nessun diritto di nascondersi o fuggire nel privato o a teatro. Se avessi tempo cercherei di motivare tutto questo con serenità ed equilibrio. Evidentemente non ne ho. 

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