sabato 23 gennaio 2021

Compio vent'anni e non so cosa mettermi

Ridendo e scherzando, questa simpatica pagina web sta per compiere vent'anni. Di blog così antichi in Italia non ne sono rimasti molti (sì, questo è un blog, storia vecchia). In effetti mi piacerebbe poter dire che sono rimasto solo io; se non sono mai stato il più interessante e senz'altro il più remunerativo, mi sarebbe sempre piaciuto mantenere almeno questo primato. E invece niente da fare: i  blog classe '01 sono ormai tutti nel cimitero dell'internet Archive, tranne il mio e quello di Luca Di Ciacco che ha iniziato venti giorni prima di me. Luca senti ma ormai anche tu hai un'età, una professione stimolante, scrivi i libri, ma chi te lo fa fare di continuare a tenere aperto quel diario on line come un ragazzino, insomma datti un contegno dai. No scherzo ciao Luca, cento di questi giorni. 

A parte questa simpatica gag che credo di avere usato già qualche altra volta, non ho molto da dire su questo incredibile anniversario che mi fa sentire ancor più vecchio di quanto già io non mi. Sarebbe bello per una volta lasciar parlare le immagini, ma il problema è che il blog non le ha. Questo ricordo di averlo notato molto presto, perché in quel periodo scrivevo su qualche rivistina e la differenza mi saltava agli occhi. Non c'è nulla che si aggrappa alla memoria come la grafica di una vecchia rivista che nel frattempo ha fatto quattro restyling ed è irriconoscibile. Ecco coi blog non è così; ogni volta che cambi la grafica, anche i vecchi pezzi vengono riformattati con quella nuova. Succede qualcosa di simile ai nostri ricordi, credo; è quello che li rende così poco attendibili rispetto ai documenti tangibili, le foto e le vecchie riviste. Se avessi almeno salvato qualche screenshot, ma no, niente, mi vergognavo a pensare che ne sarebbe valsa la pena. Da un punto di vista meramente estetico no, non valeva la pena. 

"Un sito veramente qualsiasi" (2001)


Sul primo layout non c'è veramente molto da dire: era quello di fabbrica di Blogger, servizio quasi appena nato. Forse non c'era nemmeno ancora modo di cambiare i colori. I permalink c'erano ma non funzionavano. La cosa più incredibile è che ci fosse la fotina dell'autore (anche la sua barbetta, sì).

"Rivanga nel mio passato" (2002. Nel 2002 ero convinto di avere già un passato).


Il fatto che fosse un layout superbasico e che non avessi molta voglia di cambiarlo non significa che non sapessi quello che stavo non facendo. Venivo da anni di riviste autoprodotte, dicevo, anni passati a litigare coi grafici e con le loro folli idee che invariabilmente nuocevano all'esperienza (per me centrale) della lettura. Nello stesso periodo internet era pieno di siti orribili, voi veramente non avete idea di quanto fossero orribili i siti amatoriali ancora nel 2002; (quanto a quelli professionali, era il momento in cui tutti volevano rifarli animati in Flash). Anche solo scegliere un fondo bianco e il font più nitido possibile era una precisa presa di posizione. Detto questo, in quel periodo quasi tutti i blogger italiani erano webdesigner e quasi tutti avevano blog più belli del mio. Ma il mio faceva schifo in un modo consapevole, è questo che voglio dire. E se in seguito ha continuato a fare schifo, forse non sempre ha mantenuto tutta questa consapevolezza.

"Comunità" (2003).



Dal 2001 al 2003 insomma cambia soltanto il colore dello sfondo; nel frattempo era esploso il fenomeno blog (niente di paragonabile a quanto succede oggi quando prende piede un nuovo social, però insomma sui giornali uscivano dei pezzi e la gente ancora li comprava, qualcuno scriveva dei libri), eccetera. Quindi qui sotto si intravede una "colonnina", quel che oggi si dice blogroll, insomma la lista dei blog amici. Fatta a mano. Probabilmente mi facevo a mano anche il menu a tendine.

"Sei stata la mia Waterloo, Rozzano" (2004). 
 



Vabbe' dai, si vede che c'ero molto affezionato. Il banner blu in alto agli esordi conteneva pubblicità, poi a un certo punto Blogspot la tolse ma lasciò il rettangolo blu, che forse con uno speciale abbonamento premium si poteva togliere, ma non lo fece nessuno e alla fine Blogspot lo rimosse (chi fosse curioso di Rozzano può provare a leggere qui).
Nel 2004 la comunità dei blogger continuava a crescere, finché a un certo punto (estate-autunno) si fermò: il contatore restava fisso, potevi scrivere qualsiasi cosa ma ormai chi volevi raggiungere lo avevi raggiunto, si trattava di una bolla di qualche centinaio di persone in tutta Italia e cominciava a stagnare, così almeno mi sembrava, così pensai che dovevo fare qualcosa di nuovo, ma come si fa a fare qualcosa di nuovo con un diario on line?

2025 (2005)



Mi finsi morto per tre giorni e poi mi misi a postare da un'ucronia ambientata vent'anni dopo. Sul serio. È stata una delle cose più folli che io abbia mai tentato su questo blog e in generale nella vita, e se ve lo state chiedendo no, non andò bene. La gente diceva bravo bravo ma non veniva più. Dopo due mesi si era svuotato tutto il bacino di attenzione che avevo faticosamente allargato per quattro anni, e dovevo comunque continuare fino a dicembre. In tutto questo, non avevo neanche cambiato più di tanto il layout (per la prima volta lo sfondo era grigio perché di tale colore immaginavo il futuro) (anche il Courier aveva un senso credo) (non ci torno spesso, non mi ricordo quasi più la storia).


"Passato, futuro, linx" (2006).


Il 2006 fu un nuovo inizioFesteggiai il ritorno al presente disegnando per la prima volta la testata, adesso non mi ricordo se voleva sembrare un gesso sulla lavagna o il bianchetto sull'inchiostro, ma insomma, anche quando cerco di fare cose originali mi escono così. In cima ai "linx", notare Wikipedia Italia.

"Un libro?" (2007).


Nel 2007 la rivoluzione copernicana: la colonna coi link passa a destra, credo di aver letto da qualche parte un pezzo che spiegava che il lettore occidentale comincia sempre da sinistra e io volevo che cominciasse dal post. In alto a destra, la pubblicità di un mio libro, pensate che ingenuo, credevo ancora che coi blog si potessero vendere i libri (è Storia d'Italia a rovescio, l'editore è fallito e l'edizione è esaurita, se v'interessa contattatemi in privato).Credo sia anche stato il primo anno in cui ho provato a mettere più interlinea, ma poi i pezzi sembravano interminabili.

Liquida (2008).


Dai, questa testata era carina (anche se andava tirata più a sinistra), finalmente l'educazione futurista stava dando qualche frutto. Il minibanner di Liquida sarebbe stato, per sei anni, una fonte di reddito abbastanza generoso, visti i tempi. Mai capito cosa gliene venisse in cambio. Probabilmente gli stavo simpatico. Per il resto non ho conservato nemmeno gli accessi, ma ho la sensazione che nel 2008 arrivai al massimo, da lì in poi una lunghiiiissima discesa.

"Ci scrive Leonardo nel 2010" (2009, 2010).



Il 2009 fu un anno inquieto, cercavo di scrivere racconti però legati all'attualità di modo che i lettori li scambiassero per satira e non scappassero via. 


E insomma per tre anni dovrei aver tenuto lo stesso layout, non privo di una spigolosa coerenza, ma senza sentire l'esigenza di allineare testata e spazio di testo? Non lo so, gli screenshot li ho presi dall'Internet Archive, ho vaghi ricordi di altri esperimenti, ma l'unica notevole differenza è che nel 2010 ho cominciato a scrivere per l'Unità e tenevo che si sapesse. Saturavo le foto, tentavo di fare anche vignette, e poi ogni tanto succedevano cose inspiegabili ad esempio un mattino un mio pezzo fu linkato dal NY Times e nessuno ha mai capito il perché. Agosto – che era ancora un mese in cui la gente stava meno su internet – divenne il mese degli esperimenti. 

"Tengo famiglia" (2011).


Ma nel frattempo Blogger stava diventando una piattaforma più duttile e professionale? Ecco, sì e no. Verso il 2011 aveva aggiunto tutta una serie di font che mi consentirono di fare una cosa che avevo smesso di fare 15 anni prima, ovvero giocare coi font. Dopo tre anni di futurismo lettrista volevo qualcosa che evocasse l'umanesimo rinascimentale, gli incunaboli insomma, e così trovai questo font che su certi sistemi operativi proprio non funzionava. Sotto la voce "Tengo famiglia" credo che ci fossero le inserzioni, avevo ceduto anche a quelle. Credo sia l'anno in cui ho cominciato a scrivere le storie dei Santi per il Post. In agosto avevo compilato Le XXI notti, un altro esperimento narrativo caduto nell'indifferenza generale.

(Niente da segnalare per il 2012, salvo un altro libro, anzi un e-book sul terremoto. Fu un anno difficile. A fine del 2012 cominciai a scrivere le recensioni per +eventi).


(Nel 2013 i font rinascimentali non caricavano più nemmeno sul mio Pc e non avevo nemmeno voglia di rimediare evidentemente. Eppure tra Unità, +eventi!, Liquida, inserzioni su Google e qualche altra cosa che ogni tanto mi capitava di fare, il blog cominciava a non sembrare più uno spreco di tempo).




Il layout del 2014 è uno dei due che riprende la testata di una rivista dei primi '900, il "Leonardo" di Papini e Prezzolini. Non ho le prove ma a un certo punto ne avevo anche fatta un'altra, con tutti gli svolazzi liberty della testata originale. Cosa vi siete persi, eh lo so.


Nell'estate del 2014 crollò quasi tutta l'economia di questo blog: Liquida ritirò la sponsorizzazione, l'Unità chiuse per la seconda volta. Anche le inserzioni di Google erano inaffidabili da smartphone, dovevo toglierle. Festeggiai la crisi in agosto con Leonardo Sells Out, una specie di satira di Beppegrillo.it in cui immaginavo cosa sarebbe successo se un blog come il mio fosse stato dato in mano alla Casaleggio. Cambiavo layout ogni tre giorni, ma non ho le prove. Ne ricordo con affetto uno completamente tappezzato di ritratti di Enrico Berliguer, per sfottere www.qualcosadinistra.it che gareggiava con me ai Blog Awards nella categoria politica, e aveva in home "appena quattro fotoritratti di Enrico Berlinguer"! Qualcosa di sinistra vinse il Blog Award. Mi ringraziarono anche, alla premiazione. Prego ragazzi, è stato un piacere. (Poi ce n'era uno tutto a omini vitruviani, quando scrivevo i pezzi sulla Gioconda. Devo dire che alcuni di quei pezzi hanno fatto un sacco di accessi, non subito ma in seguito).

Questo invece è il layout post-SellsOut, e direi che la carrellata potrebbe anche finire; c'è stata qualche correzione qui e là ma non è più cambiato molto. È addirittura più simile a quello iniziale: tra 2001 e 2015 sembra che abbia solo imparato a scrivere "Leonardo" in minuscolo. Evidentemente a me il blog piace così. Chiedo scusa a chi no, ma probabilmente non siete più qui da un pezzo.


giovedì 21 gennaio 2021

In occasione dell'insediamento

Mi sono accorto non solo che questo blog è così vecchio da aver già visto quattro presidenti alla Casa Bianca, ma che per una manciata di giorni ha mancato la possibilità di averne già visti cinque: la mattina del 20 gennaio 2001 Bill Clinton era ancora formalmente presidente USA, il primo pezzo qua sopra è del 25. In ogni caso gli anni dell'infanzia sono sempre i più formativi, e così come io non riesco a scacciare l'impressione che ogni nuovo presidente sia una riedizione di Ronald Reagan (e in fondo hanno tutti preso qualcosa da lui), questo blog non ha mai veramente superato gli otto anni di George W. Bush. Questo in parte può spiegare la relativa flemma con cui ho accolto la sua elezione quattro anni fa, e in generale la il relativo disinteresse che ho avuto per un caso umano-politico pure così emblematico e spettacolare. Quattro anni fa ho scoperto che non avevo più abbastanza animo da preoccuparmi davvero: come se avessi già bruciato le mie cartucce migliori per l'altro presidente scemo. Ho cominciato a pensare "beh, fin qui non è ancora successo niente di grave" e ho continuato a farlo per quattro anni, sicché alla fine per me la cosa più notevole dell'amministrazione Trump è che si sia conclusa senza nessuna catastrofe globale (mentre scrivo questa cosa sento dal tg che le vittime del coronavirus negli USA hanno superato quelle della Seconda Guerra Mondiale, ma mi sembra ingeneroso attribuirle tutte a Trump).


Prima che Trump vincesse credo di aver scritto almeno un pezzo per contrastare l'idea che fosse il "Berlusconi americano" a cui i giornalisti italiani tenevano in particolare; non solo per la gran soddisfazione che traggo sempre a contraddire i giornalisti italiani, ma perché Trump i media non li possedeva, ne era posseduto: benché tuttora un sacco di gente sia convinto che Trump abbia ammaliato gli elettori con Twitter (il social più sfigato), il personaggio Trump è sostanzialmente una creatura televisiva. Questa cosa poi per quattro anni ho fatto finta di non averla detta, visto che le sue elezioni le aveva vinte – con un sistema elettorale assurdo, brevettato negli USA quando in molta Europa vigeva il feudalesimo – però le aveva vinte: e quindi ora era Berlusconi da considerare un'anticipazione, una prefigurazione di Trump. Poi però c'è stata quella lunga notte delle elezioni 2020 in cui sono restato sveglio anche se non vorrei voluto, e il momento in cui ho sentito il vento davvero cambiare è stato il momento in cui la Fox ha mollato Trump, in modo piuttosto improvviso. Il fatto che Trump sia diventato patetico anche per una parte dei suoi sostenitori, credo che dipenda soprattutto da quello, e non dal fatto che due o tre social network gli abbiano sospeso l'account. A Washington il 6 gennaio c'erano soltanto gli scoppiati (il che non significa che non fossero pericolosi) ma non l'America profonda: quella magari qualche tweet ogni tanto lo legge, ma soprattutto tiene accesa la Fox, e per la Fox Trump ha perso le elezioni, amen. Insomma avevo ragione io (ci mancherebbe anche che non mi dessi ragione in questo mio piccolo spazietto personale): Trump non è i media, è una creatura dei media, che lo hanno tenuto in vita finché lo hanno ritenuto affidabile; e più dei media tradizionali che di quelli 2.0. Ora dovranno inventarsi qualche nuovo personaggio, ma voglio immaginare che ci sono caratteristiche di questo modello che nel prossimo non troveremo. La vittoria di Biden è stata per me la notizia più bella dell'anno scorso: quella e i vaccini. Lo scrivo perché rileggendomi non sembra che me ne sia mai fregato un granché, ma scrivo più volentieri delle notizie cattive (ultimamente neanche di quelle).

Lascio qui un appunto sul dibattito del Free Speech, al quale non ho tempo di partecipare. Nel mio piccolo penso che i fanatici di Trump (il cui contributo alla vittoria del 2016 è probabilmente sovrastimato) siano per lo più bianchi razzisti. La cosa veramente nuova è la loro ritrosia ad ammetterlo, il fatto che in molti casi cerchino di essere bianchi razzisti "in modo ironico", una cosa che la mia generazione fa fatica a capire. Col senno del poi è un atteggiamento perdente, che rivela quanto Obama e l'egemonia hollywoodiana abbiano vinto; in questi anni per la prima volta abbiamo visto bianchi razzisti sfilare non per la supremazia della razza bianca, ma per difendere la Libertà di Parola, ovvero il diritto ad offendere parte del pubblico ("triggerare") affermando eventualmente che la razza bianca potrebbe essere superiore. Confesso di trovare esilarante il modo in cui Zuckerberg e Bezos li hanno infinocchiati, ventilandogli la possibilità di ospitare un simile spazio libero, facendosi consegnare password e dati e poi cacciandoli fuori – ma solo dopo che il vento era cambiato, non un attimo prima. L'abbiamo sempre detto che l'ironia è un'arma a doppio taglio, forse varrebbe la pena aggiungere che è anche a doppio manico, nel senso che dà al tuo interlocutore la possibilità di impugnarla contro di te in qualsiasi momento: per questo andrebbe usata solo con gente che non ha davvero intenzione di farti male. In realtà i monopoli on line sono un problema anche per me, e la libertà di parola qualcosa senza la quale non sono sicuro che potrei vivere. E allo stesso tempo non ci posso fare niente, ogni volta che trovo un razzista che frigna perché non gli danno libertà di parola, che ci posso fare? È un paradosso così grandioso che mi commuovo. 

martedì 19 gennaio 2021

Non resta che sperare in Di Maio (rendetevi conto)

Questa crisi politica mi trova dell'umore meno adatto a interessarmene. In teoria non sono di quelli autorizzati a sentirsi nauseati da una conta parlamentare. Prima dell'emergenza ero un fiero parlamentarista; lo sarò anche quando e se l'emergenza finirà: invece uno che parlamentarista non era è Matteo Renzi. Anch'io trovo beffardo che si sia messo a giocare all'ago della bilancia con un partitino, come qualsiasi democristiano post-diaspora che ha sempre finto di non essere; la beffa però mi sembra la stia facendo lui a me. Certo, lui è sempre lo stesso narciso che scalpita per l'attenzione (e per amministrare qualche fondo europeo), ma io? Lui è inquieto, lo sarà sempre finché non tornerà sotto il riflettore più importante (quindi lo sarà sempre), ma io invece perché sono così tranquillo? Davvero credo che il Conte 2 sia il migliore dei governi possibili? Davvero sono così stanco e sfibrato da non notare l'incompetenza generalizzata, i disastri, l'irresponsabilità?

Probabilmente sì.

Uno sguardo ardito e fiero che rincorre l'Aldilà

Non so neanche per chi voterò – no, stavolta è peggio: stavolta non m'interessa. Parto da una constatazione: il partito in cui bene o male mi riconosco (più male che bene) è sempre stato il PD. L'ho votato da quando esiste – 2008 – e non ha mai vinto le elezioni. Anzi, ha sempre perso. Nonostante questo ha governato il Paese quasi per un decennio. Sul serio. 

È rientrato nelle stanze dei bottoni col governo Monti (2011), il che ha portato la segreteria Bersani al disastro delle elezioni del 2013. Disastro che non gli ha impedito di mantenere il ruolo di primo partito nella maggioranza che ha sostenuto il governo Letta, il governo Renzi (2014) e il governo Gentiloni (2016). Al termine della legislatura, intaccato da una scissione a sinistra e consegnato dalle primarie a un leader ormai percepito come fallimentare, è sceso alle elezioni del '17 per la prima volta sotto il 20%, una batosta insopportabile per il partito che deteneva l'eredità morale dei due grandi partiti di massa del secondo Novecento. Ciononostante, e malgrado una seconda scissione, non gli è riuscito di stare lontano dal governo che per quindici mesi, gli unici quindici mesi in tutto il decennio 2011-2020 in cui il PD non ha dato alcun contributo al governo del Paese. Sono stati anche i quindici mesi più inquietanti della nostra storia recente, e il solo spettro di un secondo avvento di Salvini dovrebbe terrorizzarmi e spingermi a sostenere qualsiasi alternativa, un monocolore Di Maio, un governo tecnico Pippo Baudo. Ma ecco, ci credo davvero? A Salvini interessa così tanto governare? Mi pare che quanto gli interessi lo dimostrò ampiamente nell'estate del '19. E per quanto si sia attribuita la sua scelta alla tipica ebrezza del Papeete, è abbastanza plausibile che in quel caso Salvini abbia fatto una delle scelte più lucide e razionali della sua vita, ovvero mollare ogni responsabilità quando era ancora giovane e credibile, e in grado di riprendere l'unico mestiere che ha fatto in tutta la sua vita: l'oppositore da fiera, da agitarmi davanti ogni volta che non ho tanta voglia di votare l'ordine e la responsabilità.

Rispettoso, lusinghiero, il giudizio che si dà

Con questo non voglio dire che il sovranismo non sia ancora un pericolo concreto, ma tutti gli avvenimenti importanti del 2020 lo hanno oggettivamente ridimensionato: la Brexit non è un paradiso in terra, la pandemia non è che la prima emergenza planetaria che dimostrerà nei prossimi anni quanto siano anacronistiche e scomode le frontiere europee. Forse siamo in quella fase della partita in cui il pezzo più importante è già stato mangiato (magari era Trump) e il resto del gioco è un dettaglio. Anzi è possibile che i sovranisti in Italia e in Europa abbiano appena iniziato a formare quel partito di massa che nei prossimi anni si opporrà al partito della responsabilità e della pianificazione emergenziale; la massa c'è e non chiede ai suoi leader che parole di speranza, o al limite teorie del complotto immaginose e interessanti. 

Questa cosa Salvini la sa, Meloni la sa, e forse entrambi nel loro segreto tremano di fronte all'enorme responsabilità di guidare un popolo nel deserto. Perché di questo si tratta: di governare no, governare nei prossimi anni sarà complicato e faticoso. Il massimo contributo che possono dare è impugnare la fiaccola del sovranismo, tener buona la loro gente al calore di una speranza di rivoluzione che non si realizzerà mai – più o meno quel che fecero i quadri del PCI nel secondo dopoguerra, con qualche regione in più da gestire, che poi son carriere, affari, butta via. Governare però no: poi bisognerebbe una volta buona spiegare agli elettori se si esce dall'Euro o si resta dentro, se si è con Putin o con Biden, coi novax o coi nocovid, tutte partite ormai decise anche se i tavoli sono ancora ufficialmente aperti. Governare si è già capito che non vogliono e non possono. Quindi governeranno gli altri. Cioè?

Il PD?

Ma cos'è il PD ormai?

Pensate a quanti pezzi ha perso lungo il percorso – era il partito dell'area Prodi, per prima cosa mandò all'aria l'ultimo governo Prodi. Lo fondò Veltroni, uno dei risultati più concreti che raggiunse fu la fine politica di Veltroni (un risultato molto importante, sottolineo, anche dal punto di vista letterario, cinematografico, musicale). Era il partito di Bersani, che ci ha messo anche un po' ad andarsene; poi è stato il partito di Renzi, schizzato fuori pure lui. Al termine di tutte queste scremature, quel che rimane è un partito tranquillo, senza personalità di spicco; verrebbe da dire senza personalità e basta. Lo dirige un amministratore di regione, nel suo tempo libero: in questo periodo non deve averne molto. Si dà per scontato che sia composto da personaggi responsabili, e si chiude un occhio quando si mostrano non molto più avveduti degli altri. È insomma il partito adatto a quel tipo di maggioranza silenziosa che si forma alla fine della crisi, quando la gente è stanca di avventure: come gli elettori della Democrazia Cristiana dal 1948 al 1988. Può darsi che la situazione sia simile: che dopo aver provato Berlusconi, e Renzi, e Grillo, cominci a subentrare una certa stanchezza, una voglia di affidarsi non tanto all'uomo forte e neanche all'uomo competente, ma almeno tranquillo, in grado di dimostrare un minimo di serietà o almeno di simularla. Cosa che riesce più semplice se all'opposizione si rinchiudono in quel castello telematico di illusioni che Facebook, Amazon e Google stanno cominciando a smantellare, non un attimo prima di vedere come andava a finire Trump. Insomma i giochi sono abbastanza fatti, ognuno ha il suo ruolo, chi rimane fuori? Ah giusto.


I Cinque Stelle.

Ecco, vorrei dire che i Cinque Stelle sono la mia unica vera speranza, ma senza essere frainteso. Come amministratori sono stati disastrosi (ho in mente il mio ministro in particolare), né ci si poteva aspettare qualcosa di diverso da un partito che dell'incompetenza si faceva bandiera. Bisogna dire che la pandemia ha messo in crisi molto più la loro piattaforma che quella dei sovranisti. Erano il rifugio dei NoVax, ora la gente fa carte false per vaccinarsi: ma non è solo quello. Dovevano mandare a casa i politici (e l'hanno fatto), e ora si trovano al loro posto, costretti loro malgrado a fare politica. Non si può dire che ci stiano riuscendo: sinceramente, non si può. Ma alcuni a questo punto potrebbero farcela, e questa è l'unico margine di speranza che in questo momento riesco a intravedere. Da Salvini e Meloni so cosa aspettarmi: tanto fumo sovranista e postfascista che gli adepti inaleranno voluttuosamente, nella speranza che dia più torpore che nervosismo; dal gruppo Mediaset so cosa aspettarmi, anche oltre l'estinzione fisica del suo fondatore (un supporto mediatico ai sovranisti fin tanto che si tratta di tenerli incollati al televisore durante le pubblicità di dentiere e pannoloni, che si eclisserà parzialmente nei momenti di crisi, proprio come la Fox è mancata a Trump nel vero momento del bisogno). Dal PD so cosa aspettarmi: tanta pacata affettazione di competenza, sostenuta da quotidiani autorevoli che non legge più nessuno, stampati da industriali che in Italia non producono più quasi niente, ormai se ci spiegano come stare al mondo è davvero per uno stimolo disinteressato, un capriccio. Da Renzi so cosa aspettarmi: cercherà di attirare l'attenzione su di sé, prestandosi a maneggi vari senza nemmeno accorgersene, insomma era partito Kennedy ed è finito Pannella. Dalla sinistra extraparlamentare, in cui ideologicamente pure mi riconosco, so cosa aspettarmi: tante velleità, e mi dispiace. 

Da Di Maio, ecco, no. Non so veramente cosa farà, non so chi lo voterà e che motivi troverà per farlo. Di Maio (e i suoi compari) sono l'unica variabile che può cambiare davvero la situazione. Possono tentare di ricorrere Salvini sui terreni del sovranismo e perfezionare qualche nuova variante complottista: ma non è soltanto una strada perdente, è l'imitazione di una strada perdente. Oppure possono restare dove non avrebbero dovuto e voluto trovarsi: al governo, e crescere, alla ricerca di una via credibile tra populismo e democrazia. Questa via credibile, prima della pandemia non esisteva: ora la situazione è parecchio cambiata e nei prossimi anni cambierà ancora di più. Insomma dipende quasi tutto da loro, sono il vero ago della bilancia e sono dei maledetti incapaci – ma non sarebbero arrivati lì se non lo fossero stati – e proprio perché maledettamente incapaci, hanno enormi margini di miglioramento. Dopotutto it can't get much worse.

Mi accorgo che questo discorso – tirato in lungo apposta per allontanare il più possibile dei lettori dalla avvilente conclusione – sembra il tentativo disperato di vedere un bicchiere mezzo vuoto dove da un pezzo non c'è più non dico l'acqua, ma il bicchiere stesso; oppure il gesto disperato di chi trovandosi in un tunnel completamente buio, si strizzasse gli occhi per procurarsi qualche fotopsia e dirsi ecco, lo sapevo che c'è una luce in fondo. Scusate, questa crisi mi trova davvero nell'umore meno adatto.

mercoledì 6 gennaio 2021

Muccioli, il nostro Tiger King

Evidentemente non sono l'unico che in una sera di queste vacanze si è lasciato sfuggire una mezza proposta: cominciamo a vedere SanPa? e – stacco – cinque ore dopo era ancora lì sul divano con la scimmia addosso. SanPa è per prima cosa un meccanismo che funziona, facendo quello che l'onesta narrativa deve fare: scovare un dilemma etico, illustrarlo con tutti gli effetti e gli affetti disponibili, e lasciare che siano gli spettatori a sbrogliarlo, ognuno per sé. Che è quello che sta succedendo in questi giorni: ognuno ha sentito forte e chiara la domanda (quanta violenza possiamo tollerare da chi ci sta salvando?), ognuno si è sentito pungolato e ha una risposta da condividere. Onore agli autori: avrebbero potuto limitarsi a confezionare un racconto a tesi e invece sono stati capaci di quello scatto in più, che è poi quello che ha reso SanPa un'opera interessante anche per chi come me dalle narrazioni su San Patrignano si era sempre tenuto a prudenziale distanza. 

In effetti una parte non trascurabile delle cinque ore l'ho trascorsa a domandarmi dov'ero negli anni in cui Vincenzo Muccioli compariva onnipresente in tv, e il dibattito sulle sostanze era un dibattito su San Patrignano. Quante volte devo aver cambiato canale per riuscire a non vederlo quasi mai, quanta attenzione devo avere messo a scansarlo? Non vivevo nella stessa regione, non avevo attraversato (a testa bassa e in linea retta) le stesse piazze devastate dall'eroina? Da qui il sospetto che il successo di Muccioli sia stato anche il risultato di tante affannate rimozioni come la mia: un po' prima che i film di Romero diventassero mainstream, noi i zombie in strada li avevamo visti e in alcuni di loro avevamo riconosciuto fisionomie di amici e parenti. Per non vedere più quelle scene, per il privilegio di distogliere lo sguardo avremmo fatto carte false a chiunque, ed è letteralmente così: Muccioli era un signor chiunque, un figlio di albergatori romagnoli con un podere che aveva riconvertito ad allevamento di cani. Tra tanti dettagli che non conoscevo, è stato per me quello illuminante: San Patrignano è fungata senza che nessuno la immaginasse (compreso il suo fondatore, che da un certo momento in poi appare in balia degli eventi, ma probabilmente lo era da sempre). È il frutto spontaneo di quel fenomeno enorme e rimosso che fu l'invasione dell'eroina: le piazze d'Italia si riempirono all'improvviso di scoppiati, e gli scoppiati, chi li conosce lo sa, se dopo un po' si mettono in cerca di un cane. 

Cosa cerchi nel cane l'eroinomane non è chiaro, non so se esistano studi; forse un'ancora di salvezza – un cane ti impone un minimo di disciplina – di certo un po' di protezione, di affetto da una bestia ben disposta a barattarlo per una scodella, e forse un segreto senso di affinità: il cane ha bisogno dell'uomo come l'uomo ha bisogno dell'ero. Magari esagero i miei ricordi di universitario in Piazza Verdi, dove gli scoppiati hanno mantenuto un presidio (ormai un parco a tema storico); eppure, di tutti i posti in cui avrebbe potuto nascere, la comunità di recupero dall'eroina più grande d'Europa spuntò proprio nel possedimento di un allevatore di cani. Senza nessuna competenza specifica (anzi qualche opinione scientificamente già discutibile nel 1978), senza competenze terapeutiche e ovviamente senza metadone, Muccioli in un primo momento probabilmente si avvalse di un repertorio da imbonitore di provincia: lo spiritismo, le stimmate, l'agopuntura. E già questo bastò a conquistare almeno un paio di esponenti del ceto imprenditoriale milanese: per dire che l'incultura che ha portato una parte non trascurabile del sistema Paese a dare credito a fantasiosi ignoranti come Bossi e Grillo non è accidentale, e non ha radici soltanto proletarie, anzi.

Ma ciò che aveva ipnotizzato un paio di Moratti non sarebbe bastato a tener buoni centinaia di tossicodipendenti: se Mucciolì non ci riuscì non fu col raggio cristico o imponendo mani sanguinanti. L'incantesimo che funzionò probabilmente era più semplice e profondo: Muccioli li guardava negli occhi, li abbracciava, li accarezzava, li amava, e quando facevano i capricci li metteva alla catena. In sostanza Muccioli non aveva mai smesso di allevare dei cani – tant'è che quando cominciarono ad arrivare i soldi veri, piuttosto che in terapeuti competenti preferì investirli in bovini e cavalli. Dal suo punto di vista era tutto logico e conseguente: le bestie amano stare in compagnia. Peccato che fosse il punto di vista di un allevatore e non di un terapeuta, ma appunto, peccato per chi? C'è molta gente tuttora pronta a giurare che il metodo Muccioli funzionasse meglio di qualsiasi altro, in questi giorni li avrete sentiti scodinzolare. Il più grottesco è ancora una volta Red Ronnie, che senza che nessuno glielo chiedesse lo ha messo in chiaro: io sono un animale, non chiedetemi una spiegazione razionale. La grandezza di Muccioli non si può spiegare a parole, è qualcosa che si fiuta, o magari una di quelle note a bassissima frequenza. 


Quel che Muccioli aveva capito delle dipendenze era in effetti abbastanza difficile da verbalizzare: forse che a chi si appende una scimmia al collo è inutile liberare il collo, andrà a cercarsi un'altra scimmia: che i tossicodipendenti sono tossici, ma soprattutto dipendenti. Se gli togli l'eroina devi proporre alla svelta un altro collare, una comunità, uno scopo: Muccioli questa cosa era convinto di poterla fornire, e molti non aspettavano che di lasciarsi convincere. I cani poi si sa che sotto millenni di istinto servile covano ancora una mentalità di branco: poche cose sanno fare bene come tenere in ordine un gregge. Per Muccioli era normale pensare di poter delegare ai vecchi ex tossici la gestione dei nuovi: questo poi implicava una crescita quasi esponenziale della struttura, il che del resto avrebbe dimostrano nient'altro che il successo dell'impresa; certo, servivano agganci a livello anche politico, il che trasformò rapidamente Muccioli da allevatore a lobbista, mentre la comunità continuava a crescere rapida e spontanea, grazie alla sollecitudine di tanti amici dell'uomo ansiosi di far bene e meritare l'affetto del padrone. Ogni tanto succedeva un guaio: tutto sommato pochi, per un branco ormai autogestito.

Così SanPa alla fine mi ha ricordato l'altra docufiction che si impose durante il primo lockdown, Tiger King: in fondo si tratta sempre di allevatori un po' mitomani attirati in un circuito che li acclama ma in realtà pretende da loro il lavoro sporco: se i turisti vogliono foto coi tigrotti, chi si preoccuperà di gestirli quando crescono e farli scomparire quando diventano troppi? E noi che volevamo vivere le nostre piazze come turisti, negli anni di Muccioli, alla fine cosa pretendevamo da lui: che prendesse centinaia di zombie e li guarisse con la bacchetta magica? Non l'aveva e lo sapevamo. Ci contentavamo che ce li tenesse lontani, con recinti e catene se necessario. Che abbia tolto la scimmia a centinaia di ragazzi è innegabile: che fosse l'unico, o il più bravo, discutibile: ma sarebbe disonesto pretendere da lui una consapevolezza che non poteva avere. Lui voleva allevare animali, la società gli aveva mandato i tossici, lui si era arrangiato. C'era chi negli stessi anni finanziava la ricerca sulle dipendenze, chi mandava avanti i Sert, chi tentava strade alternative non necessariamente più efficaci, ma meno violente: i Moratti preferirono finanziare un allevatore. Rai e Mediaset elessero un allevatore a esperto dell'argomento. I politici si fecero dettare la legge sulle tossicodipendenze da un allevatore. È andata così, e ce lo stavamo dimenticando. SanPa ce l'ha fatto ricordare: meno male.

venerdì 1 gennaio 2021

Non Dea Madre, ma madre di Dio

 1 gennaio – Maria, madre di Dio

 
Vergine alata dell'Apocalisse, di Miguel de Santiago. pittore ecuadoregno del XVII secolo (di solito i pittori tolgono le "ali d'aquila", che allontanano la Donna dalla Maria evangelica, ma pure risultano in Apocalisse 12, 14).


Il primo giorno di gennaio, alcuni lettori del Post lo sapranno già, il calendario cristiano ricordava la circoncisione di Gesù – otto giorni dopo la nascita, secondo la legge ebraica. A un certo punto, non è nemmeno chiaro quando, la ricorrenza è stata in qualche modo declassata: il fatto che Gesù fosse nato e cresciuto come ebreo non poteva essere negato, ma nemmeno enfatizzato (vedi il modo abbastanza singolare in cui è stata liquidata la reliquia del Santo Prepuzio). Soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II, il primo di gennaio è diventato la festa di Maria Madre di Dio, almeno nel rito romano (non in quello ambrosiano). Non è l'unico caso in cui una ricorrenza mariana è stata spostata nel calendario come a coprire qualcosa che si percepiva non più consono; ma il capodanno è un caso emblematico di come la mariologia si muova sottotraccia in seno al cristianesimo, senza far troppo parlare di sé, con piccoli spostamenti che si percepiscono soltanto dopo qualche secolo – basta distrarsi cento, duecento anni e ops! ti ritrovi a contare gli anni a partire a partire dalla festa di una Dea Madre. Ma com'è stato possibile?

Non avevamo distrutte tutte da millenni? Non avevamo dichiarato ufficialmente i loro adoratori dei malati di mente ("dementes") già a Tessalonica nel 380? In un certo senso sì. Eppure... date un'occhiata alle bandiere in giro per il mediterraneo. Sono tutte di origine settecentesca, illuminista, razionale, vero? In Europa dodici stelle, nei Paesi arabi la mezzaluna (anche se quest'ultima viene spesso associata alla religione islamica, la sua presenza sugli stemmi ottomani diventa sistematica nel Settecento). E se vi dicessi che rimandano entrambe alla stessa divinità, e che questa divinità ha meno in comune con Cristo o Allah che con qualche antica Madre? Probabilmente esagererei. Mettiamola così: con certe divinità il cristianesimo è dovuto venire a patti. Non è cosa di cui andare fieri, e in effetti su questo genere di compromessi i teologi preferirebbero tacere, o almeno spostare la discussione su un campo più astratto.

Forse la più antica raffigurazione che ci sia arrivata del simbolo della luna crescente associato con una stella (più probabilmente il sole), in un sigillo di epoca neosumera (2000 avanti Cristo).

È quel che succede per esempio nel 428, quando Nestorio, patriarca di Costantinopoli, solleva l'obiezione: come possiamo chiamare Maria "Madre di Dio" (Theotókos)? Come può un essere umano a essere genitore di una divinità? Non è che l'obiezione non avesse un senso. Nestorio non aveva problemi ad accettare che Gesù fosse sia uomo che Dio; ma non accettava che Maria potesse essere considerata madre di entrambi. In quel grembo vengono ad annodarsi tutte le contraddizioni di una religione ormai egemone ma ancora in fase di assestamento dottrinale: il problema trinitario (se Dio è uno solo, può Maria essere madre del suo creatore?), quello cristologico (in che senso Gesù è sia Dio sia uomo?), quello mariano: come raccontiamo ai fedeli questa cosa che Dio ha reso gravida una ragazza, in modo che non ricordi assolutamente quei vecchi miti bavosi sugli Dei che vanno in giro a molestare giovani e giovincelle? Meglio insistere sulla verginità della ragazza in questione, non solo prima ma addirittura dopo: certo, ne soffre un po' la verosimiglianza, ma è il prezzo da pagare per allontanare l'idea che Dio-Padre sia un padre di carne che feconda come fanno gli altri padri. A questo punto è chiaro che Maria non può essere una donna qualsiasi, ma Madre di Dio? Nestorio preferiva chiamarla "madre di Cristo" (Christotokos). Ai suoi oppositori la cosa sembrava sospetta, per motivi forse non sempre confessabili. Perché per quanto gli avversari di Nestorio si siano affannati a trasformare la questione in un complesso meccanismo neoplatonico comprensibile soltanto agli addetti ai lavori, il sospetto è che dietro a questo complesso paravento si celasse una realtà molto più terra-terra: "Madre di Dio" era un compromesso, un modo per dire e non dire "Dea madre".

Nel giro di una generazione la piccola Bisanzio era diventata la Nuova Roma immaginata da Costantino: una metropoli fungata sul Corno d'Oro. I nuovi abitanti, accorsi da ogni parte dall'impero non avevano tradizioni in comune. La città, in quanto rifondata da Costantino dopo la conversione, non poteva nemmeno vantare martiri importanti. Ma al di là del Bosforo il paganesimo continuava a pulsare, in quel subcontinente che aveva sempre opposto la sua massa critica al razionalismo ellenico: l'Asia Minore, o Anatolia.

Efeso, Turchia: il sito si trova in quello che un tempo era l'estuario del fiume Kestros. Comprende insediamenti ellenici e romani. A Efeso fu costruito il tempio di Artemide, una delle sette meraviglie del mondo antico, di cui oggi rimane ben poco.[/caption]

Buona parte della manovalanza che aveva costruito la città e ci era rimasta ad abitare veniva là, e non avrebbe rinnegato così presto Artemide, la grande Madre degli Efesini, cinta di innumerevoli mammelle (secondo alcuni sono testicoli di toro: insomma simboli di fecondità, irrimediabilmente pagani). I discendenti degli antichi bizantini non avrebbero dimenticato volentieri Ecate, antica protettrice della città, che durante l'assedio del 340 aC, spuntando dalle nuvole con la sua luna crescente aveva protetto la città dall'incursione notturna di Filippo il Macedone. A Nestorio non si poteva rispondere così: e però il concilio che si riunì nel 431 per sconfessare le sue idee fu convocato da Costantino proprio a Efeso, di tutte le città disponibili. I seguaci di Nestorio si rifugiarono oltre il confine orientale dell'impero, riuscendo a imporre le proprie idee (più estreme di quelle del loro patriarca) sulla Chiesa persiana. La Nuova Roma, sempre più conosciuta come Costantinopoli, si consacrò alla Madre di Dio. Nessuna reliquia era venerata come il Maphorion, il manto della vergine (ma i costantinopolitani conservavano anche qualche goccio del suo latte materno). Le basiliche più importanti non furono dedicate a martiri in carne e ossa, come nella Roma occidentale, ma a concetti personificati e di sesso femminile: la "Santa Pace" (Sant'Irene) e soprattutto la Sapienza di Dio: Santa Sofia.

L'interno della basilica di Santa Sofia, il 2 luglio 2020 (Chris McGrath/Getty Images)

Il fatto che questa Quasi Divinità femminile non somigliasse molto alla Maria di Nazareth storica tratteggiata nei vangeli era stato superato includendo nel Nuovo Testamento un testo ben poco simile agli altri: l'Apocalisse attribuita a San Giovanni. La "donna rivestita del sole, con la luna sotto i piedi e una corona di dodici stelle sul capo", che "grida per le doglie e il travaglio del parto", destinata a partorire "un figlio maschio, il quale deve reggere tutte le nazioni con una verga di ferro" è un'immagine di maternità regale che ci è possibile ritrovare anche a due millenni di distanza, e non soltanto nelle raffigurazioni mariane. Lo Pseudo-Giovanni del resto scriveva nel mediterraneo già globalizzato del secondo secolo, mescolando simboli già rimasticati. Una donna abbinata alla luna non poteva che rammentare una dea lunare, non una in particolare ma un po' tutte: Artemide (luna crescente), Selene (luna piena), Ecate (luna calante, anch'essa di origine anatolica e spesso raffigurata una e triplice: celeste, terrestre e marina). La posizione della luna sotto i piedi lascia immaginare che la Donna abbia sostituito la stella del mattino in un simbolo già frequente sulle monete persiane e anatoliche. Lo Pseudo-Giovanni aggiunge però sul suo capo dodici stelle, chiaro riferimento alle dodici tribù del popolo d'Israele. Si incontrano così nella sua visione tre immagini che avrebbero proseguito i loro percorsi fino ad arrivare alla contemporaneità: la mezzaluna protettrice di Bisanzio, rivendicata dai conquistatori ottomani, sulle bandiere moderne delle nazioni musulmane; le dodici stelle, sulla bandiera del Consiglio d'Europa (e poi dell'UE). Persino la Donna del cielo è stata sventolata almeno una volta su una bandiera, durante la rivoluzione messicana. Ma in generale preferisce riapparire nelle visioni mistiche, soprattutto da Lourdes in poi. Buon anno a tutti (ma soprattutto a tutte).