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martedì 23 dicembre 2025

I dischi di Natale dei Beatles?


Qualche anno fa, qualcuno lo ricorderà, mi misi per il Post a stilare la più verbosa classifica dei brani dei Beatles mai pubblicata – un pretesto per glossarnee ogni canzone. Il risultato fu pubblicato anche in un volume che potrebbe essere un'idea se non sapete più che regalo comprare al nonno. Ma benché nell'occasione sia riuscito a scrivere qualcosa a proposito di più di 250 brani, alcuni ne rimasero fuori. Si tratta per lo più di cosiddette rarità ("rarità" nel caso dei Beatles significa che le conosce solo qualche decina di milioni di appassionati). Un discorso a parte poi lo meriterebbero i dischi di Natale – ecco, qualcosa nell'aria mi dice che oggi è il momento di quel discorso a parte. E Buon Natale, come si dice da noi.


The Beatles Christmas Record (1963)
Per quanto suoni festoso e natalizio, il Christmas Record del 1963 dovrebbe essere stato inciso già il 17 ottobre, durante la sessione per il singolo I Want to Hold Your Hand / This Boy che nell'anno successivo avrebbe permesso ai Quattro di sfondare negli USA. Ora, siccome l'obiettivo originario era scrivere qualcosa a proposito di ogni brano dei Beatles, qui si tratta di stabilire se il Christmas Record vada incluso nel canone – a occhio, no. Non era stato concepito come tale; i Quattro non suonano e per la maggior parte dei cinque minuti non cantano nemmeno. I dischi di Natale per i fansclub britannici erano considerati dei semplici messaggi di auguri (e di scuse per non aver risposto a tutta la posta dei fans, "non ho abbastanza penne", spiega John). Venivano allegati al giornalino del club e avevano la stessa funzione che oggi potrebbe avere una clip su instagram o tictoc. Non erano nemmeno concepiti per durare: venivano incisi su un supporto (il flexidisc) economico e particolarmente fragile. Nel 1971 furono finalmente raccolti su un LP che nessuno sentì la necessità di ristampare fino al 2017.
D'altro canto, è pur vero che i Beatles stanno cantando delle canzoni, su un disco che è stato pubblicato ufficialmente, e quindi perché non dovremmo contare tra i loro brani ufficiali anche la loro versione del canto tradizionale Good King Wenceslas e della canzone della Renna Volante (con il gioco di parole Ringo/Renna)? Il flexi se non altro conferma che ormai i Quattro si trovavano a loro agio nei personaggi mediatici che si erano costruiti. L'unico che tra lazzi e frizzi prova a fare un discorso serio è Paul, che spiega come il miglior posto del mondo sia proprio quello dov'è in quel momento: la sala d'incisione. Ogni desiderio stava diventando realtà, Natale era già arrivato a ottobre, e sarebbe durato tutto l'anno.


Another Beatles Christmas Record (1964).



Inciso il 26 ottobre, al termine della sessione conclusiva di Beatles For Sale, è probabilmente il meno musicale dei flexidisc natalizi, anche se è interessante proprio per alcune trovate rumoriste che anticipano sperimentazioni molto successive: all'inizio c'è un tentativo di suonare Jingle Bells che degenera subito, con pianoforte, armonica in chiave sbagliata e quello che sembra un kazoo (probabilmente è carta velina su un pettine, la riascolteremo solo in Lovely Rita e sembrerà una straordinaria innovazione). I Quattro leggono un copione scherzandoci sopra, i ruoli ormai sono chiari: Paul è il ragazzo fortunato che continua a meravigliarsi e ringraziare per tutti i dischi che vende, e soprattutto per l'enorme privilegio di lavorare in uno studio ("qui abbiamo inciso le prime nostre canzoni... sembrano tanti anni fa"). Lennon è il ragazzaccio che lo prende in giro. (Paul: "se non fosse per voi fans, chissà dove sarei..." John: "A militare"). George è il beatle concreto che ha dei prodotti da promuovere: "Grazie per aver visto il film, mi aspetto che qualcuno lo veda anche più volte... il prossimo sarà diverso, col colore" (John: "il verde!"); Ringo è lo svagato: "Vi domanderete dove siamo stati quando non eravamo qui, ebbene in... Australia... Nuova Zelanda... Stati Uniti... Australia... no aspetta l'ho già detta"). In coda una canzone popolare irlandese, Can You Wash Your Father’s Shirt, si spegne quasi subito: ma l'urlo "Christmas!" che continua a riverberare nel silenzio è una gran trovata, anzi penso che la riciclerò nel prossimo nastrone natalizio.




The Beatles Third Christmas Record (1965)



"Uno dei nostri anni migliori, da quando li contiamo. E noi sappiamo contare un sacco di grandi anni". Il 1965 è veramente l'anno cruciale della storia dei Quattro. Le canzoni incise sono 36, più o meno come l'anno precedente, ma a parte un paio sono tutte originali: la rivalità cordiale ma sempre meno sotterranea tra Lennon e McCartney (con il secondo per la prima volta in lieve vantaggio) è il motore che li consente di consegnare alla Storia della musica almeno una dozzina di brani che cambieranno le carte in tavola per tutti. È più che appropriato, così, che il disco di Natale cominci con una versione ubriaca di Yesterday, che poi nel corso del messaggio diventerà Christmas Day. Stavolta a quanto pare c'era stato un tentativo di produrre un disco di Natale più professionale (una finta trasmissione da una radio pirata, quelle che stavano stravolgendo i gusti dei teenager inglesi promuovendo i dischi che la BBC non aveva il coraggio di suonare). Il progetto fu accantonato e i Quattro rimasero fedeli al format dei due anni precedenti: canzoni balorde e qualche messaggio di ringraziamento per le lettere del fanclub, sempre meno sincero ("grazie soprattutto per le lettere con la gomma da masticare"). Lennon è il probabile autore di due frammenti originali: una canzonaccia natalizia da pub, Happy Christmas to Ya List’nas, e una filastrocca, Christmas Comes, But Once in a Year. Nel mezzo i Quattro tentano di intonare qualcosa di sensato, dal tradizionale Auld Lang Syne che Lennon dirotta verso Eve of Destruction, e It's the Same Old Song dei Four Tops, immediatamente stoppata da George Harrison che anche stavolta sembra il più sobrio del gruppo e ricorda agli altri che non si può, c'è il copyright. Così alla fine tornano su Yesterday, il pezzo che per poco non era uscito come un singolo solista di Paul, e che tra tante pietre miliari posate nel 1965 forse è stata la decisiva. All'inizio del 1965 i Beatles erano ancora una rock band, più eclettica di altre, ma dal sound sempre riconoscibile; alla fine del 1965 erano un progetto musicale aperto a qualsiasi possibilità. Nel mezzo c'era stata Yesterday, un brano che Paul non sapeva da dove gli era venuto, e che vincendo una lunga titubanza aveva inciso con un quartetto d'archi – e senza il contributo degli altri tre, che qui sembrano volerla massacrare senza pietà. O forse era un tentativo di farla propria, visto che ai concerti non sapevano ancora come arrangiarla. Dopo Yesterday i Beatles non sarebbero stati più gli stessi e per quanto questo fosse già un presagio della fine, nessuno in quel momento aveva la minima intenzione di tornare indietro.


Pantomime (1966)
Everywhere It's Christmas (non attribuita)

Nel 1966, per la prima volta, i Beatles non riescono a incidere l'album invernale; e questo malgrado l'altra attività fondamentale del gruppo – i concerti – si sia interrotta del tutto a fine agosto. Lennon poi si è assentato per recitare in How I Won the War e quando si ricongiunge coi tre è troppo tardi per lavorare a un intero 33 giri: quello inciso prima dell'estate ha richiesto quasi tre mesi di lavoro. Del resto l'asticella è sempre più alta, nessuno si aspetta più dai Beatles una collana di canzoncine incise in fretta e furia: anzi ora il loro nome è legato a produzioni innovative e di qualità. Persino quella buffonata del flexidisc di Natale per il fan club: persino quella va realizzata con cura e professionalità. Pur rimanendo nell'ambito della buffonata: Everythere It's Christmas, il primo brano, rimane nel solco delle strofe goliardiche improvvisate soprattutto da Lennon nei dischi precedenti, anche se qui McCartney lo accompagna al piano. Il brano apre e chiude il disco come una parentesi, proprio come nel 1967 capiterà a un altra canzone un po' buffonesca, Sgt Pepper's Lonely Hearts Club Band; e in generale tutti i sette minuti del flex sembrano una parodia di quei primi acerbi concept album coi recitativi parlati, che arriveranno nei negozi di dischi inglesi solo verso il 1967.


Orowayna (non attribuita).

"Our story opens in Corsica". La copertina di Pantomime, per la prima volta, indica una scaletta di canzoni e recitativi. "Orowayna" è il secondo brano, che comincia immediatamente dopo il primo, non dissimilmente da quanto sarebbe successo in Sgt Pepper's: l'album che in quei giorni stavano cominciando a mettere assieme, anche se non se ne rendevano ancora conto. Paul sta raccontando una bislacca leggenda natalizia ambientata in Corsica, e il coretto che lo accompagna svela per la prima volta nella produzione dei Quattro una sensibilità per un tipo di musica 'etnica', nonché la pratica di scandire sillabe a caso, scelte per il suono evocativo.


Please don't bring your banjo back 

"Ti prego, non portarti dietro il banjo, non so dov'è finito. Me ne ero appena andato quando divenne la cosa nuova. Banjo, banjo dappertutto, non riesco a scordarmi le loro canzoni... e se ne vedo in giro un altro, andrò a comprarmi un grosso pallone". 

Le mode vanno e vengono, i Beatles devono anticiparle – e allontanarsene rapidamente. È un lavoraccio, qualcosa che oggi sarebbe affidato a un algoritmo, vent'anni fa a un ufficio marketing: nel 1966 a quattro ragazzi di Liverpool con un po' di esperienza, molto fiuto, e qualche collaboratore che per fortuna continua a fidarsi ciecamente di loro. Il 1966 è apparentemente l'anno meno produttivo dei sette che hanno trascorso incidendo assieme: a metà dicembre, invece del solito LP, avranno da offrire al pubblico soltanto un 45 giri, che tra l'altro non riuscirà nemmeno ad arrivare al primo posto nella classifica inglese (non ci riuscirà perché è un singolo "con due lati A", Strawberry Fields Forever e Penny Lane, e i negozi comunicano le vendite soltanto di uno dei due titoli). In tutto, contando il singolo natalizio, quello primaverile (Paperback Writer) e l'album (Revolver) risultano "appena" 19 incisioni. Se la quantità è un po' calata, la qualità è sempre in crescita: Revolver oggi è considerato quasi unanimemente l'album più importante. È anche uno di quelli che ha richiesto più tempo, e segna l'inizio di una fase in cui i tempi in sala di registrazione si dilateranno. Una situazione in generale più congeniale a McCartney che ai colleghi: tra i quali Lennon sta già dando la sensazione di perdersi, di non riuscire a spiegare quello che vuole a George Martin, e a volte anche a sé stesso.



Christmas Time Is Here Again (1967)



Col titolo Christmas Time Is Here Again indichiamo ormai due oggetti molto diversi. Il primo è il flexidisc natalizio del 1967, che riprende il formato a 'siparietti' dell'anno precedente, ma con un'ambizione più organica – si tratterebbe di una serie di provini di artisti esordienti per una trasmissione radiofonica natalizia. Il secondo è il tema ricorrente del flexidisc, cantato insieme dai Quattro: una sorta di ritornello che quasi trent'anni dopo sarebbe stato ritagliato e rimontato come un brano a se stante per il lato B del singolo Free As A Bird. Benché ottenute con lo stesso materiale, le due Christmas Time sono profondamente diverse.

Il flexi natalizio è l'ultima occasione per i Quattro di incidere qualcosa in quell'anno (il 1967) che più di tutti identifica una fase precisa della loro produzione: tant'è che anni dopo, pubblicando Fab, George Harrison spiegò che voleva scrivere una canzone "alla '67". È l'anno più sperimentale: dopo la cesura del 1966, in cui i Beatles avevano inciso relativamente poco (un LP e due singoli) e pubblicato tutto, nel 1967 le sessioni ad Abbey Road (e non solo) diventano più frammentarie ed episodiche e presentano un bilancio di almeno 25 brani, alcuni dei quali resteranno nel cassetto per un anno o persino di più (Carnival of Light aspetta ancora la pubblicazione). Il disco primaverile, Sgt Pepper's, in un certo senso è l'ultimo a rispettare la formula del long playing con 13-14 canzoni, che i Beatles avevano pazientemente rispettato dal 1963, ma che evidentemente stava stretta; l'uscita invernale, Magical Mystery Tour, arriverà nei negozi inglesi con un formato bizzarro (un doppio EP). È anche l'anno della tragica morte del manager, Brian Epstein, che sembra non lasciare un segno superficiale nella produzione dei Quattro – anche se nel medio termine sarà uno dei fattori del loro scioglimento.


 
The Christmas Record 1968 



Per la prima volta i Quattro non incidono assieme il disco con gli auguri di Natale (il che retrospettivamente fu interpretato come un segno della disgregazione), ma inviano i loro contributi al dj Kenny Everett. Non sappiamo in che misura quest'ultimo sia responsabile del collage sonoro – tra l'altro di qualità sorprendente, considerato che allora si lavorava ancora a quattro piste. Il risultato è meno pretenzioso di Revolution 9, ma forse più interessante. E tuttavia si avverte la sensazione che una certa spinta propulsiva si sia esaurita: a ogni Natale i Quattro dimostravano di poter fare qualcosa di più, stavolta si sente la presenza in sala di un regista la cui preoccupazione principale è dimostrare che questo disco non è troppo diverso dai precedenti: i Beatles sono ancora i Beatles, continuano a strimpellare inni bislacchi composti per l'occasione (l'unico vero contributo musicale originale è una schitarrata di Paul, Happy Christmas, Happy New Year, Happy Easter) e a maltrattare il loro repertorio (Obladì Obladà stonata apposta, Helter Skelter accelerata a 45 giri, Nowhere Man devastata da "Tiny Tim" e il suo ukulele). Non è chiaro se i virtuosismi ritmici dei battiti di mano siano stati realizzati da Ringo, qui in grande rilievo ma sempre più come attore che musicista. John aggiunge una poesia per lui e Yoko, George sembra come sempre il più tranquillo, l'acqua cheta che sta per mettere in crisi i ponti.




The Beatles Seventh Christmas Record (1969) 


Non era mai capitato che il disco di Natale cadesse in un periodo tanto 'silenzioso': i Beatles non pubblicavano materiale inedito da settembre, un'enormità per loro. Il vuoto era stato parzialmente riempito da Cold Turkey, un singolo della Plastic Ono Band; e anche il settimo disco di Natale dà la sensazione che John e Yoko stiano prendendo il controllo della barca. George sparisce quasi immediatamente, dopo aver salmodiato i suoi auguri come un hare krishna; Ringo fa una cosa simile ma ne approfitta per reclamizzare svergognatamente il suo ultimo film, The Magic Christian: quasi una strizzata d'occhio subliminale. Paul è l'unico ad aver fatto i compiti: forse è già rinchiuso nel suo cottage e tra le varie canzoni che sta provando alla chitarra ne ha senz'altro una adatta ad augurare un buon Natale e un felice Anno Nuovo. Ma dura appena mezzo minuto: negli altri sei, sostanzialmente, ascoltiamo John e Yoko fare i buffoni; il che oggi forse ci commuove, ma al tempo doveva sembrare abbastanza spiazzante, perché fino a pochi anni prima, in questi dischi John faceva il buffone con Paul, e invece ora è Yoko a prestarsi agli scherzi, con una disponibilità sorprendente. Mentre lo ascoltavano, i fans non avevano del tutto rinunciato alla speranza che il silenzio fosse solo temporaneo, e che i Quattro si sarebbero presto rimessi assieme. Era una speranza che il disco di Natale non nutriva affatto, anzi.

martedì 24 dicembre 2024

Ad Bethlehem


Ci avete fatto caso anche voi? Da quando al governo è tornata la Destra, e che Destra, la guerra al Natale sembra essersi bruscamente interrotta. Forse da qualche parte effettivamente una scuola non ha fatto il presepe, o il coro non ha cantato una canzone necessariamente cristiana; forse qualcuno da qualche parte ha risposto "Buone Feste" e non "Buon Natale" a chi gli faceva gli auguri; ma tutto ciò improvvisamente non fa più notizia; e del resto era strano che facesse notizia prima. Magari mi sbaglio, magari non sfoglio con la dovuta attenzione i giornali peggiori; ma davvero sembra che il Natale scivoli molto più liscio da due anni in qua. Magari perché aa Meloni veglia, affinché i suoi sudditi cristiani non siano defraudati di addobbi e regali.

Oppure perché questa cosa di festeggiare un bambino, che di tutti i posti del mondo è nato proprio a Betlemme, ci dà sempre più fastidio. Passiamo così tanti giorni all'anno, così tante ore al giorno, a fingere che tutto vada bene; che non stiamo collaborando a un massacro proprio là – e lui proprio là deve nascere; sembra quasi che lo faccia apposta.

venerdì 24 dicembre 2021

Auguri di stagione


Buone feste a tutti! Non sono scomparso, sto abbastanza bene, mi sono ri-vaccinato e dopo 12 ore ero a posto, vaccinatevi tutti. Avrei persino tante cose da scrivere ma non riesco a metterle in fila – fino a ieri la priorità era mettere in fila nove insegnanti in nove classi per trenta ore a settimana, pescando tra quelli che non erano a casa malati o in quarantena o in coda per vaccinarsi. 

Non credo di dover ripetere che le scuole non sono un ambiente sicuro, riguardo a un virus aereo: non lo erano l'anno scorso e senz'altro non lo sono diventate quest'anno, visto che non è stato speso un solo euro in più per renderle tali. In compenso da qualche parte tra Governo e Regioni si è stabilito che il vero pericolo per i nostri studenti è la Didattica a Distanza: non so spiegarmi altrimenti il mistero di classi intere che, messe in quarantena qualche giorno fa, sono state riammesse a scuola ieri, ultimo giorno prima delle vacanze: giusto il tempo di abbracciare i compagni nei corridoi e scambiarsi saluti e saliva. L'ultimo giorno, ripeto, con un terzo del personale ormai assente, in una fase in cui in qualsiasi altro mese la curva dei contagi ci avrebbe fatto chiudere da una settimana. A quanto pare salvare il Natale è una necessità sociale che viene molto prima di altre – il diritto alla salute, la butto lì. 

Tanto più mi riesce difficile suonare sincero mentre auguro buone feste a tutti voi: anche quest'anno il Grinch è stato sconfitto, i giornali di destra ci hanno messo un po' a trovarlo ma alla fine sono riusciti a recuperare una direttiva della Commissione europea che consigliava di usare un linguaggio più inclusivo e sconsigliava di definire il nome di battesimo come "Christian Name", e tanto è bastato per rispolverare la minaccia del Presepe assediato dai senzadio. È tutto così rodato, ormai, così automatico, che anche quando provo a intervenire non mi sembra di interagire più con esseri umani: piuttosto giocattoli a molla. Facciamo che me ne sto col caldo buono e le quattro capriole di fumo, e ci risentiamo più in là. 

(Ah, nel frattempo su Facebook ho messo in piedi quel torneo di canzoni dei Beatles, un'idea scema che mi ossessionava da tre anni: per chi vuole si trova qui).

giovedì 24 dicembre 2020

La Messa che non era a Mezzanotte

(Questo è un pezzo per il Post. La prima parte l'avevo già scritta qui qualche mese fa, la seconda su The Vision qualche anno fa, del resto se non mando le repliche a Natale... anzi buon Natale a tutti!) 

Nel 1576 i milanesi non fecero la messa di Natale. Eppure la peste sembrava non colpire forte come due mesi prima: certo il conteggio dei contagiati e dei morti doveva essere più difficile di adesso, ma a metà dicembre il Tribunale di Sanità aveva la netta sensazione che i numeri stessero calando. Insomma il lockdown imposto a fine ottobre sembrava aver funzionato. Ciononostante i membri del Tribunale – che dopo la fuga delle autorità spagnole erano di fatto i reggitori della città – decisero che non era il caso di abbassare la guardia, e comunicarono la decisione all'arcivescovo. La quarantena sarebbe proseguita "fin che si vedesse ben nettata tutta la Città da peste, con consenso pure del Cardinale". Il vescovo era il cardinale Carlo Borromeo, uno dei protagonisti della Controriforma. Non proprio un personaggio conciliante: in tante altre situazioni lo ritroviamo ai ferri corti con le autorità civili e municipali, eppure in questo caso le cronache non riportano nessuna esitazione da parte sua. Lasciò solo scritto che gli dispiaceva che i cristiani "ancora fussero impediti di andare alle Chiese", e diede istruzioni affinché i sacerdoti mantenessero un corretto distanziamento mentre visitavano le case dei loro parrocchiani per impartire (dall'esterno) la benedizione, ma anche per monitorare la situazione del contagio e verificare quelle situazioni di disagio economico al quale il Cardinale spesso provvedeva attingendo dal suo patrimonio.

Qualche anno fa, proprio sul Post, mi è capitato di scrivere un pezzo abbastanza ingiusto su Carlo Borromeo, in cui rimpallavo l'accusa di avere veramente meritato che la "peste di San Carlo" prendesse il suo nome, a causa di quelle processioni che avrebbero contribuito a diffondere il morbo. Le cose come sempre sono più complesse: è vero, Borromeo ritenne giusto organizzare alcune processioni (cedendo forse a una pressione popolare), ma nell'occasione prese precauzioni che a distanza di quattro secoli facciamo fatica a prendere noi. La processione che portò il Sacro Chiodo in giro per la città il 5 ottobre era composta di soli uomini: donne e minori di 15 anni, che risultavano maggiormente soggetti al contagio, erano già in lockdown domiciliare. Tra un partecipante e l'altro, un distanziamento di tre metri, che considerati i modi spicci dei birri del tempo era probabilmente rispettato (noi oggi a più di un metro di distanza non riusciamo a stare, neanche in coda in farmacia).

Altre direttive del Borromeo ai suoi sottoposti fanno intuire che una rudimentale scienza epidemiologica esistesse già, anche in mancanza di microscopi e del concetto di virus: del resto la peste era pandemica in Europa da tre secoli, in mezzo a tanti errori i nostri antenati qualcosa l'avevano imparato: qualcosa a cui alcuni di noi ancora non si rassegnano. Carlo visitava i malati come il suo ruolo imponeva, ma si portava una lunga bacchetta per tenerli a distanza: tra una visita e l'altra faceva bollire i vestiti. Altri strumenti, in un mondo senza distillati, erano la spugna d'aceto e le candele su cui passare le mani dopo aver distribuito l'eucarestia: sempre comunque su un piattino d'argento, e fuori dalla chiesa. Carlo era tutto tranne un cardinale illuminato: qualche anno prima pur di bruciare una donna rea di stregoneria aveva avuto un contenzioso con l'Inquisizione, che chiedeva almeno un processo. Persino Carlo sapeva quand'era ora di chiudere le chiese, e che oltre a sperare in Dio bisognava stare in casa il più possibile. Il lockdown sarebbe durato fino a febbraio. Tutto sommato un successo, se si confronta per esempio il numero pur ingente di vittime (17000) con quello per esempio di Venezia (70000).

La peste di Carlo mi è tornata in mente in questi giorni, ovviamente, man mano che su social e quotidiani cominciava a comparire il nuovo episodio del Complotto contro il Natale. Si tratta di un format ormai caratteristico della stagione, sostanzialmente mutuato dagli USA, dove ha un nome più aggressivo (War on Christmas). Ma la sostanza è sempre quella: appena le radio cominciano a programmare i brani natalizi, e i negozi a illuminarsi di addobbi, ecco che scopriamo che c'è qualche cattivo in giro che ha intenzione di rubarci il Natale. Esatto, è la trama del Grinch. Nel ruolo che fu di Jim Carrey si alternano i fanatici del politically correct che vorrebbero togliere "Christmas" dalle cartoline d'auguri perché contiene "Christ", o nella versione italiana un fantomatico consorzio di genitori islamici che impedirebbe alle scuole italiane di allestire il presepe. La cosa era talmente rituale che vi ha trovato posto persino un imam  che sul più bello ogni anno dichiara ai media che i musulmani non hanno niente contro il presepe. Perché il bello della guerra contro il Natale è che alla fine il Natale vince sempre, come si conviene del resto alla festa del Sole Vincitore. I suoi nemici – il grinch, il krampus, l'imam – non servono che a ribadirne i trionfi. Era insomma inevitabile che il ruolo del grinch quest'anno spettasse all'entità che ci ha rovinato anche il resto dell'anno: il Covid19.

Il problema è che a differenza delle altre minacce, il Covid ha il grossissimo inconveniente di esistere davvero. Così trovarsi a pranzo coi parenti quest'anno sarà davvero più difficile, il che risulta alla maggior parte di noi meno tollerabile di quanto cinema e letteratura sull'argomento lasciassero pensare. E la messa non si celebrerà più a mezzanotte, il che ha destato lo scandalo di molti ferventi giornalisti d'area conservatrice – ignari probabilmente che al Vaticano quella messa la celebrano alle 22 da anni, e che ad anticipare la funzione religiosa è stato proprio il papa più compianto dai tradizionalisti, Benedetto XVI, al secolo Joseph Ratzinger – probabilmente temeva che gli cadesse una palpebra in diretta tv, del resto chi l'ha detto che Gesù sia nato alle 0:00? (se è per questo, non c'è molto consenso nemmeno sulla data).

La Messa di mezzanotte è uno dei tanti elementi di una tradizione che crediamo immutabile e che invece si modifica continuamente: come i dolci da forno tipici, che arrivano nella maggior parte delle tavole italiane soltanto nel dopoguerra, o l'iconografia di Babbo Natale che deve tantissimo alle campagne pubblicitarie di una nota bibita gassata. L'idea che nei secoli scorsi gli italiani celebrassero la nascita di Gesù nel cuore della notte è smentita da un fatto semplice: fino a metà dell'Ottocento i campanili italiani suonavano la mezzanotte mezz'ora dopo il tramonto.

domenica 15 novembre 2020

Le favole che Conte volete vi racconti


Giuseppe Conte può raccontarvi tante storie, ma non quella di Babbo Natale. Vedo molta gente arrabbiata per via di quella letterina. Però si sa, la comunicazione politica non è una cucina per palati raffinati. È impossibile piacere a tutti, ma è quello che Conte e i suoi PR dovrebbero tentare tutti i giorni. E perché non dovrebbero raccontarvi qualche favola, se in altri casi voi stessi le gradite?

Per esempio: nelle stesse ore in cui veniva diffusa la letterina su Babbo Natale, Giuseppe Conte difendeva serenamente la sua decisione di tenere le scuole dell'obbligo aperte anche nelle regioni a rischio raccontando che "le scuole non sono un focolaio". Secondo lui i dati dicono questo. I dati li rimetto qui, così ognuno può farsi un'idea: il problema sta appunto nel tipo di idee che ci facciamo. 

Io temo che Conte, e chi gli crede, per "dati" intenda appunto tabelle del genere, dove il contagio è diviso per fasce anagrafiche. Del resto è difficile pensare che esistano anche tabelle attendibili sul contagio diviso per ambienti nelle zone rosse: il tracciamento ormai è saltato. Il racconto quindi è questo: è vero, l'aumento del contagio tra i minori è stato notevole (spettacolare, aggiungerei), però continua a essere una piccola frazione del contagio complessivo: quindi i minori alla fine non si stanno contagiando tanto, dai, e quindi... le scuole non sono un focolaio. Ecco, Conte sta raccontando questa cosa. E a molti sta bene.

Invece Babbo Natale non sta bene.

Ma perché?

Perché c'è gente che sente la necessità di spiegare, con cadenza quotidiana, che la maggior parte dei contagi non avviene a scuola? È vero, la maggior parte dei contagi non avviene certo a scuola. Avviene, credo, a casa. La maggior parte di chi è contagiato non è più in età scolare. Questo significa necessariamente che la scuola non è un focolaio? Richiamo per l'ennesima volta all'esperienza dei genitori: vi capitava più spesso di contrarre l'influenza stagionale quando i bambini erano in età scolare o prima e dopo? Un sacco di volte l'avete presa dai vostri figli, fino a qualche mese fa non c'era nessun problema ad ammettere questa cosa. Fino a qualche mese fa lo sapevamo tutti che i virus usano le scuole come hub; tant'è che persino in un anno come questo, in cui il vaccino antiinfluenzale è un bene prezioso, la mia ASL ha trovato il modo di lasciarne una dose gratis per me, perché sono un insegnante, cioè una fascia a rischio. E però.

E però improvvisamente quest'anno Giuseppe Conte ci racconta che la scuola non è un focolaio, e noi dobbiamo crederci. Si ammala un sacco di gente fuori dalle scuole, quindi le scuole non c'entrano niente: quest'anno questo è normale sentire gente che la pensa così. Al massimo sono disposti a concedere che possa c'entrare qualcosa tutto quello che succede immediatamente prima e dopo del suono delle campanelle: Giuseppe Conte ci racconta anche questo. "Certo quello che avviene intorno, prima e dopo le scuole può costituire un focolaio". Insomma, i trasporti (maledetti trasporti). Il chiasso che i ragazzi fanno nel piazzale; bisognerebbe vigilarlo e regolarlo facendo entrare/uscire i ragazzi un po' per volta (ma poi servirebbe un antipiazzale per quelli che aspettano di entrare nel piazzale, e anche quello andrebbe regolato e vigilato, e così via). Ecco perché si contagiano, quei pochi ragazzi che si contagiano: è tutto quel contatto sociale che hanno prima di entrare a scuola e appena ne sono usciti. Dentro niente: anche se è un luogo chiuso, anche se si sono appena contagiati nel piazzale, appena entrano a scuola non contagiano più nessuno finché non escono, insomma il virus l'hanno attaccato alle rastrelliere con la bicicletta. Conte vi sta raccontando questa cosa, e voi state credendo a questa cosa. Ho ho ho.


Provo anch'io a raccontarvi una favola. C'era una volta un pastore che teneva il recinto delle pecore aperto, perché tanto secondo lui era sicuro, anzi statisticamente non era mai successo che il lupo entrasse nel recinto e razziasse le pecore. Eppure le pecore sparivano, perché? In effetti tutte le notti il lupo entrava, prendeva una pecora, la portava comodamente nel bosco, e ivi sopraggiunto se la mangiava con grande soddisfazione, il che non impediva al pastore di sostenere la sua tesi: la pecora mica era stata mangiata nel recinto, quindi il recinto era sicuro anche se aperto. Il pastore la raccontava così. 

Conte ve la sta raccontando così.

Ma non si permetta di raccontarvi di Babbo Natale, eh? Voi siete adulti e vacci... beh diciamo che siete adulti. Se prenderete il virus, se lo prenderete da un minore, senz'altro questo minore non l'avrà preso da un altro minore nell'edificio scolastico; e anche qualora succedesse, il vostro contagio non rende le scuole meno sicure dal punto di vista statistico perché (1) voi non siete studenti e (2) effettivamente voi non siete stati contagiati a scuola, bensì a casa. Quindi vedi che ha ragione lui: le scuole non sono un focolaio. E Babbo Natale vi porterà i regali, dal momento che vi siete comportati bene.  

martedì 25 dicembre 2018

Niente di nuovo dal fronte del Natale

Natale è vicino, si riapre il Fronte del Presepe Nelle Scuole: l'infinita battaglia per salvare una delle tradizioni natalizie più specificamente italiane, nonché più legate all'aspetto cristiano della festa. Il Presepe Nelle Scuole, per definizione, è minacciato, è a rischio di scomparsa, ecc. Il bollettino più aggiornato lo dà il Giornale: dunque pare che un membro del consiglio regionale del Veneto (lista Zaia) abbia tentato invano di regalare un presepe tradizionale a una scuola primaria di Mestre, senza prima chiedere una delibera del Consiglio di Istituto. La sorpresa del consigliere è legittima: l'anno scorso la sua Regione aveva stanziato un fondo di 50.000 euro per non lasciare neanche una scuola veneta senza un presepe. Dove sono finiti tutti quei soldi? Vuoi vedere che li hanno spesi in gessetti e computer invece che in asinelli e in buoi?

Il Krampus
Dal Fronte per ora questo è tutto: un po' poco. Certo, a Trieste è passata una mozione del Consiglio Comunale che dovrebbe rendere il presepe "obbligatorio". Certo, Matteo Salvini non si è dimenticato di ricordarci che "chi tiene Gesù fuori dalla porta delle classi non è un educatore". Insomma l'artiglieria continua a sparare, ma non è chiaro contro chi: tutte queste scuole che smettono di fare il presepe forse non esistono più, ammesso che siano mai esistite. L'impressione è che nelle trincee sia rimasto soltanto qualche ufficiale, mentre il grosso delle truppe festeggia nelle retrovia, magari sotto un abete illuminato. Quanto al nemico, il perfido infedele deciso a distruggere le nostre tradizioni a partire dal presepe, forse nelle trincee non c'è nemmeno mai sceso. I musulmani italiani in particolare non hanno mai dato l'impressione di sentirsi offesi dal presepe, anzi. La Lega Islamica del Veneto addirittura è arrivata al punto di regalare presepi agli amministratori – e nonostante tutto il presidente continua a sentirsi bersaglio di polemiche. Forse è inevitabile, forse il Fronte del Presepe ormai è una tradizione natalizia: c'è chi addobba l'albero, c'è chi compra i regali, c'è chi scrive su facebook che le nostre sacre tradizioni sono in pericolo e se la prende con infedeli immaginari – non i musulmani, gli indù, i buddisti o gli ebrei che lavorano con lui o studiano con suo figlio: piuttosto dei folletti da fiaba malvagi che nottetempo smonterebbero i presepi nelle scuole e nelle chiese.

Il Fronte del Presepe non è che un il teatro minore di un grande conflitto immaginario, la Guerra del Natale – "War On Christmas" la chiamano in America, dove è scoppiata addirittura ai tempi del maccartismo. Ai tempi il bersaglio prescelto erano marxisti ed ebrei, sospettati di voler eliminare l'augurio "Merry Christmas" dalle cartoline, in favore di un più laico e materialista "Happy Holidays", buone feste (ironicamente, molte canzoni natalizie americane sono state scritte da compositori ebrei). Dopo decenni di tregua, la guerra si è riaperta dopo l'Undici Settembre: anche negli USA, a nulla valgono le proteste d'innocenza dei musulmani, o i loro rassicuranti video di auguri natalizi; anche laggiù il vero nemico non sono loro, ma un entità più vaga e malvagia, un complotto anti-cristiano e anti-americano che ogni anno deve minacciare l'esito felice della celebrazione; quasi una rielaborazione postmoderna del Krampus, il mostro che nel folklore dell'Europa Centrale dev'essere domato da Santa Klaus prima della notte di Natale. Quarant'anni fa il Krampus erano i marxisti e gli ebrei, oggi sono i musulmani, domani a chi toccherà.

Natale è vicino, e come ogni anno qualcuno sta per intonare un'invettiva contro la deriva consumistica di quella che era una festa cristiana (l'anno scorso memorabile fu quella di Cacciari). A nulla varrebbe obiettare che il Natale è ormai festeggiato spontaneamente anche dove i cristiani sono un esigua minoranza (in Cina è sempre più popolare); che le tradizioni natalizie universalmente più condivise non sono particolarmente cristiane, ed esistevano già prima che la festa pagana del Sole Vincitore fosse assorbita dal calendario cristiano. Tra le non molte cose che abbiamo in comune coi nostri contemporanei cinesi, c'è la capacità di riconoscere al volo un'immagine di Babbo Natale; tra le ben poche cose che abbiamo in comune coi nostri antenati pagani e barbari, c'è l'abitudine di scambiarci doni e dolci a base di frutta candita nei giorni intorno al solstizio d'inverno. Il vecchio con la barba bianca è San Nicola di Myra, oggi in Turchia, lo sanno tutti; ma forse non tutti sanno che prima di lui era lo stesso Odino a cavalcare nella notte del solstizio, portando dolcetti ai bambini che lasciavano carote sul davanzale per il suo cavallo a otto zampe. Quanto alla data del 25 dicembre, nessun vangelo ne parla (nessun vangelo precisa né il mese né l'anno della nascita di Gesù Cristo), ma coincide singolarmente con la festa del Sole Invitto, che l'imperatore Aureliano introdusse nel 274... (Continua su TheVision).


La scelta di celebrare il terzo giorno dopo il solstizio, quando dopo sei mesi le giornate ricominciano ad allungarsi, fu forse ispirata ai culti mitraici, ma quel che interessava realmente ad Aureliano era imporre un culto universale a tutti i popoli dell’impero – e cosa c’è di più unico e universale del sole? I cristiani – magari suggestionati dall’idea di una resurrezione vittoriosa dopo tre giorni di oscurità – fecero propria la festa neopagana. Nel giro di un secolo, il cristianesimo sarebbe diventato religione di Stato, e l’editto di Tessalonica avrebbe definito i non cristiani come “dementes”, pazzi. Non è difficile riconoscere nell’odierna frenesia natalizia qualche aspetto dell’antica follia dei Saturnali romani e delle feste germaniche. Forse non è una coincidenza se da millenni sentiamo il bisogno di circondarci di luci, di affetti e di zucchero nel periodo più oscuro dell’anno.

Nel 2000 il governo russo donò alla città di Demre, già Myra, una statua di San Nicola, raffigurato secondo la classica iconografia ortodossa; un’immagine che i turisti russi in visita alla tomba del Santo avrebbero apprezzato, ma che lasciava evidentemente perplessi gli automobilisti turchi: al punto che pochi anni dopo fu spostata in una posizione più vicina al santuario, e soppiantata al centro della rotonda da un Babbo Natale di plastica. Che ci piaccia o no, il San Nicola più famoso e riconoscibile dai visitatori di tutto il mondo è quest’ultimo. Non c’è dubbio che sia una banalizzazione: ma forse è il prezzo da pagare per avere una festa davvero universale. Chi chiede con insistenza che il presepe rimanga in tutte le scuole e i luoghi pubblici, si prepari a vederlo trasformato in un oggetto altrettanto banale e universale.

venerdì 21 dicembre 2018

I compiti a casa sono il male (necessario?)

21 dicembre – San Pietro Canisio (1521-1597), il primo santo insegnante che ho trovato stamattina sul calendario.

Il giorno in cui esce finalmente la tanto strombazzata circolare natalizia del ministro Bussetti sui compiti delle vacanze è anche il giorno in cui si festeggia San Pietro Canisio, aka Pieter Kanijs, un gesuita tedesco che scrisse un catechismo talmente facile e utile che lo si usava ancora nelle scuole qualche decennio fa (ogni tanto penso che dovremmo rivalutare i vecchi catechismi, quelli strutturati con le domande semplici e le risposte secche da imparare a memoria. Col tempo magari li metti in discussione, ma nel frattempo ti danno sicurezza; probabilmente tra un po' ci accorgeremo che ci mancano, li riscopriremo come qualcosa di solido da afferrare nel mare caotico delle mappa concettuali, quei maelstrom caotici di freccette che vanno da tutte le parti e non si capisce mai da che parte cominciare e da che parte finire).


Il giorno in cui si festeggia un insegnante che ha scritto rispostine facili da imparare a memoria per milioni e milioni di studenti è anche il giorno in cui finalmente il ministro, dopo aver annunciato in lungo e in largo che ci avrebbe chiesto di tagliare i compiti delle vacanze, ci ha mandato davvero la circolare – alleluja! È una banalissima circolare che davvero, senza tutto questo tour di presentazione nessuno avrebbe notato. Da nessuna parte ci troverete scritto: tagliate i compiti. C'è invece un olimpico invito agli insegnanti a "riflettere, anche anche collegialmente, sul carico di compiti che saranno assegnati durante le vacanze". Dove "collegialmente" non è un avverbio a caso pescato dal burocratese delle circolari, ma un termine abbastanza pesante: significa che non si tratta di discuterne amichevolmente in sala insegnanti, ma di deliberare attraverso l'organo preposto, il Collegio Docenti. Significa, in altre parole, che il 21 dicembre 2018 il ministro Bussetti ci sta prendendo in giro: non c'è proprio verso che si possano convocare collegi docenti prima dell'inizio delle vacanze di Natale, che quasi ovunque è domani. A quest'ora i compiti sono già stati assegnati, sui diari e sui registri (elettronici). Se ne riparla a Pasqua? Senz'altro se ne riparlerà. Nel frattempo, qualsiasi genitore o alunno convinto di essere stato caricato di un'eccessiva mole di lavoro può prendersela con noi: il ministro non ci copre, il senso della circolare alla fine è questo. Il ministro ci usa come il poliziotto buono adopera il poliziotto cattivo. Va bene, ministro, è stato un piacere, buon Natale anche a lei.

È difficile discutere del problema dei compiti a casa. È uno di quei casi in cui dalla parte del torto siedono molte brave persone e professionisti seri, mentre dalla parte della ragione incontri certi ceffi senza scrupoli che ti fanno domandare se avere ragione sia davvero così importante. Ovvero: chi crede nella scuola pubblica, nella scuola come strumento di uguaglianza sociale, non può che condividere l'idea che i compiti a casa siano ingiusti. Magari necessari, ma concettualmente iniqui. Proprio la scuola democratica, che dovrebbe offrire al bambino benestante e al bambino disagiato la medesima educazione: proprio la scuola pubblica rimanda a casa il benestante e il disagiato con gli stessi compiti. Chi dei due avrà maggiori possibilità di farli davvero, di farli bene, magari con l'assistenza di altro personale pagato dalle famiglie?

Più compiti si danno a casa, più classista è la scuola; e si dà il caso, (lo dice l'OCSE) che in Italia se ne diano troppi. Dovremmo darne meno; forse non dovremmo darli e basta. Sarebbe una linea da difendere a oltranza, se solo in trincea non ci si ritrovasse con politici populisti in cerca di popolarità, genitori lassisti, studenti pigri. E poi diciamolo, imparare a lavorare a casa serve. Allenarsi a ignorare le notifiche, tenersi lontani dalle lusinghe del frigo e a non perdersi su Internet appena ti imbatti in un termine da googlare. Lavoreremo sempre di più in casa, tanto vale addestrarsi sin da piccoli. Certo, in un mondo ideale la scuola dovrebbe fornirti tutta l'educazione e l'istruzione di cui hai bisogno senza chiedere assistenza al pomeriggio a genitori o altri tutori. Ma non viviamo in un mondo ideale: viviamo in Italia, anche se a volte chi parla di istruzione sembra non rendersene conto. Si abbozzano sempre confronti con le scuole di altri Paesi e sono sempre Paesi più a nord – la Francia e la Germania, ovvio, ma anche la Danimarca o la Finlandia. Laggiù di compiti ne danno di meno, è vero. Magari a Natale non ne danno nemmeno, e del resto che compiti vuoi che facciano i ragazzi in quelle due settimane scarse in cui spesso sono ostaggio dei parenti, costretti a sequele interminabili di cenoni, veglioni e cerimonie.

Negli altri Paesi però le vacanze di Natale non sono la prima seria interruzione dell'anno scolastico: quasi sempre c'è una seria pausa in novembre (Ognissanti), e poi ce ne sarà un'altra in primavera, o a volte già a Carnevale. In compenso, in questi Paesi le vacanze estive sono molto più brevi: a giugno e a settembre si va già a scuola. Non è che vacanze più brevi e più diluite rendano inutili i compiti, ma consentono a gli insegnanti di assegnarli in dosi ragionevoli, in dosi umane. Non c'è bisogno di assegnare centinaia di esercizi a giugno nella speranza che gli studenti si ricordino ancora come risolverli a settembre.

Quando si parla di questi argomenti mi vengono sempre in mente le formiche di un vecchio racconto di Clifford Simak – uno scrittore di fantascienza dell'età dell'oro, gli anni Quaranta. In questo racconto uno scienziato sociopatico trova un sistema per impedire a una colonia di formiche di andare in letargo. Il risultato è un improvviso balzo evolutivo: le formiche cominciano a costruire minuscoli utensili e in breve arrivano alla rivoluzione industriale. Il tutto perché hanno smesso di dormire per una lunga stagione, e non devono più ripartire da zero ogni anno: hanno cominciato a immagazzinare, oltre al cibo, anche le nozioni. È un'idea molto ingenua, ma non mi si è mai levata dalla testa: forse perché lavorando nella scuola italiana ho spesso la sensazione di trovarmi nel formicaio di Simak, anzi in un formicaio pre-Simak in cui le formiche a settembre non ricordano più quello che avevano scoperto a giugno. Un posto dove ogni anno si ricomincia sempre da capo, rispiegando le stesse cose agli stessi studenti. Persino le classi più brave, quelle che fino all'inizio di giugno ti hanno seguito in qualsiasi argomento, lavorando assieme e acquisendo fior di competenze: anche loro, tre mesi dopo ti guardano catatonici: e non importa quanti compiti hanno fatto, non si ricordano niente. Le tabelline, la rivoluzione francese, l'Inno alla Gioia col flauto: niente. Ma li capisco, anch'io a metà settembre fatico a ricordarmi come si fa lezione. Poi riparto, ma appunto: ho la sensazione di ripartire sempre da capo, di reimparare sempre le stesse cose. Come le formiche. E la gente si preoccupa dei compiti. Ma i compiti sono un falso problema, il modo in cui noi insegnanti cerchiamo di mettere una pezza al problema vero.

Il problema vero... (continua sul Post!) è l’estate, che in Italia non finisce mai (tre mesi e mezzo senza scuola!), e ci riconsegna all’autunno lobotomizzati. Non solo, ma un’estate così lunga ci impedisce di avere delle pause serie nel resto dell’anno. Due settimane a Natale sono appena sufficienti a farci passare l’ansia prenatalizia; cinque giorni a Pasqua sono ridicoli, non fai in tempo a svuotare lo zaino che è già ora di tornare a scuola; quanto ai ponti, sono più dannosi che utili, soste brevissime e forzate che ci spezzano il ritmo proprio quando le scadenze cominciano a farsi vicine. Il nostro calendario è il vero problema: è tutto sbagliato. Quindi per avere una scuola funzionale basterebbe cambiarlo? Eh, ma forse non si può.

giovedì 6 dicembre 2018

Il santo più famoso di tutti (è turco)

6 dicembre - San Nicola vescovo (270-343), taumaturgo, portatore di doni, icona postmoderna. 

Il santo più popolare del calendario non è Pietro. Lui ha solo la basilica più grossa, e in molte vignette fa il portiere, ma diciamo la verità, non lo invocano in tanti San Pietro. Anche Paolo, e sì che tutta la baracca del cristianesimo in fondo l'ha messa in piedi lui, ma i teologi non sono mai veramente popolari. Non è padre Pio, perlomeno non ancora; Wojtyla il suo quarto d'ora l'ha già avuto; il santo più popolare del calendario, a pensarci bene, dovrebbe essere la Madonna: cioè non c'è gara, pensa solo a quante feste e quante apparizioni, e icone, statue, quadri e tondi - ma proprio mentre sto per dichiarare chiuso il televoto, mi assale un dubbio: la Madonna sarà pure la diva di Lourdes e Loreto, ma quante letterine riceve? C'è un santo che ne riceve tutti gli anni da ogni angolo del mondo, un santo venerato persino dove i cattolici non hanno mai veramente preso piede - in Russia, negli USA, in Turchia - un santo che i bambini imparano a pregare e ad aspettare assai prima di frequentare catechismo. Un santo che da solo nel 2006 riceveva il 90% di tutta la posta recapitata in Finlandia, non male per uno che in Finlandia non c'è mai veramente stato. Quel santo è, ovviamente, Babbo Natale. Cioè Santa Klaus, Sinterklaas, San Nicola. Il vescovo di Myra (Licia), nato a Patara (Licia). Ma dov'è la Licia? Oggi è in un angolino della Turchia in basso a sinistra, ma per molto tempo ha fatto parte del mondo greco, poi romano, poi bizantino. Il modo in cui un vescovo dell'epoca costantiniana sia diventato, in seguito a un complicato sovrapporsi di immagini e racconti, il testimonial della Coca-Cola e il portatore di doni più famoso di tutti i tempi, meriterebbe un libro a parte. Che probabilmente è stato già scritto. Facciamo finta di averlo letto e tracciamone un agevole riassunto.

Odino cavalca Sleipnir, cavallo a otto zampe.
Antefatto. Nelle lunghe, lunghissime notti antecedenti al solstizio d'inverno, i barbari dell'Europa centrosettentrionale intrattengono e blandiscono i bambini raccontando di Odino, il Dio guercio che cavalca nella notte in testa al suo corteo di demoni. Di uscire di casa quindi non se ne parla, ma se si lascia qualche carotina sul davanzale per Sleipnir, il cavallo a otto zampe di Odino (sulla cui origine incestuosa è meglio sorvolare), e poi si va a letto presto senza fare capricci, Egli lascerà qualche leccornia, o un regalino: balocchi di legno intagliato, noccioline, calze di lana, roba del genere. Le farà passare dal camino. Ma bisogna dormire o almeno tenere gli occhi ben chiusi, Odino mai e poi mai vorrebbe essere sorpreso mentre si intrufola nel nostro camino. Tutto chiaro fin qui? Ora cambiamo drasticamente latitudine.

Dà la vertigine pensare che, a differenza di altri santi popolarissimi, Nicola è realmente esistito, in un mondo diversissimo dal nostro, un mondo senza coca-cola e panettone, ma un mondo non immaginario. Eppure è abbastanza probabile che ci sia stato un vescovo, contemporaneo dell'imperatore Costantino, che si distinse per la condotta irreprensibile, lo zelo con cui difendeva i bisognosi, e perché no, i regali. Era probabilmente il rampollo di una locale famiglia facoltosa, e la carica di vescovo se l'era guadagnata a suon di donazioni. L'impero romano era una formidabile macchina militare e burocratica senza nessun welfare state, niente mutua, niente assicurazioni, la pensione solo ai militari. La Chiesa nasce anche per colmare questa lacuna: i cristiani più ricchi donano del loro alla collettività, e ricevono in cambio ruoli e titoli di prestigio.

In uno dei miracoli di più antica circolazione, Nicola salva tre fanciulle bellissime che il padre, ridotto in miseria, aveva ormai destinate al meretricio. Nicola risolve il problema con uno stratagemma che ha qualcosa di familiare: nottetempo getta attraverso le finestre dei sacchetti pieni d'oro, e scompare. Da buon cristiano non cerca ricompensa sulla terra per le buone azioni che commette. Dei tanti aneddoti riferiti a lui, non è solo il primo riportato nella Legenda Aurea (libro un po' noioso, la maggior parte dei lettori si ricorda solo le prime pagine di ogni capitolo), ma è anche il primo in cui a Nicola sono associati dei sacchi. Al terzo lancio il padre delle ragazze, rimasto sveglio per curiosità, riuscirà finalmente a sorprendere lo strano ladro all'incontrario. Il vescovo gli ordinerà di non fare il suo nome, i regali devono restare un segreto (qualcosa non deve essere andata per il verso giusto, visto che 1700 anni dopo siamo ancora qui a parlarne)

La statua del patrono di Bari è stata annerita appositamente.
Il numero tre compare in molti altri episodi associati a Nicola, compreso il più antico, che potrebbe essere ispirato a un fatto reale: tre sono i generali, ingiustamente imprigionati da Costantino, che pregano e implorano l'intercessione di Nicola, salvo che questi è ancora vivo. Eppure anche da vivo Nicola può apparire in sogno all'imperatore e chiedergli conto della sua prepotenza. Al miracolo delle tre fanciulle e a quello dei generali possiamo aggiungere un racconto assai più tardo, già intessuto su uno sfondo nordico medievale, in cui Nicola interviene a salvare tre fanciulli squartati da un efferato macellaio, e chiusi in tre pentole. Come il racconto dei tre generali sia diventato la fiaba di tre fanciulli, non si sa, ma l'ipotesi più semplice è che qualche pittore medievale, molto scarso, abbia dipinto la prima storia disegnando dei generali giovani, quasi imberbi, liberati da celle di prigione piccole, quasi pentole. Poi magari passa un secolo e a un predicatore tocca spiegare chi sono quei tre, e cosa c'entrano le pentole, e l'unica cosa chiara di tutto l'affresco (o la vetrata istoriata) è che il protagonista è Nicola, se ha la barba bianca e il cappello da vescovo è Nicola. In questi casi un predicatore professionista che fa? Inventa, magari si ricorda di qualche vecchia fiaba che le raccontò la nonna, un proto-Hansel-e-Gretel. Rimane da spiegare che ci faccia Nicola in Europa centro-settentrionale, non era un vescovo del basso mediterraneo?

I motivi dello straordinario successo di Nicola a tutte le latitudini sono probabilmente due. Il primo è un olio. Non sappiamo bene di cosa fosse fatto (probabilmente venivano usate piante del luogo) ma sappiamo che per qualche secolo fu il prodotto di erboristeria più richiesto nel bacino del mediterraneo. Guariva qualsiasi cosa, ma in giro non ce n'era molto, per via che si diceva distillato lentamente dal luogo di sepoltura del santo. Il secondo motivo sono i naufragi. Non importa che Nicola abbia vissuto probabilmente gran parte della sua vita nei pochi chilometri di terraferma tra Myra e Patera: la Licia è una regione esposta al mare, separata dal resto dell'Anatolia dagli alti monti del Tauro; ci si arriva per mare, per mare vi si riparte. È una fermata quasi obbligata di quella trafficata autostrada tardoantica che è il mediterraneo, in una zona complicata e burrascosa. I naviganti minacciati dalle tempeste invocano spesso San Nicola: quelli che sopravvivono gli diventano straordinariamente devoti. Via mare la devozione a Nicola arriva in tutti i porti della cristianità (Nicola diventa il patrono di Amsterdam) e lentamente penetra anche le terre dove il mare è lontano: è il santo più amato di tutte le Russie.
L'immagine archetipica di Thomas Nast
per Harper's Magazine

Nel frattempo la sua cattedrale, a Myra, è seriamente minacciata dalle incursioni dei turchi, che ormai trattano la zona come cosa loro, e nel giro di qualche secolo la Storia darà loro ragione. A un certo punto (1100) i veneziani decidono di salvare le ossa del patrono dei marinai, che loro chiamano Niccolò; inviano una spedizione in Licia... giusto per scoprire che è troppo tardi, a rubare le sante spoglie ci hanno già pensato dei mercanti giunti da Bari tredici anni prima. I veneziani però non demordono: impossibile che i baresi ci abbiano pensato prima di noi, impossibile, di sicuro si saranno presi qualche sòla, il vero santo dev'essere ancora qui, si sente l'odore, diteci dov'è. Mettono sotto torchio gli ultimi quattro canonici della chiesa, fanno lunghe ispezioni nei dintorni cercando col naso quel buon profumo che emanano i luoghi santi... finché non ritrovano sepolto nelle vicinanze un cadavere intriso nell'olio: è lui il vero Niccolò, nascosto provvidenzialmente secoli prima onde evitare che i turchi lo trovassero, ma ai veneziani non la si fa. Quello portato a Bari invece è qualcun altro, perlomeno a Venezia decidono di pensarla così.

A Bari (dove la pensano ovviamente al contrario) nasce anche la strana idea che Nicola sia scuro di pelle: l'equivoco nasce dalla resa cromatica delle icone bizantine, molto più scure delle raffigurazioni occidentali. Sdoppiato a Bari e Venezia, Niccolò-Nicola continua ad attirare pellegrini malati o scampati ai naufragi, in due città finalmente al sicuro dalle invasioni turche. Ma anche dove i turchi arrivano (ad esempio a Famagosta, porto di Cipro, capitale di uno degli ultimi baluardi crociati), l'unica immagine sacra a scampare alla trasformazione del duomo gotico in moschea è un'immagine di un vescovo Nicola. A dire il vero non è il Nicola giusto, non ha la barba ed è più probabilmente l'icona di un vescovo locale: ma è un Nicola è tanto basta, gli abitanti di Famagosta possono essere forzati a convertirsi all'Islam, ma non a rinunciare a un'immagine di Nicola.

Haddon Sundblom (sì, è quello
che ha disegnato tutte quelle pinup, sì).
La popolarità del santo gli conquista un posto d'onore nel calendario: tocca a lui aprire il periodo più allegro dell'anno, che è poi, e non è una coincidenza, il più buio e oscuro, quello in cui è necessario rallegrare i bambini con qualche ghiottoneria - ma anche convincerli a restare a letto, gli occhi ben chiusi, e in generale a comportarsi bene. Lentamente, almeno dal XII secolo in poi, prende forma la tradizione di un santo che nella notte si aggira come un ladro, ma è un ladro al contrario: porta confetti e doni a tutti i bimbi buoni. I bambini cattivi invece hanno di che dolersi: Nicola-Niccolò non viaggia solo, ma in compagnia di uno strano personaggio. È un folletto, un orco in miniatura, uno strano essere irsuto e selvatico: una creatura che Nicola ha trovato nei boschi. È cattivo? Diciamo che fa il lavoro sporco: se i bambini si comportano male, sarà lui a punirli.

Questa bizzarra entità che può visitarci nella notte (all'inizio è la notte di San Nicola, quella del sei dicembre, insomma questa), informe e indefinita come è giusto che siano le creature dei sogni, ha un destino notevole. È forse quello che resta dell'antico culto di Odino, il dio guercio che cavalcava nella notte: a un certo punto mentre cavalcava davanti ai suoi demoni deve avere incontrato il nuovo boss, Nicola, che lo ha evangelizzato e ammansito notevolmente. L'ultima parola non è ancora detta, però, perché a partire dal Cinquecento la riforma protestante vibra un duro colpo al culto dei santi. I nostri amici aureolati escono dalle chiese e dai calendari in mezza Europa, e a malincuore devono cedere il passo anche nelle leggende. Il signore barbuto e corpulento che si infila nella cappa del camino, anche se ancora pretende in alcuni paesi di chiamarsi Santa Klaus, è in realtà una contaminazione del vescovo col suo servitore irsuto e diciamolo, un po' demoniaco, che man mano che l'Europa si laicizzava ha preso il sopravvento. Peraltro il vero luogo di nascita di Santa, là dove se ne fissano nel giro di pochi anni i caratteri fondamentali (il pancione, l'abito, il sacco coi regali, ho ho ho! e tutto il resto) è dall'altra parte dell'oceano, a New York. L'immagine elaborata da Thomas Nast per l'Harper's Weekly del 1863 mette definitivamente a fuoco un personaggio che già da quarant'anni popolava la pubblicistica stagionale, e aveva persino fatto un cameo, come "fantasma dei Natali presenti", in un popolarissimo libro del più popolare degli scrittori, Charles Dickens (devo dire quale?)

Nast mette assieme i caratteri di una vecchia allegoria inglese del Natale come personaggio anziano e gaudente, Father Christmas, e qualche lontana reminiscenza di Nicola, l'antico patrono dei primi coloni di New Amsterdam. Nast però secondo me lavorava in bianco e nero: anche se ci viene istintivo immaginare il tizio vestito in rosso, è probabile che all'inizio i lettori potessero pensare piuttosto al verde, il colore del vischio e della foresta da cui la creatura proveniva (prima di essere spostata al Polo, o in Lapponia, o in Finlandia, o a Capo Nord, dipende dalla nazionalità di chi ve la racconta). D'altro canto anche il rosso aveva i suoi argomenti: tanto per cominciare è il colore del manto vescovile di Nicola - che per la verità, essendo un presule del quarto secolo, vestiva in un modo del tutto diverso, ma lasciamo stare. Il rosso però diventerà definitivamente associato a Santa soltanto con le prime campagne invernali della Coca Cola Company. Per fissare un'immagine archetipica non c'è niente come una campagna di affissione di dimensioni continentali. All'inizio degli anni '30 la C-C-C aveva un problema: fatturava soltanto nei mesi caldi. Ci voleva un un'idea per convincere gli americani a bere intrugli frizzanti a base di caramello (i nove milligrammi di cocaina per bicchiere erano già stati eliminati nel 1903). Ci voleva un personaggio giusto, che sprizzasse benessere e autorevolezza. Il Babbo Natale di Haddon Sundblom diventò il  testimonial stagionale della coca, e lo rimase per quasi settant'anni - prima di essere quasi ovunque soppiantato dagli orsi bianchi meno religiosamente connotati. Perché sì, è difficile da immaginare, ma in tanta parte del mondo il Babbo è ancora visto non come un emissario del consumismo, ma ancor peggio, come un vecchio vescovo, un tronfio rappresentante dell'imperialismo cristiano.

HO! HO! HO! BENVENUTI IN TURCHIA!
Myra oggi si chiama Demre, è una città turca di media grandezza, dove d'estate fa un caldo non descrivibile a parole. Il turismo è ancora una voce molto importante: l'antico teatro greco è ben conservato, e da lì è possibile vedere le favolose tombe scolpite nella pietra. Anche la chiesa dove per settecento anni fu sepolto Nicola continua a essere meta di pellegrini, in cerca di grazie, o scampati ai naufragi, o semplicemente bagnanti che nei villaggi sulla costa dopo un po' si annoiano. Qualche anno fa i russi, che a Nicola ci tengono veramente parecchio, donarono alla città una statua in bronzo, da esporre sulla rotonda, in mezzo al traffico. Il municipio di Demre in un primo momento accettò di buon grado, dopotutto i turisti russi sono una risorsa. Però evidentemente quel santo di bronzo, in mezzo alla rotonda, era complicato da mandar giù - insomma, a un certo punto l'hanno spostato. Ora è nel prato davanti alla basilica. Nella rotonda invece c'è un babbo Natale di resina colorata, abbastanza ridicolo - tanto più se ci vai d'estate, con quaranta gradi all'ombra - ma ai turchi piace più così. "Questa statua", dichiarò il sindaco alla stampa "è il modo migliore per introdurre il visitatore a San Nicola, perché il mondo intero conosce questa sua rappresentazione con abito e cappello rosso, col sacco dei regali e la campanella in mano". Se vi fa strano, un sindaco turco che vi spiega com'è fatto San Nicola, pensateci un attimo: il vero conterraneo di Nicola è lui, volete che non lo sappia?

Eppure, disperso nella nebbia dei secoli, sepolto tra bibite al caramello e orchi e altre leggende, un Nicola, un vero Nicola è vissuto davvero. Immaginate di resuscitarlo - non è escluso che qualche suo osso sia ancora lì sotto, e poi chi l'ha detto che non abbiano preso una sòla sia i baresi che i veneziani - e di spiegargli che il tizio rosso col barbone è lui una sua immagine venerata in tutto il mondo, appena millesettecento anni dopo.

"Ma perché la barba? Io ero una persona importante e un uomo di Dio, ovviamente mi tenevo il volto in ordine".
"Monsignore, sì, ma di lì a poco in ambito orientale si è diffusa questa idea per cui gli uomini di Dio non dovevano curare troppo l'aspetto esteriore, e quindi..."
"E quindi si andava in giro come dei selvaggi?"
"...la barba bianca è diventata l'elemento con cui Lei, monsignore, veniva identificato nelle icone".
"Misericordia. E il sacco?"
"Il sacco contiene dei regali per... per tutti i bambini buoni".
"E a quelli cattivi?"
"Tendenzialmente, carbone. Comunque ci pensa un'altra entità".
"Divertente. Ma perché tutto quel rosso?"
"Quella fu un'idea pubblicitaria, sono i colori dell'etichetta di... di una bibita frizzante".
"Cos'è un'etichetta?"
"Ahem, meglio mettersi comodi".

un pezzo del 2012].

sabato 23 dicembre 2017

Dylan sarà a casa per Natale

Christmas in the Heart (2009)
(Il disco precedente: Together through Life.
Il disco successivo: Tempest).

Un disco no, ormai c'è Spotify. Un dvd no, abbiamo Netflix. Un profumo te l'ho preso per il compleanno. Questo Natale mi sa che tocca a un libro. Così entro in libreria, nell'unica seria rimasta, e incontro proprio te. Ci salutiamo imbarazzati come se non ci conoscessimo da mezza vita; tu stavi giusto uscendo con due o tre sacchetti che vistosamente ignoro. Ora che non ci sei più e posso scegliere con libertà, do un'occhiata alle ultime uscite e in cinque secondi trovo:

1. Il libro che un po' desidero e che sicuramente mi hai appena comprato.

2. Il libro che desideri tu. Ma lo desideri nel senso che te lo devo comprare, o non hai resistito e te lo sei comprata da sola? Perché magari lo desideri troppo per fidarti di me, magari pensavi che ti avrei preso una sciarpa.

Mi sta mancando l'aria. Intorno a me tutti comprano cose come se fosse il gesto più naturale del mondo: è Natale. A volte fingo di dimenticarmi che soffro il Natale. Finché sei adolescente è ok, poi diventa una posa noiosa. Ma temo che non sia una posa, è proprio il momento sbagliato dell'anno per me, arriva troppo presto. Avrei centinaia di cose da fare ma sbam! Natale. Devo anche recensire Christmas in the Heart, il più assurdo dei dischi di Bob Dylan, o no?

I've done my window shopping
There's not a store I've missed
But what's the use of stopping
When there's no one on your list
You'll know the way I'm feeling
When you love and you lose
I guess I've got the Christmas blues

"Più divertente dei chipmunks, riconosciamoglielo" (Robert Christgau).

Ognuno ha le sue liturgie che non sa più giustificare; tu per esempio ovunque sei nel mondo a Natale cerchi di andare a messa. Non ci sarebbe niente di strano, senonché tu odi le messe natalizie e detesti i preti che si sentono finalmente sotto i riflettori e decidono che davanti a una folla rassegnata a restare in piedi per un'ora pronunceranno l'omelia della vita. Così ti ritrovi in giro nel pomeriggio del 25 - uno dei momenti più bui dell'anno, malgrado tutte le luci. Dai comignoli essuda ancora il vapore del brodo di cottura dello zampone - finalmente trovi una chiesa ancora aperta. Ti butti dentro, è tutto buio e vuoto e la prima cosa che senti è un tizio che cerca di cantare Adeste fideles. Non ha voce e non sa il latino, ma in un qualche modo strano funziona. È un vecchio parrocchiano che ha deciso di venire a digerire il Natale qui, cantando la messa più sfigata di tutte. Come un Babbo Natale ubriaco. 

"Adesti fide-e-leis, leity thriooomphanteis
Venitew veni-i-tew ad Bethle-e-ehm..." 

(La pronuncia di zio Bob non è meno corretta di quella di qualsiasi studente di liceo. È solo diversa dalla nostra, ma forse quella degli antichi era più simile alla sua. Anche loro avrebbero pronunciato qualcosa di più simile a "reghem anghelor'm", piuttosto del nostro "regem angelorum". D'altro canto non ce l'avevano, il Re degli Angeli, quindi di cosa stiamo parlando?)

"Cosa stiamo ascoltando?"
"Il disco di Natale di Bob Dylan".
"Sì, ma perché?"
"Beh. perché... è Natale".
"È stonato".
"No, tecnicamente non è stonato. È solo un po'..."
"È fastidioso".
"Dici? io lo trovo commovente".
"Mi fa male alle orecchie. Perché lo stiamo ascoltando?"
"È per beneficenza".

Who wears boots and a suit of red?
Santa wears boots and a suit of red.
Who wears a long cap on his head?
Santa wears a long cap on his head!



Il più bel video in cui canta Bob Dylan è Must Be Santa. Indossa svariati cappelli buffi e una parrucca assurda e non si è mai calato così bene in una parte. È un vecchio zio che senza troppo dare nell'occhio sta tenendo accesa una festa. Quando c'è bisogno di far partire le danze, lui canta. Quando tutti ballano, se ne sta in poltrona col sigaro. Nel momento esatto in cui hai bisogno di un bicchiere, lui tira fuori due bottiglie pronte. È una festa di famiglia, e quindi è intergenerazionale, incasinata, e devi stare attento perché prima o poi voleranno bottiglie. Nel finale arriva il Babbo vero, che scambia con Babbo Dylan un'occhiata di profonda comprensione. Bah, che mondo. Ormai fanno entrambi lo stesso mestiere.

"Mestiere un po' di merda eh?"
"È quel che so fare".
"Ma senti c'è una cosa che mi sono sempre chiesto. Come hai cominciato?"

"Guarda, ho ricordi molto vaghi. Ero un vescovo che si preoccupava per la dote di alcune ragazze... oppure ero il dio Odino che galoppava su un cavallo a otto zampe... è passato del tempo, capisci. E tu?"

"Anch'io ne so poco. Ero un un poeta beat, forse, oppure un profeta hippie..."
"Tu? Hippie? Ma sei sicuro?"
"No appunto. Ma a un certo punto ero senz'altro un ragazzino senza un soldo che cantava nei caffè. Sai cosa ricordo bene?"
"Il freddo".
"Puoi dirlo".

Ding Ding Ding
(Il brano di gran lunga più riuscito è Winter Wonderland. Uno dei problemi degli artisti che incidono dischi natalizi è che molto spesso devono farli in estate, ed è difficile azzeccare il feeling. Dylan in Winter Wonderland ce l'ha fatta alla grande. Senti come canta "When it snows, ain't it thrilling"? C'è proprio tutta la soddisfazione di un vegliardo alla finestra che vede scendere la neve e torna bambino. Non l'ho mai sentito sorridere tanto come mentre canta "In the meadow we can build a snowman", chissà che pupazzi facevano ai tempi in Minnesota).

"...Un freddo atroce, dio, l'inverno è una cosa orribile. Soprattutto quando arrivi a fine dicembre e pensi, beh, quanto inverno ci resta da soffrire? E invece è appena iniziato".
"È per questo che il nostro lavoro è importante, Bob".

A un certo punto, credo durante la lavorazione di Shot of Love, Dylan arrivò in uno studio e decise che avrebbe inciso White Christmas di Bing Crosby, solamente perché aveva sentito dire che Bing Crosby aveva lavorato lì. Fu il solito buco nell'acqua e a tutt'oggi non si sono ancora trovate le registrazioni, ma è la prima manifestazione di un interesse di Bob Dylan per il Natale.

(La canzone più triste è I'll Be Home for Christmas, un pezzo strappaventricoli di Bing Crosby che nel 1943 speculava sulla malinconia dei soldati che non avrebbero fatto in tempo ad arrivare a casa a Natale: ci sarò, canta Dylan, conta su di me, prepara il vischio e i regali sotto l'albero perché sarà a casa per Natale... almeno nei miei sogni. In 40 minuti del disco è l'unico momento in cui serpeggia il sospetto che sia tutto finto, che il Natale di Dylan sia l'invenzione di un vecchio signore rimasto solo con le sue vecchie canzoni, che nessuno inviterà a una festa).

Dylan in effetti non è mai stato natalizio, neanche nel suo periodo gospel. Il suo inverno è un mondo orribile dove si muore sul marciapiede, e gli ultimi spiccioli ti servono per comprare una pallottola per ogni membro della famiglia. Sai chi è sempre stato natalizio? I Beatles, loro sì. Anche se non hanno mai scritto una vera canzone di Natale - i loro dischi natalizi poco più che curiosità - i Beatles hanno quel quid. Sanno di zenzero, di cannella. Tutti vogliono bene ai Beatles, anche se li odiano. Il tempo passa e loro restano lì, per sempre uguali a sé stessi. Scaldano il cuore, rallegrano i bambini. Tutte cose che Bob Dylan per tantissimo tempo non si è posto il problema di fare. Là fuori il mercato dei dischi crollava, e artisti che fino a qualche anno prima, se gli avessi chiesto: "che ne pensi di un album natalizio?" ti avrebbero riso in faccia - non siamo mica negli anni Cinquanta, nonno! - ma a un certo punto il mercato si è piegato che nemmeno il Titanic, ed eccoli all'improvviso tutti in vetrina col cappuccio e l'albero e il vischio, i pattini, le renne, vi prego comprate il nostro disco di Natale! Ma il caso di Dylan è un po' diverso - se non altro non aveva bisogno di soldi, anzi. Ha dato tutto in beneficenza, al World Food Programme. Molto nobile da parte sua.

D'altro canto, chi è che regala davvero gli album natalizi? Vi hanno mai regalato un album natalizio? (Continua sul Post)

mercoledì 6 gennaio 2016

Emiglio è ancora meglio?

Secondo me è andata così: a metà anni Novanta qualcuno alla Giochi Preziosi scrisse un numero sbagliato su un documento. Una virgola spostata, o uno zero in più. Cose che succedono.

Il risultato è che il signor Preziosi ha capannoni dismessi pieni di Robot Emiglio, e continua a comprare spazi pubblicitari sotto le feste per ricordarci che Emiglio è meglio. Lo stesso spot (non questo) da dieci anni. Lo stesso robot di plastica che andava ai tempi della Fiat Tipo. Stavano sostituendo i telefoni a gettone coi telefoni a schede magnetiche. Se siete passati per qualche negozio di giocattoli sotto le feste avrete visto uno dei simboli del lato oscuro del Natale - la piramide degli scatoloni di Robot Emiglio. Costa pure un sacco di soldi.

Voi però nel negozio ci andavate per cercare i Paw Patrol.

Non li ha promossi nessuno. Sono introvabili. Quando arrivate alla corsia giusta, tra l'oggettistica dell'orsetto Paddington e il merchandising di Peppa in offerta speciale da due anni, c'è il classico buco. Sono gli animaletti di Paw Patrol. Nessuno intendeva venderteli a Natale. Poi Cartoonito aveva un buco nel palinsesto e lo ha riempito con le repliche del simpatico cartone animato in cui i cuccioli forniscono servizi socialmente utili in cambio di crocchette.

E adesso Skye è introvabile.

Skye è la cucciola che pilota l'elicottero - è anche l'unica di cui si può desumere il sesso femminile (secondo me è femmina anche il dalmata pompiere, ma non è chiaro). Il lupetto poliziotto e il bulldog cantierista te li tirano dietro, ma Skye non si trova. Tutti i negozi di giocattoli di tre popolose province italiane. Amazon. Ebay. Niente. Santa Lucia non ce l'ha fatta, e ha passato la pratica a Babbo Natale. Babbo Natale ha chiesto alla Befana. La Befana ha proposto uno sconto sul robot Emiglio.

(E anche queste feste ce le siamo messe alle spalle. Sarà un grande 2016).

lunedì 30 novembre 2015

Il Natale è solo relativista culturale (rassegnatevi)

Ci sono idee talmente buone che hanno funzionato per millenni. Ad esempio qualcuno a un certo punto (terzo secolo?) prese la festa pagana in cui si onorava il Sole, trionfante dalle tenebre tre giorni dopo il solstizio d'inverno, e ci appiccicò la storia evangelica di una sposina in cerca di alloggio per la notte che partorisce il salvatore dell'umanità.

Vedo l'asino, vedo le pecore, ma dov'è il bue?
Quel tizio sconosciuto trasformò la festa dell'imperatore nella festa dei pastori, e dei poveracci in generale; si impadronì del giorno in cui si celebrava l'unità dell'impero, e lo trasformò nella notte in cui un forestiero bussa alla tua porta, ti chiede ospitalità e ti porta la Luce del Mondo. Quel tizio era un genio, basti vedere quanto la sua idea ha funzionato.

Per contro, quei signori che vogliono prendere la festa del bambino galileo nella stalla giudea, e trasformarla in un Vessillo dell'Occidente da sventolare in faccia ai nuovi arrivati, ecco, siccome non sono i primi che ci han provato, per loro credo di avere una cattiva notizia.

Non funziona. Magari per qualche anno, ma più probabilmente no. Vi si sgonfierà il pandoro, vi cascheranno gli angeli dalla stalla del presepe. Lo spumante saprà di tappo e anche quest'anno nessuno vi porterà il regalo che avevate chiesto. A chi lo avevate chiesto, poi: al Dio che chiude la porta in faccia ai forestieri?

lunedì 15 dicembre 2014

(In tv) un altro Natale è possibile!


Prima o poi arriva per tutti il momento. Non importa quanti Natali abbiate già alle spalle, e quanti ne abbiate passati imparando a memoria Una poltrona per due, o Tutti insieme appassionatamente, o La vita è meravigliosa. Prima o poi arriverà, anche per voi, il momento in cui in cui sbadigliando sul divano vi accorgerete che vi si siete rotti le... come chiamarle... palle di Natale, ecco, quelle dell'albero ovviamente. Eppure un altro Natale è possibile. Ecco qualche titolo assolutamente natalizio ma un po' meno banale.

  • La vita sarà anche meravigliosa, ma alla lunga...

No, non farlo, non buttarti. Ci sono tantissimi altri vecchi film in bianco e nero che ti aspettano per infonderti tutta la natalizia gioia di vivere che ti serve. Persino in tv, se aspetti un po' o frughi col telecomando un po' più in basso, puoi trovare altre cose meravigliose: Angeli con la pistola è l'altro titolo di Frank Capra che finisce più spesso nel palinsesto, ma non è così rigorosamente natalizio. Comincia invece e finisce a Natale un altro suo capolavoro invecchiato benissimo, Arriva John Doe (Meet John Doe): è del 1941 e sembra parlare di noi. In tv passa di rado, ma è di dominio pubblico e quindi legalmente scaricabile da internet, che aspettate? Capra non è l'unico grande regista che potete ripassare con la scusa del Natale: un altro titolo consigliatissimo è Scrivimi fermo posta (The Shop Around the Corner, 1940) di Lubitsch, che ispirò C'è posta per te con Meg Ryan e Tom Hanks, ma non è proprio lo stesso campionato. Da lì puoi risalire a tutti i titoli di Lubitsch, tra i quali Vogliamo vivere (To Be or Not to Be), che purtroppo non è un film natalizio... ma se ancora non lo hai visto è un regalo bellissimo che puoi fare a te e ai tuoi cari.

  • Basta coi soliti cartoni animati!

E invece no! Senti che idea. Perché invece di guardarli un po' a caso, a seconda di quello che ti cucinano le televisioni o ti impongono i cuccioli di famiglia, non prendi il controllo della situazione e imponi una retrospettiva rigorosa? Una rassegna, per dire, di tutti i Pixar in senso cronologico, dal primo Toy Story a Monsters University? (magari integrati coi cortometraggi, soprattutto quelli del primo dvd che documenta gli epici primordi dell'animazione digitale). Se avete le vacanze lunghe (i vostri figli di sicuro), potreste anche cimentarvi in un'esperienza unica: tutti i film del canone Disney da Biancaneve a Frozen. Ok, tutti no. Se Taron e la Pentola Magica è introvabile c'è un motivo, e quelli musicali degli anni Quaranta non supereranno la prova-bambini. Oppure: tutti i film di principesse (compreso Pocahontas e Brave). Tutti i film di animali (Bambi, Dumbo, Bongo, Mr Toad). Può essere un modo per gustarsi i soliti cartoni e trovarne altri sorprendenti: perché magari la Carica dei 101 vi ha stufato, ma siete sicuri di aver mai visto La bella addormentata o Red e Toby? Ehi, parliamo di capolavori.

  • Ho sempre adorato Una poltrona per due, ma ormai lo so a memoria. Cosa posso guardare?
Ti capisco. (Continua su +eventi!) Il parente natalizio più prossimo è probabilmente Un natale esplosivo (National Lampoon’s Christmas Vacation); non c’è Landis in regia ma c’è Jim Hughes alla sceneggiatura. L’episodio natalizio della pirotecnica famiglia Griswold negli USA è un’istituzione, da noi forse il videonoleggiatore ti guarderà strano. Vuoi semplicemente un film di Natale dissacrante e molto divertente? Brian di Nazareth, oltre a essere l’indiscusso capolavoro dei Monthy Python, è anche un film di Natale, perlomeno nella prima sequenza – ma forse è meglio tenerselo per Pasqua.Babbo bastardo (Bad Santa, 2003) invece è uno dei film antinatalizi più riusciti degli ultimi anni, ma le avventure di Billy Bob Thornton che si mimetizza da Babbo Natale mentre prepara un colpo in un grande magazzino possono lasciare un sapore più dolce che amaro. Invece, da quanto tempo non ripassi i primi due Die Hard? Dopo un quarto di secolo sono ancora molto divertenti e – forse te ne sei dimenticato – sono entrambi ambientati a Natale. Scrooged (SOS Fantasmi), con Bill Murray, è la più riuscita parodia del Cantico di Natale di Dickens, ma qui forse è meglio aprire un altro capitolo.

  • Non sono matto, ma ho un’insana passione per i riadattamenti del Cantico di Natale. C’è qualche versione che non ho ancora visto?
Sei sicuro? Di non essere matto, intendo. In tutti i casi la versione stampabile della pagina wiki “Adaptation of A Christmas Charol” consta di venti pagine, qualcosa ti deve essere sfuggito per forza. Immagino che sia il musical classico del 1971 che la versione con tutti i dj di RadioDj non ti siano ignote; tra le versioni animate avrai senz’altro visto quella diseyana con Topolino e Paperone (che almeno è breve), quella della Fox con le voci cantanti di Tim Curry e Whoopi Goldberg, quella in grafica 3d con gli animali e quella di Zemeckis in performance capture. Forse avrai concluso anche tu che Topolino e Paperone continuano a dare lezioni a chiunque. A questo punto che ne dici della versione dei Muppets? Ne dicono tutti un gran bene, anche perché Scrooge è interpretato da un Muppet gigante che assomiglia in modo impressionante a Michael Caine. Secondo alcuni è proprio Michael Caine, ma suvvia, te lo immagini Michael Caine che fa Scrooge in un film dei Muppets? Oppure, se non vuoi ridurti alla più recente versione coi Puffi, potresti dare un tono cinefilo alla tua ossessione, tuffandoti nelle versioni più antiche e inquietanti. La più acclamata dai critici è Lo schiavo dell’oro di Brian Desmond Hurst (1951): notevolissima è anche la versione del 1935 quasi senza fantasmi in scena, Scrooge di Henry Edwards. No, in videoteca probabilmente non la troverai, ma su internet vai tranquillo: è di pubblico dominio. Buon Natale! E Dio benedica tutti quanti.

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