giovedì 12 settembre 2019

PD e 5Stelle, separati alla nascita

Un accordo di governo tra Pd e M5S: fino a qualche settimana fa sembrava impossibile, e forse lo è. Certo, il parlamento lo ha accettato: ma la base? Prima o poi qualcuno dovrà spiegare ai milioni di elettori Cinque Stelle che il Pd non è più il partito di Bibbiano. Prima o poi qualcuno dovrà convincere gli elettori del Pd che il ministro Di Maio non è più “er bibbitaro“, e che Rousseau in fin dei conti è una semplice piattaforma di consultazione interna, con molte falle nella sicurezza e zone d’ombra, ma del tutto legittima. Prima o poi, due popoli aizzati da anni l’uno contro l’altro su media e social network dovranno seppellire l’ascia di guerra.

Ammesso che sia possibile, chissà se ne vale la pena. Pd e M5S potrebbero riallontanarsi tanto velocemente quanto si sono avvicinati. A farli convergere per un istante sarebbero mere considerazioni tattiche, in un tentativo più o meno disperato di resistere a un Salvini trionfante nei sondaggi. Ecco l’unica cosa che avrebbero in comune, gli elettori dem e grillini: il nemico. In politica è normale trovarsi a letto col nemico del proprio nemico, ma non significa che devi andarci d’accordo tutto il giorno. Non resta che stringere i denti e ricordare che Di Maio-Zingaretti è meno peggio di Di Maio-Salvini. Con queste premesse, è chiaro che l’alleanza potrà durare fino a un calo di Salvini nei sondaggi, o il nodo di qualche inchiesta su di lui non giunge al pettine. Dopodiché, o si troverà un altro nemico in comune, oppure addio. Potrebbe anche essere tutto qui.

Oppure democratici e cinquestelle potrebbero approfittare di questo strano flirt estivo per rimettersi in discussione. Per qualche anno si sono odiati e disprezzati, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Ma quando è cominciato tutto questo, e chi l'ha deciso?

Quella tra elettori del M5S e del Pd non è la tipica contrapposizione ideologica che separa – per fare un esempio – fascisti e comunisti. Non è nemmeno una nuova forma di lotta di classe: i bacini sociali dei due elettorati sono contigui, forse sono gli stessi. Anche l’interpretazione che va per la maggiore (Pd elitista contro M5S populista) convince fino a un certo punto: il Pd ha molto spesso assorbito spinte populiste (specie nella fase rottamatrice della segreteria Renzi), mentre il M5S sembra essere il partito più votato dai laureati. Fingiamo di essere appena arrivati in Italia da un altro pianeta: di fronte a due partiti che si odiano e si spartiscono gli stessi serbatoi elettorali, non potremmo che concludere che si tratta del risultato di una scissione. Non abbiamo mai pensato di analizzarla da questo punto di vista, ma forse potremmo.

Se non è facile trovare una data per sancire l’inizio dell’odio tra i due soggetti politici, è certo che già nell’estate del 2007 c’era una forte diffidenza reciproca. Nell’ottobre di quell’anno i leader di Margherita e Ds decidono di fondersi in un unico partito, con Walter Veltroni come segretario, eletto durante le prime primarie aperte ai cittadini della storia repubblicana. Fino a quel momento lo schema dei Democratici di sinistra era stato quello dalemiano di coalizzarsi con forze più centriste (le schegge dell’esplosione della vecchia Dc), cercando di arginare Berlusconi. Lo schema era sembrato efficace con l’Ulivo di Prodi nel 1996, ma molto meno con l’Unione di dieci anni dopo. Per Veltroni, apparentemente più bonario, quelle stesse forze andavano attirate e assorbite, eliminando gli elementi meno assimilabili grazie a una legge elettorale che prevedesse una soglia di sbarramento sufficientemente alta. D'Alema non credeva nella strategia di Veltroni ma in un certo senso la preparava; Veltroni era insofferente dei tatticismi di D'Alema, ma in un certo senso li portò a compimento. Perché sia i dalemiani che i veltroniani erano convinti che l'unico modo di vincere le elezioni fosse andare verso il Centro, visto come un'immensa pianura in cui pascolava un abbondante elettorato moderato che non poteva davvero sopportare la volgarità di Berlusconi e prima o poi lo avrebbe abbandonato. Sia D’Alema che Veltroni erano convinti che il futuro della socialdemocrazia fosse una liberaldemocrazia allineata alle direttive di Maastricht, mitigata da alcuni ammortizzatori sociali da decidere poi con calma. Il fatto che la classe media cominciasse a impoverirsi non destava molte preoccupazioni: l’eventualità che la frustrazione degli elettori li portasse a cercare formazioni politiche più estreme sembrava fantascienza. Sia D'Alema che Veltroni erano convinti che la battaglia si sarebbe vinta al centro perché, in sostanza, sia D'Alema che Veltroni erano buoni politici di Centro, e non facevano che tendere a sé stessi. E sia D’Alema che Veltroni non ci arrivarono mai.



Oggi forse si è chiarito il perché... (continua su TheVision)

lunedì 9 settembre 2019

Le canzoni dei Beatles (#235-254)

(Sì d'accordo, 50 anni fa andavamo sulla Luna e tutto quanto, ma soprattutto 50 anni fa più o meno i Beatles si scattano la loro ultima foto assieme. John ha già deciso di mollare, Paul darà la notizia mesi più tardi, e oggi dobbiamo iniziare ad accettare questa cosa che il gruppo più importante della storia del rock si è sciolto mezzo secolo fa e non abbiamo più avuto nulla di meglio. Nei prossimi mesi sul Post comparirà la classifica più completa, più ragionata, più elaborata, più faconda mai messa su Internet. A splendid time is guaranteed for all).



254. Moonlight Bay (Wenrich-Madden, "eseguita" dal vivo al Morecambe & Wise Show nel 1963,  poi in Anthology I).



Signori e signore, stasera faremo la storia della televisione". Nel dicembre del 1963, quando appaiono al Morecambe & Wise Show, i Beatles sono talmente identificati con il loro taglio di capelli che basta far indossare loro un cappellino di paglia e scompaiono: "I Beatles se ne sono andati?", chiede Ernie. "Ma no, sono ancora qui". Il siparietto è da manuale della tv generalista, per come gioca sul conflitto generazionale dando soddisfazione a entrambe le parti. I babyboomers trovano in tv qualcuno che tratta Ernie da povero vecchio ("Beh, com'è essere famosi?" "Eh, non più come ai tuoi tempi, sai": i tempi comici di John sono perfetti). I coetanei di Ernie possono ridere dei quattro capelloni e soprattutto del più buffo e selvaggio, quello che rimane sullo sfondo: "Hey Bongo!" Nel mentre tirano un sospiro di sollievo: dopotutto sono bravi ragazzi, sanno cantare anche i vecchi ballabili. L'idea che gli sciamannati esecutori di She Loves You Yeah-Yeah-Yeah possano cimentarsi con un brano anni Dieci a fine 1963 doveva apparire comica, ma se volete possiamo anche vederci un presagio del destino; quella che ora è farsa si ripeterà in tragedia, di lì a quattro anni non ci sarà più niente di così buffo nel vedere gli stessi quattro damerini intrappolati nella coreografia televisiva di Your Mother Should KnowDi lì a poco i Beatles diventeranno il Titanic, il Disco Bianco l’iceberg, e il Paul di Honey Pie il direttore dell’orchestrina. Te lo immagini cantare “My position is tragic” con la stessa paglietta che indossava al Morecambe & Wise.

I Beatles dovevano scegliere tra rompere con la vecchia generazione o compiacerla: scelsero l'opzione più paraculo, ne trassero benefici immediati su stampa e quotidiani, ma l'equilibrio tra credibilità e paraculaggine era fragilissimo e destinato a spezzarsi entro il decennio. Morecambe e Wise invece continuarono a fare apprezzatissima e rassicurante televisione fino agli anni Ottanta. Paul considerava questo sketch la migliore apparizione televisiva dei Beatles, motivo per cui è stata inclusa nel primo volume di Anthology entrando in un qualche modo nel corpus delle canzoni dei Beatles. Su Spotify è attualmente il loro brano meno ascoltato, e quindi si piazza al numero 254. Giusto così: non è nemmeno una canzone, è uno scherzo di pochi secondi. Ma sappiamo tutti che sapevano fare di peggio, se si impegnavano.



253: (You're So Square) Baby I Don't Care (Leiber-Stoller, incisa durante una session di The Beatles, 1968).

You don't like crazy musicyou don't like rocking bands... Anche nella fase in cui farcivano i loro dischi di buoni vecchi standard rock'n'roll, i Beatles si sono sempre tenuti a religiosa distanza dal repertorio di Elvis Presley. Non era solo il rispetto che si tributa a una divinità, ma una scelta estetica e commerciale: i Beatles cercavano brani poco noti in Inghilterra, cercando di personalizzarli per quanto possibile. Elvis non si presta a essere personalizzato: chiunque ci si avvicini si trasforma inesorabilmente in un imitatore. È quel che succede a Paul il 9 settembre del 1968, la mitica session in cui Ringo suonando 18 volte Helter Skelter si farà venire le vesciche alle dita. È il giorno in cui insomma nasce l'heavy metal, ma prima del parto, per scaldarsi le mani e testare il riverbero, i Beatles avevano suonato una versione selvaggia di un brano della colonna sonora di Jailhouse Rock. 

Nella versione deluxe del Disco Bianco se ne possono ascoltare soltanto 40 secondi, più che sufficienti per farci cascare dalla sedia: è un Elvis rabbioso e primordiale, sequestrato a tutta la melassa hollywoodiana dei suoi tristi anni Sessanta e riportato gloriosamente sul rock-trono spettantegli per diritto divino. È un Elvis ibernato durante il servizio militare, un Capitan America che aspetta che vengano a scongelarlo gli Avengers, o meglio ancora i Led Zeppelin. Un Elvis che non ha mai dovuto riciclarsi come star del cinema di serie B, un Elvis mai rassegnato a proporre versioni di sé sempre più rassicuranti per tutte le ex-ragazzine del Midwest ormai sposate e con figli.

Un Elvis che in realtà è l'ennesimo travestimento di Paul, galvanizzato dal riverbero rockabilly che intendeva usare per far esplodere Helter Skelter. Tre anni prima i Beatles avevano ottenuto un'udienza presso il Re, nel suo esilio californiano. Cosa accadde nell'occasione non è chiaro: erano tutti un po' fatti un po' imbarazzati, i resoconti divergono. Lennon era il solo a sostenere che avessero suonato assieme; Ringo ricorda di averci giocato a pallone. Paul se lo ricorda seduto sul divano con in braccio un basso elettrico. You're So Square è uno dei rari pezzi in cui Elvis suona il basso (e che basso).



252: Can You Take Me Back? (improvvisazione di McCartney durante una session di The Beatles, 1968).

Can you take me back where I came from? Quarto, drammatico lato del Disco Bianco: pochi secondi prima che tutto sprofondi nel caos di Revolution 9, dalla dissolvenza di Cry Baby Cry spunta fuori Paul con la chitarra. Non ha un'altra canzone da proporre: vuole solo che lo portino a casa. È un breve brandello di musica che si intona in modo incantevole con l'atmosfera fiabesca del precedente, e col senso generale di malinconia che si insinua nell'ascolto verso la fine del Disco Bianco. È stata una lunga festa, piena di errori e cose memorabili, ma comunque sta per finire, anzi è già finita. John sta ancora armeggiando con manopole a caso, Ringo è salito nelle camere dei bambini che reclamano la ninna nanna, Paul vi saluta: negli ultimi (lunghissimi) dieci minuti non sentiremo più la sua voce.

Can You Take Me Back è stata inserita nella scaletta del Disco Bianco soltanto nell'edizione del 50esimo anniversario. Fino a quel momento era rimasta ufficialmente una coda di Cry Baby Cry. Per quanto brevissima, era comunque più interessante ed efficace di molti brani in scaletta; uno degli esempi più felici di quel "non finito" così caratteristico del Disco Bianco, un kolossal incompiuto in cui numeri provati e riprovati si alternano a schizzi estemporanei. In certi momenti il Disco Bianco sembra voler suonare come un bootleg, in un periodo in cui il concetto di bootleg è appena nato. Il fascino di Can You Take Me Back stava nel suo emergere dall'ombra e ricadervi subito, dando all'ascoltatore la sensazione di perdersi chissà cosa. Più tardi coi cofanetti abbiamo scoperto che Can You Take Me Back era il terzo stadio di una lunga improvvisazione incisa da Paul il 16 settembre 1968, durante la lavorazione di I Will. E abbiamo scoperto per l'ennesima volta che la canzone completa era più bella da immaginare che da ascoltare davvero. Can you take me back?



251. Lend Me Your Comb (Twomey-Wise-Weisman; eseguita dai Beatles nel luglio del 1963 negli studi della BBC).

Prestami il pettine, i miei capelli sono un disastro. Baciarti è stato divertente, tesoro, e grazie dell'appuntamento: ma adesso dobbiamo tornare a casa. Scegliendo di eseguire per il pubblico televisivo della BBC questo oscuro lato B di Carl Perkins, i Beatles si concedono due minuti di fuga nell'immaginario americano, ricostruito grazie al cinema e comunque più realistico di quello tratteggiato nelle loro canzoni del tempo: qui non ci si limita a tenersi per mano, il bacio non è più l'estatico punto d'arrivo del corteggiamento, ma una prassi "divertente" quantunque non priva di inconvenienti, ad esempio ci si rovina l'acconciatura. Inoltre ci sono i genitori, a casa, che ci aspettano (e i vostri, di genitori, non lo tenevano un pettinino nel cassetto del cruscotto?)



250. St. Louis Blues (W.C. Handy; incisa durante la lavorazione di Hey Jude, 1968)

Insomma, qui ci sono trenta secondi di St. Louis Blues cantati da Paul al pianoforte tra una prova e l'altra di Hey Jude, con un accento non definibile e un tentativo di falsetto che forse preannuncia quello di Get Back (c'è anche John alla chitarra) – ma che senso ha tutto questo? Ho chiesto al Post di pubblicare la più lunga e completa classifica dei brani dei Beatles mai comparsa on line, e affinché sia davvero la più lunga e la più completa devo anche mettermi a parlare di un brano del genere come se fosse qualcosa di più di un "brano" nel senso etimologico, un brandello, uno strappo, un lacerto? Nel frattempo sono già passati 40 secondi da quando ho iniziato a scrivere questa cosa, il che significa che ci ho perso più tempo io che i Beatles. In seguito diventa più interessante, giuro.



249. Ain't She Sweet (Milton Ager – Jack Yellen; incisa da John, Paul, George e Pete Best ad Amburgo nel 1961, e in una versione più tranquilla, a Londra nel 1969).

...ma i tedeschi dicevano, "più dura, più dura" – la volevano tutti un po' come una marcia – così finimmo per farne una versione più dura.

Adesso, in confidenza: non è fantastica questa versione di uno standard swing che dagli anni Venti avevano suonato tutti, veramente tutti, senza che a nessuno mai venisse in mente di poterla fare così veloce, così ringhiosa, sgusciante come brillantina? Ascoltatela un'altra volta. Non meriterebbe di essere più su in classifica, molto più su di Revolution 9 Wild Honey Pie? E dire che, se fosse stato per John, la sua Ain't She Sweet non sarebbe suonata molto diversa da quella rockabilly di Gene Williams, melliflua e ancora molto swingante. Ma quei tedeschi insistevano: "schwerer, schwerer!" e insomma se abbiamo il rock forse dobbiamo davvero ringraziare la clientela dei nightclub di Amburgo.

Eppure, quando gli ricapiterà otto anni di re-intonarla per scherzo coi colleghi milionari, John la rifarà proprio come l'aveva sentita da Gene Williams. Quel che era successo con Ain't She Sweet nel frattempo si era ripetuto con Please Please Me, con Help!, con Revolution: in tutti questi casi qualcuno aveva chiesto a John "faccela più dura", o "più veloce", e in tutti questi casi John aveva accettato. La gente ha sempre chiesto a John di fare il duro, e i Beatles sono durati più o meno finché John ha imparato a dire di no.



248. You'll Be Mine (Lennon-McCartney, incisione casalinga del 1960)

"Tesoro, quando mi hai bruciato quel toast l'altra mattina, io, io ho guardato i tuoi occhi e ho riconosciuto il bulbo oculare del Servizio Sanitario, e ti amo, ti amo come non ti ho mai amato, mai amato prima". Paul e John, ancora teenagers, fanno i cretini davanti a un registratore a bobina. Imitano i gruppi vocali di prima della guerra. Paul è il tenore: ha già iniziato a travestirsi, ha già iniziato a nascondersi. John è il basso, sta già accostando parole a caso, sta già cercando di essere originale. Stu Sutcliffe, se c'è, sta già scomparendo.



247. Cayenne (McCartney)

Ancora una registrazione domestica del 1960. La band più importante d'Inghilterra si chiama The Shadows: quando non accompagnano Cliff Richard suonano un surf rock strumentale squillante come una fanfara. Paul alla chitarra solista ha in mente di prendere il volo con qualcosa del genere, ma il basso goffo di Sutcliffe e la chitarra (poco) ritmica di John lo bloccano a terra. Un altro chitarrista di buone speranze, riascoltando la bobina, avrebbe tratto le sue conseguenze e mollato i due incapaci. Paul si comportò diversamente. A un certo punto accettò che se voleva una sezione ritmica decente, doveva preoccuparsene lui. Un passo indietro enorme per il suo ego, decisivo per la band. Il basso sarebbe diventato il suo migliore travestimento.



246. Searchin' (Leiber-Stoller, incisa dai Beatles nel 1962 durante il provino presso la Decca, ora in Anthology II).

Per il provino alla Decca, quello che andò inspiegabilmente male, Paul aveva scelto tra le altre una delle sue canzoni preferite (anni dopo la includerà tra i dischi da portare su un'isola deserta). Anche stavolta la sua capacità di interpretare in modo credibile un pezzo rhythm and blues è notevole, ma forse alla Decca cercavano qualcosa di più originale: non è che il r'n'b andasse così di moda a Londra nei primi anni '60, e che farlo cantare a un bianco di Liverpool fosse una mossa commercialmente scontata. 



Siamo ancora nei profondi bassifondi della classifica, dove compaiono pezzi che non sono mai stati inclusi in nessun'altra. L'unico motivo per inserire Searchin' al 246esimo posto, sopra Cayenne e sotto Hallelujah, è il numero di ascolti su Spotify, appena sopra i 330.000. Il pezzo dei Beatles più riprodotto attualmente è... non vi dico ancora qual è, ma comunque risulta riprodotto appena dieci volte tanto. E comunque non è il brano di Spotify più riprodotto, tra quelli in cui suona e canta Paul McCartney. Il brano di Paul più ascoltato su Spotify è una collaborazione con Kanye West e Rihanna, FourFive Seconds. Lui ci scherza su, dice che su c'è gente che pensa che Kanye West lo abbia scoperto. Non è una battuta, dice. Lo sappiamo che non è una battuta.



245. Hallelujah, I Love Her So (Ray Charles; incisione domestica del 1960, in Anthology 1)

Let me tell you about a girl I know... C'è chi dice che la chitarra è quella di George, perché nella parte tagliata su Anthology (a volta la si trova su Youtube) c'è un tentativo di assolo. Per Mark Lewisohn, il beatlesologo più autorevole, George quel giorno davanti al registratore a bobina non c'era, magari aveva un impegno. Invece John c'era, quindi l'assolo sarebbe suo. Io in realtà ci sento una chitarra sola, quindi per me è Paul. Chiunque sia, è un disastro. Hallelujah colpisce per lo scarto tra voce e strumento: non c'è dubbio che chi canta abbia talento – magari un talento mimetico, si capisce che è uno che ha imparato Hallelujah suonando la cover di Eddie Cochran fino a impararla a memoria. Invece il chitarrista non può farcela. In un certo senso non ce l'ha mai fatta.

Gli strumenti dei Beatles non suoneranno mai lisci come le voci dei Beatles: ci sarà sempre un gap sensibile tra la musica che passa dalla voce e quella che arriva nelle mani. Non è una coincidenza, credo, che due su quattro fossero mancini in un mondo dove ancora gli strumenti per mancini non esistevano – e lo stesso John, che mancino non era, sapeva di avere un senso del ritmo tutto suo. È stata questa difficoltà ad avere reso i Beatles qualcosa di diverso dall'ennesimo gruppo che suona Cochran che suona Ray Charles. Non ce l'avrebbero mai fatta, e così si sono inventati qualcosa di diverso. Qualcosa che è ancora parte del nostro paesaggio musicale, sessanta anni dopo, qualcosa che diamo per scontato, oggi. Ma nel 1960 non esisteva.



244. Shout (Isley-Isley-Isley; registata dai Beatles nel 1964 per uno special televisivo)



Nel 1971 (sembrava passato un secolo) Lennon dichiarò che per lui i veri Beatles erano finiti nel momento in cui erano arrivati in classifica. "La musica era morta prima ancora che facessimo concerti fuori dalla Gran Bretagna. Ci sentivamo già di merda, perché eravamo costretti a ridurre un concerto di uno o due ore, cosa di cui eravamo contenti in un certo senso, a venti minuti, e cominciammo a ripetere gli stessi venti minuti tutte le sere. La musica dei Beatles è morta in quel momento. Ecco perché non siamo mai migliorati come musicisti: ci siamo ammazzati da soli per avere successo, ed è stata la fine".

L'età ruggente del Cavern e di Amburgo, quella che per John era stata il vero momento dei Beatles, aveva anche il grosso vantaggio di non essere mai stata registrata in modo decente: neanche John poteva riascoltarsi e scoprire vecchi errori e goffaggini che al tempo non percepiva. I racconti di Amburgo da questo punto di vista sembrano delineare i contorni di un Paradiso Perduto in cui le esibizioni live duravano notti intere e una canzone poteva andare avanti per ore, mentre un membro del gruppo alla volta si prendeva da bere o si appartava con una frequentatrice. Le assi del pavimento potevano crollare da un momento all'altro inghiottendo batterista e batteria (come effettivamente successe una sera al povero Pete Best). Il sogno a occhi aperti di ogni chitarrista sedicenne, bruscamente interrotto appena i Beatles approdarono in classifica e cominciarono ad attirare un pubblico sempre più strillante e molesto che impediva ai quattro di sentirsi tra loro.

Shout è il tipico esempio di pezzo che i Beatles non avrebbero mai più potuto suonare dal vivo: è il classico brano "da bis"; più che una canzone è una coda che può attaccarsi a qualsiasi altra canzone e serve a togliere il fiato al pubblico prima di mandarlo a casa. Ma perché possa funzionare, Shout ha bisogno di un pubblico attento, disponibile a scatenarsi ma anche disciplinato e devoto. Un pubblico che ai concerti i Beatles non trovavano più. L'esibizione televisiva ci dà una vaga idea di come avrebbero potuto suonare i Beatles post-Cavern se non fossero diventati troppo famosi. Ma anche qui i tempi sono troppo brevi: un numero che in un concerto si può dilatare oltre i dieci minuti, qui ne deve prendere al massimo un paio prima dei titoli di coda. Non c'è tempo per improvvisare, tutto è così sincronizzato che ascoltando la traccia non ti accorgi di quando smette di cantare uno e comincia l'altro (è l'unico caso nella loro discografia in cui si dividono per quattro l'incarico di voce solista). È così strano vederli suonare in cerchio, come bracci di un ingranaggio ben oliato: forse non saranno stati davvero i più grandi performers d'Inghilterra, come diceva John, ma non c'è dubbio che funzionassero. Ringo si diverte molto, il che è un buon segno. Non viene anche a voi voglia di urlare.



243. The Sheik of Araby (Wheeler-Smith-Snyder, inciso nel 1962 per il provino alla Decca)


Sono lo Sceicco d'Arabia, il tuo amore mi appartiene. Di notte mentre dormi striscerò nella tua tenda. Maccosa... Ok, questo è un altro standard degli anni Venti (ispirato ai film di Rodolfo Valentino!) che i Beatles scelsero di presentare ai discografici della Decca, secondo una logica che ci sfugge. È davvero quel tipo di brano che "tua madre potrebbe conoscere". Forse volevano dimostrare la propria versatilità, più culturale che musicale perché alla fine queste cover bizzarre, piegate al quattro quarti di Pete Best, diventano tutti rock veloci. The Sheik era una scelta strana ma non stranissima: l'anno prima era andata in classifica un arrangiamento degli Everly Brothers gustosamente rétro, un numero da vaudeville che probabilmente andava incontro ai gusti di Paul.

Stavolta però canta George (il playboy meno credibile del quartetto '62), con una grinta inconsueta per lui, e malgrado gli Everly siano stati i maestri d'armonia vocale dei Beatles, nessuno coglie l'occasione per armonizzare. La melodia che si sente all'inizio del pezzo è una di quelle musichette che conosciamo tutti senza sapere chi l'ha scritta dove e perché. Bene, ora lo scopriamo, si chiama The Streets of Cairo e fu composta in occasione dell'esposizione mondiale di Chicago del 1893. La ispira lo stesso esotismo ingenuo di The Sheik: due canzoni a tema arabo che non suonano arabe nemmeno per sbaglio. L'idea di montarle assieme è la classica trovata barocca che poteva venire a George Martin. Il quale stavolta ha un alibi: non conosceva ancora i Beatles. Se questo provino avesse funzionato, non li avrebbe mai conosciuti.



242. Circles (Harrison; demo del 1968)

Gli amici vanno, gli amici vengono, e io giro intorno in cerchi. George Harrison ci avrebbe messo quattordici anni a completare Circles. La prima versione la incide a Esher, durante la prima fruttuosa riunione dei Beatles dopo il viaggio in India. È un brano che mette insieme atmosfere che era tipico trovare in Sgt. Pepper's, ma in brani separati: un infantile senso del mistero e il misticismo di marca indiana, come se Being for the Benefit sconfinasse dentro il territorio di Within You Without You. Una canzone sull'eterno ritorno non dovrebbe lasciarti una così netta sensazione di incompiutezza, ma in un momento in cui tutti si erano messi a strimpellare su chitarre acustiche, George insisteva a comporre su strumenti a tastiera che maneggiava a fatica, proprio allo scopo di scoprire progressioni insolite, come quella di Circles che lascia perplessi anche dopo più ascolti. È un pezzo strano, ma non più strano di altri sul Disco Bianco. Se nel '68 George smise di lavorarci è perché insisteva in una direzione che non gli interessava più, dopo l'exploit di The Inner Light. Non si era stancato della meditazione – continuò per tutta la vita – ma del personaggio che aveva assunto all'interno del quartetto, l'ambasciatore dell'India mistica in un momento in cui gli altri tre ne avevano avuto abbastanza. La spezia esotica sempre meno interessante, portata dopo portata. Così Circles rimane una piccola gemma grezza e probabilmente sarebbe stato meglio così: quando nel 1982 la riprende in mano, l'incanto è finito. Chi sa non parla, chi parla non sa, e io giro intorno in cerchi.



241. Three Cool Cats (Leiber-Stoller, incisa nel 1962 per il provino alla Decca).



"I want the middle chick!" "I want that little chick!" "Hey, man, save one chick for me!" Questa mi fa impazzire. In parte è l'abilità di Leiber e Stoller nel raccontare una storia in due stofe – in questo caso più che una storia è una sequenza di un musical in technicolor, perfettamente coreografata. Ed è una coreografia in cui tre quarti di aspiranti Beatles si calano con convinzione. George sembra un cantante più convincente al provino della Decca che nei dischi dei due anni successivi. I cori sono affilati come un rasoio a doppia lama. Paul fa il gregario e John il clown, anche se nel secondo ritornello gli cala la maschera. Ok, non tutti i brani scelti da Brian Epstein per il provino avevano un senso, ma nulla mi toglie dalla testa che ci fosse almeno materiale per un singolo, anche più convincente di Love Me Do. Sarebbe bastato fargli riprovare questo oscuro lato B dei Coasters che avrebbe avuto più fortuna in Francia che in patria, e che le chitarre di Liverpool fanno brillare di una luce inattesa. E invece alla Decca fecero sapere che i gruppi con le chitarre avevano fatto il loro tempo. Certo.



240. Sour Milk Sea (Harrison, registrata a Esher nel 1968).

Le canzoni dei Beatles sarebbero così famose se non le avessero incise i Beatles? Annosa questione. Ok, senz'altro i Beatles non sarebbero stati i Beatles se non avessero infilzato nel giro di pochi anni una serie di canzoni che erano orecchiabili al primo ascolto mezzo secolo fa e lo sono ancora adesso. Quante canzoni? Forse una trentina. Poi c'è una zona grigia di almeno un centinaio di pezzi che conosciamo e cantiamo e studiamo e consideriamo memorabili perché le abbiamo trovate sui dischi dei Beatles – ma se le avesse incise qualcun altro, li avremmo mai notati, amati, cantati? Domanda difficile.



Sour Milk Sea ci fornisce la risposta più netta: no. Non ci avremmo mai fatto caso, così come non abbiamo fatto caso a tanti pezzi del periodo che erano buoni quanto quelli dei Beatles; così come quasi nessuno ha fatto caso a questo brano di George che era già perfettamente definito nel demo registrato a Esher all'inizio dei lavori per il Disco Bianco. Invece di lottare per imporlo, George lo propose a Jackie Lomax, cantante dalla voce peculiare che era passato dal libro paga di Brian Epstein a quello della Apple Music senza mai riuscire a trovare il pezzo giusto.

Sour Milk Sea poteva essere il pezzo giusto, ma per sicurezza chiamarono a inciderlo Eric Clapton e Nicky Hopkins, la chitarra e il pianoforte del rock inglese. Al basso McCartney, alla batteria Ringo, testo e musica di George Harrison che si permette anche di duettare alla chitarra con Clapton (e forse il problema potrebbe essere questo: più che un singolo è una jam, come quelle del famigerato terzo disco di All Things Must Pass, si divertono tutti a improvvisare ma non ti resta un riff in mente).

Il singolo esce con la prima batteria di 45 giri pubblicati dalla Apple, sull'onda di Hey Jude. Risultato? Flop in Gran Bretagna, flop negli USA. Era una brutta canzone? Nei commenti di Youtube c'è chi ci sente già il grunge, chi ci sente Cobain, io non ce li sento. Non riesco nemmeno a immaginarmi Sour Milk Sea sul Disco Bianco, onestamente: i quattro brani preferiti da George mi sembrano tutti più interessanti. Ma se ce l'avessi trovata già fatta e finita, prodotta da George Martin con un bel riff in evidenza, al posto di Savoy Truffle che vaghissimamente le somiglia, non la considererei una delle vette dell'album e della produzione di George? Jackie Lomax l'anno successivo fece uscire un LP, ma niente, non era la sua strada. Sarebbe diventato un buon produttore in California, c'è a chi è andata peggio.



239. Cry For A Shadow (Harrison-Lennon; registrata ad Amburgo nel 1961).

Non è chiaro se Cry For A Shadow – la prima composizione originale incisa professionalmente dai Beatles – sia nata per scherzo o per sbaglio. Siamo nel 1961, il rock da questa parte dell'Atlantico ha un suono preciso, ed è quello degli Shadows. A volte accompagnano Cliff Richards, a volte suonano strumentali folgoranti; stanno al rock'n'roll come lo spaghetti western sta al far west: la loro America, un po' sognata un po' ricostruita a tavolino, sui giradischi europei funziona meglio dell'America vera. Tutti ascoltano gli Shadows, persino gli jugoslavi. Tutti vogliono suonare come gli Shadows. Tranne i Beatles, che persino quando ad Amburgo i concerti duravano quattro o cinque ore, si erano limitati a inserire in scaletta Apache, il loro più grande successo: il minimo sindacale di Shadows.

Cry For A Shadow nasce proprio ad Amburgo, quando Rory Storm di Rory Storm and the Hurricanes chiede a George Harrison: ehi, mi suoni l'ultimo pezzo degli Shadows? George l'ultimo pezzo degli Shadows non lo sa. Oppure lo sa, ma non vuole suonarlo, e così improvvisa Cry For A Shadow (che firmerà in coppia con Lennon, caso unico). Il primo pezzo originale inciso professionalmente dai Beatles è una parodia. Perché lo scrivo in corsivo? Perché devo cominciare ad allestire una polemica con chi descrive l'avvento dei Beatles nel 1963 come una frattura netta col passato. Le cose sono molto più complesse di così; quello che per noi è un vago sfondo in bianco e nero in cui i Beatles si stagliano all'improvviso, per i Beatles stessi era un background già completamente saturo, dove apparentemente qualsiasi tipo di musica era già stata fatta da qualcun altro – gli stessi Shadows in fondo non erano già una parodia del rock e del country? Insomma i Beatles nascono postmoderni, già sapienti rimescolatori di una cultura musicale composita, stratificata. Quando hanno l'occasione di entrare in uno studio di registrazione con Tony Sheridan, la sfruttano per realizzare un pastiche shadowiano, una parodia al quadrato: non solo la chitarra riverberata in quel certo modo, ma persino gli urli da coyote tipici di Jet Harris, bassista degli Shadows. Anche l'idea di proporre uno strumentale come lato B di un singolo di Tony Sheridan è abbastanza derivativa: consapevolmente o no, i Beatles stavano cercando di proporsi in ticket con un cantante solista, proprio come gli Shadows con Cliff Richards. La cosa non funzionò, e in seguito i Beatles non inclusero mai gli Shadows tra i loro grandi ispiratori. In un certo senso è vero: erano solo uno degli ingredienti nel grande frullatore.



238. Child of Nature (Lennon; Esher Demo, 1968).



On the road to Rishikesh / I was dreaming more or less... Child of Nature è un inno al guru Maharishi Mahesh Yogi, che ospitò i Beatles nel suo ashram a Rishikesh dal febbraio all'aprile del 1968. Secondo Paul, Lennon la compose dopo aver ascoltato lo stesso discorso del guru che a Paul avrebbe ispirato Mother's Nature Son. Il punto è che la compose su una cantilena un po' marziale che anche gli ascoltatori meno beatlemaniaci riconoscono al primo colpo, perché è la melodia di Jealous Guy, incisa da Lennon solo tre anni dopo. Il motivo per cui Lennon aveva accantonato una musica tanto promettente  è con ogni probabilità il testo: quando la fa ascoltare ai colleghi e Esher, in maggio, John ha perso ogni fiducia nel "child of nature". La delusione per non aver ricevuto l'illuminazione che si aspettava era stata percepita da uno dei membri più discutibili del suo entourage, "Magic" Alex, il quale l'aveva amplificata mettendo in giro voci su presunte avances del santone nei confronti delle allieve più giovani. Nulla di dimostrabile, ma nel frattempo John aveva trovato una scusa per lasciare l'ashram, meno prosaica di quella di Ringo che dopo due settimane era scappato per il cibo troppo speziato. A Maharishi John dedicherà una canzone totalmente diversa: la dissonante e dissacrante Sexy Sadie.

Quando ci stanchiamo dei dischi incisi dai Beatles, possiamo sempre metterci a fantasticare sui dischi che i Beatles non hanno inciso. Ce ne sono di davvero molto interessanti: il primo LP della Decca, con tutti i brani già scelti da Brian Epstein per il provino; l'album di ricordi di Liverpool, da In My Life Polythene Pam passando senz'altro per Penny Lane; e il taccuino del viaggio indiano. Che disco interessante sarebbe stato – l'unico vero disco hippy dei Beatles: avrebbe raccontato la storia di un'illusione, dai primi bagliori di speranza alla cruda ironia del risveglio. Avrebbe potuto cominciare con The Fool on the Hill e terminare poco dopo The Inner Light, includendo diversi pezzi del Disco Bianco (Dear PrudenceBlackbird), ma anche canzoni che nel Bianco non sono state ammesse proprio perché si rifacevano troppo esplicitamente a un'esperienza che i quattro volevano lasciarsi indietro: Not Guilty, una lettera di scuse non richieste di George a John; e Child of Nature, composto da John in diretta competizione con Mother's Nature Son di Paul. Un pezzo che con il giusto arrangiamento (e senza quel lezioso mandolino) avrebbe potuto diventare la trave portante del disco, magari per sfumare subito dopo nel suo gemello cattivo, Sexy Sadie. I Beatles però un disco così non hanno mai neanche pensato di farlo.

Child of Nature appartiene alla stessa famiglia di Strawberry Fields Forever e A Day in the Life: altri due inni sottilmente dissonanti. Parliamo di un momento molto specifico dell'ispirazione creativa di Lennon, che credo abbia a che fare con il ritorno di un rimosso – magari grazie alla generosa assunzione di allucinogeni. C'è qualcosa di distintamente rétro nella melodia di Child, anche se non è facile identificarlo. John non è citazionista come Paul; non ne condivide l'amore per i pastiche ben fatti, anche quando recupera qualcosa dal passato fa tutto il possibile per eliminare le prove: accelera, rallenta, distorce, fischietta. Immagino che avesse in mente qualche vecchia canzone che gli suonava in testa come in un grammofono rotto.



237. Hello Little Girl (Lennon-McCartney; incisa durante il provino alla Decca del 1 gennaio 1962).

When I see you everyday I say, "Mm mm hello little girl". Hello Little Girl avrebbe potuto essere il primo singolo dei Beatles. Ci avremmo perso molto? Ok, il testo è un po' stupido, ma non più stupido di quello di Love Me Do. Ammetto di ascoltare Hello più volentieri, semplicemente perché l'ho ascoltata centinaia di volte in meno (ma è anche molto più fischiettabile di Love Me Do, un brano tanto apparentemente facile quanto impossibile da intonare). Lennon citava come fonte d'ispirazione le vecchie canzoni anteguerra che sua madre cantava in casa, ma forse era l'ennesimo tentativo di stornare i sospetti da uno dei generi musicali di cui fu più debitore: i complessi femminili vocali americani a cavallo tra '50 e '60. Pensate a The Locomotion: stesse scale pentatoniche, leziose e irresistibili. John, in teoria il duro del quartetto, era il più sensibile all'incanto di questi coretti cinguettanti. Hello Little Girl è assolutamente sua: era già su un nastro registrato a Liverpool nel 1960. La versione che si può ascoltare (legalmente) su Internet è quella del provino della Decca e per gli standard dei tempi era già un singolo fatto e finito: i Fourmost, che l'incideranno con calma nel 1963, non riusciranno a cantarla meglio.



236. Blue Moon (Rodgers-Hart; incisa durante la lavorazione di The Beatles, 1968).

Domanda da un milione di minibot: qual è il pezzo che hanno inciso sia Sinatra sia Elvis Presley sia Bob Dylan sia i Beatles? E chi è dei quattro che lo ha inciso peggio? (che domande: Dylan). Anche se la Blue Moon beatlesiana è poco più di uno scherzo, una variazione sul giro di Fa che Paul sta percorrendo alla ricerca di I Will. George quella sera non c'era: Ringo suonava il rullante con le mani e John alle percussioni sembra di ottimo umore. Anche Paul sembra solo voler scherzare, però alla fine le parole se le ricorda tutte. "Very cursable", dice forse alla fine ("davvero abominevole"?)



235. My Bonnie (tradizionale, arrangiata da Tony Sheridan, incisa ad Amburgo nel 1961 da "Tony Sheridan and the Beat Brothers").
My Bonnie lies over the sea... "È Tony Sheridan che canta con noi che facciamo casino in sottofondo. Terribile. Potrebbero essere chiunque".


Erano davvero così terribili i Beatles con Best alla batteria, e il basso di Stu Sutcliffe nelle mani mancine di Paul, ribattezzati per l'occasione "Beat Brothers" e ben determinati a movimentare il brano che faceva piangere i marinai sulla tratta Amburgo-Londra? Erano davvero così "chiunque" come avrebbe denunciato Lennon anni più tardi?

Io penso di no: anche nell'esiguo spazio loro concesso, mi sembrano già portatori di qualcosa di nuovo, di qualcosa di personale che mal si adegua alle formalità della musica leggera del tempo. Sono puledri scatenati, a stento contenuti dal cantante più anziano ed esperto. Si scambiano quegli urli di pura gioia che ce li faranno riconoscere di lì a poco.

Ma penso anche che tra le mie sensazioni e i ricordi di John, dovrei fidarmi più di questi ultimi. Il motivo per cui My Bonnie mi sembra un pezzo già sopra la media, più che degno di attirare l'attenzione di Brian Epstein, è una delle varianti della fallacia del sopravvissuto: di quale media sto parlando? My Bonnie è l'unico rappresentante di un genere – pezzi tradizionali arrangiati in stile rock nei primi anni Sessanta – che non conosco e di cui non avrei nemmeno sentito parlare, se i Beatles non fossero transitati da lì. Probabilmente qualcuno nello stesso periodo suonava le stesse cose molto meglio, ad Amburgo o a Londra o altrove. Senz'altro a Napoli il trio Carosone avrebbe saputo fare di meglio, magari aggiungendo percussioni imprevedibili, nastri accelerati, chitarre effettate, ecco, sì, rispetto a Carosone – Van Wood – Di Giacomo, i Beat Brothers mi sembrano abbastanza ordinari. Ma Carosone si era ritirato l'anno prima, lasciando a Lennon e McCartney il campo libero. Scherzo. Ma fino a un certo punto. My Bonnie è un brano divertente, probabilmente all'inizio non era previsto che lo fosse, ma l'allegria dei fratelli Beat è contagiosa, e quando Tony canta che la sua Bonnie "giace al di là dell'Oceano", ti immagini uno del pubblico che gli risponde uè, ma è un continente la tua Bonnie? Il culo sta tutto in una nazione o bisogna portarsi il passaporto? (ah, lo humour amburghese).

giovedì 5 settembre 2019

Madonna Povertà, Sorella Morte

5 settembre – Beata Teresa di Calcutta (1910-1997), mendicante.

(Chissà se è lei davvero)
[2012] "La mia prima impressione fu quella di tutte le fotografie e i filmati che avevo visto di Belsen e posti del genere, perché tutti i pazienti avevano la testa rasata. Non c’erano sedie, solo barelle. Sono dello stesso tipo di quelle usate durante la prima guerra mondiale. Non c’è un giardino, nemmeno un cortile. Niente di niente. Allora mi chiesi: che cos’è questo posto? Sono due stanze, di cui una ospita tra i cinquanta e i sessanta uomini, e l’altra tra le cinquanta e le sessanta donne. Stanno morendo. Non ricevono molte cure mediche. Praticamente non ricevono nemmeno antidolorifici oltre all’aspirina e, in pochi casi fortunati, del Brufen o cose del genere, per il tipo di dolori che accompagnano il cancro terminale e le malattie di cui stavano morendo… Non avevano un numero sufficiente di fleboclisi. Gli aghi li usavano e riusavano all’infinito e di tanto in tanto si vedeva una suora sciacquare gli aghi sotto il rubinetto dell’acqua fredda. Chiesi a una di loro perché lo faceva, e mi rispose: “Be’, per pulirli”. Allora le dissi: “Sì, ma perché non li sterilizzi; perché non fai bollire l’acqua e sterilizzi gli aghi?” Mi rispose: “Non ce n’è motivo. Non c’è tempo”. (Testimonianza raccolta da Christopher Hitchens in La posizione della Missionaria, che titolo del cazzo, 1995).

Prima dell’India, prima dei poveri, prima della dottrina sociale della Chiesa, prima di qualsiasi altra idea o concetto, nella nostra memoria involontaria Madre Teresa evoca un’immagine precisa: le rughe. Non c’è una Teresa di Calcutta senza rughe. Cercatela su google: non si trova. Avrete miglior fortuna digitando il nome secolare, Anjeza Gonxha Bojaxhiu (nata a Skopje, a quel tempo Kossovo ottomano, poi Regno di Jugoslavia, poi Federazione Jugoslava, poi Repubblica Ex Jugoslava di Macedonia, oggi Macedonia del Sud). Sin dai primi suoi timidi passi sulla ribalta mondiale (più o meno 1969: stava per compiere 60 anni) Teresa ha sempre mostrato quella faccia vizza che le persone della mia generazione erano abituati a identificare in pochi decimi di secondo. Prima di cambiare canale.

Perché nessuno guardava volentieri Madre Teresa. Di lì a poco di solito l’obiettivo si sarebbe allargato e intorno a lei sarebbero comparsi bambini denutriti o lebbrosi e mosche e tutto il resto, e da questa parte del televisore era quasi sempre ora di pranzo o cena. Madre Teresa è l’unica celebrità internazionale davanti alla quale veniva spontaneo abbassare lo sguardo. Questo, paradossalmente, potrebbe essere stato il segreto del suo straordinario successo. Senza dimenticare il velo delle missionarie della Carità, con quella banda di un bell’azzurro su bianco, sobria ed elegante, in mancanza del quale forse non avremmo mai riconosciuto davvero Madre Teresa di Calcutta. Le sue rughe in fondo non sono quelle di una qualsiasi signora di una certa età? Se oggi incontrassimo una Teresa vestita in abito civile, mentre chiede la carità in qualche luogo pubblico, la scambieremmo abbastanza facilmente per una mendicante abituale. E faremmo esattamente la stessa cosa che facevamo con la Teresa originale: scapperemmo via, magari lasciandole in mano una cifra qualsiasi, consapevoli che quello che stiamo facendo non servirebbe a nulla, né a distenderle le rughe né a salvare o cambiare la vita di qualcuno, e nemmeno ad alleviare un nostro senso di colpa o un semplice fastidio. Si tratta semplicemente di svincolare il prima possibile da una presenza sgradevole.

Questa situazione non è frutto di un caso, ma il risultato di accurate ricerche di mercato che i mendicanti fanno da millenni, al termine delle quali si è capito che infastidire il passante è meglio che commuoverlo: il passante commosso potrebbe fermarsi più del dovuto, preoccuparsi, mettersi a discutere, ostruendo così il passaggio e facendo perdere tempo al mendicante, che non è mica lì per raccogliere confidenze e consigli (sta lavorando). Si è scoperto altresì che il mendicante macilento rende più di quello sano; discorsi fatalisti e professioni di fede in entità superiori sono di gran lunga più redditizi che accuse circostanziate verso nemici identificabili; e che certi dettagli funzionano meglio di altri: le rughe, per esempio. A Teresa non sono mai mancate.
Il mio primo giorno di lavoro, finito il turno nel reparto donne andai ad aspettare fuori dal reparto uomini il mio ragazzo, che assisteva un ragazzino di quindici anni in fin di vita, e una dottoressa americana mi disse che aveva cercato di curarlo: aveva un problema renale relativamente semplice che era andato peggiorando sempre più perché non gli avevano somministrato antibiotici. Aveva bisogno di essere operato. Non ricordo quale fosse il problema, ma la dottoressa me lo disse. Era arrabbiatissima, ma anche molto rassegnata, come capita a molte persone in quella situazione. Disse: “Be’, non vogliono portarlo all’ospedale”. E io: “Perché? Basterebbe chiamare un taxi e portarlo all’ospedale più vicino, e chiedere che venga curato. Farlo operare” Lei rispose: “Non lo fanno. Non vogliono. Se lo fanno per uno, devono farlo per tutti”. Allora pensai: ma questo ragazzino ha quindici anni. Tenete presente che le entrate complessive di Madre Teresa bastano e avanzano per attrezzare svariati ambulatori di prim’ordine nel Bengala". (Hitchens, 1995).
Con Michèle Duvalier (la moglie del dittatore haitiano).
Nel 1995, quando Christopher Hitchens pubblica la prima edizione del suo pamphlet anti-Teresa, si meraviglia un po’ retoricamente di essere il primo a picconare un monumento tutto sommato abbastanza friabile: “mi sorprende ancora”, scrive, “che nessuno abbia deciso prima di guardare alla santa di Calcutta come se il soprannaturale non c’entrasse nulla”. Il fatto è che alla beata di Calcutta non si guarda proprio in faccia volentieri. Sappiamo tutti vagamente che gestiva delle case di cura (migliaia, diceva lei), in luoghi disperati a cui noi non abbiamo voglia di pensare. Di solito nel giro di pochi secondi abbiamo già voltato pagina, cambiato canale, cliccato su qualche altro contenuto più leggero; una piccola percentuale di noi avrà nel frattempo compilato un vaglia, ed è su questa piccola percentuale che fanno riferimento le imprese mendicanti come quella fondata da Teresa. Questa piccola percentuale non necessariamente crede nel soprannaturale; più spesso deve gestire sensi di colpa o mostrarsi compassionevole a sé stessa o a un pubblico.


Teresa questa cosa la capiva, e accettava il denaro senza giudicare, provenisse da Lady D o dal dittatore di Haiti, o da Reagan, o dall’accademia di Svezia, o da me o da te. Tutta gente unita dalla necessità di sgravarsi la coscienza, ma anche dall’urgenza di pensare ad altro, perché i poveri e i lebbrosi sono veramente brutti da guardare ed è quasi sempre ora di pranzo o cena. Anche su questo senso di urgenza, sulla necessità di distogliere in fretta lo sguardo, faceva affidamento Madre Teresa, mentre raccoglieva soldi in tutto il mondo, per metterli dove?
“Il denaro non era impiegato male”, racconta Susan Shields (ex suor Virgin); “per la maggior parte non era impiegato affatto. Quando ci fu una carestia in Etiopia, molti assegni arrivarono con la causale “per gli affamati in Etiopia”. Una volta chiesi alla sorella che era responsabile dei fondi se dovevo mettere da parte tutti quegli assegni e spedire il totale in Etiopia. Lei mi rispose: ‘No, noi non spediamo soldi in Africa’. Però continuai a inviare ricevute ai donatori intestate ‘Per l’Etiopia’” (Wüllenweber, “Stern”, 1998).
Dove siano finiti i soldi, ancora non è chiaro. Nessuno, nemmeno il laicista più esasperato, si è mai spinto fino a immaginare che Teresa e le sue Missionarie abbiano una doppia vita dissoluta, in cui scialano le offerte che piovono dal mondo intero. E quindi, considerato che i sanatori da loro gestiti restano luoghi poverissimi dove i malati muoiono a volte senza antibiotici (figurarsi gli antidolorifici), e che persino la presenza di un frigorifero o di un ascensore è maltollerata; considerato che è inverosimile che possano buttare via molti soldi le suore che usano gli stessi aghi ipodermici più volte, sciacquandoli nell’acqua fredda, e che somministrano vaccini molto oltre la data di scadenza… non resta che immaginare un enorme pozzo senza fondo in cui vanno a finire tutti i vaglia – poco importa se questo pozzo esiste davvero o è una metafora per lo IOR. Può darsi semplicemente che Teresa abbia reinvestito ogni soldo che le è arrivato nell’apertura di nuovi sanatori senza frigorifero, ascensore e aria condizionata, dato che la sua priorità non è mai stata la salute o il benessere dei suoi pazienti. Mai. Anche se noi viandanti infastiditi abbiamo spesso dato per scontato che lo fosse: che a Calcutta e altrove Teresa combattesse contro il dolore e la disperazione e la morte. Niente di più sbagliato, e non possiamo nemmeno prendercela con lei, che non ha mai fatto finta di essere diversa da quello che era.
A San Francisco fu messo a disposizione delle suore un convento a tre piani con molte stanze spaziose, lunghi corridoi, due scaloni e uno scantinato immenso. […] Le suore non esitarono a sbarazzarsi dei mobili indesiderati. Tolsero le panche dalla cappella e strapparono via tutta la moquette dalle stanze e dai corridoi. Buttarono grossi materassi dalle finestre e spogliarono l’edificio di tutti i divani, di tutte le sedie e di tutte le tende. La gente del quartiere stava sul marciapiede a guardare sbalordita. Quel magnifico edificio fu reso conforme allo stile di vita che doveva aiutare le sorelle a diventare delle sante.

Spaziosi soggiorni furono trasformati in dormitori stipati di letti. […] I riscaldamenti rimasero spenti per tutto l’inverno nonostante la casa fosse umidissima. Nel periodo in cui vissi là molte sorelle contrassero la TBC (Hitchens, 1995).


Con GP2, che faccia fa.
Anche i suoi grandi accusatori glielo riconoscono: Madre Teresa è sempre stata sincera su quello che intendeva fare. Se solo avessimo voluto ascoltarla, invece di scantonare appena potevamo, ci saremmo resi conto che dei dolori e della disperazione e della morte Teresa non era il nemico, ma un fedele alleato: che la sua priorità non era salvare delle vite, ma guadagnare delle anime. Spesso nel modo più spiccio; battezzandole ad esempio in punto di morte, distribuendo “biglietti per il paradiso”. Più in generale, in Teresa prosegue una corrente di pensiero che dal medioevo alla Controriforma vede nel dolore uno strumento di espiazione e di santificazione. Le Missionarie della Carità sono forse l’unico vero ordine mendicante che è resistito alla modernità, oggi che anche i francescani mettono su degli ospedali di eccellenza. La loro fondatrice – che pure è la protagonista di uno dei processi di beatificazione più rapidi della storia – in vita non ha mai fatto miracoli. O meglio: i miracoli a cui accennava nei suoi discorsi non riguardavano le guarigioni, malgrado avrebbe facilmente potuto attribuirsene, vivendo tra un sanatorio e l’altro. I prodigi che raccontava Teresa erano piuttosto telefonate improvvise in cui veniva avvisata che il tale ente aveva deciso di corrisponderle una cifra, proprio nel momento in cui questa cifra le serviva per aprire una casa della carità da qualche parte nel mondo. Miracoli di fundraising, miracoli da mendicante. Nulla di paragonabile alle trovate un po’ guittesche di Padre Pio, che a suo modo però mostrava di considerare il dolore e la malattia nemici da sconfiggere, anche con buone dosi di autosuggestione, in mancanza di meglio. Teresa no: non ha mai guarito nessuno (da viva. Da morta avrebbe fatto sparire il cancro a una signora indù che la invocava, miracolo sufficiente e necessario per ottenere la beatificazione). Guarire non era semplicemente la sua missione, né ha mai preteso che lo fosse. Siamo noi che abbiamo capito male, perché avevamo fretta, perché ci faceva comodo pensarla così.
Col crescere della sua fama, la fondatrice dell’ordine divenne in qualche modo consapevole dell’equivoco su cui si basava il “fenomeno Madre Teresa”. A un certo punto scrisse alcune parole che fece appendere fuori dalla sede dell’ordine: “Dite loro che non siamo qui per fare un lavoro; siamo qui per Gesù. Siamo prima di tutto religiose. Non siamo assistenti sociali, né insegnanti, né medici. Siamo suore” (Wüllenweber, 1998)
Nata e maturata sulle soglie del Terzo Mondo, Anjeza Gonxha Bojaxhiu ha trovato negli slums indiani l’habitat ideale per conservare un cristianesimo arcigno, refrattario a ogni progresso medico e scientifico, che in Occidente era già in crisi un secolo fa. Da Calcutta lo ha poi diffuso in giro per il mondo, trovando il sostegno di un Papa molto più simpatico, ma che in fin dei conti condivideva la stessa concezione: no a qualsiasi forma di contraccezione efficace, no al controllo delle nascite, i poveri e i sofferenti sono più vicini a Dio e quindi è giusto farne nascere sempre di più, e offrire la loro sofferenza a Dio. Bastava prestare attenzione ai loro discorsi, ma di solito avevamo meglio da fare.

L’equivoco di Madre Teresa si nasconde in quelle rughe balcaniche, tanto simili a quelle di chi ci tende agguati ai semafori per insaponarci il parabrezza in cambio di un euro, e se ci rifiutiamo abbiamo sempre paura che ci sputi addosso. Le abbiamo dato il Nobel, tutti i soldi che ha chiesto, e gliene avremmo dati di più: eravamo disposti a considerarla una benefattrice, una taumaturga, un’operatrice di pace, pur di non vederla per quello che era davvero: Madonna Povertà, la piccola Morte sdentata che ci aspetta fuori di casa, con la sua faccia vizza, e il suo occhio antico che mai vorremmo fissare, mai vorremmo che ci fissasse.

giovedì 29 agosto 2019

Giochiamocela a Calenda


"E insomma, c'è rimasta una sola Dune Buggy".
"Ce la giochiamo a birra e salcicce?"
"Ho un po' di gastrite".
"Che noioso. Pari e dispari?"
"Mi freghi sempre".
"Ma come faccio a... lascia perdere. Testa o croce?"
"Non ho moneta".
"Neanch'io. Ce la giochiamo a Calenda?"
"E cos'è Calenda?"
"È un gioco fantastico. Dimmi. Ce l'hai presente Carlo Calenda?"
"E come no, è quel ministro... ex ministro mi pare".
"Secondo te Calenda in questo momento è dentro o fuori il PD?"
"E come faccio a saperlo, scusa".
"Tira a indovinare".
"Boh, è quasi giovedì... di solito lui lascia il PD nel fine settimana".
"Nah, non sempre"
"C'è un po' di tramontana, nuvole a sudovest... non ne ho la minima idea".
"Tira a indovinare".
"Vabbe', io dico fuori".
"Ok, per te è fuori e per me è dentro".
"E adesso?"
"E adesso controlliamo e se è dentro ho vinto io".
"Ah, però".
"Carino come gioco, vero?"
"Meglio che pari e dispari. Ehi, qui c'è scritto che è uscito!"
"Fa vedere... ma è un'agenzia di sei ore fa".
"Dici che è rientrato?"
"Non si sa mai, c'è tramontana".
"Controllo meglio".

Zzz


"Comunque io ho l'ultima parola, no?"
"Eh? Chi parla?"
"Sono Rousseau".
"Ah, già Rousseau, ciao Rousseau [minchia che palle questo]".
"Lo hai detto tu che avrei avuto l'ultima parola".
"L'ho detto?"
"Sì".
"Ma infatti è così! Tu sei la democrazia diretta, tu sei la volontà del nostro elettorato, è ovvio che tu abbia l'ultima parola".
"Mi pare il minimo".
"Il minimo?"
"Cioè io sono la democrazia diretta, mica un ratificatore qualsiasi, se si faceva una trattativa avrei dovuto esserci, no?"
"Rousseau, abbi pazienza, ma come facevi a partecipare a una trattativa riservata con..."
"Lo streaming".
"Ma dai Rousseau, ancora con 'sto streaming".
"State diventando troppo simili a quegli altri".
"Rousseau, così mi offendi".
"Trattative a porte chiuse, caminetti..."
"Se ti offendi poi non puoi più decidere con oggettività".
"Io non devo essere oggettivo, io devo dire tutto quel che mi viene in mente! Sono il buon selvaggio! Sono l'Emilio! Sono Rousseau".
"Che palle però".
"Eh?"
"No, niente".
"E allora, questa ultima parola me la fate dire?"
"Ma certo".
"Mi spetta per statuto".
"Ma naturalmente".
"E quindi?"
"E quindi prendi un vocabolario, su".
"Un vocabolario?"
"Per statuto hai diritto all'ultima parola, no? Quindi controlla sul vocabolario".
"Ma cosa devo controllare".
"Cioè ma sei duro davvero. Altro che buon selvaggio. Hai un vocabolario in mano, ti ho chiesto di dire l'ultima parola, prova ad andare all'ultima pagina".
"L'ultima pagina?"
"Qual è l'ultima parola del vocabolario?"
"Zuzzurellone".
"Ah ah ah, Rousseau, sei proprio una sagoma".
"Ma una sagoma in che senso, io non..."
"Zuzzurellone. Che roba. Va bene, basta con la satira politica. Prendi un vocabolario serio, controlla: qual è l'ultima parola?"
"Il Treccani va bene?"
"Ottimo. E allora quest'ultima parola qual è?"
"Zzz".
"Definizione?"
"Indicazione grafica con cui si rappresenta il ronzio di un insetto (in partic., di una zanzara) che vola, e anche il sibilo ronzante di persona che russa".
"Mi sembra perfetto".
"Era l'ultima parola?"
"Proprio così. Puoi twittarla se vuoi".
"N-no, no grazie. Ma quindi adesso..."
"Se vuoi te la linkiamo sul Blog delle stelle".
"Ma no, non vale la pena, no..."
"Su quello di Beppe non si può più, sai che è in crisi mistica".
"Ma insomma adesso che faccio?"
"Che fai? Vedi un po' tu. Hai detto l'ultima parola, direi che puoi filartene a nanna. Buonanotte, Jean-Jacques".
"Io però... la democrazia diretta... non so..."
"Che altro c'è?"
"Me la sognavo un po' diversa".
"I sogni son desideri. Buonanotte".
"Zzz".

mercoledì 28 agosto 2019

Le pere del male

28 agosto - Sant'Agostino di Ippona (354-430), ladro di pere e dottore della Chiesa.

L'Agostino della fiction Rai
(invecchiando si evolve in Franco Nero).
(2012). Eravamo in seconda elementare, quando in mezzo a noi comparve questa bambina nuova, inspiegabile. Perché prima non c'era e adesso sì? Era stata bocciata? Non risultava bocciata. Però a scuola andava male. Da dove veniva, era straniera? Non era straniera, anche se aveva un nome diverso dagli altri. La sua famiglia non la conosceva nessuno, e lei raccontava storie incoerenti, di parenti ricchissimi o poverissimi, a seconda della piega che prendeva la trama di Candy Candy in quella settimana. Io non la sopportavo, per nessun motivo al mondo. Non mi aveva fatto nulla di male, ma per esempio respirava. Durante le lezioni la sentivo respirare con un certo affanno e m'innervosiva, mi distraeva, le dicevo Smettila. Un giorno stavamo tutti al nostro posto, aspettando la maestra che aveva avuto un contrattempo. Eravamo una classe tranquilla: per ingannare l'attesa giocavamo a passaparola. Un messaggio passava da orecchio a bocca a orecchio, facendo il giro dell'aula, finché non arrivava a me, che ero il penultimo. Dopo di me c'era la bambina nuova, a cui io avrei dovuto passare il messaggio che mi arrivava. Ma non lo facevo. Ricevevo il messaggio e lo riconsegnavo a un'altra compagna, dall'altra parte dell'aula, e così il giro ricominciava, ignorando la bambina nuova. Nessuno mi aveva detto di fare così, era una mia iniziativa. Nessuno mi aveva corrotto o minacciato, e la bambina non mi aveva mai fatto nulla, salvo respirare. Il male che stavo facendo non aveva nessuna origine al di fuori di me: nasceva in me, e avrebbe causato probabilmente rabbia, dolore, e altro male. Ma a monte di tutto il dolore e la frustrazione c'ero io, un bambino di otto anni a cui nessuno aveva fatto niente.

Scrivere di Sant'Agostino non è come raccontare di un qualsiasi santo tardoantico di cui ci rimane il nome di battesimo e tre dettagli pittoreschi. Non è una leggenda, Agostino: è una delle persone del mondo antico che conosciamo meglio. Forse troppo per affezionarci. Ci si affeziona ai personaggi letterari, che hanno vite avventurose ma comunque ordinate secondo una traiettoria. Che Agostino sia un uomo vero, e non il personaggio di un romanzo, lo si capisce dal racconto della sua conversione, lungo, estenuante, proprio come sono lunghe e tortuose e un po' insensate le traiettorie delle nostre vere vite, tanto più complesse dei romanzi quanto meno belle da raccontare. Agostino non cade di cavallo, non vede roveti ardenti o segni in cielo, Agostino arriva al cristianesimo (o meglio vi ritorna, visto che aveva lo aveva succhiato col latte materno) al termine di un lungo assedio intellettuale; quando si direbbe che ceda per stanchezza.

E dire che il momento è storico: Agostino è stato uno dei più grandi acquisti della Chiesa. Se fosse rimasto alla concorrenza, se il guru manicheo Fausto di Mileve si fosse impegnato un po' di più con lui, oggi forse invece che cristiani non potremmo non dirci manichei, o più probabilmente il nostro cristianesimo avrebbe una forte componente manichea. Ma i manichei avevano il difetto tipico di molte dottrine new age, l'ansia di voler riempire i buchi della conoscenza, di spiegare tutto con teorie, magari per pochi iniziati, ma onnicomprensive. Agostino era un intellettuale, competente di Platone e di Aristotele; non poteva mandare giù l'astronomia for dummies degli opuscoli manichei, un cumulo di favolette che non reggevano il confronto con lo sferragliante ma apparentemente efficace sistema tolomaico. Cominciò a farsi domande, a porle ai correligionari, e l'unica cosa che gli sapevano rispondere è: aspetta Fausto, lui sa tutto. Ti risponderà su tutto. Fausto però era sempre in tournée, Agostino lo aspettò nove anni, al termine dei quali si rese conto che aveva atteso un conferenziere amabile ma abbastanza ignorante, che di astronomia nulla sapeva e lo ammetteva con candore. La fede di Agostino si dissolse in quell'esatto momento, di fronte all'inadeguatezza dell'ennesimo maestro. Se mi permettete la psicologia da strapazzo, anche stavolta Agostino non era riuscito a trovarsi un padre all'altezza. Dev'essere dura rendersi conto di essere il tizio più colto e intelligente in circolazione, proprio mentre ti rendi conto che alla fine non sai quasi nulla, e non c'è nessuno in giro in grado di rispondere alle tue domande. L'Impero Romano stava per rovinare, c'era da ripensare tutta la filosofia della Storia, trovare un nuovo modello, un nuovo senso a tutto quello che sarebbe successo di lì in poi, e Agostino non aveva nessuno che gli mostrasse una strada. Solo la madre (Santa Monica) in un angolo a sgranare paternostri.
Augustine of Hippo
(Existentialcomics.com) 

Alla fine trovò Ambrogio. Molto prima di farsi cristiano, Agostino divenne ambrosiano. Al patriarca di Milano Agostino non fece astruse domande di astronomia. Del resto i cristiani, più astuti, su queste materie lasciavano campo libero agli scienziati laici: l'unica indicazione biblica parlava di un sole che fa il giro intorno alla terra, e questo era pacifico, autoevidente, riconosciuto da tutti. Ad Ambrogio in realtà Agostino chiese ben poco perché, particolare realistico, non aveva molta voglia di disturbarlo. Forse era stanco di delusioni. Forse era per la prima volta soggiogato dal carisma di un uomo, l'unico, che percepiva intellettualmente superiore. C'è un dettaglio famoso che tradisce il suo senso di inferiorità: Ambrogio, riferisce Agostino, sa leggere a mente! Senza dar voce alle parole, senza nemmeno muovere le labbra, Ambrogio è così... così forte che gli basta scorrere l'occhio, e il senso delle parole gli arriva al cervello. Sì, oggi tutti leggiamo così (quasi tutti). Nel quarto secolo no, era appannaggio degli uomini più colti dell'impero.
Di Agostino tutti conoscono un passo, che sotto forma di aforisma da qualche parte avranno anche attribuito a Oscar Wilde: Dio mio, dammi la forza di resistere alle tentazioni, ma non subito. A rendere faticosa la conversione di Agostino al cristianesimo non fu la cultura scientifica che gli aveva impedito di diventare un buon manicheo. Il vero ostacolo stavolta era la carne. Per molti anni probabilmente Agostino seppe di essere destinato al magistero, ma continuò a vivere in quel "subito" in cui poteva concedersi ogni sorta di vizio e nequizia. Cosa facesse in realtà, se orge luculliane o semplicemente qualche bicchiere di falerno e una partitina di dadi con gli amici, non ci è dato sapere. Quando scrive le Confessioni è pur sempre un vescovo, troppo sgamato per lasciare descrizioni dettagliate dei suoi anni perduti. Sappiamo che visse con una concubina per quindici anni. Oggi sembrerebbe piuttosto un indice di relativa stabilità sentimentale. Tanto più che la signora, di cui ignoriamo il nome, manifestò l'intenzione di rimanere fedele allo stronzo anche una volta ripudiata, strappata al figlio e rispedita in Africa. Agostino era profondamente lacerato, ma intendeva fidanzarsi con un buon partito, mammà soprattutto ci teneva tanto. La fidanzatina tuttavia non era ancora in età da marito, occorreva aspettare due anni, e così nel frattempo Agostino si trovò un'altra donna di ripiego. Va bene, però noi quando pensiamo a una vita dissoluta non abbiamo esattamente in mente le traversie di un arrampicatore sociale un po' mammone che in 17 anni intreccia ben due relazioni a sfondo sessuale. Che altro faceva di orribilmente peccaminoso, Agostino?
L'unico misfatto su cui il grande autobiografo si concentra è un furto, congegnato a 16 anni.
Chi già sa, porti pazienza: chi non lo sa, trattenga il fiato: a 16 anni Sant'Agostino organizzò coi suoi amici un furto di pere ai danni di un coltivatore diretto. Questo furto, assolutamente gratuito (nel giardino dei suoi Agostino aveva a disposizione pere di qualità superiore), occupa un libro intero degli undici delle sue Confessioni - è quasi un decimo di quel che Agostino sceglie di raccontare della sua vita. Questo libro, il secondo, comincia così:
Voglio ricordare il mio sudicio passato e le devastazioni della carne nella mia anima.
Non è che avevi fregato pure una paletta dei vigili?
E prosegue raccontando di un furto di pere, ma come si potrebbe raccontare di un delitto premeditato. Era laida e l'amai, amai la morte, amai il mio annientamento. Non l'oggetto per cui mi annientavo, ma il mio annientamento io amai, anima turpe, che si scardinava dal tuo sostegno per sterminarsi. Va avanti così per diverse pagine, e sta introducendo una bravata combinata a 16 anni. Alla nostra sensibilità tutto questo potrebbe sembrare morboso, scriveva Bertrand Russell. Certo, noi avremmo preferito che Agostino ci portasse a fare un giro notturno in qualche luogo peccaminoso del quarto secolo. Ben altra testimonianza d'inestimabile valore storiografico-antropologico avrebbe avuto questo Libro II, per noialtri storiografici e antropologici guardoni. Agostino invece sceglie un episodio squallido, dove non c'è spazio possibile per il compiacimento: a certi peccati di gioventù è impossibile non guardare con tenerezza, ma riempire un sacco di pere altrui senza nemmeno mangiarle, senza aver fame e nemmeno voglia, è una stronzata e basta, se guardi indietro non puoi che darti dell'imbecille. Del resto chi combina scherzi del genere di solito non guarda indietro, non è progettato per farlo, non reggerebbe lo sguardo. Agostino è diverso. Agostino, trent'anni dopo, ha ancora quelle pere sulla coscienza.
Un'accusa che ho spesso sentito muovere al cristianesimo, è che ci avrebbe fatto il dono non richiesto della nozione di peccato: una gabbia ferrea imposta ai nostri desideri, alla libertà della carne, o dei corpi, come li chiamiamo adesso. Non dubito che il cristianesimo sia stato questo per milioni, per miliardi di persone: un prete che ti controlla, ti spia, ti giudica, da fuori o persino da dentro. Ma se guardiamo ai padri fondatori, a quelli che conosciamo un po' meglio: a gente come Paolo, come Agostino, come Martin Lutero, ci accorgiamo che hanno qualcosa in comune. Un'ossessione del peccato, un oscuro senso di colpa che suona persistente per tutta la prima fase della loro vita, una nota grave e costante che si fa sentire sopra ogni altra passione o emozione. Paolo o Agostino non credevano nella colpa perché erano cristiani: erano cristiani perché si sentivano già in colpa, prima, di qualcosa o di tutto. Per loro la fede non era una gabbia, ma un riparo. Se volevano sopravvivere dovevano prima o poi trovare un padre che dicesse: va bene. Sei una merda, lo sei sempre stato: tutto quello che hai fatto è vile e cattivo, e non poteva essere diversamente, ma non importa. Io ti voglio bene, ti ho scelto, ti perdono. Ora smetti di frignare e renditi utile, confuta i pelagiani, scrivi la Citta di Dio, ché tra le infinite merde del mondo sei quello che ha più talento per queste cose, e del tuo talento c'è bisogno.

Agostino è un grande filosofo. Ha anticipato, tra le altre cose, il cogito cartesiano, e ipotizzato una concezione relativistica del tempo. Passato e futuro forse non esistono, sono illusione: ogni cosa accade ora, mentre io scrivo e tu leggi e Agostino a 16 anni ride mentre ruba quelle pere che non mangerà e che non cesserà di rimproverarsi per il resto della sua vita, cioè adesso. Agostino è un grande scrittore. Intuisce che il cuore ha le sue intermittenze, e che anni interi di vita possono sparire dietro il ricordo cristallizzatosi in un giorno solo: come quel giorno delle mie elementari, l'unico che ricordo bene, in cui dovevo fare entrare la mia compagna in un gioco, e senza nessun motivo al mondo la esclusi. Ho commesso senz'altro molte altre cattiverie e cose buone, essendo io buono e cattivo come chiunque altro. Ma gli altri ricordi sfumano, e in questo eterno presente io rimango lì, il penultimo della fila, un atomo che senza motivo decide di fare il male, di generare il male, da cui nascerà altro male che forse è ancora attivo sulla terra in questo momento, cioè sempre; senza nessuna grazia ricevuta.

martedì 6 agosto 2019

We are stardust, we are golden

Mezzo secolo fa stava per cominciare Woodstock, tre giorni di pace amore e musica, e voi non c'eravate. Non è grave. Non c'era nemmeno Joni Mitchell, che pure avrebbe descritto meglio di ogni altro lo spirito di quei tre giorni nella canzone che si chiama, appunto, Woodstock.

"Mi sono imbattuto in un figlio di Dio, stava camminando sulla strada. Gli ho chiesto dove stava andando e questo mi ha detto: Sto andando alla fattoria di Yasgur, entrerò in una rock'n'roll band, mi accamperò nella campagna e cercherò di liberare la mia anima.


La colpa in questi casi è sempre del manager: Elliot Roberts convinse Joni che una comparsata televisiva al Dick Cavett Show sarebbe stata una promozione più efficace per il suo secondo album – invece di quell'"Aquarian Exposition in White Lake, NY" che sui manifesti citava Woodstock anche se la contea di Woodstock aveva rifiutato di ospitarlo. Per la cultura giovanile dell'epoca "Woodstock" era già un nome famoso: il mitico villaggio dove Bob Dylan si era ritirato dopo l'incidente in moto, cancellando una tounée e rimettendosi a far musica in cantina coi suoi amici, suggerendo a un'intera generazione di allontanarsi dalle insidie urbane e tornare al territorio. Ma il festival di Woodstock si sarebbe tenuto 70 chilometri più a sud, nella fattoria del signor Max Yasgur. Lo avrebbero organizzato promoter alle prime armi, e malgrado il cartellone stratosferico nessuno sapeva esattamente come sarebbe andato a finire. Siamo polvere di stelle, siamo oro. E dobbiamo ritrovare la strada per il Giardino...

Finì che invece dei cinquantamila spettatori previsti ne arrivarono quasi cinquecentomila; che chi non si era procurato i biglietti entrò lo stesso; finì che i set degli artisti si dilatarono al punto che Jimi Hendrix, che aveva insistito per chiudere il concerto di domenica 17 agosto, terminò alle 11 del mattino di lunedì. Ma in un qualche stranissimo modo, finì bene: anche se il Dylan tanto evocato non volle presentarsi, perché non sopportava gli hippie (e gli organizzatori del festival all'Isola di Wight lo pagavano meglio); malgrado gli ingorghi stradali, la disorganizzazione, l'insufficienza delle strutture igieniche e sanitarie, il fango e il caos, e l'allarmismo dei quotidiani che imploravano ai cronisti in loco di calcare su violenze e disastri che avrebbero potuto benissimo esserci, e invece miracolosamente non ci furono. Finì con Max Yasgur che distribuiva acqua gratis, il medico di campo che lodava il comportamento dei giovani, almeno una morte per overdose e almeno un parto prematuro. La cosiddetta controcultura divenne la cultura egemone di una generazione, e a chi non ne voleva vedere le contraddizioni fu offerto ancora qualche mese di tempo. Per i babyboomers americani Woodstock fu un successo necessario quanto inatteso: e Joni Mitchell non c'era.

"Allora posso camminare dietro di te? Sono venuta qui per sfuggire allo smog, e sento di essere l'ingranaggio in qualcosa che si sta muovendo. Forse è un periodo dell'anno, o forse è un periodo dell'uomo. Non so bene chi sono, ma sai, la vita serve a imparare".

Anche in tv si ritrovò a condividere la ribalta con i reduci del concerto che nel giro di due giorni era diventato la notizia di apertura dei telegiornali. Dick Cavett la mise a sedere in cerchio con Grace Slick dei Jefferson Airplane, che parlava del suo set domenicale come di un'esperienza religiosa e non era del tutto ironica; col suo ex David Crosby che diceva di aver assistito alla "cosa più strana mai avvenuta sulla terra", con Sthephen Stills, che sfoggiava ancora orgoglioso i jeans sporchi di fango. A Woodstock c'era stata una battaglia, l'unica che in quel momento aveva un senso combattere: la pace aveva vinto sulla guerra, la speranza sul caos, la solidarietà sull'autodistruzione: e Joni Mitchell non c'era. Maledetto manager.

Questa è più o meno la leggenda consegnata ai cronisti, ma qualcosa non torna. Quando Joni compose Woodstock aveva 25 anni. Neanche al tempo poteva sembrare un'hippie ingenua – non lo era mai stata. A otto anni aveva cominciato a comporre al piano, a nove a fumare; a dodici aveva temporaneamente abbandonato la scuola e aveva iniziato a suonare la chitarra con gli artisti di strada di Saskatoon, Saskatchewan, Canada., cominciando a inventare accordature alternative perché la poliomelite contratta a nove anni le aveva lasciato delle difficoltà articolari. A 20 anni si era spostata a Toronto, con l'idea di fare la folksinger nel breve momento in cui il folk di Joan Baez e del primo Bob Dylan soppiantava il rock nell'immaginario giovanile. Suonava più nelle strade che nei caffè, lavorava ai grandi magazzini; rimasta incinta, aveva sposato un cantautore che le aveva promesso di allevare il figlio come suo (promessa non mantenuta). A 24 aveva lasciato il marito e si ritrovava a New York, la capitale della scena folk, proprio nel momento in cui la scena stava implodendo. Era stato David Crosby, ex chitarrista dei Byrds, a scoprirla in un caffè e a capire per primo che era qualcosa di più dell'ennesima folksinger. Nell'estate del '69 Joni era una interprete promettente e un'autrice già affermata (Judy Collins aveva scalato le classifiche con una sua canzone, Both Sides Now). Ora faceva coppia con Graham Nash, anche lui folgorato sulla strada per la "fattoria di Yasgur", i cui entusiasti resoconti le ispirarono il testo di Woodstock. Del resto loro storica esecuzione di Suite: Judy Blue Eyes immortalata nel film di Woodstock, avrebbe reso molto più di qualsiasi apparizione televisiva, anche in termini meramente commerciali. Ma in realtà Crosby Stills e Nash riuscirono sia a regalare un set memorabile al concerto (alle tre del mattino!), sia a partecipare allo show in tv. Se loro ci riuscirono, perché a Joni fu chiesto di restare in città? Mancava un posto in elicottero? Senz'altro la logistica era complicata, e il manager non voleva rischiare di ritrovarsi con tutti i suoi artisti di punta bloccati nel fango mentre Cavett intervistava quelli della concorrenza.

Ma se Elliot Roberts scelse di lasciare indietro proprio lei, è perché sapeva che Joni era l'artista meno adatta a un evento del genere. Due settimane prima, all'Atlantic City Pop Festival, aveva reagito allo scarso interesse del pubblico abbandonando il palco in lacrime dopo tre canzoni. Joni Mitchell è probabilmente l'esempio più classico di musicista che piace più ai colleghi che al grande pubblico: un'artista dal valore indisputabile, ma inadatta ai festival di massa. Il che la rese in qualche modo in grado di descrivere meglio di chiunque altro l'essenza di quei festival. Allo stesso modo in cui nessuno aveva raccontato Waterloo meglio di Victor Hugo, che sul campo non c'era e che se ci fosse stato non ci avrebbe capito niente: allo stesso modo Joni, al riparo dagli aspetti più triviali e problematici, dal fango e dal fumo, descrisse Woodstock non per quello che era, ma per quello che Woodstock aveva voluto essere: l'antiVietnam.

"Quando alla fine arrivammo a Woodstock, eravamo forti di un mezzo milione di anime, e ovunque si cantava e si celebrava. E in sogno vidi i bombardieri portare i loro cannoni nel cielo e trasformarsi in farfalle su tutta la nazione. Siamo polvere di stelle, siamo oro. Siamo carbonio di un miliardo di anni..."

Oggi la chiamiamo FOMO, Fear of Missing Out: Joni doveva avere avuto la sensazione di perdere un momento irrecuperabile. Non avrebbe più voluto permetterselo. La canzone era già pronta un mese dopo per il folk festival di Big Sur (un contesto radicalmente diverso, condiviso da poche migliaia di spettatori): nel film la canta in anteprima, circondata da una folla intimidita che non sa esattamente come prenderla. Prima di cominciare le strofe annuncia il ritornello, quasi un invito a cantarlo in coro: un invito assurdo, chi potrebbe mai intonarsi con quella voce acutissima? L'intuizione di Grace Slick si è realizzata: Woodstock è l'inno di una nuova religione, un salmo inaudito e quasi ineseguibile. Forse non era l'intenzione del regista, ma di fronte a un esibizione così intensa e spudorata gli sguardi catatonici degli spettatori e le scenografie medievali sembrano all'improvviso inadeguati come un teatro di cartapesta. Joni arrivava più in alto di tutti, faceva la musica più complessa di tutti e molto difficilmente si sarebbe trovata a suo agio con tutti. La Woodstock incisa dai colleghi Crosby Stills Nash e Young in Déja Vu lo dimostra già indirettamente: è una cover normalizzata, trasformata in un onesto pezzo rock che sembra rifiutare tutte le potenzialità schiuse dalla melodia. L'unica vera Woodstock restava quella altissima di Joni, incisa sul lato B del primo singolo ambientalista della storia del rock, Big Yellow Taxi ("Hanno asfaltato il paradiso e ci hanno messo un parcheggio". "Hanno tolto tutti gli alberi e li hanno messi in un museo degli alberi, e ora chiedono alla gente un dollaro e mezzo solo per vederli").

Il vero battesimo di folla, la canzone l'avrebbe avuto l'anno successivo, al secondo festival dell'Isola di Wight. Ed è lì che i nodi vennero al pettine, almeno per Joni. Che il miracolo pacifico di Woodstock fosse stato fortuito e probabilmente irripetibile lo si era già visto nel dicembre del 1969 ad Altamont, in California, dove l'idea dell'entourage dei Rolling Stones di avvalersi degli Hell's Angels come servizio d'ordine aveva portato a un disastro molto prevedibile, col senno del poi: c'era scappato il morto – accoltellato dagli Angels – e neanche a farlo apposta si trattava di un afroamericano. Se ad Altamont i concertoni avevano rivelato il loro lato violento, all'Isola di Wight si rivide all'improvviso qualcosa che il flower power sembrava aver annullato: il conflitto di classe tra gli hippy ricchi che avevano potuto permettersi traghetto e biglietto e i poveracci che una volta approdati sull'isola si erano visti confinati in un recinto scomodo e remoto dal palco, prontamente battezzato Desolation Row dagli orfani di Dylan. Tra i reclusi di Desolation Row c'era anche un vecchio maestro di yoga di Joni Mitchell (continua su TheVision...)