lunedì 20 maggio 2019

Bernardino 5 Stelle

20 maggio - San Bernardino da Siena (1380-1444), predicatore.


'Ci saranno bombe, terremoti, falsi profeti
che vi diranno che ve l'avevano detto...'
[2012]. C'è crisi. Da parecchio. Ce n'è così tanta che non ci ricordiamo nemmeno quand'è cominciata, e nulla ci lascia sperare che possa finire. Le vecchie ricette non funzionano più, i vecchi partiti si sono scannati tra loro senza portarci nulla di buono. C'è confusione e non c'è nessuno che ci spieghi cosa fare. No, veramente uno c'è. È un tizio fuori degli schemi. Per dire, è esperto di Apocalisse e di teorie economiche. Però non è tanto questo l'importante. L'importante è che lui si fa ascoltare. Gli altri sono noiosi e battibeccano sempre, lui quando occupa la scena può tenerla per ore, giorni, settimane. Si capisce che ne sa a pacchi, ma non te lo fa pesare; cita gli economisti ma anche i barzellettieri, ti fa spetasciare dal ridere, certe volte; altre volte ti fa pensare. Quando arriva in città, col suo battage pubblicitario un po' rozzo ma innovativo, le donne fanno la fila per occupare i primi posti, dove si sente tutto. Gli uomini occupano i secondi posti, dove si vedono meglio le donne. Insomma è l'uomo dell'anno, del decennio. Dove passa ammainano le bandiere dei partiti e innalzano la sua. Gli hanno offerto cariche importanti, ma lui la politica preferisce lasciarla fare agli altri. Quello che veramente gli interessa non sono gli onori (ne ottiene), né i guai (se li procura). Quello che davvero vuole fare, lo sta già facendo: predicare è la sua più grande gioia, continuerà finché le forze non lo abbandoneranno. Sto ovviamente parlando di Bernardino degli Albizzeschi, il più grande predicatore del quindicesimo secolo.

I ritratti quattrocenteschi di Bernardino
sono tra i più realistici (si vede chiaramente
che non aveva più denti, per esempio).
Ma non è che nel ventunesimo le cose vadano troppo diversamente. A chi continua ad affettar stupore per gli exploit di Beppe Grillo, porto questa ipotesi in regalo: forse Grillo non è affatto un uomo nuovo, forse è l'incarnazione di un archetipo dell'inconscio collettivo che noi italiani ci portiamo dentro da secoli: il Grande Predicatore. Grillo è tutto lì, un meraviglioso affabulatore, uno spacciatore di apocalissi da coniugare secondo necessità. In un altro secolo si sarebbe messo un saio addosso e avrebbe detto più o meno le stesse cose: guai a voi banchieri usurai affamatori del popolo, guai a voi politici corrotti, le cose stanno per cambiare, eccetera.

Io sono andato a vederlo una volta sola, perché uscivo con una ragazza a cui interessava. Meno male che ci sono le ragazze, ne approfitto per dirlo, e che acconsentono a uscire con me, altrimenti io passerei le mie serate a leggere prediche quattrocentesche o ad approfondire su wikipedia dettagli oscuri delle biografie di supereroi di fumetti di cui si è interrotta la pubblicazione. Stavo dicendo. Una volta sono andato al palazzetto dello sport a vedere Bernardino di Siena, pardon, Beppe Grillo. Non era ancora diventato un non-leader politico, forse non aveva ancora nemmeno spaccato un PC col martello, ma ricordo che proiettò vecchi filmati in bianco e nero sulla canapa indiana. Spiegò che era un materiale incredibilmente duttile e resistente, che ci si poteva fare qualsiasi cosa, e mostrò in un filmato un’automobile realizzata con una carrozzeria di canapa indiana. Si poteva prendere a martellate. Poi interruppe il filmato e disse, con una voce un po’ meno urlata del suo standard: ragazzi vi ho preso in giro, è tutto finto. Poi riprese il tono stridulo abituale e disse: no, è vero, la canapa indiana è stata criminalizzata dalle multinazionali della plastica bla bla. Quello è stato uno dei momenti nella vita in cui mi è sembrato di avere avuto un’illuminazione. Cioè, veramente Grillo aveva detto che mi stava prendendo in giro? O me l’ero sognato? Forse voleva dimostrare che era in grado di convincermi di qualunque cosa: anche che con la canapa indiana si può carrozzare un’automobile. Il palazzetto era pieno di gente che in quel momento ne era convinta, ma lui non lo era. Allora capisci che uno così in politica doveva entrarci per forza, e che ha perso fin troppo tempo prima di decidersi. Che fantastici anni Novanta ci siamo persi, Grillo vs Berlusconi, il Milione di posti di lavoro contro la Biowashball. Stavo dicendo.

Ecco il bozzetto, che ne dite?
Quando predicava ai suoi concittadini, ed era libero di sbrigliare il suo volgare più schietto, Bernardino aveva un modo particolare di dire “stavo dicendo”. Diceva: “a casa”. Nei momenti in cui l’affabulazione lo portava lontano dal seminato, o si metteva a replicare a qualche ascoltatrice, per tornare all’argomento gli bastava annunciare: “a casa”. E ripartiva dal punto che aveva abbandonato. Bernardino, il più grande stand up comedian del Quattrocento, non era esattamente un improvvisatore. Aveva studiato la retorica di Marco Tullio e aveva perfezionato quella empirica dei grandi predicatori francescani. Il repertorio di storiellette buffe da cui poteva attingere era sterminato, Boccaccio e Sacchetti non erano nella condizione di esigere copyright. E comunque l’importante non era il repertorio, ma il personaggio: con quella voce suadente che gli era miracolosamente rifiorita in gola dopo una malattia di gioventù che aveva minacciato di troncargli la carriera. Con la mimica che doveva metterci – sfogliando le sue prediche sembra di vedere le smorfie e sentire le risate. Bernardino non fu il primo predicatore a diventare una celebrità assoluta: prima di lui, già Antonio da Padova aveva stupito l’Italia e il mondo. Ma a Bernardino capita di vivere e predicare in decenni di transizione, privi di personaggi guida, e a doversi ingegnare inquisitore, giudice, conciliatore, diplomatico. È anche patrono dei pubblicitari, per essersi disegnato di suo pugno il logo – il trigramma YHS nel sole raggiante – e per averlo trasformato in una bandiera che le città sventolano al suo passare, abbassando temporaneamente gli stemmi cittadini e nobiliari, i simboli delle rivalità senza fine che intrappolano l’Italia in un medioevo agli sgoccioli. Tanto clamore gli varrà l’attenzione degli inquisitori, attenzionati dai bigliettini di colleghi invidiosi. Vuoi vedere che dietro quel logo molto efficace, il trigramma nel sole, si nasconde l’idolatria? Bernardino dovrà difendersi in tre processi.

Nel frattempo i concittadini di Siena gli offrono la cattedra di vescovo. “A me mi pare che voi siate vescovo e papa e ‘mperadore”, gli dicono, ma Bernardino non vuole veramente essere nessuno dei tre. Si capisce che comandare non gli interessa. L’unica cosa che lo appassiona è predicare. La predica è tutto: alle dame senesi osa dire che è persino più importante della Messa (“E se di queste due cose tu non potessi fare altro che l’una o udire la messa o udire la predica, tu debbi piuttosto lassare la messa che la predica”). La predica è poesia, la predica è preghiera, la predica è il mondo e la sua volontà di rappresentazione. La predica, in una parola, è teatro: quella forma informale di teatro in cui i comici italiani eccellono, da Petrolini a Gaber a Grillo: il monologo senza interruzioni. Continuerà a predicare in un tour infinito attorno all’Italia, fino all’esaurimento fisico, che lo coglierà all’Aquila nel 1455: gli era rimasto in bocca un dente solo.

Di lui ci sarebbe rimasto poco: un trattatello di economia interessante, non fosse per il fatto che è uno dei primi, in cui tesse le lodi dell’imprenditore che contribuisce alla ricchezza della collettività. Un altro tratto in comune con Grillo. Ma la vera eredità di Bernardino è nelle mille e più pagine di prediche volgari tenute sul Campo di Siena in quaranta mattine nel 1427: nella sua città Bernardino, fresco di assoluzione e di rinuncia alla cattedra vescovile, doveva parlare all’aperto, su un pulpito a rotelle manovrabile a seconda della posizione del vento, amplificatore naturale. Nel pubblico un cimatore, Benedetto di maestro Bartolomeo, raccoglie ogni parola del santo su tavolette di cera, con un metodo stenografico a noi sconosciuto. Il risultato è impressionante: come infilare un dvd medievale e trovarci davanti al Beppe Grillo del Quattrocento, che ammonisce, maledice, improvvisa, sghignazza, cita Duns Scoto e fa i versi degli animali. Qualcuno lo considera il più grande autore italiano del secolo: prima di fare quella smorfia, citatemi un altro autore italiano del Quattrocento. Nelle quarantacinque prediche Bernardino non risparmia invettive agli usurai e ai “maladetti sodomiti” che ammorbano Siena e l’Italia tutta, né elogi delle donne, angeli del focolare nonché parte più cospicua del suo pubblico. Tra i suoi discorsi più famosi c’è quello in cui Bernardino parla proprio dell’arte del predicare, spiegando come si fa a parlare “chiarozo chiarozo”. “O donne”, esordisce, “domani vi voglio fare tutte predicatrici”: le sue istruzioni sono così chiare che dal giorno seguente anche le donne saranno in grado di predicare come lui. Lo leggi, ti sembra di ascoltarlo, e sai che sta mentendo. Nessuno sarà mai bravo come lui, lo sa benissimo. La maggior parte si piegherà dalle risate, si commuoverà quand’è il momento, e pochi minuti dopo avrà già scordato il contenuto, perché la gente è fatta così: ha pance per ridere, occhi per piangere, ma non ha memoria. Sicché alla fine dei conti puoi raccontare loro qualsiasi cosa. L’unico concetto che conserveranno è: ma come predica bene Beppe Grillo, pardon, Bernardino.

Advenne che, una volta fra l’altre, avendo udita la predica di questo suo fratello, elli si misse un dì in un cerchio di altri frati, e disse: – o voi, fuste voi stamane alla predica di mio fratello, che disse così nobile cosa? – Costoro li dissero : – o che disse? – O! elli disse le più nobili cose che voi udiste mai. – Ma dici di quello che elli disse. – E elli: – disse le più nobili cose di cielo, più che tu l’udisti. Elli disse…….doh, perchè non vi veniste voi? che mai non credo che elli dicesse le più nobili cose! – Doh, dicci di quello che elli disse. – E costui pure: Doh, voi avete perduta la più bella predica che voi poteste mai udire! – Infine, avendo costui detto molte volte in questo modo, pure e’ disse: – Elli parlò pure le più alte cose e le più nobili cose che io mai udisse! Elli parlò tanto alto, che io none intesi nulla.

domenica 19 maggio 2019

L'uomo che non voleva fare il Papa

19 maggio - San Celestino V, al secolo Pietro Angelario, il papa che abdicò.

Affresco nel Maschio Angioino
[2016]. Che farai, Pier da Morrone? Sei venuto al paragone. Ogni tanto capita, in Italia più spesso che altrove, che un ruolo di grande responsabilità sia affidato a un individuo senza esperienza, una persona universalmente riconosciuta e stimata per i suoi ideali, a volte anche per la coerenza con cui li persegue - ma digiuna di politica. Il che a volte è considerato un valore, e in Italia più che altrove: se non capisci niente di politica è meglio, è una cosa sporca, fidati, magari ci firmi due carte e ci pensiamo noi. Può essere un sovrano, un dittatore, un ministro, anche solo un sindaco. Capitò anche a qualche papa. E ogni volta sembra di risentire la strofetta sardonica di fra Jacopone, poeta-frate-combattente contemporaneo di Dante, meno raffinato ma altrettanto italiano: che farai, Pier da Morrone? Vederimo el lavorato che in cella hai contemplato. Vedremo come si realizza nella pratica quello contemplavi nella tua povera cella. Ma s’è ’l monno de te engannato, séquita maledezzone!

Pier da Morrone, lo sanno tutti, non avrebbe davvero voluto fare il Papa. Era un anziano eremita, senza esperienza di politica, né di liturgia. Non parlava neanche bene il latino, in un secolo e in una situazione in cui gli sarebbe davvero servito. Nel suo volgare molisano (Isernia e Sant'Angelo Limosano se ne disputano la paternità), Pier da Morrone avrebbe potuto rispondere subito "No" ai messaggeri che gli portavano la notizia: dopo 27 mesi di stallo, i dodici cardinali in conclave avrebbero scelto te. Te la senti? Bastava un no. Pietro non lo disse. Secondo Petrarca cercò addirittura di fuggire; secondo i suoi biografi fu un po' tirato per il saio dai monaci dell'ordine che aveva fondato, e che in suo onore si sarebbero poi chiamati celestini. Fratel Pietro, tu puoi cambiare tutto. Chi altri se non tu. Fratel Pietro, è Dio che lo vuole. Fratel Pietro, tu puoi risolvere i problemi che infangano la Chiesa, con una sola parola, che è il nostro motto: povertà. Povertà. Fratel Pietro, se i cardinali hanno scelto te, un motivo ci sarà.
La tua fama alta è salita,
en molte parte n’è gita:
se te sozzi a la finita,
ai bon’ sirai confusïone.
I cardinali in realtà non sapevano più a che santo votarsi. Era una di quelle elezioni che non finivano mai: situazione molto incresciosa per i fedeli, giacché se da una parte è normale che dodici teste abbiano dodici priorità diverse, non si capisce perché lo Spirito Santo non debba esprimersi chiaramente in tempi brevi. Già in passato, per evitare situazioni del genere, erano state adottate misure estreme: nel 1268 i viterbesi esasperati avevano chiuso a chiave i cardinali nella grande sala del palazzo papale, dando luogo al primo vero "conclave". E siccome i porporati continuavano a litigare, avevano cominciato a scoperchiare il tetto. Alla fine era stato eletto un buon papa, Gregorio X, che aveva dato disposizioni molto dure onde evitare il ripetersi di un simile scandalo: dopo dieci giorni le porte dovevano essere sbarrate, e la dieta dei principi della Chiesa progressivamente ridotta fino al pane e all'acqua. Questo regolamento era poi caduto in disuso (sarebbe stato proprio Celestino a ripristinarlo), e così prima di eleggere Pietro da Morrone i porporati avevano già passato due anni a litigare, anche solo per decidere dove proseguire la discussione: a Roma, no che c'è la peste, a Rieti, anzi, facciamo a Perugia. Tra i dodici c'erano tre rappresentanti della famiglia Orsini, e due degli eterni avversari, i Colonna. L'equilibrio era quasi perfetto, al punto da suggerire l'idea che tirassero avanti sperando che qualche anziano morisse - un francese effettivamente morì. Nel frattempo i fedeli davano segni di impazienza.

Ma chi me lo fa fare di scendere.
Chi me lo fa fare di scendere.
Il segno più evidente lo diede Carlo d'Angiò detto lo Zoppo, re di Sicilia anche se sulla Sicilia propriamente detta non regnava: dal tempo dei Vespri l'isola era passata agli Aragona e Carlo doveva contentarsi della "Sicilia al di qua dello stretto", quella che oggi chiamiamo Italia meridionale. Da tempo Carlo lavorava a una soluzione diplomatica. Era persino riuscito a dividere il fronte degli aragonesi, alleandosi col fratello maggiore, Giacomo II che regnava a Barcellona, contro il fratellino Federico che era reggente a Palermo e non aveva intenzione di andarsene. Ma per firmare una pace seria aveva bisogno di un pontefice che la suggellasse. Se gli Orsini erano chiaramente dalla sua parte, i Colonna stavano con gli Aragona, forse perché finanziati da Federico o semplicemente per il gusto di mettere i bastoni nelle ruote degli Orsini.

A un certo punto Carlo d'Angiò decise di recarsi a Perugia, col manifesto proposito di metter fretta ai cardinali e allo Spirito Santo. Un gesto di arroganza inaudita. Quando irruppe nel conclave, i cardinali riuscirono a sbatterlo fuori, e pare che nell'occasione il più risoluto si mostrasse il cardinale di Anagni, Benedetto Caetani: sì, il futuro Bonifacio VIII. La discussione proseguì finché il decano, Latino Malabranca Orsini, non ebbe la pensata di mostrare una lettera che gli avevano recapitato. Il contenuto, una cosa del tipo 'se non vi sbrigate ci sarà l'apocalisse, sciagure e cavallette, ecc.' era forse la parte meno interessante. Di lettere così dovevano arrivarne di frequente, a tutti i presuli. Più stuzzicante era l'identità del mittente: Pier da Morrone. Non il solito eremita pazzo. Cioè. Eremita senza dubbio, e mediamente pazzo come tutti, ma universalmente conosciuto e stimato. Molto prima di varcare il Sacro Soglio, fratel Pietro era già una celebrità, un santo in terra, sin dai tempi in cui si era recato a piedi a Lione, per il concilio in cui Gregorio X sperava di sanare lo scisma d'oriente, nel 1273. Pietro poco o nulla sapeva di scismi, ma era preoccupato per la sorte del suo ordine, che come tutti quelli di più recente fondazione rischiava di essere sciolto. Tecnicamente si trattava di un ramo dei monaci benedettini, ma la povertà radicale che predicavano e praticavano li inseriva nel più vasto movimento pauperistico del Duecento.
Como segno a saietta,
tutto lo monno a te affitta:
se non ten’ belancia ritta,
a Deo ne va appellazione.
La Chiesa ufficiale non si era mai trovata a suo agio coi pauperisti. Predicare la povertà radicale poteva portare a forme di ribellione contro la proprietà privata e l'ordine costituito - era da secoli che succedeva. Con alcuni pauperisti ci si poteva ragionare: ad esempio Francesco d'Assisi aveva ottenuto il via libera da Innocenzo III, e il suo estremismo iniziale era diventato minoritario nel suo stesso ordine (Francesco probabilmente non era contento della piega che avevano preso gli eventi, ma era morto presto). La differenza tra essere bruciati come eretici e venerati come santi era minima e poteva dipendere da un niente, magari dal sogno di un pontefice che ha fatto indigestione. Gregorio X non solo aveva accolto il povero fratel Pietro con tutti gli onori, ma gli aveva chiesto di celebrare una messa per tutti i padri conciliari. Nessuno ne era più degno di lui, aveva affermato. Gregorio era in contatto diretto con tutti i più grandi personaggi della Chiesa del suo tempo: Tommaso d'Aquino, Bonaventura da Bagnoregio, Alberto Magno, Luigi IX re di Francia: l'Europa brulicava di futuri santi e Gregorio li conosceva tutti. Per cui no, Pietro da Morrone non era il solito eremita convinto che tutti i problemi si possano risolvere digiunando. Perlomeno, era un eremita stimato da papa Gregorio.

MA CHI ME LO FA FARE DI SCENDERE GIU'.
No sul serio: chi me lo fa fare di scendere.
Tutto questo comunque era successo vent'anni prima. Da lì in poi, nulla di particolarmente eclatante era successo nella vita di Pietro: era tornato negli Abruzzi, dove si divideva tra il suo eremo preferito sulla Majella (Santo Spirito) e quello un po' meno estremo, più accessibile a visitatori e fans: Sant'Onofrio al Morrone nei pressi di Sulmona. A parte digiunare e inviare ai potenti della terra qualche profezia di sventura, Pietro non è che facesse un granché, né nessuno si aspettava molto altro. Era idea corrente che l'uomo più santo e meno corruttibile della terra vivesse una vita di privazioni da qualche parte negli Appennini, pregando per i peccati di tutti. Finché al cardinale decano non viene l'idea: e se incoronassimo lui? Ha più di ottant'anni, che male vuoi che faccia. Monsignor Latino Malabranca aveva più fretta degli altri, forse sapeva che non avrebbe passato l'estate (morì in agosto).

A quel punto a Perugia erano rimasti in sei cardinali: gli altri accorsero quando ormai l'idea si era conquistata un nocciolo duro di sostenitori. Non avendo i verbali possiamo ricamare a piacere: immaginare i cardinali che sbattono il pugno sul tavolo e dicono basta, qui mentre chiacchieriamo i cristiani perdono ogni fiducia nelle istituzioni, è ora di dare un segnale forte. Pensiamo fuori dalla scatola, allarghiamo il quadro, e qualche altra di queste menate da consiglio d'amministrazione che in ogni secolo si scrivono in una lingua diversa senza perdere la loro fumosa consistenza. Bisogna mostrare che recepiamo le istanze della base, insomma, quelli non fanno altro che gridare povertà povertà, credono che sia la chiave di tutti i problemi, e noi diamogliela. Pietro è perfetto, non ha mai scritto o detto nulla di lontanamente eretico, e soprattutto... è anziano. Già, quanti anni ha? Non si sa, ma va per i novanta.
Si se’ auro, ferro o rame,
provàrite en esto esame;
quign’ hai filo, lana o stame,
mustàrite en esta azzone.
Che si trattasse di una soluzione transitoria, in attesa di mettersi d'accordo su un nome più importante, era forse chiaro allo stesso monaco, che dopo qualche esitazione scelse di ereditare il nome dal titolare di uno dei pontificati più brevi della storia: Celestino IV, nel 1241, aveva regnato per appena 17 giorni. Pietro non si aspettava di durare parecchio di più. Il fatto è che mentre certi pauperisti muoiono molto presto, stroncati dalle privazioni che si autoinfliggono (Francesco d'Assisi, Caterina da Siena), altri viceversa sono molto longevi (Francesco da Paola). Probabilmente azzeccano la dieta giusta, riducono le frustrazioni e passano la novantina in tutta tranquillità. Un papa povero, digiuno di tutto e quindi anche di politica, poteva essere facilmente manovrabile: ma da chi?

Non ci volle molto tempo per scoprirlo. Re Carlo lo Zoppo da Napoli andò a prenderlo direttamente alla Majella, e non lo avrebbe più mollato. Pietro non riuscì nemmeno a raggiungere i cardinali a Perugia: fu probabilmente Carlo a sconsigliarlo di uscire dai confini del suo regno. Papa Celestino V non risedette mai a Roma, né la cosa dovette dispiacergli troppo: c'era stato da giovane, per studiare, e se n'era andato appena aveva potuto. Fu incoronato nella cattedrale più vicina al suo eremo, all'Aquila: quella basilica di Santa Maria di Collemaggio che secondo la leggenda era stata costruita su sua richiesta (quand'era un semplice eremita aveva trovato riparo in una chiesa diroccata, e la Vergine in sogno gli aveva chiesto una Basilica più grande in loco). Celestino entrò all'Aquila come Gesù a Gerusalemme, a dorso di un asino a cui re Carlo teneva le briglie. La metafora si prestava a diversi piani di lettura.
La basilica. Doveva riaprire nel 2016, ma credo che non sia successo. Il terremoto l'ha danneggiata nel 2009.
La basilica. Doveva riaprire nel 2016, ma credo che non sia successo. Il terremoto l’ha danneggiata nel 2009.

Dopo due cerimonie di investitura (la prima fu ritenuta invalida perché mancavano troppi cardinali), in ottobre Pietro si trasferì direttamente a Napoli, in una stanzetta del maschio angioino, dove almeno una volta avrebbe sentito una voce angelica dire: Pietro, rinuncia! Naturalmente c’è chi sostiene che la voce non provenisse da un angelo, ma da monsignor Caetani che stava nella stanza attigua. Come se dopo una vita di preghiere e meditazione un professionista come Celestino potesse confondere la voce di Dio con quella di un monsignore. Di tante, troppe cose era inesperto, ma di quella no. Più probabilmente si era reso conto di essere un pupazzo.
Questa corte è una fucina
che ’l bon auro se ce affina:
s’ello tene altra ramina,
torna ’n cennere e ’n carbone.
Considerato quanto poco regnò (neanche sei mesi), tutto sommato l’eredità del suo pontificato è impressionante. Le sue decisioni furono dettate in parte dall’inesperienza, in parte dal suo estremismo pauperista, in parte direttamente da Carlo lo Zoppo. L’inesperienza gli permise di combinare qualche disastro burocratico – elargì lo stesso beneficio a più persone, ecc. – ma nulla di veramente catastrofico. L’estremismo lo portò a litigare coi suoi ex confratelli: i benedettini di Montecassino. Da monaco, Celestino aveva dovuto abbracciare l’accomodante regola di San Benedetto, onde evitare problemi con gli inquisitori. Ma adesso che il capo era lui, per un attimo aveva creduto di poter cambiare la musica: ora sarebbero stati i benedettini a portare il saio grigio dei celestini di Sulmona, la cui regola presto o tardi Celestino sperava di estendere a tutti gli ordini della Chiesa, frati e monaci. Tutti in saio grigio, tutti a digiuno, c’è un Mao in ogni eremita e c’è un eremita in ogni maoista. Non se ne fece niente, però durante il suo pontificato emersero temporaneamente dalla semiclandestinità i Francescani Spirituali, o fraticelli: gli eredi della corrente più estrema del pauperismo francescano. Celestino lì benedì, permettendo il ritorno dall’esilio del loro leader, Angelo Clareno, che si era rintanato in Armenia. Per un po’ si fecero chiamare “Poveri eremiti”, o celestini.
Se l’ofizio te deletta,
nulla malsania è più enfetta,
e ben è vita maledetta
perder Dio per tal boccone.
Mentre il papa povero si prendeva queste modeste soddisfazioni nella Chiesa di base, gli Angiò conquistavano i vertici. Un figlio di Carlo fu nominato dal buon Celestino vescovo di Lione: aveva 21 anni. In settembre il papa raddoppiò il collegio cardinalizio nominando 13 porporati in una botta sola, di cui sette francesi. Si potrebbe persino far cominciare da qui quell’egemonia francese che qualche anno dopo avrebbe portato papa Bonifacio a prendersi uno schiaffone ad Anagni, e poi settant’anni di cattività avignonese e altri quaranta di scisma d’Occidente. La guerra tra la Sicilia vera e la Sicilia al di qua dello stretto, invece, sarebbe proseguita per altri settanta, malgrado Celestino avesse prontamente ratificato quel trattato voluto da Carlo che prevedeva (come in seguito la pace di Caltabellotta) la separazione dei regni, e l’impegno da parte degli Aragona a restituire la vera Sicilia agli Angiò alla morte di re Giacomo – cosa che puntualmente non successe.

Qualche idea comunque l’azzeccò. Come i sovrani, che festeggiavano la propria incoronazione aprendo le carceri, Celestino appena si trovò in mano le chiavi di San Pietro cerco di svuotare più inferno possibile. La Bolla del Perdono stabiliva che chiunque si fosse recato presso la sua prediletta basilica di Collemaggio nella festa di San Giovanni Decollato – 29 agosto – avrebbe ottenuto l’indulgenza plenaria, ovvero la sanatoria su tutti i peccati commessi dal battesimo in poi. Qualcosa del genere lo aveva già istituito Francesco d’Assisi alla Porziuncola – sempre che in realtà non siano stati i francescani a copiare Celestino, visto che i documenti più antichi sul perdono francescano risalgono al 1310. La Perdonanza all’Aquila si festeggia invece dal 1294. Qualche alto prelato storse il naso, ma intanto all’Aquila cominciarono ad accorrere pellegrini.
Granne ho avuto en te cordoglio
como t’escìo de bocca: «Voglio»,
ché t’ hai posto iogo en coglio
che t’ è tua dannazïone.
Proprio mentre Celestino riusciva, con un colpo di mano, a salvare milioni di anime, aveva la sensazione di perdere la propria. A Napoli gli facevano firmare qualsiasi cosa (compreso qualche sostanzioso sgravio sulla decima ecclesiastica di re Carlo), in quel latino maledetto che Pietro non aveva mai imparato a legger bene. Stava arrivando il Natale e per Pietro era assurdo passarlo in una stanza di mattoni, ancorché sobria e non riscaldata. Diede ordine che gli costruissero una capanna di legno, ma non era proprio la stessa cosa. Anche digiunare non doveva riuscirgli facile come sulla Majella, con tutti i profumi e le puzze delle cucine del Maschio, e del porto. Se solo avesse potuto tornare indietro. Rinunciare. Era possibile? Lo chiese a monsignor Caetani, uno dei pochi di cui si fidava. Come chiedere al topo un parere sul formaggio. Anche Wojtyla, sette secoli dopo, ne avrebbe discusso a lungo con Ratzinger, ricevendo il medesimo parere: altroché se si può. È vero che non è una pratica molto diffusa, ma i precedenti ci sono. C’è un papa che si dimise perché deportato dai romani. Un altro, ehm, che voleva sposarsi e così vendette il titolo al padrino, che a sua volta rinunciò… insomma la casistica non manca. Comunque se mi dai in mano la pratica ci penso io (diceva il Caetani mentre cercava di controllare la salivazione) magari facciamo prima una bolla per affermare il diritto del pontefice ad abdicare, tu lo firmi e poi abdichi, non vedo difficoltà…

“Potrò tornare alla Majella?”
“Dove?”
“Il mio eremo, sulla Majella”.
“Ah già, l’eremo. Certo certo, perché no, non vedo impedimenti”.

Il tredici dicembre (Santa Lucia), di fronte ai cardinali, depose corona e scettro e si rimise il vecchio saio. Il ventiquattro dicembre, dopo un brevissimo conclave (grazie al vecchio regolamento ripristinato da Celestino) Caetani fu eletto papa: era il colpo di coda dei cardinali non allineati con la corta angioina. Per prima cosa cancellò tutti i decreti e le nomine del predecessore, tranne l’elezione dei cardinali e l’istituzione della Perdonanza. Poi decise di tornare a Roma, affidando l’ex papa alle sollecite cure del suo vecchio nemico, l’abate di Montecassino. Lasciarlo tornare ai suoi eremi era fuori discussione – Caetani era troppo esperto di diritto canonico e di storia della Chiesa per non sapere come vanno a finire di solito queste situazioni. Finché in giro c’è un papa di troppo, c’è sempre qualcuno disposto a sostenerlo. Carlo lo Zoppo si era visto sfilare il controllo del papato da sotto il naso: il rischio che si andasse a prendere il vecchio monaco lassù negli Abruzzi, per incoronarlo di nuovo, era troppo forte.

Del resto a chi verrebbe mai in mente di prelevare un vecchio rudere ormai screditato dal suo eremo in Abruzzo e rimetterlo in una posizione di grandi responsabilità.
Del resto a chi verrebbe mai in mente di prelevare un vecchio rudere ormai screditato dal suo eremo in Abruzzo e rimetterlo in una posizione di grandi responsabilità.

Se ve lo stavate chiedendo, no: con Celestino V questo libro non c'entra niente. È una traduzione bislacca di "The celestine prophecy" ("la profezia celestiale"). Nel libro non si parla di nessun Celestino.
Se ve lo stavate chiedendo, no:
con Celestino V questo libro non c’entra niente.
È una traduzione bislacca di “The celestine
prophecy” (“la profezia celestiale”).
Nel libro non si parla di nessun Celestino.
Pietro, non più Celestino, avrebbe dovuto passare gli ultimi anni della sua vita guardato a vista dai benedettini. Invece scappò – avvisato e aiutato dai cardinali francesi che aveva nominato. Per qualche tempo si nascose sul monte Morrone, ma non poteva essere tranquillo. Fu arrestato dagli uomini di re Carlo a Vieste, mentre cercava di imbarcarsi per la Grecia (o forse si era già imbarcato, ma un naufragio lo aveva riportato a riva). Carlo non volle contrariare il nuovo papa, che lo stava aiutando a far la pace con gli aragonesi. Consegnò Pietro agli uomini di Bonifacio, che lo incarcerarono nella rocca di Fumone, un feudo della famiglia Caetani nel frusinate. Al vecchio collaboratore che gli aveva fatto le scarpe, Pietro avrebbe profetizzato: Intrabis ut vulpes, regnabis ut leo, morieris ut canis (sei entrato da volpe, regnerai da leone, morirai come un cane). Quanto sarebbe cinematograficamente bello se a un vecchio eremita semianalfabeta, in cerca di pace, fosse davvero uscita una sentenza così. L’ex papa morì di lì a poco, nel maggio del 1296. Nei suoi ultimi dieci mesi aveva vissuto più avventure che in quasi novant’anni di penitenze e digiuni. Nel tentativo di allontanare le inevitabili dietrologie, Bonifacio fece il gesto inusuale di portare il lutto per lui. Nel cranio di Celestino, custodito a Collemaggio, c’è un foro che per molto tempo è stato considerato indizio di morte violenta, ma secondo l’ultima perizia (2013) è stato praticato anni dopo la morte.


Quattro anni dopo Bonifacio avrebbe avuto la bella idea di festeggiare il milletrecentesimo compleanno di Gesù concedendo l’indulgenza plenaria ai pellegrini che fossero venuti a Roma: un’intuizione geniale che avrebbe avuto un sacco di imitatori nei secoli successivi. Poi Bonifacio sarebbe venuto ai ferri corti coi francesi, che lo avrebbero tenuto sotto sequestro nella sua Anagni, forse prendendolo a schiaffi. Così transita la gloria del mondo. Pochi anni dopo, nel 1313, un papa ormai trasferitosi in Francia avrebbe beatificato papa Celestino. Negli stessi anni Dante Alighieri lasciava su pergamena il suo sprezzante giudizio su un personaggio anonimo, “colui che fece per viltade il gran rifiuto” intravisto nella vastissima anticamera dell’inferno,percorsa caoticamente dagli ignavi, così poco interessanti da essere rifiutati anche da Satana.

Eppure Celestino in quei sei mesi non se ne era stato con le mani in mano. Soffriva, come molti, della sindrome dell’impostore: per tutto il tempo in cui aveva cercato di fare il Papa, si era sentito prigioniero in una parte che non era stata scritta per lui. Se davvero c’è un antinferno che aspetta tutti i mediocri dell’universo, è lì che lo incontreremo, ovviamente senza riconoscerlo. Dante no, lui sarà da tutta un’altra parte: si considerava uno dei massimi poeti di sempre, e non sbagliava di molto. Forse l’unico a potersi permettere di costruire un inferno di parole e rinchiuderci chiunque gli avesse fatto un torto. Celestino, da bravo mediocre, appena si trovò in mano le porte del paradiso, cercò di spalancarle: entrate, su, svelti, prima che me le tolgano di mano.


sabato 18 maggio 2019

La Storia ci insegna, ma chi impara?

– Prof?

– Eh.

– Ma perché lei insegna Storia, scusi

– Perché mi pagano.

– Ah già.

– Poi mi piace.

– Ma perché io devo studiarla, scusi?

– Perché chi non studia il passato è condannato a riviverlo.

– Cioè?

– Ah ma sei uno tosto tu, mi chiedi pure cioè, ma fatti un giro, dai. Vuoi andare in bagno?

– No prof grazie.

– Non scordarti il telefono, dai un'occhiata a insta, ti fai una partita a coso, a fornait...

– Sto a posto così, davvero. Ma cosa vuol dire che chi non studia il passato è condannato a...

– Ma che ne so, vuol dire che boh, se non hai mai studiato gli autobus a due piani e poi ne incontri uno potresti rimanere stupefatto e magari andarci sotto; invece se hai studiato e sai che sono esistiti gli autobus a due piani può darsi, dico può darsi, che l'improvvisa apparizione del veicolo non...

– Cioè se studio il passato ho degli strumenti per capire il presente.

– Ecco sì più o meno.

– Quindi se io incontro delle cose che non capisco nel mio presente, posso controllare nei libri di Storia e...

– Proprio così.

– ...fare dei confronti.

– Già. Cioè no no no no no, i confronti non si possono fare.

– Ma prof.

– È sbagliatissimo. Niente confronti. Presente, passato, compartimenti stagni.

– Ma se chi non studia il passato è condannato a...

– Mi hai capito? Niente confronti, stop. Tassativo.

– Ma perché?

– Perché poi non mi pagano più.


Di cosa volete che discutiamo con gli studenti nelle ore di scienze umane? Se discutiamo di mitologia, loro cominceranno a paragonare i vip che conoscono con gli eroi mitologici, si faranno il loro monte Olimpo pop, è già successo. Se parliamo tutto il tempo di Dante, loro metteranno i vip che conoscono in un inferno simil-dantesco, è già successo. Se parlassimo di Bibbia se ne scriverebbero una (coi vip). Se per assurdo volessimo leggere solo poemi pastorali, si farebbero tutta un'arcadia pop anche loro con i vip che conoscono, è successo perfino questo. Ma.

Ma voi insistete che i ragazzi studino il Novecento. Per voi è molto importante. Hitler-Stalin-Mao, fondamentali. Chi non ha memoria non ha futuro, dove per "memoria" si indica esplicitamente una serie di fatti avvenuti nel '900 senza i quali un cittadino non capirebbe il suo essere tale. C'è la giornata della memoria, la giornata del ricordo, la giornata della rimembranza e guai a chi le sgarra. Il '900 è la nuova Bibbia. Quindi.

Quindi i ragazzi masticano Novecento, digeriscono Novecento, evacuano novecento, e poi indovinate cosa succede? Succede che paragonano i vip che conoscono ai personaggi del Novecento. Si fanno il loro '900 pop, credevate che si sarebbero fatti qualcos'altro? E l'insegnante cosa dovrebbe fare a quel punto: andare in giro per l'aula col fischietto segnando le reductiones che non sono consentite, palestinesi=hitler ok, salvini=mussolini cartellino rosso? I ragazzi riducono, pensare che si possa evitare è un po' pensare che si possa imparare il latino senza mai sbagliare una declinazione o volare senza mai cascare male dal nido (magari si può, adesso che ci penso nessuno ha veramente imparato a volare) (e neanche il latino).

giovedì 16 maggio 2019

Storia di due Jan

16 maggio - San Giovanni Nepomuceno (1340-1393), patrono degli annegati, dei confessori e della Boemia.

Monumento a Giovanni Nepomuceno, a Praga sul ponte di Carlo.
Monumento a Giovanni Nepomuceno,
a Praga sul ponte di Carlo.
[2014]. Nel centro dell'Europa, perenne spina nel fianco destro tedesco, c'è una nazione che da quattordici anni non sappiamo come chiamare. Sulle cartine c'è scritto Repubblica Ceca. Manco fosse l'unica repubblica d'Europa: per dire, e invece l'Italia cos'è? L'Estonia? E il Lussemburgo? No, aspetta, il Lussemburgo è un Granducato. Però non leggerai su nessuna mappa d'Europa "Repubblica Estone" o "Granducato di Lussemburgo", anche perché la dicitura ti occuperebbe mezzo Belgio e tutta la Renania. Non è che i cechi siano più repubblicani degli altri: è che in italiano abbiamo l'aggettivo ma non il sostantivo. "Cechia" è una parola che proprio non riusciamo a dire. Qualcuno ci prova: ricordo in tal senso il coraggio di Claudio Lippi nel presentare Giochi Senza Frontiere. E però a un certo punto dovremmo anche rassegnarci: ci sono parole che funzionano e altre che non prendono mai il largo, e "Cechia" in italiano non ce l'ha fatta.

Io sarei per tornare a "Boemia", che suona infinitamente meglio. E però ogni volta che su internet provo a proporre questa cosa, qualcuno protesta che sarebbe un'offesa ai moravi. In realtà non sono mai riuscito a capire perché un moravo dovrebbe offendersi meno se invece che "ceco" lo chiamiamo "boemo" (conoscete un moravo? Glielo chiedete per favore? grazie). I moravi in verità non sono né cechi né boemi. Sono una cospicua minoranza etnica all'interno della Repubblica Ceca: costituiscono il 30% della popolazione e occupano il 30% del territorio. Però non sono cechi. Sono moravi, appunto. Se ci tenessimo davvero alla loro opinione, dovremmo chiamarla Cecomoravia.

Nel Settecento, una volta fatto santo,
Jan divenne anche piuttosto bello, grazie a un anonimo
di scuola fiorentina che ne dipinse il ritratto più famoso.
"Cechi" è il termine slavo occidentale con cui gli abitanti della Boemia chiamano sé stessi sin dall'alto medioevo. "Boemia" è una parola ancora più antica, derivata probabilmente dai Galli Boi che abitavano nella stessa zona prima di emigrare in Valpadana (non tutti), strappare Felsina agli Etruschi e ribattezzarla Bononia. Similmente agli ungheresi, che tutti chiamano così anche se tra loro preferiscono chiamarsi magiari, i cechi fuori dai loro confini erano conosciuti come boemi: Böhmen in tedesco, bohémiens in francese (che però era anche sinonimo di "zingari", perché si riteneva che venissero da lì; finché per estensione diventarono bohémiens gli studenti squattrinati con ambizioni artistoidi, a metà strada tra hipster e pancabbestia). L'aggettivo "ceco" arriva nelle lingue occidentali nell'Ottocento, il secolo in cui incubano i nazionalismi e i tedeschi per primi scoprono la necessità di distinguere tra boemi di lingua tedesca (Deutschböhmen, concentrati nei Sudeti) e boemi di lingua... ceca (Tscheschien). I moravi però non c'entrano: perlappunto, non sono cechi, sono moravi. La tesi per cui Ceco=Boemo+Moravo non ha nessun serio fondamento, anche se ormai si sta consolidando (vedi la voce di Wiki Italia). Io non sono d'accordo, per cui da qui in poi dirò "Boemia", e credo che tutti dovrebbero imitarmi. Questa sciocchezza della Repubblica Ceca è durata fin troppo.

D'altro canto come potrei definire San Jan Nepomucký patrono della Repubblica Ceca? Una delle nazioni più agnostiche al mondo, dove i cattolici non superano il 10% della popolazione, e nell'ultimo censimento il 35% si è definito "irreligioso" e il 40% non ha nemmeno risposto alla domanda? Jan di Nepomuck era un pio suddito del Regno di Boemia, Stato piccolo ma importante; specie quando alla fine del Trecento il suo re, Venceslao (Václav) il Pigro, riesce a farsi eleggere Sacro Romano Imperatore. Non deve fare una campagna elettorale a tappeto: gli elettori sono sei, uno dei quali è proprio lui. Non solo, ma essendo re di Boemia e principe del Brandeburgo, la Bolla d'Oro gli riconosce il doppio voto (come il jolly ai GSF).

Nepomuceno in un ponte a Borghetto sul Mincio, con un'aria tipo ma dove mi hanno infilato.
Nepomuceno in un ponte a Borghetto sul Mincio,
un’aria tipo ma dove mi hanno infilato.
Essendo Imperatore, Re e Principe, Venceslao ritiene di avere il sacrosanto diritto di nominare vescovo un suo sodale; purtroppo nessuna diocesi è vacante. In compenso è appena morto l'abate del monastero di Kladruby; Venceslao converte l'abbazia in diocesi e ordina ai monaci di sospendere le procedure per l'elezione dell'abate. I monaci non lo ascoltano e nel marzo 1393 eleggono il loro collega Olenus. Jan è il vicario generale dell'arcivescovo di Praga, che ratifica la nomina. Venceslao lo fa arrestare insieme ad altri tre membri dello staff; li fa torturare finché gli altri tre non cambiano idea, e infine condanna l'irremovibile Jan a morte per annegamento nella Moldava (il fiume che attraversa Praga - da non confondere con l'omonima repubblica che sta molto più a est). Fin qui Jan ha tutte le carte per diventare il Thomas Becket boemo: un ecclesiastico tutto d'un pezzo che non si arrende ai diktat del potere temporale e difende fino alla morte l'autonomia della Chiesa. E però la fortuna di Jan sarà molto inferiore a quella del collega inglese: i tempi stanno cambiando. Proprio in quel 1393 a Praga un giovane studente squattrinato sta prendendo la laurea breve in filosofia. Si chiama Jan Hus.

La linea che separa medioevo ed età moderna non taglia lo spazio-tempo in due tronconi netti: a osservarla da vicino è un intrico di linee più sottili e spezzate. Una di queste linee passa proprio per Praga, per quel 1393; Giovanni Nepomuceno, annegato per ordine dell’imperatore, vive e muore in uno spazio ancora solidamente medioevale: il che consente a chi verrà dopo di lui di mitizzarlo, addirittura di anticipare la data della sua morte per farla combaciare con la leggenda. Jan Hus è già al di qua del confine: di lì a poco otterrà una cattedra di teologia e ne approfitterà per divulgare le opere di John Wyclif malgrado qualche papa le abbia già trovate eretiche. In comune i due Jan hanno un tratto del destino: anche Hus sarà gettato in un fiume (il Reno che passa per Costanza), non prima di essere stato carbonizzato sul rogo e convertito in cenere. Un secolo dopo, Lutero eviterà per un soffio la stessa fine. La riforma protestante comincerà in Boemia con un secolo d’anticipo, e assumerà i tratti di una guerra di popolo contro la prepotenza dei regnanti di lingua tedesca. Tutto questo mette in ombra il sacrificio del primo Jan, morto per una causa che i praghesi non riconoscevano più.

Di canonizzazione non si parlerà per altri duecento anni: in mezzo ci sono tutte le guerre di religione che innaffiano l’Europa, facendola germogliare in una forma tanto diversa – gli hussiti contro l’imperatore, gli hussiti pro-Lutero contro gli hussiti anti-Lutero, le guerre di religione del Cinquecento e la guerra dei Trent’anni che prende il volo proprio da una finestra del castello di Praga. Al termine di tutto il processo, i cattolici manterranno in Boemia una presenza residuale, tutelata dagli Asburgo. La necessità di trovare un eroe comune, uno Jan cattolico da contrapporre al più famoso Jan dei protestanti, inciampa in una difficoltà: Nepomucký ormai è una figura evanescente. Miracoli pochi, anche perché nel periodo hussita nessuno più glieli chiedeva. E a distanza di secoli è persino difficile capire cosa abbia fatto di eroico: ha scelto il martirio, d’accordo, proprio come Hus, ma per difendere cosa? Sul serio val la pena di morire per una ratifica? Anche il fatto che avesse disobbedito a un imperatore non doveva aiutare molto la sua causa presso una minoranza protetta dagli Asburgo. D’altro canto, se la sua storia non era più interessante, si poteva pur sempre cambiare.

vltava nepomuk

È così che progressivamente la storia di Jan Nepomucký assume connotati diversi. Viene spostata dieci anni indietro (forse a causa del refuso di un cronista), e confusa ad arte con un oscura vicenda di gossip di corte. Jan diventa il confessore della moglie dell’imperatore Venceslao – non inverosimile, dopotutto era il canonico della cattedrale – e sull’imperatrice Giovanna di Baviera vengono fatti penzolare turpi sospetti. A Venceslao spetta ora il ruolo del classico re becco dei romanzi cavallereschi. Sospetta la tresca, ma Jan è integerrimo e si rifiuta di violare il segreto professionale e sacramentale: e allora Venceslao lo annega. Riscritta così, la storia fila meglio: difendendo il sacramento della confessione, Jan diventa il difensore di tutto il cattolicesimo. Ora sì che lo si può venerare in quanto martire. Tanto più che i gesuiti hanno l’idea di pubblicizzarlo come patrono degli annegati: un colpo di genio che conquista a Jan, anzi a Johannes Nepomucenus (finalmente canonizzato nel 1729), un cospicuo numero di chiese anche in Italia, da Venezia al Polesine a Livorno ad Acireale e in generale un po’ ovunque un fiume o una bufera minacci il povero cristiano. Anche la sua statua va molto forte nelle nicchie sui ponti. In patria molte furono rimosse e distrutte al termine della grande guerra, mentre la Cecoslovacchia si affrancava finalmente dagli Asburgo e si apprestava a decollare come repubblica laica dalle enormi potenzialità industriali. Però la lapide con la croce dalle cinque stelle è rimasta, nel luogo dove Jan sarebbe stato buttato a mare. Ancora oggi qualche anziano si leva il cappello. I turisti invece sfiorano la grata in ferro battuto: pare che porti 10 anni di fortuna. Certo, giù in piazza Jan Hus ha un monumento molto più grosso. Ma non lo sfiora nessuno, i protestanti non vanno in giro a toccar cose.

martedì 14 maggio 2019

Gli angeli zappano per te

15 maggio – Sant’Isidoro lavoratore, contadino col pilota automatico (1070-1130)



[2013]. Un altro Isidoro; questo non si nasconde in remoti conventi, non soffre di misteriose patologie e non inventa Internet; al limite può essere considerato il primo utilizzatore di un pilota automatico, perché è sostituito nelle sue incombenze da un angelo che si mette a zappare quando Isidro ha bisogno di pregare; e ne aveva bisogno spesso, essendo un santo.

Isidoro il contadino viveva con la moglie, Maria Toribia (beata, patrona dei lavori domestici) nei pressi di Madrid, cittadina araba riconquistata di fresco da sovrani cristiani, che mai avrebbe sospettato di trovarsi al centro di una nazione molto di là da essere disegnata sulle cartine, la Spagna. Colleghi invidiosi notano la sua abitudine ad assentarsi spesso dalla postazione di lavoro; se ne lamentano con il boss, ma questi constata che a parità di salario la produttività di Isidro è superiore a quella dei compagni. Miracolo! O più semplicemente Isidro ha scoperto le virtù rigeneranti del break, quattro secoli prima dell’introduzione del caffè nella penisola iberica.

Perciò Sant’Isidoro l’agricoltore è anche il vostro patrono in questo esatto momento, cari internauti che senza nessuna necessità al mondo siete venuti a vedere se c’era qualcosa di nuovo da leggere qui: e ve la meritate, lettori in pausa caffè, senza di voi nessuno avrebbe mai inventato l’internet; che consta al 70% di siti frequentati da gente che procrastina impegni professionali mentre sorbisce bevande calde. E fate bene, sarete molto più produttivi dopo che vi sarete rilassati un po’. Ma facciamola comunque corta – l’angelo ha detto che vi copre altri due minuti, non di più.

domenica 12 maggio 2019

Epifanio di Salamina e la castrazione semantica

12 maggio – Epifanio di Salamina (315-403), dottore della Chiesa, blastatore di eretici


Epifanio un po’ lo invidio. Erano tempi un po’ più semplici, almeno per gli intellettuali: esistevano le Scritture, un po’ di patristica, qualche classico pagano ancora universalmente rispettato, e il resto erano fake news, sciocchezze, teorie del complotto da liquidare senza pietà. Non ci mettevi neanche molto: un versetto biblico assestato al momento giusto ti buttava giù tutto l’impianto gnostico, ammesso che gli gnostici avessero un impianto. Epifanio scrisse moltissimo (anche per questo lo invidio) e la sua opera che conosciamo meglio, diciamo pure la sua opera che conosciamo un po’, ha un titolo fantastico: Panarion. Lo trovate a volte tradotto come “Contravveleno”, e i latini preferivano chiamarlo col titolo generico “Adversus omnes haereses”, già appioppato a un Ireneo e a uno pseudotertulliano. Ma Panarion è molto più incisivo e pratico, Panarion era la cassetta del pronto soccorso, con le ampolline degli antidoti e le pinze, le tenaglie, i seghetti, tutto quello che poteva servire ai medici di quei tempi.


In libreria è disponibile
solo a puntate
(piuttosto costose).
Quando scriveva il Panarion, Epifanio non voleva soltanto debunkare gli eretici, ma anche fornire gli strumenti più pratici a chiunque si trovasse in una situazione d’emergenza, circondato da eretici da contrastare nel modo più rapido ed efficace possibile. Quindi ecco un prontuario di tutte le eresie, ramificate e catalogate come malattie, ed ecco un elenco di tutti gli argomenti che puoi usare contro di loro. Molti di questi argomenti – proprio come le medicine del tempo – erano più tossici delle eresie che contrastavano: per difendere la vera fede Epifanio non esita a mettere in giro contro i nemici le fantasie più nere raccattate chissà dove: deliri orgiastici e pranzi rituali a base di sangue di neonati che ritroveremo migliaia d’anni più tardi ancora sugli scaffali delle librerie dei nazisti. La messa nera come ce la immaginiamo oggi nei film dell’orrore forse l’ha descritta per primo Epifanio. Il quale da buon Padre della Chiesa un po’ si vergognava di allestire questi siparietti scandalistici, ma continuava ad avvertire il lettore che erano necessari. Qualsiasi gossip era necessario, contro il nemico. E i nemici erano dappertutto, per dire Epifanio era uno che se trovava in giro immagini religiose le strappava con sdegno, del resto la Bibbia era molto precisa su quel punto, per dire che anche papa Francesco sarebbe un eretico dal punto di vista di Epifanio.


Origene
Tra le voci che Epifanio contribuisce a diffondere, c’è quella contro Origene di Alessandria, il celebre teologo di due secoli prima. Anche dopo essere stato dichiarato eretico, Origene continuò ad avere ammiratori insospettabili tra cui Girolamo e Ambrogio. Epifanio invece non lo poteva soffrire e inveiva su di lui come Burioni sui vaccinisti, nel mentre che raccoglieva le voci più infamanti sui suoi seguaci. Origene, tra le altre turpi cose, si sarebbe evirato per evitare le tentazioni della carne: questa cosa perlomeno raccontavano su di lui i suoi detrattori da più di cent’anni, ed Epifanio non aveva nessun interesse a negarla. Nel Panarion però accoglie un’altra ipotesi, meno nota, e cioè che Origene, invece di tagliarselo, ricorresse a una pozione a base di erbe che otteneva lo stesso risultato: in pratica Origene avrebbe sperimentato su di sé la castrazione chimica e qui finisce il pezzo su Epifanio e comincia il vero pezzo che volevo scrivere, un pezzo sulla castrazione chimica.


In realtà è un pezzo che ho già scritto e mi piacerebbe migliorare, ma non ho tutto il tempo del mondo, come Epifanio, né posseggo la concentrazione di Origene. Inoltre, non so se avete notato come funziona il grande dibattito delle idee su internet: uno ha una serie di argomenti che amerebbe studiare, su cui amerebbe scrivere, ma chi se li leggerà? Chi è che una mattina qualsiasi potrebbe decidere di passare la pausa caffè a leggersi due cartelle sulla castrazione chimica? Nessuno. E così bisogna aspettare. Cosa? Che un politico tiri fuori l’argomento: di solito in campagna elettorale. In sostanza il politico è l’accattone con la fisarmonica, io l’orso che balla. Anche il dibattito politico del resto funziona così ormai, è una specie di contest tra dj che ci fanno ballare, non con le canzoni ma con gli argomenti. Uno tira fuori, che ne so, l’abolizione della povertà, e per due o tre giorni balliamo tutti ah ah ah, abbiamo davvero abolito la povertà? Poi ne arriva un altro con la flat tax (ma a tre aliquote), e ci mettiamo a ballare su quella. Vince il dj con la playlist di argomenti più ballabili, quello che li riesce a mixare eliminando i tempi vuoti – e va da sé che in questo periodo Salvini non ha rivali, è teso come una molla, non ti concede un secondo. Qualsiasi cosa succeda lui ha una soluzione pronta, una parolina magica che risolve: No euro! Flat tax! Educazione Civica e Grembiulini! Case chiuse! Chiudiamo i porti! Qualche giorno fa aveva anche Castrazione chimica, ed è appunto il momento in cui sono andato a riprendermi le mie due cartelle sull’argomento dal mio panarion personale.


Salvini
Quel che mi affascina delle formulette salviniane è che sono davvero promesse elettorali a costo zero: i porti sono già chiusi ai migranti, e Salvini non li ha veramente resi meno accessibili. L’educazione civica si fa già; i grembiulini alle primarie si indossano ancora; la flat tax a più aliquote esiste già; la prostituzione è già legale. E la castrazione chimica? Beh, in Italia la castrazione chimica sarebbe una relativa novità. Con un piccolo dettaglio: che non è una vera castrazione. Non condivide con la castrazione i dettagli che rendono la parola più vivida, più memorabile, più spendibile per un politico che voglia fare la voce grossa e restare in mente all’elettore: non è una mutilazione, non è irreversibile, non è sanguinosa, non è nemmeno una punizione. È una cura ormonale. Che probabilmente non funziona (non basta intervenire sugli ormoni per prevenire i comportamenti violenti), ma notate il paradosso: il tizio che si gonfia il torace proponendo di castrare i maniaci sessuali, in realtà sta dicendo che sono malati e che andrebbero curati (e non imprigionati). E noi che subito scattiamo sdegnati per dimostrare il nostro progressismo, ecco, forse ci facciamo fregare anche stavolta. Davvero saremmo contrari a una cura ormonale come alternativa alla detenzione?

Orwell
Quando usa la parola “castrazione” Salvini evoca nel suo pubblico le immagini violente di forbici, coltelli, tenaglie da norcino. Ce lo conferma il De Mauro Paravia: castrare significa “asportare o far atrofizzare gli organi della riproduzione di un animale”. Asportati o atrofizzati che siano, si dà per scontato che quegli organi siano irrecuperabili. Anche l’accostamento immediato con “chimica”, una bella parola moderna, asettica, non cambia molto il risultato; una mutilazione è una mutilazione anche se al posto della lama di coltello è praticata mediante capsule colorate. Sempre legge del taglione è, quella abolita non già grazie a Beccaria, ma addirittura da Rotari re dei Longobardi. E la discussione potrebbe finire qui: grazie ministro ma l’alto medioevo non c’interessa, neanche nella versione chimica. A questo punto di solito interviene qualcuno con l’argomento ‘il medioevo non ti piace perché non hanno ancora toccato i tuoi bambini’, e la discussione prosegue all’infinito, senza offrire più nessuno spunto di interesse.

La castrazione chimica è una cosa che non esiste. È un nome feroce, che evoca lame arrugginite e barbare mutilazioni, appioppato a una banale cura ormonale senza effetti definitivi. Come andare dal barbiere a “decapitarsi” barba e capelli. O dal dentista affinché ci “amputi” un dente cariato. Allo stesso modo, da qualche anno in alcuni Paesi il condannato per reati sessuali può chiedere di essere “castrato” chimicamente per usufruire di uno sconto di pena. È chiaro? In cambio di un po’ di pilloline tornano fuori prima. E una volta fuori, chi di voi madri e padri premurosi sarà in grado di accertare che il maniaco continui ad assumere la pillolina?


Aveva ragione Orwell: chi controlla il significato delle parole, controlla il Potere. Allo stesso tempo aveva torto: lui pensava che il Potere avrebbe chiamato “libertà” la dittatura, “amore” le torture; per ora le cose vanno in modo diverso. C’è in circolazione una cura (per la verità ancora non molto sicura), per i maniaci sessuali, e il Potere decide di chiamarla “castrazione”, per darsi un tono. Salvini non è un boia che si atteggia a damerino, ma l’esatto contrario. Per rimanere popolare deve fare il gradasso. Certo, se proponesse la libertà anticipata ai pedofili in cambio di una cura ormonale senza effetti definitivi, sarebbe sommerso di fischi. Ma è proprio quello che sta facendo: salvo che la cura ormonale ha questo nome formidabile, “castrazione chimica”. Senti che suono che fa, senti come ti riempie la bocca. E tanto meglio se nel frattempo ti svuota anche le galere, con quel che costa un carcerato.

E funziona? Dipende dai punti di vista. Probabilmente non salva nessuno dalle insidie degli stupratori. Ma come arma mediatica è fenomenale: vuoi mettere quant’è liberatorio e popolare poter affacciarsi al balcone e gridare “castrazione chimica”, ogni volta che una donna o un bambino ci va di mezzo? Tanto più che se si trovasse qualcosa di realmente efficace contro la violenza sessuale, il mondo si svuoterebbe di donne e bambini abusati e genitori impauriti, e a quel punto gridare al balcone non servirebbe più, bisognerebbe inventarsi qualcos’altro. Ma finché c’è un problema vero, e uno slogan efficace, non c’è nessuna necessità di risolvere il problema. No, neanche quello dei vostri bambini, mi spiace.

Forse allora aveva ragione Pasolini, in una sequenza di quel film orribile. Perché mai il Potere dovrebbe mutilare realmente le sue vittime, quando può mettere in scena la mutilazione all’infinito? “Imbecille, non lo sai che vorremmo ucciderti mille volte fino all’infinità possibile prima di ucciderti per davvero?

sabato 4 maggio 2019

Il Cristo come non l'avevano mai visto

(Questo pezzo è il seguito di Il selfie di Gesù, pubblicato il luglio scorso. Credo che si possa leggere anche separatamente. Si parlava di immagini acheropite, ovvero non prodotte da mano umana, ma impresse miracolosamente sulla tela: se ne parlava come di possibili antenati della fotografia. E seguendo la pista di una immagine del volto di Gesù smarrita nel medioevo, si arrivava alla Sindone).

4 maggio – Santa Sindone.



Sempre lei. Il telo più studiato del mondo, a quanto dicono. Qualche mese fa l’ennesima ricerca sulla Sindone approdò sulle prime pagine, il che di solito è un buon segno: quando si tira fuori la Sindone di solito è perché non sta succedendo niente di troppo drammatico nel mondo. Scoprimmo che “metà delle macchie di sangue sono false“, un titolo che è capolavoro nel creare dibattito senza scontentare nessuno e suggerire che metà del sangue potrebbe anche essere vero. Non credo che i responsabili dello studio in questione abbiano sollecitato un titolo del genere, eppure in un qualche modo un titolo del genere è il compendio di tutta la sindonologia: anche chi vuole dimostrare che la Sindone non è acheropita, ovvero è stata dipinta da mani umane, dà la sensazione di non desiderare mai dimostrarlo del tutto. Perché da un punto di vista epistemologico forse è impossibile dimostrare una cosa senza ragionevole dubbio? Certo, ma soprattutto perché a quel punto il mistero finirebbe, e non si potrebbero più finanziare ulteriori ricerche. Per fortuna dall’altra parte ci sono e ci saranno sempre sindonologi convinti che quel tessuto è acheropita, è miracoloso, è una proiezione tridimensionale di un cadavere palestinese del primo secolo. I sindonologi scettici lottano contro i sindonologi credenti, ma solo gli uni danno in fondo agli altri la ragione d’essere, e viceversa. A volte viene il sospetto che ormai si siano messi d’accordo, che una volta al mese vadano in trattoria insieme e alla dodicesima bottiglia di rosso ci scappino anche gli scherzi da prete, professoressa, stia più attenta guardi che macchia ha fatto, sembra il costato di Nostro Signore. Monsignore, ha ragione! e la sua chiazza di sugo sembra la stimmate sul piede. Forse dovremmo testare il tessuto per il ragù, è mai stata fatta una prova col ragù? Attenzione attenzione adesso io con la delizia al lampone provo a fare la stimmate della mano destra, se viene credibile il conto lo pagate voi. Eccetera.


Batti un cinque gnomo zoppo

La Sindone, tra le altre cose, è un insieme di macchie, e le macchie sono pericolose, anche lasciando stare Rorschach. Nelle macchie ognuno trova sempre quello che vuole trovare. La pareidolia ha origine dalla nostra stessa necessità di riconoscere al volo i volti, e decifrare rapidamente le loro espressioni. Nel corso di milioni di anni siamo diventati piuttosto bravi; il prezzo da pagare è che ogni macchia sul muro ci sembra una faccia, e ogni faccia ci vuol dire qualcosa, c’è chi ci perde la testa. Prima di affrontare la Sindone avevo studiacchiato un po’ un’immagine acheropita persino più famosa, la vergine della Guadalupe: anch’essa, come il Mandylion di Edessa, non fu immediatamente considerata acheropita: all’inizio i fedeli sapevano che era stata dipinta da un pittore (l'”indio Marcos”) ma forse all’inizio anche la pittura era una dote così rara e pregiata che si confondeva col miracolo; come nel secolo iconoclasta a Bisanzio, la sola capacità di disegnare qualcosa di simile al vero faceva di te un medium tra il divino e l’umano; poi il tempo passa, un sacco di gente impara a disegnare anche meglio di te, addirittura qualcuno inventa la fotografia e a quel punto un’immagine eccezionale deve distinguersi in qualche altro modo: nasce la leggenda dell’indios José che avrebbe ricevuto la tilma miracolosa dalla madonna sul sacro monte (sacro alla dea azteca Tonantzin, ma quella è un’altra storia). La vergine della Guadalupe diventa dunque una foto, salvo che dopo un po’ siamo talmente abituati alle foto vere che non riusciamo più a credere che la vergine della Guadalupe lo sia. Servono altre prove, e così qualcuno comincia a ingrandire le foto alla ricerca di cosa? Di macchie, si trovano soltanto macchie, ma le macchie dicono tutto quello che vuoi. La vergine ha praticamente gli occhi chiusi, ma se ingrandisci quella piccola fessura di occhio aperto ci trovi… niente, probabilmente non ci trovi niente, i buchi del tessuto, ma se ingrandisci le foto in bianco e nero trovi macchie d’inchiostro e la pareidolia fa il resto: in quelle macchie d’inchiostro vengono identificati i testimoni del miracolo, le persone che stavano guardando la tilma nel momento in cui s’impressionò con l’immagine della vergine. Che storia affascinante, che puttanata incredibile, a che livello ci si abbassa quando si cercano motivi per credere in qualcosa. Ci sono studiosi che sfidano il ridicolo, e a volte lo vincono.
Nel 2009 Barbara Frale è una stimata medievalista. I suoi studi sui Templari – studi rigorosi, basati sulla lettura degli atti del processo francese del XII secolo, finalmente resi disponibili dal Vaticano – sono stati apprezzati tra gli altri da Umberto Eco. La Frale in realtà ha anche altri interessi, non vorrebbe fossilizzarsi sull’argomento della sua tesi di laurea, ma (spiega in un’intervista), ogni volta che propone agli editori un argomento, quelli le rispondono: non hai mica invece qualche cosa sui Templari? Barbara Frale qualcosa in effetti ce l’ha. È un’idea spericolata, che potrebbe appannarne la reputazione. Le si è presentata alla mente durante lo studio dei verbali del processo, in uno di quei momenti in cui all’improvviso unisci due puntini e ti capita di urlare Eureka, sì, succede anche agli storici. È un’intuizione folle, bisognerebbe essere prudenti. Ma gli editori insistono, e l’idea rimane lì, un chiodo fisso.



Quel che succede in seguito sembra un capitolo di un romanzo di Eco: la storia appassionante di una studiosa sedotta dal demone più insidioso (per uno storico): lo spettro della Somiglianza. Cosa altro può spingere la Frale a pubblicare per il Mulino un libro in cui cerca di dimostrare che la Sindone non è, come dicono gli esami al carbonio, un panno trecentesco, ma lo stesso Mandylion custodito prima a Edessa e poi fatto portare a Costantinopoli dal basileo Romano I? È una tesi temeraria, che finisce per posarsi su una premessa ancora più ardita: la Sindone sarebbe un tessuto medio-orientale del primo secolo, le lesioni dovute alla piegatura sono compatibili con i contenitori in cui nel deserto gli Esseni tenevano i lenzuoli; sul panno oltre alla sagoma del morto si vedono delle scritte, in greco, degli sgorbi che potrebbero essere ebraico, e sia il greco che l’ebraico sono del primo secolo, nel tredicesimo sarebbero risultati incomprensibili; ciò dimostrerebbe che la Sindone non è un documento del XIV secolo ma del primo dopo Cristo; insomma la Sindone è vera, la Frale non arriva a dirlo, ma afferma che prima era custodita in un recipiente dagli Esseni, poi è passata a Edessa, poi a Costantinopoli, poi durante l’imbarazzante saccheggio del 1204 i templari l’hanno presa, l’hanno trovata un documento incredibile che provava che Gesù Cristo oltre a Dio era stato un uomo ed era morto come un uomo (seppure temporaneamente): una testimonianza che avrebbe messo a tacere ogni rigurgito monofisita, ogni tentativo degli eretici di sostenere che Gesù fosse solo Dio e non uomo, che il suo corpo fosse un fantasma, un mero involucro, eccetera eccetera.

Di eretici del genere ce n’erano molti al tempo: in particolare nella Francia meridionale, dove avevano prosperato i Catari (Albigesi) fino ai massacri del 1222-1229; qui anche i Templari avevano molte basi, il che forniva ai loro detrattori un argomento irresistibile: siete catari mascherati, vi siete fatti templari per sfuggire alle persecuzioni. Contro queste dicerie, i Templari decidono di ricorrere alla Sindone, simbolo ma anche dimostrazione della corporeità del Cristo; la usano per le cerimonie di iniziazione ma non raccontano a nessuno di esserne giunti in possesso, forse perché poi avrebbero dovuto ammettere di averla rubata ai bizantini. La Frale scrive tutto questo, il Mulino glielo pubblica, il libro viene recensito con tutti gli onori (un paginone centrale su Repubblica), molti colleghi restano perplessi. Roba da Indiana Jones, anzi peggio, da Dan Brown. La Frale non demorde, risponde alle critiche più cattive, scrive altri due libri sull’argomento, ormai tra le due squadre di sindonologi ha scelto da che parte stare; e indietro non si torna.



La pareidolia è probabilmente un vantaggio evolutivo: ci consente di riconoscere i volti e decifrare le emozioni. E allo stesso tempo ci condanna a riconoscere anche quello che non c’è, a trovare il senso anche a macchie che non lo hanno. Da uno storico rigoroso ci aspettiamo che resista alle seduzioni della pareidolia; non di quella che ci fa identificare occhi e naso in una macchia di umidità sul muro, ma quella che ci istiga a riconoscere cause ed effetti nelle macchie casuali della storia. La pagina più bella del libro della Frale è quella in cui Costantino Porfirogenito scopre le forme del Cristo sul Mandylion, appena recuperato dagli arabi di Edessa. Ricordiamo la scena: i figli dell’imperatore sono davanti alla tela e non vedono niente. Costantino invece (che dell’imperatore è soltanto il genero, ma poi ne diventerà il successore) vede l’immagine e ne resta profondamente turbato. Questo per la Frale significa due cose: primo, l’immagine si vede solo da lontano. Proprio come la Sindone. Secondo: è un’immagine incredibile, scandalosa per i bizantini del tempo, abituati a icone ieratiche e stilizzate. Il mandylion non è ieratico, non è stilizzato, è un’immagine di realismo insopportabile, pare dipinto col sangue e col sudore. Il mandylion è la sindone (per la Frale). Da qualche parte era stato pur scritto che il mandylion era “piegato in otto”: ecco spiegato perché veniva rappresentato solo come un piccolo panno col volto di Gesù; il resto del corpo restava nascosto sotto, difeso da quelle pieghe che col tempo lo avrebbero consumato. È una scena affascinante, ed è a quel fascino a mio parere che la Frale non ha saputo resistere. Il resto sono dettagli: le scritte greche con gli errori di grammatica, gli sgorbi che forse sono alfabeto ebraico ma si vedono così male che potrebbero essere rune di Tolkien, addirittura le tracce di monete sugli occhi (monete con scritte in latino!) e una traccia di terriccio sul naso – dunque il modello doveva essere caduto, sulla via del supplizio, almeno una volta. Tutte macchioline, che la Frale ha voluto leggere così perché ormai si era convinta che la Sindone è autentica: pareidolia. Uno storico deve diffidarne, ma a quel punto forse si troverebbe senza più piste da seguire, senza più storie da raccontare. Io che storico non sono, potrei contribuire semplicemente mostrando come le macchie possono assomigliare anche a tutt’altro. Per esempio:
Torniamo al ritrovamento del Mandylion. Ricordiamo i dettagli. Nel 943 l’imperatore Romano I aveva mandato un suo plenipotenziario a trattare coi musulmani di Edessa, una città che se davvero aveva avuto il Mandalyon, ormai lo aveva perso da più di un secolo. Il plenipotenziario fa un’offerta davvero irrifiutabile: libertà per i prigionieri, immunità eterna, eccetera. I musulmani decidono che se il prezzo da pagare per un accordo del genere è un’immagine del Cristo, si può anche provare a farne una. Dev’essere però un falso credibile. Bisogna trovare un pittore. Ahi, non ce n’è. Siamo in terra d’Islam, l’iconoclastia ha vinto, i pittori non dipingono Dio e per sicurezza ormai non dipingono più nessuna figura umana, nessuna figura vivente, nessuna figura tout court. Solo figure geometriche e calligrafia. Ormai non c’è più nessuno che sappia mettere assieme due occhi e un naso sulla tela, e alle porte della città c’è un nemico che offre un sacco di soldi e la liberazione dei personaggi in cambio di una faccia su una tela. Se solo ci fosse un modo di fissare una faccia su una tela.
E se qualcuno avesse trovato il modo?

Abbiamo già visto che un primo Mandylion viene rifiutato dal plenipotenziario in quanto falso. Nell’occasione però il plenipotenziario ha avrà avuto la possibilità di chiarire alcuni dubbi sull’immagine, insomma di spiegare che immagine si aspettava di trovare a Edessa: dai, siete saraceni, veniamoci incontro, io devo riportare al mio boss un’immagine così e così, trovatemene una e siamo a posto. È una proposta ragionevole; salvo che a Edessa non c’è nessuno che la sa realizzare. Che si fa?

Va bene, si sarà detto qualche notabile di Edessa, se non sappiamo disegnare i volti, ci sarà pure qualche modo per ottenerli senza disegnare. Abbiamo tintori, abbiamo tessitori, abbiamo un sacco di artigiani: ingegniamoci. Qualcuno magari ricordava d’aver letto da qualche parte di un antico sistema per proiettare immagini su tela; qualcuno in sostanza potrebbe aver ricostruito la camera oscura, come l’aveva descritta secoli prima Aristotele e come la descriverà cinquant’anni più tardi il grande scienziato egiziano Alhazen (Ibn al-Ḥasan). E qualche altro artigiano potrebbe anche aver trovato qualcosa in più, qualcosa che in Occidente ci abbiamo messo altri secoli a scoprire o forse non abbiamo nemmeno scoperto: un processo chimico, un reagente strano, insomma, qualcosa che lascia impronte di luce sulla tela. Fantastico.


Però a questo punto serve un modello. Che assomigli al Cristo, ma che ne sanno i musulmani di Edessa del cristo? È un profeta del Corano, morto malissimo, in seguito a una di quelle barbare torture occidentali. Sanguinava qui, qui, e qui. Hmmm. Ci vorrebbe un modello. Andate al suk a prendermi un mendicante che abbia libera una mezza giornata. Uno abbastanza giovane, con la barba e coi baffi e i capelli lunghi. Se non vanno di moda procurate parrucca e barba finta. Ah, eccolo qua. Dunque, dobbiamo immaginarcelo che sanguina. Come si sanguina quando ti fustigano e poi ti crocefiggono? Qualcuno ha un’idea? Le frustate anche anche, ma la crocefissione è proprio un mistero. E quei maledetti cristiani vorrebbero un ritratto dal vero, ma come si fa? (I cristiani in realtà non pretendono tutto questo realismo; non sono nemmeno pronti per accettarlo, ma i musulmani di Edessa non se ne rendono conto. Per loro qualsiasi disegno di un corpo umano è qualcosa di estremo: quando si trovano costretti a realizzarne uno, ottengono il più estremo di tutti).
Ma insomma stiamo parlando di una ricompensa di 12.000 corone d’oro, oltre alla libertà per duecento prigionieri di guerra. Non possono correre il rischio di sbagliare, così qualcuno prima o poi lo propone: crucifiggiamo il modello, vediamo come reagisce, dove si raggruma il sangue ecc. Il tizio magari non è entusiasta, ma lo confortano: non ti faremo male davvero, beh, magari un po’ sì, ma sarai adeguatamente ricompensato, inoltre diventerai famoso, presso quei cani idolatri. E poi magari quando si calma lo ammazzano davvero, non si può escludere, e la Sindone oltre a essere la prima foto dell’umanità sarebbe il primo snuff. Il trucco riesce: gli artigiani di Edessa riescono a produrre un sudario con la figura intera e sanguinante, avanti e dietro. Questa è roba forte, questo farà impazzire quei pagani adoratori del corpo e del sangue. Lo impacchettano, lo consegnano al plenipotenziario, e appena quello è partito a cavallo scoppiano a ridere e a tirarsi manate sulle spalle: c’è cascato, chi l’avrebbe detto. Il plenipotenziario in realtà ci crede fino a un certo punto, è anche lui uomo di mondo, ma magari intasca una percentuale, e in ogni caso è sempre meglio che tornare a Bisanzio a mani vuote.



La Veronica vaticana
A Bisanzio all’inizio non capiscono: si aspettavano il solito disegno stilizzato, la tipica macchia gialla triangolare, e invece ecco una macchia molto diversa; quasi invisibile, ma incredibilmente realistica. La ripiegano ben bene perché forse non ne sopportano la vista. Trecento anni dopo, Costantinopoli è saccheggiata dai crociati; i templari si impossessano della reliquia e magari la utilizzano davvero per le loro cerimonie di iniziazione. Dopo il processo e lo scioglimento dell’ordine (1315), qualcuno in Francia meridionale rimane in possesso della Sindone: qualcuno che non ha più remore a mostrarlo nella sua interezza e nella sua nudità. I catari ormai sono scomparsi, i templari disciolti o entrati in clandestinità, il dibattito sulla corporeità del Cristo non è più così cruciale. In Occidente tutti sono convinti che Gesù sia vero Dio e vero Uomo, lo imparano a catechismo da bambini e poi nella vita si preoccupano d’altro. La sindone è interessante, ma non più sconvolgente. L’autorità religiosa non appare ansiosa di avallarne il culto, anche perché più o meno dal 1350 è una proprietà dei Savoia, mentre a Roma hanno la loro Veronica da esporre. In teoria l’autenticità di una reliquia non esclude l’altra – non è come il teschio di San Giovanni, di cui uno per forza dev’essere autentico, e gli altri fasulli. Il conflitto tra la Sindone e le veroniche medioevali è più sottile ed è a ben vedere il discrimine tra Medioevo e Rinascimento, e il motivo per cui a un certo punto il Vaticano la sua Veronica ha preferito nasconderla, come qualcosa che non potrebbe funzionare più. Eppure per secoli ha funzionato. Per secoli è apparso assolutamente plausibile, che l’immagine miracolosa del volto di Gesù fosse una chiazza barbuta triangolare. In fondo era un’immagine perfettamente coerente coi codici pittorici del medioevo, e forse le persone si raffiguravano così, nella fantasia e nei sogni, proprio come i nostri genitori sognavano in bianco e nero perché la loro fantasia era plasmata da cinema e tv senza colori. A un certo punto però qualcosa cambia: i pittori introducono la prospettiva, i ritratti diventano più tridimensionali, la figura umana perde quel tasso di stilizzazione che ancora conservava nei più realisti dei pittori medievali; una nuova generazione di artisti e studiosi si concentra sull’anatomia. Tra Giotto e Masaccio non c’è nemmeno un secolo: la Sindone è da qualche parte lì in mezzo e non ci sarebbe bisogno di trovare tracce di sangue vero per considerarla un miracolo: anche se è un manufatto, è un manufatto senza precedenti, realizzato con una tecnica che non conosciamo e con il possibile impiego di una camera oscura, almeno una generazione prima che cominci a usarla Leonardo Da Vinci a fine ‘400 (e infatti c’è chi ha proposto che l’abbia realizzata lui, su una tela però già vecchia). Secondo Hans Belting “non ha avuto successo nella storia dell’immagine”: è rimasta un unicum e non ha ispirato altri pittori a uscire dalle regole della raffigurazione tardomedievale. Il fatto che proprio in quei decenni gli artisti si stessero emancipando da quelle regole sarebbe soltanto una coincidenza. Questo più o meno è il quadro che abbiamo davanti, e che dovremmo accettare come il più plausibile.

Oppure potremmo strabuzzare un po’ gli occhi e cedere alla tentazione delle macchie. Le macchie raccontano la storia che vorremmo sentirci raccontare, che nel mio caso magari è questa: il realismo occidentale nasce un po’ per caso in una città musulmana del decimo secolo, dove un gruppo di artigiani, costretti a produrre il ritratto di un cadavere senza avere nessuna competenza pittorica, inventa per caso un procedimento fotografico. Dopo averlo inventato lo dimentica subito, perché le raffigurazioni sono comunque devianze occidentali di cui diffidare. Quanto agli occidentali, per quattro secoli nemmeno si rendono conto nemmeno di cos’hanno per le mani, finché dopo essere passato di mano più volte, il primo negativo fotografico della Storia arriva a Torino e comincia a ispirare qualche pittore che passa di lì. È una storia che non si può dimostrare. Soltanto raccontare. Ecco fatto, spero che nessuno se la prenda.