Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi. Noi no. Donate all'UNRWA.
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venerdì 17 gennaio 2025

Povero Valditara, povera scuola


– Valditara che dice che la sua riforma non è "ideologica" è esattamente il pesce che ti chiede cosa sia questa acqua di cui tutti parlano.  

– Se domani il Ministro dello Sport convocasse i giornalisti per spiegare la sua riforma del regolamento del giuoco del Calcio, la quale prevedesse l'introduzione di due tempi regolamentari di 45 minuti l'uno, la possibilità di effettuare almeno due sostituzioni e il divieto di retropassaggio al portiere in area, i giornalisti immagino che si gratterebbero la testa imbarazzati, perché le regole del calcio un po' le conoscono. La scuola invece no, non la conoscono purtroppo: perché ieri il Ministro Valditara ci ha spiegato che da qui in poi studieremo le poesie di Pascoli a memoria, le saghe e le leggende, ma anche Stephen King: come se in tutte le antologie per la scuola dell'obbligo (apritele!) non ci fossero poesie di Pascoli, saghe, leggende e Stephen King: insomma come se i primi ad aver pensato che Pascoli e King potessero essere letture interessanti per i nostri studenti fossero i membri della nuova commissione. Come se non leggessimo già queste cose più o meno da sempre: si vede che per i giornalisti non lo facciamo. Chissà cosa pensano che facciamo. Aeroplanini di carta?


– Ogni volta che il ministro di turno propone la sua riforma dei curricula scolastici, i giornalisti (se fossero interessati davvero alla questione) dovrebbero per prima cosa verificare se non si tratti anche stavolta di riforme a costo zero, ovvero se non vengano per caso aggiunte ore di scuola ai ragazzi, o create nuove cattedre. A ogni proposta insomma bisognerebbe avere la malizia di rispondere: come la finanzierete?

– Ad esempio, Valditara ha ritenuto spiegarci che il latino diventerà curriculare alle medie. Però "opzionale". Ovvero: i genitori potranno scegliere di farlo. Sarà una materia in più, nel pomeriggio? Ma significherebbe pagare altri insegnanti (o pagare di più quelli che insegnano già al mattino). O il latino "opzionale" andrà a sostituire altre discipline che quindi diventeranno altrettanto "opzionali"; e in questo caso, quali? Quali materie togliamo dalle 30 ore curriculari per il fondamentale rosa rosae senza il quale la civiltà occidentale è al tracollo? Una lingua straniera? Tecnologia? Scienze? Ovviamente non religione cattolica: e quindi cosa? In questo caso si formerebbero inevitabilmente classi differenziali, ed è inevitabile che quelle col latino sarebbero frequentate più spesso da italiani di origine italiana; inoltre, qualche insegnante perderà il posto perché la sua disciplina complessivamente sarà meno insegnata, per cui insisterei sulla domanda: chi domani sceglierà di studiare latino, cosa sceglierà di non studiare

– La Commissione convocata da Valditara a quanto pare ha inserito nelle sue linee guida lo studio del testo Percy Jackson e gli eroi dell'Olimpo, che in prima media non è probabilmente il peggior libro che si possa leggere; ma consentitemi di manifestare una certa perplessità nei confronti di una Commissione che ritenga necessario consigliare non tanto un determinato genere letterario (fantasy young adult con una spolverata di mitologia per tenersi aggiornati sulle radici occidentali), ma proprio uno specifico autore, manco fosse Tolstoj, e uno specifico testo, Percy Jackson e gli eroi dell'Olimpo: a quel punto poteva anche specificare l'editore, che guarda un po', è Mondadori. Meno male che il concetto di conflitto di interessi è stato abolito.


– Secondo Valditara e la commissione (i cui membri immagino e spero molto imbarazzati) la grammatica insegnerebbe il rispetto per le regole. Ora se c'è una disciplina che ti mette di fronte al carattere arbitrario e difettoso delle regole è proprio la grammatica: e studiando latino ti accorgi proprio che è dall'eversione delle regole latine che è nata la lingua italiana, di cui siamo tutti spero molto contenti e orgogliosi.

– Geostoria alle superiori è sempre stato un patetico espediente per togliere ore alla geografia, per cui anche qui la vera domanda è: aggiungete un'ora di geografia, e nel caso la togliete a chi? O la abolite proprio?

– Il motivo per cui abbiamo sempre studiato poca Bibbia a scuola non è accidentale né il prodotto di una decadenza dei costumi con inevitabile tramonto occidentale, bensì una conclusione ovvia alla quale pervennero gli intellettuali cristiani già nel quinto secolo, e parliamo di intellettuali cosmopoliti, tra cui parecchi africani, a cui Valditara non sarebbe degno di annusare la punta delle scarpe: Agostino da Ippona, Sofronio Eusebio Girolamo, stiamo parlando di gente così.

– Costoro (che a differenza di Valditara e commissione la Bibbia la conoscevano, e in certi casi ritenevano anche necessario credere a quello che c'era scritto) (e a differenza di Valditara e commessi vari, avevano insegnato davvero ed erano esperti di didattica sul campo) si rendevano bene conto del problema. Studiare significa, tra le altre cose, comprendere; comprendere la Bibbia significa, tra le altre cose, notare che non sembra affatto scritta da Dio, bensì da un gruppetto di compilatori di leggende mediorientali; e per concepirla invece scritta da Dio occorre costruirle tutto un insieme di congegni – le interpretazioni allegoriche, morali, anagogiche – che necessitano di personale già formato: gente che sappia già cosa deve insegnare agli alunni, dopodiché possono usare Pascoli, Stephen King, l'elenco telefonico: riusciranno comunque a interpretare l'elenco telefonico affinché dica le cose che gli alunni devono sapere.


– Detto in parole povere: la Bibbia era vietata ai dilettanti. A scuola era molto meglio insegnare Aristotele, che peraltro era fatto apposta. 

– Questo è il motivo per cui ancora oggi la Chiesa cattolica può aggiornare le sue opinioni senza grosse difficoltà dottrinarie, ragione per cui dopo qualche spiacevole incidente nel Seicento, non ci sono più state grosse difficoltà ad accettare le teorie scientifiche che una lettura letterale della Bibbia non consentirebbe.

– Se vogliamo un esempio di una società in cui ai dilettanti è stato permesso lo studio della Bibbia, non abbiamo che dare un'occhiata all'universo protestante: se da una parte non c'è dubbio che nei secoli abbiano letto di più e studiato di più, è anche vero che sono proprio alcune comunità protestanti ad essersi concepite in contrasto con la scienza, come se la Bibbia, siccome non contiene Darwin o Einstein, fosse un'alternativa a Darwin e Einstein. Il protestantesimo in linea di massima conduce a un bivio: o accetti che la Bibbia non è opera di Dio – e nel giro di una generazione non sei più né cristiano né protestante – oppure accetti che Dio sia quell'Entità abbastanza inquietante che la Bibbia descrive. Quella via di mezzo tra fanatismo e ateismo, che il cattolicesimo ha percorso per millenni, nell'universo protestante non è praticabile, e ce ne accorgiamo tutti i giorni.

– In alcune (non tutte) le antologie per la scuola secondaria di primo grado compare almeno una lettura dalla Bibbia, nella sezione dedicata ai miti e alle leggende. Capite il problema? Se ne studiamo di più, e certo possiamo, dovremo ribadire ancora di più che la Bibbia è un libro di leggende. Dopodiché entra il prof di religione cattolica che potrebbe voler insegnare l'esatto contrario, e perché no, è giusto che la scuola ospiti opinioni diverse. Dopodiché vostro figlio sceglierà, anche se non credo che è quello che desideravano Valditara e i suoi commessi. E pazienza.


giovedì 27 ottobre 2022

Aa presidente

Questa cosa dei femminili dei sostantivi è così poco interessante che persino io, che studio e insegno grammatica di mestiere, mi devo proprio sforzare per trovarla interessante. Siete anzi liberi di dichiarare che è cosa noiosa e che non vi interessa. 

Una volta. 


E poi non ne parlate mai più, e non vi si vede più in calce a qualche thread a infastidire gente che se ne sta interessando (e che in linea di massima ha studiato la questione un po' più di voi). Perché chi trova davvero un argomento noioso, di solito fa così: se ne disinteressa.

Se invece non perdete occasione per ribadire che bastaaaa, che noiaaaaaa, è proprio un'ossessioneeeee: ecco, sì, confermo: è un'ossessione, vostra. E ora una notizia: non esiste nessuna ossessione di sinistra per il "politically correct". Chi lo dice è pregato di citare qualche concreta proposta legislativa sul linguaggio inclusivo. Ne troverà poche o non troverà niente. Troverà invece nelle prime dieci pagine di google centinaia di opinionisti di destra ossessionati dal politically correct, con interventi che di solito si possono sintetizzare in bastaaa che noiaaaaa – l'idea che in questi anni la sinistra invece abbia parlato di grammatica inclusiva invece che di salari è risibile. Vera Gheno avrà parlato di grammatica inclusiva: è il suo campo, ne parla, che altro dovrebbe fare? Altri avranno parlato di salari, ma per qualche motivo nessuno ha deciso di selezionarli, inquadrarli, prenderli ad esempio di ciò che la sinistra fa. Il politically correct è un'ossessione della destra: un fantoccio di paglia che si è costruita col tempo, accumulando episodi per lo più marginali, per il 90% interpretati male ("genitore uno genitore due", lo schwa, persino il "petaloso"). Esiste una sinistra che si preoccupa solo di queste innovazioni grammatiche? Sì: nei sogni degli opinionisti di destra. Esistono linguisti che si preoccupano in particolare dell'inclusività della lingua e che fanno proposte per rendere l'italiano più inclusivo. Questo non risolve certo i problemi del mondo e nessuno lo pretende. 

Parte della noia che provo per l'argomento è dovuta dal fatto che, malgrado tutti ne parlino come di cosa di sconvolgente attualità, questa manfrina del politically correct la sento ripetere da che son nato, e sono nato in un altro secolo. Mi facevo già la barba quando Irene Pivetti diventò presidente della Camera e si faceva chiamare "il presidente della Camera" – se ne discuteva già allora, perché non la presidentessa? o la presidente? Ora, ciò che rende molto noioso il dibattito è che ormai le squadre sono fatte: la sinistra vuole i femminili e li vuole svelti ("la presidente"), la destra vuole una specie di maschile professionale sovraesteso che però non è mai stato formalizzato ("il presidente"). Dalla mia distanza, mi piace mantenere una certa neutralità e ricordare che stiamo parlando di linguaggio, ovvero di un terreno dove ogni scelta è arbitraria. Questo spiega alcuni paradossi: per esempio, aa Meloni che "sceglie", letteralmente, il genere con il quale vuole essere chiamata, fa qualcosa di vagamente simile agli attivisti woke che si scelgono i loro pronomi. Se siamo davvero liberi di scegliere il nostro genere grammaticale, anche aa Meloni lo è. Probabilmente anche in questo caso la nostra libertà è vincolata alla comunità dei parlanti, che possono recepire i desideri daa Meloni ma anche, magari in un secondo momento, mandarla a quel paese. Dipende un po' da tutti, da quanto ci interessa il problema. Ah non v'interessa? E allora non dovevate leggere fin qui, è già il terzo paragrafo, non lo rileggo nemmeno i

domenica 13 febbraio 2022

Continuerò a nominare le donne con l'articolo determinativo, anche se oggi è sbagliato


Buongiorno a tutte e tutti. Non è che abbia nulla di importante da aggiungere sull'argomento, ma siccome vedo si continua a parlare di schwa, e se ne parla soprattutto grazie ai detrattori dello schwa (perché è così che funziona, sempre, ma tanto non mi ascoltate), ora mi metterò sulla scia. Ne approfitto per dare una spiegazione a chiunque si ostini a venire a leggere qualcosa qui. Nessuno me l'ha chiesta, nessuno forse la leggerà fino in fondo, ma insomma prima o poi sento di dover spiegare perché mi ostino a scrivere certe parole in un certo modo. La fondamentale questione che affronterò qui sotto è l'articolo determinativo davanti al cognome femminile, che per una questione di linguaggio inclusivo molti tendono a eliminare. Io no. 

A meno che qualcuno non riesca a farmi cambiare idea – ma lo sapete quant'è difficile – io continuerò a usare l'articolo determinativo davanti al cognome femminile. Questo in pratica significa che laddove mi capitasse di scrivere un pezzo in cui compare, per fare un esempio, l'attrice Isabella Rossellini, io cercherei per quanto possibile di scrivere sempre nome e cognome per esteso; ma se per brevità dovessi eliminare il nome, la chiamerei "la Rossellini", mentre se scrivessi soltanto "Rossellini" probabilmente starei alludendo al padre regista. Ora, non c'è dubbio che questa abitudine – che quando ho imparato a scrivere era considerata una buona abitudine – possa essere intesa in senso discriminatorio: io però ci ho ragionato molto e ho deciso che non la sto usando in questo senso e che quindi continuerò a usarla. Perché?

Non lo faccio perché io creda, come si credeva fino a qualche decennio fa, che le donne siano in qualche modo meno 'proprietarie' del loro cognome: per me la Rossellini ha gli stessi diritti di suo padre di chiamarsi così. Si tratta di una questione pratica, perché è la pratica che mi orienta sempre in queste situazioni: così come lo schwa mi sembra poco pratico, allo stesso modo abolire l'articolo mi toglie un sistema molto semplice per distinguere, in un testo scritto, una persona di sesso maschile da una persona di sesso femminile. E veniamo al nucleo del discorso: distinguere non è (necessariamente) discriminare. A chi mi chiedesse: perché ci tieni tanto a far capire sempre e comunque che la persona di cui tu parli ha un determinato sesso?, risponderei: non è che ci tengo tanto, ma se la lingua che sto usando mi dà la possibilità di veicolare con lo stesso numero di parole un'informazione in più, perché me ne devo privare? non vedete quanto sono già lunghi i pipponi che scrivo? Se ho la possibilità di mostrare a tutti i lettori, con due lettere, che una persona di cui sto parlando è una donna (o un uomo), perché devo rinunciarvi, col rischio di dover poi precisare nel paragrafo successivo che appunto, si tratta di una donna (o di un uomo)? Per me è una questione di praticità e basta.

Non lo faccio perché io voglia discriminare le donne, né in modo negativo né in modo positivo: voglio solo un modo pratico per riconoscerle (e per riconoscere gli uomini). Se da domani si decidesse di togliere l'articolo alle donne e metterlo agli uomini per me andrebbe ugualmente bene (salvo che no, non funziona così: la scrittura è un'abitudine, e rompere le abitudini è complicato per me che scrivo e per voi che leggete). Purtroppo in italiano non si è omologato come in altre lingue l'uso di anteporre sempre l'appellativo al cognome: se scrivessi, per dire, in francese, "Mme" e "M" mi toglierebbero d'impiccio. Così in inglese Mr e Ms. In italiano "signore" e "signora" non sono altrettanto elastici: una situazione più equa sarebbe introdurre l'articolo anche davanti ai cognomi maschili, alla milanese; se qualcun altro lo propone posso anche provarci, ma alla fine la soluzione che abbiamo è più economica. 

Non lo faccio per litigare – sul serio, in realtà a me piace litigare, ma spero di trovare sempre argomenti più interessanti, e a tal proposito devo dire che in questi giorni, tra una pandemia e una probabile guerra in Ucraina, questa idea che qualcuno possa preoccuparsi tanto per l'uso di uno schwa in un documento, che qualcuno stia veramente in ambasce per via del linguaggio inclusivo mi suona quasi divertente: qui siamo oltre all'orchestrina del Titanic, siamo a quelli che ascoltavano l'orchestrina e avevano da ridire sull'acconciatura del batterista. Allo stesso modo, mi è già capitato di notare che qualcuno si risentisse perché scrivevo un cognome femminile con "la" davanti, ma in tutti i casi era gente già arrabbiata con me per motivi più seri. 

Non lo faccio per oppormi a un movimento che lotti per la maggiore inclusività e pariteticità nella lingua italiana, non avendo io nessun reale motivo per oppormi. La lingua cambia ed è molto probabile che questa mia abitudine (che ripeto, quando cominciai a scrivere era una regola) molto presto venga interpretata come un vezzo, e magari un vezzo che riveli il sessismo inconsapevole della mia generazione. Posso capirlo e mi sta bene: sono cose che succedono continuamente, ci basta aprire qualsiasi libro o giornale di trent'anni fa per trovare già espressioni che oggi suonano strane e a volte fastidiose. E allo stesso tempo quelle espressioni sono vere, sono il motivo per cui studiare testi del passato è straniante e affascinante, e modificarle equivarrebbe ad alterare subdolamente il passato.

Siccome nel mio passato ho scritto molte cose imbarazzanti ma (grazie al cielo) nulla di davvero incriminante, non modificherò nulla: e non modificherò nemmeno il modo in cui scrivo adesso, ormai è una questione di coerenza. Lo so, è la coerenza dei testoni, del resto quando cominci a fare una cazzata, più passano gli anni più costa fatica ammettere che hai fatto una cazzata. Verso i 45 anni si arriva a un punto di rottura, molta gente si converte in quel momento perché dopo è praticamente impossibile, l'energia necessaria ad ammettere la cazzata diventa così grande che ti distrugge. Quel punto di rottura, credo proprio di averlo sorpassato: l'idea di aggiornarmi per far piacere agli inclusivisti di oggi mi ripugna un poco, temo che sia persino fatica sprecata in un momento storico in cui ti basta dare un calcio a un sasso e ci trovi sotto un tizio che ti spiega come scrivere correttamente per non offendere qualcunə. Mi conviene restare dall'altra parte, un museo vivente degli usi e costumi linguistici del secolo scorso. Magari con questa scusa qualcuno mi verrà a trovare più spesso. 

mercoledì 21 aprile 2021

Un consiglio a chi odia lo schwa

22 aprile – Santə Alessandra, Apollo, Isacco e Cordato, martirə in Nicomedia nel 303.

Alessandra è una leggendaria moglie di Diocleziano, che avrebbe tentato di difendere i cristiani presso l'imperatore persecutore per eccellenza; quest'ultimo, dopo averla torturata un po' con le sue mani l'avrebbe fatta decapitare. Non sono poi tanti i casi in cui il torturatore-persecutore della martire è il marito (che in una versione alternativa non è il solito Diocleziano, ma il re persiano Damazio). Alessandra non solo ha le carte in regola per essere considerata patrona delle vittime dei mariti violenti, ma si trova anche tradizionalmente inserita in un gruppo di martiri dell'altro sesso (Apollo, Isacco e Cordato dovrebbero essere dei funzionari o dei servi che avevano cercato di difenderla). I martirologi a questo punto dovrebbero recare la dicitura "Santi Alessandra, Apollo, Isacco e Cordato", con il maschile plurale che è il genere tradizionalmente adottato nel caso un insieme contenga elementi di entrambi i generi grammaticali (è il cosiddetto "maschile sovraesteso"). Io qui invece ho usato lo schwa, perché volevo vedere che effetto faceva.

Lo schwa (che in italiano si può anche scrivere scevà) è "una vocale centrale media, che nell'alfabeto fonetico internazionale viene indicata con il simbolo ə". Da qualche mese sta circolando in alcuni ambienti on e off line la proposta di utilizzarlo in tutti i casi in cui l'italiano preveda il maschile sovraesteso. La prassi vuole che in questi casi si usi il genere maschile (che in fondo non esiste, è un "non femminile"); ma appunto, la prassi si può sempre cambiare. All'esigenza di stabilire una parità tra i due generi grammaticali si sovrappone (e in certi casi si confonde) la messa in discussione del binarismo di genere, che nei Paesi anglofoni ha ispirato la proposta di pronomi personali "gender neutral", come "they" al singolare, per indicare qualcuno che potrebbe essere sia "he" sia "she" ma anche non riconoscersi in nessuno dei due. Rispetto ad alcune proposte avanzate negli ultimi 30 anni, come l'asterisco, Lo schwa introduce un'evoluzione importante: lo schwa non viene proposto soltanto come un segno grafico, ma anche fonetico. Non si tratta di una semplice convenzione grafica, ma di modificare effettivamente la fonetica della lingua italiana. Negli ultimi giorni il comune di Castelfranco Emilia ha fatto parlare di sé annunciando che da qui in poi lo userà nei documenti pubblici.

Per quel che vale il mio parere – non molto – lo schwa non mi sembra una soluzione efficace a un problema che comunque c'è. Le mie ragioni sono abbastanza banali: è un simbolo scomodo. Scomodo da trovare sulla tastiera (ma quello si potrebbe risolvere, anche € all'inizio era introvabile) e scomodo soprattutto da leggere: da lontano sembra troppo simile a una a minuscola, e molte volte mi è già capitato di percepirlo come una a, prima di rendermi conto che lo stavo leggendo male. Quando provi poi a scriverlo su un foglio o su una lavagna, ti rendi conto che è oggettivamente difficile tracciare uno schwà che non si possa confondere con una a – in effetti il relativo successo di una proposta del genere è anche un segno di tempi in cui la scrittura è sempre più digitale e sempre meno manuale. Non escludo che parte del mio fastidio derivi da un'incipiente presbiopia, ma insomma a me lo schwa non piace, come non piacciono tutti i simboli poco leggibili perché poco distinguibili da altri più usati. Capisco comunque e rispetto le ragioni di chi lo usa, e capirei e rispetterei anche chi non lo vuole usare, se soltanto riuscisse a spiegarsi civilmente e non brandisse armi inesistenti o citasse regole grammaticali che conosce spesso per sentito dire.

I motivi per cui lo schwa non mi piace sono anche quelli per cui fino a qualche giorno fa pensavo che non avrebbe mai vinto la sua battaglia (a questi motivi però ne va aggiunto un altro, credo decisivo, che rivelerò soltanto in fondo al pezzo). Che lo schwa fosse diventato materia di dibattimento lo avevo scoperto leggendo gli interventi della sociolinguista Vera Gheno. All'inizio lei stessa ne parlava come di un'ipotesi scherzosa e forse si limitava a includerla in un elenco di soluzioni possibili (l'asterisco, il punto, lo spazio, la "u", ecc.), ognuna delle quali presentava pregi e difetti. In questo come in altri casi comunque non dipende dal linguista decidere chi vincerà: la Gheno non si è mai stancata di ricordarci che la lingua la fanno i parlanti, che insomma dipende tutto da noi e dalla nostra volontà di innovare o no. Sempre a lei, in un secondo momento, mi pare che si debba l'osservazione che lo schwa stava prendendo piede, seppure in ambienti molto circoscritti, proprio a causa dei suoi limiti, proprio perché era un simbolo difficile da trovare e da pronunciare: questa difficoltà richiedeva impegno, e questo impegno finiva per gratificare gli attivisti che lo usavano. A questo punto se siete ingegneri un po' state soffrendo (oppure, se state soffrendo, sapete che siete un po' ingegneri dentro); se invece avete una formazione più umanista, può darsi che stiate già annuendo mentalmente, perché gli umani spesso seguono queste strade tortuose e non previste dagli ingegneri: invece di passare dalla via comoda, un sacco di gente si affolla su quella difficile, e lo fanno esattamente perché è difficile, perché richiede disciplina e sancisce il tuo ingresso in una comunità di iniziati che ti riconoscono anche dalle vocali che adoperi. I motivi per cui non credevo che la schwa non avesse una chance sono diventati i motivi per cui potrebbe invece farcela. Però.

Però un conto è vincere il derby con l'asterisco e con altri astrusi simboli non pronunciati: un altro conto è ritrovarsi sulla carta intestata di un comune italiano. Può davvero lo schwa uscire dalla nicchia, e diventare il ventisettesimo carattere del nostro alfabeto? Dipenderà da molte cose, più sociali e politiche che linguistiche perché alla fine davvero la lingua si adatta a chi la parla: ok alle elementari non ve lo spiegavano così... ma alle elementari avevate bisogno di sicurezze. Dipenderà molto da quanto se ne parla, e questo mi sollecita un consiglio a tutti gli odiatori dello schwa: non lo sopportate, vi sembra un brutto scherzo, volete che scompaia? E allora non usatelo, non leggetelo, ma soprattutto non prendetevi gioco dello schwa. Lo so che sembra uno zimbello perfetto: ma più lo prenderete in giro, più lo spargerete in giro. Più la gente lo vedrà, più lo riconoscerà, e troverà sempre meno strana l'idea che qualcuno lo usi davvero. Se davvero quel che vi preme è la purezza della lingua italiana e del suo vocalismo, lo schwa dovete fare voto di non pronunciarlo mai: e di proibire ai vostri cari di pronunciarlo non solo in vostra presenza.

Se invece la vostra priorità è sfottere il politically correct, presto o tardi il politically correct vincerà, e i vostri figli vi chiameranno genitorə. Non è davvero la prima volta che un fenomeno linguistico si impone grazie all'avversione di una parte dei parlanti – forse è uno dei motivi per cui a un certo punto abbiamo smesso di parlare latino. Pensate a quanti concetti storici o estetici hanno adottato un nome che all'inizio era considerato uno sfottò: il barocco, l'impressionismo, i macchiaioli, il cubismo, i fauves, il punk, i no global: tutti nomi coniati per prendere per il culo minoranze che dopo un po' li hanno rivendicati come bandiere, e adesso stanno sui libri. Per fare l'esempio più vicino a noi (così vicino che riguarda di nuovo Vera Gheno), pensate cos'è successo a "petaloso". La parola non esisteva; una collaboratrice della Crusca si limitò a osservare che era ben formata, e che il successo della parola dipendeva come sempre dalla disponibilità dei parlanti a farla propria. Si vide presto che i parlanti non avevano tutta questa necessità di usare la parola "petaloso", salvo un ristretto ma agguerrito circolo di attivisti di destra che si mise a rovesciare sull'innocuo neologismo una carica polemica degna di fenomeni ben più interessanti, arrivando a coniare il concetto di "sinistra petalosa". Da un punto di vista linguistico, il risultato è che oggi "petaloso" esiste, (per esempio su treccani.it) soprattutto grazie a loro. Ecco, se volete che lo schwa resti all'ordine del giorno, non avete che da seguire lo stesso sentiero.

Se invece non volete che prenda piede, rimanete immobili. I neologismi son come le vespe, agitarsi è controproducente. Mentre fate il vostro esercizio di immobilità, magari provate a indagare sulle ragioni della vostra aggressività, perché davvero, anche quando litighiamo per un accento, sotto quell'accento c'è sempre qualcosa di più interessante. Parlo per me: ogni volta che infierisco contro la barbara usanza di togliere l'accento da sé stesso, io lotto contro una concezione elitaria della lingua, che difende i suoi privilegi tendendo ad accumulare nei manuali di ortografia eccezioni su eccezioni, non importa quanto astruse. Voi, invece, quando reagite con tutto questo fastidio a un banale grafema, cosa state difendendo realmente? La superiorità del genere maschile sul femminile? Faccio fatica a crederci, manco Pillon o Adinolfi secondo me ci credono più davvero. La vostra infanzia, le 26 lettere appese a quella parete che sosteneva le vostre certezze elementari? E scusate se ve lo chiedo: siete per caso del nord Italia? Perché lo schwa, diciamolo: suona un po' troppo napoletano.

Ecco, questo credo sia il vero motivo per cui potrebbe non farcela. Se vuoi lanciare un fenomeno linguistico prima o poi devi prendere Milano, e a Milano lo schwa non è che suoni alieno, anzi. Suona heimlich, diremmo in quella lingua in cui la stessa parola può significare sia "domestico" sia "inquietante". Smorzare i plurali con una vocale muta o quasi muta significa rinnegare una settentrionalità acquisita col benessere, accettare il proprio destino di capitale della diaspora meridionale, di Seconda Napoli, e abbracciare finalmente la lingua rimossa dei nonni e degli zii. Forse sarà inevitabile, ma come si dice: ha da passare una nottata.

martedì 9 marzo 2021

L'annosa questione del dentisto

Io poi lo so che il patriarcato è esistito e tuttora resiste, e negarlo, oltre che ipocrita, sarebbe anche di pessimo gusto; e tuttavia a volte mi sembra un bersaglio troppo facile – ma non è neanche questo il problema, non c'è niente di male a indicare bersagli facili – ma se in alcuni casi fosse il bersaglio sbagliato?

La Repubblica. Che poi spaccare i social mi sembra sempre una cosa ottima.

So anche che molti maschi su questi argomenti non ragionano. Cominciano a veder rosso, a indignarsi a caso, a fabbricarsi competenze linguistiche raccattate sonnecchiando al liceo. I peggiori fanno le battute, e sono sempre le stesse battute da quando ero piccolo. Ero piccolo nel secolo scorso e già "dentisto" non faceva ridere, cogliono, "dentista" è già maschile. Lo so. 

Quante cose che so. 

Lavoro da tanti anni e ho avuto tanti capi. Alcuni uomini, altri erano donne. Con gli uomini è semplicissimo, si chiamano dirigenti. Se volevo sottoporre qualcosa alla loro cortese attenzione, era sempre la cortese attenzione del dirigente. Facile, naturale, svelto. 

Con le donne c'è sempre il piccolo problema. Che per carità, è un'inezia davvero. Ma proprio perché è un'inezia, non si risolve mai, come quel piccolo bottone scucito. 

Il dirigente o la dirigente? E fin qui, basta chiedere. (E infatti glielo chiedi, ma siccome è un'inezia dopo un po' ti scordi come ti ha risposto. Ma non osi richiedere, e vivi nell'angoscia. Cioè non è vero, magari fossero questi i motivi per angosciarsi al suo cospetto. Ma c'è sempre questo disagio, questo bottone che non è al suo posto e lo sai, e preghi che non ci facciano caso).

(Dirigenta non fa ridere, cogliono).

Ma senti questa: fino a qualche anno fa, d'estate al/alla dirigente subentrava il presidente della commissione d'esame, che spesso era una donna, e quindi: egregio presidente, egregia presidente, o egregia presidentessa? Lo so che è una sciocchezza, ma insomma, quale usare per non dare una cattiva impressione?

A questo punto lo so cosa mi state per rispondere: basta chiedere. Ma certo, ma infatti, che male c'è. Ho forse paura in quanto maschio di chiedere a una superiore donna (superiora?) come vuole essere chiamata? No, in coscienza no, passo la vita a chiedere cose alle donne che stanno sopra, sotto, intorno, non è un problema chiedere. Ma ecco, il problema è che chiedere alla volta diventa pretendere. Abbiamo questo problema del genere dei sostantivi professionali e vogliamo che siano le donne a decidere. Tante volte mi sono sentito pensare: le donne dovrebbero finalmente mettersi d'accordo. Facciano la loro assemblea generale, la costituente, decidano una volta per tutte se il rettore o la rettore o la rettrice o la rettora. Insomma si mettano d'accordo e decida il matriarcato, almeno su questo specifico argomento.

Ma perché dovrebbero mettersi d'accordo? Perché dovrebbero avere sull'argomento opinioni meno contrastanti di quelle dei maschi? Abbiamo mai preteso dai maschi una simile compattezza? Abbiamo mai chiesto a un pilota se preferiva chiamarsi piloto, come se il fatto di essere bravo a guidare un'automobile gli conferisse una qualche autorità linguistica(*)? No, i maschi si sono trovati la lingua già tagliata a loro misura. Invece appena una donna si fa strada nella sua categoria, pretendiamo che s'improvvisi linguista. Ecco, se c'è ancora qualcosa di davvero patriarcale, in tutta questa faccenda, forse è la nostra pretesa di avere una risposta precisa, da un'entità collettiva femminile che dovrebbe cucinarci e servirci una soluzione bella e pronta, qualsiasi soluzione andrebbe bene. E quindi insomma donne, rispondete: il direttore, la direttore o la direttrice? (direttora non fa ridere), (e comunque il femminile di cantore è davvero cantora). 

Le donne però non sempre ne hanno voglia – è un problema? Ti rispondono: faccia lei. 

È una risposta tremenda. 

"Commissario o commissaria?" "Faccia lei".

Ma cosa devo fare, scusi. Perché mi tocca decidere una cosa così. Su che fondamenta linguistiche o storiche o sociali devo decidere lì per lì se sei un commissario o una commissaria, una figura che poi io spero sempre d'incontrare poche volte all'anno, mentre lei è commissaria/o molto più spesso, non può deciderlo lei? Anzi, non potete decidervi una volta per tutte?

No. 

No perché?

Perché non è così che funziona la lingua. Specie in Italia. Non c'è nessun parlamento che legifera, nessuna corte suprema che sentenzia. La lingua è libera, la gente s'immagina da qualche parte un consesso di grammatici occhialuti che borbotta su che misure adottare per respingere petaloso, e invece è tutto il contrario, i grammatici sono naturalisti estrosi in giro per i prati ad acchiappare neologismi effimeri e pittoreschi col retino di farfalle. Ti verrebbe voglia di agguantarne uno per il collo, senta adesso lei mi dice se il mio boss è un dirigente o una dirigente, e se mi denunzia mi devo trovare un avvocato o un'avvocato con l'apostrofo o un'avvocata o un'avvocatessa. Ma niente, quelli alzano le spalle, non spetta a noi, sarà l'uso a prevalere come sempre, e cioè?

Cioè continueremo a litigare su questa cosa per generazioni e generazioni, e a usare questo argomento come pretesto polemico persino quando a Sanremo non c'è un Morgan a dare di matto. E qualcuno continuerà a scrivere "dentisto" 🤣🤣🤣🤣 voglio morire. 

E quindi, ricapitolando: il femminile di direttore non può deciderlo una donna tra tante (con che autorità?), e sarebbe ingiusto pretendere che lo decidesse una comunità femminile (forse che abbiamo aspettato che si riunisse una comunità maschile per i nomi maschili)? Si può chiedere ogni volta a ogni singola professionista come vuole essere chiamata, ma è faticoso per noi e anche per lei, anzi è proprio quella piccola fatica che ti fa sospettare che il mondo del lavoro non sia a misura delle donne, come le forbici non sono a misura dei mancini. C'è una soluzione? Continuare a discuterne finché un'opinione prevarrà sulle altre. Sì, ma quale opinione dobbiamo avere noi? Quale opinione devo difendere io?

Non lo so. 

Mai detto di sapere tutto, eh.


(*) "Un'automobile" a quanto pare si scrive in italiano con l'apostrofo perché Agnelli non sapeva bene come scriverlo e lo chiese a D'Annunzio, il quale lì per lì decise che siccome il pilota è un uomo, l'automobile aveva da esser femmina; ecco, di tutte le persone al mondo alle quali potevamo concedere di legiferare in materia linguistica, proprio Agnelli e D'Annunzio, certe volte io dico "macchina" dalla rabbia.

martedì 12 aprile 2016

Sul referendum, una posizione netta.

Questi referendum non saranno utilissimi, ma almeno ci danno l'occasione di riparlare di quella che per noi del mestiere è una ferita sempre aperta. La vediamo sui giornali, in tv, su tutti i muri, e ci domandiamo: è giusto prendersela così tanto, è giusto soffrire per qualcosa che tra una generazione forse non interesserà più a nessuno?



Lo so che non ci si dovrebbe sempre atteggiare a esperti; che l'inerzia trionfa sempre nel medio-lungo termine; che è giusto che la maggioranza decida, anche quando non ha ancora gli strumenti - è un ottimo modo per forzarla a farseli, questi benedetti strumenti - e tuttavia alla fine dei dibattiti, c'è un'opinione a cui non mi sento di rinunciare: un paletto che devo piantare. Passi tutto il resto, ma questo no. Trivellate, smantellate, astenetevi o votate, ma c'è una cosa che voglio che sappiate.

"Sì" si scrive con l'accento.



(Anche maiuscolo, SÌ).

domenica 10 aprile 2016

Il trapassato non trapasserà

La scorsa settimana uno scrittore italiano su un giornale italiano ha scritto un pezzo sui bei tempi andati, perlopiù analogici - e fin qua, mi rendo conto, siamo al cane-morde-uomo. I dischi di vinile che s'impolveravano e gracchiavano, le fotografie stampate che ingiallivano, i vecchi album che facevano la muffa in cantina: tutti questi oggetti scomodi pare che fossero i supporti migliori per fissare i ricordi, perché... perché poi andarli a cercare è faticoso, mentre ora è tutto a portata di clic, il passato non è più difficile come una volta, la nostalgia non è più quella di una volta. Per tacere delle merendine (la Girella indubbiamente non contiene più il cacao che ci colava dalle mani nel 1985, ma credo che in quel caso si trattasse di salvare una generazione dal diabete).

Immagino che un pezzo del genere esca almeno una volta alla settimana, su almeno un quotidiano. Giornalisti e scrittori si danno il turno. Gli odori che non torneranno, le mezze stagioni che scompaiono, ne parlava già Leopardi nello Zibaldone (non scherzo, ne parlava davvero citando a sua volta un autore del Seicento, per dire quanto sia topico il problema delle mezze stagioni nell'elaborazione degli intellettuali italiani).

Mi metto a parlarne perché, oltre alle solite foto ingiallite e ai soliti dischi che, siamo onesti, se non eri un maniaco della pulizia dopo un po' li avevi tutti segnati e impolverati e suonavano di merda, lo scrittore ha inserito tra le belle cianfrusaglie del tempo che fu anche un tempo verbale. Oddio, neanche questa sarebbe una novità. Il presente congiuntivo era dato moribondo dalla Stampa già nel maggio del 1968 - e come altre cose dichiarate morte in quel periodo, gode ancora di buona salute. Anche il passato remoto, con tutte quelle radici irregolari che lo rendono tanto ostico, più in Valpadana che altrove, in un qualche modo l'ha scampata. No: forse la notizia è qui. La scorsa settimana Roberto Cotroneo, sentendosi probabilmente obbligato in quanto scrittore italiano a lamentarsi del tempo che passa, ha deciso di piangere le sorti del trapassato remoto.

Lui invece sta benissimo e vi saluta.

Pare infatti che non usiamo più il trapassato remoto, e che ciò sia un male, perché... perché ci aiutava a depositare i ricordi in cantina, dove prendevano quel necessario odore di muffa che oggi la civiltà digitale non consente più, non capisce più. "Il trapassato remoto si usa per azioni concluse che non hanno alcuna rilevanza con il presente e con l’attualità. Oggi invece tutto ha rilevanza con l’attualità, e nulla si conclude". Sarà. Dando per scontata l'apocalisse digitale, mi resta la curiosità di sapere se è vero. C'è sul serio una flessione nell'uso del trapassato remoto? Esistono studi al riguardo? Se qualcuno ne sa qualcosa, lo prego, mi contatti. Nel frattempo non posso evitare di chiedermelo: se anche sparisse del tutto, il trapassato remoto, sarebbe un male? Preso di per sé, è un tempo verbale molto brutto. Diciamo che mette insieme le cose meno gradevoli degli altri tempi passati: il remoto è asciutto ("fu!") ma irregolarissimo, la croce di ogni corso di italiano per stranieri. I passati composti, per contro, sono belli regolari, ma lunghi, noiosi ("aveva fatto"). Ecco, il trap remoto, essendo un composto del passato remoto, è irregolare come quest'ultimo, e noioso come ogni verbo composto ("ebbe fatto"). Forse se scompare c'è un motivo. Ma sul serio scompare?

Non è inverosimile. Non perché sia brutto. Magari si potesse fare senza le cose brutte. Metti il trapassato prossimo. Non è che sia molto più bello del trap remoto: ebbene, va alla grande. Nei temi dei miei ragazzi noto sempre più questa cosa. Quando scrivono al passato si imbrogliano sempre. Vorrebbero usare il passato remoto, che è così svelto ed espressivo, ma hanno sempre paura di sbagliarlo. Allora saltano al presente, con un effetto cinematografico che nove volte su dieci provoca l'apparizione di vigorosi segni rossi sul foglio "Il pirata mi chiamò e mi dice di far presto"), oppure... al trap prossimo "Il pirata mi chiamò e mi aveva detto di far presto"). Che è persino più orribile. Ma l'idea è più o meno quella: mi serve un passato veramente passato, un passato che mi faccia sentire che il tempo è davvero... passato. La muffa, la polvere, quel tipo di cose. Anche i ragazzini sentono di averne bisogno.

Il trap remoto però è accessibile solo a chi sa già coniugare il passato remoto. Non solo, ma di tutti i passati dell'indicativo è quello che può essere impiegato in meno situazioni: solo in una proposizione subordinata temporale. Come tutti i trapassati, il trap remoto è qualcosa di più di un passato: serve a creare un minuscolo flashback in una frase che è già al passato. Se per esempio sto scrivendo "andai al supermercato", per aggiungere a questa frase un'altra frase (subordinata) situata in un momento anteriore, posso usare il trap remoto: "dopo che ebbi ricevuto la tua lista della spesa". In questo senso si dice che il trap remoto, come il trap prossimo, esprime l'anteriorità, ovvero il concetto di passato nel passato. Ma nella frase ci dev'essere già una frase al passato, perché io possa andare ancora più indietro con una subordinata al trapassato.


Ecco: uno dei motivi per cui il trap remoto potrebbe scomparire è che tendiamo a subordinare sempre meno. Questa sì, è una tendenza generale che si può riscontrare nei quotidiani e soprattutto nei libri. Come tutte le lingue, l'italiano scritto è diventato più cinematografico: frasi brevi e incalzanti, separate tra loro. I nessi temporali, o di causa-effetto, vengono lasciati all'interpretazione del lettore. Là dove un autore di primo Novecento avrebbe scritto, ad esempio, "la marchesa uscì solo alle cinque, dopo che ebbe ricevuto il biglietto", il suo collega dei primi Duemila preferirà: "la marchesa ricevette il biglietto verso le cinque. Subito dopo uscì". Nel primo caso abbiamo un'organizzazione sintattica, ricalcata sulle forme del latino; nel secondo abbiamo il montaggio cinematografico di due scene. Addirittura abbiamo sempre più esempi di narrazione al presente ("La marchesa riceve il biglietto ed esce"). È chiaro che un'evoluzione di questo tipo condanna il trap remoto, ma anche tante altre cose più interessanti.

È curioso invece che Cotroneo accusi velatamente la rivoluzione digitale di averci tolto il (dubbio) piacere del trap remoto: la tendenza a semplificare e abolire la sintassi è molto più antica. È già impugnata da scrittori e artisti nel Manifesto tecnico della letteratura futurista (1912), l'anno di massima espansione della nascente industria cinematografica in Italia. Una coincidenza? Forse se tendiamo ad abolire i trapassati, e la sintassi in genere, è perché anche i nostri ricordi sono diventati sempre più cinematografici. Non li organizziamo più in un discorso orale o scritto, ma li riviviamo davanti ai nostri occhi come un film (È questa tra l'altro la speranza che porta Zeno Cosini a frequentare il suo analista: strappare al passato non un senso ma delle "immagini": "Vedere la mia infanzia!").

Un altra peculiarità del trap remoto è il suo aspetto (lo so, è così interessante che ne volete ancora, ebbene, prosegue sul Post!)

Un altra peculiarità del trap remoto è il suo aspetto (l’aspetto è la categoria grammaticale che definisce la durata delle azioni espresse dai verbi). Alle elementari gli insegnanti tagliano corto e ti spiegano che il passato remoto serve a parlare di cose antiche: Cesare passò il Rubicone. In realtà quel che rende il remoto così efficace non è il fatto che sia “remoto”, ma che esprima azioni concentrate in un solo momento. Cesare era in marcia, magari era anche un po’ indeciso, finché un giorno sciolse gli indugi e passò: un momento prima era in Gallia, il momento dopo era in guerra col Senato. Anche Dio, quando crea la luce, non ci mette tutto questo tempo, sentite? La luce fu. Come accendere una lampadina. I latini lo chiamavano, più opportunamente, perfectum, a cui si contrapponeva l’imperfetto, che invece serve a esprimere azioni che hanno una durata nel tempo: Cesare esitava, poi passò.

L’aspetto non è una cosa tanto esotica: sentiamo tutti la differenza tra “quel giorno ti scrissi” e “ti scrivevo tutti i giorni”. La prima è un’azione momentanea o puntuale, cioè concentrata in un momento, in un punto sulla retta del tempo. La seconda è un’azione durativa o ciclica: per disegnarla sulla stessa retta mi serve un segmento continuo o tratteggiato.




E il trap remoto? In certe vecchie grammatiche è ancora chiamato Piuccheperfetto: eredita dal passato remoto la stessa funzione puntuale. La marchesa uscì dopo che ebbe ricevuto la lettera: ricevere la lettera è un’azione compiuta, che avviene in un solo momento. La marchesa, che aveva ricevuto la posta, uscì alle cinque: sentite che mi è bastato usare un trap prossimo invece che un trap remoto per suggerire che l’azione di ricevere la posta non sia per niente eccezionale, anzi faccia probabilmente parte di una liturgia quotidiana? I trapassati sono brutti, non lo nega nessuno: se qualcuno smette di usarli c’è da rallegrarsi, visto che spesso li usava male. Però in certe situazioni servono proprio loro, e portano una sfumatura di senso che altri tempi verbali non riescono a portare. (Quando Cesare ebbe passato il Rubicone, la guerra civile fu inevitabile). Altrimenti sarebbero già scomparsi; e non li rimpiangeremmo nemmeno più.

Quindi, insomma, alla fine la notizia dov’è? Il trapassato remoto sta scomparendo? Può darsi; diciamo che è l’effetto collaterale di una tendenza molto più importante (e secolare): la semplificazione della sintassi. Nello stesso secolo il numero di lettori in lingua italiana è sensibilmente aumentato, e quindi questo tipo di semplificazione potremmo anche considerarla un prezzo da pagare per avere più lettori. La lingua italiana nell’Ottocento era un club riservato, oggi è un centro commerciale: è chiaro che ci comportiamo tutti in modo diverso. È anche ovvio che qualcuno senta la nostalgia di quel club, magari perché convinto che l’avrebbero fatto entrare. Allora la notizia potrebbe essere: uno scrittore italiano, che sa benissimo come si usa il trap remoto, a cosa serve e perché si usa poco, decide di dare del fenomeno una spiegazione del tutto a-scientifica, apocalittica: coniugare il trap sarebbe un modo "di pensare la storia". Non di esprimere un’azione dall’aspetto compiuto e momentaneo in una proposizione subordinata temporale anteriore a una principale al passato remoto, ma "di capire il tempo".

Mettiamola così: se domani il Corriere pubblicasse un articolo di un muratore, un elogio alle belle carriole che furono, e mi spiegasse che la carriola non era un modo (abbastanza scomodo) di spostare materiali pesanti in un cantiere, ma uno stile di vita, un modo di “capire il peso”, di “pensare la muratura”, ecco, io un po’ mi sentirei preso in giro. Ma sull’offesa prevarrebbe una divertita incredulità: cioè sul serio vuoi prendermi in giro così? Dove sono le belle carriole d’antan? I trapassati remoti? Sul serio non ti rimane nient’altro? I dagherrotipi, i balocchi di latta in fil di ferro, le mulattiere così romanticamente polverose e propedeutiche agli incidenti stradali, il caffè di cicoria… sul serio la bottega delle brutte cose del bel tempo che fu ha esaurito il magazzino, al punto che quand’è il tuo turno di scrivere l’editoriale nostalgico ti rifila una carabattola come il trapassato remoto? Ecco, magari la notizia è qui.

martedì 1 aprile 2014

La fabbrica delle bufale

Qualche giorno fa un parlamentare - non ha importanza di che partito - ha esordito un discorso col memorabile sfondone Sarò breve e circonciso, reso celebre (credo) da Diego Abatantuono in Eccezziunale veramente. La gaffe è stata coperta dagli organi di stampa con molta più attenzione di quanta non meritasse, mettiamo, l'Accordo Commerciale Transatlantico. Ne riparlo soltanto perché domani è il primo aprile, e molti lo celebreranno pubblicando qualche bufala pescata in giro. È una tradizione ormai antica, e forse meno inutile di quanto sembri: un'occasione per esercitare la nostra capacità di distinguere il falso dal vero, e per identificare chi tra i nostri Amici o Contatti non ne è in grado: sono quelli che domani rilanceranno la bufala più smaccata senza accorgersene. E tuttavia.

E tuttavia proprio qualche giorno fa leggevo da qualche parte uno studio(*) che, partendo dall'impressionante mole di dati che mettiamo su internet, cercava di dimostrare da dove nascono le teorie del complotto. È una domanda interessante, anche perché chi se la pone rischia di ricadere nei confini della sua stessa ricerca (non si tratterà per caso di un complotto?)

Lo studio in questione ovviamente non commetteva quest'errore, anzi difendeva un'ipotesi affascinante: i complotti nascerebbero dai malintesi. Ogni tanto qualcuno su internet scrive una storia smaccatamente falsa, volutamente paradossale (ad esempio un popolo rettile extraterrestre ha invaso la terra secoli fa e si nasconde tra noi); qualcuno la legge, la apprezza, la segnala ai suoi contatti; la storia si propaga finché non incontra esponenti di quella minoranza statistica che non riesce a capire la differenza tra cronaca e fiction. Purtroppo sono più di quelli che crediamo, e se a loro manca il senso critico, non manca tuttavia l'energia per indignarsi e trasmettere la loro indignazione: una volta arrivata fino a loro, la storia si spoglia di tutti quei tratti che ci consentivano di identificarla immediatamente come finzionale, e viene irradiata sotto forma di storia vera, da condividere con chi non crede alla realtà ufficiale!!1!

Per intenderci: se oggi Jonathan Swift pubblicasse Una modesta proposta, tra qualche mese qualcuno su internet comincerebbe a parlare di un complotto di massoni irlandesi infanticidi e antropofagi. L'informazione arriverebbe a loro in modo talmente indiretto che sarebbero incapaci di riconoscere la fonte originaria anche se gliela mettessimo sotto il naso: costretti a leggere il testo di Swift, direbbero che beh, sì, è chiaro che Swift scherza, ma... sta soltanto coprendo qualcuno che i bambini li vuole cucinare lo stesso, ne ho sentito parlare su facebook.

Non so se le cose vadano sempre così; ma in certi casi mi è capitato di assistere a qualcosa di simile (continua sull'Unita.it, H1t#225).

C’è un gruppo cospicuo di persone, su internet, convinto che ai concessionari di slot machine sia stata “scontata” una multa di cento miliardi. Questa multa non esiste: chiunque può controllare; è vero che per una serie di infrazioni riscontrate la procura aveva quantificato un danno di 98 miliardi, ma alla fine la Corte dei Conti ha inflitto multe per 2,9 miliardi (poi ulteriormente ridotte a 600 milioni). A un certo punto qualcuno – un giornalista, probabilmente – ha iniziato a chiamare la differenza tra i 98 miliardi inizialmente richiesti della procura e i tre miliardi della sentenza uno “sconto”. È soltanto un modo di dire, che identifica un certo atteggiamento nei confronti della giustizia (l’assunzione acritica del punto di vista dell’accusa); una definizione insidiosa, perché gli “sconti di pena” esistono e sono una cosa ben diversa. È triste constatarlo, ma molti lettori non sono equipaggiati per capire la differenza. Hanno letto “sconto” e hanno capito: sconto. Da cui la legittima domanda: chi è che sconta le multe per cento miliardi? Perché già che c’è non ci sconta le cartelle equitalia? Segue l’ondata di indignazione, cavalcata con molta sapienza, tra gli altri, da Grillo e dal Fatto Quotidiano.
In questo caso nessuno si è inventato niente: è stato sufficiente distribuire una metafora a un pubblico che non sa leggere tra le righe. Purtroppo è un pubblico un po’ più folto di quanto non crediamo noi irradiatori di messaggi scritti, già frustrati dalla consapevolezza di poter comunicare soltanto col 53% dei nostri compatrioti in grado di leggere e scrivere. Stima fin troppo ottimistica, che include ancora quella percentuale che leggere sa, ma non tra le righe. Un disagio linguistico che forse non abbiamo ancora studiato abbastanza: la condizione di chi, per esempio, non è in grado di decodificare i messaggi ambigui o ironici, per limiti cognitivi o culturali. La situazione in cui negli USA, al varo di un progetto sanitario denominato Children’s Health Insurance Program (CHIP), qualche voce critica lo ha magari scherzosamente definito intrusivo come un vero e proprio “chip” da iniettare sottopelle, e qualcun altro ci ha creduto – e dopo qualche anno anche questa leggenda è sbarcata nel parlamento italiano.
Qualcosa di analogo può essere capitato allo sventurato parlamentare “breve e circonciso” – ammesso che non si tratti di un più banale lapsus. Un bel giorno, tanti anni fa, Diego Abatantuono o chi per lui inventa un gioco di parole, fondato peraltro sull’idea che il termine “circonciso” sia di uso abbastanza comune: se non sai cosa vuol dire non è divertente. Per molto tempo il gioco di parole rimane davvero divertente: milioni di fruitori lo citano alla noia. Molto presto probabilmente smette di essere divertente in quanto tale e diventa divertente in quanto citazione. Il che significa purtroppo che molti non ridono più per la battuta ma perché ridono gli altri (è la cosiddetta “soglia Ricci”, che i miei coetanei riconoscono perché divideva quelli che ridevano alla prima puntata di ogni stagione di Drive In da quelli che ridevano dalla seconda in poi; la differenza tra chi trova divertente una battuta e chi trova divertente un ritornello). Trent’anni dopo l’espressione è di uso talmente comune da potersi quasi definire una polirematica: sicché può capitare che la ripeta acriticamente anche chi non conosce il senso di “circonciso”. Questa gente vive tra noi: cerca di leggere gli stessi quotidiani e siti che leggiamo noi, ma non è un caso che si incazzi di più, o che rida più sguaiatamente alle battute, proprio come chi intuitivamente cerca di mascherare la sua incapacità di capirle.
Questa gente esiste, e oggi pubblicherà contenuti ridicoli, esponendosi al pubblico ludibrio. La questione però è molto meno divertente di quel che sembra, e forse dovrebbe stimolare un dibattito sull’atteggiamento di chi divulga notizie in rete: quanto è giusto usare l’ironia in un contesto in cui il 20% non la capisce? È chiaro che chi sta qui per far satira continuerà a farla, ma chi invece si veste di una relativa serietà fino a che punto può permettersi di usare un linguaggio figurato? Anche chi accusa Napolitano di golpe probabilmente all’inizio stava scherzando; se dopo qualche mese però si trova costretto a chiedere un procedimento di impeachment, è evidente che qualcosa sta sfuggendo di mano pure a lui. Disseminare storie false su internet è un passatempo che con gli anni mi sembra sempre meno divertente e sempre più pericoloso. È pieno di bambini, qui, e in generale di gente che si beve troppe cose. Oltre a ridere di loro, bisognerebbe preoccuparsi di fornire a loro anche qualche strumento.
(*) La cosa buffa è che non la trovo più. L’ho letta più di una settimana fa e google non mi aiuta. Possibile che me la sia inventata? Al massimo sarà la mia bufala del primo aprile.

venerdì 7 febbraio 2014

Ma ci sarà un correttore a Torino

Oggi apro Twitter e leggo questa cosa:
Non do peso alla faccina e prendo l'insigne giornalista seriamente: vado subito a vedere di che cosa si tratti. Mi immagino chissà quali orrori. Trovo in effetti una cosa piuttosto involuta e orrenda, salvo che l'ha scritta il giornalista stesso. Penso a uno scherzo; cioè, già è difficile immaginare che l'abbiano pubblicato così: ma che l'abbiano usato come esempio di articolo di giornale in un esame di Stato... o forse l'Esame consisteva nel prendere l'articolo e renderlo leggibile, comprensibile, sensato.

Oggi apro Twitter, leggo un pezzo su Facebook tempestato di goffaggini e imprecisioni, e decido di reagire. Non ho intenzione di aprire un dibattito con l'insigne giornalista, il quale anzi dovrebbe essere per primo arrabbiato per come l'articolo è andato in stampa. Magari l'ha dettato per telefono; oppure ha mandato una mail; in ogni caso non è lui il problema. Il problema è la cinghia di trasmissione tra le cose un po' imprecise che un giornalista stimato può permettersi di buttar giù in modo approssimativo e l'articolo che il lettore pagante dovrebbe leggere il mattino dopo. Questo pezzo è rivolto alla redazione: per favore, fate un po' di fact checking. Un minimo. Prendete uno stagista, dategli in mano un notebook - oppure ditegli di portarselo da casa. Non è un lavoro difficilissimo: si tratta di verificare con un po' di pazienza quando compia gli anni Zuckerberg, quanto effettivamente fatturi Facebook: cose così. E soprattutto questo pezzo è rivolto al correttore di bozze, se ancora esiste: per favore, fa' qualcosa. Tu sei importante. Se non conosci tu la punteggiatura, fidati, non la conosce più nessuno. Sei l'ultimo argine tra la lingua italiana e, come si dice adesso? la barbaria, ecco: dopo di te la barbaria.

Un ultimo metro di mani avanti: purtroppo è più facile notare gli errori degli altri che i propri. Non è solo un modo di dire: è davvero così, ed è una verità orribile che mi attende al varco tutti i giorni. Su questo blog io faccio un sacco di errori. Le notti soprattutto. Davvero tanti, e molti imperdonabili. Però. Però io non sono una firma prestigiosa che scrive sulla Stampa, e se lo fossi mi preoccuperei che qualcuno leggesse i miei pezzi e mettesse in ordine la punteggiatura prima di andare in stampa. Me ne preoccuperei tantissimo. E se un mio pezzo uscisse particolarmente brutto, e finisse in un Esame di Stato, me ne vergognerei.

Facebook, la piazza del paese virtuale che fa incontrare il Pianeta

La Rete “social” nata a febbraio 2004 oggi ha 1 miliardo e 250 milioni di utenti


Il 4 febbraio 2004, quando lo studente di Harvard in T-shirt e jeans sdruciti Mark Zuckerberg, 20 anni, lancia la start up «Facebook», non esistono in azienda composta da cinque amici, «charts», grafici per studiare i segmenti di mercato in cui la crescita è maggiore.

Il primo paragrafo è fondamentale non solo per i contenuti che deve passare (ovviamente non possono starci tutti), ma per il rapporto che instaurerà col lettore. È la prima impressione: quella che ha tanto peso nel giudizio che tendiamo a dare alle persone. Nel primo paragrafo devi dire cose interessanti, ma devi anche presentarti. La persona che si presenta in questo paragrafo ti sta dicendo: Ciao, ho tantissime cose da dirti che non ci stanno in una frase sola, e purtroppo non so come funzioni questa cosa di combinare due frasi insieme. La... come si chiama... la sintassi, ecco: la sintassi italiana. Non è roba per me. Qualsiasi cosa voglia dire non esistono in azienda composta da cinque amici, «charts», grafici per studiare i segmenti di mercato in cui la crescita è maggiore, non lo sta dicendo in italiano.

Almeno le informazioni sono precise? Beh, no. Zuckerberg compie gli anni in maggio, quindi il 4 febbraio 2004 ne aveva 19. Come sanno tutti quelli che hanno visto il film (e sono tanti) "Facebook" all'inizio si chiamava "The Facebook", ma questa è una curiosità. L'ha fondata con quattro "amici"? È quantomeno discutibile. Il paragrafo non ha molto senso: all'inizio The Facebook era rivolto esclusivamente a una precisa comunità di studenti universitari, quindi ovviamente non esistevano "charts": non servivano, il segmento era uno solo. A proposito: perché usare l'inglese "charts" se hai paura che il lettore non capisca e devi appesantire la frase di un'estesa traduzione in italiano? Perché l'italiano ti dà fastidio. Esatto. Nel primo paragrafo tu spieghi una parola inglese perché nei successivi la userai. Stai cercando di spostare i tuoi lettori dall'italiano all'inglese, perché in inglese ti senti più a tuo agio.

Arrivano poi, con gli investitori, il successo, le invidie, il film e il primo articolo del New York Times, 26 maggio 2005, stupefatto che il ragazzo Zuckerberg abbia persuaso il finanziere Jim Breyer di Silicon Valley a investire 13 milioni nella sua idea, che ha coinvolto in un solo anno due milioni e ottocentomila studenti, sparsi per 800 campus universitari d’America. 

Ancora sintassi involuta. Vi invito a cercare il soggetto di "stupefatto". Potrebbe essere il New York Times o "l'articolo". Un articolo stupefatto? Mah. La proposizione principale, "arrivano le invidie" eccetera, sta all'inizio: tutto il resto è una serie di proposizioni relative a cascata che ci travolge con qualche virgola qua e là.

Ottimo investimento, oggi gli utenti sono un miliardo e 250 milioni, la nazione Facebook domina il Pianeta.

Finalmente una frase breve - anche se in realtà sono tre frasi giustapposte tramite due virgole un po' goffe. "Ottimo investimento" è un'affermazione un po' incauta; magari poteva essere l'occasione di notare che il modello di business di Facebook non è ancora chiaro, e che le fluttuazioni del titolo in borsa sono probabilmente più causate dalla speculazione che dall'effettivo successo della piattaforma. In ogni caso, anche se esistesse una "nazione Facebook", con 1.250.000.000 utenti non dominerebbe il pianeta: i cinesi sono di più. Va bene, è solo un modo di dire; andiamo avanti.


Dieci anni or sono - se quelle «charts» ci fossero state e non c’erano - la crescita era tra i giovani, un milione di blue jeans a cercare amicizie online negli Usa.

Cioè? La crescita era tra i giovani solo se le "charts" ci fossero state? E quindi, siccome non c'erano, la crescita non era tra i giovani (con i blue jeans)? Per fortuna sappiamo tutti la storia (all'inizio si entrava solo con la matricola dell'università), perché qui è incomprensibile. C'è un finto periodo ipotetico che in realtà è un inciso. Tre flessioni del verbo essere in mezza riga sono abbastanza brutte a vedersi.

Oggi Facebook cresce con più velocità tra i cittadini con oltre 65 anni (Cgil pensionati svolge programmi di alfabetizzazione digitale tra gli iscritti) e il Paese boom 2014 sarà la Turchia.

Un paio d'affermazioni senza fonte. L'inciso sulla Cgil è un po' fuorviante (meglio mettere la P maiuscola, così il lettore frettoloso capisce al volo che "Pensionati" fa parte del nome dell'organizzazione. In realtà si chiama SPI, ma anch'io avrei scritto Cgil Pensionati: si capisce meglio). Voglio sperare che i programmi di alfabetizzazione della Cgil riguardino l'uso di computer o tablet, la navigazione su internet, e magari anche i social network; ma quel che capisce il lettore frettoloso è che la Cgil insegni ai pensionati a usare facebook.

La Borsa è stata raggiunta, a singhiozzo, nel 2012, tra i dubbi degli analisti sull’arrivo della pubblicità e su una certa disaffezione degli adolescenti. Vola per qualche tempo il mito «Facebook va male tra i ragazzi», «i teenagers prediligono Snapchat», messaggini che scompaiono da soli, beffando Nsa e Snowden in futuro.

Raggiungere a singhiozzo. Chissà cosa vorrà dire ma vabbe', almeno non è la solita frase fatta. C'è un mito che vola ed è costituito da due virgolettati (chi si sta citando?) e da "messaggini che scompaiono da soli, beffando Nsa e Snowden in futuro". Il lettore deve sapere cos'è la Nsa e chi è Snowden, e magari aver sentito parlare della storia dei "messaggini che scompaiono da soli". Oppure no, visto che questi messaggini befferanno la Nsa e Snowden "in futuro". (Forse intendeva "in seguito", chi lo sa).

Un sondaggio Pew Center cancella i timori del social media, i ragazzini non lasciano Facebook (c’è stata una scherzosa polemica con l’Università di Princeton, su chi per primo chiuderà i battenti per assenza di giovani, il campus o Facebook).  

Tra "social media" e "i ragazzini" ci volevano due punti. La virgola si può usare in tante occasioni, forse troppe; ma lì no. Meglio non usarla per seperare due proposizioni a tutti gli effetti indipendenti tra loro (hanno soggetti e predicati diversi). Probabilmente la seconda è una proposizione coordinata esplicativa; per capirlo basta sostituire a quella virgola "infatti". Ecco: dove può esserci "infatti", è meglio mettere i due punti. Non la virgola. La virgola non spiega, è solo una pausa breve; suggerisce l'affanno di chi legge alla svelta e non riesce bene a capire, e di chi scrive alla svelta e non riesce bene a spiegarsi.


I liceali vanno modificando le proprie abitudini. Possono o no essere su Facebook, ma restano sempre linkati.

Cosa significa? Davvero, io non lo so.

Dieci anni fa nessuno dei pionieri di Zuckerberg raggiungeva la comunità via smartphone, i cellulari del tempo non davano accesso al web.

Dieci anni fa nessuno consultava The Facebook dallo smartphone per un validissimo motivo che tutti dovremmo ricordare, ovvero non esistevano ancora gli smartphone. Siamo all'umorismo involontario. Nel Settecento nessuno usava il miscelatore per farsi la doccia. Puzzoni maledetti! In compenso la seconda affermazione ("i cellulari del tempo non davano accesso al web") è platealmente sbagliata - ci riusciva persino il mio povero nokia coi tasti in membrana. Ci riusciva un sacco di gente che dovrebbe comprare la Stampa per leggere un pezzo così e scoprire che si ricorda le cose meglio dell'autore.

Nota come le due affermazioni (una comica e l'altra falsa) siano legate da una virgola; eppure sono due proposizioni indipendenti. Al limite la seconda è una coordinata esplicativa, proprio come nell'esempio più sopra. Non so se l'autore del pezzo sia convinto che la virgola significhi "infatti"; mi dispiace che anche il correttore sia della stessa idea.


Oggi 945 milioni di utenti, per lo più giovani, agganciano Facebook via telefonini lontani dall’idea di Bell e Meucci di comunicare con i suoni, e sempre più edicole, biblioteche, discoteche, Borse, cineteche, stadi, musei, fori politici e mercati pornografici tascabili. 

Telefonini lontani dall'idea di Bell e Meucci. Bello. Senza ironia, sul serio, bello questo crescendo zucconiano di edicole, biblioteche, discoteche e bordelli. E qui le virgole ci vogliono. Proprio per questo è meglio economizzarle: così quando ti servono risultano meno banali di quanto non siano. Quindi io tra "suoni" ed "e sempre" avrei messo un punto e virgola e avrei tolto la "e".

Facebook fattura sei miliardi di euro, ma la ragione per cui Mister Breyer mise i primi, cruciali, 13 milioni di dollari, spiega tutto il successo, conta la cultura:

Non so quale sia la fonte dei sei miliardi di euro (qui ci sono tanti numeri ma sei miliardi no). Prendo la notizia per buona. La frase non è corretta. La "ragione" che "spiega tutto il successo" è "conta la cultura"? Ammettiamo che sia così: prima di "conta la cultura" servono due punti, non una virgola. Sì, è sempre lo stesso errore.

Invece ci sono due punti dopo. Ci aspettiamo quindi una spiegazione, o un'illustrazione, o una conseguenza dell'affermazione precedente ("conta la cultura"). Parte invece questo virgolettato:

«È un mercato che ha una crescita potenziale enorme, organica e il team di Facebook è intellettualmente onesto e con una brillantezza che toglie il respiro nel comprendere l’esperienza di vita degli studenti al college».  

Questo è quello che l'autore intende per "cultura". Mmmm. Forse si poteva spiegare meglio. Nota come autore e correttore siano risoluti a piazzare virgole ovunque, tranne che davanti a una e: l'unica regola che resiste è quella inculcata alle elementari. C'è una "brillantezza" che "toglie il respiro nel comprendere". Comprendere cosa? la vita degli studenti al college? Ma non avevamo detto che Facebook non era più una cosa da giovani? Forse si tratta di una vecchia citazione dei tempi in cui Facebook era una comunità per studenti di college? Nel frattempo però è cambiato tutto: non è un'affermazione mia, è il senso dell'articolo.

Quel che né Zuckerberg né Breyer, avevano previsto - e che dovrebbe ancora far riflettere - è che pensionati di Matera, pescatori delle Filippine, casalinghe di Chicago e Rio, banchieri di Londra e Macao, sacerdoti ad Accra e scienziate al Polo Nord, si sarebbero comportati esattamente come i teenager di dieci anni fa, decidendo cosa amare, con chi fare amicizia, a chi legarsi via Facebook. 

La maledetta virgola tra soggetto e verbo. La maledetta virgola. Ma non c'è un correttore a Torino?

Quel che i sondaggi schematici - chi è online e chi no, chi usa il web e chi no, chi va su Facebook e chi no, chi legge i giornali e chi i siti - non riescono a cogliere è la capillare penetrazione dei social media nel nostro tempo. La metà dei cittadini che non è iscritta a Facebook, ma usa per lavoro il web, vive in casa (fonte Pew) con almeno un iscritto a Facebook. Il che vuol dire che quei papà, mamme, figli che riluttano ai Like, le amicizie, le fotine postate e i cuoricini riversati a iosa, sono comunque nella galassia Facebook, i loro volti appaiono nelle stesse foto Instagram, i loro commenti faranno capolino online, le loro storie e giudizi entreranno nell’acquario della Rete.

È un po' come quando i giornalisti si lamentano perché la gente li giudica dalle copie vendute: guardate che l'acquirente la sua copia se la porta in casa e lì la leggono tutti, mamma nonni bimbi e il cane. Per tacere di chi se lo dimentica in treno, sicché se lo legge tutto lo scompartimento. E i bar? Tutto un sommerso pazzesco. Ecco perché la gente non compra i più giornali; voi pensavate che fosse a causa dei pezzi illeggibili e invece no: è colpa dei bar, dei passeggeri distratti, del cane. Riluttare di solito regge un verbo: si rilutta a "concedere un like". Il dizionario Treccani però concede che si possa usare riferito a cose, ma "in usi elevati, non comuni"; insomma c'è un'improvvisa impennata di registro stilistico che purtroppo termina subito, come vediamo:

Molti utenti criticano Facebook, lo trovano petulante, invadente:

La solita virgola sbagliata, per il solito motivo. Si poteva mettere un punto, o un punto e virgola. Capiamoci: ne uso tantissime anch'io di virgole brutte così. Lo faccio per due motivi: (1) a volte mi scappano; (2) voglio suggerire un'accelerazione nella lettura, un anacoluto minimale. Comunque qui non la userei. Forse dovrei smettere e basta.

ma restano comunque e a chi chiede perché, rispondono con una paura ancestrale: «Mi sentirei solo, temo di perdermi qualcosa». 

"Mi sentirei solo" non è una "paura ancestrale": può essere al limite un'ammissione che tradisce una paura ancestrale.

Dieci anni fa i ragazzi resero dunque ricco Zuckerberg perché aveva colto per primo il loro profondo desiderio di restare per sempre uniti, «Forever Young», come nei quattro anni di college, per molti americani i più spensierati.

Dieci anni fa Zuckerberg non diventò ricco tutto d'un colpo, suvvia. C'è davvero bisogno di quel "Forever Young", appiccicato come un adesivo sul serbatoio di una Moto Gilera per mascherare l'ammaccatura già un po' rugginosa? Tanto più che il desiderio più profondo non è quello di restare sempre giovani (quello non credo che Zuckerberg l'abbia colto per primo), ma "sempre uniti".

I loro fratelli minori non hanno bisogno di un link per sentirsi legati, vivono in un ambiente saturo di comunicazione, da WhatsApp, Tumblr, Pinterest e Twitter, dove semmai occorre non strafare con le foto audaci online se non si vogliono rogne con i professori o al lavoro.  

Un'altra virgola d'affanno tra "legati" e "vivono" (beh, almeno qui il soggetto è lo stesso). Segue un elenco burchiellesco di cose in realtà molto diverse tra loro, che l'autore non ha spazio, voglia e pazienza di spiegare. Stanno lì da sfondo.

Dieci anni fa Facebook era la piazza del paese virtuale, come negli Anni 50, tutti i vitelloni fermi a cercare una ragazza, le ragazze intente a chiacchierare tra loro e ignorarli.

La solita virgola affannata (tra "50" e "tutti i vitelloni"). The Facebook dieci anni fa era una piattaforma aperta soltanto agli studenti accademici: è probabile che tra di loro le interazioni fossero di livello un po' più alto di quelle di adesso. E però vuoi rinunciare all'occasione di rilanciare uno stereotipo intramontabile: la piazza italiana in bianco e nero con le donne che filano svelte e i vitelloni che fischiano? È una specie di archetipo dell'inconscio collettivo: se socchiudi gli occhi riesci a intravedere in sovraimpressione DOLCE & GABBANA.

Oggi Facebook è la stessa piazza del paese virtuale, ma nel 2014 le ragazze l’attraversano distratte in metropolitana o in Vespa, caricano amici o amiche di fretta, e si allontanano in ogni direzione del web infinito, cuffiette alle orecchie senza ascoltar nessuno. 

Quindi non è cambiato niente: le ragazze non ti filano nel 2014 così come non ti filavano nel 2004. Nel frattempo però si sono messe le cuffiette... ma aspetta, c'era un sacco di gente con le cuffiette anche nel '04; ce le avevo pure io le cuffiette nel '04. Vabbe', sarà una metafora. C'è un'altra virgola sbagliata, potete trovarla da soli.

venerdì 29 novembre 2013

Capitani balbettanti

Se posso, vorrei dire - a seguito di qualche malevolo commento - che tutto ciò che ho dato ha pagato le tasse. Poi, che altre donazioni possono aver luogo, senza passare per il notaio: Ricerca sul Cancro, Vidas, Bambini nefropatici, Shoah, San Raffaele, scusa mi fermo, sono stati i miei preferiti. Infine un chiarimento su tutta questa gazzarra. Qui dentro c’è stato un terribile schifo, una congiura... (Bernardo Caprotti, 26/11/13, Corriere della Sera)

Qualche giorno fa - Berlusconi non era ancora decaduto, sembrano secoli - sul Corriere è comparsa una letterina del presidente della catena Esselunga, Bernardo Caprotti. Trattandosi della replica a un articolo che lo riguardava, la pubblicazione era un atto dovuto; a sorprendere (ma neanche più di tanto, ormai), è la decisione di pubblicare il testo del biglietto così come è probabilmente arrivato, stile Celentano. Probabilmente in redazione avranno preferito non innervosire ulteriormente il personaggio, e così gli hanno dato spazio esattamente come in un talk show si "passa la linea" a un ospite telefonico, magari un tizio inviperito che ha chiamato perché stanno parlando male di lui.

Risultato: abbiamo assistito in diretta allo sfogo di un capitano d'industria ottantottenne, senza capire molto dei dettagli, ma afferrando la sostanza: il tizio non si può più fidare di nessuno. Gli fanno la guerra i figli; gli fa la guerra la vecchia segretaria e braccio destro; probabilmente gli hanno alzato una trincea persino in ufficio stampa, così è ridotto a scriversi i biglietti da solo. Con qualche effetto perversamente comico: Caprotti afferma di aver fatto cospicue donazioni alla "Shoah": probabilmente non allude a un inverosimile sostegno ai genocidi nazifascisti, ma alla meritoria associazione "Figli della Shoah"; aveva fretta e ha abbreviato, e al Corriere han stampato così.

Di fronte a un episodio del genere - valutate voi quanto buffo o patetico o triste - spunta la solita domanda (spunta sull'Unità, H1t#206)ma succede così anche altrove? O siamo l’unico Paese in cui i capitani d’industria non riescono a padroneggiare la propria lingua madre, né a munirsi di collaboratori che li sappiano assistere? Quando Caprotti definisce il Corriere il “Times del proprio Paese”, mette a fuoco il problema: è immaginabile un testo così involuto sul Times o su qualsiasi altra prestigiosa testata occidentale? Non è una domanda retorica, onestamente non lo so: se qualcuno ha in mente episodi paragonabili me li segnali pure qua sotto. Ma nel frattempo rimane il dubbio di ritrovarsi nel Paese con la classe dirigente e industriale meno colta d’Europa. Altrove almeno una letterina la sanno scrivere – se non lo sanno fare, sanno procurarsi qualcuno che lo faccia per loro; da noi no, non è richiesto, non è necessario.
Nell’era della comunicazione, i nostri capitani balbettano. Chi li rimprovera di non conoscere l’inglese forse non ha afferrato l’entità del problema: neanche in italiano sanno spiegarsi. Sono stupidi? Tutt’altro: intelligenza e cultura sono variabili non correlate, ed evidentemente Caprotti non ha avuto bisogno di particolari competenze linguistiche per mettere in piedi un impero nel ramo distribuzione. Forse davvero quando sei in ascesa la cultura più di tanto non serve. Ma ti assiste nei giorni difficili, quando devi imparare a mollare, e l’istinto non vuole saperne. Ha l’aria di essere la situazione di Caprotti, ed è sicuramente quella di Silvio Berlusconi, che pure può contare su un lessico un po’ più ricco, da piazzista quale è sempre stato. In qualsiasi altro Paese un Berlusconi avrebbe mollato da mesi, senza arrivare all’umiliazione del voto di mercoledì. Non glielo avrebbero consigliato soltanto i collaboratori più fidati: ci sarebbe arrivato da solo, riflettendo sugli esempi che la cultura personale gli avrebbe fornito, su Nixon, su Leone e su tanti altri. Berlusconi invece conosce solo Berlusconi, e magari la Storia gli darà ragione: dopo lo scisma del PdL e la manifestazione autocommiserativa di mercoledì i sondaggi lo vedono in risalita. Si vede che in Italia l’istinto premia ancora. http://leonardo.blogspot.com

giovedì 14 novembre 2013

È eh

"La lingua! Ci rifletti mai?"
"Eh".
"Che cosa incredibile. Che fonte di affascinanti misteri e paradossi. Pensa alle flessioni".
"Preferirei di no".
"Gli antichi indeuropei avevano forse declinazioni a dieci casi, che si sono poi andate semplificando".
"Mano male".
"Il latino - come sai bene - conosceva sei casi, l'italiano uno solo. Ma questo che significa?"
"Non saprei".
"Che gli uomini preistorici avevano una grammatica più complessa della nostra?"
"Eh".
"Che affascinante mistero. Leggevo proprio ieri che due linguisti, attraverso un attento studio comparativo, sono arrivati a individuare la prima parola universale".
"Eh?"
"Precisamente: è la prima parola comprensibile in tutte le lingue del mondo".
"E quale sarebbe?"
"Eh".
"Non me la vuoi dire?"
"Te l'ho già detta, eh".
"Va bene, mi sarà sfuggita".
"Ma no, è eh".
"Vabbe', è inutile che mi ridi in faccia".
"Non ti sto ridendo in faccia. Ti sto dicendo che la prima parola universale è eh".
"È un indovinello?"
"Non è un indovinello. È eh".
"Va bene. Mi è sfuggita. Forse mi ero distratto. Me la puoi benissimo ridire, che ti costa?"
"Ma te l'ho ridetta".
"Ah sì?"
"Sì, è eh".
"...E ti dispiacerebbe enormemente ridirmela di nuovo?"
"Eh".
"Eh?"
"Precisamente".
"Precisamente è la prima parola universale?"
"No, eh".
"E allora la prima parola universale è..."
"Però per favore concentrati".
"Sono concentrato".
"È la prima parola universale. Tutti i popoli del mondo la possono capire".
"Tutti".
"Ha lo stesso significato in tutte le lingue. Non possono esserci fraintendimenti, equivoci, errori".
"E questa incredibile parola è..."
"Eh. Se la dici a un ottentotto, lui capisce quello che stai cercando di dirgli. Eh".
"Non sono un ottentotto".
"A maggior ragione".
"E quindi?"
"Eh".
"Non me la vuoi dire?"
"Te l'ho appena detta".
"Ah sì?"
"Eh".
"E RIDIMMELA UN'ALTRA VOLTA".
"EH! EH! EH È LA PRIMA PAROLA UNIVERSALE".
"CE L'HAI CON ME? PENSI CHE SIA DIVERTENTE?"
"NON È DIVERTENTE. È EH".
"GIANNI, ASCOLTAMI, SIAMO SU UN BLOG IMPORTANTE. UN LUOGO DOVE SI FANNO DISCUSSIONI RAFFINATE. ORA PER FAVORE, DIMMI 'STA CAZZO DI PAROLA UNIVERSALE".
"MAVAFFANCULAMAMMET'"
"Lo sospettavo".

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