giovedì 22 settembre 2022

Non sei neanche fascista: non sei niente

È dall'inizio della campagna elettorale che l'approccio di molti interlocutori aa Meloni è chiederle se per caso è ancora fascista. Si capisce che qualcuno meno scaltro a questo punto sarebbe sbottato: sì perdio certo che son fassista, vincere e vinceremo, eja eja alalà, basta che mi facciate anche qualche altra domanda. Aa Meloni, invece, resiste: del resto è una vita che non fa altro, con strategie varie che dimostrano se non altro una certa creatività, ad esempio l'ultimo eufemismo è stato una cosa del tipo quando Fini disse che il fascismo era il Male Assoluto io non mi dissociai, e inoltre io aggiungerei che a piazza San Sepolcro lei non c'era (sul serio: non risulta dall'appello), se solo due indizi facessero una prova... insomma è dall'inizio della campagna elettorale che i giornalisti riescono a farle prendere le distanze dal fascismo senza alienarsi la base fascista, il che ci pone il solito problema: è brava lei o sono fresconi i giornalisti? O forse si sono messi d'accordo, a questo punto il dubbio è lecito.


È dall'inizio della campagna elettorale che mi sorprendo a pensare (sbagliando): se fosse fascista, aa Meloni, almeno sarebbe qualcosa. Mentre invece cos'è? Una che è fascista se tu sei fascista, draghiana se ti preoccupi dell'economia, putiniana se odi la Nato, ma invece riflettendo bene la Nato ti piace e allora ecco che aa Meloni ci riflette pure lei per un istante ed è atlantista, anzi lo è sempre stata. Ora questo in effetti è un carattere del fascismo italiano, che prima di essere un'ideologia era una banda di gente che cercava di arrivare al potere puntellandosi su qualsiasi ideologia fosse disponibile in quel momento: partivano socialisti (più soreliani che marxisti), si ritrovarono nazionalisti perché il quel momento il settore era un po' sguarnito ma promettente, avevano la loro dottrina sociale ma dovevano anche tenersi buoni gli industriali che li foraggiavano, eccetera eccetera. Insomma una certa perversa coerenza la tizia ce l'ha, ma chissà se ne è al corrente – voglio dire, parliamo di una che qualche anno fa era convinta che il 24 maggio fosse l'anniversario del Piave: ad associarla al fascismo storico si rischia di conferirle una profondità culturale che non merita. E un'etichetta antisistema paradossale: parliamo di una tizia che appunto, era già capocorrente AN quando Fini lo traghettava nel Polo delle Libertà e Salvini toglieva le rotelle alla bicicletta (e potrebbe averle tolte troppo presto), una che è stata già ministro, in particolare ministro daa gioventù e nessuno si ricorda cos'abbia fatto in quel dicastero – non l'ha fatto squattare ai tizi di Casapound e sorcerie consimili, è già qualcosa. Il meccanismo di fascinazione collettiva per cui a un certo punto ci convinciamo tutti che il tal personaggio tv è la Cosa Nuova della politica, anche se lo conosciamo da trent'anni e da trent'anni le paghiamo qualche stipendio qua, qualche gettone là, è davvero singolare – o forse si sono messi d'accordo i giornalisti, davvero. 

È dall'inizio della campagna elettorale che ci ripetiamo che aa Meloni vincerà: pare lo dicano tutti i sondaggi, che sbagliano sempre ma non possono sbagliare così tanto. Quello che sorprende di più è che non sembra dilagare al Sud, dove il M5S tiene, ma al Nord, dove molti ex elettori berlusconiani e leghisti dovrebbero spostarsi sulla faccia nuova (salvo che nuova non è affatto, ma si vede che è la più nuova che gli è rimasta: che la nostra voglia di facce nuove sorpassa di molto la nostra capacità di produrne). Ora, è pur vero che il centrodestra italiano dal 1994 ha sempre funzionato in questo modo, sviluppando etichette diverse che si adattassero al territorio a dispetto della coerenza interna: per cui i leghisti federalisti andavano tranquillamente in coalizione con i finiani centralisti anche se nessuno li vedeva mai nella stessa stanza. È persino possibile che una volta mandati questi fratelliditalia al potere, gli elettori del Nord non notino nessuna differenza con le gang berlusconiane e leghiste che ci avevano mandato fino alla scorsa legislatura, tanto sovrapponibili sono la maggior parte dei temi: prima gli italiani, morte al politicamentecorretto, abortire è un po' morire e così via. Certo, c'è il federalismo ma è sempre stata una carota che gli stessi leghisti mostravano all'asino che cavalcavano: un orizzonte sempre promesso, sempre differito, anche perché poi quando ci arrivi scopri che si tratta di spostare due o tre edifici ministeriali a Monza, e insomma forse è molto meglio sognarlo che realizzarlo. E non escludo che i fratelliditalia si scoprano anche loro federalisti, se gli fa comodo. Eppure: sul serio manderete in parlamento gente che non conoscete, di cui non avete mai sentito parlare, di un partito che fino a ieri da Bologna in su era il classico banchetto di quattro gatti, tra i Testimoni di Geova e i FirmaControlaDroga: sul serio avete deciso che questo è il partito che meglio può rappresentare le vostre istanze in parlamento? Certo, è chiaro che a questo punto Salvini vi ha deluso (per gli stessi motivi per cui vi avrà deluso aa Meloni tra sei mesi: perché non ha la bacchetta magica per riportare l'Italia al 1982): ma sul serio basta questo per travasare il voto settentrionale da un partito che è comunque radicato nel territorio, che può vantare migliaia di amministratori (tra i quali qualche personaggio valido e competente deve pur esserci, per statistica) all'involucro vuoto che sta sotto a una tizia famosa perché in un comizio ha detto sono una madre sono cristiana? Sul serio basta così poco

Siamo insomma già diventati presidenzialisti dentro, come gli americani? O persino peggio degli statunitensi che almeno tra un presidente e l'altro votano anche un Congresso che possa fare da contrappeso: mentre per noi alla fine ormai il parlamento non è che la cassa di risonanza del Leader che scegliamo tra una rosa di leader che non hanno ancora fatto in tempo a deluderci: Berlusconi via, Renzi via, Salvini via, Conte via, tocca aa Meloni: è così che funziona? Perché questo, vedete, è davvero il fascismo: che partiva socialista, diventò nazionalista, ma quando si trasformò in una forma di governo prevedeva esattamente questo: l'identificazione della volontà popolare nella figura di un leader, da acclamare di tanto in tanto attraverso plebisciti: il parlamento a quel punto diventava pleonastico e infatti a un certo punto venne chiuso. Il leader poi aveva un bel da fare ad accontentare la monarchia che lo aveva appoggiato, gli industriali che (non mi stancherò mai di ripeterlo) lo foraggiavano, e nel frattempo mimare una sensibilità sociale, con un'abilità che ai tempi ingannò molte persone e continua a illuderne un secolo dopo: il suo trono era sempre traballante e la necessità di puntellarlo portò a scelte scellerate. Allo stesso modo aa Meloni, una volta vinte queste elezioni, si troverà molte gatte da pelare, ma almeno potrebbe contare su un parlamento di perfetti sconosciuti che pigino tutti i tasti che vuole lei. Come siamo arrivati a questo? Il fondatore del fascismo almeno dovette penare un po', fondare dei giornali, bussare alle porte di industriali che li finanziassero, litigare coi socialisti, andare in guerra e ci poteva lasciare le penne, organizzarsi una marcia su Roma: tutto gli si può essere rimproverato (veramente tutto) ma non l'intraprendenza. E quando si trattò di scriversi una legge elettorale su misura, la dovette far scrivere ai suoi – non agli avversari. Guardando aa Meloni, ecco, non pare che abbia sudato tutte queste camicie: certo, sopravvivere da donna in mezzo a bande di ratti di fogna per più di vent'anni, lasciarsi esibire come foglia di fico di un fascismo dal volto umano dove il volto era proprio il suo, non dev'essere stata una passeggiata e glielo riconosciamo. Ma se bastasse questa fatica a trasformare un'arrivista in una statista, ecco, a questo punto ce ne saremo accorti. 

lunedì 19 settembre 2022

Prendi i Romanov, loro non disturbano

(Domenica scorsa avevo persino provato a vedere un tg1 perché avevo sentito dire che l'Ucraina stava vincendo la guerra e beh, mi sembrava una notizia abbastanza grossa ma evidentemente mi sbagliavo, la notizia grossa era che la regina d'Inghilterra era ancora morta, come del resto da tre giorni, c'era un reporter d'assalto che intervistava inglesi per strada che potevano confermarlo, continuava a essere morta e loro continuavano a dispiacersene, ottimo. Poi un breve aggiornamento sull'Ucraina dove effettivamente qualcosa sta succedendo ma non si è fatto in tempo a capire perché bisognava passare all'altro scoop ovvero c'è un ex calciatore che si è lasciato con una presentatrice e volano gli stracci, al che ho proprio detto: No senti piuttosto di quei due di cui sopra a Viterbo non è mai fregato niente a nessuno, piuttosto di quei due ricomincia pure a parlarmi della regina che è morta e la cosa incredibile è che il tg1 mi ha preso in parola e si è collegato di nuovo con la Gran Bretagna per uno scoop straordinario, la regina stava viaggiando in autostrada (quantunque morta, la scorrazzavano da qualche parte dell'Isola) e c'erano le riprese di elicottero, capite, in esclusiva, perché noi contribuenti non badiamo a spese e vogliamo assolutamente vedere la panoramica di un'autostrada scozzese con un catafalco scortato dalla polizia, grazie tg1 del tuo alto senso delle mie priorità, grazie ancora).

Il suicidio programmato del Pd

Questo blog, per quanto ormai catatonico, finché è acceso resta un pungolo – c'è sempre la remota possibilità che qualche discendente lo ritrovi e si domandi: ma insomma, lui dov'era mentre la catastrofe si compiva? Dopo aver dettagliato per mesi e per anni ogni singola sciocchezza di Berlusconi e ogni ingenuità dei suoi avversari, cosa stava facendo quando i nodi vennero al pettine e una legge elettorale scritta dalla sinistra regalò due terzi dei seggi a una destra immorale e immonda? Ascoltava Battiato, compulsava i padri bollandisti, si era rincitrullito? Non aveva niente da dire, come Kraus nel '33? Sì, beh, in parte è così. Il disastro che sta arrivando è così prevedibile, così effettivamente previsto, che non me ne dovete volere se negli ultimi secondi prima della collisione preferisco distogliere lo sguardo: non ho un fetish per questo tipo di spettacolo. La rabbia che provo per tutti gli errori che sono stati fatti, in particolare da chi in teoria mi rappresentava: errori che ho segnalato, al tempo, con tutta la voce che avevo (poca), su tutte le testate in cui mi facevano scrivere (ma non mi leggevano)... questa rabbia non posso non provarla anche nei confronti di me stesso: se davvero avevo tutte queste ragioni, avrei dovuto gridarle più forte, trovare parole più convincenti, unirmi al coro di chi ne aveva di simili. E dovevo farlo qualche anno fa, adesso è tardi. 


Tutto quello che sta succedendo, per quanto così nuovo, non è che l'esito di mosse sbagliate che sono state fatte anni fa, al punto che a volte mi domando se la sinistra non abbia perso la partita più o meno nel 2008, se tutta la disfatta non sia alla fine l'eredità che ci lascia Walter Veltroni: una bomba a tempo concepita per decimare il progressismo italiano e magari porre fine alla repubblica parlamentare. Veltroni ovviamente ignorava la reale conseguenza delle sue azioni, quando chiudeva con la sinistra e battezzava quella "vocazione maggioritaria", che come avremmo capito più tardi consisteva nel cercare disperatamente la legge elettorale più adatta a far vincere le destre: quindici anni dopo, Enrico Letta lo avrà capito di essere una specie di esecutore testamentario, il tizio incaricato di staccare la spina? Il fatto che lo siano andati a prendere a Parigi, quando lui ormai faceva tutt'altro, è un indizio molto forte.

Il Pd poi è il partito della ragionevolezza, anche a discapito dei fatti, ed è in effetti ragionevole che ritengano necessario perdere queste elezioni: in fondo fin qui ha funzionato così, il Pd perde e dopo un po' torna al governo lo stesso, quindi perché darsi la pena? E se stavolta il giochetto non riuscisse, perché aa Meloni e compagnia potrebbero dilagare in virtù di una legge elettorale demenziale che Letta non aveva la possibilità politica (ma forse nemmeno la volontà) di cambiare... beh, per i maggiorenti Pd questa non sarebbe tutto sommato una tragedia, bensì una conferma che il sistema maggioritario funziona e ci regala quell'alternanza all'americana che Veltroni tanto sognava. Alla fine la ragionevolezza del Pd, che tanti vantaggi gli ha portato in questi anni, rischia di essere il suo difetto finale, in quanto basato su idee astratte di democrazia e alternanza che i dirigenti democratici tendono a scambiare con la realtà: l'idea tanto veltroniana delle elezioni come disfida leale ad armi pari, oggi vinco io e tra cinque anni vinci tu, li porta a correre verso la disfatta con un entusiasmo accelerazionista: prima perdiamo meglio è, si dicono sottovoce, prima perdiamo prima vinciamo. Che la sconfitta possa essere così pesante da annichilirli, da togliere i pochi spazi che gli sono rimasti, non lo sospettano nemmeno. A ogni tornata perdono pezzi e fanno finta di niente, convinti che prima o poi vinceranno loro e recupereranno tutto, come se le regole del gioco lo prevedessero; e intanto perdono spazio sulla Rai, i quotidiani nazionali piuttosto di tifare per loro si inventano fenomeni discutibili come Calenda e compagnia. Non hanno nemmeno i soldi per i manifesti, e non li hanno anche grazie a Enrico Letta che profittò del breve periodo in cui governava per tagliare i finanziamenti ai partiti e sostituirli col demenziale due per mille: stava segando il ramo su cui si sedeva, al tempo lo scrissi, ma forse non lo scrissi abbastanza bene, non lo scrissi abbastanza forte, insomma non è servito a niente. 

Ho scritto anche tante volte a proposito del voto utile, e intendiamoci: non rinnego una parola. Un voto in sé non è che possa cambiare più di tanto le cose, ma non ha altra utilità. Il voto di protesta non protesta un bel niente, così come l'astensione che non ha mai, ribadisco mai, creato le premesse per sollevazioni popolari. Il voto identitario è una sciocchezza, anche solo per il fatto che il voto è segreto: l'identità puoi esprimerla in tanti luoghi reali e digitali, ma quando voti stai semplicemente mettendo un +1 e a nessuno interessa se il tuo 1 è più lungo o più corto: vale comunque 1, cerca di metterlo dove è più utile. Ma che sia più utile continuare a darlo a questo Pd, un partito che ogni volta che ha avuto la possibilità di scrivere le regole le ha scritte favorevoli per l'avversario; ecco, questo è discutibile. Chi da quindici anni non fa che provare a impiccarsi dovrebbe almeno smettere di chiederci la corda in prestito. Può darsi che alla fine io lo voti comunque, semplicemente per la credibilità dei candidati che hanno espresso nella mia circoscrizione: così come in altre circoscrizioni non lo voterei mai, proprio perché non riterrei utile mandare certi candidati alle camere. E forse anch'io di nascosto da me stesso spero che la sconfitta, se proprio sconfitta dev'essere, sia così travolgente da chiarire anche ai sordociechi che il Pd va rifatto da capo, o sostituito con qualcos'altro magari un po' meno ragionevole e un po' più, come dire, furbo. Sempre ammesso che resti qualche spazio, che una destra supermaggioritaria non decida di riscrivere un po' di costituzione, che Corriere e Repubblica non decidano che il progressismo è qualche altro ex portaborse di industriali, eccetera. Comunque vada, ci vediamo di là.

mercoledì 14 settembre 2022

Ma se tutto invece andasse bene (che incubo)

Si diceva che non abbiamo la minima idea di cosa succederà quest'autunno, e quindi mi è venuta in mente questa eventualità: metti che tutto vada bene.

Non sarebbe incredibile?

Eh.

Il covid, ad esempio: ha continuato a colpire, nel suo piccolo, per tutta l'estate (e le vittime, a contarle, non sono poi così poche), però la curva è in declino. Certo, ora comincia la scuola. Da me sono bastate le riunioni preliminari dei docenti per contare i primi tamponi positivi, ma magari è una coincidenza. Ma... mettiamo invece che tutto vada bene; mettiamo che il covid non colpisca più. Sarebbe bello, vero? Già.

E la guerra? Per quel che sembra di capire, l'esercito russo ha preso una bella batosta. Questo a dire il vero non significa che la guerra stia per finire, anzi potrebbe succedere esattamente il contrario; che i russi si irrigidiscano, intensificando i bombardamenti di ritorsione e che gli ucraini non siano interessati a scendere a compromessi. Ma... mettiamo invece che tutto vada bene; mettiamo che la guerra finisca all'improvviso con un cambio di regime a Mosca, con i successori di Putin ansiosi di venderci il loro gas a prezzi di sconto. Sarebbe bello, vero? Già.

Ma non solo. Sentite che altro potrebbe succedere. Potremmo avere un autunno eccezionalmente mite, e quindi nemmeno tutta questa necessità di bruciare gas. Potremmo avere a questo punto una ripresa economica, galvanizzata dai provvedimenti già presi dai governi Conte e Draghi. Non sarebbe fantastico? 

Sì, in teoria sarebbe fantastico, sì, senonché...

...tutto questo succederebbe proprio all'indomani di una vittoria elettorale di Giorgia Meloni, sulla carta l'oggetto più a destra della storia d'Italia dopo il 1945. Cioè se tutto andasse così bene, la più miracolata sarebbe lei (già fin qui favorita da fin troppe circostanze, e dall'insipienza di avversari e alleati concorrenti). 

Per cui succede questa cosa terribile: non solo non credo che tutto andrà bene (è mai successo che tutto sia andato bene? Sarebbe la prima volta), ma nemmeno riesco ad augurarmelo. Cioè tre anni di pandemia e poi arriva aa Meloni proprio quando finisce la pandemia? Una guerra che rischiava di diventare mondiale e poi arriva aa Meloni e all'improvviso si sgonfia? Sarebbe... immeritato, ecco. E soprattutto non credo che ci converrebbe, nel medio-lungo termine. 

Così, se proprio volete sapere come mi sento in questi giorni: odio la guerra, e ho persino paura che finisca. Ho orrore per la pandemia, che però se finisce proprio adesso mi fa incazzare. E mi detesto per i discorsi che mi ascolto fare. 

(Certo, se proprio volessi sperare che tutto vada bene, dovrei ipotizzare anche una sconfitta daa Meloni; ma razionalmente non ci riesco: mi sembra più facile una resa di Putin. Tanto vantaggiosa risulta la legge elettorale che i suoi avversari le hanno regalato).

(Che poi in effetti, anche se per assurdo vincessero i suoi avversari, dopo una simile prova di ottusità strategica, siamo onesti: se lo meriterebbero? Probabilmente comincerebbero a discutere una legge elettorale ancor più demenziale affinché almeno vinca le prossime elezioni: e sappiamo che ne sarebbero capaci).

martedì 13 settembre 2022

I santi ribelli a Faenza il 23 settembre!

 


Buonasera a tutte e tutti, solo una breve segnalazione: sono stato invitato dalla redazione del Post a Talk, nell'ambito del quale avrò il privilegio, ma diciamo pure il piacere, di presentare a Faenza il Catalogo dei santi ribelli con Laura Tonini venerdì 23 settembre alle ore 18 nel cortile piccolo. È un evento a iscrizione e quindi... sì, potreste persino non trovare posto se non vi prenotate (diciamo che è un'eventualità) (non lo so quanto sia piccolo il cortile piccolo). Finisce tutto alle 19 perché poi ci sono Concita De Gregorio ed Erica Mou quindi non è che possiamo prendercela comoda. 

Detto questo... ma poi chi ha vinto la Gara? Ebbene si tratta di Summer on a Solitary Beach: vittoria non banale ma sostanzialmente appropriata a un torneo così estivo. Questo il podio:

1. Summer on a Solitary Beach (Battiato/Pio, #7)

2. Centro di gravità permanente (Battiato/Pio, #1)

3. Voglio vederti danzare (Battiato/Pio, #3)

E così l'Era del cinghiale bianco, dopo la soddisfazione di aver azzannato Cuccurucucù, rimane al quarto posto. Grazie a tutti per la partecipazione e la compagnia. 

Ps: lo so che succedono tante cose nel mondo (guerre, elezioni), e mi piacerebbe pure scriverne, ma cose non banali che per adesso non mi vengono (e settembre comunque per me è un mese durissimo). Il blog ritornerà, prima o poi ritorna sempre. 

domenica 4 settembre 2022

128. Di tanto in tanto un grido copriva le distanze

Ed eccoci alla Finalissima della Gara delle canzoni di Franco Battiato, che ci ha tenuto compagnia per tutta l'estate, anzi dai giorni di maggio, e che finisce così all'improvviso com'è cominciata: del resto sono già tornate le piogge, presto riapriranno le scuole, cadranno foglie lungo i viali, e ancora un altro inverno che probabilmente non porterà la neve, ma in ogni caso a quel punto la Gara sarà solo un ricordo lontano, chi aveva vinto poi? Una di queste due:

1981: Summer on a Solitary Beach (Battiato/Pio, #7)

1981: Centro di gravità permanente (Battiato/Pio, #1)

Si vota qui – il tabellone

È il quarto derby della Voce del padrone, il disco che ha portato ai quarti cinque canzoni su sette (le due che non ce l'hanno fatta erano state eliminate da altri brani della Voce). Un disco che comincia con Summer on a Solitary Beach, la cui canzone più conosciuta è Centro di gravità permanente. Non era sinceramente la finale che mi aspettavo: pensavo che Cuccurucucù avesse una marcia in più. Ma è una finale abbastanza logica. Centro è sempre stato il brano favorito, e lo è diventato sempre di più quando si è capita la netta preferenza della giuria popolare per gli anni Ottanta, e in particolare per la Voce. Può darsi che insomma si ripeta quanto successo con il torneo delle canzoni dei Beatles, ovvero che il risultato sul campo confermi il pronostico del ranking, che in quel caso indicava A Day in the Life. Anche se il ranking dei Beatles era molto più 'tecnico', il risultato di una media delle classifiche delle testate musicali. E come nel caso dei Beatles, a guardarla da vicino questa Canzone Numero Uno non sembra così migliore di tutte le altre: vince ma non stravince. Ha solo quel qualcosa in più che fin qua l'ha fatta preferire a ogni altro pezzo che le si è parato davanti. Può darsi che quel Qualcosa In Più, in entrambi i casi, sia una certa ecletticità. A Day in the Life è di John, ma c'è anche un po' di Paul. È una ballata, ma è anche molto sperimentale. È in Sgt. Pepper, ma c'entra poco col concept del disco. È ironica e stralunata, ma anche straziante: un funerale sotto acidi. Centro di gravità permanente non somiglia in nessun modo ad A Day in the Life, ma per una singolare coincidenza manifesta un analogo eclettismo. Anch'essa sembra due canzoni in una; una strofa criptica, un ritornello di esibita cantabilità. C'è Gurdjieff e c'è il twist. La puoi ballare da bambino e ne puoi riscoprire i sottotesti da adolescente. E puoi trovare ridicoli i sottotesti da adulto e rimetterti a ballarla come da bambino (ma in senso ironico). 

Alla doppia e tripla chiave di lettura di Centro di gravità, si contrappone l'immediatezza di Summer on a Solitary Beach. Qui non ci sono ironie che tengono: c'è solo l'epifania di una spiaggia solitaria che Battiato evoca con sofisticata precisione. Se Centro è due canzoni in una, Summer è un mantra di due soli accordi ripetuti per cinque minuti: una fissità lievemente increspata da qualche variazione ritmica. Mi domando se non sia stata favorita, nella sua lunga ascesa al podio, dalla scelta di giocare alla Gara nei mesi estivi, quando il desiderio o la nostalgia di una spiaggia è più cocente: e d'altro canto avremmo potuto disputarla in qualsiasi altra stagione? Battiato è stato davvero il Cantante dell'Estate, Summer ne è la prova più vivida. È il risultato di un lungo studio di marine che Battiato aveva cominciato ad abbozzare ai tempi di Sulle corde di Aries, se non già coi suoi tentativi cantautoriali degli anni '60. Lo sguardo verso il mare, la tensione verso un orizzonte metafisico, si proietta già verso i temi dei decenni successivi. Sceglierete Centro di gravità se amate il Battiato ironico e soprattutto autoironico; voterete per Summer se lo preferite quando naufraga in cerca dell'assoluto. 

Si vota qui – il tabellone

Potete votare fino alla mezzanotte tra il 5 e il 6 settembre, dopodiché... la Gara sarà finita, tutto qui, non si vince niente, non so nemmeno se scriverò ancora un pezzo per segnalare il vincitore. Su Battiato, vi prevengo, ne scriverò altri nei prossimi mesi, per riorganizzare il materiale che ho scritto qui un po' per volta alla carlona in qualcosa di più sistematico. Lo so che sembra che io stia parlando di FB da una vita (e immagino che alcuni non ne possano più), eppure certe cose mi sembra di cominciare a capirle soltanto adesso. Vi ringrazio di avermi tenuto compagnia su facebook e su questo blog moribondo, mentre fuori proseguiva la guerra, finiva la scuola, prendevo il covid, guarivo, assistevo alla crisi di un governo e al suicidio programmato delle forze di centrosinistra, andavo al mare, tornavo, mi rimettevo a lavorare: ma almeno avevo qualcosa da scrivere tutti i giorni che non c'entrava quasi nulla con la guerra, col governo, coi fascisti, col covid, col mare – anzi no, col mare un po' c'entrava. Mi ha fatto bene, sul serio, e spero che ne abbia fatto un po' anche a voi. A presto. 

sabato 3 settembre 2022

127. Coppie di anziani che ballano

Finale 3°-4° posto

Si vota qui – il tabellone

1979: L'era del cinghiale bianco (Battiato/Pio, #12)

1982: Voglio vederti danzare (Battiato/Pio, #3)

È andata così. Il più grande mistero della Gara resterà, per quanto mi riguarda, dove sono finiti almeno metà dei cento elettori che dovevano assolutamente mandare il Cinghiale in semifinale (eliminando così una favorita come Cuccurucucù), ma una volta che il Cinghiale è passato gli hanno fatto mancare il loro sostegno – non hanno votato per Centro di gravità: non hanno proprio votato. Forse erano più voti anti-Cuccurucucù che pro Cinghiale, ma insomma la corsa sorprendente dell'ultimo pezzo anni '70 finisce qui, alla finalina di consolazione. Forse sorprende di più il cedimento di Voglio vederti danzare, superata da Summer per una manciata di voti. Stabilire quale delle due canzoni meriti il podio è una questione ancora più fatua del solito, ma ormai siamo qui.   

Cos'hanno in comune i due brani? Un riff strumentale virtuosistico e trascinante – in effetti, se il Cinghiale è un po' un unicum della produzione di Battiato, con quel violino così in evidenza, Voglio vederti è il brano post-Cinghiale che più ce lo ricorda. I quattro album che cominciano col violino del Cinghiale e terminano col valzer di Voglio vederti rappresentano la fase più intensa della collaborazione con Giusto Pio (il cui contributo comincerà a ridimensionarsi a partire dal 1983), da cui il felice paradosso per cui i suoi dischi più pop, Battiato li ha scritti mentre collaborava con un violinista classico. 

Che cos'hanno di diverso? Potremmo dire che in Voglio vederti Battiato si ritrova alle prese con lo stesso problema dell'Era del cinghiale – un brano di quattro minuti che ha il suo punto di forza nel riff strumentale – ma grazie all'esperienza acquisita non commette lo stesso errore del Cinghiale, un rondò la cui prevedibilità degli elementi, dopo i primi ascolti, rischia di annoiare. In Voglio vederti FB la fa tutte per non annoiare l'ascoltatore: cambia la tonalità (sempre più in alto!), modifica la melodia della strofa, perfino il riff viene modificato, arabescato, man mano che la canzone va avanti: fino all'imprevedibile valzer finale. Ma ripeto, forse il fascino del Cinghiale sta nella sua meccanica prevedibilità. Voterete per il Cinghiale se mezzo secolo dopo ne siete ancora succubi; preferirete Voglio vederti danzare se il vostro Battiato preferito è quello che danza intorno al mondo. In ogni caso dovete votare a partire da oggi; il sondaggio scade la mezzanotte tra il 4 e il 5 settembre.   

Si vota qui – il tabellone

giovedì 1 settembre 2022

126. E nel pomeriggio, mentre il sole ci nutriva

1981: Summer on a Solitary Beach (Battiato/Pio, #7)

1982: Voglio vederti danzare (Battiato/Pio, #3)

Benvenuti alla seconda semifinale della Gara delle canzoni di Franco Battiato (si vota qui), un po' più prevedibile della prima: entrambi i brani hanno vinto con un buon margine ai quarti, e in generale non si sono mai scontrati con brani di ranking superiore. Summer ha sconfitto As Tears Go By, Le sacre sinfonie del tempo, Shock in My Town, Tozeur, Gli uccelli; invece Voglio vederti danzare, che dopo la caduta della Cura era il brano col ranking più alto di tutto il lato destro del tabellone, si è trovata davanti Meccanica, Ermeneutica, Frammenti, Up Patriots Bandiera bianca, insomma questa semifinale se la sono largamente meritata entrambi. Chi vincerà? Non saprei proprio: certo, Voglio vederti gode di una popolarità largamente superiore anche presso un pubblico extra-battiatesco: ma non è certo il pubblico che continua a votare per la Gara, e che viceversa potrebbe, con deliberato snobismo, concentrare il voto sul brano un po' meno noto (che poi è comunque famosissimo, ma ha un titolo che non si lascia memorizzare: l'avesse chiamata Mare mare, sarebbe in tutte le playlist estive, e a Carboni non sarebbe rimasto che comporre I've Even Bought a Motocycle).  

Cos'hanno in comune i due brani? C'è un'ora di musica in tutto, che Battiato ha composto in una ventina di mesi tra 1980 e 1982, e che da sola sarebbe sufficiente a farcelo considerare uno dei più grandi autori della canzone italiana. Quest'ora comprende i due dischi usciti tra 1981 e 1982 – 14 brani in tutto: il primo è Summer on a Solitary Beach, l'ultimo Voglio vederti danzare: gli estremi della sezione aurea (e cominciano e finiscono con un sentore di valzer). Nel primo sta prendendo il sole al mare, nell'ultimo sta ballando: più pop di così non poteva essere, non sarà mai più (eppure, che differenza con tutti i sottoprodotti di generatori di canzonette estive successive, ma anche precedenti). C'è anche tutto il suo gusto per l'esotismo, che in Summer gli suggerisce una strofa in anglo-francese, e in Voglio vederti si scatena con radio Tirana e le cavigliere del Katakali. Con la musica si possono fare tante cose: in questi due brani FB ci vuole soprattutto mandare in un altro spaziotempo: un'estate infinita e remota (come sono tutte le estati già al primo settembre), o una balera romagnola, ma anche irlandese e tzigana o derviscia.  

Che cos'hanno di diverso? Se si considera che le hanno scritte gli stessi autori nel giro di pochi mesi, c'è da strabiliare per quanto siano diverse (e comunque straordinariamente efficaci). Summer è un brano di due accordi, i due accordi più simili e facili da mettere assieme, I e vi: l'unico espediente per contrastare la monotonia è la sospensione ritmica nel (primo) ritornello. La progressione di Voglio vederti danzare è un'allegra sarabanda di accordi, ripetuti in quattro tonalità diverse, e c'è in giro ancora gente che dice che Battiato non avesse una gran voce. Voterete Summer se nella vostra testa Battiato è quello che prende il sole in occhiali scuri su una sedia a dondolo; preferirete Voglio vederti danzare se lo vorreste veder danzare un'ultima volta con i dervisci tourneur o con le z******* del deserto. In ogni caso dovete votare a partire da oggi; il sondaggio scade la mezzanotte tra il 2 e il 3 settembre.   

Si vota qui – il tabellone

mercoledì 31 agosto 2022

125. Non sopporto i cori russi

1979: L'era del cinghiale bianco (Battiato/Pio, #12)

1982: Centro di gravità permanente (Battiato/Pio, #1)

Ed eccoci alla prima semifinale della Gara delle canzoni di Franco Battiato (si vota qui), con quella che forse è la sorpresa più grossa del torneo: in breve è successa questa cosa, che a mezzanotte di ieri L'era del cinghiale bianco aveva un voto in più di Cuccurucucù, e le regole sono le regole: quella che secondo me era la favorita (oltre che la mia preferita, dopo il tracollo di Stranizza d'amuri) rimane ai quarti, e il Cinghiale diventa la prima canzone del torneo a mandare a casa un brano della Voce del padrone. Ricordiamo che è solo un gioco – buffo, è da tanto che non lo scrivevo, coi Beatles dovevo farlo molto più spesso, il fatto è che fin qui non ci sono stati molti risultati imprevedibili. Da qui in poi invece mi aspetto di tutto, insomma un pezzo che ha battuto L'oceano di silenzioE ti vengo a cercare e Cuccuruccucù evidentemente ha abbastanza sostenitori da portare a casa il torneo. D'altra parte, Centro di gravità è la testa di serie numero uno – cioè il brano più ascoltato su Spotify, sì, ma ricordiamo che il secondo brano più ascoltato su Spotify (La cura) ci ha lasciato serenamente agli ottavi. Insomma io mi giocherei la tripla, un'espressione che i più giovani non capiranno, del resto perché i giovani dovrebbero venir qui? Fatevi il vostro torneo con la miglior canzone di... di Sfera Ebbasta. 

Cos'hanno in comune i due brani? Una certa schizofrenia strutturale, che prevede la giustapposizione di una strofa in minore, riflessiva, e un ritornello squillante e cantabile (anche se nel caso del Cinghiale non è cantato, bensì strumentale). Il fascino particolare sta proprio nella sensibile differenza tra strofa e ritornello, con una dinamica che risente ancora di una certa mentalità prog, ma al servizio di un progetto molto più pop: alla fine è il ritornello di entrambe che salta fuori dalla radio e ti si ficca in testa. Non è del tutto una coincidenza nemmeno che in una strofa di tutte e due le canzoni Battiato ritragga sé stesso mentre passeggia in una città di sera, a Tunisi o a Pechino: in entrambe le canzoni c'è un momento in cui si passeggia e un momento in cui ci si mette a ballare. Bisogna ammettere che in Centro il passaggio è più fluido, mentre nel Cinghiale è ancora meccanico (e forse troppo insistito: è una canzone che poteva durare un minuto in meno). A meno che parte del fascino del Cinghiale non risieda proprio in questa meccanicità inesorabile.   

Che cos'hanno di diverso? Il Cinghiale è (forse) il brano più esoterico, pieno di enigmi non risolti: Centro di gravità è il manifesto del Battiato popolare ed essoterico (con due s), quello che vuole smettere di stupire con enigmi e anzi conciarsi come una popstar per arrivare a più pubblico possibile. Nel Cinghiale Battiato trova una sua formula di new wave, nel Centro proclama che la new wave non gli piace – ma in generale non gli piace nulla di quello che sta facendo: i cori finto russi dei madrigalisti, la finzione rock di Patriots, e in generale tutta la musica che proviene dal blues e dall'Africa: non la sopporta. Vi capita mai di dire a voce alta che odiate il vostro mestiere? Sono momenti, poi passano. Voterete L'era del cinghiale bianco se vi piace il Battiato enigmatico che sta ancora cercando di capire come si vendono le canzoni al grande pubblico; voterete Centro di gravità permanente se lo preferite nel momento in cui ha capito come venderle, e se ne sta già un po' pentendo. In ogni caso dovete votare a partire da oggi; il sondaggio scade la mezzanotte tra il primo e il 2 settembre.   

Si vota qui – il tabellone

Perché votiamo a settembre

(Volevo scrivere qualcosa sulle elezioni, ma c'era nell'aria un temporale che non riusciva a risolversi. Ho passato ore a tenere d'occhio il cielo da tutte le finestre di casa per capire da che parte avrei dovuto chiudere nel momento della bomba d'acqua, come un marinaio che saltella da poppa a prua e non trova pace. Il cielo notturno s'illuminava a volte per un istante, come un globo di neon, sfarfallava, prima di spegnersi o esplodere. Non si spegneva mai e non esplodeva mai). 

I motivi per cui si votava in primavera confesso di non averli mai afferrati. Probabilmente c'era un non detto, ragioni molto pratiche e poco nobili, quadrature di conti, cose del genere. Che le istituzioni si stessero, progressivamente, sfaldando, lo abbiamo notato anche dal fatto che si cominciava a votare sempre prima: a marzo, a febbraio. Nulla di incostituzionale, eppure a chi stava al mondo da un po' risuonava come uno scricchiolio sempre meno ignorabile. E quest'anno si vota a settembre, con un'accelerazione che è tipica dei disastri. Perché votiamo a settembre? I motivi di giugno ce li siamo già più o meno dimenticati – Conte ha pestato i piedi, Draghi era stanco, Aa Meloni aveva i sondaggi buoni. Niente che non fosse già successo, postumi di qualche elezione amministrativa. Sì, ma di solito a questo punto si faceva un governo balneare e buona lì. Invece voteremo a settembre. Appena entrati a scuola, ci fermeremo per votare. Perché stavolta non potevamo fare diversamente? Crisi di governo ne abbiamo avute così tante – i meno giovani ricorderanno che anche ai tempi dello stabilissimo pentapartito, occorreva rimpastare in media ogni venti mesi. Cosa ha di veramente diverso, questa crisi, da tutte le crisi dal 1946 in poi? 

Beh, tutto. Viviamo in tempi esageratamente interessanti. C'è una guerra – ce ne sono state tante, ma questa è una guerra con la Russia e se sembra scongiurata la possibilità di combatterla con le testate nucleare, forse è previsto che diamo il nostro contributo spegnendo il riscaldamento. C'è un'epidemia – ce ne sono state tante, ma facevano meno notizia e probabilmente meno morti: oddio, questa continua a farne tantissimi ma una specie di comitato dell'inconscio collettivo ha deciso che ne siamo fuori (decisivo il sostegno di un po' tutti gli organi di stampa, che forse a questo punto erano stanchi di intervistare virologi, inoltre gli industriali che li pagano preferiscono avere un po' più morti e un po' meno lockdown). Che altro c'è? Beh, date un'occhiata alla finestra, magari il monsone sta passando anche da voi. I raccolti come stanno andando? Nella mia zona hanno raccolto un quarto del granoturco che si aspettavano di raccogliere, questo capisco che non sia interessante quanto i tweet di qualche tizio che si batte per il 5%, in fondo il granoturco si dà alle bestie. Carestia, Guerra, Epidemia danno sempre la sensazione di incontrarsi in un posto per caso, ma a ben vedere viaggiano assieme. Ecco perché voteremo a settembre. Ecco perché Conte non poteva andare avanti, perché Draghi era stanco, perché aa Meloni aveva fretta. Voteremo a settembre perché dopo non abbiamo la minima idea di cosa ci succederà.

Sul serio: non abbiamo la minima idea. Per dire: Putin potrebbe cedere all'improvviso. È sinceramente il mio scenario preferito. Quello che sta stritolando l'Europa è in fondo un braccio di ferro, e i bracci di ferro hanno di buono che finiscono all'improvviso (sì, ma a volte per arrivare a questi finali improvvisi ci vogliono 40 anni, vedi Guerra Fredda). Per ottenere un cambio di regime in Russia, la Nato ha messo in atto una serie di misure che hanno portato alla recessione gran parte d'Europa (compresa, si spera, la Russia). Ora il punto è: cederanno prima i russi, che forse all'austerità sono più abituati e hanno meno margini per esprimere il loro malcontento, o gli europei, in particolare noi europei occidentali, i bambini viziati del mondo, ancora coi postumi delle sbornie coloniali? Nessuno lo sa davvero, anche perché dipende dal clima, e il clima sta cambiando troppo velocemente. Metti che l'estate si protragga fino a ottobre, e le ottobrate a novembre: magari teniamo duro e molla Putin. Metti invece che da qui in poi sia una lunga stagione delle piogge con un settembre già freddino, e un governo che ci propone di tenere il riscaldamento al minimo: ce la facciamo? E chi lo sa. Non ne ho la minima idea, così come non mi sarei mai aspettato che gli italiani rispettassero un lockdown rigido come quello del 2020. Magari ci terremo caldi cantando, va' a sapere. Oppure andremo a cercare i governanti coi forconi. I prezzi dei generi alimentari aumenteranno? Ovvio che aumenteranno, ma di quanto? Dovremo chiudere le scuole, non per il contagio (quello a quanto pare dobbiamo prendercelo e ringraziare), ma per risparmiare il riscaldamento – ovvero per farlo pagare alle famiglie che dovranno scaldarsi i figli in casa? Magari obbediremo: per cacciare Putin questo e altro. O magari cominceremo a inneggiare a Putin, da quel che vedo in giro non mi sento di escluderlo. 

Non credo che nessuno possa escludere niente. Il virus si evolve, il clima cambia, la guerra sembra a uno stallo (uno stallo che potrebbe risolversi domani o durare come l'Afganistan). Voteremo a settembre perché da ottobre in poi nessuno ha la minima idea, e un'altra cosa interessante che succede quando nessuno ha la minima idea è che nel dubbio alza il prezzo, così che per esempio quello del gas è aumentato molto prima che ce ne fosse davvero penuria. Qualcuno ci sta ovviamente speculando sopra, ma dando una scorsa ai titoli dei giornali non è che la cosa interessi molto: l'idea di includere la lotta alla speculazione tra gli argomenti della campagna elettorale non è venuta a nessun personaggio di rilievo. Eppure sembra ai miei occhi di profano un argomento perfetto: la gente teme i rincari di bolletta, teme l'inverno gelido, e alla borsa di Amsterdam qualcuno sta speculando sulle loro paure. C'è un problema popolare, c'è un colpevole meschino... no, niente da fare, alla fine a proporre il price cap dev'essere lo stesso Draghi che del capitalismo non è nemmeno il volto umano, diciamo il volto non ancora completamente deformato dagli spiriti animali. Draghi alla fine resterà disponibile, se abbiamo capito la sceneggiata del meeting di Rimini. Il centrodestra vuole vincere la gara elettorale, è programmato per farlo (tanto quanto il Pd di Letta è programmato per perderla). Il fatto che l'Italia sia nella situazione più complessa e indecifrabile dal 1943 non è che gli sfugge, ma per gente come la Meloni o Salvini è un dettaglio: devono vincere, tutti glielo chiedono da anni, è il traguardo della carriera, della vita, poi magari a governare chiameranno qualcuno del mestiere. Lo stesso Berlusconi alla fine vorrebbe solo un riscatto, che tutti se lo ricordassero come il nonno della patria al Quirinale e non come il satiro di palazzo Grazioli. Mi viene in mente quel periodo in cui i ragazzini si erano convinti che il mondo sarebbe finito nel 2012 (gli adulti li avevano convinti, per vendergli libri e film). Ce ne fu uno che mentre cercavo di spiegare che era tutta una sciocchezza, mi chiese: ma io entro il 2012 faccio in tempo a prendere il patentino? L'importante era riuscire a mettersi tra le gambe in tempo un motorino, dopodiché il mondo poteva benissimo perire. Salvini, Aa Meloni, Berlusconi mi ricordano un poco quel ragazzo. 

domenica 28 agosto 2022

124. Al suono di cavigliere del Katakali

1981: Bandiera bianca (Battiato/Pio, #6)

1982: Voglio vederti danzare (Battiato/Pio, #3)

Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato (si vota qui) – più precisamente al quarto quarto. Anche qui, come nel primo quarto, non sussistono più anomalie: è andato tutto proprio come previsto dal ranking, il che ci può lievemente sorprendere se ricordiamo quanto trascurabile fosse la metrica su cui suddetto ranking si basava: il numero di ascolti su Spotify. In effetti, non è così strano che Voglio vederti danzare sia il terzo brano più ascoltato, e che Bandiera bianca sia il sesto – a sorprendermi se mai è la sopravvivenza di quest'ultimo, senz'altro uno dei brani di Battiato che ha sempre goduto di maggior attenzione (specie radiofonica), ma da un punto di vista estetico, mi sento di dire, decisamente non tra le sue otto canzoni più belle. Anzi da alcune testimonianze traiamo il sospetto che Battiato l'avesse concepita come un pezzo di musica deliberatamente brutto, specchio dello spirito dei tempi che in quel periodo in particolare lo disgustava (non che in seguito gli sia mai apparso uno spirito dei tempi più  simpatico) (si è semplicemente addolcito lui, con l'età e soprattutto col successo); (uh com'è difficile restare giovani e severi quando i palazzetti si riempiono e le mamme ti abbracciano). Ricordiamo che nessuna canzone della Voce del padrone, fin qui, è mai stata battuta da una canzone che non fosse della Voce del padrone: l'exploit potrebbe riuscire stavolta a Voglio vederti danzare, che sopravanza Bandiera bianca nel ranking, nella popolarità, e poi in generale è proprio una canzone meglio, dai.     

Cos'hanno in comune i due brani? Entrambi furono le bandiere dei rispettivi album: in particolare Bandiera bianca fu l'unico singolo estratto dalla Voce, anche se fu in seguito superato in popolarità almeno da Centro di gravità e Cuccurucucù (le quali a quanto pare non uscirono su 45giri: ecco perché il 33 vendette come il pane). Neanche Voglio vederti danzare uscì come singolo, ma era di gran lunga il brano più radiofonico di quel lavoro non altrettanto vendibile che si chiamava L'arca di Noè. Entrambe si prendono, strana coincidenza, una licenza ritmica nel ritornello, dove il 4/4 va a farsi benedire proprio nel momento in cui il galateo radiofonico ci terrebbe di più. 

Che cos'hanno di diverso? C'è una certa complementarità, in effetti: Bandiera bianca è il brano più disarmonico dell'album più commerciale (ma servì proprio a cementare il carisma, il sintomatico mistero del personaggio); Voglio vederti danzare è il brano più compromissorio di un disco molto meno compromissorio. Diciamo che all'inizio del 1981 Battiato doveva ancora assumere un atteggiamento di altera alienità che alla fine del 1982 rischiava di danneggiarlo: Voglio vederti danzare significa anche Voglio rassicurare la Emi che anche questo disco lo vendiamo. La prima è un'indignata osservazione della miseria morale contemporanea, la seconda una rapita contemplazione della bellezza che l'umanità è in grado di sprigionare, quando danza (purché siano danze tradizionali e radicate nei rispettivi territori) (va bene qualsiasi territorio, dall'Irlanda alla Romagna all'Albania, purché non siano i ritmi angloamericani ormai egemoni anche nell'hit parade italiana). Voterete Bandiera se vi piace il Battiato/Savonarola che punta il dito sulle nequizie occidentali; voterete Voglio vederti danzare se lo preferite rapito dall'incanto per la danza e per le culture pre-industriali. In ogni caso dovete votare a partire da oggi; il sondaggio scade la mezzanotte del 31 agosto.   

Si vota qui – il tabellone

sabato 27 agosto 2022

123. Con le regole assegnate a questa parte di universo

1981: Summer on a Solitary Beach (Battiato/Pio, #7)

1981: Gli uccelli (Battiato/Pio, #15)

Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato (si vota qui) – a che punto siamo? Siamo ai quarti, in particolare nell'angolo in alto a destra del tabellone, quello che ha visto l'unico vero terremoto dei pronostici: la favorita del settore (La cura, secondo posto nel ranking) ha ceduto nei sedicesimi contro Segnali di vita, la quale poi negli ottavi ha ceduto il passo agli Uccelli, ed ecco spiegata la presenza tra le prime otto del brano col ranking più basso (Gli uccelli è appena quindicesima). Ha già partecipato a un derby della Voce del padrone, e oggi si ritrova invischiato nel secondo. Noto en passant che nessuna canzone della Voce, fin qui, è stata sconfitta da una canzone di un altro album.     

Cos'hanno in comune i due brani? Beh, sono stati scritti nello stesso periodo da due compositori al top della forma. Sono due brani che in qualsiasi momento uno li ritrovi, riescono immediatamente a creare un incanto particolare – questo è il motivo forse per cui cerchiamo di non ritrovarli troppo spesso, almeno io ho passato anni interi senza ascoltarli e da questo forse dipende anche quel senso di sorpresa che provo quando le ritrovo. Sono proprio ben fatte, con soluzioni di arrangiamento che sfidano il tempo: alcune davvero sofisticate (la complessità ritmica di Summer), altre di commovente semplicità artigianale (il rumore delle ali che si aprono negli Uccelli, ottenuto dispiegando un foglio di giornale). Non sono tra i brani più conosciuti dell'album, ma ne dimostrano la qualità media altissima.

Che cos'hanno di diverso? Da un punto di vista armonico, sono due canzoni agli antipodi: Summer è la dimostrazione di come si possa fare una canzone molto bella con due soli accordi; Gli uccelli contiene forse il maggior numero di accordi che Battiato abbia mai deciso di inserire in una canzone, con cambi di chiave mai banali che diventano, è stato già notato, il correlativo oggettivo dei voli imprevedibili degli uccelli. In effetti cosa c'è di più statico di un pomeriggio al sole, cosa c'è di più dinamico del volo dei pennuti; potrebbero essere due canzoni dedicate ai due elementi, Aria e Acqua (nel qual caso Sentimiento nuevo potrebbe essere il Fuoco e Centro di gravità la Terra).Voterete Summer se naufragar vi è dolce in un mare di memorie estive; voterete Gli uccelli se invidiate loro le ascese velocissime, codici di geometria esistenziali. In ogni caso dovete votare a partire da oggi; il sondaggio scade il mezzogiorno del 31 agosto.   

Si vota qui – il tabellone

122. Per carnevale suonavo sopra i carri in maschera

1979: L'era del cinghiale bianco (Battiato/Pio, #12)

1981: Cuccurucucù (Battiato/Pio, #4)

Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato (si vota qui) – oggi con il secondo quarto, che vede un'indiscussa favorita battersi contro il più eccentrico dei brani superstiti. L'era del cinghiale bianco in effetti è il titolo più antico ancora in circolazione (gli altri stanno tutti in un sottile intervallo tra 1981 e 1983); addirittura non può essere considerato da un punto di vista cronologico "anni '80", anche se è la canzone con cui Battiato entra, piuttosto bruscamente, in un decennio nuovo e nella fase più popolare della sua carriera. L'era piacque subito, anche se all'inizio il bacino di ascolto era molto ristretto (fu Lucio Dalla a informare Battiato che i ragazzi lo cantavano in coro il ritornello in piazza Maggiore): è curioso perché apparentemente non contiene le caratteristiche del brano pop, che per fortuna in quegli anni erano ancora in fase di codifica; in compenso metteva in evidenza un virtuosismo violinistico negli anni in cui la gente li ascoltava volentieri.    

Cos'hanno in comune i due brani? Una certa sveltezza, che nell'Era si comunica attraverso il fraseggio violinistico di Pio: una delle doti che Battiato portava alla new wave era la disponibilità di questo ex orchestrale ad aprire cascate di note dovunque FB ne sentisse la necessità. Quanto a Cuccurucucù, il pop italiano non aveva mai pulsato così velocemente. Il dialogo sulle corde basse tra Radius e Donnarumma ci sommuove il sistema nervoso e ci predispone alla commozione che FB solletica pescando madeleines da una vecchia collezione di 45 giri. Sono anche due brani nostalgici, a modo loro.

Che cos'hanno di diverso? La nostalgia del Cinghiale è privata (nelle strofe) e politica (nel ritornello): Battiato ricorda certe vacanze d'antan in Nordafrica e auspica il ripristino di un'Era della Saggezza; tra questi due momenti non sembra esserci un vero collegamento, potrebbero essere due canzoni diverse separate dal segmento violinistico. Cuccurucucù è l'opera di un compositore pop assai più maturo e consapevole del mezzo: non c'è quasi un verso che non rientri nel concetto di fondo, e il concetto di fondo è che noi siamo la musica che suoniamo e ascoltiamo. Persino quel melodrammatico "da quando sei andata via non esisto più", se lo immagini riferito alla Musica, non suona più così esagerato. Voterete il Cinghiale se vi piace il Battiato più enigmatico, quello che non risolve i suoi indovinelli e lascia il campo aperto a un universo di suggestioni; voterete Cuccurucucù se da quando Battiato non c'è più avete sensazione di esistere un po' di meno. In ogni caso dovete votare a partire da oggi; il sondaggio scade la mezzanotte del 30 agosto.   

Si vota qui – il tabellone

venerdì 26 agosto 2022

121. Ancora un altro entusiasmo ti farà pulsare il cuore

1981: Centro di gravità permanente (Battiato/Pio, #1)

1983: La stagione dell'amore (#8)

Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato – cominciamo oggi coi quarti di finale, e in particolare dal quarto più regolare. Tutti gli incidenti di percorso sono stati assorbiti e le due canzoni che si affrontano nell'angolo in alto a sinistra del tabellone sono esattamente quelle previste dal ranking: la #1 contro la #8. Ricordo che il ranking è interamente basato su una metrica non così rilevante, ovvero il numero di ascolti su Spotify – in fondo chi è che ascolta Battiato su Spotify? Eppure, almeno per un quarto, la metrica ci ha azzeccato, mettendo contro due brani separati da poco più di due anni: né si tratta di una grande coincidenza, visto che gli otto qualificati risulteranno tutti pubblicati tra il 1979 e il dicembre 1983: La stagione dell'amore è appunto il più recente. È anche l'unico del mazzo a non essere accreditato anche a Giusto Pio, probabilmente perché nella maggior parte dei casi il contributo di Pio era riferito all'arrangiamento e all'orchestrazione (il fatto che Battiato lo ritenesse un contributo così rilevante da accreditarlo co-autore è l'ennesima prova della sua generosità). La versione '83 della Stagione è uno dei casi in cui Battiato ritiene di non avere più bisogno di orchestrazioni, né di arrangiamenti che non siano quelli da lui composti sugli strumenti digitali che sta adoperando. È una decisione di cui, come abbiamo visto, si pentirà presto. 

Cos'hanno in comune i due brani? Più di quanto si possa intuire al primo ascolto. Una componente parodica, quasi ludica, che in Centro si sfoga nel ritornello (il più classico dei giri di Do, negli anni in cui a Sanremo era quasi obbligatorio) e nella Stagione dell'amore si esprime nel fraseggio della tastiera elettronica (i due famigerati accordi in levare, una trovata più Righeira che Battiato). E a un certo punto in entrambi i brani succede qualcosa di simile: una scala ascendente di accordi dal sapore vagamente 'disco' che in Centro fa da rampa tra il ritornello e la strofa ("Over and over again...": Re/Mib/Sol) mentre nella Stagione costituiscono l'inciso ("Ancora un altro entusiasmo...": Sib/Do/Re).

Che cos'hanno di diverso? Centro è una canzone sul mascheramento, sulla necessità di sembrare diversi da quello che si è (più accomodanti, più popolari); La stagione è il primo brano in cui FB si pone il problema dell'invecchiamento, anche solo per negarlo e per prometterci nuove estati di passione. Voterete Centro se vi siete affezionati al Battiato essoterico (con due s), quello che scende nell'arena del pop per farci parte del suo universo di insegnamenti preziosi che forse non meritiamo; voterete La stagione se lo considerate più un compagno di viaggio, uno che ci esortava a non guardare indietro, a vivere ogni istante come il più importante ecc.. In ogni caso dovete votare a partire da oggi; il sondaggio scade la mezzanotte del 29 agosto.   

Si vota qui – il tabellone

120. E avete voglia di mettervi profumi e deodoranti

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato – oggi col secondo derby della Voce del padrone: la canzone più arrabbiata contro la canzone più eccitata].

Si vota qui – il tabellone

1981: Bandiera bianca (Battiato/Pio, #6)

Mister Tamburino non ho voglia di scherzare: rimettiamoci la maglia, i tempi stanno per cambiare. La prima volta che ho sentito Mr Tambourine Man, io sapevo già che era una canzone importante perché l'aveva citata Battiato in Bandiera bianca. Ovvero non bisogna sottolineare che qualsiasi opera citazionistica degli adulti, i giovani negli anni dell'apprendistato la tratteranno comunque come un'enciclopedia. Pure Achille Lauro, pure i Maneskin, per voi sono rifritture di cose già sentite: per loro sono la porta di accesso alle stesse cose.

Bandiera bianca rientra in un insieme buffissimo di canzoni italiane ispirate da Dylan, ma che assolutamente non sono cover di Dylan, anzi ci assomigliano proprio poco. Questo insieme comprende [Se sei bello ti tirano le] Pietre di Ricky Gianco (ispirata a Rainy Day Women), Tropicana del Gruppo italiano (ispirata a Black Diamond Bay), forse Un'overdose d'amore di Zucchero (Shot of Love), ci metterei anche Buonanotte fiorellino di De Gregori la cui somiglianza con Winterlude è appunto più concettuale che melodica.  In quasi tutti questi casi, Dylan non è scopiazzato e nemmeno citato; è poco più di una reminiscenza (ancora più eccentrico il caso di Vedendo la foto di Bob Dylan di Pippo Franco). In Bandiera bianca Battiato sembra ricorrere a Dylan in un senso antifrastico, o almeno così l'ho sempre voluto intendere: è finita l'era dell'impegno politico, i tempi sono cambiati, siamo nel riflusso, sul ponte sventola bandiera bianca. C'è poi da aggiungere che il montaggio citazionista che Battiato sfoggia tra Patriots e La voce del padrone non è una pratica sconosciuta allo stesso Dylan, che vi ricorreva già ai tempi di Highway 61 e Blonde On Blonde: nel momento in cui si rimise a scrivere canzoni Battiato potrebbe essersi ispirato a certi frullati di parole di Dylan. E da Dylan Battiato potrebbe anche aver preso la disponibilità a cambiar pelle all'improvviso: da acustico a elettrico a country nel giro di sei anni, un esempio illustre di come ci si può reinventare continuamente e rimanere in qualche modo fedeli a sé stessi. Di Dylan ripescherà altri due titoli di successo in quella gita alla collezione di dischi in soffitta che è la coda di Cuccurucucù: Just Like a Woman e Like a Rolling Stone. E poi basta, non ne parlerà più, non lo citerà più. Tornerà sugli Stones e sui Doors nella sua versione di La musica muore; tornerà ai Beatles in Stati di gioia. Su Dylan non tornerà più.  

1981: Sentimiento nuevo (Battiato/Pio, #11)


Dopo averne letti un po' e dopo averci riflettuto bene, mi pare che i testi più utili per capire un po' di Battiato siano quelli di Fabio Zuffanti, a cui le mie glosse devono parecchio. Tra i battiatisti Zuffanti non solo è il più esperto da un punto di vista musicale, ma è anche quello che più si danna nella ricerca di significati per certi astrusi grumi di parole che lo stesso Battiato avrebbe avuto difficoltà a giustificare. E di solito è una ricerca fruttuosa – segnalo uno dei rari casi in cui mi trovo in disaccordo, ovvero secondo Zuffanti "il senso del possesso che fu prealessandrino" è un riferimento al "verso alessandrino", il doppio settenario che s'impose in Francia nel Cinquecento e divenne il verso standard del teatro francese nel secolo successivo. Ora, potrebbe anche avere ragione, ma per me è più semplice considerare "pre-alessandrino" nel senso di "pre-ellenista", ovvero precedente a quella precoce globalizzazione degli usi e dei costumi imposta da Alessandro e dai suoi successori. Considerando che tutte le pratiche erotiche menzionate nella canzone sono fiorite in terre conquistate da Alessandro (anche se lo "shivaismo tantrico", ammesso che esista, è nato ben dopo), Battiato a mio parere sta parlando di sensibilità sessuali classiche o arcaiche, e non di metriche rinascimentali. Sempre ricordando che la sua priorità era scrivere un testo abbastanza alla svelta per una canzone scritta all'ultimo momento. Che poi questo testo sia diventato uno dei suoi più famosi è cosa che, abbiamo visto, stupiva lui per primo.  

mercoledì 24 agosto 2022

119. Abbocchi sempre all'amo

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato – oggi la canzone che ha vinto il sedicesimo con più margine contro quella che l'ha spuntata per tre voti. E nessuna delle due (ormai è sorprendente) sta nella Voce del padrone].

Si vota qui – il tabellone

1980: Up Patriots to Arms (Battiato/Pio, #19)

Giusto per una manciata di voti, Up Patriots ha sconfitto Il re del mondo e devo prenderne atto proprio oggi, mentre tra le notizie c'è questa cosa di un partito postfascista che distribuisce nelle spiagge "la settimana enigmistica dei patrioti". Da cui potrebbe derivare l'ennesimo slancio di mani avanti: è vero, Battiato indulgeva nell'uso di termini che già ai tempi indicavano una certa destrorsità, come appunto "patria", però lo faceva in modo assolutamente ironico o comunque non ideologico (e magari persino inconsapevole); è vero, attingeva da un serbatoio culturale che ai tempi veniva etichettato "nuova destra", ma poi ci sono state destre talmente più nuove (o più vecchie) che oggi quella "nuova destra" è praticamente centrosinistra avanzato, insomma è più facile immaginare un Letta con un Adelphi in mano, di un Salvini. È vero, almeno una volta si è trovato a suonare a una festa di Alleanza Nazionale, ma non se ne stava rendendo conto e... ma perché sento l'esigenza di scrivere queste cose? Mi accorgo che sto reagendo da militante: Battiato è morto e io sto vegliando sul cadavere, cerco di spaventare gli avvoltoi, ma "io" chi sono? Non sarò per caso pure io uno sciacallo, uno che è geloso e lo vuole tutto per sé? Perché insisto tanto sulla componente postmoderna e fingo di non vedere che in Battiato c'è sempre stato tanto altro che non poteva piacermi? 

In parte lo faccio per rispetto del defunto, che in vita rifiutò qualsiasi etichettatura che sapesse di destra, anche perché in quegli anni poteva portargli soltanto dei danni: non è escluso per esempio che la famosa recensione di Manfredi sulla Stampa non gliene abbia portati (l'Arca vendette bene ma la metà del disco precedente). Rileggendo ci si accorge che a quei tempi "nuova destra" significava Calasso e Cacciari, insomma designava (dispregiativamente) una zona molto meno angusta di quella pattugliata oggi dai Marcello Veneziani di turno o dai ragazzini intelletto-dissidenti (non è che quella cricca particolare non esistesse già, ma nessuno vi avrebbe fatto affidamento, specie se di mestiere voleva vendere due o tremila dischi).

Però in quella zona culturale ci stava benissimo, meglio di qualsiasi altro cantautore e non soltanto perché citava René Guénon o Nietzsche. Battiato ci stava perché era un critico della modernità (come siamo tutti); un mitologo della propria infanzia (come siamo siamo tutti); e vedeva la Storia come una Caduta da uno stato di innocenza primigenio, e quando credi in questa cosa non puoi che avere in uggia ogni forma di progresso sociale. Se sei di buon umore la irridi, se sei di cattivo umore ti scappa l'invettiva accigliata, e a Battiato scappavano e non erano incidenti. Dietro gli stratagemmi avanguardistici covava un reazionario, e adesso cosa pretendo di fare? Separare l'avanguardia dalla reazione? Raccontarmi che ho smesso di ascoltare Battiato perché invecchiando questo suo aspetto diventava preponderante? Ma non è vero, e Battiato ho smesso di ascoltarlo per altri motivi. Il vero problema non ce l'ho col Battiato reazionario, ma col Battiato kitsch.


1982: Voglio vederti danzare (Battiato/Pio, #3)

Poiché Nevski ha trovato sul suo cammino Cuccurucucù e Radio Varsavia si è ritrovata La stagione dell'amore, questa sfida è anche l'estremo spareggio tra Patriots e L'arca di Noè, i due dischi liminari al capolavoro: bisogna decidere quale dei due porterà almeno un pezzo agli ottavi. 
Per quanto riguarda Voglio vederti, abbiamo avuto modo di notare nel brano il ritorno di quella cadenza che a partire dalla Voce (e almeno fino a Mondi lontanissimi) è una vera e propria segnatura di FB: Tonica, dominante, sopratonica (I-V-ii). Il motivo per cui FB è riuscito a infilarla in tante canzoni senza dare mai la sensazione di ripetersi sta nel fatto che non l'ha mai usata ossessivamente, ma sempre come punto di partenza per costruire qualcosa di diverso. Qui ad esempio completa il primo giro con la sopradominante, (vi) ("...nel deserto"): la stessa soluzione tornerà nell'Animale, ma con un esito diverso perché nel secondo giro ("Con candelabri in testa") Battiato decide di disfarsi di tutti gli accordi in minore, e optare per il più semplice e solare I-IV-V (Twist and shout!) che produce un senso di ascensione trionfale: "o come le balinesi nei giorni di festa". A questo punto siamo pronti per celebrare un ritornello che ci aspettiamo il più festoso possibile, e FB non ci delude, anzi ci apparecchia la progressione che in quegli anni stava diventando la più popolare in assoluto e forse lo è rimasta: il responsabile, almeno per l'Italia, potrebbe essere stato Bob Marley con No Woman No Cry. Si tratta insomma della I-V-vi-IV (la stessa anche di Nomadi, e che abbiamo sentito così mirabilmente variata negli Uccelli), che funziona bene da qualsiasi parte uno la cominci, ma in Voglio vederti danzare comincia forse dall'accordo meno intuitivo, il quarto ("E gira...") così da mimare il capogiro di chi sta realmente girando in tutta la stanza, ma soprattutto creare come la necessità che il giro si ripeta su sé stesso fino a un completamento che ci sfugge sempre. Del resto dopo due giri Battiato ingrana la marcia e salta di tonalità: espediente che nel brano ripete ben tre volte. Il risultato è un brano inimitabile, che per quanto prenda qualcosa da tanti altri, non somiglia davvero a nessuno. 

118. Via, via, via da queste sponde

[Buongiorno dalla Gara delle canzoni di Franco Battiato – oggi col derby dell'estate].

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1981: Summer on a Solitary Beach (Battiato/Pio, #7).

Battiato, un cantante per l'estate (ve lo sareste immaginato, un torneo come la Gara, in un'altra stagione?) Se non gli è successo, come alla collega Giuni Russo, di rimanere bloccato in una definizione del genere, è forse semplicemente perché dagli artisti di sesso maschile ci si aspettava una maggiore duttilità. E in effetti a guardar bene il catalogo, le stagioni le ha cantate tutte (anche se per l'inverno si è affidato a De André). Non c'è dubbio che però, delle quattro, l'estate sia stata il suo destino. La prima competizione in cui trovò successo: il Disco per l'Estate. L'argomento di tante sue canzonette del periodo (non necessariamente scritte da lui): ti devo lasciare per l'estate / ti devo lasciare perché è finita l'estate. La sua prima canzone autobiografica, Sequenze e frequenze; e dopo la fase sperimentale, il suo primo successo da autore: Il vento caldo dell'estate. (E il secondo: Un'estate al mare). (Il terzo non so se si possa definire successo: Cocco fresco cocco bello di Ombretta Colli). Persino i brani della Voce del padrone cominciarono a circolare intensamente nei mesi estivi del 1982, quando ormai FB aveva un altro album in canna. Quest'aura estiva era giustificata dal brano d'apertura, in cui Battiato riprendeva le atmosfere di Sequenze e frequenze (compresa l'irruzione finale del sax di Aries). È come se il successo, inseguito o conseguito, coincidesse con l'arrendersi all'estate, alle sue statiche epifanie.  


1984: I treni di Tozeur (Battiato/Cosentino/Pio, #10)

Potete ascoltare per decenni Tozeur – perlomeno a me è successo – senza far caso alla bislacchità di quel primo verso: le strade vedono passare i treni. Insomma non c'è anima viva che li guardi quei treni, nemmeno una lucertola, un insetto, nessuno: ma esiste un treno se nessuno lo guarda passare? Ma siccome il treno effettivamente esiste, stabiliamo che lo guardino passare le strade. Tutto questo, a cercare di spiegarlo, prende righe su righe di circonlocuzioni ridicole, mentre per anni il significato subliminale era penetrato con chiarezza: i treni passano e per strada non c'è nessuno. Battiato procede per immagini incongrue come miraggi nel deserto (le astronavi nelle chiese abbandonate, di nuovo, una delle cose più insensate e più suggestive che ha scritto).

Ripeterò un'altra cosa sul duetto: in un paio di occasioni, Battiato comincia un verso "i treni..." e Alice lo completa ("...di Tozeur"). Come se fosse un solo cantante. È un miraggio anche questo, volendo: e funziona quasi soltanto se la voce femminile è quella di Alice. 

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martedì 23 agosto 2022

117. Lo spazio cosmico si sta ingrandendo

[Arieccoci con la Gara delle canzoni di Franco Battiato – oggi col primo derby della Voce del padrone].

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1981: Gli uccelli (Battiato/Pio, #15)

Che La voce del padrone fosse l'album da battere, era chiaro sin dall'inizio. Quel che sinceramente non m'aspettavo è che portasse tutte e sette le sue canzoni agli ottavi (sì, sette canzoni su sedici sono della Voce del padrone). Compresa quella che Battiato aveva scritto 'brutta apposta' (Bandiera bianca). Compresa quella scritta all'ultimo momento per raggiungere la mezz'ora (Sentimiento nuevo). Compresa la canzone del disco meno ascoltata su Spotify (Segnali di vita), che oggi si batte con la seconda canzone meno ascoltata dell'album: Gli uccelli. Si tratta insomma teoricamente dei due pezzi più deboli della Voce del padrone e... sono due capolavori che Battiato ha raramente eguagliato, il vero fulcro di un album che tutti associano al citazionismo postmoderno (molto meno presente che in Patriots) e all'invettiva di Bandiera bianca, ma che contiene quasi per metà canzoni che di ironico non hanno niente e viceversa insistono sulle atmosfere, sulla contemplazione dell'universo e la speculazione sulle regole che lo reggono. Gli uccelli, ne abbiamo già parlato, potrebbe essere la canzone più "Battiato" in assoluto, in quanto sintesi quasi miracolosa di numerosi stilemi: l'orchestrazione liederistica, quel marchio di fabbrica che è la cadenza I-V-ii, le invenzioni lessicali pseudotecniche ma felicissime ("geometrie esistenziali"), la sensibilità per la natura e soprattutto per i cambiamenti di stagione: tutte queste cose Battiato le ripeterà tante volte nel corso della carriera, ma mai tutte assieme e così bene amalgamate.  


1981: Segnali di vita (Battiato/Pio, #31)

Abbiamo visto come dei brani della Voce, Segnali di vita fosse di gran lunga quello col ranking più basso, tanto da farci sospettare un boicottaggio di Spotify. Eppure proprio a Segnali di vita è riuscito l'exploit fin qui più eroico del torneo: sconfiggere La cura, il brano col ranking più alto (#2!) tra quelli non facenti parte della Voce del padrone. Il che non è che ci dica molto su Battiato: in compenso ci conferma che i giurati della Gara ragionano più per album che per canzoni di successo, e ritengono che il brano più in ombra dell'album migliore sia più riuscito del brano più popolare del resto della sua carriera (un commentatore da qualche parte proponeva di rifare il torneo escludendo i brani della Voce: non avrebbe senso ma forse sarebbe più combattuto e interessante).

In Segnali di vita Battiato guarda le stelle (oltre ai cortili), come i cantautori talvolta fanno e un giorno sarebbe interessante mettere insieme un po' di canzoni dove succede questa cosa – per dire, più o meno nello stesso periodo De Gregori guarda le stelle e vede i missili detonare bombe N. Dalla è molto meno pessimista e anche Battiato, qui e poi in Via Lattea, vede nel cielo stellato le possibilità per una nuova evoluzione. Poi col tempo ho l'impressione che l'universo in espansione sia diventato una prospettiva sempre più deprimente, un argomento sempre a portata di mano ogni volta che si vuole ribadire la nostra insignificanza (mi viene in mente San Lorenzo dei Cani, ma potrebbero esserci altri esempi). 

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domenica 21 agosto 2022

116. Un'immagine divina di questa realtà

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato – oggi il primo successo pop contro il primo sermone del Maestro].

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1979: L'era del cinghiale bianco (Battiato/Pio, #12)

“Il cinghiale bianco indicava presso i Celti il sapere spirituale, la Conoscenza. Penso che sia venuto il momento di non perdere più tempo appresso ai problemi sociali ed economici, facendoli apparire come inesorabilmente oppressivi ed unici responsabili del nostro star male. Perdere tempo intorno alla dialettica servo-padrone ha il solo scopo di allontanare dai problemi ben più seri e fondamentali quali per esempio la comprensione dell’universo e della relazione nostra con esso”. A quanto pare il senso del ritornello è tutto qui (le strofe invece sono cartoline dalla Tunisia). Il '77 bolognese e il delitto Moro hanno segnato la fine di quell'"influenza cosmica" che secondo Battiato per dieci anni si era fatta sentire su diverse città italiane. Circola un'aria di rigetto per la politica (circola anche tanta eroina a prezzi di lancio), vuoi vedere che al Decennio dell'Impegno Politico non subentri il Decennio della Sapienza, il Decennio della Comprensione dell'Universo? Come avrebbe constatato nel '92 in Tecnica mista, il decennio in questione si sarebbe rivelato quello "della Discoteca". E vabbe'. In realtà i segni della discotechizzazione dell'universo giovanile nel 1979 si potevano già cogliere, e anzi lo stesso Battiato nell'Era qualcosa aveva colto: sotto i virtuosismi del violino c'è una cassa dritta, un incedere secco e spietato. Mentre auspicava l'avvento della Conoscenza, Battiato non disdegnava le lusinghe della Disco.  


1988: E ti vengo a cercare (#5)

È abbastanza significativo che dopo la clamorosa debacle della Cura, la canzone più recente in gara rimanga proprio E ti vengo a cercare, il brano che segna la definitiva consacrazione, ma diciamo pure monumentalizzazione di Franco Battiato, ormai maestro venerato dal Vaticano ai circoli postpunkettoni. Già: eppure da qui in poi nessuna canzone ce l'ha fatta fino agli ottavi. il Battiato museificato post Fisiognomica continuerà a produrre musica degnissima d'interesse, sorprendendo più di una volta pubblico e addetti ai lavori, ma senza raggiungere più i vertici qualitativi precedenti alla sua consacrazione. Questo almeno secondo la giuria popolare della Gara, quindi magari non significa niente; o che di quasi ogni artista la fase più interessante è quella ascendente. Quando ancora stai cercando di capire come maneggiare i tuoi strumenti, quando ti scappano mosse sbagliate ma che suggeriscono possibilità impreviste. E ti vengo a cercare è un brano che comunica viceversa una grande serenità e sicurezza dei propri mezzi (il modo in cui gioca sulla progressione IV-V-I, la cadenza della soddisfazione, della compiutezza, senza applicarla pedissequamente ma variandola con sapienza). Alla fine ci dice esattamente questo: io sono arrivato, ora tocca a voi venirmi a cercare. 

(Giusto una noterella sull'omonimo opus di Scanzi: un intero capitolo è dedicato a questo trauma terribile per un giornalista musicale, ovvero il momento in cui Battiato/Beatrice gli toglie il saluto; e il motivo di una simile onta, che Scanzi sta ancora cercando di lavare, è il fatto che aveva osato scrivere qualcosa di non assolutamente positivo su un film del Maestro, pensate! Il tormento, il rovello interiore del critico che si strugge perché un artista si è sentito offeso dalle sue recensioni, il livello del giornalismo italiano contemporaneo).

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115. E quando si trattava di parlare aspettavamo sempre con piacere

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato – oggi i balletti russi contro il twist, la canzone più lenta di Patriots contro la più veloce della Voce del padrone, se non di tutto il repertorio].

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1980: Prospettiva Nevski (Battiato/Pio, #13)

C'è già capitato di notare come Prospettiva abbia goduto di un successo postumo, come del resto tutto Patriots – i brani che per Battiato e la EMI aveva un senso promuovere con videoclip o ospitate tv erano Up Patriots e persino Venezia-Istanbul; quanto a Prospettiva, probabilmente non suonava abbastanza di rottura, abbastanza 'new wave', qualsiasi cosa volesse dire in quel momento: lo stesso Battiato non ne era sicuro e aveva inciso il brano solo grazie all'insistenza di Giusto Pio. Prospettiva in effetti è il brano più cantautoriale di Patriots, e non suona poi così diverso dalle cose che nel periodo facevano Venditti o De Gregori. I ritornelli ripetuti conferiscono al brano un sapore di ballata che è unico del repertorio di FB; l'arpeggio scolastico di pianoforte, che in Up Patriots creava uno straniamento, qui invece asseconda l'impianto memorialistico di una canzone che parla di studenti infreddoliti. Ha anche tantissime strofe, per essere una canzone di FB, da cui la necessità di movimentare un po' le cose aggiungendo volta per volta gli strumenti (tra cui spicca la chitarra di Radius). A Battiato in quel periodo non piaceva sentirsi chiamare cantautore; affermava di essere qualcosa di diverso, un musicista a tutto tondo; Prospettiva era quel tipo di canzone che forse immaginava cantata da qualche altro interprete, e in effetti la svolta ci fu quando la incise Alice.  

1981: Cuccurucucù (Battiato/Pio, #4)

L'ultima volta che ci siamo visti con Cuccurucucù stavo cercando una versione live per dimostrare come negli anni fosse diventato il vero momento 'rock'n'roll' dei suoi concerti, quando invece sono inciampato in quella che forse è la più antica registrazione (abusiva) di una Cuccurucucù live, e mi sono reso finalmente conto di una cosa: non è vero che Battiato l'abbia accelerata e indurita col tempo. Proprio il contrario. Cuccurucucù nasce velocissima, è probabilmente la canzone coi bpm più alti di tutto il suo repertorio – ma non mi stupirei se fosse la più veloce di tutto il pop d'autore italiano. Certo, direte voi, bastava mandare il Roland 808 al massimo e suonarci sopra. Beh, nel 1981 non è che fosse scontato. Non lo sarebbe neanche adesso – immaginatevi se qualche cantante se ne uscisse con una canzone dal ritmo altrettanto veloce. Il segreto del fascino particolare di Cuccurucucù potrebbe stare anche solo in questo: è un pezzo che manda in fibrillo l'ascoltatore. È una canzone che funzionò sin dal primo istante – lui stesso in un'intervista racconta il suo stupore nel sentire il pubblico cantare il ritornello di un brano che non aveva ancora inciso. Verso la fine degli Ottanta (nella fase in cui cantava seduto su un tappeto per buona parte del concerto) Battiato avrebbe sentito la necessità di rallentarla, producendone versioni che potremmo definire, con una parola che al tempo non si usava ancora, unplugged. Per poi riaccelerare di nuovo, quando decise di rimettersi a far casino. La stagione dell'amore viene e va.

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sabato 20 agosto 2022

114. L'orgoglio di fantastiche operaie

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato – oggi con l'ottavo sulla carta più equilibrato: la #8 del ranking contro la #9].

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1982: Radio Varsavia (Battiato/Pio, #9)

A questo punto devo accettare l'evidenza: Radio Varsavia è uno dei classici di Franco Battiato. Per quanto io non sappia più di tanto spiegarmi la cosa. Non ho mai sentito nessuno cantarla (del resto non è così facile da cantare). Non mi risultano cover. Lo stesso Battiato non sembrava interessato a inciderne una versione dal vivo: tanto efficace era stato l'effetto di quel coro sovrapposto a un brano di orchestra campionato, irriproducibile in concerto. Un'ipotesi – da verificare – è che l'alto numero di ascolti su Spotify (è la nona canzone di FB più ascoltata in assoluto!) dipenda dalla sua inclusione nella colonna sonora di Chiamami col tuo nome di Guadagnino. Però a questo punto, se si trattasse soltanto di un'anomalia statistica, Radio Varsavia non sarebbe tra le sedici canzoni superstiti. Non avrebbe battuto Gente in progresso, Zai saman, Amore che vieni amore che vai, Lettera al governatore della Libia. Sarà per quel titolo così ben scelto – qualsiasi titolo suona meglio con la parola "radio" davanti, lo sanno bene i REM, Roger Waters, Patti Smith; e in quegli anni ogni capitale dell'Europa centro-orientale aveva un sex appeal difficile da spiegare ("Warsaw" era il primo nome dei Joy Division, abbandonato perché già preso). Anche l'ipotesi politica lascia molto perplessi, ovvero: non è escluso che negli anni a seguire qualcuno si sia messo ad ascoltare Radio Varsavia perché sembrava una canzone anticomunista. Ma per accettarla come tale non solo bisognerebbe fingere che non esistesse la quarta strofa sulle biciclette di Shangai: occorre anche aver attraversato gli Ottanta in una campana di vetro, o essere nati dopo. L'idea che con Radio Varsavia Battiato tirasse la saracinesca su un decennio di cantautori politicamente impegnati e allineati al marxismo è giusto una fantasia da elettore di Fratelliditalia: tutto quell'allineamento non c'era mai stato (riascoltatevi Sono solo canzonette), e peraltro il decennio era cominciato con Guccini che cantava Primavera di Praga, insomma tra sovietici e dissidenti i cantautori avevano sempre scelto i secondi con buona pace di Berlinguer (che in quegli anni si diceva protetto dagli euromissili); Battiato, che pure appariva diverso e nuovo sia per la musica che per le parole, in Radio Varsavia sembrava piuttosto per un attimo riallinearsi al modello gucciniano. Forse semplicemente Radio Varsavia piace perché è una grande canzone: perlomeno io l'ho sempre trovata tale. Ma non credevo di essere in così larga compagnia, ecco. Un po' mi dispiace, non lo nascondo.


1983: La stagione dell'amore (#8)

Orizzonti perduti è più o meno contemporaneo di Technopop, il disco fantasma dei Kraftwerk. All'inizio doveva chiamarsi Technicolor, ma quest'ultimo era un marchio registrato (Battiato aveva goduto di maggior tolleranza con La voce del padrone). Technopop non sarebbe mai uscito a causa di un terribile incidente capitato a Ralf Hütter in un periodo in cui forse si dedicava più al ciclismo che alla sua carriera musicale. Dopo qualche settimana di coma e altri mesi di riposo, nel momento in cui ripresero i nastri di Technopop, Hütter e i colleghi condivisero la sensazione che i suoni fossero improvvisamente datati – le tastiere che fino a pochi mesi prima sembravano fantascienza ora suonavano autoscontro-del-pomeriggio. Battiato non andava in bicicletta, prendeva tante multe per divieto di sosta, disertava probabilmente fiere e autoscontri, in quel periodo credeva davvero che il futuro della musica sarebbe stato più elettronico che acustico, più pop che sinfonico, e probabilmente non ascoltava abbastanza schifezze in radio per rendersi conto di quanto i suoni delle apparecchiature Roland stessero impregnando la musica dance più deteriore. Il risultato è che per capire l'errore che non fecero i Kraftwerk nel 1984, non c'è niente come ascoltare il disco che Battiato fece uscire nel dicembre 1983. Di cui La stagione dell'amore è il brano più famoso, ma anche uno dei pochi episodi (insieme alla Musica è stanca) in cui Battiato sembra consapevole della rapida obsolescenza dei suoni che sta mettendo assieme, e tentato dall'opzione autoironica. Ed è anche l'unico brano, come abbiamo visto, che negli anni verrà completamente riarrangiato. Anche Technopop, una volta riarrangiato, uscirà nel 1986 col titolo Electric Café: malgrado a quel punto i Kraftwerk fossero un monumento della musica elettronica, sarà il loro primo lavoro realizzato con strumenti digitali (e non suona comunque molto meglio di Orizzonti perduti). 

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