Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

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martedì 2 settembre 2025

I settembrizzati

2 settembre: 191 martiri dei massacri del settembre 1792

Nel primo pomeriggio del due settembre 1792, una folla si raduna sul piazzale di un piccolo carcere del Quartiere Latino. Alcune carrozze stanno trasportando dei prigionieri; sono per lo più sacerdoti che non hanno voluto sottoscrivere le costituzioni civili del clero, imposte dal governo rivoluzionario. La folla inveisce, forse un sacerdote urta un coscritto della Guardia Nazionale, un altro si inginocchia chiedendo pietà, ma non ne trova. Chi ha una baionetta comincia a usarla sui prigionieri. Nel parapiglia riesce a farsi strada un capitano della Guardia, Stanislas-Marie Maillard. Ormai in città è una faccia conosciuta: era alla Bastiglia il 14 luglio '89, ha guidato la marcia delle donne a Versailles, è ancora una testa relativamente calda ma ora sta cercando di mettere ordine in un macello. Viene istituito in breve tempo un tribunale rivoluzionario: Maillard si siede a un tavolino, si fa condurre un sacerdote alla volta, e gli dà l'ultima chance di giurare fedeltà alla Rivoluzione. Ventidue su ventiquattro rifiutano; vengono lanciati verso l'ingresso della prigione e martoriati dalle baionette. Esaurita la pratica, la folla si sposta in un altro luogo di detenzione, un ex convento di carmelitani scalzi. Qui la situazione è più difficile da gestire: nel giro di qualche ora vengono uccisi altri 150 sacerdoti. La mattanza si prolunga fino alle prime ore del mattino; altri massacri avverranno a Parigi e in tutta la Francia, fino al 4 settembre. Cosa stava succedendo.

In breve, la Rivoluzione era sotto assedio. Nello stesso 2 settembre l'esercito del Re veniva sconfitto dagli austriaci e dai prussiani a Verdun. Dalla Vandea arrivavano le prime notizie di una sollevazione antirivoluzionaria. Nelle strade di Parigi si leggeva un proclama del principe di Brunswick, che minacciava di sterminare i parigini se alle Altezze Reali fosse stato torto un capello. Il re e la regina erano infatti agli arresti dal 10 d'agosto, accusati di avere tramato per trascinare la Francia in guerra; in Assemblea i girondini – che quella guerra l'avevano votata – proponevano già di smobilitare Parigi e ritirare le forze rivoluzionarie a sud della Loira. I montagnardi non intendevano cedere la capitale, ma temevano che una grande mobilitazione rivoluzionaria l'avrebbe lasciata sguarnita e in preda ai controrivoluzionari. Dai loro giornali, Marat e altri soffiavano sul fuoco, fomentando un'isteria nei confronti dei nemici della rivoluzione. L'idea che i preti "refrattari" (quelli che avevano rifiutato le costituzioni civili) fossero la quinta colonna degli austriaci trovava apparente conferma nelle notizie dalla Vandea, dove la nascente rivolta antirivoluzionaria aveva subito assunto un'identità cattolica. Detto questo, nessuna autorità suggerì alla folla di sterminare i preti; i funzionari coinvolti nella vicenda, come Maillard, non stavano ricevendo ordini da nessuno e più che incitare i cittadini alla violenza sembrano spinti dalla necessità di regolarla, di dare alla situazione una parvenza di legalità. Anche accusare 'la folla' di un linciaggio sembra impreciso: dalle testimonianze sappiamo che la maggior parte della folla era lì per guardare, e in molti casi chiedeva pietà per le vittime. Sulla scena non era presente nessun leader rivoluzionario; qualche membro delle istituzioni (l'Assemblea Legislativa e la Comune Insurrezionale) tentò di dissuadere i massacratori, ma non fu ascoltato. Negli anni successivi, mentre "settembrizzare" diventava un sinonimo di "massacrare", le responsabilità degli eccidi venne più di una volta attribuita alla fazione politica che a turno cadeva in disgrazia; i giacobini la consideravano una conseguenza della retorica allarmista dei girondini, ma una volta al potere non avevano nessun interesse a perseguire i colpevoli, e dopo la caduta di Robespierre vennero considerati i mandanti morali. Un'inchiesta, negli anni del Direttorio, porterà alla sbarra appena una trentina di esecutori materiali, per lo più piccolo-borghesi, artigiani e membri della Guardia Nazionale; nessun sottoproletario, età media 36 anni. Maillard era già morto per tubercolosi in carcere durante il Terrore giacobino (di cui era stato, coi fatti di settembre, uno dei precursori): non era stato condannato per il massacro, ma per estremismo. 

I sacerdoti massacrati nei primi giorni di settembre sono stati beatificati da Pio XI nel 1926. A tutt'oggi non è chiaro chi è che abbia deciso di cominciare a ucciderli. Non è stata la folla, non è stato il potere, nessuna fazione aveva interesse a dare il via alla mattanza. Tutto sembra iniziare per caso, ma appena il primo sangue comincia a sgorgare, la strage appare una conseguenza inevitabile. È come se a volte gli uomini uccidessero per dimostrare che non è così grave – all'inizio era grave, ma se continuiamo, diventa una routine, diventa un fatto storico inevitabile, senza più veri colpevoli, al massimo esecutori. 

venerdì 3 gennaio 2025

Genoveffa resiste

3 gennaio: Santa Genoveffa di Parigi (420-512)

 Santa Genoveffa disarma Attila (Etienne-Hippolyte Maindron, 1857)

"Genoveffa" suona buffo, non tenterò di negarlo. Sembra uno di quei nomi escogitati dai famigliari per chiarire sin dall'inizio che la bambina è destinata al chiostro, come il manzoniano Gertrude. Le cose non stanno proprio così; per prima cosa, in francese "Geneviève" suona molto meglio, o David Crosby non lo avrebbe usato per una delle sue più evocative canzoni. Non sappiamo esattamente cosa significhi: in qualche dialetto paleogermanico suonerebbe "moglie di razza", ma anche "molto irrequieta", il che le si addice di più. Perché Genoveffa non è la tipica monaca reclusa, no. O meglio: monaca non lo era perché il monachesimo non aveva ancora preso piede; reclusa in teoria sì (apparteneva a un gruppo di "vergini cristiane" che vivevano coi genitori, digiunavano spesso e mettevano il velo). Ma le circostanze la portano più volte a uscire di casa e ad assumere un ruolo di protagonista. 

In effetti la leggenda di Santa Genoveffa apre uno spiraglio, forse illusorio, sul momento più buio della storia di Parigi, suggerendoci che in assenza di uomini atti al comando, una donna abbastanza irrequieta avrebbe potuto sobbarcarsi dell'incarico. Tutto questo, mille anni prima che Giovanna d'Arco espugnasse Orléans; millequattrocento anni prima che Louise Michel esortasse i comunardi di Parigi alla resistenza. È abbastanza curioso che le donne più irrequiete e volitive delle cronache medievali provengano dalla Francia, il regno che più recisamente aveva escluso le donne dalla successione al trono. E siccome questa esclusione avviene proprio negli stessi anni, con la legge Salica emessa da re Clodoveo, è singolare che la storia della Donna Molto Irrequieta sia stata messa per iscritto proprio su richiesta della regina Clotilde, moglie di Clodoveo. Una mossa per controbattere il patriarcato, almeno sul piano della narrazione? Oppure una suddivisione di ruoli: voi maschi vi tenete il trono, noi ci prendiamo le leggende. Tutto questo nel caso che la Vita sanctae Genovefae sia stata davvero scritta, come sostiene l'autore, appena 18 anni dopo la morte della santa; il che ne farebbe una delle rare testimonianze letterarie della Francia nel tenebroso VI secolo. Non tutti gli storici si dicono d'accordo; alcuni la post-datano anche di duecento anni, il che avrebbe un senso perché la Vita contiene già quei tipici elementi che di solito vengono aggiunti alle agiografie in un secondo momento, ad esempio i dettagli sull'infanzia. L'autore in effetti ci tiene a ricordare che l'eccezionalità di Genoveffa fu riconosciuta subito da un legato papale, San Germano di Auxerre, che la consacrò a sei anni (quando ancora viveva a Nanterre coi genitori) e tornò a salutarla quando ne aveva 27, i genitori erano morti e si era trasferita da una parente a Parigi, appena prima che avesse inizio la fase propriamente eroica della sua vita. Sono appunto i classici particolari che i cronisti aggiungono alle leggende per omologarle, rassicurando i lettori sull'ortodossia di una santa che si trovava a operare in un momento in cui il cristianesimo romano non era necessariamente la religione maggioritaria: Franchi e Visigoti erano di credo ariano. 

In ogni caso Genoveffa rimane un caso a parte; non è una martire, né una monaca di stirpe regale; non è nemmeno così strano che la storia della sua vita faccia un po' a pugni con quel che sappiamo della storia di Parigi, perché di Parigi in quel periodo non sappiamo così tanto. Non è nemmeno chiarissimo chi la governasse quando nel 451 in città divampa il panico: stanno arrivando gli Unni, l'obiettivo di Attila è saccheggiare tutte le città dal Reno al mare. Quando gli "uomini" propongono di evacuare la città, Genoveffa si fa sentire: "Che gli uomini fuggano, se vogliono e se non sono più capaci di battersi. Noi donne pregheremo Iddio così tanto che ascolterà le nostre suppliche". A quel punto, benché qualcuno proponga di buttarla nella Senna, la maggior parte degli abitanti decide di resistere all'assedio. Attila effettivamente risparmierà Parigi, non è chiaro il perché: durante la campagna del 451 penetrò molto più a ovest. Forse cominciava a sentirsi in trappola: tra le truppe serpeggiava un morbo simile al colera, e Romani e Visigoti lo stavano per sconfiggere ai Campi Catalaunici (non è chiaro dove ma un po' più a est, magari nella Champagne). È difficile trovare una logica nel percorso di un re che dava molta importanza ai presagi: arrivato alle porte di Parigi, avrebbe sentito che la citta non gli portava fortuna. Solo molto più tardi gli artisti avrebbero iniziato a raffigurarla in scene in cui incontra fisicamente il re degli Unni – insomma Genoveffa sarebbe per Parigi quello che Leone Magno è per Roma. Un'altra cosa a cui Attila dava molta importanza, oltre ai presagi, era l'oro; in effetti a quel punto gli Unni non erano l'orda disorganizzata che ci piace immaginare, ma un esercito che si spostava con obiettivi abbastanza precisi, e prima di praticare la razzia domandavano sempre se la città non preferisse pagare un riscatto in metalli preziosi. Forse l'intervento di Genoveffa servì a risolvere la questione; più che una profetessa, si tratterebbe di una nobildonna che non essendosi sposata aveva mantenuto per sé i privilegi politici del padre, membro della curia di Parigi. Il suo discorso risolutivo, Genoveffa lo avrebbe pronunciato quindi nell'assemblea più importante della città. Non è nemmeno escluso che grazie a contatti tra i ranghi dei Franchi e dei Visigoti, Genoveffa possedesse informazioni sui movimenti degli eserciti che gli altri notabili non avevano, e che l'esortazione a non evacuare la città fosse basata su osservazioni oggettive.

Che Genoveffa occupi una posizione di potere ce lo lasciano sospettare gli avvenimenti successivi: quando cinque anni dopo sono i Franchi ad assediare Parigi, la santa conduce personalmente un'imbarcazione lungo la Senna, fino ad Arcis-sur-Aube, per fare scorta di grano. La situazione sembra intonarsi all'immagine di una matrona dotata di coraggio e spirito d'iniziativa più che a un'asceta che mangiava due volte alla settimana. Quando si tratta di riscattare dei prigionieri, è Genoveffa che tratta col re Childerico, e poi col figlio Clodoveo che avrebbe operato la fondamentale conversione dei Franchi dall'arianesimo al cristianesimo romano. È facile immaginare che Genoveffa, con la sua autorevolezza, abbia svolto un ruolo chiave in questa conversione che tanta fortuna portò ai regnanti della dinastia merovingia: è facile immaginarlo, ma l'autore della Vita non lo scrive. Si limita a raccontare che Clodoveo chiese di essere sepolto nella basilica dei Santi Apostoli, che aveva fatto costruire intorno alla tomba di Genoveffa, morta a novant'anni se non più. Venerata come co-patrona di Parigi, Genoveffa avrebbe subito la volubilità dei parigini, che durante la Rivoluzione fusero l'oro del rivestimento della cassa e ne distrussero i resti; per fortuna un avambraccio e qualche falange erano stati regalati ad altre parrocchie, perché è tutto quello che resiste di lei nella tomba che ora si trova in Santo Stefano al Monta (St.-Etienne-au-Mont), nel quinto arrondissement.

domenica 25 agosto 2024

Il re crociato e la diarrea

25 agosto: San Luigi IX, l'ultimo crociato (1214-1270)

Come si fa a non mettere
il ritratto del Greco
Se durante le olimpiadi vi siete chiesti: ma insomma perché hanno invitato atleti e triatleti da tutto il mondo a bagnarsi nella Senna? Ci tenevano così tanto, a esportare la loro Escherichia coli? ebbene, sì, per i francesi non è un batterio qualsiasi: è un attributo regale e divino; senza di esso non avrebbero mandato nemmeno un re sul calendario. L'Escherichia non uccise semplicemente Luigi IX, ma gli fornì uno scopo per vivere e un metodo (non indolore) per morire. 

Luigi IX fu l'ultimo re crociato; morì a Tunisi nel 1270 e il suo cadavere fu bollito per evitare che arrivasse a Parigi già decomposto: ma questo lo sanno più o meno tutti. È l'unico re di Francia proclamato santo (Carlo Magno non conta), e di conseguenza è santo patrono della Francia. Avendo egli molto regnato e finanziato e patrocinato, è anche patrono dei carpentieri, dei barbieri e dei parrucchieri, dei distillatori, dei marmisti, dei merciai, dei ricamatori, ma se devo essere sincero io non invoco Luigi IX quando vado a tagliarmi i capelli o scheggio un marmo o bevo un distillato. Il momento tipico in cui mi capita di pensare a Luigi IX è... quando soffro di dissenteria. Imbarazzante, sì, specie se mi succede in viaggio e mi succede quasi in tutti i viaggi, a un certo punto: mi ritrovo prigioniero in un piccolo servizio igienico (specie se sono in Francia, dove il gabinetto è quasi sempre segregato dal bagno, come un confessionale) a patire i crampi e pensare a Luigi IX. 

Quest'ultimo ne morì, il che non è affatto eccezionale. Un sacco di gente muore di dissenteria tutti i giorni, è anzi uno dei modi più tipici in cui muoiono gli esseri umani, nonché uno dei meno dignitosi, fuori dalla Francia. Ma Luigi ne era il re, e prima di morirne ne soffrì per molti anni, almeno a partire da quella guerra che condusse in Aquitania per ridurre a più miti consigli i valvassori fedeli ai Lusignano e il loro insidioso alleato, Enrico re d'Inghilterra (e vassallo di Luigi). Proprio mentre inseguiva gli inglesi per ricacciarli una buona volta per tutte in mare, il che avrebbe magari evitato alla Francia quei Cent'anni di guerra nel secolo successivo, Luigi fu colto dalla prima grande crisi di dissenteria, che lo portò a un passo dalla tomba, e ribadisco, non sarebbe stato nulla di eccezionale: un sacco di soldati morivano così, per il tifo o lo scorbuto o qualche virus o batterio, spruzzando acqua scura nei canali di scolo e poi rendendo l'anima a Dio esausti come spugne strizzate. Luigi aveva già provveduto a nominare l'erede e la reggente: sua madre ovviamente, che già aveva retto il regno quando lui era un ragazzino orfano di padre. Tutto era pronto per lasciare questa terra ed essere già venerato come il più santo dei re francesi, quand'ecco che la dissenteria cessò, senza nemmeno fermenti lattici. 

Luigi promette di liberare Gerusalemme.
A volte capita, ma se capita a Luigi IX di Francia non può che essere un miracolo, e se è un miracolo non è che basta ringraziare, tirare su magari un santuario e andare avanti, no; Luigi era quel tipo di cristiano che vede la grazia in termini di contratto, se ne aveva ricevuto una evidentemente era per qualcosa che aveva promesso, e quella promessa diventava un debito indifferibile. Può davvero darsi che durante una colica Luigi avesse promesso di riconquistare Gerusalemme, da qualche anno ripresa dai Mori, e in effetti era l'unico re cristiano abbastanza potente da riuscirci. Ma avrebbe dovuto essere una conquista militare seria, non una manfrina diplomatica come quella portata a termine da quel senzadio di Federico II di Svevia – che in cambio del titolo di Re di Gerusalemme aveva rinunciato a difenderne l'accesso al mare, col risultato che qualche anno dopo nuove bande di turcomanni se ne erano impossessati facilmente. Luigi voleva liberare Gerusalemme così seriamente che fu il primo crociato a rinunciare a entrarvi: aveva infatti compreso che nella scacchiera del Medio Oriente Gerusalemme era una casella periferica. Il vero re da battere – l'emiro Fakhr-ad-Din Yusuf – regnava in Egitto: era là che bisognava colpire e fu là per l'Egitto che Luigi salpò dal porto fatto costruire per l'occorrenza, Aigues-Mortes ("acque morte"): un nome che era già un fosco presagio, benché paesaggisticamente preciso, in quanto sorgeva sulla palude della Camargue. Con Luigi viaggiava un esercito di ventimila uomini, enorme per i tempi. 

L'esordio fu incoraggiante: i francesi presero Damietta e l'emiro era già pronto a scambiare un porto così importante con Gerusalemme, città strategicamente trascurabile. Luigi era troppo pio per mercanteggiare, o forse abbastanza avveduto da capire che Gerusalemme, senza un porto, sarebbe stata presto perduta per l'ennesima volta, e continuò a dar battaglia nella valle del Nilo. A Mansura perse molti uomini ma vinse la battaglia; nel frattempo però si era rifatto vivo il sintomo del dubbio, la dissenteria. Tra tifo e scorbuto non c'era da meravigliarsi: migliaia di soldati stavano spruzzando a morte, ma per Luigi il problema trascendeva il piano intestinale. Forse la dissenteria era il modo in cui Dio gli stava dicendo che tutto sommato no, non era degno di liberare Gerusalemme. A Fariskur fu fatto prigioniero, il che gli permise perlomeno di guarire una seconda volta grazie all'intervento di un medico dell'emiro. Per qualche anno rimase prigioniero di lusso, mentre sua madre metteva insieme i soldi del riscatto, e forse furono gli anni più sereni della sua vita adulta, passata interamente a interpretare il ruolo del re saggio e pio. Visitò persino Gerusalemme, il che non equivaleva a sciogliere il voto perché quando finalmente rientrò in Patria si gettò immediatamente in un progetto di riforma dei costumi che avrebbe fatto di lui non solo un Re Santo, ma il Re di una nazione di santi: niente più giochi d'azzardo, al bando i dadi e le scacchiere (per le carte da gioco era troppo presto), proibita la prostituzione, taverne aperte solo ai viaggiatori, e così via. Si direbbe che dopo aver visto i Paesi in cui vigeva la sharia, avesse deciso di importarla in Francia. Se ci fosse riuscito, e poi avesse vinto una crociata, chi l'avrebbe vinta davvero? Avremmo scritto Arabia capta ferum victorem cepit, o l'equivalente nella lingua del Corano? È una domanda inutile, non è mai successo. Non solo Luigi non ha vinto nessuna crociata, ma non è nemmeno riuscito a togliere il vino ai francesi – probabilmente un'impresa più difficile. 

Sembra già Gerusalemme (ma è Aigues-Mortes).

Di alcune delle sue misure proibizionistiche, Luigi fece in tempo a constatare l'inefficacia: la prima a saltare fu il divieto di prostituirsi, che a quanto pare rese più difficile la vita delle donne oneste in quanto i clienti non riuscivano a distinguerle dalle meretrici clandestine. La prostituzione fu così concessa in determinati quartieri, per lo più fuori dalle mura delle città. A parte qualche contrattempo del genere, verso il 1267 Luigi doveva essersi convinto di avere santificato quanto bastava il proprio regno, perché comunicò ufficialmente il suo desiderio di intraprendere una nuova crociata, l'ottava; l'obiettivo immediato stavolta era Tunisi, dove un emiro dava segnali ambigui di insofferenza nei confronti dei mamelucchi egiziani. Luigi era convinto di poterlo battezzare e farne un proprio vassallo. Le cose non andarono esattamente così, e non molto dopo aver preso Tunisi con la forza, Luigi si ritrovò al cospetto dell'antico nemico, il virus intestinale. Morì di tifo o di scorbuto, o di schistosomiasi, e appena fu morto la crociata finì, era l'ultima, nessuno voleva più combatterne tranne lui. Morì invocando "Gerusalemme" e spruzzando, morì in modo eroico e ridicolo, e non posso farne a meno di pensarci ogni volta che mi ritrovo anch'io in una cella stretta come un confessionale, alle prese col Nemico che mi dice: ma chi ti credi di essere, ma Gerusalemme dove, non lo vedi che merda sei, e merda tornerai? San Luigi, prega per me.

sabato 10 agosto 2024

L'implacable enfant



Nessuno sa davvero quando e chi partecipò al Projét Verlaine: probabilmente un emulo di Léo Ferré, magari coadiuvato da un imitatore di Serge Gainsbourg. Ma anche un po' di Boris Vian? Dipende, comunque le Feste Galanti erano lì, libere dai diritti, a disposizione di chi se le volesse prenderle, cantabili ed enigmatiche come i soliti quadri di Watteau che sembra indispensabile citare ogni santa volta.



Léandre le sot,
Pierrot qui d'un saut,
De puce
Franchit le buisson,
Cassandre sous son
Capuce,

Arlequin aussi,
Cet aigrefin si
Fantasque
Aux costumes fous,
Ses yeux luisants sous
Son masque,

– Do, mi, sol, mi, fa, –
Tout ce monde va,
Rit, chante
Et danse devant
Une belle enfant
Méchante

Dont les yeux pervers
Comme les yeux verts
Des chattes
Gardent ses appas
Et disent: "À bas
Les pattes!"

– Eux ils vont toujours! –
Fatidique cours
Des astres,
Oh! dis-moi vers quels
Mornes ou cruels
Désastres

L'implacable enfant,
Preste et relevant
Ses jupes,
La rose au chapeau,
Conduit son troupeau
De dupes?

venerdì 16 ottobre 2020

Col mio cuore vincerai

La bandiera offerta al colonnello
de Charette non era probabilmente
un tricolore, ma uno stendardo bianco.
16 ottobre - Santa Marguerite-Marie Alacoque, veneratrice del Sacro Cuore di Gesù.

[2012]. Nell'autunno del 1870 Parigi è assediata, la Francia è fottuta. Appena nominato comandante di una delle legioni di volontari formate nel tentativo, ormai disperato, di spezzare l'assedio prussiano, il colonnello Athanase de Charette riceve la visita di un Monsieur Dupont qualsiasi, che viene da Tours a portargli il dono più prezioso: uno stendardo con il Sacro Cuore di Gesù, recante il motto Cuore di Gesù, salvate la Francia. Era stato l'abate di Musy a concepirlo, e a farlo cucire dalle suore di Paray-le-Monial. In origine era previsto che Dupont lo portasse al comandante della piazza di Parigi, ma la città era ormai irraggiungibile. Mentre cercava un sistema per passare, Dupont incocciò nei volontari di de Charette, e l'incontro gli parve provvidenziale. Tra loro vi erano 300 zuavi che avevano appena difeso (male) Roma dall'attacco sabaudo: fuggiti dopo la breccia a Porta Pia, nel giro di un mese erano già sul fronte francoprussiano, pronti per una nuova sconfitta. Prima però accettarono di farsi consacrare al Sacro Cuore di Gesù, "l'unico vero re di Francia". La Francia per la verità era appena ridiventata una Repubblica (la terza), dopo la fuga di Napoleone III e l'ingloriosa fine dell'Impero (il secondo). Ma la situazione era un caos, a Parigi incubava lo spettro della prima rivoluzione comunista, che sarebbe scoppiata di lì a pochi mesi, tutt'intorno i prussiani dilagavano, e più indietro ancora i legionari accanto al tricolore sventolavano il Sacro Cuore. Di Gesù. Un muscolo cardiaco raffigurato solitamente con un certo realismo, avvolto in un rovo spinoso, e sormontato da una croce. Che razza di brand. Chi lo aveva inventato?

Pompeo Batoni, 1760 (chiesa
del Gesù, Roma). Una vita a
far ritratti, e l'unico di cui tutti
si ricordano è un santino.

È una storia lunga. Monaci e suore devoti al Sacro Cuore ce n'è stati per tutto il medioevo. Il cuore in questione però non era ancora esattamente il nostro: oltre a rappresentare l'affettività, era considerato la sede delle facoltà intellettive. Ma era ancora un cuore perlopiù astratto, nelle miniature rassomigliante più a una fiamma che a una pompa cardiaca. Che ne sapevano, in fondo, nel medioevo, del cuore? quel che potevano dedurre macellando altri animali: autopsie e dissezioni del corpo umano erano atti sacrileghi. Il vero e proprio culto del Sacro Cuore nasce in epoca moderna, quando ormai il cuore si è capito cos'è, quanti atri ha, quanti ventricoli. È una specie di sfida cattolica alla scienza medica: tu dici che il cuore è solo una pompa? Ebbene, dal Seicento in poi i mistici si metteranno a sognare pompe cardiache, i pittori a raffigurarle nei quadri, i combattenti a esporle nei loro stendardi. Il realismo - nei limiti dell'abilità degli artisti - è causato dalla necessità di negare qualsiasi stilizzazione simbolica: il Sacro Cuore non è un simbolo, è semplicemente e trionfalmente il muscolo cardiaco di Nostro Signore Gesù Cristo, sanguinante per i nostri peccati. Come nel quadro di Batoni, che abbiamo tutti visto almeno una volta nella vita senza saperlo (è uno dei quadri semisconosciuti più famosi del mondo), molto spesso è Nostro Signore stesso a mostrarlo, esattamente come lo vide nel maggio del 1675 una suora del convento di Paray-le-Monial, Marguerite-Marie Alacoque.

Antonio Ciseri (1888) lo fa
sembrare un tatuaggio,
per me è un no.
Mi disse: "Il mio Cuore divino è così appassionato d'amore per gli uomini e per te in particolare che, non potendo più contenere le fiamme della sua ardente carità, occorre che le diffonda attraverso il tuo tramite, e che si manifesti a loro per arricchirli dei suoi preziosi tesori che ti ho rivelato, e che contengono le grazie santificanti necessarie e salutari necessarie a rimuoverli dal baratro della perdizione; (tirate fiato) e ti ho scelto in quanto abisso d'indegnità e ignoranza per la realizzazione di questo grande scopo, in modo che tutto sia compiuto da me.

Dopodiché domandò il mio cuore, che io lo pregai di prendere, ciò che fece, e lo mise nel suo, adorabile, all'interno del quale me lo fece vedere come un piccolo atomo che si consumava in questa fornace ardente..." basta, tanto non sta più leggendo nessuno. Un simile scambio di cuori era stato descritto da una monaca tre secoli prima: ma la novità di un cuore-atomo che si vaporizza in una fornace ci suggerisce che persino l'immaginario delle suore di clausura, il luogo che immagineremmo più refrattario all'innovazione, lentamente si rinnovi.

Così come dietro ogni grande uomo c'è (quasi sempre) una grande donna, dietro a una mistica di successo c'è sempre un prelato che ne ha capito le potenzialità. Nel caso di Marguerite-Marie, fu Padre Claude La Colombière, anche lui più tardi proclamato santo (da Giovanni Paolo II). Padre Claude era un gesuita, e gesuitico fin da subito fu il tentativo di trasformare il Sacro Cuore nel brand più fortunato della Controriforma francese. Come ogni bandiera, il Sacro Cuore per trionfare aveva bisogno di sconfiggere qualche nemico in battaglia: nei primi cent'anni il nemico furono i giansenisti, una corrente teologica che rifacendosi ad Agostino aveva elaborato una dottrina della Grazia pericolosamente vicina a quella protestante. I giansenisti portavano avanti un cristianesimo austero e intellettuale, che due secoli dopo avrebbe attirato Manzoni, se vi ricordate negli appunti della maturità sotto Manzoni c'era una freccina che puntava verso "giansenismo". I giansenisti, di fronte a questo nuovo culto del Sacro Cuore, reagirono prevedibilmente storcendo il naso: sapeva di idolatria, di paganesimo, e poi insomma siamo nel diciassettesimo secolo, sappiamo tutti che il cuore è una pompa, via. Vien quasi da pensare che i gesuiti lo facessero apposta, a sventolare quel simbolo simil-pagano, continuando gesuitescamente a insistere che non era affatto un simbolo, ma il vero Cuore di Gesù, da adorare in tutti suoi atri e ventricoli e reticoli venosi. Con il cuore però si difendeva l'idea di un Gesù buono, misericordioso, disposto a perdonare i peccati a chiunque si fosse arruolato nelle sue schiere: il Gesù gesuita, insomma. I giansenisti furono più volte condannati per eresia, il Sacro Cuore si conquistò la sua festa (mobile) sul calendario (19 giorni dopo la Pentecoste). 

Questa invece è una bandiera quebecchese (dei canadesi di lingua francese)

Riprese a battere con vigore nell'Ottocento, ancora una volta impugnato come stendardo contro un nemico: non più il giansenismo, ma la rivoluzione (anche se ai ribelli della Vandea, i primi a metterlo sulla bandiera, non aveva portato troppa fortuna). L'idea che il cuore di Gesù sanguini per i peccati della Francia rivoluzionaria si fa strada soprattutto durante il disastro del 1870: rileggendo le lettere di Marie-Marguerite (beatificata quattro anni prima da Pio IX) ci si accorge che nella visione del 1675 il Sacro Cuore aveva espressamente richiesto di essere dipinto "su tutti gli stendardi" del nuovo re di Francia: il giovanissimo Luigi XIV. L'entourage di Marie-Marguerite aveva effettivamente mandato una petizione a Versailles, ma probabilmente la richiesta non era mai arrivata all'attenzione del Re Sole. Evidentemente il Sacro Cuore se l'era presa male e, 150 anni più tardi, aveva inviato la tempesta rivoluzionaria sulla casa Borbone. Poi, siccome l'empietà dei francesi perdurava, aveva insistito mandando, un secolo dopo, i prussiani. Per salvarsi non restava che pentirsi e consacrare la Francia intera al Sacro Cuore di Gesù, magari costruendo un'enorme basilica in un luogo che sovrastasse la capitale, e magari sostituendo al tricolore lo stendardo del muscolo cardiaco. Questo tentativo antico e postmoderno di riscrivere tutta la storia delle rivoluzioni francesi come una serie di punizioni divine culmina con la battaglia di Loigny, dove i volontari di de Charette si battono come martiri, indossando scapolari del Sacro Cuore e massacrando effettivi prussiani al grido di "Sacro Cuore Salvaci!", "Viva la Francia", "Viva Pio Nono". Vincono? No.

RESTA! quella parte di me, quella più quella più vicina al nulla (scusate).

Tanto ormai la guerra è persa. Tre anni dopo viene posata la prima pietra della basilica del Sacro Cuore a Montmartre, in espiazione per i sacrilegi commessi durante la Comune. Sarà consacrata soltanto nel 1919. Il Cuore avvolto nelle spine e sormontato da una croce continua a essere uno degli stendardi della Francia reazionaria e cattolica, quella che oltre confine si conosce meno. Ciò che è da noi il crocefisso. Quando in Italia qualche teocon, con l'arroganza dei neofiti, propone di cucire il crocefisso sulla bandiera, in Francia qualcuno, come una corda che vibra per simpatia, butta lì una foto col Sacro Cuore sul tricolore blu-bianco-rosso. Segue dibattito, perché per molti il tricolore è ancora una creatura massonica e satanica, e l'idea di cucirci sopra la pompa cardiaca di Nostro Signore può risultare un sacrilegio. E così via. Nel frattempo il Sacro Cuore ha riscosso successi in tutto il mondo: dopo la Francia (consacrata al S. C. nel 1873 in seguito a un pellegrinaggio di una cinquantina di parlamentari a Paray-le-Monial), anche l'Ecuador si consacrò qualche mese dopo, per decisione del suo Presidente. Alla fine, su insistenza di un'altra religiosa, Leone XIII consacrò al Sacro Cuore tutti i cristiani in una volta sola. Nel Novecento l'iniziativa passò all'altro Cuore, quello Immacolato di Maria, che attraverso i pastorelli di Fatima chiese per sé la consacrazione della Russia, proprio nel momento più complicato, il 1917. Oggi cuori se ne vedono un po' dappertutto, sono parte del paesaggio. Insomma il brand ha funzionato, padre Claude aveva visto giusto. E tuttavia è sempre più un cuore di plastica, un simbolo astratto: non quel muscolo palpitante che Marguerite-Marie aveva visto atomizzare il suo. Il quadro di Batoni, a vederlo con occhi vergini, ha un che di surrealista: non era un'idea, non era un simbolo, era davvero un uomo di carne, con un cuore di carne in mano. Questa idea della carne, la afferriamo sempre meno. Non è solo l'agnosticismo moderno, è che stiamo diventando sempre meno palpabili, sempre più virtuali, simboli di noi stessi: e davanti a un cuore di carne non sappiamo veramente cosa dire. Ci aspettiamo che rappresenti qualcosa, un'idea, uno stile, un brand, qualsiasi cosa: è impossibile che sia tutto lì, due atri e due ventricoli, una pompa. Forse siamo troppo astratti per il cristianesimo.

martedì 4 agosto 2020

Tu sei il Male, io sono il Curato

4 agosto - San Jean-Marie Vianney (1786-1859), patrono dei parroci (ma non dei sacerdoti).

La cosa fantastica è che
un po' a Voltaire ci somiglia.
[2013] La notizia girava da quasi un anno. Lo sapevano tutti, lo davano per scontato. Venerdì 11 giugno 2010 San Giovanni Maria Vianney, già patrono dei parroci di tutto il mondo, sarebbe stato promosso a patrono dei sacerdoti di tutto il mondo (i parroci sono sacerdoti titolari di una parrocchia, perciò non tutti i sacerdoti sono anche parroci). Lo avevano scritto su Avvenire e sull'Osservatore Romano. Di più. Avevano già steso il suo arazzo da una balaustra della facciata della basilica di San Pietro, un onore che ti fanno soltanto quando ti beatificano, ti canonizzano o ti concedono un nuovo patronato, come appunto in questo caso. Insomma, era ufficiale.

E invece no. Due giorni prima la prevista proclamazione, un sobrio comunicato informò che non se ne faceva niente. L'arazzo restò lì a sventolare, la beffa unita al danno, e i vaticanisti ad arrovellarsi: perché? Cosa aveva fatto di male il povero Jean-Marie, per subire uno smacco del genere? Nulla di nuovo, avendo lasciato il mondo un secolo e mezzo prima. Forse qualcosa, un particolare fino a quel momento inosservato era diventato importante all'ultimo minuto? Buon Dio, e cosa? Non era "abbastanza abbastanza rappresentativo del sacerdozio del XXI secolo, né abbastanza universale", scrissero. Non rifletteva "completamente la figura del prete di oggi, all'epoca della comunicazione". Se ne erano accorti solo 48 ore prima?

In effetti Jean-Marie non è proprio quel tipo di parroco che oggi mettono nelle pubblicità dell'otto per mille. Da laici poi è molto difficile accostarsi alla sua storia senza fare quella tipica smorfia, avete presente - il sorrisetto à la Voltaire che Voltaire magari poteva permettersi, noi no. Gli agiografi ufficiali ci mettono del loro, sembrano che ci tengano particolarmente a tratteggiare una figura di prete ignorante e oscurantista, e perché no, fanatico e allucinato. Tutta questa insistenza sulla carriera scolastica, per esempio. Non c'è una biografia di Jean-Marie che non sottolinei e dettagli la sua inettitudine agli studi, la sua profonda incompatibilità col latino, che potrebbe non essere molto inferiore a quello di un classico liceale classico diplomatosi per il rotto della cuffia. A catechizzare i fanciulli viceversa pare fosse molto bravo, ed era un buon predicatore, uso a mandare a mente le omelie; col tempo si sarebbe dimostrato un fundraiser astutissimo, insomma qualche virtù intellettuale doveva pure averla; però i suoi veneratori ci tengono a dipingerlo come la capra più capra che ci fosse in circolazione. Dietro c'è tutta una polemica con l'illuminismo e con la Rivoluzione: Jean-Marie era cresciuto negli anni in cui i preti francesi che rifiutavano di giurare fedeltà alla République rischiavano la ghigliottina celebrando la messa nascosti nei fienili.

Dopo un lungo, lunghissimo percorso scolastico, in cui gli capitò di avere insegnanti più giovani di lui, finalmente Jean-Marie ottenne una minuscola parrocchia (200 anime), e la trasformò. Fece chiudere le taverne e proibire i balli. Messa giù così, suona veramente male. Se fossi io il PR di Jean-Marie, l'articolerei in questi termini: "lottò vittoriosamente, con le uniche armi della parola e dell'esempio, contro la piaga dell'alcolismo che dilagava in quella piccola comunità agraria". E con le taverne siamo a posto.

Coi balli, davvero, coi balli non saprei che dire. Jean-Marie ma che male ti facevano questi contadini ottocenteschi, se per la mietitura gli veniva voglia di divertirsi e sgambare un po'? Vediamo cosa ne dicono su wikipedia...
 Il fatto era che, all'epoca, il ballo non era certo un divertimento innocuo e innocente ma una vera e propria piaga...
Eh?
...una specie di ebbrezza e furore"[84] la definirono alcuni, che spesso conduceva a disordini descritti come "vergognosi" dai contemporanei. Anche qui la sua azione pastorale non fu riservata soltanto al pulpito ma si tradusse in azioni concrete. Il più delle volte fu costretto a pagare il doppio di quanto stabilito ai suonatori itineranti perché smettessero di incitare la gente a questa frenetica usanza[85].
Vabbe', ma che tattica è, come pagare gli spacciatori il doppio perché cambino il quartiere, peggio che nascondere la polvere sotto il tappeto...
Per educare le giovani e le fanciulle, spesso vittime d'abusi durante le frenesie del ballo, il curato mise un'estrema cura nella formazione dei genitori[86], non solo delle ragazze che spesso, venute a confessarsi, non ricevevano l'assoluzione finché non avessero deciso di abbandonare quel pericoloso divertimento[87].
Io lo giuro non lo sapevo che i balli ottocenteschi fossero così frenetici; dai romanzi perlomeno non risulta. Gli è che i romanzieri parlano sempre e solo delle città, maledetto Flaubert, quattrocento pagine di I Love Shopping Con La Moglie Del Dottore e nel frattempo in campagna facevano le orge musicali e non te ne sei accorto, non ci hai scritto niente.
Si giunse perfino a una lotta giudiziaria: nel 1830 un decreto del sindaco, Antonio Mandy, aboliva i balli pubblici scatenando così la riprovazioni degli organizzatori delle feste locali e di alcuni ragazzi che chiesero al sottoprefetto di Trevoux di abrogare la decisione del sindaco. Cosa che ottennero, ma senza risultato[88]: le giovani avevano infatti preferito recarsi in parrocchia per la messa domenicale, non lasciando così altra scelta ai festaioli che di disperdersi. Senza più ragazze con cui ballare la gioventù maschile di Ars fu costretta a dividersi: chi accolse le parole del curato e chi invece preferì trasferirsi nei paesi vicini.
La cucina dove digiunava.Ok, ci rinuncio, sei indifendibile Jean-Marie. Anche se un mostro sacro della sinistra italiana, don Milani, sul ballo aveva più o meno le tue stesse idee. Comunque è difficile immaginare Ratzinger che a 48 ore dalla proclamazione si fa prendere dallo scrupolo, ehi, un prete che odia le feste danzanti forse non è il massimo come esempio per il XXI sec.

Jean-Marie Vianney era un simbolo già in vita: il suo villaggio per i cattolici francesi un anti-Parigi, da contrapporre polemicamente alla modernità peccatrice. Con lui prende forma l'archetipo del Curato di Campagna che lotta contro le tentazioni di un demonio annidato nell'ignoranza e nella povertà della provincia: il protagonista dei romanzi di Georges Bernaros. Un modello che ha esercitato un fascino incontestabile per un secolo e mezzo, ma che forse oggi segna un po' il passo.

Sul blog di un famoso vaticanista infuriava il dibattito. "Un altro colpo da maestro assestato al Papa dai soliti modernisti postconciliari che non accennano ad estinguersi. Si spegneranno, per contrappasso, all’inferno". In che modo i modernisti fossero riusciti a scongiurare la proclamazione all'ultimo minuto non era chiaro. Altri, pur professando una "venerazione di prim'ordine", ammettevano che "il sacerdozio è una figura piu’ ampia, e vi sono figure sacerdotali molto diverse dai parroci".
Senza scomodare i soliti missionari, facciamo l’esempio dei cappellani militari. Il curato d’Ars è famoso per aver passato tutta la sua vita nel confessionale: e un buon parroco si vede da questo, dal poterlo sempre trovare in Chiesa a qualunque ora del giorno. Accostamento perfetto.
Ma un buon missionario o un buon cappellano militare hanno bisogno di altri esempi, non immediatamente riconducibili al curato d’Ars.
Come vede, non ho menzionato la questione modernista nemmeno di striscio. Saluti.
Non ha neanche menzionato il fatto che Jean-Marie fu disertore, imboscato per tre anni, e se la cavò con un'amnistia, insomma decisamente non il miglior patrono che i cappellani militari potrebbero augurarsi. Tra tanti pareri un tanto al chilo (però interessanti) posso anche dare il mio. Secondo me a Ratzinger il curato d'Ars non era simpatico.

Non mi vengono in mente due preti più diversi: un teologo e una capra. Uno ha passato la vita in campagna, lottando per portare in paradiso le sue duecento anime, incurante di quello che succedeva poco più in là, dove sarebbero andati i suonatori e i ballerini che allontanava. L'altro ha vissuto quasi tutta la sua carriera al centro delle cose, a Roma, abituato a pensare alla Chiesa come a una comunità planetaria. Jean-Marie stava così tanto tempo nel confessionale che puzzava. Ratzinger sapeva d'acqua di colonia persino dalle fotografie, e aveva una certa passione per scarpine e cappelli. Vianney digiunava e sentiva le voci, il demonio che lo voleva morto. Ratzinger da prefetto per la congregazione della dottrina deve aver passato anni a esaminare storie di infelici allucinati. Vianney è un santo ovviamente caro ai lefebvriani. Ratzinger ai lefebvriani ha concesso molto, ma forse cominciava a stancarsi dell'arroganza con cui rispondevano alle sue aperture. Ma alla fine dev'essersi trattato di un moto improvviso, qualcosa che non sapremo mai e che ha reso all'improvviso insostenibile il fastidio naturale che Ratzinger doveva nutrire per una figura come quella di Jean-Marie Vianney.

Che così alla fine non è diventato patrono dei sacerdoti. I suoi fan possono consolarsi ricordando come Jean-Marie non apprezzasse le onorificenze: quando Napoleone III volle concedergli la Legion d'Onore, lui prima volle informarsi se la medaglietta in sé avesse qualche valore; nel qual caso ci avrebbe fatto su qualche soldo per i poveri d'Ars (o per ingrandire la sua collezione di reliquie). Gli dissero di no, non valeva niente: e allora la rifiutò.

mercoledì 25 marzo 2020

Diui Vdertii apotheosis

Di Uderzo potrei parlare per mesi e non escludo di farlo in un momento più tranquillo. Era il più grande. Ha regnato per un quarto di secolo in una regione impossibile, tra l'iperrealismo e la caricatura. Disegnava gli accampamenti romani più realistici e li riempiva di nanerottoli col nasone, nessuno riusciva a passare dal grottesco al classico con tanta disinvoltura.

È un tipo di arte che siamo sempre meno in grado di apprezzare, la caricatura soprattutto: non so quanto in patria si sia già attivato un movimento per definirlo un razzista, tutti i caricaturisti in un certo senso lo erano e Uderzo non si è mai tirato indietro fino alla fine: in particolare il suo ultimo Asterix trasudava di una xenofobia lungamente negata e repressa.

Bisognerà spiegare ai ragazzini che all'inizio della storia quei nasoni e quelle pance, quei distillati di un'arte grafica secolare, esprimevano sotto i costumi di scena le speranze di un'Europa del dopoguerra in cui i popoli cominciavano timidamente a presentarsi gli uni gli altri (ed erano popoli di mezza età, panciuti e sdentati, proprio come quelli usciti dal conflitto mondiale): ma forse non basterà, forse non riusciremo a farci capire, forse di Asterix rimarrà solo il guscio vuoto, come Mickey Mouse che degli anni della Depressione non conserva nemmeno più la coda. Mi dispiacerebbe però.

giovedì 30 maggio 2019

Giovanna era bellissima che ne sai





30 maggio - Santa Giovanna D'Arco (1412-1431)


Spiacente Milla, mi spiace Ingrid,
Jean Seberg è più Giovanna di tutte.
[2013]. Santa Giovanna mi trova sempre nel momento peggiore - scadenze e pendenze d'ogni tipo, scrutini, rovesci temporaleschi, astratti furori che rubano sonno ed energia. Si arriva a fine anno scolastico sopravvivendo a tutti i buoni propositi caricati a settembre, seppelliti uno alla volta lungo il sentiero verso il maggio atroce, il giugno torrido. Si parte giovani e pieni di voglia di cambiare il mondo e si arriva stanchi, sfibrati, senza prospettive, come doveva trovarsi il Bastardo d'Orléans nel 1429, mentre difendeva Orléans. Tutti i sogni cavallereschi di gioventù seppelliti in quel disastro che era stato la battaglia delle aringhe. Ormai la guerra, se non già perduta, era comunque un mestiere come un altro, magari più a rischio infortuni. Il Bastardo, a dispetto del soprannome un nobile di primo rango, tirava avanti perché aveva due riscatti da pagare: i fratellastri prigionieri degli inglesi. Era l'ultimo Orléans rimasto in campo e ci mise 25 anni a saldarli, peggio di un mutuo sulla casa. Una guerra insomma senza gloria, le prospettive oscillavano tra la resa disonorevole e gli orrori di un assedio a oltranza, crepare di fame e peste mentre il tuo popolo ti maledice. Le provviste in città erano già razionate, il re Carlo lontano e talmente pavido da non potersi nemmeno definire in senso stretto un re: non aveva le palle per sfidare gli inglesi mettendosi una corona in testa. E poi che altro? Niente, sta arrivando in città una matta, una contadina che parla con gli angeli, ha appena imparato a cavalcare e dice che la guerra la vincerà lei. Pure i matti adesso, putain, non bastavano le epidemie? Ma quando finisce 'sto medioevo che ne ho piene le palle.

Finché non arriva Giovanna: ed è bellissima.

No, non abbiamo ritratti. Ma che fosse bella è chiaro. Per quanto tu possa parlare con Michele Arcangelo e vederti ogni sera con Domineddio, se non sei un po' carina difficilmente ti darebbero retta gli eserciti della Francia intera. Doveva essere bella di una bellezza scostante, hai presente quelle ragazze talmente fuori standard che nessuno ci prova veramente: così come non ci provarono i cavalieri che la stavano accompagnando, e che testimoniarono sulla sua correttezza al di sopra di ogni sospetto. Questa spaventevole bellezza, Giovanna doveva portarla con molta disinvoltura: in poche settimane aveva imparato a cavalcare, mentre teneva testa ai nobili della corte di Chinon e ai dotti di Potiers. Per esigenze di cavalcatura si era adattata a mettere i pantaloni, cosa mai vista se non in qualche bordello assai raffinato, di cui lei nella sua incontestabile innocenza nulla poteva sospettare. E poi che altro?

E poi era simpatica. Anche su questo, tutti concordano. Pronta al riso e alla battuta, di fronte a qualsiasi autorità. A Potiers un erudito, fra Seguin - immaginatevi un accademico davanti a una contadina che sostiene di parlare gli angeli, immaginatevelo - le aveva chiesto che lingua parlassero, questi angeli. Glielo aveva chiesto con uno spiccato accento di Limoges, la Campobasso della Francia meridionale. Beh (rispose lei) senz'altro una lingua migliore della vostra. E fu amore a prima battuta, anche per il professorone. Seguin avallò il parere della commissione, che considerava Giovanna utile alla causa regia, e anche ad anni di distanza non smise mai di parlarne e di scriverne tutto il bene che poteva scrivere il futuro ultrasettantenne decano della facoltà di Poitiers.

Giovanna era incantevole, nell'autentico senso. Piacque a tutti quelli che ebbero l'opportunità di conoscerla un poco. Durò poco (e lo sospettava) ma finché durò i mercenari smisero di chiedere riscatti, i saccheggiatori di saccheggiare, i politici di mercanteggiare, i francesi di lamentarsi - riuscite a immaginarli? Francesi che non si lamentano? Tutto dunque era possibile. Il Bastardo incontrò Giovanna, e all'improvviso non era più il mesto impresario di un teatrino al massacro. Era di nuovo un Capitano del Re; e anche il Re, quella mezzasega, se Giovanna insisteva una corona in testa poteva ben mettersela.

Jean de Dunois, senza l'aria di essere soprannominato il bastardo d’Orléans.

Giovanna non sapeva combattere, e ben presto fu chiaro che nemmeno le piaceva. Dopo la prima scaramuccia seria chiese di non portare la spada, ma la bandiera. Prima di ogni combattimento implorava i nemici di arrendersi, e riconoscere l’evidenza: erano un esercito di occupazione, avevano Dio contro, ma se si fossero arresi Giovanna li avrebbe difesi da vendette e ritorsioni. E quelli: fottiti strega! Puttana degli armagnacchi! Giovanna non portava rancore. Si prese frecce e pietrate; cadde sull’antenata di una mina antiuomo – un arnese di ferro appuntito che serviva ad azzoppare cavalli. Era la Guerra dei Cent’Anni, era cominciata con le frecce e finì coi cannoni. La gente nasceva in guerra, viveva in guerra, moriva in guerra, e gli anni di tregua dovevano lasciare come una sensazione di vuoto dentro. Più di una rivelazione angelica, questo era miracoloso: che una contadina nata in un’enclave armagnacca nei territori occupati credesse a qualcosa che chiamava “pace duratura”. Non erano mai esistite paci durature, solo tregue un po’ più lunghe del solito: esistevano assedi e battaglie, massacri e riscatti, dai tempi del nonno e del nonno del nonno era sempre andato così, in che modo una bella ragazza avrebbe potuto cambiare le cose?

Giovanna ci provò. Li fece innamorare. Liberò Orléans, diede al Bastardo la sua vittoria più bella. Portò il Delfino a Reims, dove si incoronavano i re di Francia, e lo fece re, lo rese uomo. Ma non poteva durare, ed era la prima a saperlo. Gli uomini son fatti così, i re come i bastardi: qualche anno di fuoco e fiamme, e poi cenere. Appena indossata la corona Carlo VII stava già pensando a cosa offrire agli inglesi per non farli troppo incazzare. A Giovanna regalò uno stemma nobiliare, ma nessuno riusciva a immaginare una Giovanna a corte che sorseggia champagne e discute di beneficenza rifiutando pudicamente un macaron. Disobbedendo all’ordine di ritirata, proseguendo la guerra in qualche scaramuccia periferica, Giovanna aveva controfirmato il suo destino: prima o poi si sarebbe fatta ammazzare. Si trattava semplicemente di stabilire il quando, il come. A Compiègne  mentre rientrava da una sortita trovò la porta della rocca chiusa. Forse qualcuno aveva tradito. C’erano taglie sulla sua testa, gli inglesi avrebbero pagato parecchio per portarla nella zona occupata, svergognarla pubblicamente e bruciarla viva. Anche se all’inizio la presero i borgognoni.


Divenuta merce di scambio lungo la proficua e intricata filiera dei riscatti, Giovanna per qualche tempo fu ospite-prigioniera di tre nobildonne che avevano il suo stesso nome. Quel poco di psicologia che crediamo di condividere con l’aristocrazia del Quattrocento ci lascia immaginare cosa potessero pensare queste tre Giovanne ben nate di lei, contadina in pantaloni al soldo del nemico. Ma è proprio da questi dettagli che si riesce a capire quanto doveva essere irresistibile la pulzella di Orléans, perché le tre dame si innamorarono anche loro, non volevano lasciarla andare; Giovanna di Lussemburgo minacciò di diseredare il nipote. Niente da fare, Giovanna finì a Rouen, a recitare la parte di invasata e strega, e a farsi bruciare viva.

Sola, senza nessun uomo esperto di legge o teologia, Giovanna combatté la sua ultima battaglia: e vinse. Per più di un mese la contadina che sentiva le voci mise in imbarazzo i teologi che cercavano disperatamente prove di eresia o stregoneria. Chiunque dia un’occhiata ai verbali non può nutrire dubbi su da che parte stessero superstizione e fanatismo. Il vescovo Cauchon le provò tutte. Insistette a lungo sulle ghirlande con cui da bambina Giovanna aveva adornata un albero al suo paese: è un’usanza pagana! Si fece ridere dietro, e intanto gli inglesi scalpitavano: la volevano al rogo, la procedura era un dettaglio; purché si trovasse un modo. Giovanna di morire sembrava tutt’altro che entusiasta, e si difese in tutti i modi che riuscì a trovare; ma non rinunciò mai alla sua ironia, forse controproducente. Quando l’inquisitore le chiese se un’entità soprannaturale le avesse suggerito un modo per evadere, Giovanna sbottò: ma se davvero me l’avesse detto ve lo racconterei? Dopo un po’ cominciarono a fare le udienze a porte chiuse.

Rarissima foto di santa travestita da altra santa (è Teresina del Bambin Gesù nei panni di Giovanna, e ci crede un casino).

Alla fine non riuscirono a trovare niente di più incriminante dell’abitudine di indossare i pantaloni. Giovanna aveva capito al volo e si era rimessa una gonna: gliela tolsero. Sola in un carcere maschile, senza indumenti (dopo aver già subito percosse e tentativi di violenza), Giovanna alla fine cedette e si rimise i pantaloni. Tecnicamente questo faceva di lei una relapsa, un’eretica che dopo aver abiurato alle sue perfide idee ritornava sui suoi errori. Cauchon si volle assicurare che il falò fosse composto di solida legna, e non fascine che avrebbero asfissiato la ragazza prima che le fiamme l’ustionassero. Giovanna doveva andare arrosto e bestemmiare, l’accordo con gli inglesi era questo. Giovanna andò arrosto, ma non bestemmiò. La gente venuta a vedere la strega allo spiedo tornò a casa dicendo che era morta da santa. Un soldato inglese ebbe un malore, raccontò di averle visto uscire di bocca una colomba.

Vent’anni più tardi gli inglesi avevano perso la guerra, una volta per tutte. Carlo VII era ancora re, il primo dopo secoli a regnare su qualcosa di simile a una Francia unita. Il Bastardo era diventato suo gran ciambellano. Un giorno ebbero la pensata di riabilitare Giovanna, con un processo al contrario. Invitarono i testimoni sopravvissuti, trovarono molta gente che non ne disse che bene. Il perfido Cauchon non era più su questa terra: lo scomunicarono ex post. E magari così si lavarono un po’ la coscienza, per aver lasciato andare al rogo quella ragazza bellissima che nel giro di pochi mesi aveva preso quei due falliti da un angolino sfigato del libro di storia – il bastardo e il delfino – e li aveva fatti uomini. Non risulta nessun tentativo di Carlo VII di liberare Giovanna, nei mesi della prigionia e del processo. Qualche storico pietoso però ha notato come non vi siano tracce del Bastardo, per almeno due mesi nel bel mezzo del 1431: sembra scomparso. Il Quattrocento non è un secolo oscuro, a saper scartabellare si riesce a trovare anche il nome del cavallo preferito dell’arcivescovo di Limoges; ma del Bastardo, in quei due mesi, niente. Così si è fatta strada questa ipotesi: che il Bastardo fosse in missione segreta per ordine di sua Maestà, oltre le linee nemiche. Scopo: liberare la pulzella, fede, speranza, amore della Francia. È una bella storia, raccontabile in settembre.

Ma è il trenta maggio e io me ne immagino un’altra: probabilmente il Bastardo era da qualche parte nelle retrovie, a non combinare un granché come la maggior parte degli uomini nella maggior parte delle loro esistenze (i soldati, poi). La Storia poi la fanno i vincitori, e il re e il suo uomo di fiducia avrebbero avuto vent’anni a disposizione per riscriverla a piacere, fingendo una missione priva di un reale senso strategico. Giovanna era andata, ormai: bellissima ragazza, sì, d’accordo, ma ingestibile come combattente, e nemmeno così performante. Invece come martire avrebbe ancora avuto un senso, e in fondo non era quello che voleva? Non era quello che aveva sempre voluto? Erano gli angeli a ispirarla, no? Ci pensassero gli angeli.

E così se n’è andata un’altra primavera. Quanta vita mi è passata intorno, senza che sia riuscito a trarne niente di sensato. Ormai non riesco neanche a ripromettermi che la prossima volta andrà diversamente: non andrà diversamente, come potrebbe? Le forze in campo sono queste, le conosco. Sono qui sotto assedio da cent’anni, è il mio mestiere e non so più perché lo faccio, chi sto riscattando. Intanto paro i colpi, schivo le scadenze, campo alla giornata. Eppure lo so, lo sento, che potrei rivincere tutto in un giorno solo, una sola meravigliosa battaglia campale. Se solo Giovanna si rifacesse viva e sorridesse, io mi ci metterei. E vincerei. Ma poi la tradirei, metterei pancia, e penserei a lei soltanto un giorno all’anno. Quel giorno farei in modo di trovarmi in una locanda, berrei forte e al primo borgognone che incontrassi farei una scenata: a chi hai detto puttana? Ta gueule, frocetto, mettiti in ginocchio quando parli di lei. Tu non c’eri, tu non puoi capire, era bellissima.

mercoledì 17 aprile 2019

La nostra dama


Resto abbastanza convinto che se fosse andata a fuoco una proprietà immobiliare delle sue, e gli avessero proposto di risolvere il problema con un bombardamento a tappeto di Canadair, Trump avrebbe reagito: Are you insane? Cioè non credo che la stupidità spieghi tutto: diventiamo molto meno stupidi quando l'oggetto della discussione è una nostra proprietà (già i bambini sono molto più bravi a contarsi i soldi in tasca che le quantità astratte).

Per cui secondo me non si tratta di farsi furbi, lo siamo già se a qualcosa ci teniamo; si tratta di capire che è tutto nostro, che tutto ci riguarda, che qualsiasi perdita è una nostra perdita. Ma mi rendo conto che possa diventare un'esperienza angosciante, e che il cinismo sia una forma di difesa, per i più fragili, necessaria.

venerdì 7 dicembre 2018

A Parigi è già inverno (il più caldo)


Sarà l'inverno più caldo di sempre in Europa, e non a causa dei gilet gialli. Per quanto abbiano dimostrato, nel giro di un paio di settimane, di poter mettere Parigi e la provincia a ferro e fuoco; costringendo il governo a un passo indietro clamoroso, e dimostrando ancora una volta al mondo che ribellarsi paga (almeno in Francia): per quanto abbiano già scritto un pezzetto di Storia, quel pezzetto non racconterà che i gilet gialli furono la miccia dell'inverno più caldo. Tutto il contrario.

Sarà l'inverno più caldo di sempre perché farà più caldo, semplicemente: e l'evidenza non può più essere ignorata. È l'inverno che ha già causato i gilet gialli; è l'emergenza ambientale che sta bussando alla porta; è la catastrofe del clima che si annuncia, e i tafferugli francesi non sono che un timido annuncio di quello che succederà da qui in poi. È normale che l'allarme arrivi dalla Francia: è il suo destino, la sua geografia: la nazione più vasta dell'area più ricca, che include come l'Italia paesaggi diversissimi, ma a differenza dell'Italia non separati da barriere difficili da valicare: il che l'ha resa il laboratorio dell'assolutismo, del protezionismo, e allo stesso tempo ha creato le premesse per la Rivoluzione.

Due secoli e trent'anni dopo, la Francia è l'unica grande democrazia presidenziale europea, ed era assolutamente prevedibile che la tensione tra una provincia avvilita dalla globalizzazione e un'élite tecnocratica confinata nella capitale dovesse spezzarsi proprio qui. In un certo senso la novità non sono i gilet gialli, che protestano come i francesi hanno sempre protestato: la vera novità è il loro avversario, il presidente Macron. Salito all'Eliseo grazie a un sistema elettorale che lo ha investito di un potere e di una responsabilità assolutamente sproporzionate rispetto al credito che gode presso i cittadini, Macron e i suoi uomini si sono ritrovati a incarnare con precisione fin qui mai immaginata l'archetipo del tecnocrate gelido e cosmopolita. L'Europa delle istituzioni, lontana dal cuore del popolo eccetera.  È chiaro che avrebbe risposto all'emergenza con misure impopolari: è ovvio a chi le avrebbe fatte pagare.

L'idea del suo governo aveva un che di disumano, nella sua drastica semplicità: il costo del riscaldamento globale, lo paghino gli automobilisti e gli autotrasportatori. Chi non abita entro i confini della capitale; chi non è stato abbastanza fortunato o avveduto da ritrovarsi da vivere nei centri lambiti dall'Alta Velocità; che anche in Francia ha assorbito l'attenzione dello Stato ai danni delle tratte ferroviarie periferiche; chiunque si ritrovi costretto ancora nel 2018 a usare un'automobile per lavorare (o semplicemente viva in un piccolo centro dove i supermercati sono riforniti dai camion). Per la Capitale sono loro i colpevoli, sono loro che ammorbano l'aria di Co2 e polveri sottili; quindi è a loro che toccherà pagare. C'è il piccolo particolare che sono la maggioranza dei francesi, e i francesi non sono quel tipo di popolo che mugugna ma sopporta.

Questo è più o meno il senso della lotta: non che si possano fare analisi più approfondite, ma si rischia di caricare un movimento spontaneo di connotazioni che ancora deve assumere (magari le assumerà, ma non forziamo lo sguardo). Certo, c'è un programma, e in quel programma ovviamente c'è di tutto e quasi il contrario di tutto: solidarietà con i richiedenti asilo e rigore con i richiedenti asilo respinti. Ci sono tantissime misure sociali che nessuno a sinistra potrebbe respingere, innalzamento del salario minimo e delle pensioni; salvo che ovviamente non ci si pone il problema della copertura; così come non se lo ponevano, in campagna elettorale, né Di Maio né Salvini. Ma quanti gilet hanno davvero letto e sottoscritto il documento, quanti sono scesi in piazza semplicemente per difendersi da un rincaro del carburante? (continua su TheVision)




È chiaro che quando una mobilitazione funziona tutti cercano di salire sul carro: Melenchon da sinistra, il Front National da destra, gli studenti con le loro richieste (anche legittime), i teppisti con la loro rabbia (non sempre ingiustificata). In un tumulto di popolo c’è spazio per tutti e cercare di determinare se i gilet siano più di destra o di sinistra è quasi un esercizio di stile. Anche le analogie coi movimenti italiani rischiano di distrarci. I gilet non hanno copiato dal M5S o dalla Lega slogan o forme di lotta. Al massimo, danno l’impressione di nascere in un simile brodo di coltura (la provincia sedotta e abbandonata dall’industrializzazione) e di condividere un mito fondante: il declino delle piccole medie imprese: tutto era molto più bello quando era piccolo, finché i tecnocrati europei non ci hanno imposto le multinazionali e le delocalizzazioni. Gli inglesi, votando per la Brexit, hanno espresso in fondo lo stesso desiderio, la stessa nostalgia.

A questa fuga nel passato si sovrappone una fuga verso il futuro, attraverso tecnologie non ancora messe a punto che però, a un certo punto, dovrebbero salvarci dal disastro. Come Grillo ogni volta che tira fuori dal cappello la stampante 3D, così i gilet non vogliono pagare il passaggio alle auto elettriche perché non sono abbastanza ecologiche (non hanno nemmeno tutti i torti): bisogna passare immediatamente al motore all’idrogeno, quello sì che sarà pulito. Ma siccome ancora non c’è, chi può toglierci intanto il diritto di circolare in diesel?

Questo mix irresistibile di nostalgia e futurismo in Italia non dovrebbe sorprenderci. Non dalla seconda guerra mondiale, quando ci illudevamo di essere eredi dei Cesari, e intanto subivamo i bombardamenti sperando nell’Arma Segreta che prima o poi Hitler avrebbe svelato al mondo. Passato e futuro sono le eterne tentazioni/distrazioni di chi non vuole fissare il presente per quello che è: l’inverno più caldo di sempre. Abbiamo dodici anni per evitare che il riscaldamento comprometta la nostra sopravvivenza sulla Terra. Dodici anni in cui il nostro stile di vita dovrebbe modificarsi radicalmente. Chi ci potrebbe imporre simili sacrifici? Non un leader democratico, dalla maggioranza parlamentare fragile, non un Salvini, non un Di Maio. Più probabilmente un tecnocrate insensibile, un ideologo della “competenza”, un tiranno magari a tempo determinato, un Putin o uno Xi Jinping. Macron ci ha provato, ma forse per la Francia era troppo presto. Sicuramente era troppo presto per l’Europa. E allo stesso tempo, probabilmente, è troppo tardi.

domenica 11 novembre 2018

San Martino, l'estate che non c'è

11 novembre – San Martino da Tours (316-397), soldato, vescovo, fenomeno meteorologico
Carpaccio (1480 circa)
L’estate di San Martino dura tre giorni e pochino, e nessuno sa spiegarmi il perché. Pensavo si trattasse di un piccolo anticiclone stagionale, ma salta fuori che esiste in tutte le fasce temperate del mondo; addirittura anche in Australia, anche se là ovviamente arriva tra aprile e maggio. E quindi non la chiamano estate di San Martino ma, come un po’ dovunque ormai, Indian Summer. L’estate indiana, già, ma di che indiani si parla?
È parere unanime che si tratti di nativi nordamericani. Il primo a segnalare l’espressione fu uno scrittore francese immigrato a New York, nel 1778; cinquant’anni più tardi, una colona anglo-canadese si burla della leggenda metropolitana per cui l’aumento effimero della temperatura sarebbe causato dai grandi falò rituali accesi dalle nazioni indiane [questa cosa l’ho pur letta da qualche parte, ma non riesco più a trovare la fonte] . Già allora nessuno sapeva esattamente spiegare cosa ci fosse di indiano nella piccola estate che nella Madre Patria continuava a essere attribuita a San Martino. Forse era un periodo particolarmente indicato per per la raccolta di determinati frutti della terra, o per le razzie e il saccheggio. Oppure, semplicemente, l’aggettivo “indiano” veniva usato in senso dispregiativo, come sinonimo di “falso”. Quest’ultima spiegazione ha il pregio di essere più semplice e il grosso difetto di suonare razzista – al punto che al momento è stata espunta dalla pagina inglese di Wikipedia. Risolverebbe anche la coincidenza per cui dall’altra parte del mondo, in Bulgaria, la stessa estate è chiamata “zingara”. In molti altri Paesi slavi è “l’estate delle vecchie” o “delle donne” (in russo Babye Leto): anche in questo caso le interpretazioni si sprecano, le donne potrebbero essere le Norne della mitologia norrena, ma anche le madri di famiglia che in questo periodo dell’anno potevano approfittare dei giorni di sole per uscire a raccogliere funghi o castagne; ma alla fine anche in questo caso viene il sospetto che le “donne” siano l'”indiano” di turno, qualcuno a cui attribuire un fenomeno irrisorio, depotenziato. Un’estate di tre giorni, come dire un’estate da donne.
Nel resto d’Europa l’estate è stata attribuita a un santo. Martino, l’ex legionario divenuto vescovo di una diocesi della Francia profonda, l’ha spuntata su concorrenti agguerriti: San Luca (UK), Sante Brigida e Britta (Svezia), San Michele (Galles, Spagna, Serbia), Santa Teresa (Paesi Bassi), Tutti i Santi (altrove). Com’è giusto che sia: l’estate in questione non si verifica negli stessi giorni in tutte le latitudini – ammesso che si verifichi. Non siamo nemmeno sicuri che Martino abbia vinto il confronto perché l’11 novembre era il giorno statisticamente più probabile: forse si è fatto strada perché era un santo simpatico, un vescovo sollecito che non lesinava aiuti e miracoli. Fosse nato appena qualche anno prima, probabilmente sarebbe stato martirizzato sotto Diocleziano molto prima di diventare un vecchio saggio, e su di lui sarebbero state raccontate le solite storie favolose e sanguinose, arti che si staccano e riattaccano, gole che si offrono alla lama ma la lama schizza via, eccetera.
Per me i legionari romani sono tutti così (e mi sono sempre chiesto l’utilità di quel mantello in un combattimento)
Martino però viene al mondo (in Pannonia, oggi Ungheria) tre anni dopo che l’editto di Milano ha sospeso le persecuzioni.  È uno dei primi santi-non-martiri, santi che diventano vescovi e invecchiano. L’unica leggenda sulla sua giovinezza è quella famosa del mantello: trovando un mendicante per strada, dalle parti di Amiens, in un freddo giorno (di novembre), taglia col gladio il suo rosso manto da ufficiale della legione e gliene passa metà. Una versione più recente a questo punto fa uscire il sole, ma è chiaramente un’aggiunta postuma che serve a spiegare la singolarità meteorologica. Invece la leggenda originale fa comparire a Martino, la notte seguente, il mendicante in sogno: era Gesù.
Il manto di Martino nei quadri di solito è rosso, come quello dei centurioni di Asterix. Mi ricordo una favolosa pala d’altare in una minuscola città del Poitou (o forse era già Turegna). Era dello stesso rosso della mia minuscola macchinina, con la quale in quel periodo mi aggiravo tra Tours e Poitiers, cercando case di Balzac, di Descartes, rovine romane, il più delle volte trovando pioggia e girasoli. E autostoppisti, coi quali dividere l’unica cosa che possedevo, la mia vetturetta il mio unico mantello; sperando con ciò di propiziare il sole. Non voglio dire che credo in queste cose, ma nella targa c’erano le lettere S-M-A-R. Lascia che le altre vetture preghino san Cristoforo o Antonio da Padova, la mia era devota a San Martino.
La macchinina esiste ancora, ogni tanto la vado a trovare, la usano per andare nei cantieri. È un po’ acciaccata, lo sterzo è durissimo, ma ogni volta che mi vede è come se mi dicesse: sei tornato, connard? Quand’è che ce ne torniamo su su più a nord del Moncenisio, dove piove sempre e i girasoli s’en fichent? E se troviamo ragazze rosse di capelli o studenti con l’alitosi li carichiamo. Ho ancora un’autoradio, ci ha pure gli mp3, ma lo sai da quand’è che non ascolto un pezzo di Brel a palla? Non è che mi lamento, eh, è tutto piatto anche qui. Ma un bel dosso, ti ricordi quei dossi pazzeschi che arrivavi in cima ai cento all’ora e non vedevi più niente! più niente! dimmi che non ti divertivi con me in Francia, dillo. Senza un quattrino e un progetto a termine, con le valigie già fatte nel dormitorio. Stavamo dicendo?
Sole? Sì, ne abbiamo sentito parlare, ma dalle nostre parti non crediamo molto in queste cose, siamo laici sapete.
Per le stesse strade, secoli prima, Martino si aggirava, prima soldato, poi diacono, poi infaticabile vescovo deciso a evangelizzare il pagus, il contado, infine cadavere, conteso dai fedeli di Tours e Poitiers, affamati di reliquie e dell’indotto turistico-commerciale che avrebbero creato. Martino è sempre stato molto amato. Si intuisce che lui stesso amasse profondamente la sua terra d’adozione, piatta come la Pannonia (a parte qualche dosso effettivamente pazzesco), forse un po’ più esposta agli elementi. Come molti santi in seguito, partì rivoluzionario e invecchiò pompiere: cominciò bruciando idoli dove ne trovava, e verso la fine probabilmente si contentava di benedirli: il Dio di questo fiume d’ora in poi è il tal martire, ecc. ecc. Lui stesso forse subì lo stesso destino: forse sotto Martino c’è un po’ del Dio soldato, Marte: un Dio che smette di fare la guerra e si dà alla filantropia.
Quanto al fenomeno atmosferico, mi domando se esista. Per esempio, oggi è San Martino e piove come Dio la manda. Mi spiace un po’ per le bancarelle a Bomporto (MO), ma se ci penso bene, sin da quando ero bambino è sempre andata così. Quando non pioveva c’era nebbia, o vento, persino vento, guardate che dalle nostre parti è una notizia il vento, insomma, Estate di cosa?
Concludo con una poesia, e con un’ammissione pesante: a me San Martino di Carducci piace. Mi mette di buonumore, mi fa venir voglia di annusare mosto e mangiare castagne, una poesia che fa appetito secondo me merita. C’è quel participio molto semplice ma così appropriato, scoppiettante, è una poesia scoppiettante. La trovo semplice e aggraziata, con quello stormo di uccellacci neri che si dilegua, come i cattivi pensieri, appena torni a casa da una sagra piena di pioggia e nebbia e ti metti davanti a un camino, scoppiettante. Buona estate, se la vedete salutatemela.
Novembre di Pascoli invece mi fa venir voglia di morire
[Questo pezzo è apparso la prima volta l'11/11/2011].

lunedì 23 ottobre 2017

I 1001 pianeti di Valérian

Valerian e la città dei mille pianeti (Valérian et la Cité des mille planètes, Luc Besson, 2017).


Da qualche parte al centro di questa città quadrimensionale, vivono i superstiti di un antico e nobile popolo che abbiamo sterminato un giorno senza volere - cose che càpitano quando si esplora la galassia. Non vivono in armonia con la natura: la natura non c'è più. Hanno la loro tecnologia, sviluppata un po' in autonomia un po' rubacchiando quello che passava ai piani superiori. Non è incomprensibile, ma ha le sue stranezze - comunicano col Minitel, hanno le tastiere con la A al posto della Q. Un giorno spiccheranno il volo, verso un nuovo pianeta dove vivere in pace e stagionare altri ottocento formaggi diversi. E ci mancheranno. Sì, proprio i francesi. Lo so, sembra impossibile.

Ma tingerle i capelli proprio non si poteva? Anche in CGI...
Un giorno ci mancherà Luc Besson - per quanto sia così difficile volergli bene. È un tamarro senza scrupoli e senza redenzione. La sua idea di cinefumetto fantascientifico è esattamente quella che aveva Lucas negli anni Ottanta: navi spaziali in fiamme e pupazzoni. In più Besson ci mette tutta la computergrafica che si può permettere con 197 milioni di euro, e non gli resta nemmeno un eurocent per pagare lo sceneggiatore. Questa è la cosa che fa più rabbia, perché sul serio: quanto si può risparmiare se invece di farti scrivere buoni dialoghi, te li fai scrivere scadenti? Il costo di un mostro digitale? Di un attore europeo in ribasso? Tra un'ospitata di Rihanna e una buona storia, tu cosa avresti scelto? È praticamente impossibile voler bene a Luc Besson quando prende uno, anzi due storici personaggi del fumetto fantascientifico francese, e invece di farli battibeccare per tutto il film come due colleghi che flirtano tra una battaglia e l'altra, decide che proprio in quelle due ore devono confessare la reciproca attrazione e fidanzarsi - che cosa imbarazzante, in un cinefumetto del 2017, vedere lui che fa una proposta di matrimonio e lei che fa la difficile perché non vuole essere "una della tua playlist". Se almeno fosse una gag e invece no, man mano che il film perde l'energia iniziale, l'idea banalotta del matrimonio procede per inerzia fino ad assorbirlo tutto. È come se Besson, che in teoria sogna questo film da una vita (e ci ha investito parecchio), fosse persuaso di non avere seconde possibilità: Valérian e Laureline hanno solo un film a disposizione, tanto vale buttarci dentro tutto, immergerli in centinaia di ambienti diversi in due ore (il che andrebbe anche bene) e poi farli sposare come succede nelle fiabe (il che invece no). Il film poi non è andato nemmeno così malaccio come sembrava, per ora siamo a 225 milioni di euro di incasso. Quindi per il sequel che ci dobbiamo aspettare, Valérien e Laureline oltre i limiti della galassia in luna di miele? Valérien e Laureline che litigano su chi deve cambiare il cyberpannolino? Ci sarà un motivo se gli eroi dei fumetti non si sposano mai? E impossibile voler bene a Luc Besson quando cade su queste sciocchezze. Eppure è necessario (continua su +eventi!)

L'idea - molto europea - che la convivenza sia un caos, però un caos che tutto sommato funziona.

Si potesse fare a meno di lui, ne sarei contento. Ci fosse in circolazione qualche altro visionario regista francese in grado di attingere a quell'immaginario autoctono che negli anni Sessanta dava i punti agli americani - ma non c'è. Quel momento in cui il pianeta Francia e il suo satellite Belgio erano gli astri più fiammanti del firmamento, e Mézières e Moebius plasmavano il nostro immaginario, con situazioni più problematiche di quelle che arrivavano da oltre oceano, ma immagini altrettanto suggestive - alzi la mano chi ha trovato l'astronave di Valérian un po' troppo simile al Millenium Falcon, beh, è ovviamente il contrario. Besson non sarà il miglior difensore del patrimonio culturale che rappresenta, ma al momento è l'unico, e quindi viva Luc Besson e i suoi pupazzoni digitali (che comunque reggono il confronto di Avatar). Per quanto sia difficile volergli bene, una volta su dieci ne vale la pena. A volte gli riescono cose impossibili, ad esempio rendere simpatica Cara Delevigne. Mentre Dane DeHaan ha esattamente la faccia da schiaffi che serve a un avventuriero dello spazio. Valerian e la città dei mille pianeti resiste indomito al Monviso di Cuneo, almeno fino a stasera 24 ottobre alle ore 21.

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