venerdì 27 settembre 2019

La passione di Greta Thunberg

Scrivo anch'io due cose veloci su Greta Thunberg, e se vi accorgete che le avete già lette da qualche parte saltate pure. Lo faccio soltanto perché, tra centinaia di opinioni che ho trovato su social e giornali c'è qualcosa che ancora non ho letto e i blog una volta funzionavano proprio così, servivano a riempire i buchi, a togliere di mezzo anche la minima possibilità che un argomento non fosse stato sviscerato.

Tutte queste opinioni tra l'altro mi si sono piazzate davanti senza che io mi sia dato nessuna pena di cercarle, mentre cercavo altre cose, e non scendono: dopo tre giorni c'è ancora qualcuno che preme per farmi sapere cosa pensa di Greta. Di solito queste opinioni si collocano agli estremi di un asse che va da "esempio per tutti i ragazzi del mondo" a "povera fanatica disadattata manovrata dai poteri forti", e più spesso vicino a questo secondo polo, perché ho contatti che invecchiano, e leggo giornalisti che erano vecchi quando ero appena nato io, quando erano appena nati loro – gente che una macchina l'ha appena comprata e per non lasciarla nel garage combatterà con le unghie e gli editoriali.

Quanto a me, mentre vedo i ragazzini sfilare dovrei atteggiarmi ormai a vecchio saggio e su questo asse cercare di collocarmi in un punto non troppo estremo (e nemmeno troppo mediano), un punto comunque moderato, ragionevole: dovrei cercare di argomentare che sì, il fenomeno Greta è composto di tante cose condivisibili e di alcune cose che invece non mi piacciono... ma non ce la faccio. È evidente che non sono la persona moderata che a volte preferirei essere, oppure semplicemente credo che le cose non funzionino così: per me la verità su Greta Thunberg non sta in mezzo, ma alle estremità. Come molti fenomeni non necessariamente contemporanei, Greta funziona benissimo sia per i seguaci che per i detrattori. O è una santa che ha avuto la visione di un'apocalisse climatica, o è una strega fanatica che vuole mettere in discussione le nostre sacrosante abitudini consumiste. Temo che un osservatore moderato, che continui a ripetere "Guardate che è solo una ragazzina che con tutti i suoi limiti cerca di sensibilizzarci su un argomento" sia quello che alla fine Greta Thunberg l'avrà capita di meno. No, Greta non vuole mezze misure, o bruci per lei o sei freddo. Se sei tiepido ti vomiterà. Avete già capito dove sto andando a parare, vero?

(Scusate ma ormai qui arrivano solo gli aficionados, quelli che si sono sciroppati una serie di discussioni sulla religione e quasi duecento agiografie, quindi sarebbe anche strano che si aspettassero qualcosa di diverso): sto per dire che Greta ha fondato una religione – ecco, l'ho detto.

In sé questa frase non significa comunque nulla: cos'è una religione? Eh, saperlo. In linea di massima è un sistema di credenze che anche se è fondato su premesse irrazionali, comunque è animato da una logica interna; per fare l'esempio più tradizionale qui da noi, se compi la scelta (irrazionale) di credere in Gesù Cristo, tutto quello che poi Gesù Cristo ha detto, fatto e vissuto diventa assolutamente logico e conseguente (e quando qualcosa non sembra più logico, di solito mandano qualche teologo a riparare).

La religione è anche un sistema che ti fornisce delle speranze (cosa di cui tutti noi abbiamo bisogno) chiedendoti in cambio delle rinunce (cosa che spesso imploriamo di poter fare: siamo troppo liberi, cerchiamo una direzione) (ok magari tu no e sai cosa? Spesso nemmeno io; ma è successo a milioni di persone che lo hanno raccontato diffusamente in diari e libri e Confessioni, quindi evidentemente per millenni questa cosa ha funzionato e sta ancora funzionando per milioni di persone, il capitalismo per dire non ha funzionato così a lungo, e comunque ha bruciato molto più carbone).

La religione inoltre è la cosa che forse salverà l'umanità, e qui immagino le smorfie, perché l'umanità dovrebbe salvarla la scienza (sarebbe anche il minimo, visto quello che la scienza ha combinato). Mettiamola così: non credo che la scienza possa farcela senza che vi si sviluppi intorno una religione. Certo, sarebbe molto meglio che chiunque si convincesse razionalmente che il pianeta si sta scaldando a causa dell'inquinamento, e quindi sono necessarie scelte drastiche che modificheranno le politiche industriali e cambieranno radicalmente la nostra vita. In fondo sembra facile decidere razionalmente che comprare l'acqua minerale nelle bottiglie di plastica è sbagliato. Sembra. Ma non funziona così, l'avete notato?, per la maggior parte delle persone. La maggior parte delle persone non vuole cambiare abitudini, ed è abbastanza brava a trovare argomenti per non farlo. Si attacca ai dettagli (le borracce di alluminio non salveranno il mondo), alle contraddizioni (hai stampato un libro di carta per dirci che deforestare è sbagliato!), si inventa i complotti, chi ti paga? La gente si comporta così e non è stupidità: è un meccanismo di difesa anche abbastanza sofisticato.

La maggior parte delle persone non crederà agli scienziati, che parlano difficile e a volte si contraddicono e litigano e in generale risultano poco empatici. Crederanno ai profeti. Ai bambini, o ai vecchi che si fanno crescere la barba e vanno a vivere in montagna; ai visionari, ai folli, e anche agli imbroglioni, sì, ce ne saranno: e magari ci aiuteranno a salvare la baracca più che i bambini in buona fede. La religione è un sistema che, quando si estende abbastanza, comincia a imporre regole di comportamento attraverso un meccanismo di interiorizzazione. Ed ecco che improvvisamente separare la plastica dalla carta non mi pesa più. L'angoscia dell'uomo contemporaneo, l'eterno dilemma "a che serve separare la plastica in un secchio, se dall'altra parte dell'isolato c'è un'industria che disperde nell'aria l'equivalente di un migliaio dei miei secchi" non funziona più. Tu non separi plastica e carta perché è razionale farlo – in effetti, non lo è. Tu separi plastica e carta perché È GIUSTO, perché Greta ti guarda, perché Dio lo vuole, perché chi non lo fa va nell'inferno della catastrofe ambientale e rischia di portarti con sé.

Considerate anche questo: oggi manifestano gli studenti, tra qualche mese/anno manifesteranno i camionisti, come in Francia l'anno scorso. Se la situazione dovesse diventare più difficile, e il traffico su gomma insostenibile (e in realtà lo è già). Manifesteranno i complottisti, gli sciachimisti spiegheranno che il riscaldamento globale esiste ma è un progetto collaterale di Soros, ecc. L'aria si farà molto calda, ci saranno caduti da entrambe le parti e alla fine prevarrà chi è più determinato, ovvero chi è disposto a morire. La religione è anche questo: un sistema che ti fornisce scopi per vivere e per morire. Ecco, ho detto la mia su Greta e spero almeno che sia qualcosa di originale (non ne sono sicuro, non riesco a leggere tutto).

venerdì 20 settembre 2019

Le canzoni dei Beatles (#234-225)

Cinquant'anni fa i Beatles cominciavano a sciogliersi, dopo aver inciso più o meno 250 brani che sul Post ascolteremo dal peggiore al migliore. Senza smettere di domandarci: in che senso "peggiore"? in che senso "migliore"? Davvero That Means a Lot è peggiore di Ticket to Ride o la pensiamo così soltanto perché la prima è stata scartata? Davvero Junk è spazzatura? E se Teddy Boy fosse un capolavoro? Ah ah ah – NO. 

Le 250 migliori canzoni dei Beatles (#254-235).

(La playlist  #234-225 su Spotify).

234. That'll Be the Day

You say you're gonna leave, you know it's a lie / 'Cause that'll be the day when I die. Secondo la leggenda (avvalorata dal film Nowhere Boy), That'll Be The Day sarebbe stata registrata il 15 luglio 1958, pochi giorni dopo la morte di Julia, la madre di Lennon, in un incidente stradale. I 15 scellini necessari per stampare il disco di lacca sarebbero stati l'ultimo regalo di Julia al figlio. Come facciamo a sapere che è una leggenda? Colin Hanton, il batterista, ricorda una giornata gelida, tanto che era entrato nella piccola sala di registrazione con una sciarpa e l'aveva usata per attutire il rullante quando il proprietario della sala si era lamentato per il rumore.

Hanton potrebbe anche ricordarsi male, così come voi magari non ricordate bene quando avete inciso questo o quel nastro con la vostra band di trent'anni fa (che però non è diventata la più famosa al mondo). Il vero motivo per dubitare dell'aneddoto è che combacia quasi perfettamente col testo della canzone: mi hai dato tutti i tuoi abbracci e i baci e anche i soldi. Il giorno che mi lascerai sarà il giorno in cui piangerò, sarà il giorno in cui muoio. Cose che succedono al cinema, più che nella realtà.

That'll Be the Day è uno dei due pezzi incisi dai Quarrymen presso il piccolissimo studio del signor Phillips, il retrobottega del suo negozio di dischi e giradischi. Gli acetati avevano il grosso difetto di deteriorarsi dopo pochi ascolti: i professionisti li usavano per incidere demo da sottoporre ad altri artisti, i dilettanti per creare un bel ricordo da conservare, più che riascoltare. I cinque Quarrymen si mettono d'accordo per conservarlo una settimana a testa: John lo tiene la prima settimana, poi lo passa a Paul che dopo una settimana lo passa a George che dopo una settimana lo passa a Colin che dopo una settimana lo passa a John "Duff" Lowe, che lo infila da qualche parte e se lo dimentica vent'anni... per poi cederlo al milionario Paul McCartney in cambio di una cifra che non è mai stata resa nota. Ora lo possiamo ascoltare tutti gratis su Internet. In mezzo a un baccano abbastanza ordinario, la voce di John è già inconfondibile.



233. Bésame Mucho (Velázquez; incisa nel 1962 durante il provino della Decca)

Cha-cha-boom! Se ora fate partire la Bésame dei Beatles su Spotify, e subito dopo cominciate a cercare tutte le Bésame Mucho su Spotify, finirà la canzone prima che riusciate a visualizzarle tutte, volete provare? Sennò fidatevi. La leggenda più diffusa su Bésame Mucho è che l'autrice, quando la compose (a 24 anni) non era ancora stata baciata, né mucho né poquito: nada de nada, povera Consuelo Velázquez. Paul mentre canta non suggerisce la stessa inesperienza, anzi si atteggia a crooner consumato e in effetti un dettaglio comune di molte cover di quel provino (alcune abbastanza improbabili) è che presuppongono nell'interprete un carisma da latin lover. The Sheik, Bésame, la stessa Ain't She Sweet che era pur repertorio di Sinatra. E siccome a scegliere i pezzi fu Brian Epstein, viene spontaneo domandarsi: l'ha fatto apposta? Sul serio stava cercando di lanciare quattro teddy boy di Liverpool calcando sul loro sex appeal? O semplicemente si fidava del suo gusto, e il suo gusto lo portava in una direzione un po' più camp di quella che poi i Beatles avrebbero preso?

Bésame i Beatles avevano iniziato a suonarla ad Amburgo, in una fase in cui erano juke-box viventi e l'eclettismo, durante concerti che duravano due o tre ore, più che una scelta estetica era una necessità. Il brano arriva alla Decca perfettamente rodato, e se ci sembra assurdo è appunto perché i Beatles lo lasciarono a quel bivio; ma se alla Decca fossero piaciuti, chissà.



232. In Spite of All the Danger (McCartney-Harrison; registrato su acetato dai Quarrymen nel 1958; ora in Anthology 1).

Malgrado tutto il pericolo, malgrado tutto quello che potrebbe succedere, farò qualsiasi cosa per te. In Spite of All the Danger è incisa sull'altro lato del disco 78giri in acetato prodotto nello studio del signor Phillips in un giorno imprecisato del 1958. Se vi sembra assurdo che questa istantanea sfuocata di 60 anni fa sia di gran lunga il pezzo più ascoltato su Spotify tra tutti quelli che abbiamo passato in rivista fin qui, considerate che è inciso sul disco più raro e quotato mai esistito. Ed è in assoluto la prima canzone originale dei Beatles... che non si chiamavano ancora così: diciamo che è la prima canzone originale di Paul McCartney, anche se una scritta a pennarello sulla label dell'acetato reca la dicitura "McCartney-Harrison", in quanto quest'ultimo era l'autore dell'assolo di chitarra. Lo stesso Paul poi sta smaccatamente ricalcando un pezzo di Elvis Presley che ha ascoltato a un campo scout, Tryin' to Get to You: la melodia è praticamente identica, anche il testo è simile. Nel 1958 Paul non ha ben chiaro il concetto di proprietà intellettuale: crede che le canzoni siano di tutti, e se decide di cambiare le parole probabilmente è perché non si ricorda il testo di Elvis né è riuscito a procurarsi il disco o lo spartito. Non ha nessuna velleità autoriale, per ora: non sta cercando neanche di sembrare originale. Ci riesce lo stesso.

Quel che rende In Spite una canzone diversa, non già beatlesiana ma nemmeno così presleyana, è l'intreccio vocale. Lasciando perdere il batterista, che suona troppo lontano dal microfono, i Quarrymen consistono di tre voci e tre chitarre che suonano gli accordi praticamente all'unisono, salvo il momento del non esaltante assolo. Magari il "muro di chitarre" era l'unico sistema per farsi ascoltare alle feste senza amplificatori, ma nello studio del signor Phillips di tanto baccano non c'è bisogno, è ridondante. Per contro, le tre voci sono già alla ricerca di armonizzazioni sofisticate (il che non significa che le trovino).

L'altro motivo per cui In Spite negli ultimi anni è diventata così popolare potrebbe essere la versione filologicamente correttissima contenuta nel film Nowhere Boy, un esempio clamoroso di potere del cinema, anche mediocre. Nowhere Boy non è un capolavoro, e il modo in cui utilizza In Spite per farci piangere non ha nulla di originale: è un banale montaggio di immagini di Julia Lennon, di John che balla con lei, che si ricorda di lei, che canta questa canzone evidentemente a lei. Funziona benissimo anche se non è vero niente: la canzone è di Paul, non ha nulla di strappalacrime in sé, John la canta con partecipazione ma non fa ancora spettacolo dei suoi sentimenti.





231. You Know What To Do (Harrison; outtake del 1964; ora in Anthology 1).

So if you want me just like I need you... You Know What to Do è la canzone che per poco non ha stroncato la carriera compositiva di George Harrison. Forse. Quel che è sicuro è che George era già stato accettato come terzo compositore dei Beatles nel loro secondo LP, che ospitava Don't Bother Me, incisa nel settembre del 1963. Per ascoltare una sua nuova creazione (I Need You) i fan avrebbero dovuto aspettare il febbraio del 1965: nel frattempo altri due album erano usciti senza brani firmati da George. Cosa lo aveva bloccato?

Secondo George Martin, Harrison si era scoraggiato quando "nessuno di noi aveva apprezzato una cosa che aveva scritto". Ora, l'unica "cosa" di Harrison che conosciamo tra il 1963 e l'inizio del 1965, è appunto You Know What to Do, registrata in fretta un giorno prima di partire per un tour, con Paul al basso e forse John al cembalo (Ringo era malato); non sembra onestamente questo orrore di canzone. Se la strofa è abbastanza banale, nel bridge incontriamo forse il primo accenno di descending bass line, un trucchetto che Paul saprà sfruttare meglio in Michelle, intorno al quale John costruirà Cry Baby Cry e lo stesso George farà risplendere in While My Guitar. Insomma, bastava insistere: e invece George si bloccò. Non doveva essere sempre facile lavorare con la ditta Lennon/McCartney. Questi ultimi a dire il vero stavano entrando in una breve fase di stallo creativo che li avrebbe portati, pochi mesi dopo, a consegnare alle stampe il loro disco più involuto: Beatles For Sale, con una sola hit, qualche esperimento e diverse cover poco interessanti. You Know What To Do non avrebbe abbassato la media più di tanto, ma George si era bloccato. Just call my name if you're lonely...



230. That Means A Lot (Lennon-McCartney; outtake del 1965-66, ora in Anthology 2).

C'è un cartoon divertente in giro per internet (oddio forse è divertente soltanto per i beatlemaniaci), comunque in questo cartoon ci sono Paul e John intorno a un microfono che fanno un duello di composizione mentre in cabina siedono George, Ringo e George Martin. Sulla stessa base Paul canta That Means A Lot e John Ticket To Ride: alla fine tutti votano per John, e Paul si mette a piangere. Ok. In effetti la progressione di That Means A Lot assomiglia un po' a quella di Ticket To Ride, soprattutto nelle prime versioni. Ma non c'è mai stata una gara del genere: quando Paul propose That Means A Lot, il brano di John era già stato completato. That Means A Lot, scrive Ian MacDonald, è un raro esempio di Lennon e McCartney che brancolano nel buio: cercano un motivo, si accorgono che è troppo simile a qualcosa che hanno appena registrato, provano a modificarlo, ma non funziona niente, proprio come succede ai comuni mortali. That Means A Lot non solo somiglia troppo a Ticket, ma ne tradisce tutti gli aspetti rivoluzionari: è un passo indietro dopo un grande salto, un incidente. Ascoltarla è farsi un'idea su cosa sarebbero diventati i Beatles se invece di spingere continuamente sull'acceleratore avessero deciso di calmarsi un po' e presidiare i territori già esplorati. Probabilmente non era un'opzione praticabile: l'unico modo per restare in piedi era continuare a correre.



229. Junk (McCartney, Esher Demo, 1968; completato poi nel primo disco di Paul McCartney, McCartney; la prima versione si trova in Anthology 3).

Cianfrusaglie. Ci sono brani dei Beatles che parlano di sé stessi; Junk parla dei tesori che lasciamo marcire in solaio o in cortile e a risentirla su Anthology sembra esattamente questo: ciò che rimane di un tesoro abbandonato. Il brano è già praticamente completo durante la prima session informale del 1968, quella in casa Harrison in cui i Quattro portano tutto quello che hanno composto prima e durante l'esperienza indiana, si rendono conto di avere già materiale per più di un LP e decidono che 'pubblicheranno tutto', ovvero che il prossimo album sarà doppio. Ma non è vero che pubblicheranno tutto, per esempio accantoneranno Junk come cianfrusaglia, e non è semplice capire il perché.

Junk contiene anche la prima riflessione di Paul sul consumismo, se non sugli eccessi della sua esperienza di giovane rockstar affetta da shopping compulsivo. In pochi minuti avrebbe aggiunto al Disco Bianco una dimensione in più, tra tante che ne ha già. Certo, non è che sia stata buttato via: se mi va di ascoltarlo posso sempre andarmi a cercare McCartney, il disco in cui Paul la incise due anni dopo. Ma è uno di quei dischi che anche se li apprezzi preferisci lasciarti indietro - quel tipo di dischi che dopo un po' i ragazzi trovano in soffitta, appunto. E forse è perfetto così, quell'amarognolo che senti in fondo è esattamente quello che Paul voleva farti sentire. Maledetto Paul.



228. Step Inside Love (Lennon-McCartney; incisa da Cilla Black nel 1968; suonata per scherzo durante la lavorazione a The Beatles il 16/9/1968, ora in Anthology 3).

You look tired, love; let me turn off the lights... Secondo una voce giornalistica probabilmente inverificabile, le due canzoni più eseguite della storia della musica sono Yesterday e (subito dopo) Garota de Ipanema. Questo cosa significa? Anche niente, ma immaginate per un attimo che i Beatles si fossero dedicati a scrivere pezzi di bossanova. Davvero, perché no? Nel '68 spaziavano dell'heavy metal allo ska, perché non ci hanno nemmeno provato? Perché la bossanova è più difficile, ovvio. Ma fino a un certo punto: in fondo se c'è qualcosa che hanno in comune con Gilberto è proprio la passione per gli accordi strani che all'inizio suonano dissonanti e poi ti ci affezioni. Invece una colore che alla loro tavolozza sembrava mancare è quel timbro rilassato, languido, senza il quale non si dà bossanova – proprio quel timbro che stava cercando Paul quella sera di settembre, mentre registrava I Will. Si capisce che Paul una bossanova avrebbe voluto cantarla, in un disco dei Beatles. Ci aveva già provato prestissimo, con la cover di Till There Was You ('64), ma comporne una era un altro paio di maniche. Step Inside Love era una mezza bossanova che aveva scritto per lo show televisivo di Cilla Black, ex compagna di Cavern scoperta, come i Beatles, da Brian Epstein. Spogliata da tutta la fanfara orchestrale, sussurrata in un microfono, accompagnata da quegli accordi sempre un po' imprevedibili, è la più esplicita preghiera che Paul poteva rivolgere ai compagni: ragazzi, dai, proviamoci. Potremmo farcela, potremmo sbarcare sulla spiaggia di Ipanema anche stasera. I compagni non lo prendono sul serio. Quella sera sono solo due (manca George) ma di buon umore, forse troppo. Ringo è alle maracas, John si diverte con legnetti e altre percussioni. Lo stesso Paul non insiste più di tanto, e alla fine si dissocia dal risultato attribuendolo a un tale "Joe Prairies" (una storpiatura di Pereira?) e ai suoi "Prairie Wallflowers". Niente Ipanema nel Disco Bianco, abbiamo scherzato. Peccato però.

Step Inside Love fu un discreto successo, anche perché si sentiva in tv una volta alla settimana e c'era tutto il tempo per affezionarcisi; per metà stagione Cilla dovette accontentarsi di cantarne la prima strofa, perché era l'unica che Paul aveva scritto; quando finalmente riuscì a incontrarlo e convincerlo a completarla, Paul notò che Cilla sembrava stanca, forse provata da quel ruolo di soubrette, e lo scrisse: "You look tired, love". Insomma Paul scriveva le prime cose che gli venivano in mente e fa un po' effetto pensare che sono proprio le parole che Cilla si è fatta incidere sulla tomba.



227. Los Paranoias (Lennon-McCartney; improvvisazione estemporanea durante la lavorazione a The Beatles, 16/9/1968, ora in Anthology 3).

Sing à la latina! Inventare buffi pseudonimi d'artisti era uno scherzo ricorrente tra i Beatles in sede di registrazione (in fondo anche Sgt Pepper è nato così). Quando Paul abbozza i "Prairie Wallflowers", John ribatte con "Los Paranoias", un termine che a detta di Paul faceva parte dello slang portuale di Liverpool. Paul ridacchia e ci inventa lì per lì un riff: "Come on enjoy us / Los Paranoias". John in falsetto protesta: "I can't make it", e intanto qualcuno, lui o Ringo, fa un gran casino tribale coi legnetti. Ogni tentativo di impostare una bossanova va a farsi benedire. Però è sempre un piacere sentire che si divertivano. Ci sono alcuni brani dei Beatles (You Know My Name, Hey Bulldog) che sembrano avere principalmente questa funzione: ricordare agli ascoltatori che i Beatles non hanno sempre litigato, anzi. Certe sere potevano andare avanti tutta la notte a suonare cretinate coi registratori accesi, così, per ridere. Tutto questo può spezzarti il cuore come quei filmini super8 in cui ti ritrovi più giovane a giocare con amici che non ci sono più o che non sono più tuoi amici. Come on, enjoy us! (I can't make it).



226. Teddy Boy (McCartney; outtake del 1969 ora in Anthology 3; McCartney la incise nel suo primo disco omonimo).


Ma poi ci sono canzoni che sono coltellate alle spalle, e Teddy Boy è la peggiore. Ci sono canzoni inutili e canzoni dannose, ma Teddy Boy è in un cassetto tutto suo, quello delle canzoni catastrofiche. Se non è quella che ha spaccato i Beatles, è per il semplice motivo che le crepe erano già abbastanza profonde e non sarebbero sopravvissuti comunque. Per come la imbastisce al microfono durante le difficili sessioni del gennaio '69, è la storia di un "teddy boy" che sotto la patina da duro è dolce e mammone come un orsacchiotto, appunto: e se avete più o meno presente la situazione psicologica di John in quel periodo, ve lo immaginate già stringere i pugni. Ma nella terza strofa la mamma di Teddy incontra un "another man", Paul canta proprio così e lo canta di fianco a John, e pretende che John gli dia pure una mano coi cori.

L'anno successivo John avrebbe iniziato un faticoso percorso di terapia allo scopo di superare il trauma dell'abbandono materno. Proprio come la mamma di Teddy, quella di John aveva incontrato un altro uomo, e John a cinque anni era andato a vivere da zia Mimi. Julia non aveva smesso di vedere il figlio; gli aveva insegnato a suonare Fats Domino al banjo, e poi era morta in un incidente stradale. John a quel punto si era già evoluto nel teddy boy del quartiere, ma "Teddy don't worry, now mummy's here taking good care of you", canta Paul, e magari c'è Yoko nei paraggi e John si innervosisce anche solo se la fissi per più di un secondo.

Che Yoko fosse una figura materna lo aveva ammesso John già nel '68, quando tra i versi di Julia si era lasciato sfuggire un "Ocean's Child", figlia dell'oceano, che è il significato degli ideogrammi che compongono il nome Yoko. Che questa nuova madre, dietro a una naturale possessività, nascondesse ambizioni manageriali era un'osservazione che Paul evidentemente non riusciva più a tenere per sé. Sceglie dunque di affidarla a una melodia che è poco più di una filastrocca irrisolta, sbilenca, che induce l'ascoltatore a domandarsi per un paio di minuti: ma ci è o ci fa? Si è accorto che sta mettendo a nudo il lato più fragile e rimosso del suo amico e socio in affari, o è l'inconscio che sta giocando un brutto scherzo anche a lui? Si tratta di un maldestrissimo tentativo di trasformare la musica in terapia (quel che poi John farà nel suo primo disco da solo), o di un'orribile gaffe? E se te lo domandi tu che hai avuto una vita famigliare standard, figurati un tizio devastato da dipendenze e nevrosi come John in quel momento. Tanto più notevole il fatto che invece di mandare Paul a quel paese, John si limiti a sabotarlo intervenendo nel ritornello nei panni di un maestro di ballo "Take your partners, dosi-do, hold them tight and don't let go". Un modo abbastanza garbato di dire: Paul, questa fa schifo.

Perché oltre a poter essere interpretato come un atto ostile nei confronti del partner, Teddy fa proprio schifo come pezzo e getta una luce sulle difficoltà impreviste che McCartney si troverà davanti, come compositore, dopo il divorzio. Nel biennio '69-'70 Paul comincia a sbandare: proprio nel momento in cui vorrebbe imporre un suo controllo creativo soffre il fatto che nessuno sta più controllando lui; alterna trovate geniali (Let It Be) ad altre che mal si conciliano con il gusto dei compagni (Obladì) se non lo sfidano apertamente (Maxwell's Silver Hammer). Era un momento psicologicamente molto teso, e ognuno reagisce alla tensione a modo suo. George e John approfittarono della situazione per scrivere alcune delle loro cose migliori, Paul si intestardì su Maxwell e Teddy Boy.



225. 12 Bar Blues Original (Lennon-McCartney-Harrison-Starkey, incisa nel 1965 durante la lavorazione di Rubber Soul, poi inclusa in Anthology 2).

Quando chiesero a Lennon se esisteva del materiale beatle non registrato, lui rispose che ricordava soltanto "qualche schifoso 12 bar". Il 12 bar blues, blues in 12 misure, è l'abc delle rock'n'roll band. Non devi neanche metterti d'accordo prima: qualcuno conta fino a quattro e alè, si comincia. Non c'è nulla da inventare, nulla da dimostrare, magari si stanno soltanto scaldando, o rilassando. Quando due anni più tardi capiterà loro di accennare il tema di una colonna sonora, finiranno di nuovo per montarla sull'ossatura di un blues (Flying), come se il 12 bar fosse il destino di qualsiasi tentativo di comporre in quattro, dal vivo, con gli strumenti in mano. Nel frattempo il blues stava tornando di moda proprio all'Inghilterra, una specie di radicalizzazione del rock praticata da gruppi come i Fleetwood Mac prima maniera. Ma il blues a cui tornerà soprattutto Lennon, dal Disco Bianco in poi, non è più la struttura fissa e rassicurante: è la musica del dolore (Yer Blues) o dell'ossessione (I Want You).

Per i Beatles del 1965 invece il blues è come il pane o l'acqua, qualcosa che di necessario, di scontato, che comunque fin qui non si è mai pensato di servire come pietanza centrale. Per questo è intrigante l'ipotesi che 12 Bar, invece di essere un semplice riscaldamento, fosse stata concepita all'inizio come la title-track di Rubber Soul, un vero e proprio manifesto: eccoci, siamo i Beatles, facciamo soul di gomma ("plastic soul" era la definizione con cui qualche critico americano aveva liquidato i Rolling Stones). Forse a un certo punto voleva essere una rivendicazione orgogliosa: davvero credete che non sappiamo suonare il blues? Sentite qua. Magari poi si portarono a casa l'acetato, lo riascoltarono con comodo, e si resero conto che... era davvero un blues di gomma. La versione di Anthology mette assieme i momenti meglio riusciti di un'esecuzione più lunga, che sfora i sei minuti. Anche così rimane comunque una jam qualsiasi, non così "schifosa", ma più divertente da suonare che da riascoltare.

mercoledì 18 settembre 2019

Renzi va al centro ma il centro non c'è

Su Renzi quante se ne possono dire, quante ne avrete già dette.

Su Renzi, in particolare, che lascia il PD proprio quando quest'ultimo arriva al governo – e ci arriva grazie a delegazioni parlamentari composte per la maggior parte da uomini scelti da Renzi – insomma proprio nel momento in cui tutto per un attimo sembra volgere al meglio, e basterebbe restare un po' tranquilli per recuperare una centralità ormai data per smarrita – proprio in questo momento lui se ne va, perché è Matteo Renzi, non può stare tranquillo per definizione: zaino in spalle eccetera eccetera. Lasciando a ogni commentatore politico la facoltà di indovinare se si tratta di una mossa geniale o disastrosa, come se appunto si trattasse di una mossa, di qualcosa che Renzi poteva anche scegliere di non fare o fare diversamente.

Io per me continuerei a ripetere che il ragazzo è un missile, ma i missili hanno una vita sola e il grande pregio, una volta esplosi, di togliersi di mezzo, quindi la metafora non funziona più. Allora possiamo buttarla sul sociologico; possiamo notare che Renzi è figlio di un medio-industriale e che non fa altro che riprodurre nell'agone politico la traiettoria esistenziale di questo tipo specifico di figli che, quando ereditano la ditta dal papà, hanno tante idee nuove e amici con idee ancora più nuove e così dopo qualche soprassalto la ditta comincia a colare a picco. A quel punto la rivendono e col cash, anche se avevano giurato Mai Più, ne fondano un'altra dove finalmente faranno di testa loro senza i lacci e i lacciuoli e gli amici sbagliati. E anche in questo caso non si tratta di una mossa, di una scelta: è che altro non sanno fare, in casa scalpitano, in piazza vedono i figli degli altri padroni a cui è andata meglio e non ci durano; e poi non è detto che la seconda volta non funzioni, in fondo fino a qualche anno fa bastava azzeccare un prodotto per camparci di rendita, una generazione almeno.

Per esempio, questa volta Matteo Renzi si è messo in testa di mangiarsi l'elettorato residuale di Forza Italia e non lo nasconde, anzi, lo scrive proprio nel logo: Forza Italia, Italia Viva. È un'idea spudorata, ma ecco, è una cattiva idea? A livello di battuta lo abbiamo sempre detto, che Matteo Renzi è il figlio politico che Berlusconi non ha avuto – anche perché se l'avesse avuto, l'avrebbe divorato come tutti gli altri. Potremmo anche raccontarci che doveva finire così, con un Renzi di centrodestra, e che se ci siamo arrivati in modo tanto contorto è a causa dell'unica vera anomalia politica italiana: la Mediaset. Davvero, non sarebbe filato tutto più liscio se Renzi invece di prendere al bivio la strada del Partito Popolare avesse seguito Buttiglione e fosse cresciuto come amministratore nella Casa delle Libertà, magari vincendo le comunali a Firenze contro un insipido candidato ulivista, un qualsiasi ex centrocampista della Fiorentina? In teoria sì, in pratica sappiamo benissimo che Renzi nel medio termine sarebbe finito come finiscono tutti quelli che rischiano di fare ombra al capo: Casini, Fini, Alfano, Toti, c'è una lunga fila di teste in quel corridoio (notate: sono tutti maschi. Le donne restano). L'unica possibilità di succedere a Berlusconi era tenersi a una rispettosa distanza, e Renzi c'è riuscito, magari senza accorgersene. Così il PD, tra tante incombenze, si è incaricato perfino di costruire la carriera di un futuro leader del centro moderato. In un periodo in cui gli altri partiti diventavano fan club, solo il PD poteva sobbarcarsi il compito di creare dal nulla il suo futuro concorrente, e in particolare è stato il PD di Bersani a non lasciarsi mancare un'occasione, arrivando nel 2012 a indire una consultazione primaria in deroga allo statuto pur di consentire a Matteo Renzi la possibilità di farsi notare.

Se davvero fosse andata così, sarebbe andata male? Di un centrodestra moderato ci sarebbe tanto bisogno. In fondo il vero rischio è che l'elettorato residuale travasi direttamente nella Lega, e se c'è un modo di arginarlo, viva Matteo Renzi che si presta. Sì. Temo però che questa ricostruzione sia viziata dal solito errore: parlare del Centro come se il Centro esistesse: come se racchiudesse non solo leader politici fondatori di minuscoli partitini dalla vocazione maggioritaria, ma anche milioni di elettori che quei partitini prima o poi li voteranno. Sarà anche così, ma allora perché per vent'anni hanno votato Berlusconi? Se erano così moderati, perché quando Berlusconi si è alleato coi leghisti hanno votato la coalizione di Berlusconi coi leghisti? Se sono l'argine al fascismo, perché quando Berlusconi ha spruzzato nelle liste un po' di Forza Nuova e Casa Pound, non si sono trattenuti dal votare una coalizione di Berlusconi coi leghisti e Casa Pound?

Insomma io a questa storia del centro moderato non ci credevo tanto ai tempi di D'Alema che voleva lavorarci, non ci credevo affatto ai tempi di Veltroni che voleva conquistarlo, come faccio a crederci adesso che ci sta provando un missile? I missili una sola cosa sanno fare. Vabbe'. Dipenderà molto da come la prendono ad Arcore, si vedrà parecchio da come lo tratterà la D'Urso in tv. Nel frattempo tutti gli opinionisti di estrema destra che Berlusconi aveva cacciato dopo le elezioni sono più o meno rientrati nel palinsesto, il che mi lascia pensare che tra i due Mattei abbia scelto quello più lombardo e performante (qui poi ci sarebbe un lungo discorso da fare su quanto Salvini sappia fare il suo sporco mestiere di imbonitore meglio di Renzi, ma ne parliamo un'altra volta, una volta in cui mi verrà voglia di fare complimenti a Salvini, magari anche mai).

giovedì 12 settembre 2019

PD e 5Stelle, separati alla nascita

Un accordo di governo tra Pd e M5S: fino a qualche settimana fa sembrava impossibile, e forse lo è. Certo, il parlamento lo ha accettato: ma la base? Prima o poi qualcuno dovrà spiegare ai milioni di elettori Cinque Stelle che il Pd non è più il partito di Bibbiano. Prima o poi qualcuno dovrà convincere gli elettori del Pd che il ministro Di Maio non è più “er bibbitaro“, e che Rousseau in fin dei conti è una semplice piattaforma di consultazione interna, con molte falle nella sicurezza e zone d’ombra, ma del tutto legittima. Prima o poi, due popoli aizzati da anni l’uno contro l’altro su media e social network dovranno seppellire l’ascia di guerra.

Ammesso che sia possibile, chissà se ne vale la pena. Pd e M5S potrebbero riallontanarsi tanto velocemente quanto si sono avvicinati. A farli convergere per un istante sarebbero mere considerazioni tattiche, in un tentativo più o meno disperato di resistere a un Salvini trionfante nei sondaggi. Ecco l’unica cosa che avrebbero in comune, gli elettori dem e grillini: il nemico. In politica è normale trovarsi a letto col nemico del proprio nemico, ma non significa che devi andarci d’accordo tutto il giorno. Non resta che stringere i denti e ricordare che Di Maio-Zingaretti è meno peggio di Di Maio-Salvini. Con queste premesse, è chiaro che l’alleanza potrà durare fino a un calo di Salvini nei sondaggi, o il nodo di qualche inchiesta su di lui non giunge al pettine. Dopodiché, o si troverà un altro nemico in comune, oppure addio. Potrebbe anche essere tutto qui.

Oppure democratici e cinquestelle potrebbero approfittare di questo strano flirt estivo per rimettersi in discussione. Per qualche anno si sono odiati e disprezzati, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Ma quando è cominciato tutto questo, e chi l'ha deciso?

Quella tra elettori del M5S e del Pd non è la tipica contrapposizione ideologica che separa – per fare un esempio – fascisti e comunisti. Non è nemmeno una nuova forma di lotta di classe: i bacini sociali dei due elettorati sono contigui, forse sono gli stessi. Anche l’interpretazione che va per la maggiore (Pd elitista contro M5S populista) convince fino a un certo punto: il Pd ha molto spesso assorbito spinte populiste (specie nella fase rottamatrice della segreteria Renzi), mentre il M5S sembra essere il partito più votato dai laureati. Fingiamo di essere appena arrivati in Italia da un altro pianeta: di fronte a due partiti che si odiano e si spartiscono gli stessi serbatoi elettorali, non potremmo che concludere che si tratta del risultato di una scissione. Non abbiamo mai pensato di analizzarla da questo punto di vista, ma forse potremmo.

Se non è facile trovare una data per sancire l’inizio dell’odio tra i due soggetti politici, è certo che già nell’estate del 2007 c’era una forte diffidenza reciproca. Nell’ottobre di quell’anno i leader di Margherita e Ds decidono di fondersi in un unico partito, con Walter Veltroni come segretario, eletto durante le prime primarie aperte ai cittadini della storia repubblicana. Fino a quel momento lo schema dei Democratici di sinistra era stato quello dalemiano di coalizzarsi con forze più centriste (le schegge dell’esplosione della vecchia Dc), cercando di arginare Berlusconi. Lo schema era sembrato efficace con l’Ulivo di Prodi nel 1996, ma molto meno con l’Unione di dieci anni dopo. Per Veltroni, apparentemente più bonario, quelle stesse forze andavano attirate e assorbite, eliminando gli elementi meno assimilabili grazie a una legge elettorale che prevedesse una soglia di sbarramento sufficientemente alta. D'Alema non credeva nella strategia di Veltroni ma in un certo senso la preparava; Veltroni era insofferente dei tatticismi di D'Alema, ma in un certo senso li portò a compimento. Perché sia i dalemiani che i veltroniani erano convinti che l'unico modo di vincere le elezioni fosse andare verso il Centro, visto come un'immensa pianura in cui pascolava un abbondante elettorato moderato che non poteva davvero sopportare la volgarità di Berlusconi e prima o poi lo avrebbe abbandonato. Sia D’Alema che Veltroni erano convinti che il futuro della socialdemocrazia fosse una liberaldemocrazia allineata alle direttive di Maastricht, mitigata da alcuni ammortizzatori sociali da decidere poi con calma. Il fatto che la classe media cominciasse a impoverirsi non destava molte preoccupazioni: l’eventualità che la frustrazione degli elettori li portasse a cercare formazioni politiche più estreme sembrava fantascienza. Sia D'Alema che Veltroni erano convinti che la battaglia si sarebbe vinta al centro perché, in sostanza, sia D'Alema che Veltroni erano buoni politici di Centro, e non facevano che tendere a sé stessi. E sia D’Alema che Veltroni non ci arrivarono mai.



Oggi forse si è chiarito il perché... (continua su TheVision)

lunedì 9 settembre 2019

Le canzoni dei Beatles (#254-235)

(Sì d'accordo, 50 anni fa andavamo sulla Luna e tutto quanto, ma soprattutto 50 anni fa più o meno i Beatles si scattano la loro ultima foto assieme. John ha già deciso di mollare, Paul darà la notizia mesi più tardi, e oggi dobbiamo iniziare ad accettare questa cosa che il gruppo più importante della storia del rock si è sciolto mezzo secolo fa e non abbiamo più avuto nulla di meglio. Nei prossimi mesi sul Post comparirà la classifica più completa, più ragionata, più elaborata, più faconda mai messa su Internet. A splendid time is guaranteed for all).



254. Moonlight Bay (Wenrich-Madden, "eseguita" dal vivo al Morecambe & Wise Show nel 1963,  poi in Anthology I).



Signori e signore, stasera faremo la storia della televisione". Nel dicembre del 1963, quando appaiono al Morecambe & Wise Show, i Beatles sono talmente identificati con il loro taglio di capelli che basta far indossare loro un cappellino di paglia e scompaiono: "I Beatles se ne sono andati?", chiede Ernie. "Ma no, sono ancora qui". Il siparietto è da manuale della tv generalista, per come gioca sul conflitto generazionale dando soddisfazione a entrambe le parti. I babyboomers trovano in tv qualcuno che tratta Ernie da povero vecchio ("Beh, com'è essere famosi?" "Eh, non più come ai tuoi tempi, sai": i tempi comici di John sono perfetti). I coetanei di Ernie possono ridere dei quattro capelloni e soprattutto del più buffo e selvaggio, quello che rimane sullo sfondo: "Hey Bongo!" Nel mentre tirano un sospiro di sollievo: dopotutto sono bravi ragazzi, sanno cantare anche i vecchi ballabili. L'idea che gli sciamannati esecutori di She Loves You Yeah-Yeah-Yeah possano cimentarsi con un brano anni Dieci a fine 1963 doveva apparire comica, ma se volete possiamo anche vederci un presagio del destino; quella che ora è farsa si ripeterà in tragedia, di lì a quattro anni non ci sarà più niente di così buffo nel vedere gli stessi quattro damerini intrappolati nella coreografia televisiva di Your Mother Should KnowDi lì a poco i Beatles diventeranno il Titanic, il Disco Bianco l’iceberg, e il Paul di Honey Pie il direttore dell’orchestrina. Te lo immagini cantare “My position is tragic” con la stessa paglietta che indossava al Morecambe & Wise.

I Beatles dovevano scegliere tra rompere con la vecchia generazione o compiacerla: scelsero l'opzione più paraculo, ne trassero benefici immediati su stampa e quotidiani, ma l'equilibrio tra credibilità e paraculaggine era fragilissimo e destinato a spezzarsi entro il decennio. Morecambe e Wise invece continuarono a fare apprezzatissima e rassicurante televisione fino agli anni Ottanta. Paul considerava questo sketch la migliore apparizione televisiva dei Beatles, motivo per cui è stata inclusa nel primo volume di Anthology entrando in un qualche modo nel corpus delle canzoni dei Beatles. Su Spotify è attualmente il loro brano meno ascoltato, e quindi si piazza al numero 254. Giusto così: non è nemmeno una canzone, è uno scherzo di pochi secondi. Ma sappiamo tutti che sapevano fare di peggio, se si impegnavano.



253: (You're So Square) Baby I Don't Care (Leiber-Stoller, incisa durante una session di The Beatles, 1968).

You don't like crazy musicyou don't like rocking bands... Anche nella fase in cui farcivano i loro dischi di buoni vecchi standard rock'n'roll, i Beatles si sono sempre tenuti a religiosa distanza dal repertorio di Elvis Presley. Non era solo il rispetto che si tributa a una divinità, ma una scelta estetica e commerciale: i Beatles cercavano brani poco noti in Inghilterra, cercando di personalizzarli per quanto possibile. Elvis non si presta a essere personalizzato: chiunque ci si avvicini si trasforma inesorabilmente in un imitatore. È quel che succede a Paul il 9 settembre del 1968, la mitica session in cui Ringo suonando 18 volte Helter Skelter si farà venire le vesciche alle dita. È il giorno in cui insomma nasce l'heavy metal, ma prima del parto, per scaldarsi le mani e testare il riverbero, i Beatles avevano suonato una versione selvaggia di un brano della colonna sonora di Jailhouse Rock. 

Nella versione deluxe del Disco Bianco se ne possono ascoltare soltanto 40 secondi, più che sufficienti per farci cascare dalla sedia: è un Elvis rabbioso e primordiale, sequestrato a tutta la melassa hollywoodiana dei suoi tristi anni Sessanta e riportato gloriosamente sul rock-trono spettantegli per diritto divino. È un Elvis ibernato durante il servizio militare, un Capitan America che aspetta che vengano a scongelarlo gli Avengers, o meglio ancora i Led Zeppelin. Un Elvis che non ha mai dovuto riciclarsi come star del cinema di serie B, un Elvis mai rassegnato a proporre versioni di sé sempre più rassicuranti per tutte le ex-ragazzine del Midwest ormai sposate e con figli.

Un Elvis che in realtà è l'ennesimo travestimento di Paul, galvanizzato dal riverbero rockabilly che intendeva usare per far esplodere Helter Skelter. Tre anni prima i Beatles avevano ottenuto un'udienza presso il Re, nel suo esilio californiano. Cosa accadde nell'occasione non è chiaro: erano tutti un po' fatti un po' imbarazzati, i resoconti divergono. Lennon era il solo a sostenere che avessero suonato assieme; Ringo ricorda di averci giocato a pallone. Paul se lo ricorda seduto sul divano con in braccio un basso elettrico. You're So Square è uno dei rari pezzi in cui Elvis suona il basso (e che basso).



252: Can You Take Me Back? (improvvisazione di McCartney durante una session di The Beatles, 1968).

Can you take me back where I came from? Quarto, drammatico lato del Disco Bianco: pochi secondi prima che tutto sprofondi nel caos di Revolution 9, dalla dissolvenza di Cry Baby Cry spunta fuori Paul con la chitarra. Non ha un'altra canzone da proporre: vuole solo che lo portino a casa. È un breve brandello di musica che si intona in modo incantevole con l'atmosfera fiabesca del precedente, e col senso generale di malinconia che si insinua nell'ascolto verso la fine del Disco Bianco. È stata una lunga festa, piena di errori e cose memorabili, ma comunque sta per finire, anzi è già finita. John sta ancora armeggiando con manopole a caso, Ringo è salito nelle camere dei bambini che reclamano la ninna nanna, Paul vi saluta: negli ultimi (lunghissimi) dieci minuti non sentiremo più la sua voce.

Can You Take Me Back è stata inserita nella scaletta del Disco Bianco soltanto nell'edizione del 50esimo anniversario. Fino a quel momento era rimasta ufficialmente una coda di Cry Baby Cry. Per quanto brevissima, era comunque più interessante ed efficace di molti brani in scaletta; uno degli esempi più felici di quel "non finito" così caratteristico del Disco Bianco, un kolossal incompiuto in cui numeri provati e riprovati si alternano a schizzi estemporanei. In certi momenti il Disco Bianco sembra voler suonare come un bootleg, in un periodo in cui il concetto di bootleg è appena nato. Il fascino di Can You Take Me Back stava nel suo emergere dall'ombra e ricadervi subito, dando all'ascoltatore la sensazione di perdersi chissà cosa. Più tardi coi cofanetti abbiamo scoperto che Can You Take Me Back era il terzo stadio di una lunga improvvisazione incisa da Paul il 16 settembre 1968, durante la lavorazione di I Will. E abbiamo scoperto per l'ennesima volta che la canzone completa era più bella da immaginare che da ascoltare davvero. Can you take me back?



251. Lend Me Your Comb (Twomey-Wise-Weisman; eseguita dai Beatles nel luglio del 1963 negli studi della BBC).

Prestami il pettine, i miei capelli sono un disastro. Baciarti è stato divertente, tesoro, e grazie dell'appuntamento: ma adesso dobbiamo tornare a casa. Scegliendo di eseguire per il pubblico televisivo della BBC questo oscuro lato B di Carl Perkins, i Beatles si concedono due minuti di fuga nell'immaginario americano, ricostruito grazie al cinema e comunque più realistico di quello tratteggiato nelle loro canzoni del tempo: qui non ci si limita a tenersi per mano, il bacio non è più l'estatico punto d'arrivo del corteggiamento, ma una prassi "divertente" quantunque non priva di inconvenienti, ad esempio ci si rovina l'acconciatura. Inoltre ci sono i genitori, a casa, che ci aspettano (e i vostri, di genitori, non lo tenevano un pettinino nel cassetto del cruscotto?)



250. St. Louis Blues (W.C. Handy; incisa durante la lavorazione di Hey Jude, 1968)

Insomma, qui ci sono trenta secondi di St. Louis Blues cantati da Paul al pianoforte tra una prova e l'altra di Hey Jude, con un accento non definibile e un tentativo di falsetto che forse preannuncia quello di Get Back (c'è anche John alla chitarra) – ma che senso ha tutto questo? Ho chiesto al Post di pubblicare la più lunga e completa classifica dei brani dei Beatles mai comparsa on line, e affinché sia davvero la più lunga e la più completa devo anche mettermi a parlare di un brano del genere come se fosse qualcosa di più di un "brano" nel senso etimologico, un brandello, uno strappo, un lacerto? Nel frattempo sono già passati 40 secondi da quando ho iniziato a scrivere questa cosa, il che significa che ci ho perso più tempo io che i Beatles. In seguito diventa più interessante, giuro.



249. Ain't She Sweet (Milton Ager – Jack Yellen; incisa da John, Paul, George e Pete Best ad Amburgo nel 1961, e in una versione più tranquilla, a Londra nel 1969).

...ma i tedeschi dicevano, "più dura, più dura" – la volevano tutti un po' come una marcia – così finimmo per farne una versione più dura.

Adesso, in confidenza: non è fantastica questa versione di uno standard swing che dagli anni Venti avevano suonato tutti, veramente tutti, senza che a nessuno mai venisse in mente di poterla fare così veloce, così ringhiosa, sgusciante come brillantina? Ascoltatela un'altra volta. Non meriterebbe di essere più su in classifica, molto più su di Revolution 9 Wild Honey Pie? E dire che, se fosse stato per John, la sua Ain't She Sweet non sarebbe suonata molto diversa da quella rockabilly di Gene Williams, melliflua e ancora molto swingante. Ma quei tedeschi insistevano: "schwerer, schwerer!" e insomma se abbiamo il rock forse dobbiamo davvero ringraziare la clientela dei nightclub di Amburgo.

Eppure, quando gli ricapiterà otto anni di re-intonarla per scherzo coi colleghi milionari, John la rifarà proprio come l'aveva sentita da Gene Williams. Quel che era successo con Ain't She Sweet nel frattempo si era ripetuto con Please Please Me, con Help!, con Revolution: in tutti questi casi qualcuno aveva chiesto a John "faccela più dura", o "più veloce", e in tutti questi casi John aveva accettato. La gente ha sempre chiesto a John di fare il duro, e i Beatles sono durati più o meno finché John ha imparato a dire di no.



248. You'll Be Mine (Lennon-McCartney, incisione casalinga del 1960)

"Tesoro, quando mi hai bruciato quel toast l'altra mattina, io, io ho guardato i tuoi occhi e ho riconosciuto il bulbo oculare del Servizio Sanitario, e ti amo, ti amo come non ti ho mai amato, mai amato prima". Paul e John, ancora teenagers, fanno i cretini davanti a un registratore a bobina. Imitano i gruppi vocali di prima della guerra. Paul è il tenore: ha già iniziato a travestirsi, ha già iniziato a nascondersi. John è il basso, sta già accostando parole a caso, sta già cercando di essere originale. Stu Sutcliffe, se c'è, sta già scomparendo.



247. Cayenne (McCartney)

Ancora una registrazione domestica del 1960. La band più importante d'Inghilterra si chiama The Shadows: quando non accompagnano Cliff Richard suonano un surf rock strumentale squillante come una fanfara. Paul alla chitarra solista ha in mente di prendere il volo con qualcosa del genere, ma il basso goffo di Sutcliffe e la chitarra (poco) ritmica di John lo bloccano a terra. Un altro chitarrista di buone speranze, riascoltando la bobina, avrebbe tratto le sue conseguenze e mollato i due incapaci. Paul si comportò diversamente. A un certo punto accettò che se voleva una sezione ritmica decente, doveva preoccuparsene lui. Un passo indietro enorme per il suo ego, decisivo per la band. Il basso sarebbe diventato il suo migliore travestimento.



246. Searchin' (Leiber-Stoller, incisa dai Beatles nel 1962 durante il provino presso la Decca, ora in Anthology II).

Per il provino alla Decca, quello che andò inspiegabilmente male, Paul aveva scelto tra le altre una delle sue canzoni preferite (anni dopo la includerà tra i dischi da portare su un'isola deserta). Anche stavolta la sua capacità di interpretare in modo credibile un pezzo rhythm and blues è notevole, ma forse alla Decca cercavano qualcosa di più originale: non è che il r'n'b andasse così di moda a Londra nei primi anni '60, e che farlo cantare a un bianco di Liverpool fosse una mossa commercialmente scontata. 



Siamo ancora nei profondi bassifondi della classifica, dove compaiono pezzi che non sono mai stati inclusi in nessun'altra. L'unico motivo per inserire Searchin' al 246esimo posto, sopra Cayenne e sotto Hallelujah, è il numero di ascolti su Spotify, appena sopra i 330.000. Il pezzo dei Beatles più riprodotto attualmente è... non vi dico ancora qual è, ma comunque risulta riprodotto appena dieci volte tanto. E comunque non è il brano di Spotify più riprodotto, tra quelli in cui suona e canta Paul McCartney. Il brano di Paul più ascoltato su Spotify è una collaborazione con Kanye West e Rihanna, FourFive Seconds. Lui ci scherza su, dice che su c'è gente che pensa che Kanye West lo abbia scoperto. Non è una battuta, dice. Lo sappiamo che non è una battuta.



245. Hallelujah, I Love Her So (Ray Charles; incisione domestica del 1960, in Anthology 1)

Let me tell you about a girl I know... C'è chi dice che la chitarra è quella di George, perché nella parte tagliata su Anthology (a volta la si trova su Youtube) c'è un tentativo di assolo. Per Mark Lewisohn, il beatlesologo più autorevole, George quel giorno davanti al registratore a bobina non c'era, magari aveva un impegno. Invece John c'era, quindi l'assolo sarebbe suo. Io in realtà ci sento una chitarra sola, quindi per me è Paul. Chiunque sia, è un disastro. Hallelujah colpisce per lo scarto tra voce e strumento: non c'è dubbio che chi canta abbia talento – magari un talento mimetico, si capisce che è uno che ha imparato Hallelujah suonando la cover di Eddie Cochran fino a impararla a memoria. Invece il chitarrista non può farcela. In un certo senso non ce l'ha mai fatta.

Gli strumenti dei Beatles non suoneranno mai lisci come le voci dei Beatles: ci sarà sempre un gap sensibile tra la musica che passa dalla voce e quella che arriva nelle mani. Non è una coincidenza, credo, che due su quattro fossero mancini in un mondo dove ancora gli strumenti per mancini non esistevano – e lo stesso John, che mancino non era, sapeva di avere un senso del ritmo tutto suo. È stata questa difficoltà ad avere reso i Beatles qualcosa di diverso dall'ennesimo gruppo che suona Cochran che suona Ray Charles. Non ce l'avrebbero mai fatta, e così si sono inventati qualcosa di diverso. Qualcosa che è ancora parte del nostro paesaggio musicale, sessanta anni dopo, qualcosa che diamo per scontato, oggi. Ma nel 1960 non esisteva.



244. Shout (Isley-Isley-Isley; registata dai Beatles nel 1964 per uno special televisivo)



Nel 1971 (sembrava passato un secolo) Lennon dichiarò che per lui i veri Beatles erano finiti nel momento in cui erano arrivati in classifica. "La musica era morta prima ancora che facessimo concerti fuori dalla Gran Bretagna. Ci sentivamo già di merda, perché eravamo costretti a ridurre un concerto di uno o due ore, cosa di cui eravamo contenti in un certo senso, a venti minuti, e cominciammo a ripetere gli stessi venti minuti tutte le sere. La musica dei Beatles è morta in quel momento. Ecco perché non siamo mai migliorati come musicisti: ci siamo ammazzati da soli per avere successo, ed è stata la fine".

L'età ruggente del Cavern e di Amburgo, quella che per John era stata il vero momento dei Beatles, aveva anche il grosso vantaggio di non essere mai stata registrata in modo decente: neanche John poteva riascoltarsi e scoprire vecchi errori e goffaggini che al tempo non percepiva. I racconti di Amburgo da questo punto di vista sembrano delineare i contorni di un Paradiso Perduto in cui le esibizioni live duravano notti intere e una canzone poteva andare avanti per ore, mentre un membro del gruppo alla volta si prendeva da bere o si appartava con una frequentatrice. Le assi del pavimento potevano crollare da un momento all'altro inghiottendo batterista e batteria (come effettivamente successe una sera al povero Pete Best). Il sogno a occhi aperti di ogni chitarrista sedicenne, bruscamente interrotto appena i Beatles approdarono in classifica e cominciarono ad attirare un pubblico sempre più strillante e molesto che impediva ai quattro di sentirsi tra loro.

Shout è il tipico esempio di pezzo che i Beatles non avrebbero mai più potuto suonare dal vivo: è il classico brano "da bis"; più che una canzone è una coda che può attaccarsi a qualsiasi altra canzone e serve a togliere il fiato al pubblico prima di mandarlo a casa. Ma perché possa funzionare, Shout ha bisogno di un pubblico attento, disponibile a scatenarsi ma anche disciplinato e devoto. Un pubblico che ai concerti i Beatles non trovavano più. L'esibizione televisiva ci dà una vaga idea di come avrebbero potuto suonare i Beatles post-Cavern se non fossero diventati troppo famosi. Ma anche qui i tempi sono troppo brevi: un numero che in un concerto si può dilatare oltre i dieci minuti, qui ne deve prendere al massimo un paio prima dei titoli di coda. Non c'è tempo per improvvisare, tutto è così sincronizzato che ascoltando la traccia non ti accorgi di quando smette di cantare uno e comincia l'altro (è l'unico caso nella loro discografia in cui si dividono per quattro l'incarico di voce solista). È così strano vederli suonare in cerchio, come bracci di un ingranaggio ben oliato: forse non saranno stati davvero i più grandi performers d'Inghilterra, come diceva John, ma non c'è dubbio che funzionassero. Ringo si diverte molto, il che è un buon segno. Non viene anche a voi voglia di urlare.



243. The Sheik of Araby (Wheeler-Smith-Snyder, inciso nel 1962 per il provino alla Decca)


Sono lo Sceicco d'Arabia, il tuo amore mi appartiene. Di notte mentre dormi striscerò nella tua tenda. Maccosa... Ok, questo è un altro standard degli anni Venti (ispirato ai film di Rodolfo Valentino!) che i Beatles scelsero di presentare ai discografici della Decca, secondo una logica che ci sfugge. È davvero quel tipo di brano che "tua madre potrebbe conoscere". Forse volevano dimostrare la propria versatilità, più culturale che musicale perché alla fine queste cover bizzarre, piegate al quattro quarti di Pete Best, diventano tutti rock veloci. The Sheik era una scelta strana ma non stranissima: l'anno prima era andata in classifica un arrangiamento degli Everly Brothers gustosamente rétro, un numero da vaudeville che probabilmente andava incontro ai gusti di Paul.

Stavolta però canta George (il playboy meno credibile del quartetto '62), con una grinta inconsueta per lui, e malgrado gli Everly siano stati i maestri d'armonia vocale dei Beatles, nessuno coglie l'occasione per armonizzare. La melodia che si sente all'inizio del pezzo è una di quelle musichette che conosciamo tutti senza sapere chi l'ha scritta dove e perché. Bene, ora lo scopriamo, si chiama The Streets of Cairo e fu composta in occasione dell'esposizione mondiale di Chicago del 1893. La ispira lo stesso esotismo ingenuo di The Sheik: due canzoni a tema arabo che non suonano arabe nemmeno per sbaglio. L'idea di montarle assieme è la classica trovata barocca che poteva venire a George Martin. Il quale stavolta ha un alibi: non conosceva ancora i Beatles. Se questo provino avesse funzionato, non li avrebbe mai conosciuti.



242. Circles (Harrison; demo del 1968)

Gli amici vanno, gli amici vengono, e io giro intorno in cerchi. George Harrison ci avrebbe messo quattordici anni a completare Circles. La prima versione la incide a Esher, durante la prima fruttuosa riunione dei Beatles dopo il viaggio in India. È un brano che mette insieme atmosfere che era tipico trovare in Sgt. Pepper's, ma in brani separati: un infantile senso del mistero e il misticismo di marca indiana, come se Being for the Benefit sconfinasse dentro il territorio di Within You Without You. Una canzone sull'eterno ritorno non dovrebbe lasciarti una così netta sensazione di incompiutezza, ma in un momento in cui tutti si erano messi a strimpellare su chitarre acustiche, George insisteva a comporre su strumenti a tastiera che maneggiava a fatica, proprio allo scopo di scoprire progressioni insolite, come quella di Circles che lascia perplessi anche dopo più ascolti. È un pezzo strano, ma non più strano di altri sul Disco Bianco. Se nel '68 George smise di lavorarci è perché insisteva in una direzione che non gli interessava più, dopo l'exploit di The Inner Light. Non si era stancato della meditazione – continuò per tutta la vita – ma del personaggio che aveva assunto all'interno del quartetto, l'ambasciatore dell'India mistica in un momento in cui gli altri tre ne avevano avuto abbastanza. La spezia esotica sempre meno interessante, portata dopo portata. Così Circles rimane una piccola gemma grezza e probabilmente sarebbe stato meglio così: quando nel 1982 la riprende in mano, l'incanto è finito. Chi sa non parla, chi parla non sa, e io giro intorno in cerchi.



241. Three Cool Cats (Leiber-Stoller, incisa nel 1962 per il provino alla Decca).



"I want the middle chick!" "I want that little chick!" "Hey, man, save one chick for me!" Questa mi fa impazzire. In parte è l'abilità di Leiber e Stoller nel raccontare una storia in due stofe – in questo caso più che una storia è una sequenza di un musical in technicolor, perfettamente coreografata. Ed è una coreografia in cui tre quarti di aspiranti Beatles si calano con convinzione. George sembra un cantante più convincente al provino della Decca che nei dischi dei due anni successivi. I cori sono affilati come un rasoio a doppia lama. Paul fa il gregario e John il clown, anche se nel secondo ritornello gli cala la maschera. Ok, non tutti i brani scelti da Brian Epstein per il provino avevano un senso, ma nulla mi toglie dalla testa che ci fosse almeno materiale per un singolo, anche più convincente di Love Me Do. Sarebbe bastato fargli riprovare questo oscuro lato B dei Coasters che avrebbe avuto più fortuna in Francia che in patria, e che le chitarre di Liverpool fanno brillare di una luce inattesa. E invece alla Decca fecero sapere che i gruppi con le chitarre avevano fatto il loro tempo. Certo.



240. Sour Milk Sea (Harrison, registrata a Esher nel 1968).

Le canzoni dei Beatles sarebbero così famose se non le avessero incise i Beatles? Annosa questione. Ok, senz'altro i Beatles non sarebbero stati i Beatles se non avessero infilzato nel giro di pochi anni una serie di canzoni che erano orecchiabili al primo ascolto mezzo secolo fa e lo sono ancora adesso. Quante canzoni? Forse una trentina. Poi c'è una zona grigia di almeno un centinaio di pezzi che conosciamo e cantiamo e studiamo e consideriamo memorabili perché le abbiamo trovate sui dischi dei Beatles – ma se le avesse incise qualcun altro, li avremmo mai notati, amati, cantati? Domanda difficile.



Sour Milk Sea ci fornisce la risposta più netta: no. Non ci avremmo mai fatto caso, così come non abbiamo fatto caso a tanti pezzi del periodo che erano buoni quanto quelli dei Beatles; così come quasi nessuno ha fatto caso a questo brano di George che era già perfettamente definito nel demo registrato a Esher all'inizio dei lavori per il Disco Bianco. Invece di lottare per imporlo, George lo propose a Jackie Lomax, cantante dalla voce peculiare che era passato dal libro paga di Brian Epstein a quello della Apple Music senza mai riuscire a trovare il pezzo giusto.

Sour Milk Sea poteva essere il pezzo giusto, ma per sicurezza chiamarono a inciderlo Eric Clapton e Nicky Hopkins, la chitarra e il pianoforte del rock inglese. Al basso McCartney, alla batteria Ringo, testo e musica di George Harrison che si permette anche di duettare alla chitarra con Clapton (e forse il problema potrebbe essere questo: più che un singolo è una jam, come quelle del famigerato terzo disco di All Things Must Pass, si divertono tutti a improvvisare ma non ti resta un riff in mente).

Il singolo esce con la prima batteria di 45 giri pubblicati dalla Apple, sull'onda di Hey Jude. Risultato? Flop in Gran Bretagna, flop negli USA. Era una brutta canzone? Nei commenti di Youtube c'è chi ci sente già il grunge, chi ci sente Cobain, io non ce li sento. Non riesco nemmeno a immaginarmi Sour Milk Sea sul Disco Bianco, onestamente: i quattro brani preferiti da George mi sembrano tutti più interessanti. Ma se ce l'avessi trovata già fatta e finita, prodotta da George Martin con un bel riff in evidenza, al posto di Savoy Truffle che vaghissimamente le somiglia, non la considererei una delle vette dell'album e della produzione di George? Jackie Lomax l'anno successivo fece uscire un LP, ma niente, non era la sua strada. Sarebbe diventato un buon produttore in California, c'è a chi è andata peggio.



239. Cry For A Shadow (Harrison-Lennon; registrata ad Amburgo nel 1961).

Non è chiaro se Cry For A Shadow – la prima composizione originale incisa professionalmente dai Beatles – sia nata per scherzo o per sbaglio. Siamo nel 1961, il rock da questa parte dell'Atlantico ha un suono preciso, ed è quello degli Shadows. A volte accompagnano Cliff Richards, a volte suonano strumentali folgoranti; stanno al rock'n'roll come lo spaghetti western sta al far west: la loro America, un po' sognata un po' ricostruita a tavolino, sui giradischi europei funziona meglio dell'America vera. Tutti ascoltano gli Shadows, persino gli jugoslavi. Tutti vogliono suonare come gli Shadows. Tranne i Beatles, che persino quando ad Amburgo i concerti duravano quattro o cinque ore, si erano limitati a inserire in scaletta Apache, il loro più grande successo: il minimo sindacale di Shadows.

Cry For A Shadow nasce proprio ad Amburgo, quando Rory Storm di Rory Storm and the Hurricanes chiede a George Harrison: ehi, mi suoni l'ultimo pezzo degli Shadows? George l'ultimo pezzo degli Shadows non lo sa. Oppure lo sa, ma non vuole suonarlo, e così improvvisa Cry For A Shadow (che firmerà in coppia con Lennon, caso unico). Il primo pezzo originale inciso professionalmente dai Beatles è una parodia. Perché lo scrivo in corsivo? Perché devo cominciare ad allestire una polemica con chi descrive l'avvento dei Beatles nel 1963 come una frattura netta col passato. Le cose sono molto più complesse di così; quello che per noi è un vago sfondo in bianco e nero in cui i Beatles si stagliano all'improvviso, per i Beatles stessi era un background già completamente saturo, dove apparentemente qualsiasi tipo di musica era già stata fatta da qualcun altro – gli stessi Shadows in fondo non erano già una parodia del rock e del country? Insomma i Beatles nascono postmoderni, già sapienti rimescolatori di una cultura musicale composita, stratificata. Quando hanno l'occasione di entrare in uno studio di registrazione con Tony Sheridan, la sfruttano per realizzare un pastiche shadowiano, una parodia al quadrato: non solo la chitarra riverberata in quel certo modo, ma persino gli urli da coyote tipici di Jet Harris, bassista degli Shadows. Anche l'idea di proporre uno strumentale come lato B di un singolo di Tony Sheridan è abbastanza derivativa: consapevolmente o no, i Beatles stavano cercando di proporsi in ticket con un cantante solista, proprio come gli Shadows con Cliff Richards. La cosa non funzionò, e in seguito i Beatles non inclusero mai gli Shadows tra i loro grandi ispiratori. In un certo senso è vero: erano solo uno degli ingredienti nel grande frullatore.



238. Child of Nature (Lennon; Esher Demo, 1968).



On the road to Rishikesh / I was dreaming more or less... Child of Nature è un inno al guru Maharishi Mahesh Yogi, che ospitò i Beatles nel suo ashram a Rishikesh dal febbraio all'aprile del 1968. Secondo Paul, Lennon la compose dopo aver ascoltato lo stesso discorso del guru che a Paul avrebbe ispirato Mother's Nature Son. Il punto è che la compose su una cantilena un po' marziale che anche gli ascoltatori meno beatlemaniaci riconoscono al primo colpo, perché è la melodia di Jealous Guy, incisa da Lennon solo tre anni dopo. Il motivo per cui Lennon aveva accantonato una musica tanto promettente  è con ogni probabilità il testo: quando la fa ascoltare ai colleghi e Esher, in maggio, John ha perso ogni fiducia nel "child of nature". La delusione per non aver ricevuto l'illuminazione che si aspettava era stata percepita da uno dei membri più discutibili del suo entourage, "Magic" Alex, il quale l'aveva amplificata mettendo in giro voci su presunte avances del santone nei confronti delle allieve più giovani. Nulla di dimostrabile, ma nel frattempo John aveva trovato una scusa per lasciare l'ashram, meno prosaica di quella di Ringo che dopo due settimane era scappato per il cibo troppo speziato. A Maharishi John dedicherà una canzone totalmente diversa: la dissonante e dissacrante Sexy Sadie.

Quando ci stanchiamo dei dischi incisi dai Beatles, possiamo sempre metterci a fantasticare sui dischi che i Beatles non hanno inciso. Ce ne sono di davvero molto interessanti: il primo LP della Decca, con tutti i brani già scelti da Brian Epstein per il provino; l'album di ricordi di Liverpool, da In My Life Polythene Pam passando senz'altro per Penny Lane; e il taccuino del viaggio indiano. Che disco interessante sarebbe stato – l'unico vero disco hippy dei Beatles: avrebbe raccontato la storia di un'illusione, dai primi bagliori di speranza alla cruda ironia del risveglio. Avrebbe potuto cominciare con The Fool on the Hill e terminare poco dopo The Inner Light, includendo diversi pezzi del Disco Bianco (Dear PrudenceBlackbird), ma anche canzoni che nel Bianco non sono state ammesse proprio perché si rifacevano troppo esplicitamente a un'esperienza che i quattro volevano lasciarsi indietro: Not Guilty, una lettera di scuse non richieste di George a John; e Child of Nature, composto da John in diretta competizione con Mother's Nature Son di Paul. Un pezzo che con il giusto arrangiamento (e senza quel lezioso mandolino) avrebbe potuto diventare la trave portante del disco, magari per sfumare subito dopo nel suo gemello cattivo, Sexy Sadie. I Beatles però un disco così non hanno mai neanche pensato di farlo.

Child of Nature appartiene alla stessa famiglia di Strawberry Fields Forever e A Day in the Life: altri due inni sottilmente dissonanti. Parliamo di un momento molto specifico dell'ispirazione creativa di Lennon, che credo abbia a che fare con il ritorno di un rimosso – magari grazie alla generosa assunzione di allucinogeni. C'è qualcosa di distintamente rétro nella melodia di Child, anche se non è facile identificarlo. John non è citazionista come Paul; non ne condivide l'amore per i pastiche ben fatti, anche quando recupera qualcosa dal passato fa tutto il possibile per eliminare le prove: accelera, rallenta, distorce, fischietta. Immagino che avesse in mente qualche vecchia canzone che gli suonava in testa come in un grammofono rotto.



237. Hello Little Girl (Lennon-McCartney; incisa durante il provino alla Decca del 1 gennaio 1962).

When I see you everyday I say, "Mm mm hello little girl". Hello Little Girl avrebbe potuto essere il primo singolo dei Beatles. Ci avremmo perso molto? Ok, il testo è un po' stupido, ma non più stupido di quello di Love Me Do. Ammetto di ascoltare Hello più volentieri, semplicemente perché l'ho ascoltata centinaia di volte in meno (ma è anche molto più fischiettabile di Love Me Do, un brano tanto apparentemente facile quanto impossibile da intonare). Lennon citava come fonte d'ispirazione le vecchie canzoni anteguerra che sua madre cantava in casa, ma forse era l'ennesimo tentativo di stornare i sospetti da uno dei generi musicali di cui fu più debitore: i complessi femminili vocali americani a cavallo tra '50 e '60. Pensate a The Locomotion: stesse scale pentatoniche, leziose e irresistibili. John, in teoria il duro del quartetto, era il più sensibile all'incanto di questi coretti cinguettanti. Hello Little Girl è assolutamente sua: era già su un nastro registrato a Liverpool nel 1960. La versione che si può ascoltare (legalmente) su Internet è quella del provino della Decca e per gli standard dei tempi era già un singolo fatto e finito: i Fourmost, che l'incideranno con calma nel 1963, non riusciranno a cantarla meglio.



236. Blue Moon (Rodgers-Hart; incisa durante la lavorazione di The Beatles, 1968).

Domanda da un milione di minibot: qual è il pezzo che hanno inciso sia Sinatra sia Elvis Presley sia Bob Dylan sia i Beatles? E chi è dei quattro che lo ha inciso peggio? (che domande: Dylan). Anche se la Blue Moon beatlesiana è poco più di uno scherzo, una variazione sul giro di Fa che Paul sta percorrendo alla ricerca di I Will. George quella sera non c'era: Ringo suonava il rullante con le mani e John alle percussioni sembra di ottimo umore. Anche Paul sembra solo voler scherzare, però alla fine le parole se le ricorda tutte. "Very cursable", dice forse alla fine ("davvero abominevole"?)



235. My Bonnie (tradizionale, arrangiata da Tony Sheridan, incisa ad Amburgo nel 1961 da "Tony Sheridan and the Beat Brothers").
My Bonnie lies over the sea... "È Tony Sheridan che canta con noi che facciamo casino in sottofondo. Terribile. Potrebbero essere chiunque".


Erano davvero così terribili i Beatles con Best alla batteria, e il basso di Stu Sutcliffe nelle mani mancine di Paul, ribattezzati per l'occasione "Beat Brothers" e ben determinati a movimentare il brano che faceva piangere i marinai sulla tratta Amburgo-Londra? Erano davvero così "chiunque" come avrebbe denunciato Lennon anni più tardi?

Io penso di no: anche nell'esiguo spazio loro concesso, mi sembrano già portatori di qualcosa di nuovo, di qualcosa di personale che mal si adegua alle formalità della musica leggera del tempo. Sono puledri scatenati, a stento contenuti dal cantante più anziano ed esperto. Si scambiano quegli urli di pura gioia che ce li faranno riconoscere di lì a poco.

Ma penso anche che tra le mie sensazioni e i ricordi di John, dovrei fidarmi più di questi ultimi. Il motivo per cui My Bonnie mi sembra un pezzo già sopra la media, più che degno di attirare l'attenzione di Brian Epstein, è una delle varianti della fallacia del sopravvissuto: di quale media sto parlando? My Bonnie è l'unico rappresentante di un genere – pezzi tradizionali arrangiati in stile rock nei primi anni Sessanta – che non conosco e di cui non avrei nemmeno sentito parlare, se i Beatles non fossero transitati da lì. Probabilmente qualcuno nello stesso periodo suonava le stesse cose molto meglio, ad Amburgo o a Londra o altrove. Senz'altro a Napoli il trio Carosone avrebbe saputo fare di meglio, magari aggiungendo percussioni imprevedibili, nastri accelerati, chitarre effettate, ecco, sì, rispetto a Carosone – Van Wood – Di Giacomo, i Beat Brothers mi sembrano abbastanza ordinari. Ma Carosone si era ritirato l'anno prima, lasciando a Lennon e McCartney il campo libero. Scherzo. Ma fino a un certo punto. My Bonnie è un brano divertente, probabilmente all'inizio non era previsto che lo fosse, ma l'allegria dei fratelli Beat è contagiosa, e quando Tony canta che la sua Bonnie "giace al di là dell'Oceano", ti immagini uno del pubblico che gli risponde uè, ma è un continente la tua Bonnie? Il culo sta tutto in una nazione o bisogna portarsi il passaporto? (ah, lo humour amburghese).

giovedì 5 settembre 2019

Madonna Povertà, Sorella Morte

5 settembre – Beata Teresa di Calcutta (1910-1997), mendicante.

(Chissà se è lei davvero)
[2012] "La mia prima impressione fu quella di tutte le fotografie e i filmati che avevo visto di Belsen e posti del genere, perché tutti i pazienti avevano la testa rasata. Non c’erano sedie, solo barelle. Sono dello stesso tipo di quelle usate durante la prima guerra mondiale. Non c’è un giardino, nemmeno un cortile. Niente di niente. Allora mi chiesi: che cos’è questo posto? Sono due stanze, di cui una ospita tra i cinquanta e i sessanta uomini, e l’altra tra le cinquanta e le sessanta donne. Stanno morendo. Non ricevono molte cure mediche. Praticamente non ricevono nemmeno antidolorifici oltre all’aspirina e, in pochi casi fortunati, del Brufen o cose del genere, per il tipo di dolori che accompagnano il cancro terminale e le malattie di cui stavano morendo… Non avevano un numero sufficiente di fleboclisi. Gli aghi li usavano e riusavano all’infinito e di tanto in tanto si vedeva una suora sciacquare gli aghi sotto il rubinetto dell’acqua fredda. Chiesi a una di loro perché lo faceva, e mi rispose: “Be’, per pulirli”. Allora le dissi: “Sì, ma perché non li sterilizzi; perché non fai bollire l’acqua e sterilizzi gli aghi?” Mi rispose: “Non ce n’è motivo. Non c’è tempo”. (Testimonianza raccolta da Christopher Hitchens in La posizione della Missionaria, che titolo del cazzo, 1995).

Prima dell’India, prima dei poveri, prima della dottrina sociale della Chiesa, prima di qualsiasi altra idea o concetto, nella nostra memoria involontaria Madre Teresa evoca un’immagine precisa: le rughe. Non c’è una Teresa di Calcutta senza rughe. Cercatela su google: non si trova. Avrete miglior fortuna digitando il nome secolare, Anjeza Gonxha Bojaxhiu (nata a Skopje, a quel tempo Kossovo ottomano, poi Regno di Jugoslavia, poi Federazione Jugoslava, poi Repubblica Ex Jugoslava di Macedonia, oggi Macedonia del Sud). Sin dai primi suoi timidi passi sulla ribalta mondiale (più o meno 1969: stava per compiere 60 anni) Teresa ha sempre mostrato quella faccia vizza che le persone della mia generazione erano abituati a identificare in pochi decimi di secondo. Prima di cambiare canale.

Perché nessuno guardava volentieri Madre Teresa. Di lì a poco di solito l’obiettivo si sarebbe allargato e intorno a lei sarebbero comparsi bambini denutriti o lebbrosi e mosche e tutto il resto, e da questa parte del televisore era quasi sempre ora di pranzo o cena. Madre Teresa è l’unica celebrità internazionale davanti alla quale veniva spontaneo abbassare lo sguardo. Questo, paradossalmente, potrebbe essere stato il segreto del suo straordinario successo. Senza dimenticare il velo delle missionarie della Carità, con quella banda di un bell’azzurro su bianco, sobria ed elegante, in mancanza del quale forse non avremmo mai riconosciuto davvero Madre Teresa di Calcutta. Le sue rughe in fondo non sono quelle di una qualsiasi signora di una certa età? Se oggi incontrassimo una Teresa vestita in abito civile, mentre chiede la carità in qualche luogo pubblico, la scambieremmo abbastanza facilmente per una mendicante abituale. E faremmo esattamente la stessa cosa che facevamo con la Teresa originale: scapperemmo via, magari lasciandole in mano una cifra qualsiasi, consapevoli che quello che stiamo facendo non servirebbe a nulla, né a distenderle le rughe né a salvare o cambiare la vita di qualcuno, e nemmeno ad alleviare un nostro senso di colpa o un semplice fastidio. Si tratta semplicemente di svincolare il prima possibile da una presenza sgradevole.

Questa situazione non è frutto di un caso, ma il risultato di accurate ricerche di mercato che i mendicanti fanno da millenni, al termine delle quali si è capito che infastidire il passante è meglio che commuoverlo: il passante commosso potrebbe fermarsi più del dovuto, preoccuparsi, mettersi a discutere, ostruendo così il passaggio e facendo perdere tempo al mendicante, che non è mica lì per raccogliere confidenze e consigli (sta lavorando). Si è scoperto altresì che il mendicante macilento rende più di quello sano; discorsi fatalisti e professioni di fede in entità superiori sono di gran lunga più redditizi che accuse circostanziate verso nemici identificabili; e che certi dettagli funzionano meglio di altri: le rughe, per esempio. A Teresa non sono mai mancate.
Il mio primo giorno di lavoro, finito il turno nel reparto donne andai ad aspettare fuori dal reparto uomini il mio ragazzo, che assisteva un ragazzino di quindici anni in fin di vita, e una dottoressa americana mi disse che aveva cercato di curarlo: aveva un problema renale relativamente semplice che era andato peggiorando sempre più perché non gli avevano somministrato antibiotici. Aveva bisogno di essere operato. Non ricordo quale fosse il problema, ma la dottoressa me lo disse. Era arrabbiatissima, ma anche molto rassegnata, come capita a molte persone in quella situazione. Disse: “Be’, non vogliono portarlo all’ospedale”. E io: “Perché? Basterebbe chiamare un taxi e portarlo all’ospedale più vicino, e chiedere che venga curato. Farlo operare” Lei rispose: “Non lo fanno. Non vogliono. Se lo fanno per uno, devono farlo per tutti”. Allora pensai: ma questo ragazzino ha quindici anni. Tenete presente che le entrate complessive di Madre Teresa bastano e avanzano per attrezzare svariati ambulatori di prim’ordine nel Bengala". (Hitchens, 1995).
Con Michèle Duvalier (la moglie del dittatore haitiano).
Nel 1995, quando Christopher Hitchens pubblica la prima edizione del suo pamphlet anti-Teresa, si meraviglia un po’ retoricamente di essere il primo a picconare un monumento tutto sommato abbastanza friabile: “mi sorprende ancora”, scrive, “che nessuno abbia deciso prima di guardare alla santa di Calcutta come se il soprannaturale non c’entrasse nulla”. Il fatto è che alla beata di Calcutta non si guarda proprio in faccia volentieri. Sappiamo tutti vagamente che gestiva delle case di cura (migliaia, diceva lei), in luoghi disperati a cui noi non abbiamo voglia di pensare. Di solito nel giro di pochi secondi abbiamo già voltato pagina, cambiato canale, cliccato su qualche altro contenuto più leggero; una piccola percentuale di noi avrà nel frattempo compilato un vaglia, ed è su questa piccola percentuale che fanno riferimento le imprese mendicanti come quella fondata da Teresa. Questa piccola percentuale non necessariamente crede nel soprannaturale; più spesso deve gestire sensi di colpa o mostrarsi compassionevole a sé stessa o a un pubblico.


Teresa questa cosa la capiva, e accettava il denaro senza giudicare, provenisse da Lady D o dal dittatore di Haiti, o da Reagan, o dall’accademia di Svezia, o da me o da te. Tutta gente unita dalla necessità di sgravarsi la coscienza, ma anche dall’urgenza di pensare ad altro, perché i poveri e i lebbrosi sono veramente brutti da guardare ed è quasi sempre ora di pranzo o cena. Anche su questo senso di urgenza, sulla necessità di distogliere in fretta lo sguardo, faceva affidamento Madre Teresa, mentre raccoglieva soldi in tutto il mondo, per metterli dove?
“Il denaro non era impiegato male”, racconta Susan Shields (ex suor Virgin); “per la maggior parte non era impiegato affatto. Quando ci fu una carestia in Etiopia, molti assegni arrivarono con la causale “per gli affamati in Etiopia”. Una volta chiesi alla sorella che era responsabile dei fondi se dovevo mettere da parte tutti quegli assegni e spedire il totale in Etiopia. Lei mi rispose: ‘No, noi non spediamo soldi in Africa’. Però continuai a inviare ricevute ai donatori intestate ‘Per l’Etiopia’” (Wüllenweber, “Stern”, 1998).
Dove siano finiti i soldi, ancora non è chiaro. Nessuno, nemmeno il laicista più esasperato, si è mai spinto fino a immaginare che Teresa e le sue Missionarie abbiano una doppia vita dissoluta, in cui scialano le offerte che piovono dal mondo intero. E quindi, considerato che i sanatori da loro gestiti restano luoghi poverissimi dove i malati muoiono a volte senza antibiotici (figurarsi gli antidolorifici), e che persino la presenza di un frigorifero o di un ascensore è maltollerata; considerato che è inverosimile che possano buttare via molti soldi le suore che usano gli stessi aghi ipodermici più volte, sciacquandoli nell’acqua fredda, e che somministrano vaccini molto oltre la data di scadenza… non resta che immaginare un enorme pozzo senza fondo in cui vanno a finire tutti i vaglia – poco importa se questo pozzo esiste davvero o è una metafora per lo IOR. Può darsi semplicemente che Teresa abbia reinvestito ogni soldo che le è arrivato nell’apertura di nuovi sanatori senza frigorifero, ascensore e aria condizionata, dato che la sua priorità non è mai stata la salute o il benessere dei suoi pazienti. Mai. Anche se noi viandanti infastiditi abbiamo spesso dato per scontato che lo fosse: che a Calcutta e altrove Teresa combattesse contro il dolore e la disperazione e la morte. Niente di più sbagliato, e non possiamo nemmeno prendercela con lei, che non ha mai fatto finta di essere diversa da quello che era.
A San Francisco fu messo a disposizione delle suore un convento a tre piani con molte stanze spaziose, lunghi corridoi, due scaloni e uno scantinato immenso. […] Le suore non esitarono a sbarazzarsi dei mobili indesiderati. Tolsero le panche dalla cappella e strapparono via tutta la moquette dalle stanze e dai corridoi. Buttarono grossi materassi dalle finestre e spogliarono l’edificio di tutti i divani, di tutte le sedie e di tutte le tende. La gente del quartiere stava sul marciapiede a guardare sbalordita. Quel magnifico edificio fu reso conforme allo stile di vita che doveva aiutare le sorelle a diventare delle sante.

Spaziosi soggiorni furono trasformati in dormitori stipati di letti. […] I riscaldamenti rimasero spenti per tutto l’inverno nonostante la casa fosse umidissima. Nel periodo in cui vissi là molte sorelle contrassero la TBC (Hitchens, 1995).


Con GP2, che faccia fa.
Anche i suoi grandi accusatori glielo riconoscono: Madre Teresa è sempre stata sincera su quello che intendeva fare. Se solo avessimo voluto ascoltarla, invece di scantonare appena potevamo, ci saremmo resi conto che dei dolori e della disperazione e della morte Teresa non era il nemico, ma un fedele alleato: che la sua priorità non era salvare delle vite, ma guadagnare delle anime. Spesso nel modo più spiccio; battezzandole ad esempio in punto di morte, distribuendo “biglietti per il paradiso”. Più in generale, in Teresa prosegue una corrente di pensiero che dal medioevo alla Controriforma vede nel dolore uno strumento di espiazione e di santificazione. Le Missionarie della Carità sono forse l’unico vero ordine mendicante che è resistito alla modernità, oggi che anche i francescani mettono su degli ospedali di eccellenza. La loro fondatrice – che pure è la protagonista di uno dei processi di beatificazione più rapidi della storia – in vita non ha mai fatto miracoli. O meglio: i miracoli a cui accennava nei suoi discorsi non riguardavano le guarigioni, malgrado avrebbe facilmente potuto attribuirsene, vivendo tra un sanatorio e l’altro. I prodigi che raccontava Teresa erano piuttosto telefonate improvvise in cui veniva avvisata che il tale ente aveva deciso di corrisponderle una cifra, proprio nel momento in cui questa cifra le serviva per aprire una casa della carità da qualche parte nel mondo. Miracoli di fundraising, miracoli da mendicante. Nulla di paragonabile alle trovate un po’ guittesche di Padre Pio, che a suo modo però mostrava di considerare il dolore e la malattia nemici da sconfiggere, anche con buone dosi di autosuggestione, in mancanza di meglio. Teresa no: non ha mai guarito nessuno (da viva. Da morta avrebbe fatto sparire il cancro a una signora indù che la invocava, miracolo sufficiente e necessario per ottenere la beatificazione). Guarire non era semplicemente la sua missione, né ha mai preteso che lo fosse. Siamo noi che abbiamo capito male, perché avevamo fretta, perché ci faceva comodo pensarla così.
Col crescere della sua fama, la fondatrice dell’ordine divenne in qualche modo consapevole dell’equivoco su cui si basava il “fenomeno Madre Teresa”. A un certo punto scrisse alcune parole che fece appendere fuori dalla sede dell’ordine: “Dite loro che non siamo qui per fare un lavoro; siamo qui per Gesù. Siamo prima di tutto religiose. Non siamo assistenti sociali, né insegnanti, né medici. Siamo suore” (Wüllenweber, 1998)
Nata e maturata sulle soglie del Terzo Mondo, Anjeza Gonxha Bojaxhiu ha trovato negli slums indiani l’habitat ideale per conservare un cristianesimo arcigno, refrattario a ogni progresso medico e scientifico, che in Occidente era già in crisi un secolo fa. Da Calcutta lo ha poi diffuso in giro per il mondo, trovando il sostegno di un Papa molto più simpatico, ma che in fin dei conti condivideva la stessa concezione: no a qualsiasi forma di contraccezione efficace, no al controllo delle nascite, i poveri e i sofferenti sono più vicini a Dio e quindi è giusto farne nascere sempre di più, e offrire la loro sofferenza a Dio. Bastava prestare attenzione ai loro discorsi, ma di solito avevamo meglio da fare.

L’equivoco di Madre Teresa si nasconde in quelle rughe balcaniche, tanto simili a quelle di chi ci tende agguati ai semafori per insaponarci il parabrezza in cambio di un euro, e se ci rifiutiamo abbiamo sempre paura che ci sputi addosso. Le abbiamo dato il Nobel, tutti i soldi che ha chiesto, e gliene avremmo dati di più: eravamo disposti a considerarla una benefattrice, una taumaturga, un’operatrice di pace, pur di non vederla per quello che era davvero: Madonna Povertà, la piccola Morte sdentata che ci aspetta fuori di casa, con la sua faccia vizza, e il suo occhio antico che mai vorremmo fissare, mai vorremmo che ci fissasse.