Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

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giovedì 9 aprile 2026

Se non metti in ordine arriva Donald Trump


Donald Trump è da anni il caso di megalomania più noto e studiato al mondo, che altro potrei aggiungere a questo punto? Che ci ha fatto rivalutare George W. Bush, Berlusconi, Putin, gli ayatollah? Che l'angoscia dei patrizi romani, mentre aspettavano che un pretoriano più coraggioso di un altro si avvicinasse all'imperatore pazzo e lo soffocasse coi cuscini, scompare di fronte a quella dei cittadini del mondo che al mattino controllano sul telefono se una civiltà non è stata nuclearizzata nottetempo per capriccio? Mi limito a confessare una cosa: io continuo a trovare qualcosa di rassicurante, in Donald Trump. La sua ignoranza, la sua mitomania, la sua ostentata volgarità, la sua ridicola pretesa di capire il mondo mentre il mondo lo strozza, la sua arroganza, sono troppo reali per esserlo davvero. Per quanto possa essere malvagio, resta un malvagio da melodramma, da telefilm. Ti aspetti che calchi i toni perché prima o poi sarà punito, e il pubblico avrà la soddisfazione che pretendeva dallo spettacolo. Ed è come lui stesso lo capisse, un lampo di lucidità che lo percorre proprio nei momenti in cui sbrocca più forte. Non può durare, Donald Trump: è programmato per perdere, e perdere male. Si tratta soltanto di capire quanta gente dovrà rimetterci, prima della scena risolutiva. Magari miliardi. Ma non credo sia possibile una Storia dell'uomo in cui Trump non venga sconfitto e punito – e se esiste, è la Storia di un animale che ha scoperto l'intelligenza per puro caso e vi ha rinunciato abbastanza presto, non costituendo nessun vantaggio evolutivo: invece di aiutarlo ad adattarsi all'ambiente, lo distruggeva. 

Ripeto: o la nostra civiltà finisce con Trump (e potrebbe), o nei resoconti storici prossimi venturi Trump sarà il fantoccio da irridere, il simbolo di cosa succede alla democrazia se non poti i populismi e i razzismi sul nascere, l'esempio da evitare intorno al quale costruire daccapo un intero sistema educativo, sociale e politico. A chi chiederà: ma perché dobbiamo tassare i patrimoni? risposta: Donald Trump. Perché dobbiamo destinare così tante risorse alla formazione di una classe dirigente illuminata e competente? Perché altrimenti poi succede Donald Trump. Perché abbiamo smesso di bruciare idrocarburi? Per evitare un altro Donald Trump. Perché devo mangiare le verdure? Donald Trump non le mangiava. 

domenica 1 marzo 2026

Il fantasma dell'89

E così la guerra tra Russia e Ucraina ha compiuto quattro anni (più di dodici, in realtà, se teniamo conto del precedente periodo di bassa intensità). Si trattava, già pochi mesi dopo l'inizio dei combattimenti, del più grande conflitto europeo dal 1945: quattro anni dopo le stime che superano il milione di morti, per quanto non facilmente verificabili, sono del tutto plausibili. Se non è una guerra mondiale, è comunque una guerra enorme, che forse non riusciamo a comprendere, tanto è fuori scala rispetto ai conflitti a cui capita di interessarci (l'esatto opposto della Palestina, un inferno concentrato in territori di cui non riusciamo ad afferrare la piccolezza). È una guerra immensa e non ne vediamo la fine. Come avviene spesso in questi casi – abbiamo libri di Storia che ce lo raccontano – ogni proposta di cessare il fuoco viene interpretata dal nemico come un segno di debolezza: questo è vero per i russi, che continuano a mandare a monte ogni trattativa, ma lo è anche ad esempio per gli europei, che ancora giocano al rialzo: pochi giorni fa Kaja Kallas ha avanzato una serie di richieste che include il ritiro dei russi anche da Ossezia, Abcazia e Transnistria – richiesta ineccepibile dal punto di vista del diritto internazionale, ma insomma, a chi non riesci a sconfiggere su un fronte forse non dovresti chiedere di ritirarsi da altri tre. A complicare il quadro, la completa inaffidabilità di Trump; in mezzo, la sofferenza del popolo ucraino che in un qualche modo continua a resistere, sorprendendo molti osservatori e anche me, per quel che conta: e dire che Guicciardini l'avevo pur studiato

Da qualche parte ho intravisto un pezzo che dimostra che l'economia russa sia ormai entrata in una fase di crisi irreversibile. Un pezzo che probabilmente troverei più credibile se non ne avessi letto simili già 4 anni fa – dopodiché è pur vero che prima o poi, se prevedi morte e disperazione, ci azzecchi: è il trucco dei profeti da Isaia in giù. Non mi costa insomma molto credere che la Russia sia in crisi: tra l'altro anche i segnali sul fronte confermano un arretramento. Il passaggio logico che mi costa un po' fatica, mentre vedo che molti lo danno per scontato, è che per questo valeva la pena combattere (anzi per questo valeva la pena far combattere e morire un milione di ucraini), che questa specie di catastrofe sociale sia un obiettivo auspicabile per noi, nel medio-lungo termine. È un'idea che molti danno per scontata: se la società va in crisi, non può che seguirne una fase di rivolta che porterà a democrazia e libertà. È la stessa idea che ha portato gli USA a isolare Cuba e a complicare la situazione con l'Iran, eccetera. Non è un'idea illogica, anzi è per molti versi verosimile: ha soltanto il grosso difetto che non si è verificata praticamente mai. A Cuba il castrismo ha battuto ogni record di durata per un regime, in Iran (contrariamente alle attese) gli ayatollah non smollano, eccetera. Ma più in generale, fatevi venire in mente una nazione in cui il regime interno sia collassato perché una lunga guerra o un embargo internazionale avevano reso la vita molto più dura agli abitanti. A me non ne viene in mente nessuno, tanto che mi verrebbe da formulare l'ipotesi inversa: le guerre esterne possono aiutare una classe dirigente a cementare la propria posizione. 

Se comincio ad andare indietro arrivo a un decennio molto più promettente in cui i regimi sì, cadevano: cadde il Muro di Berlino, cadde l'apartheid; ma non caddero a causa di guerre esterne o di una situazione di embargo imposta con la forza. Allo stesso tempo credo che il mito fondativo dei regime changer sia proprio quell'89-95 in cui tutto è cambiato all'improvviso dopo decenni in cui sembrava che nulla potesse cambiare. Questo lo capisco – o forse lo proietto: è infatti possibile che il mio ostinato interesse per una disciplina arida di soddisfazioni come la politica internazionale sia stata causata dal medesimo imprinting: da qualche parte nella mia testa resiste una cellula convinta che tutto possa cambiare in meglio all'improvviso, nell'89 sembrava andare così e perché non dovrebbe ripetersi. 

Il guaio è che i regime changer hanno assorbito quegli avvenimenti come un mito, non li hanno studiati come un fatto storico: altrimenti non penserebbero di poter sostituire a un lungo processo di logoramento economico (nel caso dei Paesi del Comecon) una guerra di posizione; o a una lunga campagna internazionale di sensibilizzazione (come nel caso del Sudafrica) un embargo con qualche saltuario bombardamento e/o assassinio mirato. L'URSS non saltò perché era sotto pressione militare, anzi in quello specifico momento non lo era così tanto: stava cominciando timidamente ad aprirsi alle immagini di benessere che provenivano da ovest e forse furono quegli spiragli a rendere instabile la struttura. Con la Russia ci stiamo comportando nel modo diametralmente opposto: ci ha sfidato nell'unico campo in cui poteva farlo alla pari (lo sforzo bellico, le materie prime), e a questa sfida abbiamo risposto sullo stesso piano, come se non avessimo altri argomenti. Perché forse alla fine non li abbiamo, o se li abbiamo non li riconosciamo più.

***

Mentre meditavo queste cose, Trump ha ceduto – come sempre cedono gli uomini deboli – alle insistenze di Netanyahu, e il bombardamento dell'Iran è ricominciato. Di questo bombardamento Israele ha bisogno per prolungare all'infinito uno stato di crisi che ormai coincide con la sua stessa esistenza: siccome è ormai una nazione fondata sul genocidio, e il genocidio può essere giustificato soltanto in condizioni emergenziali, l'emergenza non può finire – perlomeno finché non sarà evacuato l'ultimo angolo di Cisgiordania. Ufficialmente l'attacco è "preventivo", ovvero basato sull'idea che un giorno gli iraniani potrebbero disporre di armamenti nucleari e potrebbero usarli (a differenza di ogni altra potenza nucleare fin qui), per scopi offensivi e non dissuasivi. Questo è l'argomento, salvo che non riescono a fingere di crederci neanche loro – se nemmeno Netanyahu nella sua fase più fanatica, seduto su un arsenale di trecento armi nucleari, si mette a usarle, possiamo pensare che lo faccia l'Iran quando ne avrà un paio? Si ripete qui il vecchio paradosso iracheno: gli iraniani non possono dimostrare di non possedere armi di distruzione di massa; l'onere della prova toccherebbe ai loro avversari. Così l'obiettivo si è spostato, in modo progressivo ma percepibile, all'idea del regime change. Si è molto insistito, nei mesi scorsi, sulle azioni repressive del regime: gli stessi organi che ostinatamente non vogliono credere ai conteggi delle vittime nella Striscia di Gaza (neanche quando vengono confermati da organi internazionali) hanno immediatamente preso per buona una cifra di 30000 vittime divulgata da un influencer. Si sono organizzati banchetti e presidi anti-ayatollah, da qualche armadio o caveau è stato ripescato un erede di Pahlevi, una tizia in Canada che si accendeva una sigaretta con una foto di Khamenei è diventata un simbolo per una frangia di attivisti/comunicatori che insistono sulla liberazione delle donne iraniane con un'ossessività tutta particolare – non vedono l'ora che si scappuccino, che si spoglino, anche se è inverno, non importa. Tutto questo evidentemente doveva prepararci al nuovo round di bombardamenti, che magari sarà più intenso di quello estivo ma soprattutto ha un fine diverso: ora si bombarda per provocare una rivoluzione. A parte questo, la strategia è la stessa: bombardamenti tattici (che inevitabilmente fanno vittime civili) e assassini mirati. A questo punto dovrebbe già essere stato eliminato Khamenei, che ci viene presentato come l'ennesimo tiranno solitario, e non la figura apicale di una struttura gerarchica ramificata e capillare, che morto un ayatollah ne nominerà un altro. E anche qui: vi viene in mente una dittatura che sia collassata su sé stessa perché veniva assassinato il leader? Il franchismo? Mah, vedremo. Non è insomma del tutto impossibile... ma se succedesse, è auspicabile? Una volta dimostrato che la democrazia si può esportare bombardando e assassinando, cosa ci tratterrebbe da bombardare e assassinare chiunque? Se oltre a essere rispettivamente un demente e un criminale, Trump e Netanyahu si rivelassero due statisti visionari, non credo che questa rivelazione sarebbe una buona notizia per il mondo intero. 

***

Più realisticamente, l'eliminazione di K. può essere il risultato minimo al quale Trump può appigliarsi per dichiarare che anche questa guerra lampo è vinta, e lasciare Netanyahu in sospeso per altri sei mesi. Con questo non voglio dire che un regime change eterodiretto non sia possibile. Un'opzione già sperimentata, che ha consentito di rovesciare concretamente un regime proprio nel Medio Oriente esiste, e prevede, dopo i bombardamenti, un'invasione da terra. È quello che è successo con la seconda guerra del Golfo – in sostanza l'invasione USA dell'Iraq – che è durata quasi nove anni e ha causato, secondo le stime internazionali, almeno un milione di morti civili. 

L'Iran è vasto il triplo dell'Iraq (con catene montuose che ostacolano l'intervento da terra) e popolato il doppio, quindi un'invasione di questo tipo non sembra una cosa che persino menti non esattamente lucide come quelle di Trump e Netanyahu possano prospettare seriamente. Trump, alla prima leva militare seria, ci perderebbe le elezioni (le ha vinte con un programma di disimpegno militare); l'IDF ha difficoltà a penetrare per qualche km in Libano senza spararsi nei piedi. 

Dove si capisce come stavolta il regime change più che un obiettivo sia una condizione sine qua non: la guerra prosegue soltanto se gli iraniani si rivoltano seriamente contro gli ayatollah. Il che può benissimo darsi, anche se fin qui non è successo: e il motivo per cui si bombarda è proprio che non è ancora successo – ma ecco: se bombardi di più succederà? I bombardamenti aumentano la disaffezione del popolo nei confronti del regime o aiutano il regime a compattare il consenso? Non lo so – anche l'esempio italiano del '43-45 mi sembra ormai scarsamente riutilizzabile – ma l'impressione è che più che il risultato di un calcolo, i bombardamenti siano l'espressione di un'insofferenza: Trump e Netanyahu non sanno più cosa fare, e qualcosa devono farlo (soprattutto N.). Il regime non crolla, hanno provato con qualche assassinio mirato e non crolla, poi con bombardamenti e comunque non crolla, poi ancora con bombardamenti e ancora non crolla, e ora che si fa? Si bombarda di nuovo, non perché stia dando l'impressione di funzionare, ma perché è l'unica opzione che hanno. Idee poche, missili tanti, avanti così. Fino a un disastro che prima o poi avverrà, perché tutto prima o poi avviene. È il trucco dei profeti, ricordate.

mercoledì 19 febbraio 2025

A furia di esportarla, la democrazia è finita


Sono giorni molto confusi: sarebbe saggio non scrivere niente. Ma nella confusione tante cose si rivelano: certo, rischio di svelarmi anch'io. Rispetto ad altri ho un vantaggio: non ho mai confuso gli Stati Uniti d'America con mio padre. Non ho mai dato per scontato che sarebbero venuti a salvarmi da qualsiasi guaio in cui mi sarei cacciato – ragion per cui non ho mai creduto molto in questa cosa di dichiarare guerre, o di combattere a oltranza quando altri me ne dichiaravano, e forse qualche volta ho ceduto territori che mi spettavano, ma l'alternativa era perderne ancora di più, e così me ne sono fatto una ragione. Crescere è anche questo, ma molta gente qui da noi non è mai cresciuta, e probabilmente adesso è tardi. È ingiusto immaginarli mentre si ingegnano di salire sul carro del vincitore, perché anche per quello serve un ingegno che loro non hanno mai applicato. La realtà è che non sanno saltare: i loro genitori o nonni su quel carro sono saliti nel 1944/45, e da allora la questione non si è più posta, la questione non esisteva, Washington era il fulcro morale del mondo. L'idea che abbia trascinato l'Ucraina in una proxy war non è accettabile; la possibilità che ora la molli al suo destino (cioè alla povera Unione Europea), accordandosi con quello che fino a ieri mattina era l'Impero del Male, non è assolutamente immaginabile, dev'essere un incubo. Proprio ora che i filistei si avvicinano, Dio non ci parla più. Persino i governanti sono sotto choc: convocano vertici non si sa nemmeno più di cosa, UE più Regno Unito ma senza gli staterelli troppo riottosi. C'è chi propone di continuare a combattere, ora sapete come dovevano sentirsi i giapponesi in certe isole. 

In mezzo a tutto questo, bisogna ammettere che Giorgia Meloni galleggia meglio di altri corpi, per tutta una serie di motivi, e il primo è che galleggiare è il suo mestiere. A differenza di tanti altri statisti e governanti, l'atlantismo per lei è solo un episodio: il giorno prima di abbracciarlo con tutta sé stessa stava ancora spacciando qualche palla delle content farm putiniane, come il piano Kalergi; e dopodomani potrebbe ricominciare imperterrita, qualsiasi cosa pur di stare a galla. Per tanti altri sarà più difficile, a certe ironie della sorte non si sopravvive: credevano che la guerra in Ucraina avrebbe portato a un regime change a Mosca, e invece è cambiato il regime a Washington. Immagino il dilemma: farsi trumpiani, o inventarsi all'improvviso un europeismo in cui non credevano neanche lunedì scorso? Quel che è certo è che non diranno mai scusate, ci siamo sbagliati, credevamo che gli USA fossero sinceramente interessati a riportare i confini dell'Ucraina al '92. Credevamo che gli ucraini avrebbero combattuto fino all'ultimo uomo per questi sacri confini, ma d'altro canto non credevamo che ce ne sarebbe stato bisogno perché credevamo che qualche mese di guerra di posizione avrebbe fatto saltare Putin, e inoltre credevamo che il sistema di potere russo consistesse essenzialmente in questo malvagio Putin; una volta saltato, la Russia si sarebbe trasformata in una democrazia liberale. Credevamo, credevamo. Scusate, con questa idea di esportare la democrazia facciamo gli stessi errori di calcolo da trent'anni, ma l'ipotesi che la calcolatrice sia un pezzo di plastica coi numeri finti non ci ha ancora sfiorato; confondiamo la geopolitica con la morale e abbiamo la morale di un bambino di otto anni; la maestra è uscita da un po' senza incaricare nessuno di scrivere buoni e cattivi alla lavagna e questo ci destabilizza. Siamo tutti troppo deboli e immaturi per confessare di essere deboli e immaturi, e così anche stavolta stringeremo i denti e faremo finta di andare avanti. Dio non ci parla più, ma fingeremo di ascoltarlo lo stesso.

giovedì 21 aprile 2022

Morire per il Donbass sì ma quanto

Può darsi che per più di trent'anni in Europa ci siamo assopiti. Ci siamo convinti che uno dei più grandi (ancorché effimeri) imperi sulla terra si fosse dissolto all'improvviso, in pace, senza nemmeno un sanguinoso colpo di coda. Si è trattato certo di un errore ma mi domando se oltre Atlantico non abbiano covato un'illusione peggiore. Hanno visto un regime avverso crollare, se ne sono attribuiti il merito (in fin dei conti sono protestanti: qualsiasi accadimento è una prova che Dio è dalla loro). E soprattutto hanno iniziato a pensare che fosse facile, che fosse riproducibile. Il che, per carità, sarebbe bellissimo; davvero io non ho obiezioni di natura ideologica a questa pratica del regime change. Mi sembra una alternativa interessante alla guerra guerreggiata (anche se non è un'alternativa del tutto incruenta). Voglio dire che se bastassero le sanzioni, a fare le rivoluzioni, io non solo mi abbasserei riscaldamento e condizionamento, ma regalerei pure l'oro alla pat... alla Nato. A fregarmi, ancora e sempre, è quell'antica abitudine a valutare, di ogni azione, il risultato e non l'intenzione: e io risultati dopo il 1992 non ne ho visti.



Dopo questa cosa immensa e improvvisa che fu la caduta dell'Unione Sovietica, la fine di buona parte del comunismo reale, io a episodi di regime change eterodiretti dalla Nato non credo di avere assistito, e ho grossi dubbi che la caduta dell'URSS rientri comunque nella casistica di questi regime change. Ma insomma vogliamo parlare di Cuba, che è sotto sanzioni da 60 anni ormai? Dell'Iran? Non sono un esperto, ma non mi sembra che questa cosa abbia funzionato mai. Non solo non è mai cambiato (in meglio) un regime, ma in molti casi non si sono evitate nemmeno le guerre, e a tal proposito ricordo che l'espressione regime change nasce proprio per giustificarne una in Iraq, dove magari il regime è persino cambiato un po'. Forse. In realtà dopo l'invasione non è più interessato molto a nessuno, di che regime si trattasse.  

Anche in Ucraina la guerra c'è, e dopo un paio di mesi bisogna anche accettare che è una guerra alla quale stiamo partecipando: non con truppe di terra e di cielo, ma è sempre più un dettaglio. La simpatia che è inevitabile provare per una nazione giovane che tiene testa a un invasore non può impedirci di vedere che a questo punto di questa giovane nazione non resterebbe molto, senza i cospicui aiuti occidentali (che gli americani versano molto più volentieri, poniamo, dei tedeschi). È una proxy war ormai, non credo che accettarlo ci renda più o meno antiamericani o putiniani: l'Ucraina è stata per secoli la frontiera sudoccidentale della Russia, ora è per buona parte la frontiera orientale della Nato, al di là del fatto che le sia consentito di entrare ufficialmente nel club o no. Anche quando i combattimenti cesseranno – non ne vedo l'ora – la frontiera resterà e continueremo ad armarla, ormai l'impegno lo abbiamo preso nei fatti prima ancora che nelle parole. A meno che, appunto, lo scacco militare non produca un regime change: e in effetti qualche precedente c'è. In fondo questa somiglia (su una scala più grande) a quelle guerre in cui vanno a sbattere i dittatori quando sentono di avere i mesi contati: i colonnelli greci che s'impelagano a Cipro, la giunta argentina alle Falkland, patetici tentativi di ribaltare il tavolo della Storia. Putin potrebbe avere commesso un errore simile, soltanto moltiplicato per mille. Può darsi ma a questo punto la questione diventa spinosa e quantitativa, ovvero: fino a che punto siamo disposti a sborsare per vedere se è un bluff? Posto che l'Ucraina non si difende con le nostre belle parole (altrimenti sarebbe ormai invincibile), né con le nostre bandierine al corteo del 25 aprile e tutte le altre risse televisive e social che continuiamo a organizzare per dare l'impressione di fare qualcosa. Abbiamo convenuto che vale la pena soffrire per il Donbass; ora la domanda è: soffrire quanto? E per quanto tempo? Sempre tenendo conto che dall'altra parte c'è un tiranno in fase senile, con i bottoni necessari a far saltare in aria il mondo: il che significa che il tempo non gioca necessariamente dalla nostra parte. Quanti mesi possiamo aspettare ancora per verificare se il regime cambia o se il tizio sbrocca? Quante città rase al suolo, quanti eccidi di civili ci possiamo permettere – e in generale quanto siamo disposti a spendere? Sinceramente mi sembra l'unica domanda interessante. 

Anche se non ho risposte. Del resto non me ne intendo. Dipendesse da me, senz'altro fino al nove maggio aspetterei. E la settimana dopo verificherei, per quanto possibile, se a Mosca non si stiano aprendo crepe intellegibili. Più oltre non andrei, vista la posta in gioco. Ma non me ne intendo. 

sabato 11 settembre 2021

Tutti i miei 11/9

  • L'11 settembre 2001 è uno dei momenti più cinematografici della mia vita: non perché abbia fatto un granché, anzi non ho proprio fatto niente, ma l'Evento mi ha preso proprio in quella brevissima fase in cui lavoravo in un open space di un'azienda che aveva a che fare coi media, insomma ero veramente una di quelle comparse che nei film catastrofici di quel periodo girano smarrite con una cartella in mano da un monitor all'altro cercando di capire se saranno i prossimi a essere schiacciati da Gozzilla o un asteroide. Un altro ricordo che ho è i notiziari in formato video sui siti web, non mi ricordo di averne mai visto uno prima dell'11/9, Youtube era ancora molto al di là da venire. In tutto questo riuscii a scrivere un paio di cose – che dovevano catturare l'emozione del momento anche se ero dall'altra parte del mondo e oggettivamente non rischiavo nulla. Sensazione particolare (narcisistica anche indubbiamente) su cui in seguito avrei riflettuto un po'. E poi cercavo ovviamente già la chiave moralistica, su Repubblica trovai il titolone "Crollano i Future" e mi suonava solenne questa cosa che mentre la gente precipitava da grattacieli in fiamma il vero crollo, quello che minava la società occidentale, fosse quello dei titoli obbligazionari. Poi andai alla festa dell'Unità perché c'era un evento sul Genoa Social Forum; poi mi addormentai sul divano con il tubo catodico acceso su Rainews, trasmise tutta la notte.
    Conflitto: terrorismo vs speculazione.
  • L'11 settembre 2002, in piena fase di attivismo (due mesi dopo il Social Forum di Firenze sarà l'apice del Movimento dei Movimenti) scrivo il mio primo vero temino sull'11/9 che al netto di qualche ingenuità mette già a fuoco il modo in cui avevo deciso sin da allora di interpretare l'Evento. Non solo da un punto di vista ideologico, ma persino i tic retorici sono già gli stessi: si parte irridendo il tormentone del "niente sarà più come prima" per poi riconoscere che nulla è veramente come prima, l'11/9 è uno dei nodi al pettine che annunciano la fine di un'era, lo stile di vita occidentale è insostenibile ma piuttosto di cedere su quel fronte l'Occidente farà la guerra al mondo. La chiave non è più il crollo dei Future ma un discorso che Bush aveva fatto poche ore dopo, in cui chiedeva agli americani di non mettersi l'elmetto in testa ma di uscire e consumare. Così si sarebbe combattuta la vera guerra: consumando. Chiedevo anche già scusa per il tono apocalittico. Già mi lamentavo di invecchiare. Che palla che sono a rileggermi.
    Conflitto: Consumismo vs Resto del Mondo.
  • L'11 settembre 2003 non ricordo cosa fosse successo nel frattempo, ma la spinta propulsiva del Movimento mi sembrava a quanto pare già esaurita, al punto che scrivo questa cosa in cui Genova e 11/9 sono visti come due eventi che si annullano a vicenda, o meglio uno annulla l'altro. "Quando su un tavolo di biliardo una boccia colpisce un’altra, trasferisce su di lei gran parte della sua energia cinetica. La boccia che era immobile schizza via. La boccia che correva si ferma di colpo. Ma se potessimo rallentare come in un filmato, scopriremmo che c’è un istante in cui le due bocce sono ferme, immobili, e l’energia cinetica è trattenuta da qualche parte. La collisione c’è già stata, ma le reazione non ancora. L’11 settembre ci sentivamo così. Venivamo da Genova, andavamo forte, siamo andati a sbattere contro questa cosa enorme. E sapevamo già che non ci saremmo più mossi, e che anche questa cosa enorme in breve sarebbe schizzata via, per la sua rovinosa strada: ma intanto eravamo lì, a bocce ferme, disperati e impazienti".
    Conflitto: 11/9 vs Genova.
  • L'11 settembre 2004 osservo che ormai l'evocazione dell'11/9 è diventato un genere letterario – del resto anche la spinta propulsiva dei blog si stava smorzando; si comincia a fare i conti col fatto che scriviamo tutti le stesse cose. Cedo la parola a Defarge che usa già la parola "panopticon" e preferisce occuparsi di scrittori, notando però che anch'essi tendono allo stereotipo: "Ad animare la premura topografica e il primo piano sui gesti individuali, pero', non puo' essere solo una generica mania di protagonismo. Gli scrittori non sono ne' poliziotti, ne' adolescenti. Loro protagonisti lo sono tutto il tempo, senza bisogno della t-shirt, sulle copertine del New Yorker e del Time, ai party della Quinta e di Holliwood, nei talk-show e sui nostri comodini. La spinta all’autodenuncia potrebbe allora dipendere da una roba simile a quella che condanna Fabrizio Del Dongo, nella Certosa di Parma, a morire con il dubbio di non aver fatto la guerra: l'esigenza di esserci, certo, ma anche la paura di non esserci nel modo giusto. Di non aver capito, di aver confuso la guerra con un bivacco e l'Imperatore con un attendente di cavalleria..."
    Conflitto: Storia vs Biografia.
  • L'11 settembre 2005... è complicato. Tutti i pezzi del 2005 sono ambientati in una distopia situata 20 anni più tardi, dunque come mi immagino il 24ennale dell'Evento? L'idea è che sia ancora considerata una data storica, ma per motivi del tutto imprevisti. Dai bassifondi di Wikipedia porto alla luce una notiziola strana: il 12 settembre 2001 è stato il primo giorno senza aviazione civile sul Nordamerica (quindi senza... scie chimiche!) il che combinato con un cielo molto limpido ha portato a un aumento della temperatura media di 1° (il più importante da 30 anni, c'è ancora scritto, 15 anni dopo). Che senso aveva? Non ne avevo idea, ma ci costruisco sopra un delirio sul riscaldamento globale, le scie chimiche, il tramonto dell'occidente, ecc.
    Conflitto: Umanità vs Ambiente.
  • L'11 settembre 2006 potevo finalmente confrontare l'11/9 con un evento commensurabile: l'uragano Katrina. Perché ci ostiniamo a sentirci più newyorkesi che neworleanseani, mi domandavo (retoricamente)? Perché non accettiamo che il nostro futuro non è il film d'azione coi grattacieli, ma la palude coi caimani? La contrapposizione ormai è guerra al terrorismo vs cambiamenti climatici: e comincio anche ad ammettere di avere provato, 5 anni prima, una particolare euforia. "Eravamo sulla Tangenziale Ovest, ma ci sentivamo sulla West Side Highway; oppure eravamo in ufficio, ma in quel momento il nostro ufficio era la succursale del centro direzionale più alto del mondo: ci affacciavamo alla finestra e gli aerei che decollavano dal Marconi ci strappavano un brivido. Ci sentivamo tutti newyorkesi, era terribile ma anche fantastico. Sentirsi neworleansiani, invece, fa schifo. La possibilità – nemmeno tanto remota – che anche il mediterraneo possa essere scosso da qui a qualche anno da catastrofi da Paese tropicale, non ha nulla di cool: è deprimente e basta".
    Conflitto: Capitale vs Periferia.
  • L'11 settembre 2007 non ho scritto niente (finalmente). La pressione sociale che ci costringeva a rimodulare gli stessi pensieri commemorativi si stava allentando. Anche i teatri di guerra cominciavano ad annoiare, se ne discuteva un po' quando era ora di votare i rifinanziamenti, o se moriva uno dei nostri. Si sperava molto in Obama.
  • L'11 settembre 2008... continuo a non scrivere niente ma qualche giorno dopo alla Blogfest di Riva del Garda un influencer, in realtà non so come li chiamassimo allora, definisce l'11/9 "la campagna pubblicitaria meglio riuscita degli ultimi dieci anni", il che mi fornisce il pretesto per tornare sul luogo del massacro ma da un angolazione finalmente diversa: dalla parte del carnefice/pubblicitario/artista-concettuale. L'ipotesi è che sotto i costumi islamici covi un fantasma occidentale: per la prima volta suggerisco che il miglior film per spiegare la mente dei terroristi sia Matrix (riciclerò la cosa sull'Unità.it qualche anno dopo). Se qualche anno prima mi ero interessato agli argomenti dei complottisti, adesso m'intriga la loro mentalità. 
    Conflitto: L'Occidente vs i suoi fantasmi.
  • L'11 settembre 2009 calma piatta, ma pochi giorni dopo si riparla di Afghanistan (non ricordo perché) e butto fuori un pezzo sul mito dell'esportazione della democrazia che un mese fa avrei quasi ripubblicato senza modifiche: "La guerra afgana non è stata costruita su una bugia, come la campagna d'Iraq. Ma a ben vedere poggiava su un fondamento ideologico altrettanto catastrofico. L'idea di “democrazia” come valore in sé, a-storico, a-geografico, una specie di diritto naturale comune agli uomini di ogni età e latitudine. Mancava solo che lo trovassero inciso in un filamento di Dna, e non è detto. Non so neanche esattamente chi abbia concepito un'idea così – i neocon americani? – di certo smentiva persino il pensiero corrente fino al 10 settembre 2001, il mito dello scontro di civiltà. No, macché scontro: per i neocon in fin dei conti esisteva una sola vera civiltà, un solo sistema, una sola fede: la democrazia. Non solo, ma era anche facilmente trasportabile, una specie di kit, la democrazia da campo. Ti bastava sfondare con un paio di divisioni, puntare alla capitale, aprire un Parlamento, et voilà, democrazia..."
    Conflitto: Neocon vs il buon senso.
  • L'11 settembre 2010 non pervenuto.
  • L'11 settembre 2011, a dieci anni dall'Evento, i tempi sono maturi per affrontare l'elefante nella stanza: l'euforia (un sentimento che avrei riprovato di lì a poco, durante il sisma emiliano).
    Conflitto: Status Quo vs Niente Sarà Come Prima
  • L'11 settembre 2012 una delle variazioni sul tema di cui sono meno insoddisfatto, di nuovo centrato sulla figura del terrorista: avevo scoperto che Mohammed Atta prima di dedicarsi alla jihad si era laureato in architettura con una tesi critica nei confronti dei grattacieli di Aleppo, insomma: l terrorismo come prosecuzione della tesi di laurea con altri mezzi. Nel frattempo Aleppo era stata distrutta durante la guerra di Siria e la Mecca stava diventando il luogo distopico che è oggi. Questa foto continua a darmi i brividi.
    Conflitto: globalizzazione vs buona architettura

  • L'11 settembre 2013 si parla ancora di Siria ma io ormai sono stanco di guerre, anche le guerre di chiacchiere le vivo ormai da veterano: c'è tutto un modo di discutere su qualsiasi guerra che ci riporta sempre sugli stessi luoghi, sugli stessi delitti retorici e ideologici. Le discussioni tra 2001-2003 sono state talmente furiose che chiunque c'è passato non fa che ripeterle all'infinito, come i reduci traumatizzati. Questo vale per me e vale anche per chi litiga con me. "Gli elefanti sanno che nel 1991 hai occupato il liceo contro la Guerra nel golfo, e quindi le tue mani sono sporche di sangue bosniaco e kossovaro, e non intendono passarci sopra. In effetti non hanno la minima idea di cosa stia succedendo in Siria o altrove da almeno dieci anni in qua, continuano a prenderla coi pacifinti dei cortei del 2003. Si sono legati al dito delle cose che ormai si ricordano soltanto loro. L'unica guerra che gli interessa davvero è quella che hanno combattuto dall'11 settembre in qualche forum o blog dimenticato da Dio in cui si annidano ancora, gli ultimi giapponesi"
    Conflitto: ideologia vs buon senso
  • L'11 settembre 2014 non pervenuto, del resto ormai c'era Renzi in giro e qualsiasi altro argomento cedeva il passo.
  • L'11 settembre 2015 ormai si parla di disimpegno americano, e la tentazione di infierire sui neocon calpestando i loro sogni infranti è irresistibile. "Tutto questo dev'essere difficile da mandar giù soprattutto per quei commentatori che non si sono mai ripresi dalla sbornia interventista dei tempi di G. W. Bush. Continuano a fantasticare di bombardamenti neanche troppo mirati, di violenze incomparabilmente superiori, come se nel pugno tenessero dozzine di divisioni corazzate, quel che ti capita quando hai venti territori a risiko e un tris di carte, e invece in mano non hanno un cazzo: neanche quei due spicci che riuscivano a passarti ai bei tempi. Si è scoperto nel frattempo che la guerra di civiltà è un po' onerosa per una democrazia evoluta: che presto o tardi vince le elezioni chi promette di disimpegnarsi - magari regalando un contentino a chi si è affezionato alla narrativa, un grande vecchio da ammazzare in diretta e seppellire in mare, e poi farci un film..." 
    Conflitto: neocon vs buon senso.

  • Gli 11 settembre del 2016, del 2017, del 2018, del 2019... non pervenuti. Esauriti gli argomenti, dopo quindici anni. Inoltre settembre sta diventando un mese sempre più pieno di impegni, a volte non scrivo niente per settimane.
  • L'11 settembre 2020 sono molto indaffarato. Stiamo cercando di riaprire la scuola in piena pandemia, è un problema più logistico che didattico, dobbiamo far entrare e uscire 18 classi da tre corridoi diversi, frughiamo negli scaffali in cerca di planimetrie, scopriamo che da qualche parte c'era un piano "antiterrorismo" risalente al 2001 e ci domandiamo: ma cos'era successo di terroristico nel 2001? Ci metto un po' a ricordarmene, l'Evento ormai è lontano, non bazzico più uffici open space ma corridoi affollati. Sono un'altra persona. 
    Conflitto: Niente Sarà Come Prima vs Ma cos'era successo poi?
  • L'11 settembre 2021 sono passati vent'anni, la maggior parte per fortuna facendo altro. Non sapendo cosa aggiungere, metto in fila tutti i pezzi sull'11/9 sperando che l'effetto d'insieme significhi qualcosa. Forse no. 

mercoledì 5 febbraio 2020

Capire un Caucus

Poi se volete ci possiamo anche appassionare a una cosa minuscola come il caucus democratico dello Stato dello Iowa. Possiamo anche perderci nei meandri di un regolamento elettorale talmente labirintico da essere affascinante, come le regole del baseball. Possiamo attardarci sugli aneddoti, sui delegati scelti tirando una monetina, sulle app che non funzionano mai in questi casi e che qualsiasi esperto di sicurezza informatica ti scongiurerebbe di non usare: e invece ci intestardiamo a farle usare proprio ai pensionati e ci incazziamo se non ci riescono, la via americana allo Spid.

IlPost

Possiamo notare come anche a questo minuscolo livello può succedere che il candidato X prenda meno voti ma più delegati del candidato Y, come insomma la democrazia uninominale non funzioni nemmeno in vitro. Possiamo ignorare la logica circolare per cui il primo Stato a indire una consultazione primaria è quello che influenza le consultazioni primarie successive, e non chiederci più perché uno stato qualsiasi con appena tre milioni di abitanti (tutti bianchi) si sia preso questo diritto, e perché nessuno glielo contesti – sono americani, a loro va bene così, e più non dimandare. L'altro giorno sul Washington Post notavano che nel senato USA le vacche sono meglio rappresentate degli esseri umani, e anche se fosse? In altre nazioni sono sacre, negli USA determinano la differenza tra un territorio più o meno degno di essere rappresentato, è un criterio come un altro, un candidato lo sa e si regola di conseguenza. Alla fine non importa quanto siano astruse le regole, no? Basta che tutti le sappiano in partenza e il gioco ha un senso. Possiamo infatti decidere che è soltanto un gioco.

Possiamo metterci a scrollare metri di smaglianti infografiche alla ricerca dell'unico dato che direbbe qualcosa a noi poveri proporzionalisti, ovvero: ma su quei tre milioni di abitanti di uno stato rurale, quanti sono davvero andati a votare? Che importa, di solito quelli che ci vanno azzeccano il vincitore, e quindi la profezie deve autorealizzarsi anche stavolta. Possiamo metterci lì a spiegare perché funziona così, perché non è sbagliato che funzioni così in terre lontane dove la democrazia non è una cosa arrivata all'ultimo momento (imposta anche un po' da fuori, riconosciamolo) ma una consuetudine secolare con i suoi vezzi, i suoi miti, i suoi riti di iniziazione. Possiamo fare tutto questo, se vogliamo, e allora facciamolo.

Solo una cosa.

Mai più ironie su Rousseau, è chiaro? Perché in confronto al caucus dell'Iowa, Rousseau è una piattaforma affidabile ed efficiente.

mercoledì 7 novembre 2018

Trump resiste grazie ai borghi putridi


Anche se ormai si è capito com'è andata (i Democratici si riprendono la Camera, i Repubblicani tengono il Senato), ci vorrà ancora qualche ora per conoscere tutti i numeri di queste elezioni USA di metà mandato. E anche quando gli ultimi seggi saranno stati assegnati (ballottaggi esclusi) servirà ancora un po' di tempo per avere i due dati che in Europa sarebbero i più importanti di tutti, ovvero: sul 100% dei cittadini USA che si sono recati alle urne, quanti hanno votato democratico, quanti hanno votato repubblicano? In fondo non dovrebbe essere difficile ottenere questo paio di numeri. Ma fate l'esperimento: provate ad andare in uno degli aggiornatissimi speciali on line che le testate anglosassoni più prestigiose hanno dedicato alle elezioni. In mezzo a tanti coloratissimi grafici e tabelle e mappe provate a cercare se c'è questo semplice dato: quanti elettori hanno scelto il partito di Trump, quanti hanno scelto l'altro. Non lo troverete.

Non troverete nemmeno la considerazione che sto per fare, e che credo dovrebbe essere condivisa da qualsiasi sincero democratico (e repubblicano): il sistema elettorale USA è profondamente iniquo, ed è solo in virtù della sua iniquità che un partito continua a governare il Paese e a esercitare il controllo su un ramo del Congresso, malgrado la maggioranza degli elettori abbia votato per un altro Presidente due anni fa e per un altro partito oggi. A questo punto, se si trattasse di un Paese dell'Europa continentale, la questione sarebbe chiusa: è abbastanza ovvio, da questa parte dell'oceano, associare a una maggioranza di elettori una maggioranza parlamentare e un esecutivo. Negli USA non è così e forse sarebbe il caso di cominciare a preoccuparsene di più. È vero, è la culla della democrazia moderna. Ma poi la democrazia è andata per il mondo, è cresciuta, ha imparato a fare di conto.

Negli USA invece è successo qualcosa, o forse è meglio dire che non è successo niente: si vota ancora come due secoli fa, quando ci si recava ai seggi in calesse. In apparenza tutto è più sofisticato: l'informazione, soprattutto, ha fatto passi da gigante e segue le campagne con un grande dispiego di mezzi, ipnotizzandoci con grafici luccicanti che, fateci caso, omettono le percentuali crude degli elettori. Tanto è un numero inutile: contano soltanto i seggi. Al Senato, soprattutto – e infatti i Repubblicani resistono lì. Al Senato ogni Stato esprime due seggi, che sia grande come la California, denso come il New Jersey o quasi disabitato, come l'Indiana. Ecco, prendiamo per esempio l'Indiana. A queste elezioni dovrebbero aver votato due milioni di cittadini, su quattro milioni e mezzo di elettori registrati e sei milioni di abitanti. Al repubblicano Mike Braun è quindi bastato poco più di un milione di voti per ottenere un seggio in Campidoglio, mentre al democratico Beto O'Rourke, che correva per i democratici in Texas, quattro milioni scarsi non sono stati sufficienti (Ted Cruz, il suo avversario repubblicano, ne ha presi appena duecentomila in più). Se l'affluenza fosse più alta (e in queste ultime elezioni sta aumentando), il sistema risulterebbe ancora più iniquo, dal momento che prevede che il mezzo milione di cittadini del Wyoming sia rappresentato a Washington da due senatori, esattamente come i quaranta milioni di cittadini della California. Neanche a farlo apposta, in Wyoming votano per lo più repubblicano, mentre in California la sfida era un derby tra candidati democratici. Il calcolo è abbastanza brutale: il voto di un elettore californiano al Senato vale ottanta volte meno di quello del Wyoming. Chi può avere concepito un sistema così iniquo? Nessuno.

Il principio che assegna due rappresentanti a ogni Stato si trova nel primo articolo della Costituzione del 1787, quando di Stati Uniti ce n'erano appena tredici, tutte ex colonie inglesi aggrappate sulla costa est. I firmatari non potevano sapere quanto sarebbe diventata grande e complessa l'Unione che tenevano a battesimo. Soprattutto non avrebbero potuto immaginare quanto grande sarebbe stato lo squilibrio tra le zone più urbanizzate e quelle che dopo 250 anni risultano ancora scarsamente popolate. Un principio comunque lo avevano ben chiaro, visto che lo avevano appena impugnato per scacciare gli inglesi: non c'è tassazione senza rappresentazione. I californiani pagano meno tasse degli abitanti del Wyoming? Di sicuro non ottanta volte in meno. Perché il loro voto deve valere così poco? Nel Regno Unito dell'Ottocento, anche a causa delle migrazioni interne causate dalla rivoluzione industriale, i distretti elettorali spopolati in cui bastavano poche centinaia di voti per ottenere un seggio a Westminster venivano chiamati Rotten boroughs, "borghi putridi". Il sistema era così iniquo che una riforma si rese inevitabile. Negli USA purtroppo sta succedendo l'opposto: invece di rendere più equo il meccanismo di rappresentanza al Senato, i legislatori approfittano della loro posizione per distorcere quello più proporzionale della Camera, attraverso il procedimento che già nell'Ottocento era stato battezzato Gerrymandering, (dal nome di un governatore del Massachussetts, Gerry, che aveva ridisegnato un distretto a forma di salamandra). Non sono stati soltanto i Repubblicani ad approfittare del diritto di poter ridisegnare i distretti a piacere, ma è soprattutto grazie a loro che qua e là in tutta l'Unione abbiamo distretti a forma di drago o di serpente. Il principio è sempre lo stesso: disseminare le comunità da cui ci si aspetta un voto omogeneo in tante diverse circoscrizioni dove il loro voto risulterà in minoranza. Il Gerrymandering è un fenomeno odioso, ma perfettamente legale, e in un qualche modo autorizzato dalla consuetudine: in fondo la stessa mappa dei Cinquanta Stati (alcuni piccoli e popolatissimi, altri grandi e disabitati) è a suo modo un Gerrymandering.

Il Gerrymandering è solo uno dei tanti fenomeni che di fatto limitano o distorcono il meccanismo elettorale USA. Rispetto ad altri forse ci interessa di più perché a un certo punto abbiamo pensato di importarlo in Italia – del resto si sa, gli americani ci piacciono con tutte le loro magagne. Una delle primissime bozze della riforma costituzionale Renzi-Boschi prevedeva che il Senato italiano diventasse una copia di quello federale americano, con due seggi per ogni regione (tranne la Val d'Aosta). Il risultato non sarebbe stato iniquo quanto quello di Washington, ma comunque il voto di un cittadino lombardo (ce ne sono dieci milioni) sarebbe stato trenta volte meno determinante di quello di un cittadino molisano (ce ne sono appena trecentomila). L'idea per fortuna tramontò abbastanza presto, ma è indicativo anche solo che qualche politico italiano ne abbia parlato come di una proposta ragionevole. La versione definitiva della riforma aveva riabbracciato l'idea che i seggi vanno assegnati in modo più proporzionale, ma anche a causa della necessità di riconoscere alle regioni a Statuto Speciale una quantità fissa di seggi, manteneva un rapporto assolutamente sbilanciato, al punto che il voto dell'elettore molisano sarebbe stato comunque cinque volte più determinante di quello dell'elettore ligure. Uno squilibrio senza senso, che penalizzava le regioni più popolate ed economicamente dinamiche senza un motivo chiaro che non fosse quello di imitare le istituzioni USA, se non nei loro pregi almeno nei difetti più evidenti. La riforma non è passata, probabilmente per altri motivi: ma prima o poi qualcuno tornerà a parlarne, e gli stessi Renzi e Boschi non è che si siano dati per vinti. Ecco, per quando succederà, meglio farsi un appunto: magari certe cose dagli americani le possiamo ancora copiare, ma il Gerrymandering per favore no. Molise e Val D'Aosta sono bellissime regioni che hanno diritto a essere rappresentate equamente, non borghi putridi.

martedì 22 marzo 2011

Andate avanti voi

Gli Dei dell'Alba

- Gli dei dell'Odissea sono una famiglia allargata di entità litigiose e scostanti, non proprio onnipotenti ma comunque piuttosto potenti, che questo potere lo usano un po' come gli viene, tifando ora per questo ora per quel mortale: sicché anche il destino di Odisseo è tirato un po' di qua un po' di là finché Zeus Atena e Poseidone non si stancano del giocattolo.

Gli dei di Odissey Dawn, migliaia di anni più tardi, continuano a rifarsi ai modelli classici. Hanno folgori più veloci del suono, ordigni invisibili e micidiali, però non è che abbiano le idee molto chiare su cosa colpire e perché. Arrivano sempre in ritardo, quando i guai sono stati commessi e i mortali che li invocavano già da qualche giorno morti; quando infine colpiscono, colpiscono comunque in fretta e male, senza obbedire a un disegno preciso, a un coordinamento. Si capisce a questo punto la fretta di Gheddafi nei giorni scorsi: si trattava di spicciarsi a far deserto prima che i lamenti dei ribelli disturbassero troppo le orecchie degli dei. Stava per farcela, ma poi l'Oracolo internazionale, che si chiama ONU, ha rilasciato una delle sue enigmatiche Risoluzioni, in cui chiedeva di salvare i civili in qualsiasi maniera. Anche bombardandoli a tappeto? In qualsiasi maniera: quindi pronti, partenza, via. Chi comanda? Non si sa. Alla fine probabilmente sarà Zeus Obama, per via che possiede più folgori e più possenti; ma finché esita, è una gara a chi fa più casino. È anche lo stato dell'arte del diritto internazionale: una cosa che a 66 anni dalla nascita dell'ONU, a venti dalla prima guerra del Golfo, a dieci dall'intervento in Afganistan, continua a non assomigliare a niente di sensato. Semplicemente, gli Oracoli di New York o di Ginevra rilasciano risoluzioni e poi chiunque abbia degli aeroplani da quelle parti può iniziare a bombardare. Stavolta è stato Sarkozy, e gli altri a ruota. C'è evidentemente qualcosa che non va, ma cosa?

Potrebbe essere l'Europa. Non esiste. È un'espressione geografica. Lo abbiamo sempre saputo, ma fa comunque male constatarlo, perché noi europei invece esistiamo. E senza essere antiamericani per principio, ma avendo sofferto il protagonismo USA in Medio Oriente che ci ha esposto agli attentati dei terroristi islamici, per una volta tanto che lo Zeus a stelle e strisce era riluttante a prendere il comando delle operazioni, avremmo potuto dimostrare che sappiamo prenderci cura del nostro cortile (perché la Libia in fondo è questo: una tirannide affacciata sul nostro cortile). Avete sentito parlare qualche rappresentante di quella cosa che eleggiamo ogni cinque anni e si chiama Parlamento Europeo? Avete sentito una dichiarazione di Javier Solana [update: Solana non è più Mister Pesc, lo è soltanto sul sito della Treccani, è l'ultima volta che uso la Treccani].

Quanto all'Italia, siamo onesti. È una piccola nazione sempre in mezzo ai guai, cronicamente assetata di gas e petrolio, a cui si poteva giusto chiedere qualche baciamano in meno, prima, e meno capricci sui profughi, adesso. Non siamo onnipotenti e lo sappiamo da generazioni: per questo i nostri padri saggiamente scelsero di cedere parte della nostra sovranità a quegli organismi sovranazionali che, in teoria, dovrebbero saper guardare un po' più in là. Non dovremmo essere messi nella condizione di trattare paci separate con questo o quel tiranno, però è successo: è solo colpa nostra? Del resto, nessuno sembra volercelo rimproverare, per il solito motivo che gli dei hanno bisogno delle nostre basi. Noi però vorremmo più chiarezza e chiediamo che l'operazione passi sotto il controllo Nato, insomma, o arriva subito zeus Obama o non se ne fa più niente. È penoso doversi dire d'accordo con Frattini, ma sembra una richiesta ragionevole. Almeno la Nato si sa cos'è: l'alleanza militare di cui ci onoriamo di essere, da sessanta e più anni, i generosi albergatori. E ci ritroviamo così, atlantici per inerzia, filoamericani per paura d'essere europei.

Nel frattempo sui media possiamo passare il tempo con uno dei nostri passatempi preferiti, dalla prima guerra di Libia in poi (giusto un secolo fa): il cancan neutralisti/interventisti. Come se poi il nostro parere contasse qualcosa, come se gli dei ci stessero a sentire. A sinistra ci sbraneremo come al solito, sarà divertente, ma un po' già visto. Più interessante l'atteggiamento della stampa filogovernativa, che a momenti si mette a sventolare la bandiera arcobaleno. Non è del tutto una sorpresa: anche ai tempi feroci del 2003, quando su decine di blog liberali (nati tutti all'improvviso) garriva la bandiera stelle-e-strisce, l'unico organo di stampa genuinamente neocon era il Foglio, e già allora serviva più a punzecchiare i pacifisti che a motivare i berlusconiani. Questi ultimi in fondo non si sono mai scostati molto da quella posizione che storicamente più ci appartiene, almeno dal 1915: se proprio deve essere guerra, occorre attendere finché non sia chiaro che i nostri amici la stanno vincendo; in caso contrario, cambiare amici. Così, mentre a sinistra si discute di massimi sistemi, di diritto internazionale, al limite di dubbi interiori, si gioca a chi l'ha più duro e puro (l'ideale), a destra si ostenta il pragmatismo dei furbacchioni, quelli che la sanno lunga e si mettono in guardia gli uni gli altri contro quel Sarkozy che vuole rubarci il petrolio, dopo la fatica e la saliva spese da Silvio e dalle altre hostess per aspirarlo a Gheddafi. Spicca nel coro dei furboni la voce bassa e greve dei leghisti, sulla nota costante del “no” agli sbarchi: in fondo, in mezzo a tanti strateghi da bar sport, sono quelli che danno l'impressione di maggior concretezza. Per loro non c'è crisi internazionale e umanitaria che non si possa nascondere sotto il tappeto, tutto è subordinato alla quantità di vuccumprà che con la scusa dello status di profughi di guerra potrebbero avvicinarsi alle porte di Varese o Bergamo. Per evitare questa invasione i leghisti sono disposti a mandare un Silvio a sbaciucchiare qualsiasi beduino pianti la tenda in Villa Pamphili: la concretezza dei leghisti è questa cosa qui, l'astuzia del cumenda che si cautela dagli zingari lasciando le chiavi di casa alla badante.


Quanto al Silvio in questione, forse ha ragione Libero a mostrarcelo mentre saluta i liberatori e gli scappa da ridere. Non sa dirci nemmeno se i nostri aerei stiano bombardando o no, non che abbia molta importanza. Notate: di fianco c'è ancora la pubblicità del finto diario del clown precedente, più professionale, ma meno divertente. Anche lui stringeva patti pericolosi con dittatori criminali, ma poi li prendeva sul serio, si prendeva sul serio, e la cosa alla lunga lo rovinò. Silvio invece è il trastullo degli dei: farà qualsiasi cosa per divertivi, e se alla fine sarà costretto a bombardarvi, la cosa comunque gli dispiacerà. Siamo brava gente, noi.

mercoledì 23 febbraio 2011

Forse dovremmo intervenire in Libia

Datti una mossa, Grande Proletaria

- Può darsi che la mia Patria non sia proprio il mondo intero, può darsi che in un mondo di risorse limitate la mia sopravvivenza implichi la non sopravvivenza di qualcun altro che quindi è un mio nemico. Può darsi che io non mi possa sobbarcare di tutto il dolore e di tutta l'ingiustizia del mondo, perché non sono onnipotente, anzi. Può darsi.

Ma non sono neanche del tutto impotente: per esempio, potrei essere l'Italia: la Libia allora sarebbe uno spiazzo poco lontano da casa mia, dove ai tempi del nonno avevo pure piantato qualche bandierina. Io che da dieci anni mi segno sul calendario di ricordarmi di piangere per l'undici settembre, cosa scriverò sulla mia agendina il ventuno, sul ventidue, sul ventitré febbraio? “Nulla”, come Luigi XVI il 14/7/1789?

Allora, accantoniamo per favore la svenevole polemica su chi abbia più baciato e abbracciato Gheddafi. Lo hanno fatto tutti, da Andreotti a Berlusconi; se quest'ultimo in particolare ci diede la sensazione di aver calato le braghe, non è questo il momento per rimproverargli una mancanza di stile che è cronica. Questo è il momento del disastro, il momento in cui si accantonano le nostre beghe familiari perché là fuori ci sono i nostri vicini, che gridano, e bruciano vivi.

Se fossi l'Italia, sarei una nazione in crisi, che sta stagliuzzando a sangue servizi essenziali (sanità, istruzione, pubblica sicurezza, giustizia), ma continua a non tagliare un settore strategico. La Difesa. Ci spendo tutti gli anni il 2% del PIL, qualcosa come 24mila milioni di euro: sono un sacco di soldi. Ecco, appunto. Dove li sto mettendo? Ora c'è un folle incendiario, uno stragista assassino che sta bombardando un popolo amico alle porte di casa: non dovrei intervenire? Non sono intervenuto per molto meno, in passato? Dove sono le mie navi, i miei jet, i miei uomini? In Asia centrale, a insegnare la democrazia ai sassi. Ma siamo sicuri che sia ancora la priorità?

E l'Unione Europea dov'è? Perché se fossi l'Italia avrei la fastidiosa sensazione di essere trattata un po' come io trattavo la Libia, da parente povero e scemo a cui appaltare un bel campo profughi in riva al mare. Non è il caso di chiamare dal deserto: guardate che qui o si fa il Mediterraneo o si affonda tutti? A chi spetta, se non a noi? Tra dieci anni potremmo avere un Nordafrica civile, democratico, che scambia le sue enormi risorse energetiche in cambio di cibo (e l'Europa dovrebbe averne in sovrappiù); che per costruire infrastrutture assorbe manodopera da Europa e Africa Nera. Oppure potremmo avere la costa settentrionale del Sahel, il porto della disperazione, un'enorme Somalia piagata da lotte tribali o religiose e appaltata a bande di pirati. Democratici di sinistra, cinici di destra, o viceversa; leghisti, nazionalisti, cattolici, lo chiedo a tutti: cosa ci conviene avere, in quello spiazzo poco lontano da casa nostra? Può darsi che le sorti dell'Antartide e di Haiti non dipendano da noi, ma possiamo davvero lasciare che un pazzo massacri i nostri vicini di casa? Scusate, io d'impostazione sarei un pacifista, ma non posso evitare di pormi la questione: se le forze armate non mi servono a intervenire in situazioni di questo genere, per cosa mi servono? E quindi, insomma, per cosa le pago?

Se invece siete di quelli che avevano buoni motivi per la guerra in Afganistan o in Iraq, allora vi prego, moltiplicate quei buoni motivi per cento, per mille. Gheddafi possiede armi di distruzione: Gheddafi le sta usando, ora.

Se poi i libici si libereranno da soli, tanto meglio per loro: ma con che faccia tratteremo coi loro nuovi capi? E se l'assassino invece dovesse vincere, se dovesse trionfare su un deserto di fosse comuni, andremo a stringergli le mani al prossimo summit? Sul serio è ancora realpolitik, ma cosa c'è di realistico nell'idea che un incendio nello spiazzo dietro casa si spenga facendo finta di niente?

giovedì 3 febbraio 2011

L'unica democrazia buona


Cari egiziani, fate i bravi, tornate a casa. L'unica democrazia buona è quella che si esporta. Diffidate del prodotto locale.
(English version).

venerdì 18 settembre 2009

Il segno di una resa indelebile

La democrazia macchia

Ma se ci raccontassero che tanto tempo fa, in un Paese lontano, le tribù per contarsi (e dimostrare di essere più potenti delle altre tribù) costringevano i loro membri, maschi e femmine, a lasciare un'impronta del dito su un brandello di tessuto finissimo, con un un pigmento che rimaneva indelebile sulla pelle per giorni e giorni; e che poi questi brandelli venivano pazientemente raccolti, e contati, e che la tribù che alla fine riusciva a portare più impronte aveva il diritto di spadroneggiare sulle altre per cinque inverni, noi la chiameremmo democrazia?

Il momento in cui ce ne andremo dall'Afganistan – presto, tardi, dipende dalla fibrillazione mediatica di un governo distratto e di un Paese che si ricorda di una guerra solo quando ammazzano i suoi soldati – sarà il momento in cui ci saremo rassegnati a considerare “democrazia” una cosa del genere. Per alcuni andare via sarà come perdere l'onore; io che l'onore non so bene cos'è mi preoccupo piuttosto di perdere il senso di una parola. Siamo in Afganistan per difendere la “democrazia”; la “democrazia” afgana consiste nel mandare contadini analfabeti a macchiarsi le dita con una scheda in cui devono identificare il referente della loro tribù. Il feudalesimo coi plebisciti: questa è la “democrazia” che stiamo difendendo.

Forse il primo esempio compiuto di democrazia postmoderna; nel senso che combina liberamente e creativamente citazioni di civiltà e millenni diversi: il suffragio universale, il colore indelebile, la tribù, il partito, la legge del taglione (nell'Helland se ti trovano col dito sporco te lo mozzano), tutto assieme in un calderone che per gli ottimisti è solo il brodo primordiale, l'inizio di una civiltà; e per i pessimisti è la negazione stessa del concetto di progresso. Per quale motivo al mondo l'Afganistan dovrebbe migliorare? Quando mai è migliorato? E per quale concatenazione di cause la democrazia tribale afgana dovrebbe evolversi in qualcosa di più occidentale? Se fosse invece l'Afganistan il futuro dell'Occidente?

La guerra afgana non è stata costruita su una bugia, come la campagna d'Iraq. Ma a ben vedere poggiava su un fondamento ideologico altrettanto catastrofico. L'idea di “democrazia” come valore in sé, a-storico, a-geografico, una specie di diritto naturale comune agli uomini di ogni età e latitudine. Mancava solo che lo trovassero inciso in un filamento di Dna, e non è detto. Non so neanche esattamente chi abbia concepito un'idea così – i neocon americani? – di certo smentiva persino il pensiero corrente fino al 10 settembre 2001, il mito dello scontro di civiltà. No, macché scontro: per i neocon in fin dei conti esisteva una sola vera civiltà, un solo sistema, una sola fede: la democrazia. Non solo, ma era anche facilmente trasportabile, una specie di kit, la democrazia da campo. Ti bastava sfondare con un paio di divisioni, puntare alla capitale, aprire un Parlamento, et voilà, democrazia. Con tutto quello che ha di bello: pluralismo, libertà di stampa (che gioia a quei tempi, per i primi fogli usciti a Bagdad o Kabul), e poi via il burqa e tutti in discoteca: tutto facile, tutto immediatamente desiderabile, perché chi è che non ama la democrazia? Bisogna essere fessi.
Chi in quel periodo osava ricordare che la democrazia non è un Monolite piovuto dal cielo, ma il risultato ultimo di un processo storico (alfabetizzazione, industrializzazione, affermazione dei ceti medi, crisi della famiglia patriarcale, emancipazione femminile) veniva bollato come un razzista, quindi un nazista, uno che “è convinto che la democrazia sia solo cosa nostra” mentre invece piace a tutti, un apologeta della superiorità dell'occidente, uno snob, quindi anche un comunista, però un po' filoislamico, e naturalmente antisemita – e qualche etichetta devo averla persa per strada, ma quelle qui sopra me le hanno appiccicate tutte. Erano i giorni in cui si metteva in copertina la foto della ragazza afgana col dito macchiato – che coraggio nel macchiarsi il dito, che fierezza, lei sì che è orgogliosa della sua democrazia, una lezione per tutti noi che tra un'elezione e un'altra perdiamo regolarmente il tesserino.

Nessuno sembrava insospettito dall'immagine di una democrazia che macchia. Una democrazia fondata sull'analfabetismo e sui gruppi tribali. L'idea è che il processo storico si potesse pacificamente invertire: la democrazia doveva favorire l'emancipazione femminile, mettere in crisi la famiglia patriarcale, segnare l'affermazione dei ceti medi, e perché no, provocare l'industrializzazione e l'alfabetizzazione. Così, tutto a rovescio, senza neanche stanziare troppi fondi per le scuole: dategli il diritto di voto e vedrai che si alfabetizzeranno da soli. Il neoconservatore postmoderno è convinto che causa ed effetto siano polarità che si possano invertire a piacimento: Newton scopre la gravità e dà una testata alla mela che si impicca all'albero. Non solo, ma bisogna riformare la termodinamica: tutto non tende più all'entropia, ma alla democrazia. È il destino ultimo: tutte le nazioni diventeranno democrazie, è autoevidente. Non vedi come scalpitano tutti per ribellarsi ai tiranni? La rivoluzione arancione, la rivoluzione zafferano, la rivoluzione dei cedri, tutto un arcobaleno di rivoluzioni che ci porta direttamente verso l'Organizzazione Mondiale delle Democrazie (niente a che vedere con quel consesso di dittatori che era l'Onu).

Ah, e nel frattempo avevano anche la faccia tosta di parlare di fine delle ideologie. Io a dire il vero una sbornia ideologica così pesante non la ricordo: al confronto i famosi sessantottini avevano qualche piede piantato per terra. È di questa sbornia che stiamo ancora pagando i postumi.

Il giorno che ce ne andremo da Kabul, sarà il giorno che ci sveglieremo in un mondo più cattivo: senza destino, senza sacre missioni, senza progresso. Parola un po' abusata, anche da me: forse non c'è nessuna direzione verso cui tendere, forse progredire significa semplicemente adattarsi all'ambiente. Il tirannosauro era già perfettamente progredito, dal suo punto di vista; poi è cambiato l'ambiente. L'Afganistan è una gola tra il Karakorum e deserto, e ci cresce bene l'oppio; forse il tribalismo non è un retaggio del passato, ma il sistema di governo più adatto all'ambiente. E non è neanche vero che non progredisce: smette le lance e passa ai razzi terra-aria, sostituisce i messi coi telefoni cellulari, e si trasforma nella versione più evoluta di sé stesso: la narcomafia.

Il giorno che ce ne andremo da Kabul, temo, ci porteremo un po' di Kabul con noi. Sarà la fine di un'ideologia sbrigativa e facilona, roba da fighetti americani decisamente, ma comunque ultima incarnazione di un'idea lunga tre secoli: il progresso. Torneremo con l'idea che in certi casi il medioevo è inevitabile, che bisogna venirci a patti; e se si fa a Kabul, perché no a Scampia.

Il giorno che ce ne andremo – ma perché ci siamo andati, poi? D'accordo, ci sentivamo responsabili, ma eravamo già una piccola nazione in crisi d'identità. Questa idea di andare in capo al mondo a fare i missionari armati – ma davvero siamo così bravi? Quanto ci costa ammettere che il mondo non poggia sulle nostre spalle?

giovedì 9 luglio 2009

Anche tu costituzionalista!

Quando ero piccolo ricordo che avevamo la Costituzione: sacra, inviolabile, scritta col sangue dei martiri antifascisti. Nessun dubbio che il nostro testo costituzionale fosse come il campionato: il Più Bello Del Mondo.

Tante cose sono cambiate, e oggi la Costituzione è più simile alla formazione della nazionale: saremmo capaci tutti di scriverla meglio, vero? Dai, suggerisci anche tu la tua riforma costituzionale a capocchia.

Per esempio, questa pagina è un luogo molto interessante, dove si possono trovare proposte politiche concrete – e poi, ogni tanto, qualche riforma costituzionale a caso, di quelle che vanno di moda adesso. Ne prendo due che trovo emblematiche di un certo atteggiamento spensierato nei confronti della nostra carta dei diritti e dei doveri: il Senato Delle Regioni e l'Abolizione del Quorum nei referendum abrogativi.

1) Il Senato delle Regioni
Tutti lo vogliono. È una cosa che fa tanto federale, tanto USA, e poi insomma che senso ha tenersi due camere se nessuna delle due è federale? Ecco quindi trovato un modo per diventare subito più federali: trasformiamo il vecchio e polveroso Senato della Repubblica in una camera all'Americana coi seggi ripartiti su base regionale.
C'è solo un piccolo problema: che da questo punto di vista il Senato della Repubblica è già federale: vedi l'articolo 57, che recita “Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale [...] Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sette; il Molise ne ha due, la Valle d'Aosta uno. La ripartizione dei seggi tra le Regioni, [...] si effettua in proporzione alla popolazione delle Regioni, quale risulta dall'ultimo censimento generale”.

Il punto è che di solito i federalisti de noantri non si accontentano che le circoscrizioni ricalchino i confini regionali (del resto che altri confini dovrebbero ricalcare)? No, e a volte lo dicono apertamente: loro vorrebbero una cosa come il Senato degli Stati Uniti: due senatori per Stato, totale cento senatori, e amen. Certo, un bel risparmio. Volendo mantenere il numero di cento, basterebbe assegnare cinque senatori a ogni regione.
Se poi provi a chiederglielo: ma sul serio vuoi assegnare alla Val d'Aosta (centomila abitanti) lo stesso numero di senatori della Lombardia (dieci milioni)?, loro rispondono che no, la Val d'Aosta non conta. Probabilmente non conta neanche il Molise. Però le altre regioni sì: le altre regioni dovrebbero eleggere lo stesso numero di Senatori, perché... perché gli americani fanno così, e guarda che bella democrazia che hanno.

Io ora non voglio entrare nel merito degli Stati Uniti. Se in duecento anni non hanno mai pensato di cambiare le regole per cui un cittadino della California (36 milioni di abitanti) conta al Senato settantadue volte meno di un cittadino del Wyoming (500mila abitanti) saranno anche fatti loro. Ma dev'essere un problema nostro? Chi propone un Senato del genere sta chiedendo agli elettori della Lombardia (10 milioni di abitanti) di contare sedici volte meno degli elettori della Basilicata (600mila abitanti). Undici volte meno degli umbri (900mila abitanti). Quasi la metà dei campani (6 milioni).

Secondo voi il federalismo consiste in questo? Pensavo avesse a che fare con un maggiore decentramento amministrativo. Invece il primo risultato di un “Senato delle Regioni” organizzato in questo modo sarebbe ridurre in maniera drammatica la rappresentanza delle regioni più popolate. Per fare un esempio: in questo momento l'Italia settentrionale (Emilia Romagna inclusa) è rappresentata da 136 seggi su quasi 300 (al netto di senatori a vita e circoscrizione estero). Questo dovrebbe rispecchiare il fatto che in alta Italia vivono quasi la metà degli italiani, 27 milioni circa. Bene, nel vostro “Senato delle Regioni” le 7 regioni del nord (Val d'Aosta esclusa) avrebbero soltanto 28 seggi, passando da “quasi la metà” a “neanche un terzo” dell'Assemblea. Una riforma così autolesionista perché non la lasciamo alla Lega?

Se gli americani hanno una rappresentanza così arbitraria, avranno i loro motivi, in parte dovuti alla forte dialettica tra le metropoli e l'immenso Midwest. Da noi avete mai sentito di un'analoga dialettica? L'Italia non è articolata in piccole regioni super-popolate e grandi distese disabitate. Viceversa, con una riforma del genere alcune zone (non solo del Sud) rischierebbero di diventare i “borghi putridi” dove con pochi voti ci si può guadagnare un seggio altrove costosisssimo. L'unica vera dialettica che ci divide è quella tra Nord e Sud, e da una riforma del genere il Nord avrebbe soltanto qualcosa da perdere. Bisognerebbe spiegarlo agli elettori leghisti – ma no, dobbiamo ancora spiegarcelo tra noi.

(Per inciso, le proposte parlamentari di riforma "in senso federale" del Senato contengono anche cose peggiori: ad esempio, si prevede che i senatori non vengano più eletti dal popolo 'sovrano', ma dai consigli regionali, seguendo l'esempio dell'antica e nobilissima democrazia, er, austriaca. Per dire cosa intendono, i nostri Riformatori della Costituzione, quando parlano di federalismo).

2) L'abolizione del Quorum
(No, ho già perso troppo tempo, ci torno un'altra volta. Solo un'anticipazione: se davvero pensate che si possa abolire il quorum nei referendum abrogativi SIETE DEI PAZZI SCATENATI E DOVETE ESSERE FERMATI SUBITO).

martedì 20 marzo 2007

ci vorrebbe un Nemico

(Avvertenza: questo pezzo contiene molte informazioni imprecise, perché questo è un pezzo sulle informazioni imprecise. Non ci tiene a dire "la verità" su Iraq o Afganistan: tiene solo a far notare quanto poco sappiamo su Iraq o Afganistan).

Adesso tutti, sull’Afganistan, dovranno farsi un’opinione. Facciamo la guerra? Dialoghiamo coi talebani? Ce ne torniamo a casa e facciam finta di nulla? Ecc ecc.
Il problema è che dell’Afganistan nessuno sa niente.

Qui non è questione di informazione superficiale: l’informazione, semplicemente, non c’è. Non ci sono giornalisti, né da una parte né dall’altra. Possiamo avere mille, centomila opinioni, possiamo aggiornare i nostri blog o guardarci un bel programma di approfondimento: il problema è che non c’è nulla da approfondire, perché al mulino manca l’acqua, e l’acqua la portano soltanto i reporter. Nel giorno in cui siamo tutti felici perché Mastrogiacomo è tornato, vale la pena di notare questa cosa: ora laggiù non c’è nemmeno lui, ed è difficile pensare che qualcuno segua le sue tracce per parecchio tempo.

È un discorso che va esteso anche all’Iraq. Ogni giornalista, ogni cooperatore che è tornato felicemente a casa, è un giornalista o un cooperatore in meno sul territorio. Da quattro anni a questa parte le informazioni che abbiamo su questi due Paesi sono diventate sempre più confuse e frammentarie – il problema è che siamo troppo indaffarati, distratti o partisan per accorgercene. Del resto diamo per scontato di vivere in una piccola sfera dove le informazioni sono ovunque immediatamente accessibili. Sbagliato: Iraq e Afganistan sono due buchi nel medioevo. Non passano più notizie. Nemmeno ai tempi del Vietnam era successo qualcosa del genere: due grandi nazioni scomparse dalla rete mondiale dell’informazione.

Pensate a questa semplice evidenza: non sappiamo contro chi stiamo combattendo. Per dire, gli americani in Vietnam lo sapevano. I russi in Afganistan lo sapevano. Oggi non lo sappiamo. Perché non vogliono dircelo? Oppure non lo sanno proprio?

Proviamo a ragionare da agit-prop: dobbiamo convincere il crasso Occidente a picchiare duro in Iraq e in Afganistan. Ci serve per prima cosa un Nemico. Osama Bin Laden andava benissimo, salvo che da qualche anno in qua comincia un po’ a puzzare, il cinquantenne ex-dializzato nascosto in una caverna. Continuare a insistere sul fatto che sia vivo, a 2-3 anni dall’ultimo filmato, è quasi un boomerang. E infatti sulla carta stampata si comincia timidamente a darlo per morto. Ma se muore, bisognerà trovare un altro Nemico, ugualmente cattivo ed emblematico, e non è semplice.

Qualche anno fa ci fu l’ondata dei Numeri Due. Il Numero Due era un modo abbastanza elegante per scalare dal concetto di “Bin Laden è il Male” a quello di “Il Capo di Al Quaeda in carica è il male”. Io ho onestamente perso il conto di quanti Numeri Due di Al Quaeda gli americani abbiano catturato e processato. Verso il 2004 la carica di Numero Due si è cristallizzata su Al Zarqawi, un tale che ai tempi non lavorava nemmeno nella stessa organizzazione di Bin Laden, ma era comunque il personaggio più sporco e cattivo in circolazione. Tagliava le teste occidentali, metteva gli snuff in rete, aveva ormai le dimensioni del mito.

Intorno ad Al Zarqawi si è detto di tutto. Proprio come Bin Laden, che fino a un certo punto si dava per dializzato, e poi miracolosamente è guarito, anche Al Zarkawi all’inizio sembrava uscisse e rientrasse dall’Iraq con una gamba finta (generoso regalo di Saddam Hussein) – finché a un certo punto non gli è ricresciuta. Viene in mente il personaggio di Gambadilegno: lo sapete perché si chiamava così? Nelle prime strisce americane aveva una gamba di legno, ma i disegnatori perdevano troppo tempo a disegnarla, e soprattutto non si erano mai messi d'accordo su quale gamba fosse. Finché Walt Disney o chi per lui decise di montargli un “modello nuovissimo” di gamba in tutto e per tutto uguale a quella vera: problema risolto. I Nemici degli americani hanno un po’ la consistenza dei cattivi da fumetti, o delle action figures smontabili.

A dicembre del 2004 Al Zarqawi a furia di decapitare occidentali si era fatto una fama talmente cattiva che Bin Laden in persona è resuscitato da qualche grotta di Tora Bora per nominarlo suo luogotenente in Iraq. Bene. Anzi no, perché a differenza di Bin Laden, Al aveva un difetto: era vivo e operante in Iraq. E se sei vivo e operante, prima o poi qualcuno ti cattura (lo stesso Zarqawi pare non fosse molto popolare nemmeno tra gli iracheni, che del resto ha massacrato a centinaia). E quando ti cattura, poi tocca inventarsi un nuovo Numero Due. Ma a questo punto i lettori occidentali cominciano a spazientirsi: sono abituati a trame di telefilm più verosimili (maledetto intrattenimento di qualità).

Dalla cattura in poi di Al Zarqawi non s’è più capito niente – non che prima si capisse molto. A un certo punto nell’autunno del 2005 Falluja è diventata la roccaforte dei sunniti. C’è stata una battaglia terribile, con armi al fosforo, Falluja è stata espugnata, e poi? E poi evidentemente non era la roccaforte, visto che la guerra coi sunniti è proseguita. O no? Giuro, ho provato a informarmi, ma non ci si capisce nulla. I giornalisti a Bagdad e Kabul e tirano i pastoni con quel che possono. Un’espressione ricorrente, nell’identificare il Nemico, è “un mosaico di formazioni”. Quando non è un mosaico è una mescolanza o un caleidoscopio o un ammasso o una pletora o qualunque cosa. Mai un nome. Mai un progetto politico o nazionale. Mai la faccia di un vero Nemico.

Ci servirebbe. Abbiamo bisogno di una faccia. E abbiamo bisogno di sapere se è una faccia nemica o no. Prendiamo quegli altri simpaticoni degli sciiti. Sono nostri alleati o no? Non si sa. Quante volte s’è visto il faccione di Muqtada-al-Sadr. È un nemico? O un amico? L’impressione è che l’ufficio propaganda se lo tenga come jolly, a seconda del momento. Ci sono fasi filo-sciite e fasi in cui gli sciiti ci stressano, evidentemente, e a seconda del momento il gattone sciita diventa un nemico o un alleato di riguardo.

Gli effetti sono paradossali: in gennaio in Occidente abbiamo assistito all’esecuzione di Saddam Hussein per mano di un tribunale legittimo, giusto? Ma in Medio Oriente hanno assistito all’esecuzione di Saddam Hussein per mano di un boia sciita, e circola voce che l’abbiano appeso davanti a Muqtada-al-Sadr. Ognuno ha la sua verità. Persino Camillo, che tra tanti difetti non aveva l’incoerenza, a fine anno si è messo a parlar bene dell’ayatollah Al Sistani. Per carità, ognuno dosi come vuole le sue idealità col realismo: ma partire dall’esportazione della democrazia per arrivare, in capo a tre anni, agli ayatollah, mi sembra abbastanza triste.

Quanto a me: io qualche anno fa avevo una certa idea, su Iraq e Afganistan. Da lì in poi non l’ho cambiata; non per coerenza, ma perché non ci ho più capito nulla. Se mi dimostrassero con dati alla mano che a questo punto è meglio restare là, sarei disponibile a cambiare idea. Penso che le idee abbiano una loro durata, come la biancheria; ogni tanto cambiarle è doveroso.

Il problema è che le informazioni, semplicemente, non arrivano: nessuno si attenta più ad andarle a prendere. Onore a Mastrogiacomo. Tutto il poco che sarà riuscito a portare indietro da questa esperienza, è oro puro per noi.

Il resto è fuffa, teatrino delle ideologie. “Stiamo combattendo contro i talebani”. “Dobbiamo dialogare coi talebani”. Entrambe sono opinioni rispettabili, il problema è che non hanno senso. La parola “talebano” non ha senso. I talebani del 2000 erano diversi da quelli del 2007. Quelli, per dire, pare avessero vietato la coltivazione del papavero da oppio per motivi religiosi - con conseguente crisi mondiale dell'offerta di eroina. Questi invece con l’oppio ci comprano le armi. Ne producono talmente tanto che la quotazione dell’eroina è ai minimi storici. Tra un po’ ai nostri ragazzi cominceranno a offrire schizzi gratis che nemmeno nel ’78. Un buon motivo per restare laggiù? O per andarsene? E chi lo sa? Non ne sappiamo nulla.

Verrebbe voglia di dire “Sì, restiamo”, giusto per ricordarci che l’Afganistan esiste. Bisognava che sequestrassero Mastrogiacomo perché in tv e sulla carta stampata tornassero notizie di attentati, stragi, combattimenti. Se ce ne andiamo, c’è il rischio oggettivo di dimenticarcene. Ma è solo un’opinione come un’altra. Ci scambiamo opinioni, in mancanza di informazioni.

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