mercoledì 31 agosto 2022

125. Non sopporto i cori russi

1979: L'era del cinghiale bianco (Battiato/Pio, #12)

1982: Centro di gravità permanente (Battiato/Pio, #1)

Ed eccoci alla prima semifinale della Gara delle canzoni di Franco Battiato (si vota qui), con quella che forse è la sorpresa più grossa del torneo: in breve è successa questa cosa, che a mezzanotte di ieri L'era del cinghiale bianco aveva un voto in più di Cuccurucucù, e le regole sono le regole: quella che secondo me era la favorita (oltre che la mia preferita, dopo il tracollo di Stranizza d'amuri) rimane ai quarti, e il Cinghiale diventa la prima canzone del torneo a mandare a casa un brano della Voce del padrone. Ricordiamo che è solo un gioco – buffo, è da tanto che non lo scrivevo, coi Beatles dovevo farlo molto più spesso, il fatto è che fin qui non ci sono stati molti risultati imprevedibili. Da qui in poi invece mi aspetto di tutto, insomma un pezzo che ha battuto L'oceano di silenzioE ti vengo a cercare e Cuccuruccucù evidentemente ha abbastanza sostenitori da portare a casa il torneo. D'altra parte, Centro di gravità è la testa di serie numero uno – cioè il brano più ascoltato su Spotify, sì, ma ricordiamo che il secondo brano più ascoltato su Spotify (La cura) ci ha lasciato serenamente agli ottavi. Insomma io mi giocherei la tripla, un'espressione che i più giovani non capiranno, del resto perché i giovani dovrebbero venir qui? Fatevi il vostro torneo con la miglior canzone di... di Sfera Ebbasta. 

Cos'hanno in comune i due brani? Una certa schizofrenia strutturale, che prevede la giustapposizione di una strofa in minore, riflessiva, e un ritornello squillante e cantabile (anche se nel caso del Cinghiale non è cantato, bensì strumentale). Il fascino particolare sta proprio nella sensibile differenza tra strofa e ritornello, con una dinamica che risente ancora di una certa mentalità prog, ma al servizio di un progetto molto più pop: alla fine è il ritornello di entrambe che salta fuori dalla radio e ti si ficca in testa. Non è del tutto una coincidenza nemmeno che in una strofa di tutte e due le canzoni Battiato ritragga sé stesso mentre passeggia in una città di sera, a Tunisi o a Pechino: in entrambe le canzoni c'è un momento in cui si passeggia e un momento in cui ci si mette a ballare. Bisogna ammettere che in Centro il passaggio è più fluido, mentre nel Cinghiale è ancora meccanico (e forse troppo insistito: è una canzone che poteva durare un minuto in meno). A meno che parte del fascino del Cinghiale non risieda proprio in questa meccanicità inesorabile.   

Che cos'hanno di diverso? Il Cinghiale è (forse) il brano più esoterico, pieno di enigmi non risolti: Centro di gravità è il manifesto del Battiato popolare ed essoterico (con due s), quello che vuole smettere di stupire con enigmi e anzi conciarsi come una popstar per arrivare a più pubblico possibile. Nel Cinghiale Battiato trova una sua formula di new wave, nel Centro proclama che la new wave non gli piace – ma in generale non gli piace nulla di quello che sta facendo: i cori finto russi dei madrigalisti, la finzione rock di Patriots, e in generale tutta la musica che proviene dal blues e dall'Africa: non la sopporta. Vi capita mai di dire a voce alta che odiate il vostro mestiere? Sono momenti, poi passano. Voterete L'era del cinghiale bianco se vi piace il Battiato enigmatico che sta ancora cercando di capire come si vendono le canzoni al grande pubblico; voterete Centro di gravità permanente se lo preferite nel momento in cui ha capito come venderle, e se ne sta già un po' pentendo. In ogni caso dovete votare a partire da oggi; il sondaggio scade la mezzanotte tra il primo e il 2 settembre.   

Si vota qui – il tabellone

Perché votiamo a settembre

(Volevo scrivere qualcosa sulle elezioni, ma c'era nell'aria un temporale che non riusciva a risolversi. Ho passato ore a tenere d'occhio il cielo da tutte le finestre di casa per capire da che parte avrei dovuto chiudere nel momento della bomba d'acqua, come un marinaio che saltella da poppa a prua e non trova pace. Il cielo notturno s'illuminava a volte per un istante, come un globo di neon, sfarfallava, prima di spegnersi o esplodere. Non si spegneva mai e non esplodeva mai). 

I motivi per cui si votava in primavera confesso di non averli mai afferrati. Probabilmente c'era un non detto, ragioni molto pratiche e poco nobili, quadrature di conti, cose del genere. Che le istituzioni si stessero, progressivamente, sfaldando, lo abbiamo notato anche dal fatto che si cominciava a votare sempre prima: a marzo, a febbraio. Nulla di incostituzionale, eppure a chi stava al mondo da un po' risuonava come uno scricchiolio sempre meno ignorabile. E quest'anno si vota a settembre, con un'accelerazione che è tipica dei disastri. Perché votiamo a settembre? I motivi di giugno ce li siamo già più o meno dimenticati – Conte ha pestato i piedi, Draghi era stanco, Aa Meloni aveva i sondaggi buoni. Niente che non fosse già successo, postumi di qualche elezione amministrativa. Sì, ma di solito a questo punto si faceva un governo balneare e buona lì. Invece voteremo a settembre. Appena entrati a scuola, ci fermeremo per votare. Perché stavolta non potevamo fare diversamente? Crisi di governo ne abbiamo avute così tante – i meno giovani ricorderanno che anche ai tempi dello stabilissimo pentapartito, occorreva rimpastare in media ogni venti mesi. Cosa ha di veramente diverso, questa crisi, da tutte le crisi dal 1946 in poi? 

Beh, tutto. Viviamo in tempi esageratamente interessanti. C'è una guerra – ce ne sono state tante, ma questa è una guerra con la Russia e se sembra scongiurata la possibilità di combatterla con le testate nucleare, forse è previsto che diamo il nostro contributo spegnendo il riscaldamento. C'è un'epidemia – ce ne sono state tante, ma facevano meno notizia e probabilmente meno morti: oddio, questa continua a farne tantissimi ma una specie di comitato dell'inconscio collettivo ha deciso che ne siamo fuori (decisivo il sostegno di un po' tutti gli organi di stampa, che forse a questo punto erano stanchi di intervistare virologi, inoltre gli industriali che li pagano preferiscono avere un po' più morti e un po' meno lockdown). Che altro c'è? Beh, date un'occhiata alla finestra, magari il monsone sta passando anche da voi. I raccolti come stanno andando? Nella mia zona hanno raccolto un quarto del granoturco che si aspettavano di raccogliere, questo capisco che non sia interessante quanto i tweet di qualche tizio che si batte per il 5%, in fondo il granoturco si dà alle bestie. Carestia, Guerra, Epidemia danno sempre la sensazione di incontrarsi in un posto per caso, ma a ben vedere viaggiano assieme. Ecco perché voteremo a settembre. Ecco perché Conte non poteva andare avanti, perché Draghi era stanco, perché aa Meloni aveva fretta. Voteremo a settembre perché dopo non abbiamo la minima idea di cosa ci succederà.

Sul serio: non abbiamo la minima idea. Per dire: Putin potrebbe cedere all'improvviso. È sinceramente il mio scenario preferito. Quello che sta stritolando l'Europa è in fondo un braccio di ferro, e i bracci di ferro hanno di buono che finiscono all'improvviso (sì, ma a volte per arrivare a questi finali improvvisi ci vogliono 40 anni, vedi Guerra Fredda). Per ottenere un cambio di regime in Russia, la Nato ha messo in atto una serie di misure che hanno portato alla recessione gran parte d'Europa (compresa, si spera, la Russia). Ora il punto è: cederanno prima i russi, che forse all'austerità sono più abituati e hanno meno margini per esprimere il loro malcontento, o gli europei, in particolare noi europei occidentali, i bambini viziati del mondo, ancora coi postumi delle sbornie coloniali? Nessuno lo sa davvero, anche perché dipende dal clima, e il clima sta cambiando troppo velocemente. Metti che l'estate si protragga fino a ottobre, e le ottobrate a novembre: magari teniamo duro e molla Putin. Metti invece che da qui in poi sia una lunga stagione delle piogge con un settembre già freddino, e un governo che ci propone di tenere il riscaldamento al minimo: ce la facciamo? E chi lo sa. Non ne ho la minima idea, così come non mi sarei mai aspettato che gli italiani rispettassero un lockdown rigido come quello del 2020. Magari ci terremo caldi cantando, va' a sapere. Oppure andremo a cercare i governanti coi forconi. I prezzi dei generi alimentari aumenteranno? Ovvio che aumenteranno, ma di quanto? Dovremo chiudere le scuole, non per il contagio (quello a quanto pare dobbiamo prendercelo e ringraziare), ma per risparmiare il riscaldamento – ovvero per farlo pagare alle famiglie che dovranno scaldarsi i figli in casa? Magari obbediremo: per cacciare Putin questo e altro. O magari cominceremo a inneggiare a Putin, da quel che vedo in giro non mi sento di escluderlo. 

Non credo che nessuno possa escludere niente. Il virus si evolve, il clima cambia, la guerra sembra a uno stallo (uno stallo che potrebbe risolversi domani o durare come l'Afganistan). Voteremo a settembre perché da ottobre in poi nessuno ha la minima idea, e un'altra cosa interessante che succede quando nessuno ha la minima idea è che nel dubbio alza il prezzo, così che per esempio quello del gas è aumentato molto prima che ce ne fosse davvero penuria. Qualcuno ci sta ovviamente speculando sopra, ma dando una scorsa ai titoli dei giornali non è che la cosa interessi molto: l'idea di includere la lotta alla speculazione tra gli argomenti della campagna elettorale non è venuta a nessun personaggio di rilievo. Eppure sembra ai miei occhi di profano un argomento perfetto: la gente teme i rincari di bolletta, teme l'inverno gelido, e alla borsa di Amsterdam qualcuno sta speculando sulle loro paure. C'è un problema popolare, c'è un colpevole meschino... no, niente da fare, alla fine a proporre il price cap dev'essere lo stesso Draghi che del capitalismo non è nemmeno il volto umano, diciamo il volto non ancora completamente deformato dagli spiriti animali. Draghi alla fine resterà disponibile, se abbiamo capito la sceneggiata del meeting di Rimini. Il centrodestra vuole vincere la gara elettorale, è programmato per farlo (tanto quanto il Pd di Letta è programmato per perderla). Il fatto che l'Italia sia nella situazione più complessa e indecifrabile dal 1943 non è che gli sfugge, ma per gente come la Meloni o Salvini è un dettaglio: devono vincere, tutti glielo chiedono da anni, è il traguardo della carriera, della vita, poi magari a governare chiameranno qualcuno del mestiere. Lo stesso Berlusconi alla fine vorrebbe solo un riscatto, che tutti se lo ricordassero come il nonno della patria al Quirinale e non come il satiro di palazzo Grazioli. Mi viene in mente quel periodo in cui i ragazzini si erano convinti che il mondo sarebbe finito nel 2012 (gli adulti li avevano convinti, per vendergli libri e film). Ce ne fu uno che mentre cercavo di spiegare che era tutta una sciocchezza, mi chiese: ma io entro il 2012 faccio in tempo a prendere il patentino? L'importante era riuscire a mettersi tra le gambe in tempo un motorino, dopodiché il mondo poteva benissimo perire. Salvini, Aa Meloni, Berlusconi mi ricordano un poco quel ragazzo. 

domenica 28 agosto 2022

124. Al suono di cavigliere del Katakali

1981: Bandiera bianca (Battiato/Pio, #6)

1982: Voglio vederti danzare (Battiato/Pio, #3)

Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato (si vota qui) – più precisamente al quarto quarto. Anche qui, come nel primo quarto, non sussistono più anomalie: è andato tutto proprio come previsto dal ranking, il che ci può lievemente sorprendere se ricordiamo quanto trascurabile fosse la metrica su cui suddetto ranking si basava: il numero di ascolti su Spotify. In effetti, non è così strano che Voglio vederti danzare sia il terzo brano più ascoltato, e che Bandiera bianca sia il sesto – a sorprendermi se mai è la sopravvivenza di quest'ultimo, senz'altro uno dei brani di Battiato che ha sempre goduto di maggior attenzione (specie radiofonica), ma da un punto di vista estetico, mi sento di dire, decisamente non tra le sue otto canzoni più belle. Anzi da alcune testimonianze traiamo il sospetto che Battiato l'avesse concepita come un pezzo di musica deliberatamente brutto, specchio dello spirito dei tempi che in quel periodo in particolare lo disgustava (non che in seguito gli sia mai apparso uno spirito dei tempi più  simpatico) (si è semplicemente addolcito lui, con l'età e soprattutto col successo); (uh com'è difficile restare giovani e severi quando i palazzetti si riempiono e le mamme ti abbracciano). Ricordiamo che nessuna canzone della Voce del padrone, fin qui, è mai stata battuta da una canzone che non fosse della Voce del padrone: l'exploit potrebbe riuscire stavolta a Voglio vederti danzare, che sopravanza Bandiera bianca nel ranking, nella popolarità, e poi in generale è proprio una canzone meglio, dai.     

Cos'hanno in comune i due brani? Entrambi furono le bandiere dei rispettivi album: in particolare Bandiera bianca fu l'unico singolo estratto dalla Voce, anche se fu in seguito superato in popolarità almeno da Centro di gravità e Cuccurucucù (le quali a quanto pare non uscirono su 45giri: ecco perché il 33 vendette come il pane). Neanche Voglio vederti danzare uscì come singolo, ma era di gran lunga il brano più radiofonico di quel lavoro non altrettanto vendibile che si chiamava L'arca di Noè. Entrambe si prendono, strana coincidenza, una licenza ritmica nel ritornello, dove il 4/4 va a farsi benedire proprio nel momento in cui il galateo radiofonico ci terrebbe di più. 

Che cos'hanno di diverso? C'è una certa complementarità, in effetti: Bandiera bianca è il brano più disarmonico dell'album più commerciale (ma servì proprio a cementare il carisma, il sintomatico mistero del personaggio); Voglio vederti danzare è il brano più compromissorio di un disco molto meno compromissorio. Diciamo che all'inizio del 1981 Battiato doveva ancora assumere un atteggiamento di altera alienità che alla fine del 1982 rischiava di danneggiarlo: Voglio vederti danzare significa anche Voglio rassicurare la Emi che anche questo disco lo vendiamo. La prima è un'indignata osservazione della miseria morale contemporanea, la seconda una rapita contemplazione della bellezza che l'umanità è in grado di sprigionare, quando danza (purché siano danze tradizionali e radicate nei rispettivi territori) (va bene qualsiasi territorio, dall'Irlanda alla Romagna all'Albania, purché non siano i ritmi angloamericani ormai egemoni anche nell'hit parade italiana). Voterete Bandiera se vi piace il Battiato/Savonarola che punta il dito sulle nequizie occidentali; voterete Voglio vederti danzare se lo preferite rapito dall'incanto per la danza e per le culture pre-industriali. In ogni caso dovete votare a partire da oggi; il sondaggio scade la mezzanotte del 31 agosto.   

Si vota qui – il tabellone

sabato 27 agosto 2022

123. Con le regole assegnate a questa parte di universo

1981: Summer on a Solitary Beach (Battiato/Pio, #7)

1981: Gli uccelli (Battiato/Pio, #15)

Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato (si vota qui) – a che punto siamo? Siamo ai quarti, in particolare nell'angolo in alto a destra del tabellone, quello che ha visto l'unico vero terremoto dei pronostici: la favorita del settore (La cura, secondo posto nel ranking) ha ceduto nei sedicesimi contro Segnali di vita, la quale poi negli ottavi ha ceduto il passo agli Uccelli, ed ecco spiegata la presenza tra le prime otto del brano col ranking più basso (Gli uccelli è appena quindicesima). Ha già partecipato a un derby della Voce del padrone, e oggi si ritrova invischiato nel secondo. Noto en passant che nessuna canzone della Voce, fin qui, è stata sconfitta da una canzone di un altro album.     

Cos'hanno in comune i due brani? Beh, sono stati scritti nello stesso periodo da due compositori al top della forma. Sono due brani che in qualsiasi momento uno li ritrovi, riescono immediatamente a creare un incanto particolare – questo è il motivo forse per cui cerchiamo di non ritrovarli troppo spesso, almeno io ho passato anni interi senza ascoltarli e da questo forse dipende anche quel senso di sorpresa che provo quando le ritrovo. Sono proprio ben fatte, con soluzioni di arrangiamento che sfidano il tempo: alcune davvero sofisticate (la complessità ritmica di Summer), altre di commovente semplicità artigianale (il rumore delle ali che si aprono negli Uccelli, ottenuto dispiegando un foglio di giornale). Non sono tra i brani più conosciuti dell'album, ma ne dimostrano la qualità media altissima.

Che cos'hanno di diverso? Da un punto di vista armonico, sono due canzoni agli antipodi: Summer è la dimostrazione di come si possa fare una canzone molto bella con due soli accordi; Gli uccelli contiene forse il maggior numero di accordi che Battiato abbia mai deciso di inserire in una canzone, con cambi di chiave mai banali che diventano, è stato già notato, il correlativo oggettivo dei voli imprevedibili degli uccelli. In effetti cosa c'è di più statico di un pomeriggio al sole, cosa c'è di più dinamico del volo dei pennuti; potrebbero essere due canzoni dedicate ai due elementi, Aria e Acqua (nel qual caso Sentimiento nuevo potrebbe essere il Fuoco e Centro di gravità la Terra).Voterete Summer se naufragar vi è dolce in un mare di memorie estive; voterete Gli uccelli se invidiate loro le ascese velocissime, codici di geometria esistenziali. In ogni caso dovete votare a partire da oggi; il sondaggio scade il mezzogiorno del 31 agosto.   

Si vota qui – il tabellone

122. Per carnevale suonavo sopra i carri in maschera

1979: L'era del cinghiale bianco (Battiato/Pio, #12)

1981: Cuccurucucù (Battiato/Pio, #4)

Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato (si vota qui) – oggi con il secondo quarto, che vede un'indiscussa favorita battersi contro il più eccentrico dei brani superstiti. L'era del cinghiale bianco in effetti è il titolo più antico ancora in circolazione (gli altri stanno tutti in un sottile intervallo tra 1981 e 1983); addirittura non può essere considerato da un punto di vista cronologico "anni '80", anche se è la canzone con cui Battiato entra, piuttosto bruscamente, in un decennio nuovo e nella fase più popolare della sua carriera. L'era piacque subito, anche se all'inizio il bacino di ascolto era molto ristretto (fu Lucio Dalla a informare Battiato che i ragazzi lo cantavano in coro il ritornello in piazza Maggiore): è curioso perché apparentemente non contiene le caratteristiche del brano pop, che per fortuna in quegli anni erano ancora in fase di codifica; in compenso metteva in evidenza un virtuosismo violinistico negli anni in cui la gente li ascoltava volentieri.    

Cos'hanno in comune i due brani? Una certa sveltezza, che nell'Era si comunica attraverso il fraseggio violinistico di Pio: una delle doti che Battiato portava alla new wave era la disponibilità di questo ex orchestrale ad aprire cascate di note dovunque FB ne sentisse la necessità. Quanto a Cuccurucucù, il pop italiano non aveva mai pulsato così velocemente. Il dialogo sulle corde basse tra Radius e Donnarumma ci sommuove il sistema nervoso e ci predispone alla commozione che FB solletica pescando madeleines da una vecchia collezione di 45 giri. Sono anche due brani nostalgici, a modo loro.

Che cos'hanno di diverso? La nostalgia del Cinghiale è privata (nelle strofe) e politica (nel ritornello): Battiato ricorda certe vacanze d'antan in Nordafrica e auspica il ripristino di un'Era della Saggezza; tra questi due momenti non sembra esserci un vero collegamento, potrebbero essere due canzoni diverse separate dal segmento violinistico. Cuccurucucù è l'opera di un compositore pop assai più maturo e consapevole del mezzo: non c'è quasi un verso che non rientri nel concetto di fondo, e il concetto di fondo è che noi siamo la musica che suoniamo e ascoltiamo. Persino quel melodrammatico "da quando sei andata via non esisto più", se lo immagini riferito alla Musica, non suona più così esagerato. Voterete il Cinghiale se vi piace il Battiato più enigmatico, quello che non risolve i suoi indovinelli e lascia il campo aperto a un universo di suggestioni; voterete Cuccurucucù se da quando Battiato non c'è più avete sensazione di esistere un po' di meno. In ogni caso dovete votare a partire da oggi; il sondaggio scade la mezzanotte del 30 agosto.   

Si vota qui – il tabellone

venerdì 26 agosto 2022

121. Ancora un altro entusiasmo ti farà pulsare il cuore

1981: Centro di gravità permanente (Battiato/Pio, #1)

1983: La stagione dell'amore (#8)

Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato – cominciamo oggi coi quarti di finale, e in particolare dal quarto più regolare. Tutti gli incidenti di percorso sono stati assorbiti e le due canzoni che si affrontano nell'angolo in alto a sinistra del tabellone sono esattamente quelle previste dal ranking: la #1 contro la #8. Ricordo che il ranking è interamente basato su una metrica non così rilevante, ovvero il numero di ascolti su Spotify – in fondo chi è che ascolta Battiato su Spotify? Eppure, almeno per un quarto, la metrica ci ha azzeccato, mettendo contro due brani separati da poco più di due anni: né si tratta di una grande coincidenza, visto che gli otto qualificati risulteranno tutti pubblicati tra il 1979 e il dicembre 1983: La stagione dell'amore è appunto il più recente. È anche l'unico del mazzo a non essere accreditato anche a Giusto Pio, probabilmente perché nella maggior parte dei casi il contributo di Pio era riferito all'arrangiamento e all'orchestrazione (il fatto che Battiato lo ritenesse un contributo così rilevante da accreditarlo co-autore è l'ennesima prova della sua generosità). La versione '83 della Stagione è uno dei casi in cui Battiato ritiene di non avere più bisogno di orchestrazioni, né di arrangiamenti che non siano quelli da lui composti sugli strumenti digitali che sta adoperando. È una decisione di cui, come abbiamo visto, si pentirà presto. 

Cos'hanno in comune i due brani? Più di quanto si possa intuire al primo ascolto. Una componente parodica, quasi ludica, che in Centro si sfoga nel ritornello (il più classico dei giri di Do, negli anni in cui a Sanremo era quasi obbligatorio) e nella Stagione dell'amore si esprime nel fraseggio della tastiera elettronica (i due famigerati accordi in levare, una trovata più Righeira che Battiato). E a un certo punto in entrambi i brani succede qualcosa di simile: una scala ascendente di accordi dal sapore vagamente 'disco' che in Centro fa da rampa tra il ritornello e la strofa ("Over and over again...": Re/Mib/Sol) mentre nella Stagione costituiscono l'inciso ("Ancora un altro entusiasmo...": Sib/Do/Re).

Che cos'hanno di diverso? Centro è una canzone sul mascheramento, sulla necessità di sembrare diversi da quello che si è (più accomodanti, più popolari); La stagione è il primo brano in cui FB si pone il problema dell'invecchiamento, anche solo per negarlo e per prometterci nuove estati di passione. Voterete Centro se vi siete affezionati al Battiato essoterico (con due s), quello che scende nell'arena del pop per farci parte del suo universo di insegnamenti preziosi che forse non meritiamo; voterete La stagione se lo considerate più un compagno di viaggio, uno che ci esortava a non guardare indietro, a vivere ogni istante come il più importante ecc.. In ogni caso dovete votare a partire da oggi; il sondaggio scade la mezzanotte del 29 agosto.   

Si vota qui – il tabellone

120. E avete voglia di mettervi profumi e deodoranti

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato – oggi col secondo derby della Voce del padrone: la canzone più arrabbiata contro la canzone più eccitata].

Si vota qui – il tabellone

1981: Bandiera bianca (Battiato/Pio, #6)

Mister Tamburino non ho voglia di scherzare: rimettiamoci la maglia, i tempi stanno per cambiare. La prima volta che ho sentito Mr Tambourine Man, io sapevo già che era una canzone importante perché l'aveva citata Battiato in Bandiera bianca. Ovvero non bisogna sottolineare che qualsiasi opera citazionistica degli adulti, i giovani negli anni dell'apprendistato la tratteranno comunque come un'enciclopedia. Pure Achille Lauro, pure i Maneskin, per voi sono rifritture di cose già sentite: per loro sono la porta di accesso alle stesse cose.

Bandiera bianca rientra in un insieme buffissimo di canzoni italiane ispirate da Dylan, ma che assolutamente non sono cover di Dylan, anzi ci assomigliano proprio poco. Questo insieme comprende [Se sei bello ti tirano le] Pietre di Ricky Gianco (ispirata a Rainy Day Women), Tropicana del Gruppo italiano (ispirata a Black Diamond Bay), forse Un'overdose d'amore di Zucchero (Shot of Love), ci metterei anche Buonanotte fiorellino di De Gregori la cui somiglianza con Winterlude è appunto più concettuale che melodica.  In quasi tutti questi casi, Dylan non è scopiazzato e nemmeno citato; è poco più di una reminiscenza (ancora più eccentrico il caso di Vedendo la foto di Bob Dylan di Pippo Franco). In Bandiera bianca Battiato sembra ricorrere a Dylan in un senso antifrastico, o almeno così l'ho sempre voluto intendere: è finita l'era dell'impegno politico, i tempi sono cambiati, siamo nel riflusso, sul ponte sventola bandiera bianca. C'è poi da aggiungere che il montaggio citazionista che Battiato sfoggia tra Patriots e La voce del padrone non è una pratica sconosciuta allo stesso Dylan, che vi ricorreva già ai tempi di Highway 61 e Blonde On Blonde: nel momento in cui si rimise a scrivere canzoni Battiato potrebbe essersi ispirato a certi frullati di parole di Dylan. E da Dylan Battiato potrebbe anche aver preso la disponibilità a cambiar pelle all'improvviso: da acustico a elettrico a country nel giro di sei anni, un esempio illustre di come ci si può reinventare continuamente e rimanere in qualche modo fedeli a sé stessi. Di Dylan ripescherà altri due titoli di successo in quella gita alla collezione di dischi in soffitta che è la coda di Cuccurucucù: Just Like a Woman e Like a Rolling Stone. E poi basta, non ne parlerà più, non lo citerà più. Tornerà sugli Stones e sui Doors nella sua versione di La musica muore; tornerà ai Beatles in Stati di gioia. Su Dylan non tornerà più.  

1981: Sentimiento nuevo (Battiato/Pio, #11)


Dopo averne letti un po' e dopo averci riflettuto bene, mi pare che i testi più utili per capire un po' di Battiato siano quelli di Fabio Zuffanti, a cui le mie glosse devono parecchio. Tra i battiatisti Zuffanti non solo è il più esperto da un punto di vista musicale, ma è anche quello che più si danna nella ricerca di significati per certi astrusi grumi di parole che lo stesso Battiato avrebbe avuto difficoltà a giustificare. E di solito è una ricerca fruttuosa – segnalo uno dei rari casi in cui mi trovo in disaccordo, ovvero secondo Zuffanti "il senso del possesso che fu prealessandrino" è un riferimento al "verso alessandrino", il doppio settenario che s'impose in Francia nel Cinquecento e divenne il verso standard del teatro francese nel secolo successivo. Ora, potrebbe anche avere ragione, ma per me è più semplice considerare "pre-alessandrino" nel senso di "pre-ellenista", ovvero precedente a quella precoce globalizzazione degli usi e dei costumi imposta da Alessandro e dai suoi successori. Considerando che tutte le pratiche erotiche menzionate nella canzone sono fiorite in terre conquistate da Alessandro (anche se lo "shivaismo tantrico", ammesso che esista, è nato ben dopo), Battiato a mio parere sta parlando di sensibilità sessuali classiche o arcaiche, e non di metriche rinascimentali. Sempre ricordando che la sua priorità era scrivere un testo abbastanza alla svelta per una canzone scritta all'ultimo momento. Che poi questo testo sia diventato uno dei suoi più famosi è cosa che, abbiamo visto, stupiva lui per primo.  

mercoledì 24 agosto 2022

119. Abbocchi sempre all'amo

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato – oggi la canzone che ha vinto il sedicesimo con più margine contro quella che l'ha spuntata per tre voti. E nessuna delle due (ormai è sorprendente) sta nella Voce del padrone].

Si vota qui – il tabellone

1980: Up Patriots to Arms (Battiato/Pio, #19)

Giusto per una manciata di voti, Up Patriots ha sconfitto Il re del mondo e devo prenderne atto proprio oggi, mentre tra le notizie c'è questa cosa di un partito postfascista che distribuisce nelle spiagge "la settimana enigmistica dei patrioti". Da cui potrebbe derivare l'ennesimo slancio di mani avanti: è vero, Battiato indulgeva nell'uso di termini che già ai tempi indicavano una certa destrorsità, come appunto "patria", però lo faceva in modo assolutamente ironico o comunque non ideologico (e magari persino inconsapevole); è vero, attingeva da un serbatoio culturale che ai tempi veniva etichettato "nuova destra", ma poi ci sono state destre talmente più nuove (o più vecchie) che oggi quella "nuova destra" è praticamente centrosinistra avanzato, insomma è più facile immaginare un Letta con un Adelphi in mano, di un Salvini. È vero, almeno una volta si è trovato a suonare a una festa di Alleanza Nazionale, ma non se ne stava rendendo conto e... ma perché sento l'esigenza di scrivere queste cose? Mi accorgo che sto reagendo da militante: Battiato è morto e io sto vegliando sul cadavere, cerco di spaventare gli avvoltoi, ma "io" chi sono? Non sarò per caso pure io uno sciacallo, uno che è geloso e lo vuole tutto per sé? Perché insisto tanto sulla componente postmoderna e fingo di non vedere che in Battiato c'è sempre stato tanto altro che non poteva piacermi? 

In parte lo faccio per rispetto del defunto, che in vita rifiutò qualsiasi etichettatura che sapesse di destra, anche perché in quegli anni poteva portargli soltanto dei danni: non è escluso per esempio che la famosa recensione di Manfredi sulla Stampa non gliene abbia portati (l'Arca vendette bene ma la metà del disco precedente). Rileggendo ci si accorge che a quei tempi "nuova destra" significava Calasso e Cacciari, insomma designava (dispregiativamente) una zona molto meno angusta di quella pattugliata oggi dai Marcello Veneziani di turno o dai ragazzini intelletto-dissidenti (non è che quella cricca particolare non esistesse già, ma nessuno vi avrebbe fatto affidamento, specie se di mestiere voleva vendere due o tremila dischi).

Però in quella zona culturale ci stava benissimo, meglio di qualsiasi altro cantautore e non soltanto perché citava René Guénon o Nietzsche. Battiato ci stava perché era un critico della modernità (come siamo tutti); un mitologo della propria infanzia (come siamo siamo tutti); e vedeva la Storia come una Caduta da uno stato di innocenza primigenio, e quando credi in questa cosa non puoi che avere in uggia ogni forma di progresso sociale. Se sei di buon umore la irridi, se sei di cattivo umore ti scappa l'invettiva accigliata, e a Battiato scappavano e non erano incidenti. Dietro gli stratagemmi avanguardistici covava un reazionario, e adesso cosa pretendo di fare? Separare l'avanguardia dalla reazione? Raccontarmi che ho smesso di ascoltare Battiato perché invecchiando questo suo aspetto diventava preponderante? Ma non è vero, e Battiato ho smesso di ascoltarlo per altri motivi. Il vero problema non ce l'ho col Battiato reazionario, ma col Battiato kitsch.


1982: Voglio vederti danzare (Battiato/Pio, #3)

Poiché Nevski ha trovato sul suo cammino Cuccurucucù e Radio Varsavia si è ritrovata La stagione dell'amore, questa sfida è anche l'estremo spareggio tra Patriots e L'arca di Noè, i due dischi liminari al capolavoro: bisogna decidere quale dei due porterà almeno un pezzo agli ottavi. 
Per quanto riguarda Voglio vederti, abbiamo avuto modo di notare nel brano il ritorno di quella cadenza che a partire dalla Voce (e almeno fino a Mondi lontanissimi) è una vera e propria segnatura di FB: Tonica, dominante, sopratonica (I-V-ii). Il motivo per cui FB è riuscito a infilarla in tante canzoni senza dare mai la sensazione di ripetersi sta nel fatto che non l'ha mai usata ossessivamente, ma sempre come punto di partenza per costruire qualcosa di diverso. Qui ad esempio completa il primo giro con la sopradominante, (vi) ("...nel deserto"): la stessa soluzione tornerà nell'Animale, ma con un esito diverso perché nel secondo giro ("Con candelabri in testa") Battiato decide di disfarsi di tutti gli accordi in minore, e optare per il più semplice e solare I-IV-V (Twist and shout!) che produce un senso di ascensione trionfale: "o come le balinesi nei giorni di festa". A questo punto siamo pronti per celebrare un ritornello che ci aspettiamo il più festoso possibile, e FB non ci delude, anzi ci apparecchia la progressione che in quegli anni stava diventando la più popolare in assoluto e forse lo è rimasta: il responsabile, almeno per l'Italia, potrebbe essere stato Bob Marley con No Woman No Cry. Si tratta insomma della I-V-vi-IV (la stessa anche di Nomadi, e che abbiamo sentito così mirabilmente variata negli Uccelli), che funziona bene da qualsiasi parte uno la cominci, ma in Voglio vederti danzare comincia forse dall'accordo meno intuitivo, il quarto ("E gira...") così da mimare il capogiro di chi sta realmente girando in tutta la stanza, ma soprattutto creare come la necessità che il giro si ripeta su sé stesso fino a un completamento che ci sfugge sempre. Del resto dopo due giri Battiato ingrana la marcia e salta di tonalità: espediente che nel brano ripete ben tre volte. Il risultato è un brano inimitabile, che per quanto prenda qualcosa da tanti altri, non somiglia davvero a nessuno. 

118. Via, via, via da queste sponde

[Buongiorno dalla Gara delle canzoni di Franco Battiato – oggi col derby dell'estate].

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1981: Summer on a Solitary Beach (Battiato/Pio, #7).

Battiato, un cantante per l'estate (ve lo sareste immaginato, un torneo come la Gara, in un'altra stagione?) Se non gli è successo, come alla collega Giuni Russo, di rimanere bloccato in una definizione del genere, è forse semplicemente perché dagli artisti di sesso maschile ci si aspettava una maggiore duttilità. E in effetti a guardar bene il catalogo, le stagioni le ha cantate tutte (anche se per l'inverno si è affidato a De André). Non c'è dubbio che però, delle quattro, l'estate sia stata il suo destino. La prima competizione in cui trovò successo: il Disco per l'Estate. L'argomento di tante sue canzonette del periodo (non necessariamente scritte da lui): ti devo lasciare per l'estate / ti devo lasciare perché è finita l'estate. La sua prima canzone autobiografica, Sequenze e frequenze; e dopo la fase sperimentale, il suo primo successo da autore: Il vento caldo dell'estate. (E il secondo: Un'estate al mare). (Il terzo non so se si possa definire successo: Cocco fresco cocco bello di Ombretta Colli). Persino i brani della Voce del padrone cominciarono a circolare intensamente nei mesi estivi del 1982, quando ormai FB aveva un altro album in canna. Quest'aura estiva era giustificata dal brano d'apertura, in cui Battiato riprendeva le atmosfere di Sequenze e frequenze (compresa l'irruzione finale del sax di Aries). È come se il successo, inseguito o conseguito, coincidesse con l'arrendersi all'estate, alle sue statiche epifanie.  


1984: I treni di Tozeur (Battiato/Cosentino/Pio, #10)

Potete ascoltare per decenni Tozeur – perlomeno a me è successo – senza far caso alla bislacchità di quel primo verso: le strade vedono passare i treni. Insomma non c'è anima viva che li guardi quei treni, nemmeno una lucertola, un insetto, nessuno: ma esiste un treno se nessuno lo guarda passare? Ma siccome il treno effettivamente esiste, stabiliamo che lo guardino passare le strade. Tutto questo, a cercare di spiegarlo, prende righe su righe di circonlocuzioni ridicole, mentre per anni il significato subliminale era penetrato con chiarezza: i treni passano e per strada non c'è nessuno. Battiato procede per immagini incongrue come miraggi nel deserto (le astronavi nelle chiese abbandonate, di nuovo, una delle cose più insensate e più suggestive che ha scritto).

Ripeterò un'altra cosa sul duetto: in un paio di occasioni, Battiato comincia un verso "i treni..." e Alice lo completa ("...di Tozeur"). Come se fosse un solo cantante. È un miraggio anche questo, volendo: e funziona quasi soltanto se la voce femminile è quella di Alice. 

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martedì 23 agosto 2022

117. Lo spazio cosmico si sta ingrandendo

[Arieccoci con la Gara delle canzoni di Franco Battiato – oggi col primo derby della Voce del padrone].

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1981: Gli uccelli (Battiato/Pio, #15)

Che La voce del padrone fosse l'album da battere, era chiaro sin dall'inizio. Quel che sinceramente non m'aspettavo è che portasse tutte e sette le sue canzoni agli ottavi (sì, sette canzoni su sedici sono della Voce del padrone). Compresa quella che Battiato aveva scritto 'brutta apposta' (Bandiera bianca). Compresa quella scritta all'ultimo momento per raggiungere la mezz'ora (Sentimiento nuevo). Compresa la canzone del disco meno ascoltata su Spotify (Segnali di vita), che oggi si batte con la seconda canzone meno ascoltata dell'album: Gli uccelli. Si tratta insomma teoricamente dei due pezzi più deboli della Voce del padrone e... sono due capolavori che Battiato ha raramente eguagliato, il vero fulcro di un album che tutti associano al citazionismo postmoderno (molto meno presente che in Patriots) e all'invettiva di Bandiera bianca, ma che contiene quasi per metà canzoni che di ironico non hanno niente e viceversa insistono sulle atmosfere, sulla contemplazione dell'universo e la speculazione sulle regole che lo reggono. Gli uccelli, ne abbiamo già parlato, potrebbe essere la canzone più "Battiato" in assoluto, in quanto sintesi quasi miracolosa di numerosi stilemi: l'orchestrazione liederistica, quel marchio di fabbrica che è la cadenza I-V-ii, le invenzioni lessicali pseudotecniche ma felicissime ("geometrie esistenziali"), la sensibilità per la natura e soprattutto per i cambiamenti di stagione: tutte queste cose Battiato le ripeterà tante volte nel corso della carriera, ma mai tutte assieme e così bene amalgamate.  


1981: Segnali di vita (Battiato/Pio, #31)

Abbiamo visto come dei brani della Voce, Segnali di vita fosse di gran lunga quello col ranking più basso, tanto da farci sospettare un boicottaggio di Spotify. Eppure proprio a Segnali di vita è riuscito l'exploit fin qui più eroico del torneo: sconfiggere La cura, il brano col ranking più alto (#2!) tra quelli non facenti parte della Voce del padrone. Il che non è che ci dica molto su Battiato: in compenso ci conferma che i giurati della Gara ragionano più per album che per canzoni di successo, e ritengono che il brano più in ombra dell'album migliore sia più riuscito del brano più popolare del resto della sua carriera (un commentatore da qualche parte proponeva di rifare il torneo escludendo i brani della Voce: non avrebbe senso ma forse sarebbe più combattuto e interessante).

In Segnali di vita Battiato guarda le stelle (oltre ai cortili), come i cantautori talvolta fanno e un giorno sarebbe interessante mettere insieme un po' di canzoni dove succede questa cosa – per dire, più o meno nello stesso periodo De Gregori guarda le stelle e vede i missili detonare bombe N. Dalla è molto meno pessimista e anche Battiato, qui e poi in Via Lattea, vede nel cielo stellato le possibilità per una nuova evoluzione. Poi col tempo ho l'impressione che l'universo in espansione sia diventato una prospettiva sempre più deprimente, un argomento sempre a portata di mano ogni volta che si vuole ribadire la nostra insignificanza (mi viene in mente San Lorenzo dei Cani, ma potrebbero esserci altri esempi). 

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domenica 21 agosto 2022

116. Un'immagine divina di questa realtà

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato – oggi il primo successo pop contro il primo sermone del Maestro].

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1979: L'era del cinghiale bianco (Battiato/Pio, #12)

“Il cinghiale bianco indicava presso i Celti il sapere spirituale, la Conoscenza. Penso che sia venuto il momento di non perdere più tempo appresso ai problemi sociali ed economici, facendoli apparire come inesorabilmente oppressivi ed unici responsabili del nostro star male. Perdere tempo intorno alla dialettica servo-padrone ha il solo scopo di allontanare dai problemi ben più seri e fondamentali quali per esempio la comprensione dell’universo e della relazione nostra con esso”. A quanto pare il senso del ritornello è tutto qui (le strofe invece sono cartoline dalla Tunisia). Il '77 bolognese e il delitto Moro hanno segnato la fine di quell'"influenza cosmica" che secondo Battiato per dieci anni si era fatta sentire su diverse città italiane. Circola un'aria di rigetto per la politica (circola anche tanta eroina a prezzi di lancio), vuoi vedere che al Decennio dell'Impegno Politico non subentri il Decennio della Sapienza, il Decennio della Comprensione dell'Universo? Come avrebbe constatato nel '92 in Tecnica mista, il decennio in questione si sarebbe rivelato quello "della Discoteca". E vabbe'. In realtà i segni della discotechizzazione dell'universo giovanile nel 1979 si potevano già cogliere, e anzi lo stesso Battiato nell'Era qualcosa aveva colto: sotto i virtuosismi del violino c'è una cassa dritta, un incedere secco e spietato. Mentre auspicava l'avvento della Conoscenza, Battiato non disdegnava le lusinghe della Disco.  


1988: E ti vengo a cercare (#5)

È abbastanza significativo che dopo la clamorosa debacle della Cura, la canzone più recente in gara rimanga proprio E ti vengo a cercare, il brano che segna la definitiva consacrazione, ma diciamo pure monumentalizzazione di Franco Battiato, ormai maestro venerato dal Vaticano ai circoli postpunkettoni. Già: eppure da qui in poi nessuna canzone ce l'ha fatta fino agli ottavi. il Battiato museificato post Fisiognomica continuerà a produrre musica degnissima d'interesse, sorprendendo più di una volta pubblico e addetti ai lavori, ma senza raggiungere più i vertici qualitativi precedenti alla sua consacrazione. Questo almeno secondo la giuria popolare della Gara, quindi magari non significa niente; o che di quasi ogni artista la fase più interessante è quella ascendente. Quando ancora stai cercando di capire come maneggiare i tuoi strumenti, quando ti scappano mosse sbagliate ma che suggeriscono possibilità impreviste. E ti vengo a cercare è un brano che comunica viceversa una grande serenità e sicurezza dei propri mezzi (il modo in cui gioca sulla progressione IV-V-I, la cadenza della soddisfazione, della compiutezza, senza applicarla pedissequamente ma variandola con sapienza). Alla fine ci dice esattamente questo: io sono arrivato, ora tocca a voi venirmi a cercare. 

(Giusto una noterella sull'omonimo opus di Scanzi: un intero capitolo è dedicato a questo trauma terribile per un giornalista musicale, ovvero il momento in cui Battiato/Beatrice gli toglie il saluto; e il motivo di una simile onta, che Scanzi sta ancora cercando di lavare, è il fatto che aveva osato scrivere qualcosa di non assolutamente positivo su un film del Maestro, pensate! Il tormento, il rovello interiore del critico che si strugge perché un artista si è sentito offeso dalle sue recensioni, il livello del giornalismo italiano contemporaneo).

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115. E quando si trattava di parlare aspettavamo sempre con piacere

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato – oggi i balletti russi contro il twist, la canzone più lenta di Patriots contro la più veloce della Voce del padrone, se non di tutto il repertorio].

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1980: Prospettiva Nevski (Battiato/Pio, #13)

C'è già capitato di notare come Prospettiva abbia goduto di un successo postumo, come del resto tutto Patriots – i brani che per Battiato e la EMI aveva un senso promuovere con videoclip o ospitate tv erano Up Patriots e persino Venezia-Istanbul; quanto a Prospettiva, probabilmente non suonava abbastanza di rottura, abbastanza 'new wave', qualsiasi cosa volesse dire in quel momento: lo stesso Battiato non ne era sicuro e aveva inciso il brano solo grazie all'insistenza di Giusto Pio. Prospettiva in effetti è il brano più cantautoriale di Patriots, e non suona poi così diverso dalle cose che nel periodo facevano Venditti o De Gregori. I ritornelli ripetuti conferiscono al brano un sapore di ballata che è unico del repertorio di FB; l'arpeggio scolastico di pianoforte, che in Up Patriots creava uno straniamento, qui invece asseconda l'impianto memorialistico di una canzone che parla di studenti infreddoliti. Ha anche tantissime strofe, per essere una canzone di FB, da cui la necessità di movimentare un po' le cose aggiungendo volta per volta gli strumenti (tra cui spicca la chitarra di Radius). A Battiato in quel periodo non piaceva sentirsi chiamare cantautore; affermava di essere qualcosa di diverso, un musicista a tutto tondo; Prospettiva era quel tipo di canzone che forse immaginava cantata da qualche altro interprete, e in effetti la svolta ci fu quando la incise Alice.  

1981: Cuccurucucù (Battiato/Pio, #4)

L'ultima volta che ci siamo visti con Cuccurucucù stavo cercando una versione live per dimostrare come negli anni fosse diventato il vero momento 'rock'n'roll' dei suoi concerti, quando invece sono inciampato in quella che forse è la più antica registrazione (abusiva) di una Cuccurucucù live, e mi sono reso finalmente conto di una cosa: non è vero che Battiato l'abbia accelerata e indurita col tempo. Proprio il contrario. Cuccurucucù nasce velocissima, è probabilmente la canzone coi bpm più alti di tutto il suo repertorio – ma non mi stupirei se fosse la più veloce di tutto il pop d'autore italiano. Certo, direte voi, bastava mandare il Roland 808 al massimo e suonarci sopra. Beh, nel 1981 non è che fosse scontato. Non lo sarebbe neanche adesso – immaginatevi se qualche cantante se ne uscisse con una canzone dal ritmo altrettanto veloce. Il segreto del fascino particolare di Cuccurucucù potrebbe stare anche solo in questo: è un pezzo che manda in fibrillo l'ascoltatore. È una canzone che funzionò sin dal primo istante – lui stesso in un'intervista racconta il suo stupore nel sentire il pubblico cantare il ritornello di un brano che non aveva ancora inciso. Verso la fine degli Ottanta (nella fase in cui cantava seduto su un tappeto per buona parte del concerto) Battiato avrebbe sentito la necessità di rallentarla, producendone versioni che potremmo definire, con una parola che al tempo non si usava ancora, unplugged. Per poi riaccelerare di nuovo, quando decise di rimettersi a far casino. La stagione dell'amore viene e va.

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sabato 20 agosto 2022

114. L'orgoglio di fantastiche operaie

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato – oggi con l'ottavo sulla carta più equilibrato: la #8 del ranking contro la #9].

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1982: Radio Varsavia (Battiato/Pio, #9)

A questo punto devo accettare l'evidenza: Radio Varsavia è uno dei classici di Franco Battiato. Per quanto io non sappia più di tanto spiegarmi la cosa. Non ho mai sentito nessuno cantarla (del resto non è così facile da cantare). Non mi risultano cover. Lo stesso Battiato non sembrava interessato a inciderne una versione dal vivo: tanto efficace era stato l'effetto di quel coro sovrapposto a un brano di orchestra campionato, irriproducibile in concerto. Un'ipotesi – da verificare – è che l'alto numero di ascolti su Spotify (è la nona canzone di FB più ascoltata in assoluto!) dipenda dalla sua inclusione nella colonna sonora di Chiamami col tuo nome di Guadagnino. Però a questo punto, se si trattasse soltanto di un'anomalia statistica, Radio Varsavia non sarebbe tra le sedici canzoni superstiti. Non avrebbe battuto Gente in progresso, Zai saman, Amore che vieni amore che vai, Lettera al governatore della Libia. Sarà per quel titolo così ben scelto – qualsiasi titolo suona meglio con la parola "radio" davanti, lo sanno bene i REM, Roger Waters, Patti Smith; e in quegli anni ogni capitale dell'Europa centro-orientale aveva un sex appeal difficile da spiegare ("Warsaw" era il primo nome dei Joy Division, abbandonato perché già preso). Anche l'ipotesi politica lascia molto perplessi, ovvero: non è escluso che negli anni a seguire qualcuno si sia messo ad ascoltare Radio Varsavia perché sembrava una canzone anticomunista. Ma per accettarla come tale non solo bisognerebbe fingere che non esistesse la quarta strofa sulle biciclette di Shangai: occorre anche aver attraversato gli Ottanta in una campana di vetro, o essere nati dopo. L'idea che con Radio Varsavia Battiato tirasse la saracinesca su un decennio di cantautori politicamente impegnati e allineati al marxismo è giusto una fantasia da elettore di Fratelliditalia: tutto quell'allineamento non c'era mai stato (riascoltatevi Sono solo canzonette), e peraltro il decennio era cominciato con Guccini che cantava Primavera di Praga, insomma tra sovietici e dissidenti i cantautori avevano sempre scelto i secondi con buona pace di Berlinguer (che in quegli anni si diceva protetto dagli euromissili); Battiato, che pure appariva diverso e nuovo sia per la musica che per le parole, in Radio Varsavia sembrava piuttosto per un attimo riallinearsi al modello gucciniano. Forse semplicemente Radio Varsavia piace perché è una grande canzone: perlomeno io l'ho sempre trovata tale. Ma non credevo di essere in così larga compagnia, ecco. Un po' mi dispiace, non lo nascondo.


1983: La stagione dell'amore (#8)

Orizzonti perduti è più o meno contemporaneo di Technopop, il disco fantasma dei Kraftwerk. All'inizio doveva chiamarsi Technicolor, ma quest'ultimo era un marchio registrato (Battiato aveva goduto di maggior tolleranza con La voce del padrone). Technopop non sarebbe mai uscito a causa di un terribile incidente capitato a Ralf Hütter in un periodo in cui forse si dedicava più al ciclismo che alla sua carriera musicale. Dopo qualche settimana di coma e altri mesi di riposo, nel momento in cui ripresero i nastri di Technopop, Hütter e i colleghi condivisero la sensazione che i suoni fossero improvvisamente datati – le tastiere che fino a pochi mesi prima sembravano fantascienza ora suonavano autoscontro-del-pomeriggio. Battiato non andava in bicicletta, prendeva tante multe per divieto di sosta, disertava probabilmente fiere e autoscontri, in quel periodo credeva davvero che il futuro della musica sarebbe stato più elettronico che acustico, più pop che sinfonico, e probabilmente non ascoltava abbastanza schifezze in radio per rendersi conto di quanto i suoni delle apparecchiature Roland stessero impregnando la musica dance più deteriore. Il risultato è che per capire l'errore che non fecero i Kraftwerk nel 1984, non c'è niente come ascoltare il disco che Battiato fece uscire nel dicembre 1983. Di cui La stagione dell'amore è il brano più famoso, ma anche uno dei pochi episodi (insieme alla Musica è stanca) in cui Battiato sembra consapevole della rapida obsolescenza dei suoni che sta mettendo assieme, e tentato dall'opzione autoironica. Ed è anche l'unico brano, come abbiamo visto, che negli anni verrà completamente riarrangiato. Anche Technopop, una volta riarrangiato, uscirà nel 1986 col titolo Electric Café: malgrado a quel punto i Kraftwerk fossero un monumento della musica elettronica, sarà il loro primo lavoro realizzato con strumenti digitali (e non suona comunque molto meglio di Orizzonti perduti). 

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venerdì 19 agosto 2022

113. Al mattino, improvviso, il sereno

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato – lo so che vorreste che non finisse mai, e invece oggi cominciano gli ottavi, con la sfida apparentemente più impari, ma arrivati a questo punto chissà].

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1974: Sequenze e frequenze (#144)

Delle sedici canzoni rimaste in lizza, Sequenze e frequenze è decisamente il pesce fuor d'acqua. Benché sia un po' presto per conoscerle tutte – qualche testa a testa è ancora in corso – dovrebbero essere quasi tutti brani compresi nelle prime venti posizioni del ranking; Sequenze e frequenze è la numero 144. Le altre provengono tutte dal decennio 1979-1988; Sequenze e frequenze è l'unico brano pre-Cinghiale. Nessuna dura più di cinque minuti; Sequenze dura un quarto d'ora. Sono tutti brani di pop italiano; Sequenze è un'altra cosa. Ormai la sua importanza esula dal suo ruolo (pur rilevantissimo): è l'unica a portare la bandiera di un Battiato diverso, prog o avanguardista che sia. Un dettaglio sul quale non ci siamo mai soffermati: il lessico è semplicissimo, quasi a grado zero (il termine più ricercato è "ammuffire"). Un segno che la purificazione di cui Battiato parla, riferendosi all'album Sulle corde di Aries, si possa intendere anche a livello linguistico: FB non ha più intenzione di stupirci con testi enigmatici o parole astruse. Niente più fantascienza distopica o miraggi di apocalisse. Solo il mare e la memoria.


1981: Centro di gravità permanente (Battiato/Pio, #1)

Gurdjieff mi ricorda istintivamente Marinetti. Ho controllato: è nato dieci anni prima. Lo stesso amore per i tappeti che ti portano la Persia in casa anche se stai a Milano, la stessa tensione verso orizzonti medio-orientali, anche se poi sono così confortevoli i caffè parigini. Gli stessi baffi, più o meno, la stessa pelata. Lo stesso gusto per le supercazzole pseudoscientifiche. Cosa accidenti significherebbe, in fin dei conti, "centro di gravità permanente"? Nella mia quasi totale incapacità di percepire i discorsi mistici (non è che non ci provo, è che di solito capisco solo una serie di enunciati che semplificandosi si riducono sempre a X=X, o Io=io) quello che mi colpisce non è tanto l'identificazione di uno stadio di maggiore consapevolezza di sé, che è quello che ti dice più o meno qualsiasi mistico quando ti parla di qualsiasi pratica, ma l'uso spensierato, diciamo così, di una terminologia scientifica che in quegli anni andava di moda. Einstein sta giustappunto rivoluzionando il nostro modo di concepire la gravità, e dal suo tavolino di caffè non è che Gurdjieff si preoccupi troppo del salto di paradigma tra campo di forze a curvatura dello spazio: quello che coglie al volo, da consumato venditore di tappeti, è che "gravità" è una parola interessante, nuova, e se cominci a parlare di "centro di gravità" la gente non ti scambierà per un vecchio guru ammuffito, bensì per un pensatore filosofo teosofo insomma uno che si tiene aggiornato. Come gli imbonitori che oggi piazzano qua e là un "quantico", come i filosofi postmoderni presi in castagna da Alan Sokal: il centro di gravità permanente è un "fashionable nonsense". Pochi anni dopo, anche Marinetti non è che ne capisca molto di automobili e aeroplani. Con la prima riesce quasi ad ammazzarsi finendo in un fosso per scansare un ciclista: il secondo non glielo fanno provare perché al primo aeroraduno italiano c'è spazio nell'abitacolo soltanto per un poeta e ovviamente tra il pubblico c'è D'Annunzio (pensate che invidia). Marinetti non ha ancora ben chiaro come la velocità cambierà il modo di fare poesia: quel che afferra, dalla sua casa di Milano piena di tappeti e souvenir egiziani, è che cominciare a parlare di automobili aeroplani e velocità lo farà sembrare molto, molto più avanti di D'Annunzio: e poi si vedrà, magari scoppia una guerra e al bagliore dei bombardamenti le cose diventeranno chiarissime. I Curie scoprono la radioattività e lui ritaglia articoli di giornaletti che suggeriscono che possa avere proprietà afrodisiache, ci scrive sopra persino un abbozzo di romanzo.

Quel che retrospettivamente ci spiazza, nei dischi cosiddetti postmoderni, è che Battiato sembra prendersi gioco anche di cose che invece sappiamo quanto prendesse sul serio. Quando canta "l'esoterismo di René Guenon", sembra liquidarlo come una sciocchezza, e invece è proprio da Guenon che prende il concetto di Re del mondo. Allo stesso tempo, come si fa a prendere sul serio "Cerco un centro di gravità permanente" cantato su un mellifluo giro di do. Proprio come i chitarristi da chiesa che esecra, Battiato ha deciso di diffondere la sua fede nel modo più pop possibile, senza tirarsi indietro di fronte al ridicolo: se Matteo Ricci si travestì da bonzo, lui può ben fingersi popstar. Qualcuno riderà, qualcuno crederà che è tutta una presa in giro. Tuttora io preferisco considerarla una presa in giro. 

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112. Le tue strane inibizioni che scatenano il piacere

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con l'ultimo sedicesimo. Erotismo contro folklore, bella lotta no? No, forse no].


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1981: Sentimiento nuevo (Battiato/Pio, #11)


In Sentimiento nuevo l'eros si fa parola. L'esuberanza lessicale (che la renderà una delle canzoni più famose e parodiate) è qualcosa di più di un rituale di corteggiamento; è già parte dell'atto sessuale. È abbastanza chiaro che Battiato è con una ragazza (perlomeno non è mai stato così chiaro e non lo sarà più fino all'era Sgalambro), ma allo stesso tempo è anche in una sua nuvola culturale, fatta di riti dionisiaci, shivaismo tantrico e quant'altro. Tutto questo, se uno si ferma a pensarci, è abbastanza buffo (e infatti la canzone si presta molto bene alla parodia), ma è anche assolutamente realistico: abbiamo tutti una nuvola del genere intorno a noi, quando ci accingiamo al sesso. La nuvola è fatta di scene che abbiamo immaginato, che abbiamo visto (sempre di più ora che la pornografia è una commodity), che abbiamo persino vissuto: scene che ci eccitano, o a volte ci spaventano, ci spronano o ci trattengono. La nuvola non ci impedisce necessariamente di notare che dall'altra parte esiste un partner – e infatti Battiato non se ne dimentica, anzi ci dialoga come ben poche volte nel suo repertorio. Ha strane inibizioni che "non fanno parte del sesso" anche se a veder bene "scatenano il piacere"; inoltre ha una voce che lo cattura come le Sirene avrebbero catturato un meno astuto Ulisse – riecco la nuvola culturale – e una pelle che è come un'oasi nel deserto. Lei nel frattempo magari si sta immaginando di farlo con Lawrence d'Arabia – a volte, se si fa sesso con persone con cui si condividono interessi, le nuvole coincidono così tanto che sembrano annullarsi.


1988: Veni l'autunnu (#86)

Battiato, se stasera non m'inganno, ha scritto quattro canzoni prevalentemente in siciliano: Stranizza d'amuri (1979), Veni l'autunnu (1988), Il cammino interminabile (2001) e 'U cuntu (2009); quindi più o meno una al decennio – comunque più delle canzoni composte in inglese (quelle per Echoes of Sufi Dances non contano). Insomma il siciliano è la sua seconda lingua di compositore. Meritevole di menzione è anche Caliti junku (2012) per lo più in italiano anche se il titolo è siculo (mentre Il cammino interminabile ha un titolo in italiano anche se per lo più è in siculo). Di tutte queste canzoni, solo Stranizza è interamente in dialetto: in tutte le altre c'è almeno un verso in un'altra lingua: nel Cammino l'italiano all'inizio, in Veni l'arabo alla fine, in 'U cuntu il latino. Più che un complesso di inferiorità, è una specie di tensione al plurilinguismo: Battiato vuole sempre ricordarci che il vernacolo è una libera scelta, e che se vuole può parlare qualsiasi altra lingua (magari male, ma può farlo: in Veni l'autunnu la dichiarazione d'amore alla Sicilia viene interrotta da una frase da corso di arabo livello principianti). Come spiega in Caliti junku: un proverbio siciliano potrebbe anche essere arabo o tibetano: l'uso del dialetto non dovrebbe distoglierci dal significato universale. Eppure almeno le prime due canzoni sono anche atti d'amore per la sua terra natale. Veni e Il cammino sono due curiosi patchwork di modi di dire tradizionali, e quindi sono anche i due brani più apparentemente folkloristici. 'U cuntu è un'elegia sulla fine della civiltà come Battiato ne ha cantate tante. Stranizza è una canzone d'amore come Battiato non ne aveva mai scritte (e non ne scriverà più), il che ci autorizza a pensare che il siculo gli serva anche come schermo. Ma a questo punto non si può non ipotizzare che una simile funzione di schermo non sia da estendere anche a Veni, in cui col pretesto del folklore Battiato scrive cose molto impegnative alla sua terra: Sicilia bella mia, Sicilia bella. Che strano e complicato sentimento, no non te le posso dire le mie pene, chissà se tu sei in grado di capire, non so nemmeno io perché ti voglio bene.  

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giovedì 18 agosto 2022

111. Nel fango affonda lo stivale dei maiali

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi col derby degli abusi di potere. Si sfidano oggi due invettive, ma anche due decenni l'un contro l'altro armati. Chi vincerà? Il primo sta già sventolando la bandiera di chi si arrende].

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1981: Bandiera bianca (Battiato/Pio, #6)

La cosa più sorprendente di questo sedicesimo di finale è che tra Bandiera bianca e Povera patria ci sono appena dieci anni – che almeno per chi è classe Pollution, come il sottoscritto, valgono venti se non trenta: Bandiera bianca la cantavamo alle elementari, Povera patria prima della maturità. Può darsi quindi che sia un mio errore prospettico a darmi la sensazione che Battiato abbia cambiato più pelli tra La voce del padrone e Come un cammello in una grondaia che da lì in poi. Sono due brani che risentono dello spirito dei tempi in cui sono stati composti, e a volte danno la sensazione di anticiparlo: l'ironia straniante di BB sta agli anni Ottanta come l'indignazione accigliata di PP ai Novanta. Ora, di solito quando parliamo di decenni non parliamo sul serio. Un decennio è un insieme arbitrario di anni, identificare questa o quella tendenza con un decennio è una semplificazione giornalistica che nessuno – nemmeno i giornalisti – prendono sul serio. Nessuno tranne Battiato. Lui a questa cosa dello Zeitgeist dei decenni sembra crederci davvero (del resto credeva agli oroscopi). È quello che possiamo dedurre da un passaggio di Tecnica mista sul tappeto in cui parlando di anni Settanta, Battiato spiega: "C'era un'influenza cosmica che si è fatta sentire su diverse città italiane. È durata circa un decennio. Poi tutto è sparito. In seguito è arrivato il decennio della discoteca. Adesso sembra che si sia entrati nel decennio dell'impegno. Così, avanti e indietro, come un balletto". Era il 1992, io stavo dando la maturità, e se l'avesse chiesto a me non mi sarei sentito in coscienza in grado di confermare questa cosa del "decennio dell'impegno". Sì, lo yuppismo anni Ottanta sembrava già morto e sepolto, c'era stato qualche movimento studentesco e la guerra del Golfo aveva stimolato un'ulteriore stagione di contestazioni. Evidentemente Battiato da queste rondini traeva l'impressione di una nuova Primavera dell'impegno politico. Non importa quanto poco ci stesse azzeccando, quanto il fatto che non voleva affatto presentarsi a mani vuote: Povera patria è un brano concepito tenendo conto delle "influenze cosmiche", come un regalo per una generazione che Battiato immaginava molto più arrabbiata e engagé di quanto poi dimostrò di essere. Il che prova che FB non è un rabdomante infallibile, e che noi come generazione abbiamo fatto pena (per fortuna le generazioni non esistono davvero, sono solo un insieme arbitrario di persone nate in un periodo x eccetera).


1991: Povera patria (#27)

"Quando qualcuno mi dice «con Povera patria sei stato profetico» mi viene da ridere. Quella canzone e quelle parole funzionavano quando le ho scritte, ma potevano andar bene nell’Antica Grecia, durante il Basso Impero Romano e anche in quello Alto. È una canzone che parla di una categoria umana immutabile, che, per mantenere la sua posizione di dominio sugli altri, usa la violenza, la falsità, ruba e manca di rispetto. Rappresenta un senso del potere malato. Appartengo alla categoria di quelli che non amano comandare, né essere comandati. In quella canzone parlavo di dittature tradizionali, che si vedevano, e purtroppo ce ne sono ancora. Ma sono davvero irreali i sistemi esoterici-materialistici che stanno governando le nostre vite attraverso il denaro". 

Secondo Paolo Jachia (Battiato Voglio vederti danzare, Ancora 2022), lo "stivale dei maiali" che affonda "nel fango" non è necessariamente l'Italia. Gli stivali potrebbero essere, suggerisce quelli sempre tirati a lucido dei generali golpisti, Perché no, e allo stesso tempo perché in una canzone intitolata "Povera patria" uno stivale non dovrebbe ricordarci la sagoma di suddetta patria? Nel tentativo di stemperare, per quanto possibile, i collegamenti di Povera patria con l'attualità italiana del periodo in cui è stata scritta, Jachia recupera la citazione qui sopra, tratta però da un'intervista di ben vent'anni dopo (su Sette, supplemento del Corriere della Sera, 2011). L'impressione è che lo stesso Battiato si adoperi per trovare una chiave che gli consenta di ri-attualizzare Povera patria, un brano che rischiava di essere indelebilmente associato a un periodo ormai lontano: le stragi di mafia, l'inchiesta Mani Pulite, e così via. Nel 2011 invece Battiato è molto più interessato alla speculazione finanziaria, alla dimensione virtuale se non fittizia del denaro: ne parlava anche in Dieci stratagemmi, ma quel che è interessante è che prima no, prima non ne aveva praticamente mai parlato.  

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martedì 16 agosto 2022

110. La musica contemporanea mi butta giù

[Coraggio patrioti, eccoci a uno snodo cruciale della Gara delle canzoni di Franco Battiato, con due brani suscettibili di innumerevoli interpretazioni, comprese alcune parecchio bizzarre].

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1979: Il re del mondo (Battiato/Pio, #51)

Un giorno in cielo fuochi di Bengala: la pace ritornò, ma il Re del mondo... ci tiene prigioniero il cuore. Non credo che a nessuno mai sia passata per il cervello l'idea di leggere Il re del mondo come una canzone antiatlantista: eppure sentite come filerebbe bene. Abbiamo perso la guerra: ci hanno raccontato che siamo in pace, ma la verità è che abbiamo perso, che siamo sudditi, che siamo schiavi del Re del mondo (l'imperialismo americano). E ora tutto ciò che facciamo è privo di autentico senso; la cosiddetta democrazia non è che un rito fittizio che officiamo per illuderci di avere un senso ("più diventa tutto inutile più credi che sia vero"), e distoglierci da una realtà che ci vede obiettivi strategici del prossimo conflitto nucleare, noi e i nostri ex camerati giapponesi che nelle metro hanno già le maschere a ossigeno. Solo nel "giorno della fine" recupereremo, bruciando, quella libertà che probabilmente non abbiamo mai meritato: e non ci servirà l'inglese. Una cosa curiosa di questa interpretazione, è che non è affatto forzata. Non richiede particolari torsioni del testo, non muove da rebus o sciarade, e soprattutto non ha bisogno di appoggiarsi a dati extratestuali. Anzi, il motivo per cui nessuno la prenderebbe mai sul serio è proprio il fatto che chi conosce Battiato non se lo immagina a intonare un lamento per la perdita della sovranità post-1945. Sono cose di cui non ha mai parlato; è molto più facile seguire le linee interpretative che lui stesso più volte ha additato, Guenon eccetera. Ma se conoscessimo soltanto la canzone, e nulla del suo autore, non avremmo molte difficoltà a riconoscere nel Re del mondo un'elegia sovranista. E se non possiamo credere che l'autore la intendesse consapevolmente in tal senso, nemmeno possiamo escludere che l'inconscio di Battiato (nato e cresciuto a pochi km da una delle più importanti basi Nato nel Mediterraneo) non abbia visto nella nostra condizione di italiani – occupati da più di mezzo secolo anche se facciamo finta di no – una metafora dell'illusorietà dell'esistenza. 


1980: Up Patriots to Arms (Battiato/Pio, #19)

A proposito di interpretazioni: ho sempre trovato buffo come tutti – almeno dai Disciplinatha in poi – abbiano preso sul serio un pezzo come Up Patriots to Arms che invece per me vuol dire, quasi letteralmente: armiamoci e partite. Ma se mi sbagliassi io? La mia chiave di lettura muove, in questo caso, dal contesto extratestuale: è l'alba degli Ottanta, anni di piombo e '77 stanno generando una crisi di rigetto ideologico, nessuno si aspetta che i cantanti invitino all'impegno, anzi tutto il contrario. Sono gli anni in cui slogan e simbologie politiche vengono completamente decontestualizzate: i punk inglesi si adornano di svastiche per puro sfregio, Battiato declama inni patriottici più o meno per la stessa ragione. Non sto dicendo che quello che canta in Up Patriots non abbia senso – ne ha molti – ma il senso non è la priorità: FB secondo me sta giocando a mettere insieme tutto quello che gli interessa, a vedere se montato in un certo senso funziona. A partire dall'inizio, la poesia araba letta col Tanhauser in sottofondo, perché? Perché sì: è un po' come fissare dei paletti, mi chiamo Battiato, spazio da Wagner alla poesia araba: se la cosa vi interessa possiamo proseguire. Questa è la mia lettura, ma potrebbe riflettere più le mie idee che quelle dell'autore. Per esempio seguendo qualche link sono cascato su un'interpretazione molto più raffinata, che nel verso "noi siamo delle lucciole che stanno nelle tenebre" riconosce la missione dei discepoli gurdjieffiani, "luci esoteriche che possono nel loro piccolo salvare il mondo". Io invece ci leggevo un'autodenuncia di meretricio, da parte di un artista di avanguardia che decideva di votarsi al pop da classifica. E se la mia interpretazione potrebbe essere la più vicina all'intento di Battiato nel 1980, può anche darsi che più tardi avrebbe preferito sottoscrivere l'altra. Quel che è certo è che ha continuato a cantarla per tutta la carriera, divertendosi molto, anche quando erano altri artisti a tirarla fuori.  

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109. Perché bella ragazza padovana ti vuoi fare una comune giù in Toscana

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi c'è Voglio vederti danzare contro un'altra canzone – anzi, contro i frammenti di un'altra canzone].

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1980: Frammenti (Battiato/Pio, #94)

È vero che Frammenti ha battuto Inneres Auge di un solo voto; è vero che, chiunque avesse vinto il testa a testa, si sarebbe trovato davanti un avversario insormontabile: è tutto vero ma è anche vero che malgrado tutto Frammenti è ancora qui: un brano che non fa nessuno sforzo di non sembrare un riempitivo (in un disco, peraltro, che non arriva ai 30 minuti); un brano in cui Battiato sembra aver messo il pilota automatico, lasciando i suoi turnisti a svagare con quello che ai turnisti più piace suonare: forse il rock'n'roll. Un testo che sembra fatto dei 'frammenti' avanzati dalle altre canzoni, un po' come E lasciatemi divertire di Palazzeschi era fatta con la "spazzatura delle altre poesie". Patriots è un disco che piace davvero al nostro pubblico votante, che agli highlights di dischi più recenti preferisce i riempitivi dei dischi anni Ottanta. Ferma restando la preminenza della Voce del padrone, Patriots è l'unico disco che si può vagamente accostarle, con cinque brani su sette ammessi ai sedicesimi. Sembra che quello che più ci piace sia il Battiato ancora vagamente non a fuoco, il Battiato che sta ancora cercando la formula esatta sia per esprimersi sia per vendere dischi (magari erano due formule diverse).  

1982: Voglio vederti danzare (Battiato/Pio, #3)

Abbiamo già suggerito di riconoscere, in alcune composizioni di Battiato, il trucco dell'asta del barbiere: ovvero la sensazione che la musica salga sempre più (di ritmo o di tono) mentre invece il baricentro non si sposta. In Voglio vederti danzare il trucco non c'è: la canzone sale davvero di quattro tonalità, dal Si bemolle della prima strofa al Mi di Nei ritmi ossessivi. Un tour de force che doveva renderla particolarmente impegnativa dal vivo (e forse spiega perché a un certo punto confluì in un medley, con una strofa in meno). Alla salita di tono corrisponde un senso di accelerazione che forse non riguarda i bpm (bisognerebbe avere la pazienza di cronometrare), ma si trasmette ad esempio nelle variazioni del riff, quella melodia fin troppo cantabile che quando si arriva a metà canzone diventa un pezzo di bravura. Ma torniamo alla progressione, perché quello che Battiato reitera su quattro chiavi diverse non è un giro di accordi qualsiasi, ma il più caratteristico tra quelli che ha adottato negli anni '80. Alla tonica (I: "Voglio vederti...") segue la dominante (V: "danzare") e quindi, ed è qui che riconoscete la firma di Battiato anche se siete stonati come campane, la sopratonica (ii: "come le zingare nel deserto"). Altri pezzi in cui troviamo I-V-ii: la coda di Cuccurucucù ("With a little help from my friends"), il ponte della Stagione dell'amore ("Se penso a come ho speso male il mio tempo che non tornerà"), la strofa dell'Animale ("Vivere non è difficile"): magari non tantissimi ma, come si vede, molto significativi. Se poi si osserva la parentela tra sopratonica (ii) e sottodominante (IV) (per i chitarristi da spiaggia: tra Do e La-, oppure tra Fa e Re-, che se ci pensate in un giro di Do sono quasi intercambiabili), al mazzetto va aggiunta senz'altro Sentimento nuevo e... Te lo leggo negli occhi. Lo abbiamo detto e lo ripetiamo, in attesa che uno specialista si scomodi a smentirci: è una cadenza di sapore barocco, qualcosa che Battiato potrebbe avere ascoltato sin da bambino sull'organo di chiesa.

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lunedì 15 agosto 2022

108. Distese di sale e un ricordo di me

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi la Tunisia – che ha sconfitto l'Iraq ai trentaduesimi – se la gioca contro la Germania Est. Ma è anche il derby Milva/Alice].

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1982: Alexander Platz (Battiato, Cohen, Pio, #23)

In un'intervista che ovviamente stasera non trovo, qualcuno si arrischiò a chiedere a Battiato quale fosse la sua voce femminile ideale, tra quelle con cui aveva lavorato; invece di eludere saggiamente la domanda e spiegare che ogni voce ha le sue qualità bla bla, Battiato rispose secco: Milva. Ora, una risposta del genere potrebbe anche essere stata dettata dal calcolo di quanto sarebbe stato più difficile telefonare a lei piuttosto che ad Alice o Giuni Russo per chiedere immediatamente scusa – però è curioso che Battiato abbia citato, delle tre, quella che non ha mai duettato con lui (che io sappia) e l'unica che non gli debba il successo, la definitiva consacrazione: senza Battiato, Milva avrebbe venduto diversi dischi in meno, ma sarebbe tuttora Milva. 

Devo confessare una velata antipatia di Alexander Platz; non tanto per lo scippo ad Alfredo Cohen (che alla fine magari gli mise in tasca qualche soldo), non per lo sfondo un po' stereotipato, ma perché credo che abbia rubato la scena a tanti altri solchi di Milva e dintorni, probabilmente il disco più riuscito della factory Battiato-Pio-Radius, con suoni irresistibilmente affini a quelli della Voce del padrone, cui somiglia più che ad altri dischi di Milva (e ad altri dischi di FB). E mi dispiace sinceramente che Battiato abbia deciso di includere nel suo repertorio questa piuttosto che Poggibonsi (coi ricordi di guerra di Giusto Pio!), o Non sono Butterfly (non conosco Singapore; spiegami perché mai mi vuoi schiava per amore), o persino Aeroplani in cui si dimostra che in quegli anni Battiato e Pio avrebbero tirato fuori una hit anche musicando l'orario ferroviario; non lo fecero, ma misero in una canzone un tabellone degli aeroplani in partenza e funzionava. Certo, Alexander Platz era stato il singolo di successo; anche se quando FB lo riprese in Giubbe Rosse, sette anni dopo, era ormai un ricordo lontano. Anche Milva non smise di incidere canzoni di Battiato, ma la formula di quel disco del 1982 era andata persa e non è stata più recuperata. 


1984: I treni di Tozeur (Battiato, Cosentino, Pio, #10)

Se poi ci andate, a Tozeur, e ammirate i motivi di mattoni colorati che adornano il centro storico, sappiate che quando compose la canzone Battiato non li aveva ancora visti; cominciarono a posarli proprio nel 1984. Tozeur è effettivamente un capolinea della rete ferroviaria tunisina, ma i "treni" a cui ci si riferisce sono con tutta probabilità quelli turistici della Lézard Rouge, che coprono la tratta Métlaoui- Redeyef passando dalle gole del Selja, dove è possibile vedere le miniere abbandonate di fosfato (non di sale, ma "fosfato" non suonava così bene, e poi dalle foto sembra sale). Tozeur è una città antica, forse antichissima (il toponimo potrebbe avere un'origine egizia), sorta in un'oasi che ne ha fatto la capitale tunisina del dattero, e che negli ultimi anni ovviamente combatte la desertificazione, ma nelle gole del Selja il cambiamento climatico si è fatto sentire in modo più paradossale, con piogge torrenziali che nel 2009 per un anno hanno causato la sospensione del servizio ferroviario. 

È abbastanza chiaro come Battiato in Tozeur mescoli due scenari che sente particolarmente affini: il Nordafrica delle miniere di sale e una Sicilia rurale in cui tua madre mi vede e si ricorda di me. Poi c'è quel distico pazzesco sulle chiese abbandonate in cui si preparano rifugi e navi interstellari – non ero quindi l'unico al mondo a trovare le chiese simili ad astronavi, o forse ho cominciato a farlo ascoltando Tozeur? È che certe chiese hanno proprio profili che oggi diresti aerodinamici, non è così assurdo immaginarle decollare. Comunque questa idea che a sud si viva "a un'altra velocità", cioè un po' più lentamente, e che l'epitome di questa idea sia il trenino di Tozeur che va a vapore, va un po' in crisi quando scopri che il suddetto trenino va a vapore perché è un treno per turisti, su Tripadvisor addirittura lo consigliano "per grandi e piccini" – laddove se si tratta di andare a Tunisi o Sfax, probabilmente anche i tunisini gradiscono velocità più elevate. Vabbe'. Benché sia stata composta per l'Eurovision, Tozeur sembra pensata per la radiodiffusione estiva: non è propriamente un tormentone estivo, ma il modo in cui si aggancia al nostro vissuto suggerendoci immagini esotiche, persone che abbiamo conosciuto che forse sono al paese e incontrano i nostri genitori, mentre noi siamo ancora qui a sudare in città, vecchi treni scalcagnati che ci portavano in vacanza.

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sabato 13 agosto 2022

107. Rozzi cibernetici signori degli anelli, orgoglio dei manicomi

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi una spiaggia solitaria sfida una città-formicaio].

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1981: Summer on a Solitary Beach (Battiato/Pio, #7)

Più scrivi e più scrivi scemenze, per esempio una volta devo aver scritto che Magic Shop coi suoi tre accordi era la progressione più semplice di tutto il catalogo di Battiato, ovvero mi ero dimenticato che Summer è tutta giocata su due accordi due: un Fa e un Re-, ovvero l'intervallo I-vi. Così semplice – banale, diciamolo – così ipnotico se recitato con calma (la parte strumentale di Wish You Were Here): Battiato non ha bisogno d'altro per mettere assieme un brano di grande efficacia. Alla fissità degli accordi corrisponde la staticità della scena: siamo soli davanti al mare, a ogni onda (Fa maggiore) segue una risacca (Re minore). Possiamo quindi aggiornare questa lista di Rick Beato, che all'inizio del video spiega cosa rende 'grande' una canzone di due accordi: ottime melodie ovviamente, ottimi arrangiamenti, ma soprattutto quando entra il ritornello "deve succedere qualcosa": e sappiamo che in questo caso succedono più cose. Il tre quarti incespica, il ritmo sembra sparire del tutto, e la melodia si scioglie in quello che al tempo era il ritornello più cantabile di Battiato (insieme a Cerco un centro): mare, mare, mare, voglio annegare. Tutto questo succede nello stesso disco in cui troviamo una delle progressioni più complesse e stratificate, Gli uccelli, a riprova della straordinaria duttilità a cui sono arrivati FB e Giusto Pio al loro terzo album pop. 


1998: Shock in My Town (Battiato/Pio, #26)

Al momento Shock in My Town è la più recente tra le trentadue superstiti – l'unica successiva all'Imboscata. Un primato del genere, meritato o meno, ha un suo senso: quando uscì, Shock sembrava in qualche modo un ritorno del 'vecchio' Battiato. Era un'impressione abbastanza superficiale, che più da un ascolto della musica o da una comprensione del testo muoveva dal dettaglio più vistoso: il ritornello in un inglese improbabile, più battiatese che comprensibile ai britannici; la bislacca rima "my town/velvet underground", l'accigliata denuncia dell'incipiente apocalisse; tutto questo 'faceva Battiato' e tanto bastava per convincere molti programmatori radiofonici: il che sorprese Battiato stesso, persuaso di avere scritto un brano più duro del solito e non un'autoparodia. Invece in un qualche modo Shock in My Town era la mossa che ci si aspettava da lui: un'invettiva contro la contemporaneità infiorettata di anglismi a capocchia. Shock in My Town, ad ascoltarla bene, non suonava affatto 'vecchio Battiato' ed esibiva uno dei testi in cui sembrava più facile separare lo Yan Sgalambro ("rozzi cibernetici signori degli anelli, orgoglio dei manicomi") dallo Yin Battiato ("Shock emozionali, sveglia Kundalini"). A meno che i due non stessero giocando a farsi il verso a vicenda, e conoscendoli potrebbe anche essere il caso. 

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