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martedì 11 agosto 2026

La leggenda del santo copiatore (e il seminarista che augurava disgrazie a Hitler)

una pagina del Cathac
(copiata senza permesso,
ma Dio è dalla mia parte).
12 agosto: San Molaise, abate di Inismurray (VI secolo)

Di San Molaise in Irlanda ce ne sono quattro o cinque: quello di oggi in particolare sarebbe stato il monaco confessore di San Columba, e in quanto tale avrebbe svolto un ruolo cruciale nel dirottare il grande santo irlandese verso l'evangelizzazione della Scozia – secondo una leggenda purtroppo abbastanza tarda, che prevede una battaglia sanguinosa e una contesa legale intorno al diritto d'autore. Ma andiamo con ordine: a un certo punto del Medioevo l'abitudine del Clan nordirlandese O'Donnell, di portarsi in battaglia a mò di portafortuna un antico salterio, il Cathac ("combattente"), ispira una leggenda. Il Cathac era tradizionalmente attribuito a San Columba, e per una volta i test del carbonio non hanno smentito la tradizione: il manoscritto risalirebbe davvero alla seconda oscura metà del VI secolo, e in quanto tale è attualmente il secondo libro dei Salmi più antico che abbiamo trovato. Non è affatto completo, anzi prima dei restauri era in condizioni pessime, come del resto potevamo aspettarci da un libro che veniva regolarmente portato in battaglia (pur custodito, almeno dopo il Mille, in un prezioso scrigno di argento e bronzo, portato al collo da un monaco con funzioni di cappellano militare). Che fosse stato proprio San Columba a ricopiarlo è quindi ammissibile, ma da dove, e da chi? La leggenda immagina che Columba lo abbia ottenuto durante un soggiorno presso il monastero di Moville, sempre nell'Ulster (anche se oggi fa parte della Repubblica), ma di notte, quando la sua mano sinistra diventava una miracolosa fonte di luce mentre la destra impugnava il calamo. 

Il miracolo della mano fosforescente serve a ribadire che la copiatura era cosa gradita a Dio: dettaglio importante, perché invece l'abate di Moville era contrario, e non si trattava di un geloso bibliotecario qualsiasi ma di un altro santo, San Finnian di Moville. Quando Finnian scoprì che Columba aveva piratato un manoscritto della sua raccolta, pretese la consegna della copia; la pretese e non l'ottenne, che senso ha copiare un libro se poi non puoi tenerti la copia. La contesa arrivò fino al re di quell'angolo d'Irlanda, Diarmuid o Diarmait, che avrebbe pronunciato la fatidica sentenza: a ogni vacca il suo vitello, a ogni libro la sua copia. Molti siti web la considerano la prima affermazione del copyright in una sede giuridica – secondo la mentalità consuetudinaria anglosassone, per cui il parere del re altomedioevale di un cantone d'Irlanda dovrebbe ancora essere tenuto in considerazione dai legislatori d'oggigiorno. La leggenda prosegue ribadendo che Columba non era affatto persuaso di dover restituire la sua copia, e che in un qualche modo avrebbe trasformato la contesa in una vera e propria guerra tra clan, culminata nella battaglia di Cúl Dreimhne, detta appunto "battaglia del libro". E benché l'esito della battaglia avrebbe potuto essere vantato come un segno manidesto della volontà di Dio – la fazione di re Diarmuid perse tremila combattenti, quella di Columba uno solo – la leggenda dipinge il santo copiatore sconvolto dal senso di colpa per la carneficina, che si rivolge appunto al suo confessore, l'eremita Molaise. Il consiglio di quest'ultimo sembra già ispirato da una pragmatico gesuitismo: hai causato la morte di tremila cristiani? Eh, certo, è terribile, ma piangere sul sangue versato non ne recupererà una stilla. Fa' piuttosto così: attraversa il mare e converti almeno tremila pagani. Proprio per realizzare questa penitenza, Columba sarebbe approdato all'isola di Iona, che è già in Scozia (diventando così Columba di Iona), con l'obiettivo di convertire almeno tremila Pitti o Scoti. Missione abbondantemente compiuta, dal momento che Columba è considerato l'evangelizzatore della Scozia; non solo, ma siccome per evangelizzarne gli abitanti bisognava prima ottenere che andassero d'accordo, l'antico promotore di battaglie tra clan irlandesi divenne un grande pacificatore di clan scozzesi. Cosa c'è di vero in questa storia? Quasi nulla, se diamo retta al buon senso: proprio in quanto abate e missionario, probabilmente Columba non aveva il tempo per andare in giro a piratare i manoscritti nei monasteri dei colleghi (ci vuole tempo, dedizione, e un'impudenza che non è tipica dei santi uomini); e per quanto i libri nell'Alto Medioevo fossero beni di lusso, si fa una certa fatica a immaginare che un contenzioso su un manoscritto abbia scatenato una battaglia così cruenta. Altre fonti ci suggeriscono che Columba abbia dovuto lasciare l'Irlanda perché esiliato: può darsi che durante una faida tra clan gli fosse capitato di sostenere la fazione perdente (magari nella speranza di ottenere un manoscritto che gli era stato requisito, non è implausibile). Sì, ma a parte l'oscura verità storica, cosa ci insegna l'episodio? Che è inutile macerarsi sul male commesso, che è sempre meglio guardare avanti, cambiare aria, cancellare le proprie colpe a furia di buone azioni. Inoltre Dio odia il copyright, fate girare.  

 

12 agosto: Beato Karl Leisner (1915-1945), sacerdote clandestino a Dachau

Karl Leisner era il seminarista affetto da tubercolosi che un giorno, informato di un attentato fallito ad Adolf Hitler, mormorò una frase del tipo "peccato che non ci sia rimasto" o qualcosa del genere – su internet si trova la frase soltanto in italiano; in tedesco nessuno la riporta perché, in effetti, un buon cristiano non dovrebbe augurare la morte neanche al Fuehrer. Un suo compagno di sanatorio riportò la frase alla Gestapo, e Karl fu internato. Nel campo di Dachau aveva scarse possibilità di sopravvivere, eppure ci riuscì, paradossalmente anche a causa a causa della malattia che lo avrebbe vinto subito dopo la guerra, la tbc, e che lo costrinse a lunghi periodi in infermeria. Nel campo mancava un sacerdote cattolico che amministrasse i sacramenti e Karl riuscì a farsi ordinare clandestinamente da un vescovo; alcuni prigionieri confezionarono i paramenti sacri, e durante la cerimonia un violinista ebreo suonava il violino in un'altra baracca per distogliere l'attenzione dei guardiani. Alla fine ci fu uno spuntino preparato dai pastori protestanti. Leisner rimase il sacerdote dei prigionieri cattolici fino alla fine della guerra, e morì in un sanatorio a trent'anni, il 12 agosto 1945. Hitler si era sparato due mesi prima. 


E ora un attimo di attenzione:

Se date un'occhiata alla pagina sui Santi, noterete che a questo punto ce n'è almeno uno per ogni giorno del calendario. Sì, manca ancora il 29 febbraio: per riempirlo bisognerà aspettare il 2028. E mentirei se dicessi che per ogni giorno c'è una scheda intera o interessante. Mancano ancora diversi santi importanti (Columba, ad esempio). Alcuni forse li aggiungerò, ma in un certo senso il progetto finisce qui. Non faccio molta fatica a ricordare quando è cominciato: quindici anni fa. Per fortuna ho fatto tante altre cose nel frattempo. Però sono contento di avere raggiunto un traguardo che all'inizio mi sembrava impossibile. Suppongo di aver annoiato e allontanato molti lettori, però è stata una palestra importante, che mi ha svelato quanto poco sapevo dell'argomento che avevo deciso di sviscerare (e quanto poco sapevo in generale). Grazie a chi mi ha tenuto compagnia anche solo per un pezzo del viaggio. E comunque io sono sempre qui, se non parlerò di santi troverò qualcos'altro di cui scrivere – di questo non abbiate paura, trovo sempre qualcosa di cui scrivere.

venerdì 17 luglio 2026

Altri santi di luglio

19 luglio: Sant'Arsenio il grande, educatore ed eremita (354-450 ca.)

Philip de Champaigne, 1633

Un giorno Arsenio il Grande fu visto consultarsi con un umile eremita egiziano. Questo non è che si intoni molto con quello che altre fonti dicono di lui: Arsenio in effetti era il più scontroso degli eremiti della sua generazione, non riceveva nemmeno l'imperatore in ginocchio (che del resto era stato suo studente), non andava a trovare nessuno e se qualcuno osava andarlo a trovare, lui non aveva niente da dirgli: è comprensibile, uno non si ritira nel deserto per far salotto coi turisti religiosi, e tuttavia altri eremiti si mostravano molto più ospitali con chi compiva lunghi e perigliosi viaggi per visitarli; Arsenio no. Comunque nei Detti dei padri del deserto si legge che quando gli chiesero: ma come mai, tu così ferrato in greco e in latino, chiedi consigli a questo contadino, egli rispose: è vero che ho imparato il greco e il latino, ma di questo contadino non so nemmeno l'alfabeto. Che è un po' il sentimento che mi affratella ad Arsenio quando mi trovo davanti a uno studente e mi servirebbero l'ucraino o l'urdu o il punjabi e invece mi hanno insegnato il latino, e un'altra cosa che mi affratella ad Arsenio in questi giorni è che ebbe il "dono delle lacrime", ovvero a quanto pare a un certo punto si mise a piangere e non smise più, una congiuntivite cronica che nell'aria secca del deserto doveva risultargli ancor più fastidiosa e l'altro giorno anch'io mi sono svegliato lacrimando e non ho più smesso, povero Arsenio. 
Arsenio, come Girolamo (di cui fu allievo), proveniva da una nobile famiglia romana e la sua grande cultura gli aveva procurato un impiego d'eccezione: istitutore dei due figli dell'imperatore Teodosio: Arcadio e Onorio. Questo a dire il vero non depone a favore della sua caratura d'insegnante, viste le magre figure che Arcadio a Oriente e Onorio a Occidente avrebbero rimediato una volta intronati. C'è anche una voce messa in giro non si sa bene in qualche pagina web che riferisce che il più grande, Arcadio, "congiurò" contro di lui, senza specificare in che cosa consisterebbe questa "congiura": pagò un sicario per ucciderlo? o gli allacciò i sandali alla cattedra mentre sonnecchiava? Capite che dagli imperatori romani ci si può aspettare di tutto, specie quando sono ancora ragazzini, comunque a un certo punto Arsenio si stufò, andò in crisi, forse cominciava già a lagrimare, forse sentì una voce che gli diceva φεῦγε τoὐς ανθρὡπους e reagì come avreste reagito voi sentendo una voce che vi dice φεῦγε τoὐς ανθρὡπους: partendo per il deserto egiziano, dove il cenobitismo era nella sua fase eroica. Nel cenobio di Scete, Arsenio incontra l'abate Giovanni il Nano, che lo saluta lanciandogli un pezzo di pane; invece di scansarsi, Arsenio l'afferra e ringrazia: ha superato la prova. Dopo un duro apprendistato, alla morte del Nano gli succede come abate; in seguito dovette spostarsi a Troe a causa di certe invasioni libiche. Non è molto chiaro quando sia morto; i cronisti devono fare qualche acrobazia per conciliare il suo ruolo di istitutore di Arcadio e Onorio con una data di morte molto avanzata, già nel 450. Un altro suo detto famoso è: ho rimpianto tante volte di aver detto qualcosa; mai di essere stato in silenzio. Amen. (A Sant'Arsenio, provincia di Salerno, c'è una statua ottocentesca la cui testa si sarebbe scolpita da sola, nottetempo). Nell'ultima versione del Maritrologio Romano, Arsenio non c'è: secondo Wikipedia i latini lo celebravano l'otto maggio, ma secondo la Bibliotheca Sanctorum questo è l'uso greco, mentre latini e siro-maroniti lo celebrerebbero oggi.    


21 luglio: San Simeone il Folle (VI secolo)

La prima volta che comparve a Emesa (oggi Homs, Siria), Simeone trascinava un cane morto: lo aveva trovato in un immondezzaio fuori le mura e aveva legato la coda alla sua cinta. Lo videro dei ragazzini e si misero a picchiarlo: del resto c'erano ottimi motivi per lasciare le carogne degli animali fuori dalle città, con tutte le malattie che portavano. Simeone non lo sapeva? Può darsi che dopo 29 anni di vita nel deserto, Simeone non fosse più molto pratico della vita cittadina. Anche se i primi trent'anni li aveva trascorsi a Edessa: la vocazione al deserto l'aveva scoperta durante un viaggio in Palestina, una terra che fa impazzire un po' tutti da migliaia di anni. Simeone però non era del tutto matto: faceva finta. Questo almeno secondo i suoi agiografi: come aveva confessato al confratello Giovanni, le sue stravaganze erano il modo con cui aveva deciso di "prendersi gioco del mondo". In questo modo reagiva a un fenomeno di banalizzazione della santità che era sopraggiunto da quando il cristianesimo era diventata la religione egemone: i santi ora non scandalizzavano più come ai tempi dei martiri, anzi ormai erano figure aspirazionali. Simeone non voleva essere additato come uomo pio o saggio: preferiva spegnere le candele con le noci. Si spogliava in pubblico, spesso e volentieri, defecava in giro e si faceva picchiare spesso e volentieri, persino da un gruppo di donne quella volta che decise di entrare nel reparto femminile dei bagni pubblici. Tutti questi atteggiamenti (che alla lontana ricordano la figura del filosofo Diogene) dovevano distogliere i buoni cittadini di Emesa dalla vera natura di Simeone, che in segreto praticava la virtù senza ambire a ricompense sociali. Simeone è una specie di Batman del cristianesimo tardoantico: di notte aiuta i poveri e compie buone azioni, di giorno storna i sospetti facendo il matto. Quel che successe è che dopo la morte e i miracoli che ne seguirono (gli angeli cantavano durante le esequie, qualche pagano si convertì, il corpo scomparve) Simeone il Folle fu riconosciuto come santo e anche la sua via così stravagante alla santità divenne un modello per secoli di emuli, soprattutto in ambito ortodosso e particolarmente in Russia, dove il "folle di Dio" divenne una precisa tipologia di predicatore/mendicante. In Occidente i folli sarebbero stati più rari, ma memorabili: tra tutti, Francesco d'Assisi.  

I sette vizi capitali (e i quattro novissimi) di Hieronymus Bosch

23 luglio: San Giovanni Cassiano, monaco e scrittore (360-435)

Ai bravi scrittori si perdona tutto, non so se l'avete notato. Giovanni Cassiano, nato a metà del IV secolo, fu evidentemente un bravo scrittore, al punto che quando il concilio di Orleans condannò alcune sue tesi in quanto semipelagiane, agli atti risultarono i titoli dei libri ma non dell'autore; alcuni dei titoli poi vennero definiti apocrifi. Cassiano a quel punto era morto già da un secolo e nessuno gli contestava la fama di santo. Nato forse alla foce del Danubio, dopo aver visitato gli eroici cenobi della Palestina era stato ordinato sacerdote a Costantinopoli da Giovanni Crisostomo, divenendo testimone della sua caduta in disgrazia presso la corte. Giunto in Occidente, forse per perorare la causa del suo maestro, non c'era riuscito, ma a Marsiglia aveva fondato uno dei primi monasteri in terra di Francia, anzi si chiamava ancora Gallia. I suoi testi sui padri del deserto e sulle istituzioni cenobitiche avranno un grande successo per tutto il Medioevo, influenzando tutte le regole da Benedetto in poi. Desideroso di fornire ai suoi monaci strumenti di introspezione che li rendano santi in terra, Cassiano introduce un'idea che avrà un'enorme fortuna: gli otto vizi capitali, che in seguito diventeranno sette (Cassiano includeva anche la "Vanagloria" e la "Tristezza", che in seguito saranno accorpate rispettivamente con Superbia e Accidia; invece non conosceva ancora l'Invidia, beato lui). 
Cassiano scrisse anche sul pelagianesimo, per condannarlo, ma nei decenni successivi vinse la linea molto più dura di Agostino, rispetto alla quale Cassiano risultava quasi pelagiano. Pelagio era un monaco irlandese che non credeva nel peccato originale; ovvero sì, Adamo ed Eva avevano senza dubbio peccato ed erano stati puniti per questo, ma Pelagio trovava assurda l'idea che il loro peccato si fosse trasmesso alla discendenza (e che Cristo fosse morto in croce per annullarlo). Pelagio era un estremista del libero arbitrio, e per qualche tempo la sua opinione non fu considerata così eretica; senonché Agostino da Ippona ne aveva una completamente opposta, e forse la sapeva argomentare con più convinzione: l'umanità era in balia del peccato, solo la grazia di Dio consentiva agli uomini di salvarsi, ecc. Cassiano, che aveva una comunità di monaci da guidare verso la perfezione, sentiva la necessità di una posizione intermedia: sì, l'uomo è fondamentalmente un peccatore, ma sta a lui recepire la grazia di Dio; il quale Dio probabilmente vorrebbe salvarci tutti, ma ecco, dipende da noi, per cui non parlateci di predestinazione. Da cui si capisce come il semipelagianesimo di Cassiano, pur ufficialmente condannato a Orleans, non abbia affatto abbandonato la mentalità dei cristiani occidentali, fino allo scisma luterano che accusava i papisti, appunto, di semipelagianesimo. Trovatosi insomma nell'occhio del ciclone di una delle dispute dottrinali più lunghe e violente della cristianità, Cassiano non è mai stato accusato esplicitamente di eresia perché alla fine basta leggerlo per capire che è solo un buon monaco che ci tiene a far vivere santamente i suoi confratelli – a differenza di Agostino e Lutero, grandi scrittori pure loro ma molto più torbidi, ecco.

Reliquiario dei Magi a Colonia

24 luglio: Traslazione dei Magi a Colonia

Quando nella primavera del 1162 Federico Barbarossa, dopo avere espugnato per la seconda volta Milano, ordinò di distruggerla, non è che fosse rimasto molto da portarsi su in Germania. Qualche reliquia comunque andava requisita, era un atto dovuto, non si torna mai da un sacco senza un souvenir, i parenti potrebbero dire alle spalle che non ci sei stato davvero, è tutta una montatura. Fu in quell'occasione che Raimondo di Dassel, braccio destro di Federico e arcicancelliere d'Italia, avrebbe portato le reliquie dei Magi da Milano a Colonia, città di cui era arcivescovo. Che ci facessero poi a Milano i re Magi non era tanto chiaro: secondo la leggenda ufficiale i corpi erano stati raccolti a Costantinopoli dall'imperatrice Elena, e in seguito quasi dimenticati, sinché il vescovo di Milano Eustorgio sarebbe riuscito a farseli consegnare. A Costantinopoli non ci sono tracce di una particolare venerazione per i Magi, e anche a Milano c'erano reliquie molto più popolari (Ambrogio, Gervasio e Protasio) che però ai bravi fedeli di Colonia non avrebbero detto molto: i re Magi invece divennero ben presto l'attrazione principale della cattedrale e poco importa che nel frattempo Marco Polo avesse scoperto una più plausibile tomba dei Magi in Persia; le reliquie di Colonia attraggono visitatori da tutta l'Europa centrale, Per loro Giovanni di Hildesheim scrive l'Historia trium regum in cui le poche notizie su di loro contenute nel Vangelo di Matteo vengono integrate con informazioni tratte da leggende medievali; i magi diventano definitivamente tre, ricevono i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, e un destino di martiri dopo il battesimo ricevuto dall'apostolo Tommaso.

domenica 7 giugno 2026

Milano è troppo piccola (per Landolfo e Grossolano)

7 giugno: Beato Landolfo da Vareglate, vescovo di Asti (1070?-1132?)

A Landolfo di Vareglate capitò questa sfortuna, che quando già aveva fatto un lungo pezzo di carriera presso la curia di Milano, e di lui si parlava come un possibile successore dell'arcivescovo Anselmo IV, ecco che scoppiò la prima Crociata, e non solo Anselmo ritenne indispensabile parteciparvi, ma decise di portarsi con sé anche Landolfo. In Terrasanta i milanesi giunsero un po' in ritardo (partirono nel 1100, Gerusalemme era stata presa l'anno precedente), rimediando in compenso una sonora sconfitta in battaglia; lo stesso Anselmo, ferito, sarebbe morto due anni dopo a Costantinopoli. A questo punto Landolfo si ritenne costretto a tornare a Milano, giusto il tempo per constatare che nella Cattedrale si era installato un altro arcivescovo, Grossolano. Era chiamato proprio così, anche se qualche ricopiatore pietoso preferisce tradurre Gresolano. Malgrado il nome, non veniva affatto dalla campagna, anzi era già vescovo di Savona. In quanto tale aveva ricevuto l'ordine di subentrare temporaneamente ad Anselmo finché l'arcivescovo era in guerra; dopodiché appunto Anselmo era morto, e Grossolano aveva dimostrato un certo attaccamento alla cattedra. Landolfo non era del tutto convinto della regolarità della nomina, tanto che ripartì per Roma per chiedere conferma. La sua insoddisfazione è comprensibile, ma bisogna anche dire che rifletteva un malcontento generale: questo vescovo venuto da lontano non piaceva ai milanesi, perlomeno non a tutti; e arrivava tra l'altro in un periodo in cui nella città ribollivano ancora gli umori del movimento patarino. 

Quella dei patarini è una storia lunga e complicata: nell'XI secolo nascono per opporsi alla nomina imperiale di un vescovo inviso al popolo; raccolgono consensi presso i ceti più umili calcando sempre più l'idea di una Chiesa povera, alienata da ogni possesso materiale: afferrano un concetto (la "simonia", il peccato di chi accede a cariche ecclesiastiche corrompendo il clero) e lo estendono a tutta la gerarchia ecclesiastica: i preti che non sono d'accordo con loro sono tutti simoniaci! Vengono per qualche tempo cavalcati dalla Chiesa ufficiale, quel papa Gregorio VII che della lotta alla simonia aveva fatto un manifesto; dopodiché però Gregorio muore, la sua riforma ormai si è consolidata, e di questi propagandisti arrabbiati col mondo c'è sempre meno bisogno, così che qualche vescovo comincia a perseguirli per eresia; ai tempi di Landolfo e Grossolano il movimento stava rientrando, ma non così rapidamente da poter accettare un arcivescovo piovuto da lontano. Così, anche quando Landolfo a Roma aveva ricevuto conferma della nomina di Grossolano, a sfidare l'autorità di quest'ultimo ci pensò uno degli ultimi grandi leader patarini, prete Liprando. Per quando fosse già stato esiliato, scomunicato e mutilato (i nemici dei patarini gli avevano mozzato orecchie e naso), la sua parola in città valeva ancora qualcosa, e nel 1103 la usò per accusare pubblicamente Grossolano di simonia. 

Liprando non aveva le prove, né riteneva necessario raccoglierle (secondo una logica stringente: se Grossolano aveva abbastanza ricchezze per comprarsi una nomina, poteva anche averne per comprarsi i testimoni che lo scagionassero). Il diritto medievale però gli dava un'altra possibilità, che già ai tempi doveva sembrare il retaggio di un passato barbarico: l'ordalia. Il giudizio di Dio. Liprando avrebbe camminato attraverso due cataste di legna di quercia: se non si fosse ustionato, questo era un segno evidente che Dio stava dando ragione a lui e non a Grossolano. Il quale Grossolano ritenne comunque più prudente lasciare la città prima che Liprando entrasse nelle cataste; e non vi sarebbe rientrato mai più. Liprando in effetti sopravvisse alla prova, generando una grande emozione nel popolo accorso a vedere un miracolo, o (male che andasse) un patarino bruciacchiato. Eppure il cronista che riporta la storia (un altro Landolfo, Landolfo Juniore) ammette che sin dall'inizio intorno al miracolo non ci fu consenso: dopotutto Liprando una mano se l'era scottata (ma forse prima di entrare nelle cataste, quindi non contava), e secondo alcuni anche un piede (secondo altri no, gliel'aveva pestato un cavallo). Il successo di Liprando fu relativo, perché papa Pasquale II, dovendo scegliere se appoggiare il fuggitivo Grossolano o i redivivi patarini, scelse il primo. Grossolano restava vescovo di Milano, anche se a Milano non lo facevano entrare. In attesa che qualcosa si muovesse a suo favore, decise di fare un pellegrinaggio, che era il modo più efficace di sembrare impegnato mentre prendeva tempo. Passò a Gerusalemme, e a Costantinopoli partecipò a delle dispute con vescovi greco-ortodossi. Nel frattempo i milanesi nominavano un nuovo vescovo, Giordano, e papa Pasquale decideva di appoggiare quest'ultimo. Grossolano doveva tornare a Savona: ma piuttosto di subire quest'umiliazione, entrò in un monastero a Roma, dove sarebbe morto nel 1117. E Landolfo di Vergiate, nel frattempo? Perché questa all'inizio era la scheda di Landolfo di Vergiate. 

Landolfo non era stato con le mani in mano, anzi. Già prima dell'ordalia di Liprando aveva riconosciuto Grossolano come vescovo legittimo, ed era stato ricompensato da papa Pasquale con la diocesi di Asti. Che è il motivo per cui secondo gli astigiani, Landolfo sarebbe nato nell'oscura località astigiana di Varigliè, e non in quello che oggi è Vergiate (non Vergate), nel varesotto. Asti è senz'altro più piccola di Milano; in compenso il vescovo vi ricopriva anche le responsabilità del governo civile, come feudatario diretto dell'imperatore. E come feudatario diretto, Landolfo trovò il modo di litigare sia con l'imperatore (che assediò Asti nel 1118), sia con un arcivescovo di Milano: che assediò Asti nel 1130. Ebbe insomma una vita piena e avventurosa, ricoprendo responsabilità importanti e compiendo scelte gravide di conseguenze. Tutto questo perché aveva accettato di essere il primo uomo di Asti, piuttosto che il secondo a Milano. Grossolano aveva fatto una scelta diversa, ma alla fine ognuno fa quel che può, nelle circostanze in cui si prova. Mica nasciamo tutti arcivescovi: e di Milano inoltre ce n'è una sola, ringraziando il cielo.


7 giugno: Beata Marie-Thérèse de Soubiran (1834-1889) fondatrice della Società delle Sorelle di Maria Ausiliatrice

Accade per le congregazioni religiose quel che si nota per tante altre opere dell'ingegno umano, che dopo qualche tempo esigono una loro leggenda: in effetti se esistono qualcuno deve averle create, più o meno dal nulla: benché di solito siano il risultato di infiniti dibattiti, lotte e compromessi, tutto questo noioso lavorìo cooperativo deve essere nascosto sotto il tappeto, e sostituito da una bella leggenda di fondazione che faccia risalire il tutto a una grande personalità, geniale, originale. E così passano i secoli, e noi li passiamo a ricordare che Francesco ha inventato i francescani, Domenico i domenicani, Giovanni di Dio i fratelli della misericordia, e così via. Ma è anche un po' vero il contrario: nel senso che Francesco è una figura leggendaria che i francescani hanno definito e modificato a seconda delle loro esigenze, così come i domenicani hanno definito il loro Domenico, eccetera. Molto spesso, volendo risalire davvero al fondatore storico, si notano le cancellature e le correzioni degli agiografi. Con l'età moderna queste correzioni sono diventate un po' più difficili, ma non impossibili. 

Ad esempio nel 1890 il piccolo ordine delle Sorelle di Maria Ausiliatrice viene sconquassato da uno scandalo che è difficile ricostruire – nessuno ci tiene a dire cattiverie sulle Sorelle di Maria – fatto sta che la madre superiora, Marie-François Richer, si dimette dal ruolo che aveva assunto più di quindici anni prima, fuoriuscendo dall'ordine. Le sorelle, che non sopportavano più le "stravaganze" non meglio definite di Marie-François, non devono semplicemente eleggere una nuova madre superiora, ma riscrivere la loro storia. Se Marie-François non è più l'eroina che le ha salvate dalla bancarotta, chi ha fondato davvero il loro ordine? La nuova superiora ha l'idea di riabilitare chi in quella bancarotta forse le aveva proiettate, ovvero Marie-Thérèse de Soubiran. La proposta ha più di un senso: Marie-Thérèse era stata davvero la prima superiora delle sorelle (quando non aveva ancora vent'anni), nonché la nipote di chi l'ordine l'aveva realmente ispirato, il canonico Louis de Soubiran. Certo, ai tempi in cui rivestiva quel ruolo la sua instabilità caratteriale poteva avere creato problemi e imbarazzi (come Francesco e Giovanni di Dio, Marie-Thérèse sembrava soggetta a cicliche crisi depressive). Ma nel 1890 questo aspetto non impensieriva più le ex consorelle. Marie-Thérèse era infatti morta l'anno precedente, e in quanto tale, diventava una figura molto più malleabile. 

Certo, bisognava riscrivere quella parte della storia che attribuiva a Marie-Thérèse una gestione dissennata, misurabile in un debito societario di più di un milione e mezzo di franchi: si comincia perciò a mettere per iscritto l'idea che il dissesto finanziario fosse stato causato da Marie-François, che già qualche anno prima di subentrare alla superiora nel 1873 aveva iniziato a tenere i conti della società: sarebbe stata lei a costringere l'ingenua fondatrice a firmare qualche contratto di troppo. Come andarono veramente le cose non lo sapremo mai: e però Marie-François, dopo aver ottenuto l'allontanamento di Marie-Thérèse – che era arrivata alla Società già trentanovenne, per interessamento dei Gesuiti – era riuscita a rimettere in sesto la Società e a governarla per più di quindici anni. Dopodiché se n'era andata, sbattendo la porta, ed è cosa nota in tutte le società, non solo religiose: quando qualcuno se ne va, tutte le colpe improvvisamente ricadono su di lui; così nel 1890 Marie-François si attirò le stesse critiche che nel 1873 aveva fatto convergere su Marie-Thérèse. 


lunedì 25 maggio 2026

Il bug di Beda

25 maggio: San Beda il Venerabile (673-735)

Il monaco Beda, che nella sua vita non lunghissima ha composto manuali di grammatica, retorica, aritmetica, geografia, cronologia, astronomia, meteorologia, scienze naturali, poesia, storia, esegesi, morale, teologia... di sé stesso ha scritto pochissimo, ma quel poco brilla a più di un millennio di distanza. All'età di sette anni i miei genitori mi affidarono alla cura del reverendissimo abate Benedetto, e in seguito a Ceolfrid, perché mi istruissero. Da quel momento ho passato tutta la mia vita all'interno del suddetto monastero, dedicando tutte le mie fatiche allo studio delle Scritture, e fra l'osservanza della disciplina monastica e del compito quotidiano di cantare in Chiesa, è sempre stato per me piacevole imparare, insegnare o scrivere. Come riesce bene, il Venerabile, a scolpire in poche righe l'autoritratto di un intellettuale che ha la fortuna di trarre piacere da tutto quello che fa, e Beda, nel suo monastero nell'Anglia settentrionale, ha veramente fatto tanto. Tra le varie conoscenze che ci ha tramandato, quella che ci capita di usare tutti i giorni è il computo degli anni a partire dalla nascita di Cristo. Un secolo prima, a Roma, Dionigi il Piccolo aveva stabilito che Gesù doveva essere nato nel settecentocinquantatreesimo anno dalla fondazione di Roma; Beda, nella sua Storia ecclestiastica delle genti inglesi, volendo aggiornare i cicli pasquali che aveva trovato in un'opera di Cirillo di Alessandria, e rifiutando di contare come Cirillo gli anni a partire dall'empio imperatore Diocleziano, decise di prendere come riferimento la data di Dionigi, e indicare gli anni Ab Incarnatione Domini (quindi dall'Annunciazione, non dal Natale). Nessuno prima di lui lo aveva fatto: da lui in poi non abbiamo più smesso. Nel frattempo abbiamo capito che probabilmente Dionigi si sbagliava, e che Gesù potrebbe essere nato qualche anno prima: ma non è un grande problema. Il guaio vero è un altro, chi ha studiato astronomia e fisica già sa. 

James Doyle Penrose

Il guaio è che Beda, in quell'occasione, partì dall'anno Uno. E che c'è di male (direte voi): non è un ottimo anno da cui cominciare? Chi, dovendo iniziare un elenco, una lista, una cronaca, non partirebbe dall'Uno? Già. Ma così facendo Beda – che resta Venerabile per centinaia di altri motivi – ci ha pur sempre creato un problema. Può sembrare un rilievo ingeneroso: Beda era uno degli intellettuali più importanti del suo secolo, ed era anche un buon divulgatore della scienza aritmetica: tra le sue opere più lette nel medioevo c'era un trattato sull'arte di risolvere le operazioni con le dita. Ma di qui a scoprire lo zero ce ne voleva, se si pensa che il concetto arrivò in Europa più o meno con Fibonacci verso il 1200. Oggi ci sembra intuitivo, ma per Beda non lo era; e quindi succede questa cosa che, l'anno Uno dall'Incarnazione (25 marzo) sia l'anno in cui Gesù compirebbe un anno (il 25 dicembre). Bene. Dunque Gesù in che anno sarebbe nato? Questo Beda non lo dice; ma chi dopo di lui ha voluto iniziare a contare gli anni a ritroso, non ha pensato di segnare un anno Zero. Per cui succede questa cosa buffa, che Gesù Cristo sarebbe nato nell'primo anno Avanti Sé Stesso. Non è un miracolo, è quel che succede a contare le cose se non hai ancora il concetto di zero. Una settimana dopo cominciano gli anni dopo Cristo, il che significa che al momento della circoncisione (primo gennaio dell'1 dC), quando Gesù aveva otto giorni, viveva già un anno dopo Sé Stesso. Si tratta di paradossi solo teorici – probabilmente anche Beda sospettava che Gesù avrebbe potuto nascere un po' prima o un po' dopo, la precisione assoluta non è per gli storici (gli astronomi, che ne hanno più bisogno, hanno introdotto l'anno Zero nel Settecento, per cui per loro l'1 aC è 0, il 2aC è il -1, e così via). 

Strafalcione del Corriere della Sera, subdolamente fotografato 
prima che lo cancellassero il mattino del 4 gennaio 2018 dC (sec. XXI).

I veri problemi cominciano coi secoli: Gesù, in effetti oltre a essere nato negli ultimi giorni del primo Secolo prima di Sé Stesso, è anche vissuto nel primo secolo dopo di Sé Stesso. Si tratta del bug che affligge da sempre gli studenti di Storia, per cui quando contano i secoli con gli ordinali (ad esempio Beda è vissuto tra VII e VIII) devono ricordarsi di sottrarre cento numeri cardinali (infatti è nato a cavallo tra 600 e 700). Si potrebbe risolvere introducendo il concetto di Secolo Zero, ma poi non riusciremmo più a leggere correttamente tutti i libri che abbiamo scritto fin qui (e aggiungi il piccolo dettaglio che non abbiamo mai inventato un numero romano per indicare lo 0). È lo stesso bug per cui teoricamente i secoli finiscono il 31 dicembre dello '00, e non del '99. È un millenium bug che ci teniamo dai tempi di Beda, il quale probabilmente se sapesse quanti fastidi ci ha dato ne sarebbe costernato: per lui le cose dovevano essere il più possibile chiare e praticabili. 

lunedì 16 marzo 2026

Giuliano venuto dal mare

Adesso "Sacramora" è un hotel,
ovviamente. 
16 marzo: San Giuliano di Anazarbo (anche di Rimini) (200-250 circa)

Giuliano è il classico santo venuto dal mare – come spesso ne arrivavano sulle spiagge e nei piccoli porti, resti enigmatici a cui gli uomini di chiesa dovevano trovare una spiegazione. A volte il mare portava immagini – la vergine della Candelaria a Tenerife, la madonna di Barbana – in altri casi sarebbero affiorati santi completi, già inscatolati in un sarcofago, come Trofimena di Patti. Il che ci può lasciare perplessi: le icone di legno galleggiano, ma i sarcofaghi? Certo non quelli in marmo; e anche se fossero di legno, dovrebbero essere a tenuta stagna. In qualche modo comunque Giuliano di Anazarbo sarebbe approdato verso il X secolo presso Sacra Mora, una località presso Rimini dove si trovava la fonte di un'acqua curativa. Una volta sbarcato, il sarcofago diventa di colpo pesantissimo, inamovibile, rendendo vano ogni tentativo di traslarlo nel duomo. Dopo molte preghiere, il vescovo Giovanni riesce quanto meno a farlo portare nel monastero più vicino, costruito il secolo precedente su un antico tempio pagano, e intitolato originariamente a Pietro e Paolo: da lì in poi (almeno dal XII secolo) diventerà l'abbazia di San Giuliano. Nel sarcofago un abate (anche lui chiamato Giovanni) avrebbe trovato anche le informazioni necessarie per identificare i resti con quelli di un giovane di origine istriana torturato e martirizzato ad Anazarbo, in Cilicia (molto lontano dall'Istria), durante la persecuzione di Decio: Giuliano di Anazarbo, appunto, un santo di cui in occidente non si doveva sapere molto (ancora nel secolo scorso i suoi Acta non erano stati pubblicati), ma il cui nome appariva comunque sul Martirologio geronimiano del V secolo e in un'omelia di un terzo Giovanni, il Crisostomo. Bisogna però ammettere che tutte le informazioni provenienti da Rimini ci arrivano da fonti molto più tarde (1600-1700). Nell'abbazia, i pannelli sulla parte posteriore dell'altare, scolpiti nel Quattrocento da Bittino di Faenza, ci raccontano una vicenda che ritorna ossessivamente alle profondità del mare. Il corpo di Giuliano vi sarebbe stato gettato almeno due volte: la prima da vivo, infilato in un sacco contenente sabbia e serpenti (un antico supplizio riservato ai parricidi e già riciclato per esempio dall'agiografo di Sant'Ulpiano). Ripescato su un'isola del mar di Marmara – ben distante quindi dalla Cilicia – sarebbe stato posto nel sarcofago e venerato fino al X secolo, quando il sarcofago sarebbe precipitato in mare. Da qui avrebbe proseguito quindi fino alla riviera adriatica: un percorso talmente improbabile da rendere necessario l'intervento degli angeli. Questa la spiegazione ufficiale.

Gli studiosi contemporanei ne hanno una meno fantastica, ma comunque suggestiva: Giuliano non arriverebbe dalla lontana Cilicia, ma dall'altra sponda dell'Adriatico, e non scortato dagli angeli, ma imbarcato da più prosaici pirati romagnoli. Lo stesso nome "Giuliano" sarebbe da intendere come "originario della Giulia", ovvero dell'Istria. Chissà che nome aveva il martire laggiù. Viene da chiedersi quanti altri santi venuti dal mare siano il bottino di scorrerie piratesche: nell'insieme potremmo includere San Nicola (sia quello di Bari che il Niccolò veneziano), forse Fosca e Maura, e magari la sacra casa di Loreto. Questo per limitarci all'Adriatico.  


16 marzo: San Papas di Larandon, Licaonia (III secolo)

Ma credi che se mi dicessero: indossa i sandali di San Papas, con i chiodi sulla suola: e con quei sandali rincorri i cavalli da Larandon a Diocesarea, a Seleucia; credi che per te non lo farei? 

Per sentirti poi dire Ma che ci sei andato a fare a Seleucia, capoluogo dell'Isauria: e cavati quei chiodi dai talloni, che sanguini e fai schifo. Ti pigli il tetano imbecille. 

E se mi catturassero gli Uroni, e mi torturassero come padre Giovanni di Brébeuf, credi che per te non lo sopporterei? Giusto per sentirti dire: fesso, ma dovevi proprio andare in mezzo agli Uroni? Ora ti mangeranno il cuore, perché? perché devi sempre farti compatire?

Scendi da quel piedistallo, non sei un martire e lo sai. Punta la sveglia, basta alcol, mangia più verdure – uffa. 

Non voglio stare a dieta, non voglio fare i compiti. Vorrei sapere come stai, ma non so più a chi chiedere. Ci fosse una cifra da pagare, un organo da farsi asportare. Un patto da firmare. Non c'è nulla che non farei, davvero. Ma niente sembra funzionare – neanche mangiare le verdure – così  invidio i sandali di Papas. Che seguì i cavalli da Larandon a Seleucia; senza temi da correggere, o insalate da mandare giù. Viva San Papas, martire. 

mercoledì 11 marzo 2026

Un Costantino in Cornovaglia

Il modello era Sting. 
11 marzo: San Costantino, re di Cornovaglia? apostolo degli scozzesi? (520-576).

Alla radice della leggenda di Costantino di Cornovaglia c'è poco più di un'immagine: la scena sfuocata di una storia complessa che è andata del tutto perduta. Un uomo malvagio entra in un luogo di culto e uccide due giovani che vi si erano rifugiati. Per quanto le chiese offrissero in effetti un riparo a chi era ricercato e perseguitato, la scena potrebbe essere più antica del cristianesimo. Proprio perché è slegata da qualsiasi giustificazione, sembra contenere un lampo di realtà: da qualche parte qualcuno quei due giovani deve averli uccisi davvero – così come da qualche parte un padre deve aver davvero riflettuto sull'opportunità di sacrificare l'unico figlio – e un marinaio deve essere pur tornato a casa dopo tanti anni, a uccidere i pretendenti della moglie. Tutto quello che si è incrostato intorno a queste storie, tutta la letteratura d'evasione o edificante, non può non avere preso una forma intorno a qualcosa di più antico, di autentico, che ci sfuggirà per sempre.

Nel sesto secolo il cronista Gildas rimprovera un certo re Costantino di Dumnonia per le sue malefatte, tra cui una condotta particolarmente adulterina e l'uccisione di due giovani di stirpe reale presso l'altare di una chiesa, che Costantino avrebbe eseguito travestendosi da monaco. Il cronista ne parla come di un personaggio contemporaneo, e spera che possa pentirsi e convertirsi al vero Dio. Gildas è una fonte importantissima per le vicende britanniche del sesto secolo, anche perché è una delle poche che abbiamo; qualche lettore successivo deve avere immaginato che la conversione di Costantino si sia realizzata davvero, e lo collega a un monaco della Cornovaglia che in seguito avrebbe fondato monasteri in Scozia collaborando con San Columba e Kentigern di Glasgow, per poi cadere martire nel 576, aggredito da una tribù di Pitti che stava cercando di evangelizzare. Per una coincidenza abbastanza incredibile, esistevano due popoli definiti Dumnoni: uno era stanziato proprio in Cornovaglia, mentre l'altro nella bassa Scozia. 

L'11 marzo il Martirologio romano ricordava due Costantini, nessuno dei quali è il grande imperatore romano: uno è un misconosciuto santo nordafricano, l'altro è appunto il re di Cornovaglia, che rientra in una tipologia di santi britannici che prima di diventare cristiani, fondare conventi ed evangelizzare qualche zona dell'isola... facevano i re ma soprattutto erano dei gran mascalzoni (vedi ad esempio Gwynllyw del Galles). Queste figure leggendarie segnalano il tentativo di cristianizzare miti precedenti di cui si deprecavano i costumi barbarici; se raccontate da bravi cronisti e predicatori servivano a ribadire che Dio perdona anche i peggio peccatori, purché si convertano; e non è del tutto escluso che qualche volta siano basate su personaggi realmente esistiti, despoti sanguinari e poi convertiti in seguito a crisi magari scatenate da un senso di colpa. 

Più di cinquecento anni dopo Goffredo di Monmouth, mentre mette in moto con la sua Historia regum Britanniae il carrozzone della materia arturiana, associa il nome di Costantino a quello di Artù, di cui sarebbe il successore: i due ragazzi uccisi sarebbero i figli del traditore Mordred, che a questa altezza non è ancora il figlio bastardo di Artù. Goffredo fornisce così un movente a un delitto di cui da secoli si era perso il contesto. Quando le leggende vengono rielaborate nel ciclo dei romanzi bretoni, Costantino viene per lo più escluso dal canone, forse per rafforzare l'idea che la corte di Camelot finisca con Artù e la morte del figlio patricida. Oppure perché il fatto che Costantino fosse anche nel canone dei santi creava un crossover imbarazzante, insomma cavalieri della tavola rotonda e santi del calendario non dovrebbero vivere nella stessa continuity (e invece succede spesso, nelle storie di questi re mascalzoni). Così, se qualcuno si domandava perché l'indagatore dell'occulto inventato da Alan Moore per i fumetti DC portasse un nome così apparentemente poco britannico, ecco no: è un nome che trasuda il folklore delle storie perdute. Costentyn nel dialetto della Cornovaglia, Custennin in gallese. Ma è comunque plausibile che il nome derivi davvero dal Costantinus latino, sinonimo di "grande re cristiano" (così come Cesare e Augusto erano diventati titoli onorifici degli imperatori romani). 

martedì 17 febbraio 2026

Ճանաչել զիմաստութիւն եւ զխրատ, իմանալ զբանս հանճարոյ:

Bassorilievo a Yerevan
DI EPOCA SOVIETICA. 
17 febbraio: San Mesrop Mashtots (361-440), alfabetizzatore dell'Armenia. 

Cosa rende una nazione... una nazione? È la Storia, sì, ma di cosa? È la cultura, ovvero? Potrebbe essere la letteratura, ma in che lingua? Allora forse è la lingua, ma quella cambia in continuazione. Questo tipo di domande, che forse avremmo dovuto dichiarare decadute un secolo fa, e invece rispuntano, probabilmente alla lunga si rivoltano su sé stesse, riportandoci al punto di partenza (una nazione è un insieme di persone definite dalla cultura che si produce nella lingua di quella nazione) confermando un'antica intuizione pragmatica: un segno rappresenta quel che tutti insieme vogliamo che rappresenti, vale per le smorfie come per i concetti che ci mandano in guerra. È tutto arbitrario, e allo stesso momento predeterminato da correnti umane non facilmente manovrabili. Ogni nazione decide per sé, di volta in volta, e da parecchio tempo in qua gli armeni hanno deciso che alla radice di tutto c'è il loro alfabeto. Il monaco Mesrop Mashtots, che l'avrebbe inventato all'inizio del V secolo per evangelizzare i suoi connazionali, non è l'unico alfabetizzatore a essere venerato come un santo (ne abbiamo ricordati altri due proprio questa settimana), ma per gli armeni è molto di più: il padre della lingua e quindi della patria, esaltato prima dai patrioti armeni, poi dagli intellettuali sovietici armeni, e in seguito dai nazionalisti armeni, tutti più o meno concordi su un punto: senza l'alfabeto, non ci sarebbe un'Armenia; gli armeni si sarebbero disciolti da millenni nel calderone mediorientale, come gli Assiri o i Medi o i Parti. Questo malgrado si abbiano notizie di alfabeti pre-esistenti a quello di Mesrop, e della produzione di Mesrop medesimo resistano poche tracce: qualche inno, alcuni versetti della Bibbia che però altri avrebbero tradotto integralmente dopo di lui e grazie a lui.  

La sua leggenda a ben vedere contraddice un altro mito fondativo della nazione armena, ovvero che sia stata in assoluto la prima ad aver adottato il cristianesimo come religione ufficiale già verso il 310 (e quindi 70 anni prima che l'Editto di Tessalonica facesse del cristianesimo la religione di Stato dell'impero romano). Un simile primato sarebbe dovuto alla fulminante opera di apostolato di San Gregorio l'Illuminatore, che dopo essere stato confinato in un pozzo per tredici anni da re Tiridate III, lo avrebbe guarito da un male incurabile, stimolando il sovrano non solo a chiedere il battesimo, ma a renderlo obbligatorio per tutti i sudditi. Potrebbe persino essere successo davvero, e non contraddirebbe troppo il fatto che il monaco Mesrop, nato cinquant'anni dopo, si ritrovasse a fare i conti con un popolo che ignorava i fondamenti della propria religione. Sono cose che sono successe altrove, ad esempio nelle colonie spagnole e portoghesi, dove gli evangelizzatori si trovavano spesso davanti a indigeni ignari di cristianesimo, ma formalmente già battezzati da qualche missionario molto sbrigativo. 

Può darsi che il successo di Mesrop, intellettuale di estrazione nobile, già cortigiano e poi monaco, sia in parte causato dalla situazione in cui si trova a operare, in uno dei tanti momenti storici in cui l'Armenia sembra decadere da nazione a "espressione geografica": dal 387 il territorio è spartito tra l'impero Romano a ovest e un regno formalmente indipendente, ma in sostanza satellite dell'impero Partico, a est. È in quest'ultimo che Mesrop vive e fonda monasteri, riuscendo però anche a ottenere il permesso di predicare in lingua armena entro i confini dell'impero romano, direttamente dall'imperatore Teodosio II che avrebbe incontrato a Costantinopoli. Poteva sembrare una situazione provvisoria, e invece l'Armenia non avrebbe ritrovato un assetto unitario fino a oggi: le successive invasioni arabe, turche, mongole e russe a complicare il quadro. Il fatto che gli sia stata attribuita anche la paternità di altri alfabeti (il georgiano l'albanese caucasico) mostra come l'autorevolezza di questo santo, morto nel 440, abbia oltrepassato i confini che nel Caucaso sembrano spesso insormontabili.

Անկասկած, սա գրագիտության սրբերի շաբաթն է. 14-ը գլագոլիցայի (որը հետագայում հիմք հանդիսացավ կիրիլիցայի) գյուտարարների և տարածողների՝ Կյուրեղի և Մեթոդիոսի տոնն էր. այսօր հերթը հայկական այբուբենի գյուտարար Մեսրոպ Մաշտոցի է. այն փաստը, որ նրան վերագրվում է նաև այլ այբուբենների (վրացական և կովկասյան ալբանական) ստեղծումը, ցույց է տալիս, թե ինչպես է այս սրբի հեղինակությունը գերազանցել Կովկասում հաճախ անհաղթահարելի թվացող սահմանները: Երբ Մեսրոպն աշխատում էր իր այբուբենի վրա, Հայաստանն արդեն մեկ դար քրիստոնյա էր. այն առաջին թագավորությունն էր, որը քրիստոնեությունը հռչակեց պետական ​​կրոն (301 թվականին), բայց հունական պատարագը անհասկանալի էր նրա հավատացյալների մեծ մասի համար: Հունական այբուբենի նշաններից սկսած՝ Մեսրոպը որոշեց մշակել նոր այբուբեն՝ 36 տառերով, որը արտացոլում էր հնդեվրոպական մյուս լեզուներից զգալիորեն տարբերվող լեզվի հնչյունաբանությունը (որոնց այն, այնուամենայնիվ, պատկանում է): Ժողովրդին նոր այբուբեն տալը նշանակում էր սուրբ գրքերի և պատարագի թարգմանության համար ճանապարհ հարթել ընդհանուր լեզվով. մի բան, որը Արևմտյան Եվրոպայում տեղի կունենար միայն տասնվեցերորդ դարում՝ բողոքական բարեփոխումների ժամանակ, իսկ քսաներորդ դարում՝ Վատիկանի երկրորդ ժողովի ժամանակ։ Ազնվական ծագում ունեցող մտավորական, նախկինում արքունի, ապա վանական, աստվածաբան և հիմների հեղինակ, Մեսրոպը հայտնվեց այն բազմաթիվ պատմական պահերից մեկում, երբ Հայաստանը, կարծես, ազգից վերածվեց «աշխարհագրական արտահայտության». տարածքը բաժանվեց Հռոմեական և Պարթևական կայսրությունների միջև, և ավելի ուշ ժամանեցին արաբներ, թուրքեր, քրդեր և ռուսներ։ Եթե նրանց հաջողվեց պահպանել իրենց լեզուն և մշակույթը, դա նաև շնորհիվ Մեսրոպի այբուբենի էր։ 


17 febbraio: San Teodoro di Amasea, soldato non proprio ignoto, ma abbastanza dimenticato.

Teodoro è un santo legionario come tanti. Tutto quello che sappiamo di lui ce lo ha raccontato Gregorio di Nissa: proveniente non si sa bene da quale centro urbano dell'Oriente, si trova di stanza nella località anatolica di Amasea quando l'imperatore Galerio Massimino promulga un editto riguardante l'obbligo dei legionari di sacrificare agli dei. Teodoro si rifiuta, il che potrebbe fare di lui un anticipatore della resistenza passiva, senonché decide di dar fuoco a un tempio di Cibele, maledetto vandalo e casseur. Viene pertanto torturato al cavalletto, e rinchiuso in una cella in cui dovrebbe morire di fame, il che però non accade. È dunque bruciato vivo il 17 febbraio di un anno che potrebbe essere il 306 come il 311: di lì a poco Costantino e Licinio avrebbero posto termine alle persecuzioni dei cristiani, per cui Teodoro è uno degli ultimi. Ma soprattutto Teodoro sarà, per diversi secoli, l'unico martire a portare questo nome, che soprattutto nella parte grecofona del Mediterraneo era molto diffuso: il che lo renderà molto più popolare di quanto la sua breve storia avrebbe meritato. Nel VI secolo sorgono monasteri dedicati a lui a Palermo, Messina, Ravenna, Napoli; a Roma, è ritratto in un mosaico nella basilica dei Santi Cosma e Damiano al Foro. A Venezia Teodoro (anzi, "Todaro") sarà il patrono più popolare fino al XII secolo, quando sarà soppiantato da Marco: ma la sua statua è ancora ben visibile accanto a quella di Marco sulle due colonne duecentesche della piazzetta che si affacciano sul molo. Todaro per l'occasione è ritratto mentre calpesta un drago-coccodrillo: il che ci fa pensare che la sua figura si stesse già confondendo con quella di altri santi soldati come Giorgio o Michele
La popolarità di Teodoro stava già declinando verso il Mille, quando al santo legionario capita una vera sfortuna: da qualche parte salta fuori un altro San Teodoro, anche lui militare ma con un grado decisamente più alto: generale. Anche la data sembra fatta apposta per generare confusione: il generale era morto martire il 7, il soldato semplice il 17. Fatalmente, le due figure finiscono per sovrapporsi, al punto che persino la scheda di Santiebeati, dopo aver descritto con molta chiarezza che si tratta di due santi diversi, conclude così: "Comunque trattasi della stessa persona commemorata in due giorni diversi". Ma come? Per quanto non sia certo la prima volta che un generale si prende la gloria di un suo sottoposto, è comunque un esito triste. Viva San Teodoro, quello semplice, quello del 17. 

giovedì 12 febbraio 2026

Un papa quasi re

11 febbraio: San Gregorio II, papa dal 715 al 731

Un diamante è per sempre,
Sutri è per gli Apostoli. 
Certi periodi storici hanno semplicemente avuto più successo che altri. L'Atene di Pericle, la Roma di Cesare, l'Inghilterra di Elisabetta, e così via. Non sono necessariamente periodi di gloria. Non è affatto detto che la gente vivesse meglio, allora, rispetto al millennio prima o al secolo dopo. Il motivo per cui hanno forato l'attenzione è molto più casuale di quanto amiamo ammettere. Ha a che vedere soprattutto con la quantità di fonti che ci sono arrivate – ma se ci sono arrivate forse è anche perché la gente preferiva rileggere informazioni su Cesare rispetto che su Filippo l'Arabo – insomma, è complicato. Però è quel che succede: quando pensiamo al passato, per lo più pensiamo a periodi abbastanza delimitati nello spazio e nel tempo.

Altri periodi non li conosce nessuno, tranne due o tre specialisti nei dipartimenti di Storia che ne parlano poco volentieri, con aria colpevole. Ci svegliassimo di colpo nell'ottavo secolo, ci ritroveremmo immediatamente smarriti – tanto per cominciare, nessuno ci darebbe informazioni precise sulla data, come accade a Troisi e Benigni in quel film. Era il Settecento-e-qualcosa dopo Cristo, sì, ma nessuno ancora ci dava importanza, questa mania di conteggiare gli anni a partire da un'ipotetica data di nascita di Gesù avrebbe attecchito trecento anni dopo. E comunque ci ritroveremmo immersi in un caleidoscopio linguistico abbastanza incomprensibile – ancora molto latino, ma frammisto a lingue germaniche ancora vive e non disciplinate dalla sintassi romanza, un po' di greco nei porti, e qua e là qualche dialetto dell'Asia profonda. A un certo punto capiremmo probabilmente di trovarci nell'Alto Medioevo, ma dove? quando? Persino i nomi dei popoli non combaciano. Quella che noi chiamiamo Italia, per alcuni è la Tuscia, per altri la Longobardia; molta gente parla dialetti germanici, ma a volte li chiamano ancora Unni, benché di Unni veri ormai non ce ne sia più in giro da un pezzo; a Ravenna ci sono i Romani, ovvero i Greci, insomma i Bizantini, ma nessuno li chiama così (nessuno li ha mai chiamati così). E a Roma? A Roma c'è Gregorio II, un grande papa. E allora perché non ne abbiamo mai sentito parlare? Ma certi secoli sono fatti così, sui manuali scolastici scorrono veloci come se non vi fosse successo nulla di rilevante. E invece tutto cambia continuamente, un po' per volta. Quando viene nominato, Gregorio è ancora tutto sommato un emissario dell'imperatore di Costantinopoli, che gli riconosce la massima autorevolezza in campo religioso, ma si aspetta anche che obbedisca ai suoi editti. Quando morì, quindici anni dopo, nel suo letto, dopo aver scampato a diversi tentativi di farlo fuori, Gregorio era un'autorità anche temporale: ai suoi successori lasciava un'entità che cominciava davvero ad assomigliare a uno Stato Pontificio. Anche se le cose sono un po' più complesse (sono sempre più complesse). 

Gregorio era il suo nome di battesimo, non sentì il bisogno di cambiarlo. Veniva da una famiglia romana abbastanza importante (i Savelli) e interruppe una serie di papi provenienti dall'Impero d'Oriente. È probabile comunque che la sua nomina fosse inizialmente gradita all'imperatore: Gregorio era conosciuto a corte, avendo accompagnato a Costantinopoli il suo predecessore, papa Costantino, che vi si era recato per dirimere definitivamente la questione del Concilio Quinisesto – una specie di coda burocratica degli ultimi due concili ecumenici, appunto il Quinto e il Sesto, che l'imperatore Giustiniano II aveva convocato nel 692 senza darsi troppa pena di invitare qualcuno da Roma o in generale dall'Occidente. Questo aveva portato a scontri anche aspri tra papato e impero, che vent'anni dopo erano tutt'altro che sopiti. Tra le altre cose, nei canoni del Quinisesto si cominciava a sentire una certa diffidenza orientale nei confronti delle immagini, che i romani non capivano: si proibiva ad esempio di raffigurare Gesù come agnello, il che in realtà stimolava gli artisti a rappresentazione più realistiche e meno simboliche, ma a Roma all'agnello di Dio erano affezionati. Nell'occasione, comunque, Gregorio dovette dare sfoggio di doti diplomatiche che dovettero essere apprezzate, dal momento che fu eletto papa già all'indomani della morte di Costantino. Il giorno prima non era nemmeno sacerdote, ma appena un suddiacono. Se però a Bisanzio credevano di avere trovato una pedina manovrabile, il seguito della partita li avrebbe smentiti.

La scacchiera per altro era complessa come può accadere a metà di certe partite convolute. Perlomeno all'inizio Gregorio poteva avere la sensazione di distinguere i Neri dai Bianchi, i barbari (per lo più Longobardi) dai Romani – ma i pezzi erano completamente mescolati, i territori controllati dagli amici sparsi lungo i porti e collegati via terra da sentieri sempre meno controllabili; i nemici, sparsi nei territori interni, apparentemente inarrestabili ma a veder bene bloccati da faide interne che li stavano già dividendo. Gregorio intuiva che la situazione poteva degenerare e che Roma aveva bisogno di nuove mura, o almeno di restaurare le vecchie: non ci riuscì del tutto, ma forse si conquistò la fiducia degli abitanti, che l'avrebbero poi difeso meglio dei mattoni. La prima crisi arrivò nel 718, quando il duca longobardo di Benevento, Romualdo, riuscì a impadronirsi di alcune città bizantine, tra cui la rocca di Cuma. Gregorio di Cuma aveva bisogno; probabilmente rappresentava una proprietà fondiaria che la Curia non si poteva permettere di perdere; ma le autorità bizantine che avrebbero dovuto restituirgliela non erano in grado di aiutarlo granché: la stessa Costantinopoli era assediata dagli arabi: e benché le cronache attestano che Cuma fu riconquistata dal duca bizantino di Napoli, Giovanni, sappiamo anche che Gregorio per riaverla dovette corrispondere 70 libbre d'oro, non a Giovanni, ma ai  Longobardi di Benevento. Può darsi che siano vere entrambe le cose; Gregorio nell'occasione potrebbe aver capito che una vittoria militare non cambia necessariamente i rapporti di forza; che i Longobardi prima o poi sarebbero tornati e che oltre a Cuma valeva la pena di ottenere la loro amicizia.

Di lì a poco in effetti gli amici ufficiali – i bizantini – sarebbero diventati particolarmente esosi. Leone III Isaurico, dopo avere sconfitto gli assedianti arabi a prezzo di innumerevoli sacrifici, aveva infatti deciso che una parte importante di questi sacrifici li avrebbero pagati i sudditi italiani. Ne risultò una rivolta fiscale capeggiata proprio dal papa, il quale nell'occasione inventò un concetto destinato ad avere una grande fortuna: le tasse degli italici avrebbero dovuto servire a finanziare opere e servizi nel territorio italico – oggi lo chiamiamo federalismo fiscale, ed è buffo pensare che sia venuto in mente a un romano. Leone come la prese? In modo abbastanza sportivo, per la media degli imperatori bizantini. Scrisse ai più importanti funzionari – l'esarca di Ravenna, il duca di Roma, e altri – chiedendo se per caso non si trovava un modo di ucciderlo. La congiura fallì miseramente: gli esecutori materiali furono condannati a morte, il duca – che di Roma era il comandante militare – si diede alla fuga. Quando l'esarca, qualche anno più tardi, tentò di inviare a Roma un nuovo duca a destituire Gregorio, la sconfitta bizantina fu ancora più pesante, perché per l'occasione la città fu difesa non solo dai suoi abitanti, ma dagli stessi Longobardi di Spoleto e di altri ducati. Gregorio si era sostanzialmente reso indipendente dai bizantini, forse più di quanto lo desiderasse perché in coscienza continuava a considerare Roma come una parte dell'impero, e Leone come il suo legittimo imperatore. 

Leone dal canto suo però non faceva molto per venirgli incontro, anzi. Nel 726 emise i primi editti iconoclastici, che vietavano il culto delle immagini. Una frattura importante con la cultura cristiana del tempo, che è stata lungamente interpretata: Leone probabilmente intendeva ribadire il primato della sua figura, e magari impadronirsi delle ricchezze dei santuari che avevano prosperato grazie alla popolarità di questa o quell'icona; ma l'iconoclastia veniva anche incontro alla sensibilità dei sudditi arabi ed ebrei che Leone aveva obbligato per legge a convertirsi, se non nel cuore, almeno nelle apparenze. In Italia, di nuovo, la situazione era molto diversa, e l'iconoclastia dette un colpo fatale a un'autorità già molto labile. A Ravenna l'esarca fu linciato; a Roma una seconda congiura ducale contro il papa si risolse con la messa a morte di tutti i congiurati, duca incluso. Nel frattempo alcune città, come Sutri, si devolvevano liberamente ai Longobardi, che da barbari senzadio erano diventati, all'improvviso, i difensori delle immagini sacre. Non è chiaro quanto pesò l'autorità di Gregorio in questa rivolta che contagiò rapidamente tutti i domini bizantini della penisola; di sicuro si oppose con veemenza alle misure iconoclastiche, denunciandole apertamente come eretiche. Ma quando gli insorti cominciarono a parlare di eleggere un nuovo imperatore e di mandarlo in testa a un esercito a Costantinopoli, fece capire che no, non era il caso. Si dice che temesse i Longobardi, ma coi Longobardi Gregorio continuava a discutere, e ormai doveva trovarli più ragionevoli dei Bizantini; tanto che nel 729 riuscì a ottenere da re Liutprando la restituzione di Sutri. 

L'atto è noto come "donazione di Sutri", ed è un momento fondamentale per la storia dello Stato Pontificio, perché Sutri non viene restituita all'impero Romano, ma donata "al patrimonio degli apostoli Pietro e Paolo". Forse per la prima volta veniva messo nero su bianco che un territorio non apparteneva a un imperatore, ma alla Chiesa. Con la sua generosità, Liutprando dimostrava di aver capito quanto fosse utile avere Gregorio dalla sua parte. Era il re della Longobardia settentrionale (maior): il suo obiettivo non era qualche castello nel Lazio, ma il controllo della Langobardia minor: dei ducati centromeridionali, Spoleto e Benevento, fino a quel momento i più fedeli alleati del papa. Il papa da parte sua si trovava a sventare l'ennesima congiura bizantina nei suoi confronti, stavolta ordita dall'eunuco Eutichio che a quanto pare era stato nominato duca di Napoli con la missione prioritaria di farlo fuori. Siccome anche stavolta l'attentato andò a monte, Eutichio provò con la diplomazia, proponendo a Liutprando di puntare su Spoleto e Benevento; l'imperatore, prometteva, avrebbe riconosciuto la sua sovranità su quei territori. In cambio però Liutprando doveva passare da Roma e deporre quel papa riottoso. Liutprando non declinò la proposta: ma invece di scendere subito a Roma, prese la via larga, sottomise Spoleto e Benevento e solo a quel punto si mise in strada verso la città a cui tutte le strade portano. 

In un qualche modo, Gregorio riuscì a salvarsi anche stavolta. Le cronache lo dipingono come un novello Leone Magno, che disarmato affronta un Liutprando/Attila e lo convince con la forza della persuasione cristiana. Se anche in quel caso qualche libbra d'oro cambiò proprietario, non ci è dato saperlo; fatto sta che il re longobardo visitò la tomba degli Apostoli da pellegrino e non da conquistatore, ottenendo in questo modo il riconoscimento della sua autorità regale non solo dall'imperatore ma anche dal papa. Gregorio non era stato spodestato, ma anche il suo rapporto con Costantinopoli sembrava migliorato: addirittura fu lui a inviare un esercito contro un tale Tiberio Petasio che a Monterano si era proclamato imperatore, e a inviare la testa di tale Tiberio Petasio a Costantinopoli. Da quel momento Leone III sospese ufficialmente i tentativi di ucciderlo, e anzi in un qualche modo accettò il fatto che a Roma il potere temporale fosse ormai nelle mani di un papa. Dal canto suo, Gregorio non cedette sul fronte delle icone, anzi si rifiutò di riconoscere la nomina del nuovo patriarca iconoclasta di Costantinopoli, Anastasio. È ricordato anche come il papa che permise l'evangelizzazione dei Frisoni, avendo lui autorizzato la missione (non troppo fortunata) di Bonifacio di Magonza. Morì nel 731, lasciando una città e una Chiesa un po' più sicure di come le aveva trovate. 

lunedì 26 gennaio 2026

Un bicchiere ogni tanto fa bene (a Timoteo)

26 gennaio: San Timoteo (I secolo), collaboratore di San Paolo.

Ehi chatgpt, fammi un mosaico 
di San Timoteo con un calice di vino
nella destra e la mano sinistra sullo
stomaco.
Timoteo fu, secondo Eusebio di Cesarea, il primo vescovo di Efeso, consacrato direttamente da Paolo di Tarso; e a Efeso sarebbe stato martirizzato per essersi pubblicamente rifiutato di onorare il culto del dio Dioniso. Rispetto ad altri protovescovi evanescenti  o leggendari, Timoteo ha il grosso vantaggio di essere nominato più volte negli Atti degli Apostoli, e di comparire come destinatario di ben due lettere paoline. Considerato che Paolo prima o poi litigava con tutti, questo è sufficiente a convincerci che fosse un santo... però di lui in realtà sappiamo molto poco: potrebbe essere stata proprio la sua vicinanza all'Apostolo a dissuadere gli agiografi medievali, che con altri personaggi si scatenavano, ma che su di lui non ritengono di non dover aggiungere nemmeno un miracolo. Vale per lui quel che si può dire di quei personaggi che nei romanzi epistolari ricevono le lettere ma non rispondono (o se rispondono, l'autore non ritiene necessario inventarsele e pubblicarne); quel che per Jacopo Ortis è Lorenzo Alderani, noi alla fine che ne sappiamo di questo Lorenzo? È come una quinta impassibile che assiste muta agli sfoghi di Jacopo; il suo scopo è assistere, dopo un po' non resta che accettare che Lorenzo siamo noi. Lo stesso vale per Timoteo, sul quale Paolo riversa una sfilza non interminabile ma cospicua di consigli di vita che già in partenza danno la sensazione di essere rivolti non solo a lui, ma a tutti (perlomeno a tutti i ministri del culto), e non ci fanno intravvedere nessun carattere personale. Per cui io su San Timoteo non avrei veramente molto da dire – in realtà oggi preferirei scrivere una scheda su una di quelle leggende senza capo né coda, come quella di San Senofonte:


26 gennaio: Santi Senofonte, Maria, Arcadio e Giovanni (V secolo)

Senofonte e Maria vivono a Costantinopoli nel V secolo e hanno un sogno: avviare i due figli Arcadio e Giovanni alla più perfetta santità. Decidono quindi di metterli su una nave diretta verso una qualche scuola teologica a Beirut, ma la nave affonda e i due fratelli si perdono di vista nel naufragio. Decidono entrambi, separatamente, di entrare in due monasteri. Senofonte e Maria sono convinti di averli persi quando anni dopo intraprendono ormai anziani un pellegrinaggio nei Luoghi Santi; che sorpresa quando li trovano laggiù. Sembra il tentativo di recuperare in un'agiografia lo spunto narrativo dei fratelli separati da un naufragio – come nella Commedia degli errori di Shakespeare, che del resto si fa a Plauto il quale a sua volta attingeva da commediografi o romanzieri di epoca ellenistica – sicché avrei voluto approfondire... ma la Bibliotheca Sanctorum mi ha fatto un tiro incredibile. Alla voce "SENOFONTE, Maria e figli" (XI volume) ti dice semplicemente: vai alla voce Xenofonte. Allora tu prendi il volume XII, cerchi la X di XENOFONTE, e... non c'è. Cioè, vi rendete conto? Un rimando a vuoto nella Bibliotheca Sanctorum dell'Istituto Giovanni XIII presso la Pontificia Università Lateranense. È una cosa che addolora e avvilisce – specie quando ormai uno è da anni che è abituato a rubacchiare la BS al punto che la dà per scontata. Ci si sente traditi in questi casi, anche perché a questo punto non ho scelta, devo veramente affrontare il caso di 


26 gennaio: San Timoteo (I secolo), collaboratore di San Paolo

Come se fosse facile, collaborare con Paolo; eppure anche da un resoconto di parte come il Nuovo Testamento si evince che molti non ci sono riusciti a lungo (compreso lo stesso Pietro). Timoteo e Tito ce l'hanno fatta, e insieme al ricco Filemone sono gli unici a cui nel Nuovo Testamento Paolo scrive di persona: le altre epistole le invia a intere comunità (Colossesi, Efesini, Tessalonicesi). Ma a Tito arriva un'epistola "di Paolo apostolo a Tito", e a Timoteo addirittura due. Sono chiamate anche "lettere pastorali", perché per la prima volta contengono istruzioni di un apostolo a dei referenti locali che vengono chiamati "vescovi" o "presbiteri", e sono considerate carriere professionali: un segno che Paolo stava già cominciando a progettare una gerarchia ecclesiastica, oppure che le lettere sono state scritte più tardi, da autori che usavano il nome di Paolo per attribuirgli la responsabilità della gerarchia che nel frattempo si era formata (in altre lettere Paolo non considera la sua attività apostolica come un mestiere e rivendica il fatto di vivere di un proprio lavoro). Il dibattito è aperto: si può anche ipotizzare che Tito e Timoteo queste lettere se le siano scritte da soli. 

A rileggerle con laica diffidenza, non suonano molto autentiche. Sembrano dettate da un anziano che impartisce istruzioni e buoni consigli e non si preoccupa che siano banali. Occorre moderarsi in tutto (le donne più degli uomini, ma pure gli uomini): anche nella pietà, anche nei sacrifici. In giro c'è un sacco di gente faziosa che si perde in "genealogie inutili": inutile discutere con questi che nella lettera a Tito vengono chiamati per la prima volta "eretici". Le lettere insomma lasciano intendere l'esistenza di una struttura ecclesiastica che ai tempi di Paolo non poteva già esistere; tutto sommato però non tradiscono lo spirito paolino – in particolare quell'ambigua tensione tra attesa di un Messia che sta per tornare e profonda diffidenza per chi vuole approfittare di questa attesa per mettere in discussione lo status quo. La prima lettera di solito è quella preferita di chi vuole sottolineare la misoginia di Paolo e della Chiesa che stava fondando. In effetti il motivo per cui è ancora oggi difficile immaginare, per i cattolici, un sacerdozio femminile, sta tutto in 1 Timoteo 2,12: "Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all'uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo". Per motivare questa subordinazione, Paolo riparte dalla Genesi ("Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione"), ed è in queste pieghe che ci sembra di riconoscere un autore diverso dal Paolo degli Atti e di altre lettere, che oltre a non disdegnare le collaboratrici femminili, rielabora i precetti biblici con molta più disinvoltura. Anche il fatto che questo Pseudopaolo affermi che la donna possa essere salvata "partorendo figli" ci può lasciare perplessi; il Paolo originario viveva in una dimensione apocalittica, il secondo Avvento magari non era imminente ma comunque vicino; metter su famiglia non così indispensabile. Il "Paolo" che scrive a Timoteo invece ha già la preoccupazioni tipiche di chi sa che la sua comunità dovrà durare per qualche generazione, e quel tipo di esperienza che i capi delle comunità non improvvisano; Timoteo per esempio deve stare molto attento a iscrivere nel "registro delle vedove" (una lista di signore che presumibilmente accedevano a un fondo pensione) soltanto quelle dai sessant'anni in su; delle altre lo Pseudopaolo non si fida: perché non si risposano? Fanno ancora in tempo, invece di restare in giro a spacciare e nutrire pettegolezzi ("trovandosi senza far niente, imparano a girare qua e là per le case e sono non soltanto oziose, ma pettegole e curiose, parlando di ciò che non conviene"). In questo e in altri passi, più che dar voce ai propri pregiudizi lo Pseudopaolo sembra temere quelli degli altri: cosa penserà la gente se accettiamo tra noi una vedovella che poi magari ci coinvolge in uno scandalo? 

Un'altra cosa abbastanza importante che dobbiamo alla prima lettera a Timoteo è il permesso, anzi l'incoraggiamento a bere un po' di vino – certo, non è l'unico passo del Nuovo Testamento in cui Gesù e apostoli ne bevono, a partire dalle nozze di Cana. Ed è soprattutto grazie a Paolo che il vino ha assunto una posizione centrale nel rito cristiano; è nella prima lettera ai Corinti che viene descritta la liturgia eucaristica come si celebra a tutt'oggi, con la transustanziazione del sangue di Cristo nel vino, (bevetene tutti, questo è il mio sangue). Paolo del resto è il più acerrimo nemico dei divieti alimentari, e lo ribadisce anche a Timoteo ("tutto ciò che è stato creato da Dio è buono e nulla è da scartarsi"). La prima lettera però è l'unico testo (pseudo)paolino che sembra stato rimaneggiato da un consorzio di vinicoltori decisi a difendere il loro prodotto da qualsiasi critica: in effetti fino a un certo punto l'autore non sembra affatto così incline al consumo di alcolici. In ben due passi insiste sul fatto che i ministri della fede non devono essere "dediti al vino" (πάροινον). Ora, la differenza tra bersi un calice ogni tanto (anche a scopo liturgico) ed essere "dediti" all'alcool era chiara anche allora, ma forse a qualcuno non bastava, perché a un certo punto – in modo abbastanza improvviso e imprevisto – lo Pseudopaolo si scopre preoccupato per la salute di Timoteo e gli ordina di bersi regolarmente un bicchiere, ché fa bene allo stomaco. "Smetti di bere soltanto acqua, ma fa uso di un po' di vino a causa dello stomaco e delle tue frequenti indisposizioni". È il versetto 5,23 – grazie al quale San Timoteo è invocato da chi soffre di dolori di stomaco, come protettore del medesimo – ma se tutta la lettera dà la sensazione di essere stata inventata, questo versetto la dà ancora di più. Quando riceve queste parole, Timoteo è ancora giovane ("Nessuno disprezzi la tua giovane età", gli aveva scritto poco prima); da nessun'altra parte si accenna a queste "frequenti indisposizioni" o ad altri aspetti della sua salute fisica. La stessa raccomandazione a bere vino si trova incuneata tra altre che riguardano la purezza morale e l'importanza delle opere di bene: insomma ha tutta l'aria dell'aggiunta posticcia. Possiamo fantasticare su questo (pseudo)Timoteo che dopo aver ricevuto la lettera di un superiore, spaventato da quel "πάροινον" che qualche suo fedele avrebbe potuto interpretare come una critica alle sue abitudini alcoliche, decide di interpolare la lettera con un versetto che le giustifichi; ma in generale il versetto 5,23 mi sembra il più grande successo della lobby vinicola nella sua lotta contro l'evidenza; un successo che è dovuto a quel sano principio che ogni pubblicitario conosce: battere sempre sullo stesso tasto. Un bicchiere al giorno fa bene, lo dicono oggi in tv e lo dicevano anche nel primo secolo dC. Riuscivano a infilare lo slogan persino nel Nuovo Testamento – dev'essere stato più difficile che conquistare i talk notturni della Rai. Resta da stabilire se il vino ha avuto tanto successo perché i cristiani lo bevevano, o se il cristianesimo abbia avuto tanto successo perché è la religione che più lo ha integrato nella liturgia e nella dieta. Forse non lo sapremo mai; né servirà berci sopra. Buon San Timoteo, e bevete con moderazione.

martedì 6 gennaio 2026

I santi, non fateli in patria

7 gennaio: beato Ambroise Fernández (1551-1621), marinaio in Portogallo e martire in Giappone. 

Quante volte sarà capitato ai marinai, nel mezzo di qualche formidabile tempesta che svela l'enormità della natura e l'assurdità delle nostre pretese di domarla; quante volte sarà capitato di offrire a Dio in cambio della salvezza concessioni improbabili, del tipo: se mi salvo stavolta mi faccio frate? La maggior parte di questi voti, dobbiamo presumere, venivano rinnegati appena la nave giungeva sana e salva al porto e i marinai si ricordavano dell'esistenza di altre entità a cui fare altre promesse non necessariamente più semplici da mantenere. Ambroise Fernández però arriva a Nagasaki, che a fine Cinquecento era la "Roma del Giappone", la città più cristiana di tutto l'Oriente: forse anche per questo motivo riesce a onorare il suo voto e a entrare nella Compagnia di Gesù; vi avrebbe militato per più di mezzo secolo prima di venire imprigionato durante le persecuzioni che sradicarono completamente il cristianesimo dal Giappone, e morire dopo quattro anni di prigionia.

Il Kirishitan (o cristianesimo giapponese) è uno degli esempi più eclatanti che ci propone la Storia, di quanto essa stessa sia modificabile e cancellabile: per quanto abbia coinvolto centinaia di migliaia di persone, due secoli dopo lo sbarco di Francesco Saverio il cristianesimo in Giappone sembrava completamente scomparso, e per lo più lo era. Forse le tracce meno labili di un periodo in cui il Giappone aveva avuto scambi commerciali e culturali con le nazioni cattoliche resistono nella cucina: "tempura" deriva da têmpero, che in portoghese significa "quaresima": il periodo in cui i marinai portoghesi si rassegnavano a mangiare pesciolini e gamberi purché impanati e fritti. Di origine portoghese è anche la kasutera o castella, il dolce nipponico più simile al pan di Spagna.
 
Il motivo per cui a un certo punto i giapponesi si tennero dolci e fritture e chiusero con Cristo, al di là dei singoli episodi, è legato alla diffidenza del potere centrale per una religione che poteva fungere da veicolo culturale dell'imperialismo spagnolo. Per quanto i gesuiti, soprattutto, perseguissero l'idea di un cristianesimo svincolato dai poteri coloniali e compatibile col feudalesimo giapponese, la diffidenza col tempo avrebbe vinto. Il cristianesimo del resto si stava propagando proprio nello stesso periodo in cui prendeva forma lo shogunato, il regime centralizzato che da Edo/Tokyo avrebbe governato fino all'Ottocento.


7 gennaio: Beato Matteo Guimerà, vescovo sfortunato di Agrigento (1377-1450)

Nessuno è profeta in patria, che nel caso di Matteo Guimerà fu la città di Agrigento. Nato nell'ultimo quarto del Trecento, Matteo appartiene a quella generazione di francescani che pur facendo parte ormai di un ordine fortemente strutturato (Matteo studiò a Barcellona e si perfezionò a Padova), anelava a un impossibile ritorno alle origini, al recupero della figura ormai leggendaria del fondatore e al suo pauperismo integrale. Questo movimento, noto come Osservanza, trovava in Bernardino da Siena il suo leader carismatico: vi militarono altri francescani intransigenti come Giovanni da Capestrano e Giacomo della Marca, che avrebbero avuto una grande carriera all'estero, come predicatori, inquisitori e persino condottieri. A Matteo invece il destino preparava una sorte un po' più amara: o fu il papa (Eugenio IV), che ebbe l'idea di nominarlo vescovo della sua città natale. Il risultato fu che i girgentini, in particolare i membri del clero locale, che magari avrebbero apprezzato parole di vita eterna portate da un predicatore venuto da lontano, non furono altrettanto impressionati da un religioso che alle parole univa i fatti, dilapidando i beni della curia in opere di carità. E siccome una denuncia per malversazione non sarebbe andata molto lontano (Matteo dilapidava per gli altri, non per sé), non restava che accusarlo di avere un'amante. Il gossip funzionò meglio delle azioni legali: prosciolto da tutte le accuse, Matteo comunque preferì rinunciare alla carica. Sarebbe morto qualche anno dopo a Palermo, lontano dalle malelingue e in odore di santità. 

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