Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

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lunedì 27 aprile 2026

La Geostoria non è affatto sparita

[Questo articolo è uscito sul Manifesto del 24 aprile]. Addio Geostoria, dunque? Tra le promesse che il ministro aveva annunciato appena insediato, vi era l'abolizione di questa strana materia che forse non è mai nemmeno esistita – un residuo della riforma Gelmini, che non partiva da considerazioni pedagogiche quanto dalla necessità di tagliare un po' di lezioni qua e là, per contenere i costi. Al tempo si era ritenuto che due ore di geografia settimanali nei bienni dei licei fossero troppe, da cui l'idea di levarne una e accorpare l'ora residua all'insegnamento della Storia. Così nacque, all'inizio del decennio scorso, la Geostoria, ovvero (in sostanza) tre ore alla settimana per arrivare in due anni dalla preistoria all'anno Mille – e se avanza del tempo magari offrire agli studenti anche qualche cenno di geografia. Se si considera che i ragazzi che approdano oggi al liceo hanno studiato l'antichità soltanto alle Primarie, è chiaro quanto fosse forte il rischio che la Storia si mangiasse la geografia era molto forte. Ma almeno i libri da comprare si riducevano da due a uno solo, con un po' di risparmio per i genitori. 

Tutto questo finisce a settembre: "la Geostoria scompare". Così almeno sta scritto nel comunicato che annuncia la pubblicazione delle bozze delle nuove Indicazioni nazionali per i licei: dove inoltre si afferma che si tratterebbe "forse" della "novità più attesa dagli addetti ai lavori". Chi poi, tra questi addetti, si è messo effettivamente a leggere le bozze, non ha tardato a scoprire la fregatura – che in effetti era abbastanza prevedibile. 

Nelle nuove indicazioni, infatti, in mezzo a tante belle parole che per la prima volta includono anche considerazioni molto interessanti sull'uso dell'AI – considerazioni così lucide, così ben scritte, che per un momento fanno sospettare che l'AI stia letteralmente parlando di sé stessa – a un certo punto si arriva a una specie di scoglio, uno spigolo che nessuna retorica è riuscita a levigare. Un "monte ore". All'inizio della voce "Geografia", in luogo di un trionfale proemio che saluti il ritorno di questa Cenerentola tra le discipline, si trova questo paragrafo, abbastanza secco: "Nel primo biennio di tutti i percorsi liceali "Storia e geografia" sono due discipline con un proprio assetto epistemologico il cui insegnamento è rimesso ad un unico docente come da ordinamento... Il monte ore annuale complessivo delle due discipline è di 99 ore per ciascuna delle due classi del primo biennio".

Troverete la stessa asciutta formulazione in ogni versione della bozza: in quella del liceo artistico, come in quelle del liceo classico, linguistico, scientifico, eccetera. Ed è l'unica volta in tutto il documento che si accenna a questo dettaglio così pedestre, il "monte ore". Ovvero la quantità di ore da dedicare non più alla terribile Geostoria, ma a Storia e a geografia. Nella pratica poi saranno sempre un po' meno, perché si sa, una settimana c'è un progetto, un'altra settimana c'è una visita d'istruzione, e poi lo scambio, l'autogestione, eccetera eccetera. Ma accettiamo comunque il dato lordo. Le nuove indicazioni ci dicono che lo stesso insegnante dovrà contenere l'insegnamento di Storia e di geografia in 99 ore. Sono tante? Sono poche? Dipende. 

Ma una cosa è sicura: sono esattamente le stesse che l'insegnante aveva quest'anno. Tre alla settimana. 

E dunque insomma sì, il ministro ha abolito la Geostoria: ma con cosa l'ha rimpiazzata? Le ore sono le stesse. L'insegnante è lo stesso. Anche il cosiddetto 'programma', in sostanza, non è cambiato: bisogna sempre portare dalla preistoria all'anno Mille adolescenti che non hanno mai sentito parlare di Socrate e di Traiano. Quello di geografia magari si è un po' rimpolpato, ma nella pratica il tempo per aggiungere concetti non c'è, e quindi siamo al punto di prima. 

Ora, non è che gli "addetti ai lavori" possano sorprendersi più di tanto, ormai. Poteva forse Valditara avesse ripristinare davvero una cattedra di geografia decente, con un monte ore passabile? E con che risorse? Migliaia di ore di lezione in più, di cattedre in più. Laddove se c'è una cosa che abbiamo capito, in questi anni, è che le uniche riforme consentite sono quelle a costo zero. Almeno per le casse dello Stato. 

Per le famiglie, non è detto. Infatti, a ben vedere, un cambiamento c'è. Il prof rimane uno solo, le ore rimangono tre, i programmi più o meno gli stessi. Ma i manuali saranno di nuovo due, invece di uno solo. Ed è facile immaginare che costeranno un po' di più. 

martedì 20 maggio 2025

Il re beato e imbelle d'Inghilterra

Anonimo cinquecentesco
21 maggio: beato Enrico VI di Windsor (1421-1471), re imbelle

A pochi anni dalla morte, il culto di Enrico VI fu promosso da suo nipote Enrico VII, che in quanto fondatore della dinastia dei Tudor sentiva l'esigenza di sottolineare il suo legame con gli estinti Lancaster. E allo stesso tempo un re santo non è una cosa che si possa inventare dal nulla – non nel Rinascimanto, con in giro un bel po' di cronisti interessati a sviscerare il momento più critico del regno d'Inghilterra. Fu compilato comunque un intero libro di miracoli, da cui risultava che Enrico VI avesse resuscitato un'appestata e un supposto ladro di bestiame già appeso al cappio, e che il suo tocco fosse molto efficace contro la scrofola, a differenza ad esempio dell'ultimo esponente della casata degli York, Riccardo III. Forse il punto è che dal malvagio Riccardo i sudditi avevano paura di farsi toccare, laddove Enrico era stato tanto buono e inventarsi prodigi su di lui richiedeva meno fantasia. Ed ecco il paradosso: Enrico era venerato dal popolo proprio per i motivi per cui gli storici stavano cominciando a considerarlo un pessimo re. 

Ci fu mai un re che ereditasse un trono
e ne fosse contento men che me?
Non feci in tempo a uscire dalla culla
che venni incoronato, a nove mesi.
Mai un suddito ha agognato di esser re
quanto io ho agognato e aspiro ad esser suddito

(Enrico VI Parte II, Atto IV, scena IX)

Il padre di Enrico gli aveva dato lo stesso nome e un'eredità impossibile da gestire. Era stato un grande re, ovvero un re piuttosto fortunato, ma tant'è: quel tipo di re cui ancora oggi si può dedicare un film e chiamare a interpretarlo Timothée Chamelet; laddove il figlio al massimo si meriterebbe un Paul Dano che fissasse spesso il vuoto dietro gli interlocutori. Il padre si era coperto di gloria durante la storica battaglia di Azincourt – a vederla da vicino, una carneficina nel fango, vinta da un contingente disperato, circondato da nemici soverchianti. Una di quelle situazioni in cui o si vince o si viene completamente annichiliti; nessun valido condottiero dovrebbe ritrovarcisi, ma a Enrico V era successo: in un qualche modo aveva vinto – dopodiché aveva dato l'ordine di sterminare tutti i prigionieri, perché non aveva abbastanza uomini per controllarli. Più tardi il re di Francia, Carlo VI Valois, avrebbe acconsentito a fargli sposare la figlia, accettandolo come legittimo erede. Questo Carlo VI, da come ce lo dipingono i cronisti, ha tutto l'aspetto di uno schizofrenico: alternava periodi di lucidità a deliri allucinati, che almeno in un caso lo avevano portato a roteare le sue armi sui suoi stessi uomini, uccidendone quattro. Enrico VI non avrebbe mai avuto crisi altrettanto violente, e non è nemmeno detto che ne avesse ereditato la patologia: ma l'eredità di un nonno che era un matto conclamato poteva essere ingombrante quanto quella del padre saggio e vittorioso. Un padre che tra l'altro Enrico non conobbe mai – morto di febbre tifoide in Francia, quando Enrico aveva appena nove mesi. La guerra, che si apprestava a compiere Cent'Anni, e ad Azincourt sembrava ormai vinta dagli inglesi, conobbe negli anni successivi una svolta completamente improvista: quando Parigi era saldamente nelle mani degli inglesi e ormai restava da assediare soltanto la roccaforte di Orléans, i francesi ripresero slancio e iniziativa grazie a... una contadinella, tale Giovanna D'Arco

Dopo le prime vittorie il primogenito superstite di Carlo VI si lascia convincere a farsi incoronare a Reims – che è la città dove tradizionalmente si incoronavano i re di Francia. Gli inglesi rispondono al gesto provocatorio organizzando un'incoronazione alternativa a Parigi per Enrico, il quale dunque a nove anni deve compiere una faticosa traversata e sostare per mesi in Normandia, perché anche i dintorni di Parigi non erano sicuri dalle scorrerie armagnacche. Non è impossibile che una simile esperienza sia stata determinante a determinare la futura condotta di un re poco incline a invasioni e combattimenti. Non solo Enrico stesso era francese per metà, ma a 23 anni il rivale/cugino Carlo VI riuscì a strappargli una tregua biennale proponendogli di sposare una sua nipote, Margherita d'Angiò. Pare che Enrico si sia lasciato convincere al matrimonio perché gli emissari ne decantavano la straordinaria bellezza – dopodiché può darsi che il matrimonio non sia stato mai consumato: Enrico stesso confessava di non ricordare quando e come avesse messo sua moglie incinta di un principe di Galles. La diplomazia non cessava di inviluppare le dinastie in contorte genealogie, malgrado l'evidenza ormai dimostrasse che molti difetti dei regnanti erano di carattere ereditario, al punto che il ricorso all'adulterio a volte era un correttivo necessario. 

Non è che Enrico fosse un re pacifista; ma figlio devoto di una Valois, sposo affezionato di un'Angiò, non è così strano che tra i falchi che proponevano di continuare a mandare truppe in Francia, e le colombe che suggerivano un negoziato e un disimpegno, Enrico inclinasse sempre più verso i secondi. Del resto madre e moglie avevano il vantaggio di restare a corte, coi loro uomini di fiducia (che magari a volte erano anche amanti, ma è difficile scrostare il gossip accumulatosi da secoli), mentre i falchi, essendo più propensi a combattere, a corte si vedevano meno spesso e anche i più valorosi strateghi, prima o poi finivano per morire in battaglia. Così, anche dopo che Giovanna fu catturata, processata e bruciata, i francesi continuarono a combattere e la loro avanzata, dapprima molto graduale, verso il 1450 divenne inarrestabile, coinvolgendo anche territori legati alla corona da generazioni, come l'Aquitania. Le truppe inglesi erano vittime di un circolo vizioso: la corona, dubitando di poter concludere vittoriosamente un conflitto così lungo, non vi investiva abbastanza, il che portava gli inglesi a perdere ulteriori battaglie, confermando in questo modo i dubbi della corona. Non possiamo nemmeno escludere che Enrico, animato da un sincero sentimento religioso, non fosse stato turbato dal martirio di Giovanna: per quanto gli inglesi la considerassero una strega, a corte aveva avuto la possibilità di sentire la versione dei francesi. 

Per quanto gli storici la considerino finita nel 1453, la guerra dei Cent'Anni non si concluse con un trattato di pace, ma con il ritiro degli inglesi da tutti i territori oltre la Manica (salvo Calais): il che coincise più o meno con la prima vera crisi depressiva di Enrico e l'inizio di un vero e proprio collasso dell'apparato statale inglese che prende il nome di Guerra delle Due Rose. A parte la questione dinastica, come al solito intricata (semplificando: l'inettitudine di Enrico, ultimo Lancaster, offriva alla casata degli York un argomento in più per reclamare il trono), l'impressione è quella di un regno che crolla sulle sua fondamenta, le quali evidentemente poggiavano sulla guerra infinita: centinaia di possidenti avevano perduto le loro lucrose proprietà, e il monopolio su determinati commerci, come il vino d'Aquitania; generazioni di fanti e cavalieri abituati a vivere di scorrerie nel continente, una volta tornati nell'Isola, non avevano che da trovare una nuova scusa per rimettersi a razziare, e la rivalità tra York e Lancaster era buona come qualsiasi altra. Schiacciato da un meccanismo che non aveva la possibilità di comprendere, a Enrico capitò di essere imprigionato, liberato, riportato sul trono (in stato catatonico, secondo i cronisti), imprigionato di nuovo, finalmente assassinato, rimpianto dal popolo e venerato dai successori. E quando il processo di canonizzazione si interruppe dopo lo scisma anglicano, la figura di Enrico fu ripresa da un giovane drammaturgo evidentemente affascinato dai monarchi deboli, matti o scostanti: William Shakespeare, che a Enrico dedicò una monumentale trilogia. A rileggerla, si traggono conclusioni che Machiavelli sottoscriverebbe: il re più pacifico di tutti aveva trascinato l'Inghilterra in una guerra civile, il più gentile aveva consentito ai malvagi di trionfare. Evidentemente un re non dev'essere un santo, il suo operato deve essere giudicato secondo parametri diversi. Era una tesi che i Tudor stavano già applicando.

giovedì 13 marzo 2025

L'Occidente e le sue storie

[Questo pezzo è stato pubblicato sul Manifesto del 12/3/2025; nello stesso giorno mi hanno invitato a parlare delle Indicazioni Nazionali a Fahrenheit, su Radio 3 (nei primi minuti). Considerato che le Indicazioni erano uscite il giorno prima, sono stato abbastanza tempestivo. Ma ce ne sarebbe ancora parecchio da dire, davvero è uno di quei casi in cui non si sa da che parte cominciare, salvo che avevo fretta e ho cominciato comunque].

La pietra dello scandalo arriva piuttosto tardi, addirittura a pagina 69 di un documento (la bozza delle «Nuove Indicazioni 2025» per la scuola) che fino a quel momento non sembrava dirompente come certe dichiarazioni avevano fatto intendere.

Finché non si arriva alla voce «Storia», pagina 69, e a un’affermazione perentoria: «Solo l’Occidente conosce la Storia». Segue una citazione di Marc Bloch, che però una tale perentorietà non se l’è permessa: al limite ha riconosciuto che a differenza del cristianesimo «altri sistemi religiosi hanno potuto fondare le loro credenze e riti su una mitologia quasi estranea al tempo umano» (Apologia della storia).

Che questo abbia impedito alle civiltà non occidentali di sviluppare una storiografia e un senso della storia, è un salto logico che Bloch non si permetteva: tanto più fa strano trovarlo messo per iscritto ottanta anni dopo la sua scomparsa. In mezzo c’è stata la decolonizzazione e ci sono stati i postcolonial studies, insomma i momenti per mettere in dubbio il nostro eurocentrismo non sono mancati. La maggioranza della comunità degli studiosi ne ha approfittato: purtroppo non chi ha redatto le Indicazioni Nazionali, che da pagina 69 cominciano a tradire un’impostazione reazionaria. Che è quello che ci si poteva aspettare dal governo più a destra espresso dal parlamento dal 1945 in poi (e certe affermazioni apodittiche potrebbero davvero essere state scritte in quegli anni: «La storia è divenuta… l’arena per eccellenza dove post factum si affrontano il bene e il male variamente intesi. Dove rimane memoria delle imprese degli individui e dei popoli, e si compie in qualche modo il loro destino finale»).

È comunque indicativo che queste affermazioni non provengano da un burocrate di partito, ma riecheggino le posizioni di un illustre membro della commissione di area liberale, Ernesto Galli della Loggia, espresse nei suoi libri: L’aula vuota (2019); Insegnare l’Italia (con Loredana Perla, 2023). Come studioso e cittadino, mi confesso un po’ perplesso davanti a pagine che tradiscono una concezione della Storia così hegelianamente centrata sui noi stessi; pagine che tra l’altro escono con un pessimo tempismo, proprio in quel marzo 2025 in cui questo Occidente compatto, unico portatore di una Storia «come specchio dei progressi dello spirito umano» sembra essersi fratturato. Già molti fieri araldi dell’Occidente stanno sostituendo la parola con «Europa», nei discorsi e nei cortei. Magari in futuro scopriremo di avere più cose in comune con Asia e Africa che con l’America, chi può dirlo – del resto se la Storia ha uno «strettissimo rapporto con la politica», non è così strano che si modifichi ogni volta che si modifica quest’ultima.

Come insegnante, mi consolo pensando che all’atto pratico non è che le cose cambino molto; l’unica novità è questa idea balzana di stirare la Storia di prima media da Carlo Magno alla rivoluzione industriale (Lutero e Galileo diventeranno mere comparse). Quanto alla Storia africana e asiatica, sui manuali ne abbiamo sempre trovata pochissima. Coi nostri studenti di origine extraeuropea ci scusavamo dicendo che era una lacuna di tutto il nostro sistema: ecco, le Indicazioni ci propongono di non chiedere più scusa. Pazienza se metà delle nostre classi proviene da famiglie che si riconoscono in altre storie. Spiegheremo loro che non sono storie interessanti. Dopodiché cresceranno, e un giorno in cattedra ci saranno loro. Probabilmente per allora questa pagina 69 sarà solo un remoto ricordo, di quando ancora qualche prof bianco si ostinava a voler spiegare soltanto la Storia dei bianchi.


mercoledì 27 marzo 2024

Un beato, un poliedro

27 marzo: Beato Francesco Faà di Bruno (1825-1888), poliedro

Torino è una gabbia cartesiana di viali a guardia di una selva di follie. Alcune si vedono da lontano; altre necessitano di un occhio più attento. Ad esempio in San Donato c'è un campanile sgargiante che è il più alto della città, ma da vicino rischi di passare senza notarlo perché è sottilissimo – la base quadrata è di 5,5 metri per 5,5. Che razza di architetto può averlo disegnato? In effetti non si trattava esattamente di un architetto perché a Edoardo Arborio Mella subentrò a un certo punto lo stesso committente, il poliedrico Francesco Faà di Bruno. Quest'ultimo non aveva una particolare esperienza in fatto di chiese o campanili; in compenso fu ufficiale dell'esercito, matematico, cartografo, astronomo, inventore, benefattore e prete. E probabilmente mi sto scordando qualcosa. 

Provo da capo: Francesco da Paola Virginio Secondo Maria Faà di Bruno nasce ad Alessandria nel 1825, dodicesimo figlio di Lodovico Faà, marchese di Bruno, e di Carolina Sappa de' Milanesi, la quale morì quando FdB aveva appena nove anni. Cinque dei suoi fratelli, ben prima di lui, avevano scelto la vita ecclesiastica: una percentuale ragionevole per una delle più blasonate famiglie di proprietari terrieri del Basso Piemonte. Francesco invece è avviato alla carriera militare, come il fratello maggiore Enrico (che, in qualità di capitano di vascello, affonderà nella battaglia di Lissa). Si diploma all'Accademia di Torino nel 1846, appena in tempo per partecipare alla Prima Guerra d'Indipendenza. Durante l'assedio di Peschiera ha l'occasione di disegnare una carta dettagliata della regione del Mincio. Alla battaglia di Novara è ferito a una gamba e decorato, e benché scrivendo a un fratello si schermisca ("Non ho fatto niente di più straordinario del mio dovere") qualche indizio ci lascia supporre che l'esperienza della battaglia lo abbia segnato profondamente. Alla fine della guerra il nuovo re, Vittorio Emanuele II, lascia intendere la volontà di nominarlo precettore dei suoi figli Umberto e Amedeo. Non è chiaro quanto fosse vincolante la proposta, ma FdB la prende così sul serio da trasferirsi a Parigi per diplomarsi almeno in matematica alla Sorbona. Quando si ripresenta a corte, due anni dopo, con una license in Scienze Matematiche, scopre che l'incarico è sfumato: come mai? Secondo Giuseppe Palazzini, autore della voce "Faà di Bruno" della Bibliotheca Sanctorum, a causa del "settarismo di alcuni consiglieri dei re" che non lo consideravano adatto in quanto "cattolico fervente". Nel piccolo regno anche la scelta di un precettore reale poteva essere interpretata come un segnale politico, e in effetti FdB era tornato a Torino in un momento particolarmente delicato: il baricentro del parlamento si stava spostando dall'asse liberal-clericale di D'Azeglio al centrosinistra del connubio Cavour-Rattazzi. FdB non ha ancora debuttato nell'agone politico, ma quando lo farà (1857) si candiderà con i Cattolici Conservatori, gli antagonisti sconfitti dal nuovo astro del Regno: il conte di Cavour. Prima però si congeda dall'esercito. La pagina di Wiki racconta che FdB sarebbe stato sfidato a duello da un ufficiale torinese che lo aveva offeso, sostenendo che non era stato in grado di laurearsi. FdB avrebbe rifiutato di battersi (sempre in quanto "fervente cattolico"), ma avrebbe risposto alla sfida tornando alla Sorbona e completando brillantemente gli studi. Raccontato in questi termini, l'episodio non ha senso: chiunque abbia letto due o tre romanzi ottocenteschi sa che al massimo sarebbe stato l'offeso, ovvero FdB, a domandare soddisfazione; né il Dizionario biografico Treccani né la Bibliotheca Sanctorum riferiscono di questo duello. 


Vabbe' ma era ovvio, dai.

A Parigi FdB compone non una ma due tesi: una sulla teoria algebrica dell'eliminazione, l'altra sulla meccanica celeste. In entrambi i casi il suo relatore è Augustin-Louis Cauchy, pioniere del calcolo differenziale, ma anche grande filantropo: in pratica l'esempio vivente di come la mentalità scientifica si potesse coniugare con la sensibilità sociale (e un orientamento politico clericale-reazionario).  Nell’armonia delle leggi della fisica e della matematica, FdB riconosce"un'ombra delle perfezioni di Dio". "Il vero ricercatore, purché oggettivo, non può non riconoscere dietro i fenomeni fisici e le misteriose regolarità matematiche su cui si regge l’universo, una provvida e onnipotente sapienza”.

Un'altra passione di FdB, la musica, lo porta a confrontarsi con una categoria umana che forse la vita militare e la matematica non gli avevano dato molte possibilità di incontrare: le donne. FdB scrive inni religiosi e ama suonarli all'organo. Le pie donne che frequentano le messe domenicali sono il suo pubblico e le sue interpreti: per loro apre una scuola parrocchiale di canto. Molte sono domestiche di umile estrazione, che il giorno di festa non sanno come occupare il tempo al riparo dalle tentazioni. Per risolvere questo specifico problema FdB istituirà l'Opera della Domenica, scegliendo di dedicarsi a loro, così come Giovanni Bosco aveva scelto gli spazzacamini e Giuseppe Cottolengo gli infermi. Il che ovviamente non significa che abbandoni gli studi scientifici: nel 1855 pubblica un articolo in cui compare una formula che ancora oggi prende il suo strano nome, "Formula di Faà di Bruno". Nel '56 comincia a insegnare matematica all'Università di Torino (proseguirà per più di vent'anni, senza mai diventare ordinario), mentre tiene corsi popolari di astronomia. Quando scoppia la Seconda Guerra d'Indipendenza, le mappe del Mincio che aveva disegnato dieci anni prima si rivelano utilissime agli eserciti sardi e francesi: non è una sorpresa che venga invitato a insegnare topografia, geodesia e trigonometria alla Scuola di applicazione del corpo di stato maggiore. Nel frattempo inventa tra le altre cose una sveglia meccanica, un barometro a mercurio e uno scrittoio per non vedenti, ispiratogli da una sorella ipovedente.

Nel 1859 FdB fonda l'Opera di Santa Zita, un complesso assistenziale dedicato alle donne non sposate. All'inizio è soprattutto un centro per la formazione e lo smistamento delle giovani domestiche, ma offrendo la propria disponibilità a una categoria che al tempo era socialmente invisibile, fatalmente FdB scoperchia un mondo di problemi ai quali s'ingegna a trovare soluzioni: un istituto per le donne "intellettivamente non molto dotate", impiegate in una lavanderia di sua progettazione; un pensionato per donne non sposate o come si soleva dire allora, di “civil condizione”; una classe di magistero per allieve maestre, un liceo, la biblioteca circolante gestita da donne, la tipografia con cui poteva pubblicarsi in casa i canzonieri e i saggi di teologia, e in Via della Consolata un'istituzione top secret: una casa di preservazione per le ragazze madri. Tutto un mondo di donne per cui nel 1864 FdB decise di costruire un tempio a sue spese nel quartiere San Donato: la chiesa di Santa Maria del Suffragio, dove le Suore Minime (ordine fondato ovviamente da FdB) avrebbero pregato per l'anima dei morti nelle battaglie, che nel mondo degli uomini proseguivano copiose. E con la chiesa, FdB disegnò il campanile. Non esattamente una torre campanaria, ma due torri, una sopra l'altra: in mezzo, trentadue colonne di ghisa tinte di azzurro cielo, che amplificano il suono delle campane. Più in alto, un osservatorio astronomico e l'orologio più alto della città. Un'ipotesi è che volesse regalare a tutti gli operai del quartiere uno strumento che avrebbe consentito loro di arrivare puntuali al lavoro e non farsi fregare sulla lunghezza dei turni; e in effetti il campanile segna le ore su tutti i quattro i lati. Nemmeno è escluso che Faà di Bruno, scienziato e filantropo cattolico, subisse un inconfessabile spirito di competizione nei confronti dell'altra folle costruzione che in quegli anni stava sfidando il cielo sotto Torino, e che ne rappresentava l'anima più laica: la Mole. Lo stesso architetto Alessandro Antonelli, interrogato come esperto dalla Commissione Edilizia del comune avrebbe definito il campanile l'opera di un genio – però questa cosa la scrive la Stampa, non esattamente la Legenda Aurea, ecco. C'è da dire che fin qui il campanile ha retto i rovesci temporaleschi molto meglio della Mole, senza mai riportare danni significativi.

In un qualche modo il campanile è anche il ritratto di FdB, un poliedro che è una sintesi assurda di razionalità e spericolata fantasia. Amico di don Bosco, su sua istigazione e con l'approvazione di Pio IX Faà di Bruno sarebbe diventato sacerdote a ben 51 anni – per morire poco prima di compierne 63, il 27 marzo del 1888: è sepolto nella chiesa da lui disegnata, dove pregano le suore dell'ordine da lui fondato e dove lui stesso diceva messa, vicino al liceo dove insegnava la sua matematica. 

sabato 24 febbraio 2024

La guerra mondiale è già cominciata?

La guerra, noi pensavamo che avrebbe immediatamente rovesciato e capovolto la vita di tutti. Invece per anni molta gente rimase indisturbata nella sua casa, seguitando a fare quello che aveva fatto sempre. (Lessico Famigliare).

https://it.wikipedia.org/wiki/Beatus

– Se anche una guerra mondiale fosse già scoppiata, che senso avrebbe scriverlo qui. Nessuno. O forse il senso è da cercare in quell'antica superstizione italica che prende il nome di scaramanzia. Mentre tutti là fuori fanno previsioni e sperano di azzeccarle (se le fanno tutti i giorni, prima o poi una dovrebbero azzeccarla) può darsi che io scriva per l'esatto contrario; per far sì che quello che immagino non si avveri. Quattro anni fa oggi, una circolare avvisò che le scuole dell'Emilia-Romagna sarebbero rimaste chiuse per una settimana per un concreto rischio epidemico. Io scrissi che mi sembrava assurdo, una settimana non avrebbe cambiato niente. Avevo probabilmente ragione: una settimana non avrebbe cambiato niente. Avevo decisamente torto: le scuole riaprirono in settembre.  

– (Invece due anni fa dissi in una classe di stare tranquilli perché no, i russi stavano soltanto mostrando i muscoli, ma non potevano invadere un'altra nazione sovrana. Purtroppo Putin non volle ascoltarmi e un anno fa cominciai a notare che non stavamo vincendo. Vedete, statisticamente prima o poi uno ci azzecca; mai quando vorrebbe). 

– A chi ti dice che studiamo troppo Storia (sì, qualcuno ogni tanto lo dice), mostra la cosiddetta intervista a Putin di Tucker Carlson. Che appena prova a fare una domanda che abbia senso per un americano (signor Putin, perché ha invaso l'Ucraina?) viene travolto da una lunga digressione storica che parte dalla Rus di Kiev e non può replicare, non può notare le distorsioni, le pure invenzioni, perché non ha la minima idea, non capisce neanche di che millennio si stia parlando. Conoscere un po' di Storia può aiutarci a non lasciarci fregare dal primo dittatore che ti propone la sua narrazione. 

– Così come può servirti a capire quanto tutto sia relativo, spesso, e arbitrario. Per esempio: quando scoppiò la seconda guerra mondiale, non tutti lo accettarono subito, il nome non prese piede immediatamente. Per diversi mesi sembrò un conflitto circoscritto. È vero, Germania e URSS avevano invaso la Polonia, ma era stata una guerra lampo. È vero, Regno Unito e Francia avevano dichiarato guerra alla Germania, ma per un po' non successe quasi niente. Poi la Francia fu travolta, e a quel punto De Gaulle lo ammise: questa è una guerra mondiale (l'alternativa era che fosse una guerra persa). Ma quando era cominciata? 

Dipende. È una nozione arbitraria, di solito elaborata dai vincitori. Di solito la consideriamo iniziata il 1° settembre del 1939, come un anno scolastico (che infatti finisce nell'estate di sei anni dopo). Ma è mondiale perché interessa anche il Pacifico, e in Pacifico il Giappone aveva già invaso la Cina da qualche anno. Del resto anche in Europa l'espansionismo tedesco (e italiano) aveva iniziato a manifestarsi ben prima; la guerra di Spagna vede già impegnati bombardieri tedeschi e fanti italiani, contro un governo socialista e sostenuto dall'Unione Sovietica. Potremmo anche dire che la Seconda Guerra Mondiale comincia in Spagna: se non lo facciamo, è perché all'appello mancavano le democrazie occidentali, ovvero quelle che reclamano di averla vinta e scelgono di raccontarla in un certo modo. Molti combattenti, volontari o meno, intuivano già che la Spagna era soltanto uno dei teatri di un conflitto più grande. Nessuno lo chiamava ancora per nome, ma a volte il nome è l'ultima cosa che arriva, quando proprio non si può negare l'evidenza del fenomeno. 

– In questi giorni sta succedendo quasi il contrario: sempre più osservatori ci informano che il conflitto in atto è un conflitto mondiale. C'è un asse del male ormai abbastanza definito: la Cina che appoggia la Russia che istruisce l'Iran che arma Hamas. Criticare Israele significa sostenere la Russia, ovvero tradire l'Ucraina, ovvero sei un traditore della patria dell'Occidente. Questi appelli di solito partono sempre da personaggi di area cosiddetta liberale che due anni fa ci spiegavano che un'eventuale guerra contro la Russia sarebbe stata breve, brevissima, e vittoriosa entro l'inverno. Ora che le cose sembrano andate diversamente, scopriamo che la Russia non ha intenzione di fermarsi, dopo l'Ucraina sarà la volta dei Paesi Baltici, della Moldavia, l'esercito che non ha preso Odessa in due anni ce lo dovremmo trovare a Berlino in pochi mesi. Chi si affanna ogni giorno in questa propaganda spicciola somiglia al giocatore che due anni fa pensava di avere le carte giuste e non vuole accettare che si sbagliava: fosse per lui, continuerebbe a raddoppiare la posta finché la sorte non gliele servirà. Molto meno nervosa appare la destra di governo: vuoi perché deve fare dimenticare anni e anni di simpatia per Putin, vuoi perché governando un po' il polso del Paese lo senti, e il Paese tutta questa voglia di guerra decisamente non ce l'ha. 

– Ce l'hanno i borghesi. Qui l'analogia è più con la Prima Guerra che con la Seconda: quando a chiedere a gran voce l'Intervento erano le pagliette, gli avventurieri, i futuristi, oltre ovviamente alla Fiat e all'Ansaldo. Oggi invece è una tribù che pur avendo occupato ormai tutti gli organi di stampa lasciati liberi da Mondadori-Angelucci, non riesce ad avere una rappresentanza politica, o meglio: è perfettamente rappresentata dalla sociopatia dei personaggi che dovrebbero rappresentarla, un Renzi o un Calenda o il radicale di turno. Quel che possono fare è bersi la propaganda Nato: rielaborarla in messaggi interessanti per il pubblico italiano è una missione al di sopra delle loro capacità e possibilità. Il grillismo prima, e il covid in poi, li hanno fortificati nella percezione di essere gli unici intelligenti in un Paese di stupidi, e questo è sostanzialmente tutto quello che hanno da dire a chi non gli dà retta: siamo stupidi. Stupidi a non capire che Putin è debolissimo e sta per perdere, serve ancora un piccolo sforzo; stupidi a non capire che Putin è minacciosissimo e potrebbe invadere dopodomani l'Unione Europea, stupidi a manifestare contro un genocidio senza capire che Israele è minacciato nella sua stessa esistenza, stupidi a non capire che un minuscolo Paese al centro del Medio Oriente non è un'esca, bensì un baluardo contro l'invasione araboislamica dell'Europa, e così via. Soprattutto siamo stupidi perché ogni volta che ci chiamano stupidi, non ce ne convinciamo: è sconfortante. Non c'è più Berlusconi a spiegar loro come si parla alla gente, o a parlare alla gente visto che loro non sono capaci: e si vede. 

– Magari non è ancora iniziato, ma un conflitto su scala planetaria è forse inevitabile. Nei prossimi anni la crisi climatica causerà la morte di centinaia di milioni di persone. Non moriranno di caldo – alcuni sì, ma la maggior parte degli effetti del riscaldamento: crisi energetica, carestie, epidemie. A chi ti chiede perché studiare Storia puoi rispondere che a volte ti dà qualche dritta, ad esempio di solito quando compaiono due cavalieri dell'Apocalisse (Carestia, Epidemia) il terzo è dietro l'angolo, ed è Guerra. L'unico motivo per cui una corsa all'accaparramento delle risorse primarie – alimentari ed energetiche – non debba per forza sfociare in un conflitto mondiale è la presenza di arsenali nucleari che garantirebbero a tutte le parti una mutua distruzione assicurata: purtroppo questo è anche il motivo per cui un conflitto su larga scala nel territorio europeo era inimmaginabile, fino a due anni e qualche giorno fa.

– ...niente, volevo finire con una nota di speranza, anche solo una battuta, ma non mi viene: se qualcuno vuole aggiungerla qua sotto, prego.

venerdì 30 giugno 2023

(Come ho iniziato a) capire Nerone

30 giugno: Primi martiri della Chiesa di Roma (64)


Col tempo purtroppo cominci a capire chiunque, perfino Nerone. Il quale Nerone, è possibilissimo che non abbia gestito al meglio il grande incendio del 64; del resto era fuori città quando fu appiccato, e anche una volta accorso non è che potesse fare miracoli. Il fuoco dilagava in dieci quartieri su quattordici, comportandosi in modi imprevisti che i Romani non avevano mai avuto occasione di osservare. Non c'era mai stato un incendio così grande in città, e la città stessa non era mai stata così grande. Col tempo ho cominciato a capire come reagiscono le persone di fronte a fenomeni che non hanno mai avuto occasione di osservare: improvvisano. Trasformano i sospetti in realtà indiscutibili, confondono i sintomi con le cause, se durante un'alluvione vedono il fiume in piena portare tanti tronchi decidono subito che l'alluvione è colpa dei tronchi, perché il Potere non pulisce i fiumi dai tronchi? È chiaro che il Potere è in combutta coi tronchi per causare alluvioni che poi costano un sacco di soldi allo stesso Potere, ma se lo fa ci sarà un motivo. Piove per mesi? È colpa degli aeroplani che lasciano le scie, chi li ha messi in cielo tutti quegli aeroplani, eh? Le epidemie sono sparse dal Potere in virtù del malvagio protocollo Tachipirina E Vigile Attesa. I terremoti si potrebbero prevedere, ma il Potere non lo vuole, insomma il Potere passerebbe il tempo a tramare alle nostre spalle, e non un complotto solo ma tanti complotti diversi, come se ogni mattina si svegliasse indeciso sulla sfiga da somministrarci: che faccio stavolta, gli mando un'inondazione, un terremoto, un'epidemia?

Tutte queste cazzate le ho sentite io nel XXI secolo; immaginate cosa potevano raccontarsi i Romani sfollati mentre si riparavano nei giardini privati di Nerone o in baracche costruite alla benemeglio dalle legioni di Nerone, con soldi che Nerone stava anticipando e che con molta fatica sarebbe riuscito a recuperare dalle casse delle province: è chiaro che l'incendio lo aveva causato lo stesso Nerone; non lo avete visto in cima alla torre? Pensavate che volesse semplicemente capire l'entità dei danni? Nooo, era lì a intonare un canto sull'incendio di Troia. Li avete ben visti i vigili demolire interi isolati – lo facevano per evitare che l'incendio si propagasse – eh, ma intanto saccheggiavano. Qualcuno avrà pure saccheggiato: anche a Messina nel 1908 i soldati che arrivarono a soccorrere gli abitanti dopo un po' non sapevano cosa mangiare, e cercavano tra le rovine. 



Nei mesi successivi Nerone avrebbe iniziato a ricostruire Roma non solo "più grande e più bella di pria" (in realtà ci vollero molti anni perché la popolazione superasse quella pre-incendio) ma soprattutto con standard di sicurezza mai visti fino a quel momento – strade più larghe, isolati più piccoli, divieto di pareti in comune tra fabbricati diversi, uso di pietre refrattarie, limite d'altezza per gli edifici, dislocazione di idranti collegati agli acquedotti. Nel frattempo doveva comunque affrontare un'opinione pubblica che sussurrava che l'incendio l'avesse appiccato lui, per rifare Roma a modo suo. Finché non decise di deviare l'attenzione su qualcun altro: e scelse i cristiani. Lo racconta Tacito negli Annali (scritti intorno al 110). Per Tacito i cristiani furono scelti "per soffocare ogni diceria", e perché "il volgo li detestava per le loro infamie". Questa "rovinosa superstizione" era dunque già arrivata a Roma, "in cui convergono da ogni dove e trovano adepti le pratiche e le brutture più tremende". Tacito sostiene che ne morì una "quantità enorme", e che più che la responsabilità dell'incendio veniva loro imputato l'"odio contro il genere umano". Quella ordinata da Nerone è la prima persecuzione di cristiani a Roma; i supplizi sono già quelli poi ripresi dalle leggende dei santi (del resto coerenti con i supplizi inflitti dai Romani agli schiavi ribelli): prigionieri "coperti di pelli di animali selvatici" per essere sbranati dai cani, o "crocefissi ed arsi vivi come torce, per servire, al calar della sera, da illuminazione notturna". Non c'era ancora il Colosseo e quindi Nerone dava questi spettacoli nei giardini del suo palazzo, "mescolandosi alla plebe in veste d'auriga". Tacito ammette che i cristiani così torturati destavano pietà, "perché vittime sacrificate non al pubblico bene bensì alla crudeltà di uno solo". Tutto questo si legge nel famosissimo paragrafo 44 del libro XV degli Annali, e quindi potrebbe anche non essere vero.

In effetti Tacito è un autore dalla fortuna abbastanza bizzarra. In epoca imperiale era molto stimato, vedi i complimenti di Plinio il Giovane. Ammiano Marcellino si considerava un suo continuatore. Ancora Girolamo lo ammira e ci lascia un indice delle sue opere. Dopodiché nel Medioevo sparisce completamente: nessuno lo legge più, nessuno lo cita più: e questo malgrado il valore pregevolissimo della sua opera, non solo documentario ma letterario. Una spiegazione è proprio la pessima figura che aveva fatto fare ai cristiani nel paragrafo 44, che Sulpicio Severo aveva ricopiato integralmente in una sua opera all'inizio del V secolo. Insomma siccome Tacito parlava male dei cristiani, i cristiani avrebbero deciso di non leggere più Tacito. Sappiamo che altre opere vennero censurate o rimaneggiate per lo stesso motivo (il Talmud, e probabilmente anche le Antiquitates di Giuseppe Flavio). E però l'importanza del paragrafo 44 era enorme: avrebbe dimostrato che i cristiani erano già numerosi e perseguitati a Roma nel 64, appena una trentina d'anni dopo la resurrezione di Gesù; avrebbe fornito una controprova importante alle agiografie che ambientavano nel 64 il martirio dei santi Pietro e Paolo. D'altro canto nel Medioevo di tutte queste controprove non si sentiva il bisogno: che Roma fosse la cattedra di Pietro era autoevidente. Non solo il paragrafo 44 dopo Sulpicio non viene più citato da nessuno, ma tutto Tacito scompare.


Una pagina del Laurenziano 68,2


Col Rinascimento la situazione si capovolge: Tacito diventa autore apprezzato e supercitato, anche perché la sua rassegnata adesione al regime degli imperatori suona molto congeniale agli umanisti perennemente in cerca di prìncipi da servire e riverire: è un Machiavelli prima di Machiavelli, questo Tacito, e però come fanno gli umanisti a conoscerlo e apprezzarlo, se per quasi mille anni nessuno ha conservato le sue opere? In effetti sembra che i riscopritori di Tacito siano arrivati giusto in tempo, perché se possiamo leggere qualcosa delle Historiae e degli Annales è solo grazie a due manoscritti: se avessimo perso anche quelli, niente Tacito. Forse a quel punto qualche falsario se lo sarebbe inventato: ce n'erano di bravissimi, tra gli umanisti. Da cui la doverosa domanda: siamo sicuri che nessuno se lo sia inventato? 

Per quanto riguarda i primi cinque libri delle Historiae sì, siamo abbastanza sicuri: il manoscritto che li riporta, rinvenuto in un monastero tedesco, ha tutta l'aria di una buona copia medievale dell'opera di uno storico latino che scrive "sine ira et studio" di cose avvenute non molti anni prima. E malgrado le Historiae comincino proprio dalla fine del regime di Nerone, e proseguano con un excursus sulla situazione a Gerusalemme in quel periodo (alla vigilia della distruzione del Tempio) qui Tacito ai cristiani non accenna, neanche di sfuggita. Anzi sostiene che in Giudea "tutto fu tranquillo sotto Tiberio", il che contraddice quanto leggiamo nel paragrafo 44.

Il discorso è un po' diverso per il manoscritto 68,2, oggi alla Biblioteca Laurenziana di Firenze, dove forse arrivò grazie a Giovanni Boccaccio. È un bel libro, scritto nella calligrafia tipica dei monaci di Montecassino: se fosse un falso, sarebbe un capolavoro anche in questa categoria. È il manoscritto più antico che contenga gli Annales che ci sono rimasti; lo stile somiglia a quello severo e franto delle Historiae nella prima parte, dopodiché diventa un po' più regolare, ma anche un po' sciatto verso gli ultimi libri, tra cui appunto il XV. Quest'ultimo contiene il preziosissimo paragrafo 44, già attestato in Sulpicio Severo. Che il manoscritto fosse un falso lo sospettavano già gli Illuministi nel Settecento (più per polemica anticristiana che per sensibilità filologica); nel 1878 uno studioso inglese, John Wilson Ross, sostiene di aver identificato il falsario: l'umanista quattrocentesco Poggio Bracciolini, che in effetti riscoprì e ricopiò il manoscritto 68,2. Per Ross non si limitò a riscoprirlo: lo avrebbe composto lui, su suggerimento di un cardinale che desiderava possedere un manoscritto unico e inestimabile – e lo avrebbe pagato molto bene. La ricostruzione di Ross è affascinante: spulciando nell'epistolario di Bracciolini, non solo si convince di aver trovato più di un'ammissione di colpevolezza, ma anche l'identità di un monaco tedesco invitato da Bracciolini a Firenze in quanto esperto di calligrafie medievali: la persona più adatta a ricopiare il falso Tacito. Tutto apparentemente plausibile, senonché gli strumenti che abbiamo oggi ci confermano che la pergamena del 68,2 è di qualche secolo più antica; certo, l'attenzione maniacale per i dettagli avrebbe potuto spingere Bracciolini a raschiare qualche codice medievale per scriverci sopra il suo falso d'autore, come se già immaginasse nel Quattrocento che cinque secoli dopo avremmo sottoposto i manoscritti a test col carbonio-14. È però più probabile che gli Annales siano autentici; che le oscillazioni di stile siano quelle normali di un autore; che la descrizione dell'incendio (tanto più realistica di quella degli autori successivi) sia basata su fonti scritte e orali cui solo Tacito, quarant'anni dopo l'incendio, poteva accedere. Nel suo Nerone, più verosimile proprio perché contraddittorio, è così facile riconoscere l'atteggiamento di un qualsiasi amministratore in un'emergenza: arriva magari un po' tardi, si fa prendere dal panico, poi finalmente prende decisioni anche dolorose ma sagge, le paga in termini di popolarità, cerca qualche capro espiatorio. Un ritratto tutto sommato realistico, che spiega anche come mai Nerone rimase dopo la morte un imperatore popolare e rimpianto da parte della popolazione. 

Quel che non torna, nel racconto di Tacito, sono i cristiani. Non somigliano veramente a quelli descritti negli Atti degli Apostoli; è difficile immaginare Paolo o addirittura Pietro a promuovere l'"odio per il genere umano", in una società che malgrado la svolta tradizionalista imposta dagli imperatori giulio-claudi era ancora abbastanza tollerante dal punto di vista religioso. Tacito ha idee stranamente definite sull'origine dei cristiani: "Derivavano il loro nome da Cresto, condannato al supplizio, sotto l'imperatore Tiberio, dal procuratore Ponzio Pilato". È curioso che Tacito ricordi il nome di Pilato – personaggio secondario – ma che lo definisca "procurator" e non "praefectus", anche perché prima di fare lo storico era stato avvocato e funzionario: la differenza tra un procuratore e un prefetto doveva conoscerla bene. Laddove un cristiano di quattro secoli dopo, ad esempio Sulpicio Severo, avrebbe avuto un'idea molto meno precisa del ruolo di Pilato, ma nessun dubbio sul nome, ormai eternato nei vangeli. Insomma c'è qualche argomento per sostenere che, se pure gli Annales in linea di massima fossero autentici, il paragrafo 44 sia un'interpolazione, un'aggiunta. Questa interpolazione avrebbe potuto essere effettuata in qualsiasi momento nel Medioevo, a Montecassino, in un periodo in cui il manoscritto di Tacito interessava a pochissimi lettori, e questi pochi magari si domandavano in buona fede come mai nel loro manoscritto mancava il paragrafo di Sulpicio, così importante per la Storia del cristianesimo: finché qualcuno mentre lo ricopiava avrebbe potuto essersi detto beh, se manca perché non aggiungerlo. Ricordiamo che in quel periodo Tacito non era più il grande Tacito, ma un cronista tra tanti, il valore della cui opera risiedeva nella quantità di informazioni storiche che conteneva, insomma per un monaco aggiungere il paragrafo aveva un po' lo stesso senso che ha per noi aggiungerne uno a una voce di Wikipedia; tanto più che era un paragrafo già attestato da un altro autore, e contenente verità indiscutibili. 

Ma la modifica avrebbe potuto essere anche più minimale, e magari operata da Sulpicio o da qualche autore precedente. Forse nell'originale Tacito non parlava veramente di cristiani, ma di un gruppo molto più oltranzista e arrabbiato, di cui non ci rimane più traccia perché... Nerone li ha fatti ammazzare tutti, appunto. Forse avevano davvero appiccato uno dei tanti focolai, o più facilmente intralciato gli interventi dei vigili. Oppure non erano affatto implicati nell'incendio, ma erano colpevoli di alimentare le dicerie sulla piromania di Nerone – finché quest'ultimo non avrebbe deciso di vendicarsi rovesciando l'infamia su di loro. Quest'ultima ipotesi fino a qualche anno fa non l'avrei mai presa in considerazione, mentre oggi mi sembra fin troppo convincente, perché? Perché più conosco gli uomini e più capisco Nerone. Ormai quando sento qualcuno parlare di scie chimiche, vorrei sciargliele addosso. E i negazionisti del riscaldamento globale, mi dispiace sinceramente vederli morire di vecchiaia, invece che disidratati. Tutti quelli che si immaginano un Potere malvagio deciso a rovinargli la felicità, mi fanno venir voglia di assumerlo io, quel Potere, e mandarli a dragare i fiumi finché non affogano. Meno male che non sono Nerone: ma comincio a capire come lo si diventa.

lunedì 12 giugno 2023

Leone l'incoronatore

12 giugno: San Leone III Papa (dal 795 all'816), l'incoronatore di Carlo Magno

Sorpresa!

Non c'è aneddoto tramandato dai manuali scolastici che, a guardarlo un po' da vicino, non mostri qualcosa di completamente diverso. Può darsi che abbiate letto, al tempo, che Carlo Magno fu incoronato Sacro Romano Imperatore nella notte di Natale dell'anno 800, da un papa che in quell'occasione gli fece una sorpresa. Del resto che Carlo non fosse informato – e neanche troppo entusiasta – della nuova corona lo riferiscono sia le fonti pontificie che quelle carolinge, e quindi perché non crederci? 

Perché, semplicemente, non è realistico che un sovrano che è già l'uomo potente d'Europa, una notte di Natale, si lasci appoggiare un'altra corona in testa a sua insaputa. Certo, le fonti pontificie hanno tutto l'interesse a ribadire che fu un'iniziativa del papa, visto che da quel momento si stabilisce il principio che il Sacro Romano Imperatore sarà incoronato a Roma; e anche i cronisti di corte, da Eginardo in poi, avevano buon gioco a raccontare di un monarca poco interessato all'ennesima corona, magari pure infastidito di doversi sobbarcare anche il retaggio di quegli imperatori che benché si definissero romani, a Roma non si vedevano da quasi quattro secoli. Ma davvero possiamo credere che fosse una decisione autonoma del papa? E a proposito, che papa era, che margini di iniziativa poteva avere, rispetto al suo imperiale protettore?

Nessuno. Leone III, a quel punto della sua carriera, era una pedina di Carlo Magno, al quale doveva non solo la sua carica, ma anche la vita. Avrebbe fatto tutto quello che Carlo gli chiedeva; difficilmente gli avrebbe messo in testa una corona che Carlo non voleva. Facciamo un passo indietro. 

Leone a quel punto era papa da cinque anni, l'ultimo dei quali piuttosto turbolento. Era succeduto ad Adriano, il papa che alleandosi con i Franchi contro i Longobardi, e sollecitando l'intervento di Carlo nella penisola, aveva reso in sostanza quest'ultimo il signore di tutta l'Italia fino a Roma. I possedimenti longobardi in Italia settentrionale e centrale erano stati incamerati da Carlo; quanto a Roma, teoricamente era ancora un ducato dipendente dall'Impero Romano (quello con capitale Costantinopoli), ma in pratica era il papa a essere considerato la massima autorità in città. Più che normale che la carica facesse gola alle famiglie più importanti; e tuttavia questo non impedì l'elezione all'unanimità di Leone, un cardinale di origini umili o comunque oscure che aveva fatto carriera nella cancelleria del Laterano. Qualcuno evidentemente in città non era così contento, e così nell'aprile del 799, mentre si recava in un monastero per attendere a una funzione religiosa, Leone fu rapito da due patrizi. Uno dei due, Pascale, era nipote di Adriano, e con tutta probabilità credeva che il Soglio spettasse a lui; non voleva però uccidere per forza Leone, si sarebbe contentato di cavargli gli occhi o mozzargli la lingua, mutilazioni che forse pensava fossero sufficienti per far decadere un papa dal suo ruolo. A quanto pare però non ci riuscì e la scelta di non ucciderlo sul posto si sarebbe rivelata un grave errore, perché in un qualche modo Leone riuscì a evadere dalla cella dove era rinchiuso (calandosi con una corda), riparando prima in Vaticano e poi, scortato da un messo imperiale, a Paderborn, Sassonia, dove Carlo teneva corte in quel periodo. Una scelta arrischiata perché gli attentatori, per quanto dalle cronache non sembrassero così organizzati, erano comunque convinti di avere Carlo dalla loro, forse in forza del buon rapporto che quest'ultimo aveva avuto con Adriano. E se l'attentato fosse riuscito, se Leone fosse stato tolto di mezzo senza che Carlo avesse avuto da ridire, probabilmente Leone sarebbe stato liquidato come un usurpatore, un antipapa; radiato dal canone dei pontefici, e oggi non ne parleremmo più. Invece Leone ebbe la buona idea di recarsi direttamente da Carlo, e forse in quell'occasione fece conoscenza con l'eminenza grigia del re, Alcuino di York.  

Alcuino è il più probabile responsabile delle scelte che furono prese allora, e che portarono alla nascita di un nuovo impero. A Paderborn non era arrivato soltanto Leone, ma anche i congiurati erano riusciti a recapitare dei messaggi in cui cercavano di far sentire la loro campana. A Leone venivano attribuiti comportamenti scandalosi i cui dettagli sono stati poi omessi dalle cronache, per via che la Storia la scrive sempre il vincitore. Carlo si ritrovava insomma a dover giudicare la condotta di un pontefice, una grana che avrebbe preferito evitare. Alcuino nell'occasione gli raccomandò la massima prudenza: in quanto detentore di un potere che derivava direttamente da Dio, il papa non poteva essere giudicato da nessun'autorità superiore a lui, ovvero da nessuno se non da Dio. Liquidare il papa fuggitivo sarebbe sembrato un atto di prevaricazione; Carlo decise di scendere a Roma a dirimere la questione. 

A Roma si tenne un vero e proprio processo, che dimostra come il diritto romano aveva ormai ceduto il passo all'ordalia medievale. Gli accusatori del papa poterono riferire le loro accuse, ma non portarono prove; in compenso Leone giurò solennemente sul vangelo di essere innocente. Si trattava in sostanza di una versione ecclesiastica del giudizio di Dio; solo Dio aveva un'autorità superiore a quella di Leone, solo lui avrebbe potuto punirlo incenerendolo se giurava il falso. Leone giurò e non fu incenerito, quindi era innocente e poteva continuare a essere papa. I suoi rapitori invece furono condannati a morte; pena che Leone commutò subito in ergastolo perché avevano ancora troppi amici in città. Leone invece aveva un solo grande protettore: Carlo, che per rimetterlo sul Soglio era venuto fino a Roma, interrompendo chissà quale guerra di conquista o massacro di Avari. È abbastanza chiaro che Leone avrebbe fatto qualsiasi cosa gli chiedeva. 

Nel frattempo anche a Costantinopoli non è che stessero fermi ad aspettare; Irene d'Atene, la basilissa che per anni aveva regnato come reggente del figlio Costantino VI; quando questo aveva finalmente raggiunto la maggiore età, aveva tramato per prendergli il posto e siccome anche lei non era un mostro invece di ucciderlo si era accontentato di farlo accecare – senonché, come spesso succedeva in questi casi, Costantino era comunque morto poco dopo a causa delle ferite. A quel punto Irene si era proclamata basileus, avete capito bene, al maschile: le basilisse erano le mogli o le madri dell'imperatore, ma Irene non si considerava più né madre né vedova né reggente: l'imperatore era lei, punto, forse aa Meloni pensava a questo precedente quando ha chiesto di farsi chiamare Signor Presidente der Consiglio, ma non tergiversiamo. Un imperatore donna non si era ancora esattamente visto, e questo forse diede ad Alcuino o ad altri l'idea per il regalo da fare a Carlo nella notte di Natale dell'anno 800; facciamo proclamare dal tuo papa che d'ora in poi l'imperatore sei tu, che ne pensi? Se Carlo fosse stato contrario, difficilmente ne staremmo parlando oggi. Nella pratica si trattava di un escamotage per dichiarare che Roma non dipendeva più da Costantinopoli, bensì da un altro imperatore che di romano aveva ancora meno, ma che di fatto la controllava già da anni.

Anche nelle beghe teologiche, Leone si trovò a barcamenarsi in una situazione in cui la priorità dei nuovi padroni carolingi era isolare Roma da Costantinopoli. Per questo motivo Carlo aveva fatto penare non poco Adriano ai tempi della questione iconoclastica; ora invece la tensione tra oriente e occidente aveva messo a fuoco la questione che poi sarà quella dello scisma definitivo, duecento anni dopo: il filioque. In molte chiese occidentali (non a Roma) il Credo niceno veniva recitato durante la messa, il che dava l'occasione a tutti i fedeli di ribadire che lo Spirito procede "dal padre e dal figlio". Questo nella versione latina: quella greca è un po' diversa, manca una congiunzione, insomma sembra che lo Spirito proceda solo dal padre. Come ammetteranno diversi teologi nei secoli successivi, si tratta di una questione fondamentale soltanto se si ha molta voglia di litigare. I carolingi evidentemente ne avevano; Carlo convocò un sinodo ad Aquisgrana che stabilì che il Credo latino con il suo bel filioque andava recitato in tutte le messe. Leone ratificò il decreto, ma solo per le chiese di rito latino; non che i greci gli avrebbero dato retta, ma voleva evitare di rompere con loro: a Roma ancora per più di un secolo si continuò a omettere il filioque.

Alla morte di Carlo, nell'814, forse Leone rischiò di essere vittima di un secondo attentato; stavolta non ebbe bisogno di sollecitare i messi del nuovo imperatore (Ludovico), che quando arrivarono trovarono la situazione già normalizzata. Leone sarebbe morto due anni dopo Carlo; in generale non è ricordato come un grande papa. Fu beatificato solo nel Seicento, e canonizzato nel secolo successivo. Addirittura negli anni Sessanta il suo nome era stato espunto dal Martirologio romano; poi è stato reinserito. Non è considerato patrono di nulla in particolare, ma se quando cercano di farvi fuori voi scappate dal vostro boss, Leone sa come vi sentite in quel momento.

sabato 6 maggio 2023

Che fine ha fatto Domitilla

7 maggio: Santa Flavia Domitilla (I secolo), nobildonna in disgrazia


A Roma la prima persecuzione anticristiana in assoluto fu quella promossa da Nerone dopo il grande incendio del 64: ne parla anche Tacito, quindi siamo abbastanza sicuri che i cristiani se la videro male, perlomeno nell'Urbe: Pietro e Paolo sarebbero stati giustiziati in quel frangente.
 
Della seconda persecuzione sappiamo molto meno; per come la racconta Svetonio somiglia più a una purga di palazzo. Siamo nel 95, Tito Flavio Domiziano è imperatore da quando aveva trent'anni: ora ne ha 45 e si sente forse con le spalle al muro. Soffre di una malattia nervosa che non siamo riusciti a diagnosticargli in duemila anni – chi dice Asperger, chi epilessia, e non dimentichiamo l'intossicazione da piombo che nella città degli acquedotti doveva essere molto diffusa. 

Domiziano ha sempre amato la solitudine, ma forse a questo punto si tratta di nascondere episodi convulsivi che convincerebbero qualche cortigiano della necessità di cambiare imperatore, e dopo un secolo ormai si è capito come si cambiano imperatori a Roma. Se ti va bene ti soffocano col cuscino come Tiberio, se ti va peggio trenta pugnalate o tocca arrangiarsi da soli come capitò a Nerone, ma insomma un imperatore che si pre-pensioni fino a questo momento non si è visto, non è previsto. Non è nemmeno chiaro come funzioni la successione – in teoria lo Stato è ancora una repubblica: l'imperatore è uno stato di eccezione permanente ed è eccezionale sia il modo in cui conquista il potere, sia il modo in cui lo cede.

Domiziano a dire il vero è diventato Augusto in modo abbastanza banale, subentrando a suo fratello Tito che era molto più famoso e amato di lui. In quindici anni di regno, Domiziano deve aver riflettuto spesso su quanto sia facile farsi amare se si rimane sulla ribalta appena un paio d'anni, il tempo di fare regali a tutti, assistere i cittadini durante una pestilenza, e morirne; a Domiziano invece era capitato l'ingrato compito di chi sopravvive a oltranza, finché qualcuno non lo fa fuori.

Figli non ne ha – se ne avesse, a questo punto tramerebbero contro di lui, rendendosi popolari in qualche legione ai confini dell'impero, vincendo una scaramuccia qua o là con barbari spesse volte corrotti e compiacenti, distribuendo bottini fino a farsi acclamare nuovi imperatori. Verso il 95 pensa di aver risolto il problema della successione designando i figli di un parente, Flavio Clemente, nipote del fratello di suo padre, il grande Vespasiano. Non solo, ma la madre di questi due ragazzi – Flavia Domitilla – era figlia di un'omonima Flavia Domitilla, sorella di Tito e Domiziano, insomma questa dinastia flavia era appena arrivata a regnare su Roma e già stava cominciando ad avvitarsi su sé stessa come certe stirpi faraoniche.

Sembra comunque che tutto fili liscio: i due ragazzi crescono sani e possono avvalersi dell'istitutore più celebre di tutta la romanità, Quintiliano, che ovviamente è fierissimo di loro. Il loro padre, che nel 95 è console, non sembra particolarmente ambizioso, eppure già in primavera Domiziano comincia a sospettare: ora che la successione è definita, qualcuno a corte potrebbe esser tentato di accelerarla. Non sappiamo se il sospetto fosse nutrito da indizi o delazioni, o se ormai Domiziano fosse arrivato al punto in cui si praticano purghe preventive alla Stalin; Svetonio parla di una "tenuissima suspicione", ma è pur sempre Svetonio, oggi scriverebbe gossip su Chi. Fatto sta che in maggio Flavio Clemente viene messo a morte con altri suoi sodali; anche la moglie viene punita, ma soltanto con l'esilio in un'isola particolarmente adatta all'uopo, Ventotene. E siccome mettere in giro la voce che c'è stata una congiura sarebbe già una mezza ammissione del fatto che l'imperatore non è immortale, che insomma altre congiure sarebbero possibili, secondo Cassio Dione i sospettati furono accusati non di avere attentato alla vita di Domiziano, ma di empietà verso gli dei o "ateismo". Ai tempi era un'accusa serissima, ancorché abbastanza vaga: era passibile di condanna per ateismo chiunque si rifiutasse di sacrificare agli Dei ufficiali.

Per Cassio Dione (che però scrive già nel 200) effettivamente Flavio e la moglie non sacrificavano perché erano "deviati dai costumi dei Giudei": il che è curioso se si pensa che la dinastia Flavia è proprio quella che gli ebrei li aveva dispersi nel mondo; era stato lo stesso Tito, zio di Flavia Domitilla, a radere al suolo Gerusalemme e il suo tempio nel 70. Gli ebrei, che già prima avevano iniziato a spargersi nel bacino del Mediterraneo e nel Medio Oriente, a quel punto avevano costituito una base più consistente anche a Roma, diffondendo le loro concezioni religiose che avevano trovato proseliti in ogni classe sociale. Che poi tra le varie correnti ebraiche, i due coniugi avessero abbracciato proprio il cristianesimo, Cassio non lo dice perché magari la differenza tra cristiani ed ebrei non gli interessava; a dichiarare chiaro e tondo che Flavio e Flavia fossero cristiani ci pensa quasi un secolo più tardi Eusebio di Cesarea, che però si confonde e scrive che Domitilla era stata esiliata a Ponza. Questo ha fatto pensare che potrebbero persino esistere due Flavie Domitille diverse: non è affatto impossibile, visto che i nomi femminili si ereditavano. Leggende successive trasformano questo personaggio evanescente in una martire vera e propria, giustiziata a Terracina dopo aver convertito molti pagani a furia di miracoli. 

Ma l'importanza di Domitilla e suo marito sta nel fatto che sono gli unici martiri romani di epoca domizianea che conosciamo: e siccome riteniamo che Giovanni evangelista abbia scritto l'Apocalisse più o meno in quel periodo, descrivendo il senso di angoscia provato dai cristiani del tempo a causa di un vasto disegno persecutorio nei loro confronti (secondo molti esegeti Domiziano sarebbe la Bestia), sarebbe più che sensato trovare testimonianze di questa persecuzione su larga scala: che ahinoi, non ci sono; Flavio e Flavia è tutto quello che abbiamo.

Quando a Domiziano, pochi mesi dopo la purga sarebbe morto assassinato, come aveva previsto. Un prefetto del pretorio lo avrebbe avvisato della congiura: c'è qui il procuratore Stefano che si è procurato un biglietto con la prova, si è anche ferito a un braccio. Mentre Domiziano leggeva il biglietto, Stefano dalle bende della ferita avrebbe estratto il pugnale. Con lui termina la dinastia Flavia.

sabato 27 novembre 2021

Le guerre puniche del ministro Cingolani

Certe volte comincio a scrivere un pezzo poi mi viene il dubbio che magari l'ho scritto, boh, sette o quindici anni fa e non è l'ansia di ripetersi – una volta ogni quindici anni uno ne avrebbe anche il diritto – ma è la vertigine di trovarsi sempre nella stessa situazione. Quante volte un ministro si è messo a parlare di come avrebbe voluto cambiare la scuola, ma la scuola che aveva in mente era quella che aveva fatto lui mezzo secolo prima? Ecco, l'altro giorno il ministro per la transizione ecologica ha spiegato che i programmi scolastici sono vecchi, vecchi, gli studenti invece di imparare a fare i digital manager stanno ancora lì a imparare le guerre puniche quattro volte". 

Questa illustrazione l'ho già usata nel 2011.

Naturalmente se ora googlate "Cingolani guerre puniche" trovate tutto un levare di scudi e uno spiegare a Cingolani che la storia antica è importante, la cultura umanistica è fondamentale anche per fare il digital manager, l'utilità del latino-che-apre-la-mente, ecc. Non trovo però tra i primi risultati qualcuno che faccia notare una cosa più terra-terra, ovvero: Cingolani, ma come fa uno studente a studiare le guerre puniche quattro volte? I tuoi figli le hanno studiate quattro volte? Me ne duole, anche perché sono ben tre e si sa, quattro per tre fa dodici. Comunque. Io insegno alla scuola media da vent'anni e non ho mai avuto l'occasione di intrattenere i miei studenti sui ponti mobili e sulle imprese di Annibale, perché quando arrivai era appena stata adottata la riforma Moratti che prevedeva un ciclo unico tra scuola primaria (=elementare) e secondaria di primo grado (=media). 

Dunque da più di vent'anni, ministro, le guerre puniche alle medie non si fanno. Si fanno – se i docenti ritengono valga la pena – in quinta elementare, così per curiosità sono andato a vedere quanto spazio tengono su un manuale di quinta elementare: una pagina. Ovviamente non si parla di Fabio Massimo il Temporeggiatore, né degli ozi di Capua, né di Delenda Carthago, del resto è una tendenza che notavo già quando facevo le elementari io (molto, molto prima della Moratti): alle elementari più che le guerre interessavano le civiltà, come si vestivano i romani (la toga, la palla), in che tipo di case abitavano, le domus le insulae eccetera: me lo ricordo perché io invece volevo proprio sapere come si erano ammazzati tutti quei romani e quei cartaginesi e dovevo recuperare le cose sull'Enciclopedia Conoscere che avevano in classe. La quale, bisogna dire, aveva illustrazioni pazzesche e spiegazioni piuttosto chiare, ancorché talvolta retrive e ehm, razziste. Del resto in quinta elementare io ho studiato persino la bomba atomica, che mi preoccupò molto. Invece adesso in quinta si arriva all'Impero Romano e le medie cominciano, triste coincidenza, proprio con la Caduta. Alla bomba si arriva, sempre piuttosto trafelati, tre anni dopo. Questo è il primo ciclo: il secondo si fa alle superiori e forse entro i sedici anni uno studente italiano fa effettivamente in tempo a sentir parlare di guerre puniche un paio di volte. Secondo Cingolani invece succede quattro volte, il che gli suggerisce che si potrebbe tagliare ulteriormente, di tutte le materie, proprio la mia. Che gli si può obiettare? Che a scuola in realtà non importa cosa si insegna, (le cosiddette nozioni), ma come lo si insegna (il metodo, la competenza), e che ripetere la stessa nozione due volte in cinque anni non ha veramente nulla di scandaloso, anche perché nel frattempo i ragazzi sono cresciuti e possono anzi devono approfondire? Cioè avete un'idea di quante volte studiando matematica si torna sul concetto di frazione? Ma ogni volta c'è un buon motivo per tornarci. Ma mi sembra di averlo scritto un altra volta cinque o dieci anni fa, ho le vertigini. 

La tentazione stavolta è di rispondere come risponderà chiunque si porrà il problema tra cinque o sei anni: Eh? Guerre puniche cosa?

Questo lo misi in un pezzo del 2010 sull'argomento, si chiamava Addio agli antichi. Alla fine io se ho imparato qualcosa di Storia antica lo devo a Conoscere e ad Asterix. 

...Perché nel frattempo è successo questo: che tutto un bagaglio di nozioni che trovavamo inutili e diciamolo, un po' imperialiste, ma che usavamo tantissimo per veicolare un sacco di significati, abbiamo smesso di farle ripetere a macchinetta dagli studenti e il risultato è che ormai se ne interessa unicamente qualche nerd disposto a guardarsi documentari amatoriali su youtube: neanche tanti, perché all'Enciclopedia Conoscere Youtube gli pulisce ancora le scarpe, purtroppo. Perché la storia romana che fino alla generazione passata serviva ancora a fornirci figure di conversazione, personaggi esemplari, aneddoti memorabili, modi di dire – oggi è un paesaggio incomprensibile ai più. Lo stesso Cingolani tirando fuori "guerre puniche" sperava probabilmente di comunicare "argomento astruso e noioso", laddove se c'è qualcosa di avvincente e mai completamente inattuale nella storia della Repubblica Romana è proprio questa lunga faida tra due imperi coloniali che lottano per l'egemonia, l'Europa contro l'Africa, gli avventurieri con gli elefanti contro i temporeggiatori, e così via. Poi certo probabilmente adesso il mercato ha bisogno di digital manager, qualsiasi cosa significhi: e tra tre anni avrà bisogno di visual manager e di qualsiasi altra cosa. Se Annibale e Scipione hanno tenuto banco per più di duemila anni, forse avevano qualcosa da dirci di meno effimero. Forse. Ma comunque ormai stanno su due o tre pagine, meno di quelle che la mia antologia per la classe terza dedica a Steve Jobs. E però per Cingolani non basta, boh. Tagliare, tagliare, bisogna cancellare tutto, far spazio, salare le rovine, delenda schola, delenda.

Forse basta aspettare. Quanti ne abbiamo già sentiti come lui, in linea di massima più abbaiano meno mordono. Temporeggiamo.

giovedì 12 agosto 2021

Il futuro è sempre alle spalle

Noi esseri umani non siamo progettati per capire il futuro che ci attende. Può anzi darsi che sia la cosa che ci riesce meno bene. Procediamo nel tempo come se camminassimo all'indietro (per rispolverare una vecchia allegoria): ogni passo è un rischio, ogni novità un ostacolo; quel poco che avevamo capito si allontana da noi man mano che andiamo avanti e però è anche l'unica cosa che ci fornisca indizi su quello che intanto ci si prepara alle spalle. Nessuna meraviglia che borbottiamo tutto il tempo, specie invecchiando, ma siamo onesti: c'è chi comincia prestissimo, c'è chi a sedici anni ha già nostalgia di situazioni precedenti che non ha vissuto e passerà il resto della carriera o dell'esistenza ad aspettare che tornino, o a maledire chi o cosa ne impedisce il ritorno. 

La Storia ci insegna soprattutto questo, un bel paradosso: che gli storici non sono oggettivi. Ora che ci penso fu proprio durante un corso monografico sui cronisti medievali (in un'aula inspiegabilmente affollata di matricole, a mezzogiorno) che mi appuntai la formula: laudatores temporis acti. Non c'era cronista che non cascasse nello stereotipo, spiegava il professore con quel ritmo placido che assecondava la mia propensione alla sonnolenza: anche se quel che hanno da raccontarci in concreto si riduce a un mezzo secolo di avvenimenti in una città, devono tutti partire da Adamo ed Eva, devono tutti adombrare un'età dell'oro universale rispetto a cui il presente, il loro presente che è il nostro medioevo, rappresenta invariabilmente un periodo di scandalosa decadenza dei costumi. Sarà poi vero? Onestamente non sono mai andato a controllare, magari nel frattempo i colleghi del professore hanno scoperto che tanti cronisti medievali non sono affatto laudatores temporis acti; in compenso mi sono messo a studiare altre cose e posso garantire che laudatores ce n'è dovunque, che siamo tutti laudatores. 

(Mi bastava davvero salire al primo piano del dipartimento di Italianistica, per trovarmi davanti un volantino in cui Pasolini salutava la fine di un'età autentica, adesso non mi ricordo più come la chiamasse, e l'inizio di un'altra età inautentica che neanche a farlo apposta coincideva con il mezzo del cammin della vita di Pasolini; e il volantino restava lì perché ce l'aveva messo il potente sindacato studentesco di Comunione e Liberazione, mica qualche libero pensatore antagonista e dissidente). 

Siamo tutti laudatores, non possiamo farne a meno: tutto quello che conosciamo intorno a noi è già passato, tutto quello che è nuovo fatichiamo a farlo rientrare nel quadro, e questa fatica dopo un po' diventa intollerabile e decidiamo che non è colpa nostra, ma del tempo che non si ferma e neanche ha la compiacenza di girare in tondo. Sono anch'io un laudator, cosa credete. Mando la prole al campeggio e non posso fare a meno di notare che quando ci andavo io, al campeggio, era una cosa più seria, quasi epica, i sacchi a pelo erano pesantissimi e arrotolarli una cosa faticosissima eccetera e in questo modo sono diventato un vero uomo. Si può diventare veri uomini in altri modi? Magari sì, ma l'unico di cui sono sicuro è quello in cui lo sono diventato io, prova ne è che sono qui. Torno a casa, mi annoio, apro quella commovente capsula temporale che è la Settimana Enigmistica, inspiegabile come non sia stata ancora dichiarata monumento nazionale e non si sia mobilitata un'autorità a impedirne qualsiasi ulteriore modifica. Cerco un enigma davvero difficile, qualcosa che mi dia angoscia come da ragazzino, non lo trovo; ne deduco che si stanno rammollendo anche i lettori della Settimana, che anche la redazione più refrattaria alle novità abbia deciso di annacquare la formula perché la gente sta diventando scema. E così via. 

Se non cedo del tutto a questo borbottio interiore, è perché proprio studiando Storia ho trovato qualche antidoto: ho scoperto che tutti i miei simili di ogni epoca borbottano e constatano la fine delle religioni, dei costumi, Agamben aggiungerebbe delle ideologie. Il che non significa, attenzione, che ogni tanto le religioni o le ideologie o civiltà non tramontino davvero: succede quasi continuamente, così non è difficile scoprire laudatores che ci hanno azzeccato, ma è quasi sempre una pura coincidenza: voglio dire che è abbastanza raro che il laudator riesca a mettere a fuoco consapevolmente i motivi di una crisi a cui assiste di persona. Di solito dà più l'impressione di capitare lì per caso: si aspettava la fine dei tempi e il Regno dei Cieli, invece crolla l'impero Romano, ci riflette un po' e decide che è quasi la stessa cosa. Gli storici questa cosa ormai l'hanno capita e si regolano di conseguenza: così come la luce delle stelle e dell'universo ci giunge un po' spostata sul rosso, le testimonianze del passato ci arrivano tutte un po' spostate sull'apocalittico, è una specie di costante storiografica cui bisogna fare la tara. Essa permane in tutto quello che diciamo pensiamo e scriviamo, il che non ci impedisce di dire pensare o scrivere cose intelligenti: ma se i posteri le troveranno intelligenti, sarà malgrado questa nostra propensione a vedere in tutto l'Apocalisse. Poi l'Apocalisse può benissimo arrivare, ma mai da dove uno se l'aspetta. Secondo Agamben e tanti suoi nuovi lettori, il Green Pass è l'anticamera di una nuova formula di regime totalitario. Esagera? Probabilmente, ma se la crisi climatica dopodomani conoscesse una brusca accelerazione, i governi nazionali potrebbero dover imporre con la forza ai cittadini razionamenti draconiani, e quel che scrive oggi Agamben non sembrerebbe più esagerato, anzi: qualcuno dirà che aveva visto lungo. A poco varrà far notare che era stato di spalle, il filosofo, per tutto il tempo (continua).

lunedì 13 luglio 2020

Esdra e l'invenzione d'Israele

13 luglio - Esdra (V secolo a.C.), sacerdote.

[2014]. I mormoni che nel 1846 fuggirono dall'Illinois per fondare una nuova patria sulle rive del Grande Lago Salato. I giamaicani che a partire dagli anni Sessanta si trasferiscono a Shashamane (Etiopia) per stare più vicini a Ras Tafari, l'imperatore Hailé Selassié. Gli adepti del reverendo Jim Jones, pronti a seguire il loro Messia fino in Guyana, e poi all'altro mondo. Tutta questa gente che lascia la propria terra per arrivare in un'altra, dove quasi mai scorrono il latte e il miele promessi - tutta questa gente non sta improvvisando, il canovaccio è vecchio di migliaia di anni, ma chi l'ha scritto? È abbastanza impossibile saperlo, ma probabilmente è meno antico di quanto crediamo. Mosè dovrebbe essere vissuto più o meno verso la metà del secondo millennio avanti Cristo, ma gli storici ormai propendono per considerarlo un personaggio fantastico. Lo scontro col faraone, primo esempio storico di vertenza sindacale (finita malissimo), sarebbe un'invenzione molto posteriore, che riecheggerebbe un altro esodo, questo sì realmente accaduto: la deportazione babilonese. Proprio a Babilonia verso il sesto secolo prenderebbero forma le Scritture ebraiche, rielaborate intorno a nuclei più antichi. Come se gli Ebrei nascessero già in diaspora: con la consapevolezza di essere sparsi per il mondo, disuniti e perennemente minacciati nella loro stessa esistenza.

Trent'anni di lobbying per ottenere una provincia autonoma,
e appena arrivate qui vi accoppiate con le indigene. È sconfortante.

A Babilonia, nel VI secolo, gli Ebrei cominciano a raccontarsi storie sul loro passato; storie che valgano la pena di provvedere a un futuro. Decidono di essere stati, prima delle invasioni assire e babilonesi, una grande nazione, guidata da grandi re: David e Salomone. Alla promiscuità di quest'ultimo viene imputata la decadenza successiva; ai peccati e alla disobbedienza di popolo e regnanti la divisione in due regni e le ripetute sconfitte, culminate con la deportazione. Ma se la diaspora è la punizione che Dio ha inflitto a un popolo disobbediente, il premio per un popolo obbediente non può essere che l'inverso: una Terra Promessa.

Ciro, lo Scià di Persia, che in una fase di recessione economica globale ha rilevato i resti dell'impero Babilonese, sembra sensibile all'argomento: la Palestina è un avamposto remoto, ma importante: un passaggio obbligato per le carovane dirette verso l'Egitto. Quando una lobby che rappresenta un gruppo di fedeli di un Dio di quella regione, un certo YHWH, gli propone di tornare là e cominciare a fortificare la zona, imponendo la pace imperiale alle burrascose tribù autoctone, Ciro sottoscrive l'editto, chissà se ci avrà pensato più di tanto. Era il Re dei Re, in quella mattinata gli capitò di suggellare tante altre tavolette o papiri che credeva assai più importanti, decisioni che avrebbero dimostrato ai posteri la sua illuminata potenza. Altro che le beghe di una piccola regione periferica, di cui nessuno probabilmente si sarebbe ricordato da lì a trent'anni...

L'Esdra biblico è un personaggio appena abbozzato; compare in un paio di scene, e non se ne sa più nulla. Il suo libro è tra i più frammentari e rimaneggiati del canone biblico. Una specie di backdoor ben occultata; se riusciamo a trovarla possiamo guardare le Scritture dal lato di chi le ha scritte. La storia si capovolge; Mosè diventa una proiezione di Esdra; l'esodo dall'Egitto è il ritorno a Gerusalemme; i popoli sterminati da Giosuè alludono ai popoli con cui il nuovo Israele non doveva mescolarsi; il Primo Tempio è un sogno concepito intorno al Secondo; il Faraone che insegue i suoi manovali è l'immagine specchiata dello Scià Ciro che lascia partire volentieri una tribù stanca di vivere mescolata alle altre.

Il sacerdote Esdra non è tra i primi ebrei che tornano a casa. Non assiste ai primi tentativi di costruire il tempio; non c'è quando i nemici cominciano a tramare e a mandare messaggi allarmisti alla corte del nuovo Scià, Dario. Esdra arriva anche venti anni più tardi, verso il 500. Porta con sé i rotoli della Legge, di cui darà solenne lettura davanti a tutto il popolo: la storia di un Mosè che aveva guidato i suoi fedeli fuori dall'empio Egitto, e di un Giosuè che li aveva ricondotti nella Terra Promessa, sterminando dietro richiesta divina i suoi indegni abitanti.
Alcuni gruppi concepirono anzi ed impostarono il nuovo esodo come un'impresa basata su una sorta di organizzazione para-militare e con forte conflittualità verso i gruppi residenti. La visualizzazione del popolo in marcia attraverso il deserto deve qualcosa a questa impostazione para-militare; ma deve anche qualcosa (e forse molto) all'esperienza delle deportazioni imperiali. Già la promessa divina del tipo "io vi farò abitare in un paese in cui scorre il latte e miele" è significativamente consonante con l'assicurazione del rab-saqe assiro di dare a chi si sottomette la possibilità di andare ad abitare in un paese fertile e produttivo. Altrettanto indicativo è il timore serpeggiante nel popolo in marcia, di non trovare nella terra di destinazione condizioni di vita adeguate alle promesse e alle speranze - timore che riflette lo stato d'animo di chi nella diaspora doveva decidere se affrontare o meno i rischi del rientro. E soprattutto gli elenchi o censimenti (Num. 2; 26) del popolo diviso per gruppi familiari e per clan risentono di un tipo di registrazione amministrativa che veniva applicata ai gruppi di deportati, al fine di controllarne il numero (nonché le inevitabili perdite in corso di trasferimento) e le mete finali (Mario Liverani, Oltre La Bibbia, Laterza, 2003). 
Esdra porta con sé un'ulteriore ideuzza destinata ad avere, anch'essa, una lunga fortuna: la purezza etnica. La prima cosa che fa quando arriva è stracciarsi le vesti in segno di protesta: i capifamiglia gli hanno appena accennato il problema dei matrimoni misti.
Udito ciò, ho lacerato il mio vestito e il mio mantello, mi sono strappato i capelli e i peli della barba e mi sono seduto costernato. Quanti tremavano per i giudizi del Dio d'Israele su questa infedeltà dei rimpatriati, si radunarono presso di me.
Matrimonio Israele
È tuttora una questione spinosa.


Esdra rimane seduto e costernato diverse ore, fino al sacrificio serale. Poi cade in ginocchio e prorompe: "Mio Dio, sono confuso, ho vergogna di alzare, Dio mio, la faccia verso di te, poiché le nostre colpe si sono moltiplicate fin sopra la nostra testa; la nostra colpevolezza è aumentata fino al cielo" e bla bla bla, insomma stava andando tutto bene, e che mi fanno? Cominciano a sposarsi con le donne del luogo. Ora non dico che vadano sterminate – come c'è pur scritto che avremmo fatto un millennio fa in quel rotolo che abbiamo messo assieme a Babilonia – ma sposarle, farci i figli... l'assimilazione culturale... e nel giro di due o tre secoli finisce che mangiamo maiale pure noi, e poi come faranno gli archeologi del Duemila a capire se in tale insediamento ci stavano i canaaniti o gli israeliti? [sul serio, l'unica differenza spesso sta nei resti di ossa di maiale].
Ma ora, che dire, Dio nostro, dopo questo? Poiché abbiamo abbandonato i tuoi comandi che tu avevi dato per mezzo dei tuoi servi, i profeti, dicendo: Il paese di cui voi andate a prendere il possesso è un paese immondo, per l'immondezza dei popoli indigeni, per le nefandezze di cui l'hanno colmato da un capo all'altro con le loro impurità. Per questo non dovete dare le vostre figlie ai loro figli, né prendere le loro figlie per i vostri figli; non dovrete mai contribuire alla loro prosperità e al loro benessere, così diventerete forti voi e potrete mangiare i beni del paese e lasciare un'eredità ai vostri figli per sempre...
Va avanti così per molti altri versetti, ma insomma il senso è chiaro. Mentre piange e si dispera, intorno a lui si forma un crocchio di fedeli che cerca di consolarlo. Alla fine uno di loro (Secania, figlio di Iechiel) prende la parola: dai Esdra, possiamo ancora salvarci. Che ne dici se divorziamo tutti quanti in una volta, e rimandiamo le nostre mogli infedeli ai loro genitori? E i figli? Anche i figli naturalmente. Al che Esdra, snif, si calma un po': dite che è possibile? Massì, Esdra, che ci vuole. Un bel divorzio collettivo, magari per ogni moglie offriamo anche un ariete in sacrificio. E va bene, mi avete convinto. Ma d'ora in poi guai a chi sgarra."Con Ezra", spiega ancora Liverani, "si conclude l'elaborazione della Legge, si chiude anche l'elaborazione storiografica, cessano di agire i profeti, il sacerdozio di Gerusalemme ha pieni poteri".

Lo Utah dei mormoni, l'Etiopia dei rastafariani, la Guyana di Jim Jones. Tutte queste terre promesse, senza Esdra, ci sarebbero state? Probabilmente sì; è difficile immaginare che un oscuro sacerdote ebraico-babilonese a cavallo tra sesto e quinto secolo a.C. sia la causa di tutto. Più probabilmente è solo il primo sintomo di qualcosa che ci portiamo dentro: il retaggio di millenni di nomadismo, una propensione ancestrale ad andarcene da qualche parte dove finalmente saremo soli, saremo puri, saremo noi. Poi ci arriviamo e c'è sempre qualcun altro.

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