Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

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giovedì 12 giugno 2025

Dodici milioni di voti, lo chiamano un disastro

Lo sconfittismo, suicidio del progressismo. 

C'è una pagina di Fenoglio a cui mi capita ogni tanto di pensare. In questa pagina c'è un partigiano, che come capita spesso in Fenoglio è poco più di un ragazzino; si dà arie di ribelle, sfoggia le armi, ha una grande voglia di usarle anche solo per sentirne il rumore. È chiaro che non è pronto al combattimento, ma anche noi lettori non siamo pronti alla sua reazione quando il nemico si manifesta all'improvviso. Invece di perdere la testa, di sparare all'impazzata – tattica disperata, ma giustificabile – il ragazzo si mette a camminare verso i tedeschi con l'arma nella mano protesa, come a volerla restituire: ha sentito un ordine urlato con una voce stentorea, e deve obbedire. Invece di dar retta all'orgoglio di cui sembrava intriso, al buon senso, persino all'istinto di conservazione, il ragazzo si rivela in balia di un istinto ancora più forte: l'istinto gregario di consegnarsi al più forte, con le proprie armi, il proprio cuore, la propria anima. Questo istinto gregario esiste in molti di noi – forse in ciascuno di noi, che discendiamo da migliaia generazioni di raccoglitori e cacciatori, ma anche di servitori e schiavi. Nella maggior parte di noi questo istinto è talmente sopito che quando affiora, a volte non riconosciamo nemmeno noi stessi; altri ne sono completamente manovrati; altri devono combatterci per tutta la vita. Altri, infine, riescono a puntellarci sopra una carriera di successo: in fondo di servi c'è ancora bisogno, in tutti i settori.

Nel settore della politica continua evidentemente a essere molto richiesta una specifica figura professionale: il soggetto che sostiene (A) di essere di sinistra e (B) che la sinistra stavolta abbia perso, e che sia necessario, indispensabile, inderogabile ammetterlo, come in effetti lo sta ammettendo lui. Ne avete tutti presente qualcuno: i feticisti dell'analisi-della-sconfitta, gli artisti dei Concession Speech. Ne sanno scrivere di bellissimi, al punto che ti domandi se non siano stati selezionati apposta per questo; per interpretare il ruolo del bel perdente che accetta nobilmente la sconfitta, affinché noi teppa possiamo capire dal suo esempio che perdere è utile e necessario, ed è molto meglio ammettere subito di aver perso, ancora prima che escano i numeri ufficiali. In un'epoca in cui la politica è un dibattito, ammettere la sconfitta è un atto performativo che si può realizzare anche quando ancora non è sicuro che stai perdendo o no, come capitò ad Al Gore nelle elezioni del 2000 (ma viene il sospetto che questa vocazione suicida sia la ragion d'essere del partito democratico, perlomeno quello USA).

Se gli sconfittisti sono giornalisti, hanno il loro pezzo già pronto una settimana prima della consultazione: i risultati non essendo in effetti che dettagli. Se vogliamo per esempio parlare di questi ultimi referendum, promossi da sindacati e partitini che lottano per la visibilità, quasi ignorati dai media (che comunque stanno perdendo la loro centralità) i numeri crudi ci direbbero che il 30% degli aventi diritto sono andati a votare, malgrado il quorum fosse un obiettivo praticamente impossibile, insomma sono andati a votare soltanto per contarsi e se li contiamo non sono poi così pochi. In particolare in questo 30% ci sono tra dodici e tredici milioni di persone che hanno votato per abrogare leggi difese non solo da questo governo, ma anche da quei centristi liberali che senza riuscire a mandare in parlamento nessun partito continuano a infestare quelli di centrosinistra e centrodestra. È una "vittoria"? No, non lo è: una vittoria era impossibile. Resta un dato molto interessante che spiega come mai a molti rappresentanti del governo siano saltati i nervi: dodici milioni sono più o meno lo stesso numero di voti che nel settembre del 2022 consentirono aa Meloni di formare un governo di maggioranza. Per i due principali partiti che hanno scelto di appoggiare la consultazione referendaria, PD e M5S, è un risultato incoraggiante in linea con quello delle ultime consultazioni amministrative. I numeri dicono più o meno questo, ma se il padrone ha deciso che invece Schlein e Conte hanno perso, i servi non possono che formulare lo stesso originale e coraggioso pensiero, con variazioni sul tema, ma neanche tante. Ha un senso discuterci? Probabilmente no, nella maggior parte dei casi: c'è chi recita a soggetto, e continuerà a recitare finché ci sarà un copione e uno straccio d'ingaggio. La mission è dare addosso all'unica possibile coalizione che abbia chances elettorali contro la destra; la speranza è che da qualche parte tra le macerie sorga finalmente il soggetto centrista e moderato che un sacco di editori evidentemente non smettono di desiderare, e pazienza se agli elettori continua a non interessare. Poi ci sono quelli in buona fede, i mistici della sconfitta, che vedono dodici milioni di voti, e lo chiamano un disastro. E sono loro, soprattutto, che mi fanno pensare a quella pagina di Fenoglio, a quel ragazzo ipnotizzato dalla voce stentorea del nemico. 

lunedì 10 ottobre 2022

Ichino e i suoi ascensori

Se proprio dobbiamo fare un dibattito su cosa la sinistra sia (ancora?), tutto può tornarci utile, persino Pietro Ichino che non ha perso tempo a cominciare a spiegarci che cosa la sinistra sia e cosa la sinistra debba fare. Riassumo un intervento già piuttosto breve: la sinistra deve costruire "ascensori sociali", viene usata proprio questa espressione, che possano portare ai primi piani i "poveri", Ichino usa proprio questo termine: e uno degli ambiti in cui questi ascensori dovrebbero essere impiantati è ovviamente la scuola, che non lo fa a causa dell'opposizione dei sindacati. 


La scuola ovviamente avrebbe bisogno di adeguati investimenti per trasformarsi in un'agenzia di ascensori, ma finché i sindacati si mettono così di traverso è impossibile e quindi niente, e la sinistra perde anche per questo motivo. Lo so che messa in questi termini sembra una presa in giro, ma leggete pure il pezzo di Ichino e ditemi se la mette giù più complicata di così. Non lo fa. E quindi insomma, viene voglia di rimanere al suo livello e chiedergli, prof. Ichino: ma perché proprio ascensori? Perché non aeroplani, treni, transatlantici sociali, perché l'unico mezzo di trasporto che riesce a individuare per le sue metafore è quello che può contenere meno persone in assoluto? Vede professore, la questione è tutta qui: lei accetterebbe di buon grado che qualche povero riuscisse a riscattarsi, ma uno alla volta, con calma, e integrandosi nella struttura che i ricchi hanno progettato. A sinistra abbiamo concezioni diverse: vogliamo migliorare le condizioni di vita di intere classi sociali; gli ascensori non ci fanno impazzire perché, banalmente, vogliamo salire tutti assieme e senza aspettare un turno all'infinito: se il palazzo non lo consente è un problema del palazzo, bisognerebbe progettarne un altro. Ci sbagliamo? Ci sbaglieremo anche, e lei ci lasci sbagliare. La fiaba dei rags-to-riches, l'Uno su Mille che Ce La Fa, ha prodotto anche ottima letteratura ma non è la nostra fiaba, non è la nostra letteratura: noi siamo i 999 apparentemente sconfitti, questo è il campo che ci siamo scelti – ma nella maggior parte dei casi non ce lo siamo nemmeno scelto, vi ci siamo trovati e basta. Perciò perché continuare a consumare il suo e il nostro tempo con queste lezioncine, e proprio adesso che dall'altra parte c'è così tanto spazio vuoto? Sul serio, Giorgia Meloni ha vinto le elezioni con un partito di cartapesta, un grumo di slogan identitari dietro ai quali non c'è quasi nulla: chissà che sogni inquieti da quella parte adesso che non c'è più nessun avversario da additare, chissà che silenzi imbarazzanti; magari se prova a mettersi a raccontare la fiaba degli ascensori l'ascolteranno, loro, senza alzare gli occhi al cielo: non vale la pena di provare? E diventerebbe almeno tutto un po' più chiaro: da una parte chi si "occupa dei poveri", come scrive lei tra virgolette, organizzando giochi a premi e altri strumenti di valutazione atti a selezionare i poveri più servizievoli e adatti ad accedere ai piani alti; dall'altra noialtri coi nostri problemi più terra-terra, l'inflazione, la speculazione, cose complesse che adesso non credo che potrei spiegarle.  

Tra le varie cose che tirò fuori aa Meloni in campagna elettorale (ma ve la ricordate quant'era caciarona al tempo? che nostalgia, sembrano passati anni) a un certo punto spiegò che sognava di vivere in un Paese in cui non serviva la tessera della Cgil per insegnare a scuola. Questa cosa è riuscita a dire, in anni in cui gli insegnanti non hanno partecipato nemmeno a uno sciopero unitario per chiedere strumenti di ventilazione nelle classi in cui circolava il covid. Per cui insomma se il prof vuole continuare ad annunciare meravigliose riforme che potrebbero danimarchizzare la scuola italiana in pochi mesi, e a spiegare che se non sono state fatte è unicamente a causa dei sindacati retrogradi e cattivi – non proprio gli stessi sindacati che non riescono a far scioperare nemmeno i loro tesserati, diciamo una loro versione idealizzata, trasfigurata, una Spectre che boicotta ogni riforma senza nemmeno organizzare un corteo, con la pura catalizzazione dell'energia negativa di migliaia di insegnanti neghittosi – se il prof vuole raccontare quest'altra favoletta, pare proprio che un pubblico disposto a bersela ci sia. Ma è un pubblico di destra, come è sempre stato di destra il pregiudizio antisindacale. Poi certo, essere di destra non significa essere scemi, per cui non escludo che dopo un po' anche loro comincino a domandarsi come mai le Danimarche di Ichino non si realizzano mai, simili in questo a tutti i ponti sullo Stretto che in campagna elettorale sembrano sempre a un passo dall'essere costruiti e dopo il voto invece non se ne parla più. Vuoi vedere che anche lì sono i sindacati a opporsi, continuando a tenere la Sicilia a 3 Km dalla Calabria? laddove basterebbe che si avvicinasse appena un po'.

giovedì 6 ottobre 2022

Ma l'autocritica di cosa


Uno dei tag di questo decrepito sito, lo trovate molto in basso, recita "la sinistra perde anche per questo motivo": sì, questa idea che la sinistra perda sempre e debba fare sempre autocritica era un luogo comune abbastanza nauseante già vent'anni fa. In seguito abbiamo perso altre volte – si potrebbe dire che abbiamo perso sempre – ma non mi pare sia successo per difetto di autocritiche. Potrebbe anche darsi che ci manchi l'opposto: un po' di autostima. Non tantissima per carità, diciamo quel minimo necessario a non leggere il Foglio come successe a tanti a partire dal povero Veltroni; a non soccombere all'idea del leader carismatico che prima o poi vincerà delle immaginarie elezioni in stile americano – tutta una fantasia di riscatto grazie alla quale ci siamo letteralmente scritti una legge elettorale su misura di Giorgia Meloni e adesso dovremmo anche ascoltare gente che ci spiega che la sinistra ha perso perché non è stata abbastanza di destra. Metto le mani avanti: io il Pd non è che l'abbia votato, e non è che ci sarei rimasto male se avesse perso seriamente (l'ho pure scritto), aprendo magari la porta a una fase costituente eccetera. Ma non è andata esattamente così, guardando i numeri; non sopporto chi parla male del Pd per automatismo, o per una reazione ideologica che non riconosce in sé stesso e denuncia negli altri: e non mi dispiacerebbe che adesso qualcuno dalla base del Pd alzasse un minimo la voce e dicesse: ma autocritica di che? Un partito senza più un leader, con una dirigenza visibilmente raccogliticcia e dimissionaria; senza una direzione e con una strategia perdente; che senza venire da un particolare successo elettorale ha comunque partecipato agli ultimi governi, prendendosi la responsabilità di decisioni responsabili ma pesantissime per la qualità della vita degli italiani; un partito che veniva percepito come quello del rigore e dei sacrifici, abbandonato lungo la strada anche dai quotidiani della sua area, che avevano deciso di sponsorizzare l'ennesimo progetto centrista, l'ennesimo portaborse di Montezemolo; un partito condannato alla sconfitta è andato alle elezioni e si è preso quasi il 20%, quasi un quinto degli italiani lo hanno votato, e adesso dovremmo fare l'autocritica? Per carità, un po' di esame di coscienza non fa mai male, e non c'è dubbio che a contarli mancano quasi un milione di voti. Il M5S ne ha persi parecchi di più ma non sembra che nessuno chieda a Conte una particolare autocritica, anzi ci si complimenta per lui per il notevole risultato e la cosa ha un senso: la fase dei partiti di massa è finita da un pezzo, il periodo in cui si misurava l'insuccesso di un partito da una lieve flessione e un +2% era un terremoto politico è certamente finita. Nessuno poteva aspettarsi da Conte un risultato molto migliore: ma nemmeno da Letta, via. Il motivo per cui dal giorno dopo siamo bombardati da articoli su perché la sinistra perde ha ben poco a vedere con l'oggettiva prestazione elettorale (che io trovo persino sorprendente: voglio dire, Enrico Letta con le mani legate ha fatto il 19%!: chissà se gliene sleghi una, o se magari trovi per il partito di centrosinistra una faccia che non sia quella del nipote di Gianni Letta). Ha più a che vedere con l'inerzia: eravamo tutti convinti che il Pd avrebbe perso e probabilmente molti editoriali erano già nel cassetto assai prima del 25 settembre.

In particolare ho sentito dire che ce n'è uno che spiega che la sinistra deve abbandonare il "politically correct", proprio così, siamo nel 2022 e questo sarebbe il problema, altro che guerra in Ucraina e crisi climatica e pandemia: il politically correct. Avverto che non l'ho letto: non si tratta di snobismo, è dietro il firewall di un quotidiano a cui non intendo dare più un soldo. Siccome non l'ho letto, non lo discuto, perché a dispetto del titolo scemo potrebbe trattarsi di un intervento molto intelligente: non sarebbe la prima volta che il titolista fodera di merda un contenuto di qualità per renderlo annusabile ai suoi lettori ideali, sono cose che succedono, chi è senza peccato scagli il primo titolo intelligente. Preferisco fermarmi al titolo, perché davvero, il problema è tutto lì: chi scrive titoli del genere, non sta partecipando a una sessione di autocritica della sinistra. Chi usa "politically correct" continua a mettere in circolazione una definizione di destra, che serve alla destra per costruire un determinato quadro ("frame") intorno agli argomenti della sinistra. Magari lo fa in buona fede, ma... nel 2022? Sul titolo di un quotidiano nazionale? Naaa. Questo non significa che non si possa discutere di tante cose, a sinistra, e avere un atteggiamento critico nei confronti di un certo tipo di approccio, chiamiamolo woke: vogliamo aprire un dibattito sul linguaggio inclusivo? facciamolo pure, io nel mio credo di averlo aperto più volte. Ma lo chiami, appunto, linguaggio inclusivo. Se lo chiami "politically correct", sei il tizio di destra che vuole spiegarci come essere di sinistra: accetta la cosa, votati il tuo Calenda e levati di torno. La sinistra ha tanti problemi e tu non sei la soluzione. Non sei neanche la sinistra. Forse sei il problema. 

sabato 25 settembre 2021

La sinistra nel vicolo cieco dell'emergenza

Ci vorrebbero i giacobini

Se avessi il tempo credo che vorrei scrivere un pezzo su come la pandemia ha infilato la sinistra radicale in un vicolo cieco. Se avessi il tempo e la diplomazia; se fossi capace di scriverlo senza concedere nulla al mio gusto per la polemica perché davvero, non ce l'ho con nessuno. Non è colpa di nessuno. Oddio qualcuno avrebbe potuto comportarsi meglio, ma saremmo comunque nello stesso vicolo cieco. La nave è salpata molto prima che il virus saltasse di specie (ammesso sia successo), quel che è accaduto in questi mesi è poco comprensibile come qualsiasi immagine a pochi istanti da un impatto. I posteri ci troveranno poco lucidi, ecco però posteri non crediate che al nostro posto avreste combinato chissà che. 

Se avessi il tempo, dopo un meditato preambolo, affronterei il convitato di pietra, quel busto di Michael Foucault a centrotavola che ci impedisce di vederci bene tra noi e ci intimorisce con la sua gravitas glabra. Su tante cose aveva non aveva torto; c'è tutto un discorso su come il Potere usa l'Emergenza che è ancora perfettamente valido; ma anche nel peggiore dei casi, davvero assumiamo per un istante l'ipotesi che questo virus sia stato liberato da un laboratorio per provocare un globale riassestamento totalitario della società, bene, adesso che si fa? Si nega che l'emergenza esista, che non provochi tot morti al giorno anche tra un'ondata epidemica e l'altra, si denunciano mascherine e green pass come marchi della Bestia? Alcuni si sono ridotti a questo. La maggior parte, voglio credere, no: e però le opzioni a disposizione non sono molte di più. 

Siamo all'incrocio di due strade che conosciamo, e quindi potevamo immaginare che ci conducessero qui, davanti a un muro troppo alto. Da cinquant'anni abbiamo imparato a diffidare di chi proclama stati di emergenza, carestie guerre e pestilenze; ma è persino da più tempo che sappiamo che gli stili di vita imposti dall'industrializzazione e dalla globalizzazione non sono sostenibili a livello planetario, che insomma prima o poi emergenze ce ne saranno per forza, e saranno vere guerre carestie e pestilenze. Il potere le avrà provocate? Probabilmente. Cercherà di cavalcarle? Sicuramente. Questo le rende meno vere? No: e quindi eccoci qui, come doveva sentirsi il lettore sbigottito dell'Apocalisse di Giovanni mentre leggeva che al momento della Rivelazione ci saranno in giro tanti falsi profeti. Forse il Covid è un segno della fine, forse no ma la fine è comunque qui nei pressi, ha veramente molto senso domandarselo? Ammettiamo di nuovo per un attimo che si tratti di un falso allarme, niente più che un'influenza stagionale un po' più forte: lo sappiamo che stanno già arrivando allarmi autentici, rincari dell'energia e tutto quanto, e quando li recepiremo, reagiremo in un modo diverso? O ci saremo talmente incattiviti da rifiutare qualsiasi misura emergenziale come ora rifiutiamo il Green Pass? Stiamo semplicemente esprimendo la nostra diffidenza per il Potere (qualsiasi potere) o non siamo semplicemente nostalgici del vecchio mondo pre-lockdown? Perché la sinistra può permettersi tanti difetti, ma non la nostalgia per il passato: quello ci dispiace tanto ma è competenza della destra. D'accordo, è storicamente assodato che il potere crea problemi e poi si accredita come l'unico che riesce a risolverli. Preso atto che si comporta così, noi invece come ci comportiamo? 

Pestiamo i piedi?

Ho in mente esempi – tutti antipatici – se avessi il tempo di scrivere un pezzo equilibrato vorrei riuscire a prenderli con le pinze, a spiegare nel modo più equanime possibile che non ci siamo, capisco l'intenzione, capisco tutto, ma non ci siamo, insomma c'è tutta una frangia importante della sinistra che si opponeva al Green Pass – e posso capirlo – chiedendo l'Obbligo Vaccinale – e non ci siamo. Si reagisce a un provvedimento di eccezione chiedendo un provvedimento ancora più eccezionale (e di quasi impossibile realizzazione pratica), insomma la si butta in caciara senza avere una minima idea di quello che si sta chiedendo, come le rane di quella vecchia favola. Dopodiché Zeus-Draghi cala dall'alto il Green Pass obbligatorio, e a questo punto qualcuno avrà capito che fosse una richiesta dei sindacati. 

La sinistra dovrebbe raccogliere con coraggio le sfide della tecnologia e avrebbe potuto dare un'occhiata più da vicino al più grande esperimento didattico collettivo mai tentato in Italia, la didattica a distanza: tanto più interessante quanto completamente improvvisato dagli insegnanti, nel silenzio attonito di quasi tutta la filiera di consulenti didattici che per anni si erano accreditati presso il ministero come latori di chissaquali innovazioni: per lo più chiacchiere sulle competenze e test a crocette che nel momento del bisogno non ci sono serviti a nulla. La sinistra radicale invece ha deciso per lo più che la DaD era il male, che avrebbe senz'altro portato a suicidi e disperazione, e si è precipitata ad abbracciare qualsiasi ricerca la confortasse su questa opinione: non importa se i numeri erano un po' falsi o se il Corriere e il Ministero la pensavano esattamente allo stesso modo; c'è solo una scuola e dev'essere al 100% in presenza, perché noi l'abbiamo fatta così e ciò ci ha resi le persone perfette che siamo. Ma questa è esattamente nostalgia, e con la nostalgia la sinistra non dovrebbe avere molto a che fare.

La sinistra dovrebbe sorprendere gli avversari con una competenza tecnica superiore e un'abitudine inveterata a ragionare in termini di strutture, sovrastrutture e infrastrutture, perché è questo che ha sconfitto il nazismo, la capacità di smontare intere città industriali e ricostruirle in in Siberia: e invece continuo a leggere gente che si lamenta che non si sta usando la bacchetta magica per raddoppiare gli autobus e i treni, oh, niente da fare. Il giorno che per caso qualcuno vi facesse entrare nella stanza dei bottoni, provereste subito a raddoppiare i treni. Quando vi convincessero che tecnicamente non si può, cerchereste di raddoppiare gli autobus. Quando vi mostrassero il preventivo vi ridurreste a raddoppiare i banchi di scuola, magari con le rotelle, ecco, tutto questo è già successo: qualcuno come voi o comunque con un idealismo simile e la stessa carenza di senso pratico è già entrato nella stanza dei bottoni, e ora abbiamo spazi già limitati occupati da scorte di banchi inutili sia per il distanziamento sia per la DaD, e i comuni continuano a tagliare i servizi di trasporto perché nessuno ha pensato che i veri fondi dovessero arrivare a loro, nessuno sa più chi fa le cose quando e dove. 

La sinistra dovrebbe essere fieramente operaista e riconoscere nel lavoro la trave portante su cui si fonda la società: e invece è successa questa cosa, per carità inevitabile, per cui la maggior parte degli esponenti della sinistra radicale sono rimasti ai margini delle filiere produttive, confinati in ghetti professionali meno confortevoli di quanto potrebbero apparire, insomma fanno lavori creativi ed è ormai da due anni che li sentiamo lamentarsi perché ad es. la gente non va più a teatro e ora pure alle presentazioni dei libri bisogna controllare il green pass – se avessi il tempo riuscirei ad articolare la cosa senza risultare offensivo ma insomma, secondo voi in una situazione del genere è davvero così strano che il potere ci tenga a tenere le fabbriche un po' più aperte dei teatri? Sì, secondo loro è strano, se ne lamentano, maledetta Confindustria. Se avessimo il contrario, chiuse le fabbriche e aperti i teatri, chissà quanti cassintegrati in fila ai botteghino. E lo capisco che per i lavoratori dello spettacolo è dura, sono solidale con le vostre rivendicazioni così come voi senz'altro sapete che mangiare, dormire sotto un tetto, mandare i figli a scuola sono attività che per forza vengono prima dello spettacolo, senza le quali comunque gli spettatori non avrebbero la possibilità di assistere a nessuno spettacolo. Questa cosa la capisce persino Confindustria – non può permettersi di non capirla. Noi possiamo permettercelo?

La sinistra dovrebbe essere all'avanguardia nella competenza scientifica (avrebbe dovuto accorgersi del rischio pandemia quand'era ancora un rischio) e nell'elaborazione di scenari alternativi: dovrebbe continuamente chiedersi Che fare? e non dovrebbe vergognarsi di produrre risposte drastiche. Questo nella teoria. Nella pratica continua a intonare lamentazioni per il Povero Runner, un tic retorico che ti fa riconoscere la prosa di sinistra tanto quanto "Bill Gates", " idrossiclorochina" o "stella di David" ti fanno riconoscere da lontano il delirio complottardo. Il Runner che malgrado nella vita reale si sia già rimesso a correre in scarpette da un anno e mezzo, nei dibattiti in rete continua a scappare da folle inferocite affamate di capri espiatori, è ormai il personaggio di una Colonna Infame completamente immaginaria. Dato per scontato che il potere è alla costante ricerca di capri espiatori da additare, forse la reazione migliore non è inventarsi agnelli sacrificali per olocausti che per ora non si sono visti.

La sinistra dovrebbe cambiare il mondo, ma il mondo forse cambia troppo veloce e la sinistra potrebbe essersi accontentata di rappresentare questo cambiamento, di metterlo in scena in un determinato spazio temporaneamente liberato. Questo lo potrei capire: rappresentare è pur sempre meglio di niente. Ma attenzione a non rappresentare soltanto un 40-50enne che si strugge perché non può sfoggiare la sua tuta di lycra nel parco. Siamo tutti meglio di così. Tutti, anche il 40-50 enne in lycra è meglio di così, bisognerà illuminarlo in un modo diverso ma garantisco che è meglio di così. 

La sinistra dovrebbe qua, la sinistra dovrebbe là. Quando l'Assemblea Nazionale votò la guerra contro l'Austria, i giacobini si opposero: per loro era relativamente facile indovinare che si trattava di un'emergenza ad hoc creata dalla corona di Francia per inceppare l'inesorabile ruota della rivoluzione. Quando i fatti diedero loro ragione, e si ritrovarono al potere, i giacobini non finsero che la guerra non esisteva: era stata una pessima idea, non l'avevano voluta, ma ormai si stava combattendo e andava vinta con tutti i mezzi possibili. Non importa quanto un'emergenza sia autoindotta da un sistema per perpetuarsi: una volta appurato che l'emergenza c'è, la sinistra non ha nessun diritto di nascondersi o fuggire nel privato o a teatro. Se avessi tempo cercherei di motivare tutto questo con serenità ed equilibrio. Evidentemente non ne ho. 

giovedì 1 febbraio 2018

Liberi e non troppo uguali a Corbyn

Compreremo ottomila case. Non è andato proprio per il sottile, Jeremy Corbyn, quando domenica scorsa Andrew Marr della BBC gli ha chiesto cosa avrebbe fatto il Labour per i senzatetto britannici. Potrebbe sembrare la classica promessa elettorale, salvo che le elezioni ci sono già state, ma a questo punto nel Regno Unito potrebbe succedere davvero qualsiasi cosa – qualcuno comincia a parlare di un secondo referendum sulla Brexit. L’approccio di Corbyn è quello di un solido marxista che dietro a ogni fenomeno riconosce la sagoma della lotta di classe: la polemica contro gli speculatori che lasciano le case sfitte in attesa che i prezzi risalgano è un suo tradizionale cavallo di battaglia. Dietro allo spot populista (compriamo subito ottomila case, nessuno dormirà più per strada) c’è quindi l’abbozzo di un programma sociale: daremo alle autorità locali il potere per requisire le abitazioni che non vengono deliberatamente immesse nel mercato. C’è l’identificazione di un nemico di classe: il proprietario che non vende o non affitta. Lui probabilmente non voterà Corbyn, e Corbyn senz’altro il suo voto non lo chiede.
Questa è forse la differenza più grande coi gentisti italiani: anche loro, ultimamente, in fatto di promesse non scherzano. Ma quando poi si chiede a Di Maio dove troverà la copertura per il reddito di cittadinanza, o a Berlusconi dove raccatterà i soldi per portare la pensione a mille euro (specie se nel frattempo Salvini pretende la flat tax), la risposta è sempre un po’ vaga. Il populismo italiano è un fenomeno trasversale che rifugge la lotta di classe e si basa sull’idea che da qualche parte esista un immenso tesoro, un serbatoio di risorse intatte a cui lo Stato ancora non ha attinto a causa della malignità dei suoi rappresentanti. “Aboliremo gli enti inutili!” propone Di Maio, forse senza sapere che se ne parla almeno da 40 anni e che molto è stato già abolito – ma non importa, da qualche parte probabilmente esistono ancora milioni di euro da redistribuire ai disoccupati. E poi, naturalmente, si possono mandare a casa i politici (che in effetti hanno sempre meno soldi per la campagna elettorale, e questo per ora sembra renderli più disperati e rapaci), e che altro c’è? Le banche avide (ma molto spesso sono in sofferenza), i dipendenti pubblici fannulloni (ma quanti saranno?), gli insegnanti che invece di fare 18 ore alla settimana potrebbero farne di più (ma ne fanno già molte di più) e, stavamo per dimenticarli, gli evasori fiscali. Ma di quelli Berlusconi, Grillo (e Casaleggio) hanno sempre parlato poco.
Ne parla più volentieri la sinistra – già, perché c’è anche una sinistra che andrà alle elezioni in Italia. Neanche a farlo apposta, poche ore dopo la dichiarazione di Corbyn è stato pubblicato il programma elettorale di Liberi e Uguali, il movimento che proprio dal Labour sembra avere copiato almeno lo slogan (“Per i molti, non per i pochi”). Si parla di alloggi per i senzatetto, nel programma di LeU?
Se ne parla, sì: e meno male, visto che i senzatetto che nel Regno Unito vengono considerati un’emergenza sono intorno ai quattromila, mentre in Italia l’Istat ne conta molti di più: cinquantamila nel 2014. Ciononostante l’argomento non scalda la campagna elettorale (i senzatetto non votano) e anche LeU dedica a tutta la questione della prima casa appena due righe al capitolo Welfare: “La crisi ha lasciato in eredità un enorme patrimonio immobiliare abbandonato che pesa sui bilanci delle banche. Dalla sua acquisizione, come abbiamo già detto, può venire una risposta importante all’esigenza di tornare a rendere effettivo il diritto alla casa”. Più su in effetti si era proposta “la creazione di un fondo pubblico per l’acquisizione dei crediti in sofferenza garantiti da immobili, da destinare all’edilizia popolare con affitti calmierati”. Sono proposte di buon senso, molto tecniche e che svelano un approccio piuttosto distante da quello di Corbyn. Per lui una bella casa sfitta è un’ingiustizia, e il fondo immobiliare che la possiede l’evidente nemico; per LeU il patrimonio immobiliare abbandonato “pesa sui bilanci delle banche”, un’espressione che tradisce un istintivo moto di pietà, del tipo “povere banche, che vi siete accollate la prima bolla immobiliare dal dopoguerra, in un qualche modo vi aiuteremo”.
In controluce, si indovina tutta la differenza tra le due storie: Corbyn è un virus vetero-marxista che è sopravvissuto nel Labour a ogni vaccino blairiano, fino a prendere il sopravvento. Mentre i Liberi e gli Uguali che si stringono intorno al cartellone di Pietro Grasso sono per lo più amministratori, che con le banche dei loro territori hanno un’antica familiarità: conoscono i loro limiti e non saprebbero chiamarle nemiche nemmeno quando si tratta di spararle grosse in campagna elettorale.
Con tutto questo, da elettore di sinistra non mi sento davvero di poter fare lo schizzinoso... (continua su TheVision)quello di Liberi e Uguali è un buon programma, molto più a sinistra di quello del PD del 2013, e un po’ meno utopico di quello del partito che nel 2013 era a sinistra del PD (si chiamava Sinistra Ecologia e Libertà e proponeva un reddito minimo garantito di 600€). Mi dispiace che manchi qualsiasi riferimento alla legalizzazione delle droghe (almeno leggere) e trovo commovente che si riparli di tassare le rendite finanziarie (la Tobin Tax, antico cavallo di battaglia dei movimenti degli anni Zero). Non tutto è realizzabile, ma per un movimento che lotta per il 10% è fin troppo concreto: chi lo ha stilato evidentemente continua a pensarsi “partito di lotta e di governo”, anche se questa seconda possibilità stavolta è abbastanza remota. 
Per Corbyn dare riparo ai senzatetto non è una vaga promessa, ma è il modo in cui si segnala una priorità (la prima casa) e un avversario. Quale sia la priorità per LeU lo aveva già indicato Pietro Grasso quando ha proposto di abolire le tasse universitarie, e il programma ce lo conferma: non è un caso che i primi “approfondimenti programmatici” pubblicati siano quelli su scuola, università e ricerca. Nel momento in cui Confindustria si lamenta per i troppi laureati “non richiesti” (eppure siamo la nazione OCSE in cui ci si laurea meno), LeU mette per iscritto che “l’accesso all’Università, alle Accademie ed ai Conservatori non è solo un diritto individuale di accesso a un servizio ma un investimento strategico”. Forse è un modo per sfondare tra i giovani – che però potrebbero trovare più allettante il reddito di cittadinanza. O forse è il dettaglio che più di tutti tradisce l’età media della classe dirigente di LeU: ex amministratori che dopo aver corteggiato il liberismo blairiano si sono ritrovati un po’ per caso risospinti a sinistra, e magari non hanno percepito che oltre alla bolla immobiliare, negli ultimi dieci anni è scoppiata quella aspirazionale. Mandare il figlio all’università era l’obiettivo del genitore degli anni Novanta, forse anche quello degli anni Zero: oggi la situazione è cambiata, una laurea non immediatamente spendibile nel mercato del lavoro è diventata un investimento insostenibile per molte famiglie, e per il solito paradosso della Storia potrebbe averlo capito prima quel vetero-marxista di Corbyn: alla gente per ora è meglio promettere una casa (e un lavoro? O basterà un sussidio?). L’università può attendere. 

giovedì 25 gennaio 2018

Senza Sinistra Sulle Schede (Si Sopravvive) (Spero)


Lo sapete che la sinistra è in crisi? Lo è più o meno da sempre, almeno nella narrazione dei quotidiani. Lo è per definizione: mentre la destra fa paura, sempre sul punto di svoltare, la sinistra è divisa, disorientata, eccetera. Serve un esempio? Questo è appunto il mestiere del commentatore. Trovare ogni tot giorni un esempio diverso.

Lo spunto dell’ultima settimana: pare che sulle schede elettorali, per la prima volta dopo tanti anni (ma quanti?) non vedremo più la parola “sinistra”. In realtà qualche fortunato avrà modo di vederla ancora, nel bollino col quale si presenteranno insieme i principali partiti trotzkisti italiani, che sono appena due. Folklore a parte, le formazioni di sinistra che hanno qualche chance di sbarcare in parlamento (Potere al Popolo, Liberi e Uguali) hanno rinunciato a mettere nel simbolo la parola che comincia per S. Quanto al PD, com’è noto, la “S” l’ha rottamata ben prima che arrivasse Renzi: già nel 2007, quando gli allora Democratici di Sinistra si fusero con i post-democristiani e centristi della Margherita. Risultato: a 22 anni dalle elezioni del ‘96 (in cui il partito più votato in Italia risultò proprio quello dei DS) gli elettori italiani non troveranno “sinistra” sulla scheda. È un fatto grave?

No.

Ma è interessante notare come viene raccontato, con quell’attenzione per il bicchiere mezzo vuoto che è necessaria a chiunque voglia parlare di sinistra (e quindi di crisi). Si dà per scontato che qualsiasi novità debba coincidere con qualcosa di negativo: se non c’è più la parola “Sinistra” ci stiamo senz’altro perdendo qualcosa. Qualcosa che c’era già, e quindi senz’altro è qualcosa di antico, e di nobile. Qualcosa che non riusciamo più a recuperare perché siamo in crisi. Nota: questo modo di pensare è in assoluto l’atteggiamento meno “di sinistra” che si possa immaginare. L’attenzione maniacale alle tradizioni antiche o presunte tali è quello che ci si aspetterebbe dalla destra: ma appunto, in Italia la destra si racconta in tutt’un altro modo. È scaltra, si annida, prolifica nell’ombra e al momento giusto prenderà il sopravvento. Se la destra rinunciasse all’improvviso al suo nome, i commentatori non penserebbero che è in crisi. Sagacemente suggerirebbero che si stia mascherando per ottenere più consensi. Il problema in realtà non si pone, perché la destra ha usato raramente la parola “Destra” sui suoi bollini elettorali. E invece, la Sinistra, l’ha usata poi così spesso?

Neanche tanto... (continua su TheVision)

In realtà la parola con la S compare molto tardi sulle schede elettorali repubblicane, ed esattamente nel 1991, durante il ventesimo e ultimo Congresso del Partito Comunista Italiano, quando il segretario Achille Occhetto svelò a un’assemblea entusiasta e un po’ imbarazzata il simbolo della Quercia e il nuovo nome di quello che era stato fino a un attimo prima il più grande partito d’ispirazione marxista in Europa Occidentale: Partito Democratico della Sinistra. Confesso: sono talmente vecchio da ricordare la mia reazione. Alla contentezza di avere un partito tutto nuovo di zecca da votare sulla scheda (ero piccolo, mi piacevano le novità), si mescolava una certa perplessità: una sigla che finiva con S non sembrava nemmeno italiana, e inoltre ricordo benissimo di aver trovato poco opportuno l’inserimento nel nome di un termine così poco ideologico, così vago. Era il 1991 e “Sinistra” non era una parola feticcio. Era un semplice modo di dire, molto generico; faceva parte del lessico dei titolisti, non dell’enciclopedia delle ideologie politiche, che al tempo erano volumi ben separati. Esistevano ovviamente persone “di sinistra”; erano esistiti governi di “centrosinistra”, ma votare un partito “della Sinistra” su un simbolo sembrava… strano.

Sin dai tempi dell’Assemblea Costituente del 1789, quando i rivoluzionari scelsero di sedersi alla sinistra del re (probabilmente perché la destra spetta ai primogeniti e in generale ai servi più fedeli), “Sinistra” ha significato tante cose diverse e spesso inconciliabili – giacobini e girondini, bolscevichi e menscevichi. Riformisti e massimalisti, e così via. Negli anni ‘80 si definivano ugualmente di “sinistra” il grande babau della mia infanzia, Bettino Craxi, e il suo accigliato avversario, Enrico Berlinguer. Ma le schede elettorali contenevano ancora parole apparentemente più precise (“comunista”, “socialista”, “liberale”, “democristiano”), che rimandavano ciascuna a una storia precisa e particolare. Occhetto, dopo aver rinunciato alla sua (inutilizzabile, dopo piazza Tienammen), si era trovato senza parole: ciò che aveva in mente era un grande partito Social-Democratico come quello tedesco, ma in italiano la parola era già presa da un partitino con una storia anche nobile, ma ormai associato alle barzellette in cui convocavano i congressi nelle cabine del telefono. Fossi stato in lui, avrei scelto “partito laburista”; magari c’erano anche problemi di marchi registrati, va’ a sapere. Oppure mi sarei tenuto il geniale nome provvisorio, veramente in anticipo sui tempi: “la Cosa”. In ogni caso, ribattezzando il più grande partito d’opposizione “di Sinistra”, Occhetto strappava col vecchio linguaggio otto-novecentesco: a suo modo partecipava a quel fenomeno di svecchiamento lessicale che negli anni di Mani Pulite portò rapidissimamente i politici italiani dalle “convergenze parallele” all’”inciucio”, dal “compromesso storico” al “patto della crostata”.

Il PDS è il primo partito italiano con un nome post-ideologico: forse è anche l’ultimo, visto che di lì a poco Silvio Berlusconi avrebbe lanciato con Forza Italia la voga dei nomi pubblicitari. Per una significativa coincidenza, in quello stesso 1994 Giorgio Gaber con Destra-Sinistra, la sua canzone purtroppo più famosa ribadisce che i due termini fanno più parte della storia del costume che di quello delle idee, e che “è evidente che la gente è poco seria” quando pensa che “fare il bagno nella vasca è di destra / far la doccia invece è di sinistra”. Ma il ‘94 è anche l’anno in cui Norberto Bobbio pubblica Destra e sinistra, ragioni e significati di una distinzione politica, che più di ogni altro testo ha contribuito a dare dignità politica ai due termini. Per Gaber “le parole si logorano invecchiano, perdono di senso, e tutti noi continuiamo ad usarle, senza accorgerci di parlare di niente”. Bobbio reagisce con un certo senso pratico: se certe parole (“comunismo”, “fascismo”) a inizio ‘90 sembrano irrimediabilmente logore, “Destra” e “Sinistra” sono ancora di uso comune: e quindi perché non usarle per fare un discorso serio? Bobbio poi associava il primo termine a “libertà” e il secondo a “uguaglianza”, ed è curioso ritrovare entrambi i termini nel nome della lista a sinistra del Pd. Si può dire che persino l’aggregato guidato da Pietro Grasso non si riconosca più nella Sinistra definita da Bobbio? Non saprei.

Quel che so è che sia “Liberi e Uguali” sia “Potere al Popolo” mi sembrano ottimi nomi. Forse un po’ pubblicitari – a questo punto del resto ormai siamo tutti eredi sia di Bobbio che di Berlusconi – ma se si tratta di slogan, sono efficaci e abbastanza esaurienti: mi danno subito un’idea abbastanza chiara di che programma aspettarsi; di quali siano le priorità, ma anche la storia, il percorso che li ha portati fin qui. Non c’è più la parola “sinistra”? Io tenderei a vedere il bicchiere mezzo pieno: era la classica parola segnaposto, che si usava in mancanza di termini più precisi: in un’epoca particolare in cui non eravamo nemmeno sicuri di poter più chiedere uguaglianza (e libertà), e… potere al popolo. Se “Sinistra” sparisce dalle schede, forse è perché finalmente abbiamo ritrovato parole più precise, più pregnanti. Potrebbe persino essere una buona notizia.

“Che la sinistra dubiti di se stessa, almeno questo è certo. Anzi, in questi ultimi tempi, l’unica certezza della sinistra è di dubitare di se stessa” (Bobbio, 1993).

giovedì 7 dicembre 2017

È facile ridere dei Liberi (e Uguali)

È facile fare ironia su Liberi e Uguali – la nuova formazione politica tenuta a battesimo domenica scorsa – e molti osservatori infatti non hanno perso tempo. Tanto per cominciare è un raggruppamento di sinistra, e mentre la destra è per definizione inquietante e in crescita, la sinistra è sempre sventurata e in crisi. È una questione di percezione, che nulla ha a che vedere coi fatti o coi numeri (in questo momento i sondaggi danno a LeU qualche punto in più di Fratelli d’Italia, una formazione di destra che ha una storia altrettanto travagliata).
Quando si parla di sinistra non ci si stanca mai di rivangare i dissidi, le scissioni, i partitini che fanno più notizia quando si spaccano di quando si ricompattano. In effetti LeU raccoglie i cocci di tre piccole scissioni del PD: i fuoriusciti di quest’anno che hanno creato il Movimento Democratico Progressista Articolo Uno; i civatiani di Possibile che erano usciti già nel 2015; il gruppo di Fassina, che nello stesso 2015 aveva formato Sinistra Italiana con i vendoliani di Sinistra Ecologia Libertà, partito che a sua volta nasceva da due microscissioni in seno a Rifondazione Comunista e PCdI, e dalla fusione con alcuni ambientalisti – ma a questo punto probabilmente vi siete persi, servirebbe un disegno e su internet ce ne sono di divertentissimi. Il disegno poi si potrebbe prolungare andando indietro nel passato fino al 1989 – ma anche al 1968 – ma anche al 1890, perché il frammentarismo della sinistra ha radici antiche, e al di là delle facilissime ironie è un fenomeno strutturale: se la sinistra è il luogo (mentale) della libertà e del confronto, è abbastanza logico che sia anche il luogo delle divisioni, dei dissidi, degli scazzi – chi preferisce obbedire a un capo può andarsene a destra, dove scissioni e scazzi ci sono comunque, ma fanno meno notizia.
 



(Ho scritto un pezzo per TheVision, si chiama proprio È TROPPO FACILE FARE IRONIA SU LIBERI E UGUALI).

È facile ridere di Liberi e Uguali, magari facendo notare la contraddizione tra l’impostazione progressista e l’età media degli esponenti più importanti: Pietro Grasso, nominato leader per acclamazione, ha 73 anni. Massimo D’Alema, condannato dal suo personaggio a impersonare l’eminenza grigia della situazione, ne ha 68. Pierluigi Bersani 66. La sinistra non la dovrebbero fare i giovani? Sì, e infatti tra i Liberi e Uguali ci sono anche Giuseppe Civati (42) e Roberto Speranza (38). Il fatto che gli anziani siano più spesso inquadrati è in parte un effetto ottico: i giornalisti discutono più facilmente di e con personaggi che sono già stati a lungo sotto i riflettori. Fino a qualche anno fa questa era la prassi in tutti i partiti dell’arco costituzionale: poi sono arrivati i grillini e i rottamatori renziani, e oggi, guardando un notiziario, è più facile imbattersi in un politico quarantenne che in un sessantenne. Berlusconi è ovviamente un’eccezione, e la sinistra è un’altra – ma quest’ultima è un’eccezione tutt’altro che italiana: Jeremy Corbyn, leader dei laburisti inglesi, ha la stessa età di D’Alema; Bernie Sanders, agguerrito candidato di sinistra alle primarie del Partito democratico USA, ne ha tre più di Pietro Grasso. Anche loro sembravano rispettabili “vecchietti”, con entrambi i piedi nella terza età, prima di svelare un carisma d’altri tempi appena la campagna elettorale è entrata nel vivo: a Grasso potrebbe succedere la stessa cosa? Vedremo. Senz’altro sinistra e giovinezza non sono più sinonimi, ammesso che lo siano mai stati. Se non lo sono in Gran Bretagna o negli USA, non c’è motivo che lo siano in Italia, dove gli elettori da (ri)conquistare hanno un’età media ancora maggiore.

È semplice fare ironia su Liberi e Uguali, non solo insistendo sull’età dei protagonisti, ma anche sui loro trascorsi; con l’importante eccezione di Grasso, che fino a cinque anni fa faceva il magistrato, quello che accomuna D’Alema, Bersani, Civati, Speranza, Fassina e compagnia sono le sconfitte. È gente che ha perso quasi sempre e quasi tutto – a volte con onore, ma a sinistra “con onore” non significa poi molto, contano i risultati. Non parliamo soltanto di sconfitte elettorali (contro Berlusconi in parlamento, contro Renzi nel PD). Parliamo anche di sconfitte strategiche: D’Alema si fece prendere in giro da Berlusconi con la bicamerale del 1997, Bersani si fece prendere in giro dai grillini con il famoso vertice in streaming del 2013; anche Civati deve aver commesso qualche errore se nel 2010 era uno dei leader della Leopolda con Renzi e oggi non è nemmeno più nel PD. E così via. È semplice immaginare Liberi e Uguali come un raduno di rancorosi, ognuno a suo modo animato da un proposito di rivalsa, se non di vendetta. E le cose potrebbero anche essere così: alla fine la politica è fatta dagli uomini, e gli uomini sono fatti anche delle loro debolezze.

Allo stesso tempo, se insistiamo troppo sulle debolezze, rischiamo di perderci molto. Oltre alle mille motivazioni personali che possono spiegare la longevità di alcuni personaggi, alla base della nascita di Liberi e Uguali c’è un ragionamento lineare: a sinistra di Renzi c’è molto spazio da riempire. Quanto? Diamo un’occhiata agli altri Paesi dell’Europa occidentale. In Germania la Linke è quasi al 10% – molti voti li sta erodendo ai Socialdemocratici, che da più di dieci anni scontano l’alleanza elettorale con i Cristiano-Democratici della Merkel. In Francia il partito di sinistra di Mélenchon in Parlamento ha ottenuto appena il 3%: in compenso il suo leader col 19% di voti al primo turno ha mancato di appena due punti percentuali il ballottaggio presidenziale. In Gran Bretagna c’è un sistema elettorale molto diverso, che ha dissuaso la sinistra laburista da qualsiasi tentazione scissionista; il risultato però è che dopo tante sconfitte, oggi la sinistra controlla il partito. In Spagna il successo improvviso di Podemos (che nel 2016 valeva il 20% dell’elettorato) è un caso a parte, forse più affine all’affermazione altrettanto improvvisa del Movimento Cinque Stelle in Italia. In Grecia, anche grazie al super-premio elettorale, Syriza è al governo ormai da tre anni – tre anni di crisi nerissima in cui il primo ministro Alexis Tsipras non si è esattamente potuto permettere una politica antiliberista, ma tant’è. Syriza, per altro, è un bell’acronimo che nasconde all’osservatore distratto una tipica storia di frazionismo di sinistra: la sigla sta per “Coalizione della Sinistra Radicale”, e il suo percorso cominciò nel 2004 con una piattaforma programmatica che mise insieme cinque piccoli partiti marxisti, altermondialisti ed ecologisti.

Insomma, per quanto possano sembrare ridicoli e incerti i primi passi di Liberi e Uguali, bisogna riconoscere che anche le più recenti storie di successo della sinistra europea sono iniziate così: frammenti di esperienze passate che tornano assieme, trovano leader che a volte sono facce nuove (Tsipras, Iglesias) e altre volte decisamente no (Corbyn), e occupano uno spazio esistente. Perché – e questo va sempre ricordato – uno spazio a sinistra esiste ancora, e se non lo occupa Grasso lo occuperà qualcun altro. Anche Di Maio, perché no? Non è un caso che di recente abbia proposto di reintrodurre l’articolo 18. Non sarà l’argomento più trendy, ma c’è una fetta di elettorato che è sensibile esattamente a queste proposte: fanno meno notizia di due o tre bande di esaltati in bomber nero che lanciano fumogeni sotto le redazioni dei giornali o disturbano le assemblee, ma sono pur sempre due, tre, magari quattro milioni di potenziali elettori in più. E non si capisce nemmeno perché dovrebbero diminuire in futuro – soprattutto se il PD di Renzi si dovesse ritrovare costretto dopo le elezioni a un governo di coalizione col centrodestra di Berlusconi: proprio la situazione in cui di solito i voti travasano dal centrosinistra di governo alla sinistra di opposizione. Quanto allo scenario alternativo – un’eventuale alleanza di governo tra il M5S di Di Maio e LeU, fin qui sembra soltanto un bluff pre-tattico: difficilmente l’elettorato grillino potrebbe mandare giù la contiguità con personaggi che Beppegrillo.it addita al pubblico ludibrio da sempre (quando Bersani avverte di essere ancora disponibile allo streaming, rasenta il comico, non si sa quanto involontario). Allo stesso tempo, è bastato annunciare la nascita di un nuovo soggetto a sinistra perché l’articolo 18 tornasse un argomento elettorale anche per i grillini: la politica si fa anche così. Non sempre si vince, anzi, mai, ma a volte riesci a portare i vincitori nel tuo campo. Sarebbe già molto (per la sinistra italiana).

lunedì 25 maggio 2015

Podemos e la generazione invisibile (in Italia)

È normale che oggi la sinistra italiana guardi a Podemos, come era normale che guardasse a Syriza ieri; mi chiedo lo stesso se questo affannoso voltarsi qua e là in cerca di modelli vincenti non sia un equivoco. Ieri il futuro doveva arrivare dalla Grecia, oggi dalla Spagna; e se invece fosse già passato, e non ce ne fossimo accorti? Se Podemos e Syriza nascono a sinistra ma attraggono fette di elettorato diverse, profittando di un diffuso sentimento anti-austerity; se mettono in crisi il bipolarismo tradizionale, forse il Podemos italiano c’è già stato, e non è passato così inosservato: era il Movimento Cinque Stelle.

Certo, Grillo non è Iglesias. Il primo viene dalla tv e, moderno San Paolo, una volta convertito alla politica dal basso ha emesso una fatwa contro il satanico strumento che pure lo ha reso un volto noto a tutti. Il secondo viene da quella galassia dei movimenti che 14 anni fa protestava a Genova: ha scritto una tesi sui Disobbedienti e fatto un po’ di carriera accademica mentre si faceva conoscere come conduttore e opinionista in tv. Vista da qua la Spagna sembra un’oasi serena, dove l’accademia non è vista con sospetto, e la tv non seleziona urlatori ma leader intelligenti e affabili. E torniamo all’eterna domanda: cos’è andato storto da Genova in poi? se al governo c’è un venditore di pentole, e all’opposizione un vecchio comico stanco, sarà colpa di quei due o di un’intera generazione che in dieci anni non si è fatta viva con leader, con progetti, con qualcosa?

lunedì 11 maggio 2015

Un'ipotesi sul renzismo

(Riassunto: cosa c'è dietro il renzismo, questo misterioso fenomeno che nelle menti di molti nostri amici ha sovvertito alcuni concetti, ad es. la democrazia? Non si sa, però nel frattempo il berlusconismo è finito e non abbiamo elaborato nessun lutto. E se non fosse una coincidenza?)

La gente che dice di ricordarsi le cose, mente. I ricordi non sono come documenti crudi emersi da un archivio. Sono un continuo rimontaggio di frammenti che deformiamo a piacere in continuazione, qualcosa che reinventiamo tutti i giorni, adeguandola alle informazioni che abbiamo oggi, alle cose in cui crediamo adesso. Mai esattamente la vecchia canzone, sempre la cover della meteora del momento.

Ora dobbiamo raccontare a noi stessi come abbiamo passato gli ultimi vent'anni; e spiegare a noi stessi che non abbiamo perso tempo a paventare il golpe di un vecchietto sessuomane. Molti non ci riescono. Vent'anni, santo cielo. Possibile che non abbiamo parlato d'altro? Cosa ci era successo?

A questo punto scatta la reazione più inevitabile: il nostro io narrante, l'incessante cercatore di nessi causa-effetto, comincia a girare a vuoto e, non trovando nessuno più plausibile a cui dare la colpa, la rovescia su di sé. È colpa nostra. Lo avevamo scambiato per un gigante, e non capivamo che era un nano. Siamo stati noi a non volerlo sconfiggere. Sarebbe bastato così poco. Se Bertinotti nel '98 non avesse. E Turigliatto nel 2008. E Bersani. C'è tutta una serie di episodi che si inserisce perfettamente nella narrazione, che da cronaca politica diventa immediatamente apologo morale: Bertinotti nel '98 rappresenta l'anima massimalista coerente fino all'autolesionismo che è da reprimere in ciascuno di noi, ecc.. Turigliatto ne è una riedizione in sedicesimo, ma vi aggiunge un altro concetto importante: l'orrore per il diverso. Bertinotti era ancora parte di noi, Turigliatto il nostro amico che rifiutava di crescere, quello con cui dovevamo smettere anche solo di discutere, tempo perso. Da soli, possiamo andare solo da soli, in un posto che sappiamo solo noi. A sentirli parlare, sembra che Berlusconi non abbia governato per metà del tempo.

A questo punto tocca inserire qualche dato discordante, giusto per verificare se la storia non assume un senso diverso. È difficile negare l'impatto emotivo che ebbe nel 1998 la sfiducia a Prodi da parte della Rifondazione di Bertinotti. Quella sera si ruppero amicizie, un partito si spezzò in due cocci che non si sono mai più messi assieme. Ma emotività e frazionismo a parte, fu la fine del centrosinistra? No. Affondò al massimo l'Ulivo di Prodi, che avrebbe navigato comunque a vista fino ai bombardamenti in Serbia. Seguì D'Alema, e poi Amato. A questi governi si possono rimproverare molte cose (la mancata legge sul conflitto di interessi tra le prime), ma proseguirono un'operazione di risanamento e verso la fine avevano anche un tesoretto da reinvestire. La legislatura si spense al suo termine naturale, dopo cinque anni; poi rivinse Berlusconi, come spesso capita in democrazia.

Bertinotti nel '98 fece cadere un governo, ma non ci precipitò in nessun baratro. Berlusconi tornò al governo solo tre anni dopo, e non ci tornò perché il centrosinistra era litigioso e inconcludente. Ci tornò perché prometteva, come al solito, il bengodi, e molti italiani si dissero: proviamo, magari stavolta toglierà a qualcun altro per regalare a me. Prodi e Amato, in effetti, non regalavano quasi mai niente a nessuno. Berlusconi non tornò al potere per colpa di Bertinotti o per colpa nostra - a meno che tu che leggi non l'abbia votato nel 2001. L'hai votato? Io no, quindi perché mi dovrei sentire colpevole?

Perché se riconosco che sono innocente, devo poi accettare una verità un po' più dura, ovvero che sono impotente. Preferiamo vivere nel mondo magico della prima infanzia dove ogni avvenimento è connesso con i nostri desideri, che in un universo assurdo che può implodere in qualsiasi momento senza un motivo. La vittoria di Berlusconi nel 2001 era abbastanza ineluttabile: il naturale ritmo dell'alternanza, il logoramento dei partiti di governo, l'opacità del candidato rivale che pure era stato scelto belloccio e relativamente giovane. Ma con un po' di sforzo possiamo immaginare che sia stata invece colpa nostra. Eravamo litigiosi e disuniti e così vinse lui.

Cominciò una lunga traversata nel deserto. Cominciò nel peggiore dei modi - Genova - proseguì in modo abbastanza pirotecnico con l'11/9 e le manifestazioni antiguerra. Nel frattempo il governo tentava di sfondare sull'articolo 18, trasformando per qualche mese Sergio Cofferati nel leader della sinistra. Non funzionò, la guerra in Iraq monopolizzava il dibattito e a metà legislatura cominciò a esser chiaro che il governo sonnecchiava. Berlusconi non si faceva vedere per mesi e poi riemergeva con qualche ruga in meno e il parrucchino più basso. Nel frattempo la sinistra si riorganizzava intorno a Prodi e tutto lasciava pensare che nel 2006 il pendolo sarebbe tornato dalla nostra parte.

Non fu così.

mercoledì 29 ottobre 2014

Parla per Piccolo

Può darsi che a questo punto la vostra opinione sul Jobs Act - o sulla Buona Scuola - o su qualsiasi altra novità renziana - sia un po' negativa. Può darsi che certe promesse vi lascino perplessi, non solo perché sembrano irrealizzabili, ma perché sorrette da un'idea di società che non è la vostra. E quindi, insomma, credete di avere buoni motivi per non credere a quello che Renzi propone. Beh, vi sbagliate.

Non avete buoni motivi.

Quello che vi ispira a criticare Renzi - qualsiasi cosa dica o faccia - è semplicemente l'ossessione della purezza. A voi Renzi non va perché vi sentite di sinistra, e chi è di sinistra ha questa ossessione che lo spinge a stare da solo con chi la pensa come lui, e a raccogliere, se va bene, il 25% alle elezioni. È la stessa ossessione che vi spingeva in un angolo alle feste.
"Ma io veramente non ci stavo, nell'angolo".
Taci.
"No davvero a volte avrei preferito, perché negli angoli si pomiciava, ma di solito m'invitavano per mettere i dischi e così..."
Zitto. L'ossessione della purezza, dicevamo. Ne parlava giusto ieri, ovviamente, Francesco Piccolo; sul Corriere, ovviamente, della Sera:

La sinistra italiana degli ultimi venti, anzi trenta anni, è stata reazionaria e ha inseguito il mito della purezza, e cioè degli ideali da difendere senza nessuno sconto. Questi due elementi sono stati fondamentali per godere in modo masochistico del terzo, e cioè la propensione alla sconfitta. Soltanto con la sconfitta la purezza è difendibile, soltanto con la sconfitta non si mettono alla prova le idee e quindi si conservano intatte, come sotto i ghiacciai.

Ma quanto ha ragione, non trovate? Il mito della purezza. Quello che ha ispirato tutte le mosse degli ultimi, fallimentari, trent'anni.
"Per esempio?"
Ti devo pure fare degli esempi? E che ne so... Bersani.
"Bersani?"
Sì, Bersani, perché?
"Scusa ma Bersani poteva andare alle elezioni da solo nel novembre dell'Undici e invece ha fatto un governo di unità nazionale con Berlusconi, non mi sembra proprio un esempio così calzante di mito della purezza".
Vabbe' ma che c'entra, lì ce lo chiedeva l'Europa, ma in generale Bersani ha rappresentato quella frangia sconfittista del Pd che...
"Era ministro col Prodi II, hai presente?"
Embè?
"I ministri che sedevano allo stesso tavolo: Mastella, Di Pietro..."
Va bene, forse Bersani non è l'esempio migliore.
"Forse no".
Ma in generale devi ammettere che il mito della purezza è stato, come dice Piccolo, il punto di identificazione di...
"Fammi un altro esempio".
Boh, chi c'era prima di Bersani?
"Franceschini".
Ma che c'entra, Franceschini è mica uno di... di...
"Eh, appunto".
Cioè stiamo parlando degli ex comunisti, cosa c'entra Franceschini?
"C'è che gli ex comunisti se lo sono tenuto segretario per più d'un anno, forse non erano così succubi di un mito della purezza. O vuoi dire Veltroni?"
No, Veltroni no.
"Cioè hai presente cosa ha fatto Veltroni? Ha preso quel che restava del PCI e l'ha ibridato con quel che restava della DC. Non è proprio una cosa da mito della purezza".
Ma infatti, ti sto dicendo: Veltroni no.
"E allora di chi stiamo parlando, fammi un esempio".
Cheppalle con questi esempi, eh.
"Fassino? Prima di Veltroni c'era Fassino".
Ma no...
"Sennò D'Alema".
Ecco, D'Alema.
"Il mito della purezza, Massimo D'Alema".
Precisamente.
"Ma stai bene?"
Benone, sei tu che ti rifiuti di ammettere che coltivavi il mito della purezza e stavi negli angoli delle feste.
"Senti, io non so a che feste andavi tu con Piccolo, ma alle mie ci si divertiva tendenzialmente più agli angoli, e in ogni caso mi stai dicendo davvero che la carriera di Massimo D'Alema è stata ispirata al mito della purezza e della sconfitta salvifica?"
Perché? Non è così?
"Non so, dimmelo tu, stiamo parlando del tizio che ha appoggiato la candidatura di Romano Prodi. Cioè lui era segretario del Partito Democratico della Sinistra, e pur di spuntarla contro Berlusconi è andato a pescarsi un boiardo di Stato di area DC. Che per carità, eh, gran trovata, però: sei proprio sicuro che lo abbia fatto perché ispirato dal mito della purezza?"
Magari in quel caso no.
"Magari no".
Però poi appena ha potuto gli ha fatto le scarpe, a Prodi, ti ricordi?
"Come no, mi ricordo benissimo, il '98".
Lo vedi? Prima o poi il mito della purezza spunta fuori.
"Nel '98, D'Alema, pur di andare a Palazzo Chigi, sai con chi fece l'accordo?"
Ahem...
"Dai che lo sai"
C'era Mastella forse... ma questo non toglie che...
"Con Francesco Cossiga".
E vabbe'.
"Era così sconfittista che pur di vincere le elezioni appoggiò Prodi. Così duro e puro che pur di restare in sella imbarcò Cossiga". 
Va bene, va bene, ho capito.
"Ma te lo ricordi quando faceva gli occhi dolci a Bossi? Massimo MitoDellaPurezza D'Alema che diceva che la lega era una costola della sinistra? Te lo ricordi?" 
Ho capito, ti ho detto che ho capito, D'Alema non è l'esempio migliore.
"E a questo punto mi sa che i vent'anni li abbiamo coperti... a meno che..."
A meno che cosa?
"C'è Occhetto".
Ah, ecco Occhetto, certo.
"Il mito della purezza".
Sì. E lo si vide bene, quando la sua gloriosa macchina da guerra s'infranse contro...
"Tu sei scemo".
Ma come ti permetti.
"Scusa, ma te lo ricordi Occhetto?"
Benissimo. È stato l'ultimo segretario del...
"Partito Comunista Italiano. Quello di Gramsci, di Longo e Berlinguer. Poi arriva Occhetto ed è così pervaso da questa voglia di sconfitte salvifiche e di purezza comunista che DECIDE DI CAMBIARE IL NOME AL PARTITO".
Ah, già, il nome, beh, però...
"Però niente, dai. È una cazzata".
Chi c'era prima di Occhetto?
"Natta".
Ecco, magari Natta.
"Faccio finta di non sentirti. Senti, non so esattamente dov'eri tu o dov'era Piccolo, ma negli ultimi trent'anni che ho vissuto io il principale partito di sinistra le ha provate tutte pur di vincere, altro che sconfitta salvifica. Abbiamo provato la quercia e non funzionava e allora abbiamo provato l'ulivo ma non funzionava, e allora abbiamo provato Kennedy e Don Milani, la bocciofila e infine i rottamatori, le abbiamo provate veramente tutte. Quattro nomi abbiamo cambiato. Cossiga, Mastella, per tacere di quelli che mettemmo in lista nel primo PD, te la ricordi la Binetti? Ci abbiamo fatto un partito assieme, la Binetti! ti rendi conto quanto poco freghi della purezza a noi?"
Ma forse...
"Forse niente. Ora ti dirò un ultimo nome, un nome che chiude la questione. Ti ricordi chi candidammo a inizio secolo? Quello che abbiamo votato perché lo volevamo a Palazzo Chigi, te lo ricordi?"
No, è strano, non me lo ricordo.
"Francesco Rutelli".
Stai scherzando.
"Googla pure se non ci credi. Negli ultimi trent'anni siamo stati le peggio puttane del mondo, senza offesa per le sex workers oneste, capisci? Se qualche sondaggio avesse dato Pietro Maso vincente contro Berlusconi, credi che non l'avremmo candidato? O Pacciani? O Vlad l'Impalatore? Credi che D'Alema non gli avrebbe mandato un bigliettino, Vlad, pensaci, solo tu puoi salvarci? E adesso arriva Piccolo e dice... cosa dice?

Per essere di sinistra bisognerebbe essere progressisti, bisognerebbe accogliere il presente e avere voglia di prendersi la responsabilità di guidare il Paese — e questo comporta sia cadere in errore sia collaborare con chi ci sta. Di conseguenza, per essere di sinistra, bisognerebbe non essere come è stata la sinistra negli ultimi 30 anni.

"No vabbe', dai, ma è roba da Corriere. È come Panebianco ormai. Lo sai cos'hanno trovato in Egitto di recente?"
In Egitto?
"Hanno decifrato i geroglifici di una stele appena dissepolta, secondo millennio avanti Cristo, pare sia un editoriale di Panebianco che accusa la sinistra per le invasioni dei popoli del Mare". 
La sinistra?
"C'è scritto così, e che finché la sinistra non saprà fare i conti col proprio passato e con le proprie responsabilità ci saranno inondazioni piogge di rane e cavallette. A me dispiace che Piccolo si sia messo a scrivere roba così".
Lui scrive molto meglio, dai.
"Per carità, lui è bravissimo, poi funziona anche meglio perché ci si mette in mezzo, scrive questi autodafè molto carini... però a un certo punto non ti viene voglia di dirgli: parla per te, Francesco Piccolo?" 
In che senso?
"Nel senso che non siamo mica *tutti* diventati comunisti per dar fastidio a nostro padre. Anzi se vai a vedere in Emilia o in Toscana, è tutta gente che diventava comunista per fargli piacere, a papà. Tutta gente che sperava di sistemarsi col cursus honorum, a sedici anni in Figgicì poi in sezione poi in giunta e poi finalmente a cinquant'anni nelle municipalizzate a intascare like a boss. Guarda che se fai leggere Il desiderio di essere tutti a un modenese, lui ti dice che sembra il Piccolo Principe, cioè non è che "TUTTI" hanno preso la tessera del PCI per sentirsi duri e puri. Magari poteva andare così in posti come Caserta, ma non è che TUTTI si siano iscritti a Caserta. Fidati che a Reggio Nell'Emilia non andava così. Non è mai andata così. I duri e puri andavano da qualsiasi altra parte..."
Ma infatti forse Piccolo non intendeva il PCI-PDS-DS-PD.
"E allora cosa?"
Forse intendeva la sinistra-sinistra, quelli lì, Bertinotti, Vendola...
"Vendola pur di provare a stare in un governo è uscito da Rifondazione, ha fondato un partito, ha imbarcato pure quattro gatti di ambientalisti nel mentre che in Puglia i sindacalisti cercavano di fargli tenere aperta l'Ilva, devo continuare?"
Va bene, Vendola no, ma Bertinotti...
"Ma l'hai capito che se c'è un'ossessione nella sinistra italiana, e io credo che ci sia, non è la purezza ma l'esatto contrario? L'ibridazione, la contaminazione? Cioè hai presente i duri e puri che Vendola mollò, poi, chi sostennero alle elezioni due anni fa? Antonio Ingroia? Cioè te li immagini questi svezzati a Gramsci Togliatti e Longo che poi si ritrovano Ingroia? o la Spinelli? Eddai".
Ammetti però che Bertinotti...
"Quale Bertinotti?"
Fai il furbo?
"No, sul serio, quale? Perché quello del '98, in effetti, si presta alla narrazione che ci costruisce intorno Piccolo. E infatti si ricordano tutti quel Bertinotti lì".
C'è n'è un altro?
"Ma per esempio c'è quello che si cosparge di cenere ed entra nell'Ulivo e si ritrova al governo nel 2006. Non un appoggio esterno, come dieci anni prima: al governo".
Sì, però poi lo fa cadere.
"No. Fu Mastella".
Eddai, se non fosse stato Mastella...
"Ma ti rendi conto cosa fecero i rifondaroli nel 2006-7? Votarono per il rifinanziamento della missione in Afghanistan - tranne due. Tranne due. Cioè pur di restarci, in quel governo che già traballava tantissimo di suo, arrivarono a sostenere una missione Nato. E tu mi racconti dell'ossessione della purezza. Ma parlami di Cicciolina, piuttosto, parlami della sua, di ossessione per la purezza". 
Ma che c'entra, lei era radicale.
"È un modo di dire. E sai qual è la cosa divertente? Che il Bertinotti sconfittista e ossessionato dalla purezza del '98, poi alle elezioni prese un dignitosissimo cinque per cento. Mentre il Bertinotti collaborativo del 2006, il Bertinotti disponibile a calar le braghe, due anni dopo..."
...scomparve dal parlamento.
"E quindi insomma hai voglia a dire che l'ossessione della purezza non paga. A me poi per carità, mescolarmi piace. Ho votato Rutelli, ho votato Renzi, secondo me a un certo punto stavo anche per votare Casini. La politica è così".
Ti trova strani compagni di letto.
"A me va bene, mi piace discutere, scambiare opinioni, mettere sui dischi, stare nel mezzo della festa. Basta che non mi raccontiate che negli angoli ci stiano gli sfigati duri-e-puri. Negli angoli ci si droga, ci si struscia, negli angoli ci sta gente che si diverte".
Magari sono meno responsabili di noi.
"Se la cosa ti consola".

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