Obiettore di convenienza
1998
Cominciava a fare tardi, e qualche nodo approssimarsi al pettine. Giunto al terzo anno di lettere stimai che ne sarebbero bastati due per finire, e non chiesi più il rinvio del servizio militare. E siccome sin da bambino chiunque ci fosse stato mi consigliava per l'amor di dio di non fare la naja, che nei migliore dei casi era una perdita di tempo, andai a informarmi per il servizio civile.
Ed era appunto questo il caso. I miei motivi non erano senza dubbio quelli che avevano spinto i primi eroici obiettori cattolici e anarchici a finire in galera. Non che io non rifiutassi la guerra in linea di principio. Non che io non aborrissi l'uso delle armi. Ma insomma, il più importante motivo era che sarei stato idiota ad andare in naja, avendo la possibilità di non andarci.
Eh sì, scusate. Perché avrei dovuto stare per dieci mesi sequestrato in una caserma a patire gli scherzi scemi di un nonno di Molfetta (o Monfalcone), quando avrei potuto nello stesso spazio di tempo restare a casa mia e impegnarmi nel sociale? E "restare a casa mia" non significava necessariamente mammoneria (anzi, cercai di farmi dare un alloggio), ma anche la possibilità di continuare i miei percorsi: chi mi poteva assicurare nel 1996 che mi sarei laureato per il 1998? Nei fatti, la cartolina mi arrivò una settimana prima di consegnare la tesi.
Insomma, senza scomodare la Coscienza, il servizio civile conveniva. Da quando era stato ridotto a dieci mesi era sparito anche l'ultimo piccolo svantaggio nei confronti della naja. Da quel momento in poi, secondo il mio cinico punto di vista, bisognava essere molto idealisti o un po' idioti per scegliere di andare a militare, e questo era un altro buon motivo per non andarci. Infatti, non amo molto gli idealisti. Con gli idioti va già un po' meglio, ma insomma, molto meglio i volontari.
Vorrei poter dire che il mio servizio civile come obiettore di convenienza fu un'ottima esperienza, ma… anche lì, purtroppo, ho accumulato qualche ma. Anzi, mi sono reso conto che è proprio dal 1998 che ho smesso di fare volontariato. Prima avevo sempre fatto qualcosa di sociale e non retribuito per il puro gusto di farlo. Smisi proprio una volta diventato obiettore. Da quel momento "il sociale" diventava il mio mestiere: otto ore al giorno, da lunedì a venerdì (e sabato mattina). Divenne anche molto meno divertente. Anche perché in pratica non era retribuito: gli obiettori prenderebbero, credo, qualcosa come 1500 lire al giorno. Prenderebbero, perché (almeno fin quando dipendevano dalla Difesa), i soldi stazionavano per molto tempo nelle casse di qualche graduato su al distretto, che evidentemente faceva la cresta sugli interessi. Insomma i soldi dei miei ultimi mesi (comunque una miseria) arrivarono nelle casse della mia associazione con un anno e mezzo di ritardo. Nel frattempo avevo perso qualunque residuo di rispetto per l'esercito italiano, ma avevo anche capito una cosa che finora mi era sfuggita: il vero finanziatore del Servizio Civile non era lo Stato, ma le famiglie. Senza l'assistenza famigliare nessuno potrebbe permettersi di campare con un euro scarso al giorno. Le caserme non erano piene solo di idealisti e di idioti, ma anche di gente normale che non poteva permettersi una siffatta "obiezione di coscienza". La coscienza, insomma, era un lusso borghese. E io qualcosa di simile a un figlio di papà.
Ma, paradossalmente, ero anche manodopera sottopagata. Il fatto di non costare nulla alla mia associazione mi esponeva ai lavori più inutili (del tipo: schedare biblioteche chiuse al pubblico dal 1970; presenziare a conferenze per conto dell'associazione; sbobinare astruse relazioni; ecc.). Quel tipo di incombenze, insomma, che se non le facessi tu non le farebbe nessuno e il mondo resterebbe tale e quale. Lamentarsi sarebbe stato scandaloso, visto che in fin dei conti "ero anche un volontario", e i volontari certe cose le fanno volentieri (le fanno però due o tre ore la settimana). E poi, insomma, sempre meglio di andare a militare, no?
In capo a pochi mesi il servizio civile mi si presentava sotto una luce nuova: un'enorme risorsa di lavoro sottopagato per quelle centinaia di enti ed associazioni di volontariato che proprio in quegli anni cominciavano a fare la voce grossa e chiedevano a gran voce più rispetto, secondo il principio della sussidiarietà: dove lo Stato non arriva ci pensiamo noi. Ma era proprio lo Stato, mediante il ricatto della leva militare, a motivare tanti ragazzi a scegliere di lavorare gratis per un anno della propria vita presso questi enti e associazioni. Lo Stato, non la Coscienza.
Nel frattempo, mentre sbobinavo, presenziavo a conferenze, incollavo etichette, spazzavo per terra, battevo scontrini, satinavo capannine di legno (sotto il sole di luglio), schedavo riviste, intonacavo, archiviavo, ecc.… avevo anche tutto il tempo di pensare. La mia lettera di Obiezione era piaciuta, e l'ufficio apposito mi aveva chiesto di dargli una mano. Mi avevano spiegato che occorreva cambiare i contenuti dell'opuscolo, e l'intera impostazione: tra poco, infatti, la leva non sarebbe stata obbligatoria, e il servizio civile sarebbe diventato davvero volontario. Bisognava capire come motivare i ragazzi, e magari anche le ragazze.
Io annuivo, ma ero un po' perplesso. Come potevo pensare di motivare una persona a interrompere i suoi studi o lasciare il suo impiego per lavorare gratis dieci mesi in un'associazione? Una scelta del genere può farla un idealista, o un idiota: quel tipo di persone che credevo scegliessero solo le caserme. E poi: ma siamo sicuri che l'abolizione della leva obbligatoria sia una buona cosa? L'espressione "esercito professionista" è sempre suonata molto sinistra alle mie orecchie. Il fatto è che io, in teoria, sarei per un esercito civile e democratico: ma nella pratica, mi ero ben guardato dal farne parte, con la scusa della coscienza: che ci andassero gli altri sotto le armi, quelli che la coscienza non potevano permettersela.
Mi ero incartato in una bella contraddizione. Una via d'uscita era l'utopia: avrei potuto decidere che ero contro qualsiasi tipo di guerra, qualsiasi tipo di esercito, qualsiasi tipo di violenza. Ma non ce l'ho fatta. Non sono così ipocrita. Non così tanto.
(continua, inesorabile).