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venerdì 17 febbraio 2006

- even better than the real thing

L'isola che c'era, o forse no

Quello che è successo con J.T. Leroy, o con James Frey, non è una novità (in breve: si è scoperto che le tragiche esperienze di vita raccontate nei loro libri di successo sono in parte o totalmente false: addirittura l'ermafrodito Leroy non esiste: nelle interviste era interpretato da una ragazza).

Non del tutto una novità, dicevo. Non sono sicuro che nel Settecento gli inglesi comprassero le Avventure di Robinson Crusoe come un romanzo d'invenzione. Parecchi ci sarebbero rimasti male, scoprendo che si trattava soltanto delle invenzioni di un tal Daniel Defoe, ex mercante di vini, bancarottiere.
Quei lettori non compravano fantasia. Compravano le memorie di un "vero" naufrago su un isola deserta. Peccato che i racconti dei "veri" naufraghi sulle isole deserte non andassero oltre le cinquanta paginette. Perché la vita di un "vero" naufrago del Settecento, probabilmente, era un incubo. La più parte impazziva e basta. Un olandese a Sant'Elena arrivò a disseppellire la bara di un compagno per usarla come imbarcazione. Defoe non aveva mai messo il naso fuori dalla Gran Bretagna, ma aveva una merce rara sul mercato: la fantasia. È stato uno dei primi autori di best-seller – come tale, snobbato da gran parte dei suoi contemporanei scrittori.

La letteratura ha un suo pubblico affezionato: chiamiamolo "zoccolo duro". Lo zoccolo gradisce le novità, ma su alcuni paletti non transige. Uno di questi è il cosiddetto patto finzionale: io lettore accetto, per tutta la durata della mia lettura, di fingere che quello che mi dici tu scrittore è vero. Non a caso è chiamata anche sospensione della credulità: puoi trasformare una ninfa in alloro e un uomo in scarafaggio, mettermi davanti paesi, isole, mondi immaginari, e io ti crederò – solo finché non chiuderò il libro. C'è qualcosa di rassicurante – e forse di regressivo – in tutto questo: il lettore in sostanza promette di stare zitto e buono per tutta la durata della favola. Si tende a pensare che chiunque sia dotato di una media istruzione e abbia tempo di leggere ami la narrativa; in realtà non è così. C'è gente a cui il patto finzionale semplicemente non piace. E infatti anche le biografie hanno sempre avuto un pubblico di tutto rispetto. Notare: gli autori di biografie stipulano coi loro lettori un accordo che è l'opposto del patto funzionale: io apprezzerò una biografia nella misura in cui mi dimostrerai che non è fiction.

Ecco, se cominciamo a usare l'inglese, le cose diventano più chiare: tutto si gioca tra fiction e reality. Sì, proprio come in tv: accanto a uno zoccolo duro che tradizionalmente apprezza le storie dei professionisti della fantasia, è cresciuto negli ultimi anni un pubblico che vuole situazioni sempre più "reali". Curiosamente, i due generi si danno ancora oggi battaglia sullo stesso campo di Defoe: L'isola dei famosi contro Lost. Ma naturalmente, sin dai tempi di Dafoe (che s'ispirò all'avventura di un naufrago vero) fiction e reality sono due astrazioni. Molto spesso noi crediamo di comprare fiction, e invece stiamo cercando reality: vale per tutti i testi di ventenni veri o presunti, da Porci con le Ali a Melissa P. Ciò che cerchiamo, tradizionalmente, in libri del genere, sono informazioni reali sugli usi e costumi della razza dei giovani: dove si trovano, come comunicano, se si riproducono o no. Pazienza se non sono scritti bene: l'importante è che raccontino qualcosa che (da qualche parte nel mondo) sta succedendo veramente.
Allo stesso tempo, gran parte del reality in commercio è pura fiction: vedi appunto JT Leroy. Sapere che non è mai esistito trasforma la sua biografia in qualcosa di diverso – che probabilmente piacerà meno.

Ma da un punto di vista politico cos'è peggio, la fiction o il reality? Se da una parte abbiamo un pubblico che se ne starà zitto e buono per tutta la durata dello spettacolo (ma alla fine potrebbe anche alzarsi e decidere di fare la rivoluzione; di solito però non succede), dall'altra abbiamo – oltre a un sospetto di voyeurismo – la più grande impostura della modernità: la Naturalezza, o Autenticità, o Spontaneità. Lo sanno bene i concorrenti televisivi, costretti a sforzi immani per simulare quella "spontaneità" che il pubblico richiede.

La Naturalezza (qui ci vorrebbe Barthes, siete fortunati che non l'ho in casa) è la fregatura ideologica per eccellenza. La Società nasconde i suoi rapporti di forza dietro la maschera della Natura.
(La società dovrebbe essere quella cosa che tutti possiamo e vogliamo cambiare in meglio; la natura è il mondo mitico, aspro e selvaggio, che nessuno si permette di toccare, a cui tutti aspireremmo segretamente a tornare).
Libri come quelli di JT o di Frey, che potrebbero apparire documenti di protesta, funzionano in realtà come reportages turistici dai mondi della perversione, della follia, dell'ambiguità sessuale, della dipendenza.
Il lettore-tipo di reality non vuole cambiare le cose: le osserva a una distanza ragionevole, si tiene aggiornato – e quando scopre che gli hanno venduto della fiction giustamente s'incazza. Se il libro gli è davvero piaciuto, potrete persino sentirlo sostenere che "comunque quello che non è successo a JT sarà senz'altro successo a qualcun altro": in una frase del genere emerge tutto il cinismo dell'appassionato di reality, che si ritrova a dover sperare che qualcuno sia stato veramente violentato come JT, per salvare la propria esperienza di lettura. Un turista del dolore 'autentico' non ha il minimo interesse alla sistematica riduzione del dolore sulla terra: viceversa ha qualche interesse che il dolore continui, si replichi, si perfezioni, si rinnovi: e ogni tanto qualche superstite la scampi e scriva un libro.

Già, perché un'altra cosa hanno in comune Robinson Crusoe, JT e Frey: il mito del superstite. Tutti e tre hanno patito grandi tribolazioni, ne sono scampati, e possono fare soldi a palate raccontandoceli. Se la Natura è un mondo aspro e selvaggio (ma avventuroso, e inconfessabilmente bello), la Società è quel salotto simpatico che ricompensa generosamente chi ha saputo trasformare le sue esperienze in un racconto glorioso. Devo già averlo letto da qualche parte: JT è l'ultima incarnazione del Sogno Americano. Il ragazzo/a che a furia di dolori e sacrifici s'innalza dalla strada all'empireo degli scrittori. Scoprire che questa puntata del Sogno è stata realizzata da una bella signora ricca in un lussuoso appartamento di San Francisco procura ai nemici dell'Autentico un sordo brivido di soddisfazione.

Rimane il caro vecchio interrogativo: che fare? Se i seguaci della fiction sono bambini educati che non disturberanno la proiezione, e i maniaci del reality sadici voyeur senza il minimo interesse a migliorare il mondo, esiste una terza via? Quesito interessante, pensateci nel week-end.

(Ciao Vale, se passi di qui)

3 commenti:

  1. Si, tutto si gioca tra finzione e realtà ma il brutto è che mentre il gioco del surrogato delle emozioni si spendeva tutto all'interno del libro (se andava bene) ora si spende pure nella realtà (presunta o tale) che stà dietro o davanti il libro.

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  2. Solo per la precisione, il cognome di Daniel Foe dopo aver ricevuto il titolo nobiliare non era diventato Defoe piuttosto che Dafoe, come scrivi più volte???

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  3. Sì, si chiamava Defoe, sono un idiota e mi sono corretto. Grazie.

    (Comunque il "De" se lo aggiunse da solo, come Balzac).

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