sabato 10 marzo 2018

Perché ci siamo stancati così presto di Matteo Renzi?

Come ha fatto Matteo Renzi a bruciarsi così presto? Appena quattro anni fa portava trionfalmente il Pd oltre la soglia storica del 40% alle europee (con un’affluenza all’epoca del 58%, contro il 73% delle recenti politiche). Berlusconi era un relitto, la Lega stava al 6%, gli stessi Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio sembravano ormai due vecchi guru disorientati che avevano fatto il loro tempo. La vera novità era Renzi. Il Pd ormai era il suo partito, ben presto anche Palazzo Chigi sarebbe stato suo.
Qualcosa deve evidentemente essere andato storto, perché quattro anni dopo, lo stesso Pd è fermo sotto il 20%, e Renzi sembra diventato una macchietta triste, su cui i giornalisti infieriscono impietosi. La spiegazione più accreditata è che stia scontando l’esperienza di governo: il potere logora, nessun centrosinistra europeo viene confermato alle elezioni, eccetera. Questo spiegherebbe una sconfitta, ma forse non una batosta del genere.

the-vision-renzi

Aggiungi che l’azione di governo di Renzi è stata tutt’altro che disastrosa, e malgrado Bruxelles gli lasciasse esigui margini di manovra, è riuscito a redistribuire qualche risorsa. Ha infilato 80 euro nelle buste paga dei dipendenti, altri 500 nel bonus cultura dei 18enni, ha tolto l’Imu sulla prima casa – misure e misurine non sempre raffinate, ma che qualche effetto sull’aumento dei consumi possono averlo avuto. Ha anche abbassato il canone Rai (aumentando il gettito, un piccolo capolavoro che agli evasori storici però non è piaciuto). Ha ottenuto risultati notevoli nella lotta all’evasione fiscale (e nel frattempo chiudeva l’odiata Equitalia); ha investito nell’edilizia scolastica e nel sostegno della natalità. Non è tutto oro quel che luccica, in particolare il Jobs Act e la Buona Scuola sono leggi molto controverse, ma un bilancio provvisorio non potrebbe essere che positivo. Il Pil è aumentato, la criminalità è diminuita.
Tutti questi risultati Renzi avrebbe dovuto difenderli in campagna elettorale, ma non ci è riuscito. La spiegazione ufficiale è la solita, c’è un problema di comunicazione. Renzi & co. fanno un sacco di cose buone, ma non riescono a spiegarle alla gente. Forse era più facile quattro anni fa, quando Renzi era ancora un rottamatore all’assalto di un partito tradizionale, mentre adesso si trattava di giocare in difesa, di rassicurare. Ma i tempi in cui Mitterand vinceva con lo slogan “La forza tranquilla” sono ormai passati, e nel grande mercato delle notizie i messaggi rassicuranti funzionano meno degli allarmi strillati in tv e sui social. Minniti può adoperarsi in tutti i modi per dimezzare gli sbarchi, ma la gente non smette di credere che dall’Africa sia in atto un’invasione, o che la disoccupazione stia aumentando vertiginosamente malgrado l’Istat registri un lieve calo. Vince chi strilla, e Renzi – pur nato strillatore – una volta al governo doveva per forza cambiare registro, ma a quel punto non ha più trovato il suo. Se è così, la sua sconfitta era inevitabile, così com’è inevitabile la sconfitta di chiunque governerà da marzo in poi, leghista o grillino o chissà. Uno può anche pensarla così.



Io la penso diversamente. Su una cosa sono d’accordo con Renzi e i suoi: è vero che c’è stato un serio problema di comunicazione. Ma non perché Renzi non sia capace di comunicare. È che secondo me stavolta non ha proprio comunicato (continua su TheVision).

4 commenti:

  1. Leo, sono d'accordissimo con te, il problema è la comunicazione: se ci sarebbe stato Rocco Casalino a capo della comunicazione avremmo visto altro risultato alle elezioni, magari col pd al 35%...

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  4. [Perdona sia il pasticciaccio coi commenti postati ed eliminati (non ho ancora imparato che non bisognerebbe mai scrivere troppo di fretta), sia le dozzinalità che seguiranno; prendile, se possibile, come reazione al fatto che la quasi totalità delle analisi che ho letto sin’ora, compresa la tua, per quanto per lo più scritte da persone intelligenti, sembra voler evitare di dire che il re era nudo.]

    Renzi sta sulle palle alla quasi totalità del paese — un 80%, forse un 90; temo sia così persino con una fetta consistente del suo elettorato.
    Le ragioni di quest’”odio” potranno essere le più disparate.
    Potrà essere un problema di pelle e di pregiudizio; quella faccia un po’ così, quel comunicare come un venditore di fontane di Trevi, quel fare da bulletto col fassina di turno, l'arroganza caratteristica dell'uomo senza qualità, è tutta roba che ben si presta ad antipatia non mediata — in ogni caso, se ne occupi chi è del mestiere (etologi o studiosi dei disturbi della personalità).
    Magari siamo tutti invidiosi delle sue virtù: il carisma magnetico, la cultura obliqua, la giovanile baldanza, il piglio da pioniere.
    Sia come sia, sicuramente non c’è stato alcun “problema di comunicazione”; che poi, se capisco bene, alla fine dovrebbe consistere nel non aver spiegato in maniera sufficientemente comprensibile per lo stupido uomo-massa che grazie alla cura Renzi siam tutti felici e contenti. Non sta in piedi innanzitutto volendo aderire al paradigma liberale: dopo decenni di marketing a convincerci che chi siamo, cosa vogliamo e come stiamo lo decidiamo da soli — magari con un piccolo aiuto dell’amica réclame — non è che ora vieni tu con con quattro statistiche (globali, e per lo più farlocche) in croce su un depliant (col carattere corsivo, quello che indica slancio verso il futuro), e mi convinci che le cose mi vanno alla grandissima.
    La cosa che temo abbia maggiormente fatto inalberare i nostri concittadini — ed il problema, qui, non è il bersani (uno che di pazienza ne ha avuta sin troppa), ormai più irrilevante del nesso causa-effetto: è il tizio duro di testa e pesante di mano che ringrazia il capitano con due pugni precisi — è che di fronte ad un'urgenza, quella del lavoro (un bisogno in sospeso da ormai un decennio; cui si pretende, se non una soluzione rapida, almeno un rapido tentativo di soluzione; un’emergenza più inderogabile di qualunque problema sicurezza mai propalato dai telegiornali berlusconiani; qualcosa da mettere a pagina zero di ogni agenda politica), si è risposto con una sorta di “che mangino brioche”; la massa informe si è vista rifilare improbabili succedanei (ottanta euro, reddito di inclusione, unioni civili ed altro dirittume a costo zero, vaccini, etc.) e supercazzole (il milione di posti di lavoro in più, il record di occupati, quello dell’export, il tesoretto, etc.). Immagina che piacere, in un quadro di diffuso malessere (nel mentre, cioè, si percepisce la propria realtà come (a) dura; e (b) se non ulteriormente in declino, quantomeno in una condizione di sostanziale immutabilità) sentirsi dire che sì, si poteva fare di più e meglio, questo e quell'altro è perfettibile ma intanto neppure la Germania fa meglio di noi, abbiamo la crescita migliore dell’eurozona, e la lira s’impenna.
    Questa non è neppure rimozione, è proprio vivere in una bolla.
    Tra l'altro se l'unica volta che declini un verbo alla prima persona plurale è per un +1.4 di PIL (che in realtà è almeno un +2!), vuol dire che nell'ultimo decennio di sofisticate analisi della crescita delle disuguaglianze in Occidente forse hai passato un po' troppo tempo a giocare alla playstation con l'orfini di turno.
    Lega e cinquestelle non saranno mai e poi mai in grado di risolvere questi problemi, ammesso che essi siano risolubili; ma almeno li hanno calendarizzati. Pur avendo preso una sberla epocale — di quelle che raramente la realtà si premura di darti — il nostro amico non ha neppure capito di aver sbagliato qualcosa — la prima causa della sconfitta è stata la data delle elezioni…

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