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giovedì 1 giugno 2006

- bar bar 2

It's my wine
(don't you forget)

L'invasione del vino hollywoodiano, come la racconta Baricco, è semplice e avvincente. È un bignami di storia del gusto, un riassunto efficace di un pezzo di scibile umano che non hai troppa voglia di approfondire, sicché ti vien fatto di prenderla per buona. Sul serio, la mia prima reazione è stata: "ah, allora le cose sono andate così, interessante". Ci ho messo qualche tempo a rendermi conto che Bar. mi stava prendendo in giro. E dire che mi bastava consultare un po' nei miei ricordi famigliari. È vero che ultimamente bevo vino senza personalità? Sì, è senz'altro vero. E dieci anni fa, cosa bevevo? E mio padre? E mio nonno?

Nessun dubbio in riguardo: bevevano schifezze che oggi non si potrebbero neanche commerciare sotto la categoria "vino". Tutte le testimonianze concordano in questo. Basta risalire indietro di una generazione per sentire racconti agghiaccianti sull'abitudine di imbottigliare la sciacquatura del mosto. Il "vino buono" fatto in casa si teneva per gli ospiti; ma non bisogna pensare che gli ospiti gradissero. Personalmente ho ricordi angosciosi di "vini buoni" fatti in casa offerti dai parenti. Il vino, si sa, è un alimento complesso, che instaura con la lingua un rapporto particolare. Ne consegue che ogni famiglia di campagna tende ad amare il proprio beverone, e a offrirlo agli ospiti come se fosse una specialità pregiata. Di solito è roba oggettivamente imbevibile. Baricco non ne parla.

Baricco ha una sua idea piuttosto aristocratica di quello che c'era prima delle Invasioni Barbariche: se deve evocarla, parla di un vecchio maestro del vino, uno di quei francesi o italiani che sono cresciuti in famiglie in cui l'acqua a tavola non c'era, e che vivono sulla stessa collina in cui da tre generazioni la loro famiglia va a dormire nell'odore di mosto, e che conosce la propria terra e le proprie uve meglio del contenuto delle proprie mutande. Si tratta evidentemente di un sacerdote, un artista, un monomaniaco, un feticista: non un contadino. Questo, secondo Baricco, è il passato del vino nostrano: ebbene, non lo è. Statisticamente. Queste famiglie interamente dedite alla produzione del vino, nel passato erano invece molto rare. Fino agli anni Cinquanta in valpadana era tutta policoltura: i vigneti erano piantati tra un campo di frumento e l'altro. C'erano, naturalmente, i produttori pregiati: ma sono sempre stati un'élite – esattamente come adesso (anzi, è probabile che si venda più vino pregiato oggi che trent'anni fa). Fino agli anni Sessanta-Settanta, il vino sulla tavola della maggior parte degli italiani era persino inferiore allo standard del "vino hollywoodiano": erano le orride bottiglie verdi di mosto fermentato in casa, il bianco acido che ancora non riempiva i tetrapak del Tavernello ma non era molto meglio. Se avete più di trent'anni e avete iniziato a bere a dodici potete smentirmi. Altrimenti credetemi.

La vera svolta nella nostra concezione del vino arriva negli anni Ottanta, con lo scandalo del metanolo. Per chi se l'è perso, si trattò di questo: decine di persone morirono per aver bevuto vino adulterato. Col metanolo arriva al capolinea una certa idea del vino che si era fatta strada a partire dal boom economico: l'idea che un elemento tradizionale della tavola italiana (il vino) si potesse commercializzare seguendo i principi del nascente mercato di massa, mantenendo uno standard qualitativo piuttosto basso ma 'democratico'. Questa idea non era molto dissimile da quella portata avanti in America da Mondavi e compagnia: perché da loro ha funzionato e da noi no? Perché noi avevamo papille gustative più raffinate degli americani? No. È stata più probabilmente una crisi strutturale. La nazione delle mille cantine non è riuscita a uniformare a sufficienza il prodotto. La concorrenza, in assenza pressoché totale di controlli di qualità, ha fatto sì che i produttori italiani (anni luce distanti dai sacerdoti evocati da Baricco) iniziassero a tagliare il loro prodotto con qualunque immondizia – tra cui il metanolo, appunto.

Negli stessi anni, prima dell'invasione barbarica, c'è stato qualche timido tentativo di invasione da parte nostra, con prodotti che (secondo noi) sarebbero potuti piacere agli americani. Quello che conosco meglio è il tentativo un po' folle di un cantiniere modenese, Giacobazzi, che abbassò la gradazione del suo lambrusco a otto gradi e mezzo e lo mise in lattina: l'8 e ½ Giacobazzi. In lattina, proprio così. Il lambrusco è uno dei rari rossi frizzanti, bello da vedersi e facile da mandar giù: come dichiarò Mario Soldati, è un vino che va "tracannato". L'8 e ½ doveva far concorrenza alla cocacola: il target era quello dei teen ager. Ve lo giuro: mi ricordo lo spot col ragazzino, e persino lo slogan: Giacobazzi is my wine.

Col senno del poi è facile capire perché non funzionò: in molti Stati americani i teen ager non possono neppure acquistare birra. Eppure Giacobazzi qualcosa l'aveva capito: è un fatto che gli erasmus americani e inglesi, appena sbarcati in Italia, si attacchino ai tetrapak di Tavernello. È dolce, è frizzante, cosa vuoi di più. I nostri teen ager, per contro, sono un po' più sofisticati: bevono Bacardi Breeze, che fa quattro gradi. Giacobazzi aveva sbagliato la gradazione di quattro gradi e mezzo appena. È un precursore sfortunato, oggi una lattina di 8 e ½ su Ebay varrebbe parecchio (ma non se ne trova).

Dopo la crisi del metanolo l'industria italiana del vino ha cambiato strada, puntando sulla qualità. Il vino 'da tavola' non è scomparso di botto, s'intende: ma ha cambiato recipiente e destinazione. È finita l'epoca delle bottiglie a cauzione, ritirate dalla Cantina Sociale del paese: il vino è entrato nel tetrapak, garanzia di bassa qualità, ma anche di igiene. Peraltro, nessun italiano fuori dalle pubblicità si farebbe vedere mentre beve vino in scatola. È in tutti i frigoriferi, ma ufficialmente si usa come condimento.
Nel frattempo le cantine hanno 'creato' il vino pregiato. Che esisteva già da prima: ma negli anni Novanta è diventato un fatto di costume. Si aprono le enoteche e i wine bar, si moltiplicano gli intenditori. È un'operazione di riscrittura del nostro passato: non solo pretendiamo di bere vino al di sopra delle nostre possibilità (e del nostro palato): ma pretendiamo di averlo fatto da sempre. Di essere un popolo di sommelier, attaccato dai barbari che non sanno cos'è la tradizione, il gusto, l'anima.
E arriviamo a oggi.
No – anche stavolta ho scritto troppo – mi sa che arriviamo a lunedì.

20 commenti:

  1. te ne intendi più di vino che di calcio (o forse sono io ad intermene più di calcio che di vino, boh). bel pezzo.

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  2. verissima tutta la storia della riscrittura del nostro passato ecc., però ho letto di recente questo "memorie di un assaggiatore di vini" di cernilli (il direttore del gambero rosso) che dice che la crescita in termini di qualità del nostro vino (lui parla soprattutto di barolo e di chianti) comincia a metà degli anni '70

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  3. l'immagine del vino Sofia (Coppola), mi ha fatto tornare in mente questo post di Laura di, uhm, quasi tre anni fa.

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  4. La mia "storia vera" è tra la Baricconata e questa. Il vino "fatto in casa", ma con quantità e tecnologie collaudate e venduto sfuso, con la foglia di palma sul portone che faceva da insegna, era introito da benestanti per certe famiglie del mio paese, vicinissimo a Cagliari. E non era certamente una schifezza: era rustico, forte, un po' monocorde forse, ma certamente buono, specialmente prima che cominciasse a "spuntarsi" l'estate successiva alla vendemmia per via della tecnologia di conservazione ancora primitiva. I più avveduti figli di questa tradizione, ma in paesi poco a nord, in Trexenta, ora fanno vini che vincono premi internazionali a mani basse, con uve di base che sono le stesse del vino che si faceva anche a casa mia, con l'uva portata carretto a cavallo e pigiato con la mola a volano.

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  5. non mi intendo né di vino né di calcio, in realtà.

    Senz'altro la produzione di qualità è partita prima della crisi del metanolo, però di solito la svolta si fa partire simbolicamente da lì. Lo so per sentito dire, naturalmente.

    Di vino ne bevo sempre meno, proprio perché tutta questa complessità non mi serve. Dalle mie parti si trattava di mandar giù qualcosa di frizzante ed energetico durante i pasti.

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  6. ah, a proposito: il linq del post di Laura non funziona.

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  7. Bel post, sintetico e chiaro. Come i vini di grande produzione che fanno il "mercato" oggi in Italia.
    Sicuri dal punto di vista igienico-sanitario, tutti uguali e loffi alla beva. A malapena adatti per accompagnare un primo piatto buttato sul piatto.
    Altra cosa il mercato dei vini di "marca" (perchè, anche per il vino conta il "brand", sia del produttore che della tipologia di prodotto). Fanno meno volume, ma sono decisamente più interessanti e più "buoni": diversi unoo dall'altro, danno più gusto al pranzo. Aprire una bottiglia di vino "scelto" con più cura e stimolo di quello che è il solo prezzo è gratificante.
    Alla bocca non si comanda, al limite la si influenza, ma quando un vino piace, piace davvero e berlo è un'emozione.
    Prima, con il mosto imbottigliato, l'unica cosa che contava era la sensazione di sciacqursi la bocca mentre si mangiava (vogliamo parlare anche di cosa ci mettevamo intavola...?) e l'oblio dell'alcool sulla mente, dopo.

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  8. Il post è carino e anche quando dici che il gusto del vino hollywoodiano è analogo al gusto del Baricco scrittore ma per il resto ho la sensazione che tu non abbia letto gli articoli/post di Baricco e non ne abbia seguito il discorso (oppure che tu lo abbia volutamente stravolto perchè devi parlar male di baricco per contratto. se è così fai male. non ci fai una bella figura).
    Perchè il suo discorso non fa una piega e soprattutto non si sogna di dire che i contadini bevevano buon vino, tantomeno di dire che il vino che lui definisce hollywoodiano sia cattivo. Per quanto possa dispiacerti tu e Bar. non siete in contraddizione, parlate semplicemente di cose diverse.

    Aggiungo quindi anch'io qualcosina al tuo discorso. Avendo visto ai tempi in cui ero derattizzatore l'interno di alcune grosse cantine in cui si fa il lambrusco posso dire che si tratta di posti piuttosto infami, che se la li vedesse
    I prezzi del lambrusco di quelle stesse cantine, invece, negli ultimi anni, particolarmente negli ultimi 5 diciamo, sono lievitati parecchio. Oggi si possono trovare lambruschi 6-7 euro e passa la bottiglia anche all'ipercoop. Dunque ho la sensazione che questi ex produttori di vino a poco prezzo stiano facendo i soldi con la scusa di vendere vino di qualità, mentre imbottigliano gli stessi beveroni di 20anni fa in bottiglie lussuose dalle etichette lussuosissime.

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  9. e invece 20 anni fa era un beverone peggiore

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  10. Baricco e barrique sono per palati assuefatti alla mediocrità. Il rosso di mio nonno faceva schifo ma nella mia memoria è meglio di un Biondi-Santi qualunque. Idem per il primo Rodari. La semplicità è un valore dimenticato.

    Troppe pupille squadrate, troppe papille felpate, accidenti!

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  11. il link era questo

    http://polaroid.blogspot.com/2003/09/un-aperitivo-con-sofia-io-non-lo.html

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  12. Eggià, è proprio così.
    E il Giacobazzi is my wine me lo ricordo molto bene, anche se non l'ho mai assaggiato.

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  13. Non ho capito la parola "mutande" linkata al pezzo di baricco? E' una critica laica-tanto-per-buttarla-lì com'è costume italiano o è una boutade che non ho afferrato?
    [Ste]

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  14. no, è che a volte si usa lincare solo l'ultima parola di una citazione al sito di provenienza.

    E' un vezzo, non so neanche da chi l'ho preso.

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  15. Bel pezzo. Solo due errori: il Tavernello è secco e non è frizzante (il brik non regge la pressione). Il Lambrusco a otto gradi e mezzo esiste da sempre, anzi dai "contadini" lo trovi anche a sei/sette gradi, quando gli si blocca troppo presto la fermentazione in bottiglia. Giacobazzi ebbe un problema con le lattine che semplicemente "arrugginirono", ma fu colpa di chi forniva le lattine!

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  16. non so dove ho letto di SCRITTO MISTO ma me lo sono trovato tra i preferiti. Arrivo da un happy houre abbondante e devo confessarvi che solo ora che scrivo ho capito il nesso. E' il vino il vs argomento, è il vino il protagonista della mia serata. Vino bianco freschissimo (non freddo) Prosecco di Valdobbiadene, santo. Bene, finalmente ho scritto in un blog.

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    1. Salve,
      qualcuno sa con precisione quanto possa costare una lattina di vino Giacobazzi (anche non 8 e mezzo) degli anni 80 completamente integra?

      Grazie,
      Federico.

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    2. carissimo...hai scritto molte inesattezze (per non usare altri termini) ma forse non cponosci bene l'argomento.
      La più evidente è che non era Lambrusco ma un vino frizzante genreico...la legge lo vietava di scrivere Lambrusco.
      La seconda è che il Lambrusco sbancava in America e non solo già dagli anni '60 nella versione a gradi 8 e 1/2 o anche 4 e non fu certo abbassato di grado per la lattina.

      Io sono di Modena e ho vissuto in pieno quei tempi e di certo l'8 e 1/2 fu un successo strepitoso che invase tutto il mondo tantè che ancora oggi se lo ricordano tutti(compreso te).
      I problemi semmai furono altri quali l'incapacità di altri imitatori che produssero lattine che esplodevano perchè rifermentavano e con prodotti pessimi.
      Ci fu poi un'ostilità enorme da parte dello stato Italiano che, per i soliti ostracismi e lobbismi, a spot e per molti mesi ne impediva la produzione lsaciando i clienti senza prodotto.
      Infine la miopia di molti e l'invidia di tanti altri hanno osteggiato in tutti i modi invitando a boicattare questo prodotto geniale, innovativo e "cool". Era realmente avanti 20 o 30 anni tant'è che la Coppola figlia del regista stà sbancando con la sua lattina in tutto il mondo e tutti a gridare che figo!
      Se potessero i Francesi ci metterebero lo Champagne e invaderebbero i film di Hollywood e ci farebbero vedere ancora una volta come si promuovono i grandi prodotti del territorio.

      Sarà figo il bottiglione al discount da 1,5lt con il tappo a vite invece....

      Mi domando se la gente sa riconoscere la differenza tra la Fiorentina di Chianina e la carne in scatola.
      E quella tra l'aceto Balsamico tradizionale DOP di 25 anni e l'aceto balsamico spary.



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