domenica 4 marzo 2007

a's'v'dam

Sui modenesi, appunto

Appunto sui modenesi: ai modenesi piace ridere di sé stessi.
Questo in genere è un bene: meglio ridere di sé che prendersi sul serio, in assoluto. E tuttavia.

Io non so, nessuno sa, di cos’è fatto esattamente Infinite Jest, il cortometraggio di James O. Incandenza che nell’omonimo romanzo trasforma gli spettatori in amebe desiderose unicamente di vedere Infinite Jest all’infinito (sicché nessuno può tornare vivo a raccontarne il contenuto); e tuttavia, se fossi James e lo dovessi girare a Modena, mi basterebbe riprendere un modenese che, nell’atto di recitare in un film, fatica a stare serio, pregustando il momento in cui rivedendosi riderà. Di sé stesso, che sorride a denti stretti, pregustando il momento in cui rivedendosi riderà di sé stesso, e la cosa può ben andare avanti all’infinito, e sarà comunque divertente. Per un modenese, certo.

Ma perché poi essere m. dovrebbe essere intrinsecamente divertente, vediamo.
Primo, non invidiamo nessuno. A una certa età è una selezione naturale: chi avrebbe voluto vivere in un altro posto ormai c’è andato.
Secondo: siamo noi stessi sinceramente divertiti di trovarci qui. Cresciuti a tv e internet, è sempre stato buffo mettere il naso fuori di casa e trovarci una piccola città con tutti che parlano strano, e ancora più buffo sentire che anche noi parliamo così. Con nessuno sforzo. Ma insomma sembra tutto messo lì per finta, in attesa di montare una città vera, una vita vera. È un posto dove crescere (con calma) o nascondersi proprio.

Cerco di spiegarmi meglio. Quando autoindulgiamo in quella cadenza, simile a certe che sentite negli spot di generi alimentari, è molto difficile capire dove finisce l’eredità o l’ambiente, e dove comincia la posa. Taglio corto: modenesi non si nasce. Apparentemente. Sei tu che scegli di parlar così, ma non sarà mai una scelta seria. Avrai sempre l’impressione che puoi metterti a parlar normale, da un momento all’altro, se solo lo volessi. Certo, basterebbe prendere un treno per scoprire che non è vero, che l’accento è un destino ancestrale che ti trascini dietro.
Allora fa’ così: quel treno lì, non prenderlo. Problema risolto.

Non so se sono stato chiaro: ogni volta che un modenese parla, è come se prendesse in giro il modenese che è in lui. Siamo la caricatura di noi stessi, e ci divertiamo.
(Il parlare bolognese è inadatto alle lettere d’amore, diceva uno scrittore di quelle parti. Il nostro è inadatto, ormai, a qualunque cosa non sia una barzelletta).
E tutto questo non è colpa della provincia. In provincia ci si prenderebbe anche sul serio, è sempre stata una cosa seria la vita. Ma la provincia più la tv ottiene uno strano effetto. A furia di vedere NY e LA sullo schermo, cominci a pensare che quel che si vede fuori dalla finestra non sia tanto serio.
Quando non avevano ancora i mezzi per ascoltarsi e guardarsi e farsi il verso, i modenesi erano probabilmente gente più seria. Lo sappiamo dagli annali. Tra le altre cose, Medaglia d’oro della Resistenza. Ecco, immaginati i modenesi d’oggi che riparano in montagna con fucili e bombe a mano per resistere all’invasor. Non ce la fai, sembra subito la trama di un cortometraggio ridicolo.

Fortunatamente la Storia non passa più di qui in tank e bombardieri. Ma – la solita prevedibile domanda – se ricapitasse? Che figura ci facciamo?

Dimmi.

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