giovedì 30 agosto 2007

chi fa sempre divertire i grandi ed i piccin?

Una delle principali differenze tra la realtà e l’animazione è il topo. Il topo di cartone è istintivamente simpatico: canta, balla e si fa beffe dei grandi. Il topo vero è una bestia orrenda, un parassita e un untore. Questa differenza, che abbiamo tutti afferrato in età prescolare, è uno dei grandi misteri dell'umanità. Perché Disney, tra una varietà infinita di animali esotici e da cortile, si fissò sul topo? Perché Mickey il Topo ha fatto il botto e Felix il Gatto no? Nel Trecento i ratti sui bastimenti che venivano da Oriente portarono un’epidemia di peste che dimezzò la popolazione europea: la salvezza fu un nuovo animale domestico importato dall’Africa, il gatto. Eppure i bambini tifano per Jerry e contro Tom.

Cosa c’è nella stanza 101? (Winston del Grande Fratello)

E non i bambini di oggi, disinfettati ai limiti della sterilità, che di topi ne vedono solo sullo schermo piccolo o grande. I bambini degli anni '40 che in mezzo ai topi ci vivevano, in case con buchi nel battiscopa e rumori in cantina. Al cinema ridevano (grandi e piccoli) per il topo di cartone; poi rincasavano e controllavano le trappole. Magari il tifo per il topo era il primo accenno di ribellione del piccolo di casa: una specie di solidarietà tra le piccole creature sempre affamate. Ci saranno stati bambini che di nascosto portavano briciole al roditore. Credo che uno dei passaggi cruciali della pre-adolescenza sia quando ti accorgi che Jerry non è poi così simpatico, anzi, a ben vedere è uno stronzo, e cominci a tifare per il suo avversario frustrato. Fine della solidarietà tra le piccole creature: diventi grande, cominci ad avere paura dei germi e a sviluppare il senso della proprietà: giù le mani dalle nostre provviste, parassita!

E questo cos'è? Non ci sono già stati abbastanza cartoni con il gatto e il topo? (I manager della MGM ad Hanna e Barbera, nel 1940).

Ratatouille è un film piuttosto strano, anche per la media della Pixar. Per quanto la consociata della Disney rifugga le trame scontate, tutti i suoi film mantengono un sano contenuto morale, di quelli che si possono condensare in due righe e che mettono d’accordo grandi e bambini (i grandi devono lasciare lo scetticismo nel vestibolo, s’intende): per esempio Mosters & co. dimostra che la fantasia vince sempre sulla paura, Nemo ricorda ai genitori che i figli devono imparare a nuotare da soli, proprio perché il mondo è vasto e alieno come l’oceano; Cars insegna a grandi e piccini il valore dei rapporti umani, che trionfa sulla grande competitività universale. E così via. Anche Ratatouille ha una morale e un lieto fine, ma zoppicano. Sembrano appicicati per contratto.

Tutto ciò per dire che davanti a Ratatouille si sta a bocca aperta per l’esperienza della visione che dà, quasi travolgente. È su questa sensazione di realismo cartoonesco che poi si muove l’amore per i personaggi (Secondavisione)

Il film (che è bellissimo, se non avete la fobia dei topi, ed è andato meglio in Francia che negli USA) non è americano al 100%. L’idea è di Jan Pinkava, britannico d’origine boema, già premio Oscar per un corto. Gli uomini della Pixar devono averne apprezzato soprattutto il senso della sfida: dopo aver creato con Cars un mondo cromato e arrugginito, in cui l’automobile è Natura, i canyon hanno le sagome di vecchie cadillac e le nuvole sono strisce di pneumatici, stavolta si trattava di stravolgere uno degli archetipi dell’animazione: il Topo. Togliere al Topo il cravattino di Jerry e le braghette di Mickey. De-antropomorfizzarlo, riportarlo alla natura, alla sua condizione di scroccone purulento. E poi rimettersi nel suo punto di vista: il punto di vista di un animale braccato, per il quale anche una vecchia zia borgognona è un orco sterminatore, e la sua vecchia spingarda lancia razzi Terra-Aria.
L’altra scommessa era il cibo. L’ultima frontiera del digitale è rendere l’organico coi pixel: le croste croccanti, il verde delle muffe, il ribollire di una salsa. E dopo avere programmato cibo vero e ratti veri, farli interagire in un film per bambini. Trasformare un’orda di ratti sporchi e scrocconi nel personale di un ristorante francese: una sfida impossibile, salvo che nulla è impossibile per gli uomini della Pixar. La morale del film è la sfida stessa: non tutti hanno talento, ma se ce l’hai puoi fare qualsiasi cosa. Puro calvinismo: la fede è un dono che sposta le montagne. Rémy è il ratto aspirante chef, che per cucinare deve servirsi dello sguattero Linguini: il modo in cui impara a guidare il suo strumento umano, tirandogli i capelli per condizionarne i movimenti, è una stupenda metafora del mestiere dell’animatore (e di qualunque arte o mestiere): migliaia di tentativi e ore di lavoro, anche solo per affettare un tubero. Ma se hai talento puoi solo farcela, e infatti Rémy ce la farà. Titoli, fine.

È ingiusto, ma è normale: ai bambini piacciono gli animali piccoli, vispi e birichini.

Ecco, questa è la crosta croccante del film. Quello che c’è dentro, però, è un po’ meno dolciastro: come se qualche spezia europea fosse riuscita a salvarsi anche dopo che Pinkava ha lasciato la Pixar e il progetto è passato a Brad Bird. Il retrogusto amaro si percepisce soprattutto nelle prime sequenza: più tardi, quando si avventurerà in quel mondo pieno di coltelli, carrelli e altre insidie, sarà impossibile non prendere le parti del Piccolo chef. Ma all’inizio della storia Remy non è necessariamente un personaggio simpatico. È il figlio del Capo di un branco accampato nel solaio di una casa di campagna. Il suo fiuto straordinario lo rende prezioso per la sopravvivenza della “famiglia”, grazie alla sua capacità di riconoscere il cibo avvelenato. Per il resto, il padre e i fratelli non hanno la minima considerazione per le sue capacità. Per il padre il cibo è solo carburante, ai fini dell’unica missione di vita: sopravvivere, malgrado gli umani. Di fronte a questi orchi enormi, che massacrano i ratti senza pietà, la famiglia non ha altra scelta che scappare e mangiare, mangiare e scappare, senza dividersi mai.

REMY: Prima o poi il piccolo deve lasciare il nido
IL PADRE: Noi siamo ratti! Non lasciamo il nido! Lo facciamo più grande!

È una vita che Remy non sopporta. A lui piace il mondo degli uomini: gli odori della dispensa, i programmi di cucina, i libri di ricette. Sarà la sua imprudenza a causare la fuga in città della famiglia. In città del resto la vita dei ratti non è molto diversa: la famiglia è sempre la famiglia, e il cibo è sempre carburante. Ma non per Remy. Lui passerà definitivamente dalla parte dei nemici, degli assassini, degli uomini.

Ecco la polpa europea. Remy è un migrante, come Fievel: ma se Fievel sbarca in America era l’epopea nostalgica degli emigranti europei negli USA, Ratatouille racconta l’emigrazione e l’inurbazione con tutta l’ambiguità dei problemi irrisolti di oggi. Gli emigranti hanno due vie (le hanno sempre avute): o si ghettizzano, cristallizzando i costumi e i valori della società di provenienza e isolandosi in un mondo percepito come ostile, o si integrano. Ma integrarsi significa spezzare le radici, tradire la razza. Non ci riescono tutti, e nemmeno Remy, che pure tratta i suoi simili veramente con la puzza sotto il naso. In Africa i tipi come Remy li chiamano noir blanchi, neri imbiancati: eppure anche lui preferisce non tagliarsi del tutto i ponti alle spalle: nottetempo scivola nella dispensa del ristorante che lo ha accolto, e ruba un po’ di roba buona per il fratello. La cosa gli scappa naturalmente di mano, proprio come succede quando la tua famiglia esce dal medioevo e viene a bussare nel tuo superattico per chiederti un favore: il problema di Remy è lo stesso problema di Michael Corleone, è il problema di tutti gli onorati membri della società che hanno ancora qualche legame con le Famiglie.

Ma non ci sono gatti in America! E ti regalano il formaggio! (Fievel sbarca in America)

Verso i tre quarti il film, per quanto divertente, sembra proiettato verso un finale tragico: Remy ha servito gli umani senza riuscire a integrarsi veramente, e intanto la Famiglia che fa affidamento su di lui è sempre più numerosa, sempre più affamata. Poi c’è il finale, appicicato un po’ così, che non racconto: dico solo che è incredibile la sfacciataggine con cui pretende di salvare capra e cavoli, Famiglia e carriera. Quando le cose al mondo non stanno così, decisamente: uomini e ratti non possono convivere nello stesso ristorante. È una cosa che semplicemente non succede, nella realtà.

Tutti in coro noi cantiamo viva Topolin. Topolin, Topolin, viva Topolin, (Full Metal Jacket)

D’altro canto è un cartone animato, e nei cartoni animati i topi sono simpatici e la fanno franca. Detto questo, qui propongo il mio finale: dopo decenni di clandestinità Remy riesce a imporsi come un cuoco degno del genere umano, apre un ristorante a Duisberg, e una sera tutti i suoi parenti vengono sterminati nel parcheggio da una banda di roditori concorrenti. Perché la vita è dura, se nasci ratto. Remy lo diceva già all’inizio del film. Nei film americani poi ti raccontano che anche il ratto può crescere, scoprire i suoi talenti, tradire i famigliari e poi ritrovarli, diventare famoso e apprezzato. Ma gli europei hanno abbastanza Storia da parte per concludere che non è quasi mai vero. E questo è tutto, gente.

24 commenti:

  1. non ci credo che i bambini tengono a jerry. forse i fighetti ricchi e scemi. ma finisce li'. tom e' un mito. quanto a topolino, rimando a un monologo di anni fa di bisio (penso fosse scritto da rocco tanica). su itchy e scratchy (al secolo grattachecca e fichetto) non prendo posizione. dico solo che ;'incipit del film dei simpson li trova in grandissimo spolvero.

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  2. per l'ennesima volta: questa storia che i bambini tifino jerry è una tua e solo tua fissazione. ma li hai mai interrogati ? hai mai fatto un sondaggio ? o dai per tutto per scontato ? paperino è più simpatico di paperone ? a me no

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  3. La mamma ti chiama topolino, la fidanzata micetto.
    E' un topos.

    guido

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  4. ma ti è chiara la differenza tra un topo e un ratto?
    no, perché un gatto, ai ratti gli da del lei.

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  6. "se poi i topi mangiano soltanto quello che mangia l'uomo,formaggio e prime edizioni,bene,vuol dire che sono da ammirare assai più di quanto non vengano ammirati".

    Per una strana coincidenza ieri ho letto un bel racconto dell'ottimo Saroyan sull'argomento,scoprendo che in armeno topo si dice moog

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  7. Io tifavo Tom perchè i topi mi hanno sempre fatto schifo (odio soprattutto quel fascista di Mickey Mouse). Però, per rispondere a Cragno, ho sempre trovato migliore Paperone che Paperino... Paperino è uno sfigato imbecille e ignorante, Paperone è un genio.
    Giulia

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  8. concordo con giulia: le storie di paperone sono sempre state le migliori, grazie anche all'eccellente contorno di rockerduck, amelia, filo sganga, etc.

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  9. 1. Paperino?
    Non l'ho MAI sopportato.

    2. Tifare per Tom o per Jerry?
    Sono abbastanza d'accordo sulla faccenda della transizione puberale (che non tutti passano).

    3. Ratatouille?
    Non l'ho ancora visto.
    Devo ASSOLUTAMENTE vederlo:
    mio fratello mi sta puntando una pistola alla tempia.

    A suo dire le musiche di Michael Giacchino sono spettacolari (sul sito presto dovrebbe esserci una recensione).

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  10. Devo vedere questo film, mi sa.

    Giulia: Anche io ho sempre amato Paperone. Personaggio complesso, moralmente ambiguo, indomito e con un nocciolo di dolcezza. Meglio di Paperino, sì.

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  11. Vabbè, ma che c'entra, una cosa è il topo-cartoon, un'altra è lo topo vero... Pure i simpatici e carini protagonisti di A bug's life in realtà sarebbero un mucchietto di insettacci schifosi.
    (e cmq, se non è lo zoccolone di fogna, in fondo il topo è un animale abbastanza grazioso)

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  12. Per quanto mi riguarda ho sempre tifato, e sempre tifero’, per il gatto.
    Quel topo proprio non lo sopportavo, eh… :)

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  13. dato che di sondaggio si tratta...
    si Paperino no Paperone
    (analizzandoli come modelli non come rappresentanti dei vari autori delle loro storie)
    e a me Tom e Jerry fanno un pò cagare entrambi

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  14. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  15. La solidarietà tra i bambini piccoli e Jerry mi sembra palese. Jerry è un piccolo di casa, svelto e dispettoso.

    I cartoon gatto-topo sono basati sul gioco più infantile del mondo, che è l'inseguimento. Ai bambini piace inseguire o essere inseguiti? Ora mi scriverete tutti quanti che a voi piaceva inseguire il genitore, ma mi dispiace, non siete un campione statistico credibile. O non avete mai vissuto un'infanzia, o non ve la ricordate. Continuate a sovrapporre i vostri ricordi della pre-adolescenza, in cui tifavate per il ragazzaccio-Tom. Ma Tom non è un personaggio simpatico, non è mica WillCoyote: è un gatto con unghie e denti che fa il prepotente appena può. Se guardo i cartoon classici della mgm la caratterizzazione e il meccanismo d'identificazione mi sembrano evidenti.

    Per quanto riguarda il dibattito su Paperino, mi spiace, ma è fuorviante. Un conto sono i cartoni animati (che guardano i bambini, anche molto piccoli), un conto i fumetti, che vengono consumati da bambini già un po' più avanti con gli anni, in grado almeno di saper leggere. Mickey Mouse l'ho citato come cartoon, perché è stata la prima creatura animata inventata da Disney: perché proprio un topo in braghette? NOn c'è un perché, il topo funziona. Paperino nasce anche lui cartoon, ma secondo me nessuno pensa a lui come all'anatra che starnazza nei cartoni a colori della Disney. Il papero che avete in mente è quello dei fumetti. Qui poi se ne potrebbe parlare a lungo, perché in realtà Paperino ha cambiato varie volte carattere: finché era solo coi nipotini nelle tavole di Barks era astuto, cocciuto e prepotente; poi Barks ha inventato Zio Paperone, e Paperino si è trovato un po' messo in mezzo, tra i nipoti e lo Zione, sprovvisto di tutte le doti che caratterizzano gli altri.

    Dopo Barks ci sono stati i disegnatori italiani, che hanno trasformato Paperino in un precario a vita, enfatizzando certi aspetti (la sfortuna, la sfaccendataggine), insomma, napoletanizzandolo un po' (qualche storia l'ha scritta pure Lello Arena). Ora Paperino può piacere o no, ma se decidiamo di parlare di Paperino stiamo spostando un po' l'obiettivo dalla prima alla seconda infanzia. Forse è un po' colpa mia, che ho parlato semplicemente di infanzia e pre-adolescenza, mentre le cose sono un po' più complesse, come sempre.
    Comunque posso dire che ogni età ha le sue identificazioni. Per dire, quando leggevo le storie di paperi da bambino, stavo con Qui Quo Qua. Adesso tirerei il collo a tutti e tre in un colpo solo, e Paperino lo sto rivalutando.

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  16. michele: un gatto da appartamento contemporaneo, quello da single nullipara, dà del lei anche a un topolino di campagna. Un gatto di campagna della mia infanzia (di dimensioni normali, e di nome Leone) lasciava la metà del ratto catturato sulla soglia della cucina. Ovviamente il resto se lo mangiava :-)

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  17. e i topoi,chi pensa ai topoi?

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  18. Boh, a me è sempre piaciuto Tom; e poi quegli istinti espressi così spontaneamente, l'aggressività finalizzata al possesso del suo oggetto del desiderio, senza tante mediazioni razionali, le vedo caratteristiche piuttosto infantili; Jerry invece usa la furbizia, il ragionamento, per fare fesso il gatto: è lui la mente più evoluta. Sarà pure Tom che comincia però poi Jerry gliela fa spesso pagare con gli interessi.

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  19. @ Michele & Adrix.m:
    il gatto Armando in montagna catturava le vipere,
    le portava in mezzo al nostro cortile e le lasciava lì.
    Vive.

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  20. sei post da leggere al ritorno dalle vacanze, tutti e sei magistrali. a volte mi fai paura.

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  21. x adrix e francesco:

    quello che volevo sottolineare è la differenza tra il "topolino", quello di campagna con il musetto simpatico e l'aria innoqua, e il ratto di chiavica, che da senso di sporco e fa paura. Mi pare che i cartoon dove il topolino è un eroe si ispirino al primo, quelli dove il ratto fa paura o schifo al secondo (tipo il film "rats" o le varie versioni del pifferaio magico).

    Per noi i due termini sono quasi sinonimi, ma per chi ha inventato jerry o miky mouse, cent'anni fa, no.

    poi che c'è gatto e gatto è chiaro: io pensavo a una scena vista anni fa dal balcone: un gatto di cortile ha inseguito un rattone da 40 cm fino a chiuderlo in un angolo. poi il ratto si è voltato: erano grandi quasi uguali. Il gatto ha fatto un espressione del tipo "ok, l'ho preso, 'mo che ci faccio?" e da li a poco ha lasciato perdere.

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  22. beh, jerry è sempre stato puccettoso, con la sua tana piccola e bene organizzata e il letto dentro la scatola di sardine.
    tom era quello che aveva la pappa pronta, la cuccia calda e il cibo pronto. tecnicamente parteggiavi per jerry perchè era quello più ribelle e con l'avvenire meno sicuro.
    concordo sul fatto che tom non era una perla di simpatia. meglio silvestro.
    ho di fronte una scatola di fazzoletti che il mio capo, pixar-dipendente, ha lasciato sulla scrivania.
    il topo di ratatouille è peloso e marrone. una pantegana nella migliore espressione del suo genere...

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  23. Il massimo dell'orrore lo danno nelle scene di massa. C'è gente che si copriva gli occhi o lasciava la sala. Portateci i nipoti, ma non le fidanzate.

    (Non sto scherzando)

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