venerdì 13 settembre 2013

La schiuma dei giorni difficili

Sta terminando la stesura del quindicesimo volume
dell'Enciclopedia della Nausea, o una cosa del genere.
Mood indigo - La schiuma dei giorni (L'Écume des jours, Michel Gondry, 2013).

Colin vive felice in un mondo assurdo, dove le scarpe abbaiano, il jazz ti allunga le gambe e l'esistenzialismo si assume in pasticche. In questo mondo decide di innamorarsi, cioè di crescere lavorare e soffrire. Colin è un'invenzione di Boris Vian, incredibile trombettista e scrittore che morì nemmeno a quarant'anni, in un cinema, mentre assisteva alla prima di un film tratto da un altro suo romanzo.

Boris Vian ha vissuto poco e faticosamente; in quel poco ha scritto parecchio - tra cui una manciata di canzoni meravigliose - e non si esagera a definirlo un cardine della cultura francese del XX secolo: ha radici solidissime piantate in territori diversi, il surrealismo e lo swing, frequenta Sartre e Camus in quel breve ma cruciale periodo in cui l'esistenzialismo è un fenomeno di costume. Con lui arrivano a Parigi il bebop, la narrativa pulp e la fantascienza; senza di lui inoltre Gainsbourg non avrebbe mai pensato di scrivere canzoni a partire da sciocchi giochi di parole, e quindi insomma il pop francese sarebbe totalmente diverso da quel che è. Anche Gondry sarebbe diverso, forse non avrebbe mai girato l'Arte dei sogni. Insomma La schiuma dei giorni era un film che sulla carta aveva tutto per funzionare, e in effetti, a modo suo, funziona: e se vi sembra invece che qualcosa non vada, se vedete che qualcuno comincia a uscire dalla sala, e anche a voi vien voglia di farvi un giro e risparmiarvi il finale, vi invito a considerare l'ipotesi che il problema non sia Gondry. D'accordo, questo è il film in cui spalanca la sua valigia dei trucchi, mostrandocene il fondo; non è che siano pochi, ma dopo un po' sono sempre gli stessi: ancora art-attak a passo uno, ancora trovarobato vintage, ancora lana dove dovrebbe esserci carne. D'accordo, certe scene sembrano semplicemente non funzionare, soprattutto all'inizio si percepisce una concitazione che serve a distrarre lo spettatore quando il trucco non è troppo buono; la stanza che diventa sferica non sembra davvero sferica, il picnic tra pioggia e sole lascia perplessi, d'accordo, l'illusionista non era in giornata, però non è quello che vi fa sentire freddi. Ve lo ricordate il libro? Quand'è che l'avete, ehm, riletto? (continua su +eventi!)

Non è una domanda peregrina. Non mi ricordo più chi consigliava di leggerlo almeno tre volte nella vita: a vent’anni per innamorarsi, a quaranta per scoprirne il contenuto politico, a sessanta per capire la disperazione. Chiunque sia stato a darmi questo consiglio, vorrei ringraziarlo per avermi fatto sentire sessantenne a venti: per me La schiuma è sempre stato un libro disperato sulla malattia e la morte; non sono mai riuscito a trovarci né molta politica né molto amore. Quest’ultimo in particolare mi è sempre sembrato un pretesto: i personaggi di Vian sono automi caricati a molla che si innamorano perché decidono di innamorarsi, del primo automa che trovano a una festa; dopodiché i giochi sono fatti e la pista porta dritta dalla città danzante a un paludoso cimitero. Gondry non li rende più automatici di quanto non fossero già, anzi in certi casi riesce ad aggiungere brio dove Vian non aveva avuto voglia o tempo o necessità di mettercene. Se qualcosa è stato tradito, forse è quel cinismo che traspare sempre dietro le sue invenzioni stralunate: apro il libro a caso, trovo un colloquio di lavoro. È per pagare le cure a mia moglie, spiega Collin.

 

“Mi dispiace per lei. Quando le donne si ammalano, non sono più buone a nulla”.

 

Dove l’avete già vista? Un indizio che non vi piacerà: FABIO VOLO.

E non è uno scherzo. È la Schiuma dei giorni, un romanzo di automi che dicono troppo spesso la verità. Lo sceneggiatore ha fatto un lavoro egregio, ma se ha voluto perdere qualcosa, è stato precisamente questo stile tranchant che ci avrebbe reso ancora più freddi davanti allo schermo. E non ne avevamo bisogno. Non riusciamo a simpatizzare con Collin, non riusciamo a soffrire con Chloé, a dispetto dei mille trucchetti imprevedibili che Gondry snocciola senza entusiasmo, ci rendiamo conto che la storia è molto prevedibile e finirà male. E forse è esattamente quello che Vian voleva che provassimo: disagio e disperazione. Forse era prevista persino la curiosa simpatia che proviamo per i due personaggi secondari, meno perfetti e quindi più umani: Chick, l’amico di Collin che si droga di conferenze di Sartre, e Alise soprattutto, la splendida Aïssa Maïga, che deve rappresentare il rimpianto per tutte le vite che non abbiamo vissuto, tutte le avventure a cui ci siamo presentati in ritardo. “Se stavolta arriviamo primi noi cambieremo la storia! Diventerà il nostro romanzo”. Ma la storia è già stata scritta, è già diventata un feticcio culturale (dopo la morte dell’autore, come al solito), e i personaggi non possono farci più niente.

 

Anche Gondry non poteva farci niente. Di suo ci ha messo una curiosa cornice – una catena di montaggio di dattilografi – che ci autorizza ad accostarlo all’altra importante trasposizione cinematografica di quest’anno, Il grande Gatsby di Luhrmann. Due testi brevi e ingombranti, due registi che non si lasciano intimidire e si prendono un sacco di rischi, ma continuando a rivendicare una fedeltà al testo quasi maniacale e molto artificiale. Entrambi cominciano in quinta e dopo un’ora sembrano senza benzina: cosa c’è che non va? Forse quello che non va siamo noi spettatori cosiddetti colti, con pretese precise, idee molto chiare su cosa vorremmo vedere, salvo poi annoiarci perché dopo i fuochi artificiali il film va esattamente dov’è previsto che vada. Ed entrambi i registi aggiungono alla storia originale soltanto una cornice che esibisce la composizione del romanzo (i flash forward farlocchi in cui il protagonista “diventa” Scott Fitzgerald e si mette a scrivere Il grande Gatsby), puntando il dito su quella cosa che non so se chiamino ancora “letterarietà”… ma in parole povere è come se Gondry e Luhrmann sentissero la necessità di dirci ehi, non prendetevela con noi, è un libro, ricordate? Nel libro le cose vanno così, non ci possiamo fare niente se dopo un po’ vi annoiate. Una volta pensavo che i libri andassero sempre letti prima dei film; adesso mi piacerebbe brevettare una pillola per scordarmeli all’istante quando entro in sala. Mi domando a quel punto come avrei reagito a Mood Indigo, forse come uno di quelli che ieri sera si alzavano e se ne andavano via, che razza di film assurdo. La cornicetta letteraria supplisce anche alla carenza di finali lieti e rassicuranti: certo, le due storie finiscono male, però… qualcun altro sopravvive e le scrive, e questo dovrebbe consolarci. Funziona? Insomma, se uno si dimentica che entrambi gli scrittori sono morti in miseria, e che tutto il successo postumo è in un qualche modo indesiderato, ingiusto, un equivoco…

 

Ma forse il problema è ancora a monte. Non riesco più a emozionarmi, non riesco più a innamorarmi, non ho più tempo, la maggior parte lo passo a spazzar polvere e ragnatele, ne crescono di fittissime in poche ore, e i vetri, i vetri sono così schifosi a vedersi, quasi mi consola indovinare che tra un po’ si chiuderanno del tutto.

 

(Oppure potrebbe trattarsi di Audrey Tatou, una scelta sbagliata, secondo me. Se mai riuscirà a liberarsi da Amélie, non è certo con un film surreale come questo. Rischia di sembrare un sequel, Il fantastico mondo 2 – L’Agonia, ecco, e Gondry non è Jeunet. Ha una valigia più piccola, mi dispiace).

 

La schiuma dei giorni è comunque un film che va a visto al cinema Fiamma di Cuneo, tutti i giorni alle 21, tranne sabato alle 20 e alle 22:40, e la domenica pomeriggio alle 15:10 e alle 18, senza intristirsi troppo, non siete mica obbligati a innamorarvi ammalarvi e morire.

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