domenica 6 aprile 2008

Sfonderò i vostri armadietti maledetti

Un luogo appena un poco più comune

Basta armadietti
È giusto, prima di parlare di un film del genere, che il piccolo recensore confessi le sue idiosincrasie. Perché magari Juno potrebbe essere una pietra miliare del cinema mondiale, tipo Quarto Potere od Odissea nello Spazio, e tuttavia non sarei riuscito ad apprezzarlo appieno dal momento che è un film con gli armadietti e io, quei fottuti armadietti dei licei americani, non li sopporto più, levatemeli dagli occhi.

Non è colpa degli americani – che ci possono fare? Loro hanno gli armadietti, è giusto che li mostrino. E hanno anche le cheerleader e i bibitoni dai colori improbabili, e il ballo di fine anno… è normalissimo e comprensibile che continuino a fare film su queste cose. Si tratta di un problema mio: a un certo punto della mia vita ho iniziato a sentire una voce nella mia testa che mi diceva BASTA COI FOTTUTI ARMADIETTI e questo forse pregiudica la mia capacità di recensire Juno.

Forse ho visto troppi telefilm, fatto sta che a un certo punto il mio immaginario ha sviluppato un’intolleranza agli scaffali grigi lungo i corridoi. L’impressione di conoscere le scuole di laggiù meglio delle italiane, oltre che illusoria, è frustrante, perché in quella italiana ci lavoro, e benché ricopra una mansione di grande responsabilità il mio personale armadietto è largo 40x20cm.: ogni mattina che m’inginocchio per aprirlo, ripenso agli immensi armadietti degli imperialisti americani. Non sono la persona più adatta a parlare di Juno.

Non so se l’ho mai spiegato, ma l’America mi fa paura. Meno della Cina, ma un po’ più del Perù. Si può viaggiare per giorni e giorni e si resta in America. Cambierà il paesaggio (non tanto), ma le città avranno nomi simili, i ristoranti i nomi identici, e nei licei le bionde faranno le cheerleader e le more ascolteranno punk. Tu pensi che sia un luogo comune. Ma l’America è precisamente questo: un immenso luogo comune. Quando esce un film, e tutti dicono che è un film diverso dagli altri, tu ti aspetti precisamente che rovesci il luogo comune. Ma un luogo comune rovesciato è ugualmente comune, come quella canzone che ascoltata all’incontrario suona uguale. Così Juno arriva a scuola, apre il suo armadietto, scambia due scortesie col bulletto di torno, e ci spiega che in realtà ai bulletti piacciono le more postpunk, mentre alle bionde piacciono i professori, avete capito come ragiona Juno? È questo che mi spaventa dell’America. La quantità ti porta a ragionare per categorie. Al massimo riconoscono che le categorie si comportano in modo un po’ più complesso (pensavi che le bionde si filassero i terzini di football? sbagliato), ma questo non toglie che le categorie esistano, e tu ci sia dentro. Hai capito, individuo di una piccola nazione esotica? Tu in realtà non esisti. La tua individualità è una somma di variabili che noi abbiamo individuato e quantificato da tempo. Esistono i nerd, esistono i fighetti, esistono quelli che prenotano la limousine per il ballo di fine anno ed esistono quelli che trovano il ballo una stronzata ma sotto sotto gli rode. Più su esistono i ricchi che vivono tra mobili per ricchi in case da ricchi nei sobborghi da ricchi, e i non ricchi che hanno lo sportello del frigo adorno di cento calamite.
Quello che mi fa più paura in questo modo di pensare, è che probabilmente gli americani hanno ragione. Se prendiamo 200 milioni di persone, e li facciamo vivere in una fascia geograficamente abbastanza omogenea, vedremo che le personalità si allineano lungo determinati standard sociali, e che l’individualità non può essere che un’illusione. Un’illusione che probabilmente è più facile coltivare in una penisola stretta e stretta ricca di paesaggi e climi diversi, dove sulle due sponde dello stesso fiume si parla un dialetto diverso. Comunque io preferisco tenermi la mia illusione di individualità, e voi tenetevi quei fottuti armadietti.

(Qui non parlo più di Juno)
A un certo punto della mia vita ho fatto la pace coi luoghi comuni. Dal momento che esistono, e funzionano, ho capito che devo imparare ad usarli e a non essere usato da loro. Per esempio io ho un blog, non so se ne avete sentito parlare. Su questo blog a volte scrivo dei racconti, li scrivo molto brevi con la scusa che sono per il blog, e siccome non ho spazio per costruire personaggi a tutto tondo (ma avendo lo spazio probabilmente mi mancherebbe la capacità), nella tazzona oversize dei luoghi comuni c’intingo alla grande, e quando i commentatori s’incazzano io sghignazzo. “Ehi, Leonardo, ho letto il tuo pezzo sugli imprenditori arroganti e i benzinai pachistani con la faccia gentile, bella roba, eh? Forse non al livello di quello sugli omosessuali petulanti, ma insomma quando arriva il pezzo sui negri col senso del ritmo?” Tempo al tempo, arriverà anche quello, non fatemi pressione. Siccome non ho pretese di naturalista ottocentesco, né di monologhista interiore novecentesco, ma vorrei semplicemente descrivere la mia società in abbozzi sintetici ed efficaci che arrivino a più gente possibile, io ho da tempo incluso i luoghi comuni nella mia cassetta degli attrezzi, e non credo di falsificare la realtà quando li uso, anzi.

Forse l’ultimo Virzì mi è piaciuto tanto perché ci leggo la stessa premessa: perché darsi pena ad evadere dai luoghi comuni, quando la realtà stessa è ben più macchiettistica del vero? Virzì descrive la realtà abitata da tizi come quel manager della Telecom che incita a vincere come “Napoletone a Waterloo”: l’avete visto tutti. Sembrava o non sembrava un provino di Tutta la vita davanti? Ma probabilmente i critici l’avrebbero trovato troppo caricaturale. E allora non prendetevela con Virzì, l’Italia è questa. Se mai mi piace che Virzì abbia scelto l’opzione della vecchia commedia all’italiana: dati gli stereotipi, carichiamoli finché scoppiano. Il suo è un film dove la gente litiga, impazzisce, imputtanisce, in generale fa male a sé stessa e agli altri. Questo mi piace, tanto più ultimamente al cinema m’imbatto sempre più spesso in film che praticano una via opposta.

(Adesso parlo di Juno, raccontando quasi tutta la trama)
Juno è per l’appunto un rappresentante di questa seconda via, che potrei descrivere così: siccome i luoghi comuni esistono, li diamo per scontati, li accenniamo appena appena, e poi lavoriamo per sottrazione. E quindi, caro spettatore che conosci a memoria tutto lo sfondo umano del liceo americano: ti aspetti che Juno sia una sedicenne irresponsabile e deficiente? Ecco, no, vedrai che non è così irresponsabile e deficiente. Ti aspetti che il suo ragazzo sia nerd e immaturo? Dai, non è così nerd, corre gli 800 metri e si preoccupa dell’alito. Ti aspetti che la migliore amica sia una bionda senza cervello? Scoprirai che ne ha abbastanza per dare a Juno i consigli migliori. Ti aspetti che la matrigna manicure voglia più bene ai cani che a Juno? E invece no, anche lei ha un gran cuore. Forse la madre affittuaria è una donna in carriera maniaca delle creme? Ma al centro commerciale gioca per dieci secondi con una bambina bionda, e quindi probabilmente sarà una brava madre. Forse suo marito è un Peterpan con la crisi dei quarant’anni, pronto a gettarsi su una 16enne incinta di suo figlio? Ehi, ehi, piano, messa così potrebbe sembrare un mostro, e invece vedete che anche lui si ferma subito, capisce il suo errore, chiede il divorzio, naturalmente consensuale e collaborativo perché mostrare un litigio coniugale in un film fa trooooppo anni Novanta, insomma… è un luogo comune.

Il problema è che un luogo comune “impoverito” non è meno comune di prima: è semplicemente appiattito, una versione bidimensionale della realtà (e come tale forse in grado di suscitare un effetto cromatico che solo le ragazze riescono veramente ad apprezzare, il famoso effetto Klimt), dove non ci sono più veri conflitti e tutto è così… carino, ma così carino, che a un certo punto fantastichi di Juno che torna a casa dalle prove del complesso e ci trova Javier Bardem che ha ucciso tutta la sua famiglia con una bombola da enfisema (avete notato che i marciapiedi sono identici? Ma tutta l’America suburbana è così, anche quando la girano in Canada).

Immaginate la storia di Juno scritta e girata da un cultore del conflitto grottesco. La ragazzina scopre d’essere incinta: piange, strepita, poi si mette a cercare dei genitori seri. Perché mai dovrebbe trovarli al primo colpo? Quando mai nella vita è buona la prima? Io mi sarei preso venti minuti almeno di tour nelle case degli aspiranti genitori: madri isteriche, fratelli bulimici, padri passivi aggressivi con uncini appesi al garage, non mi sarei fatto mancare nessun luogo comune, dal momento che tutti questi luoghi comuni sono documentati nella cronaca, sono stramaledettamente veri. Poi avrei fatto litigare Juno con padre e matrigna: so benissimo che esistono genitori che sanno prendere le cose con filosofia, ma che gusto c’è a mostrarli in un film? Io al cinema voglio vedere la gente che litiga, è una cosa che Aristotele chiamava catarsi, e funziona: dopo torno a casa placido come un agnellino e se trovo mia figlia a letto con un cingalese sono io che la prendo con filosofia.
Invece un film carino e pacificato come Juno mi rende nervoso, finisce che litighiamo per una svolta a sinistra, non è certamente questo lo scopo dell’arte. E anche il Peterpan, l’avrei voluto un po’ più stronzo, perché che gusto c’è a mostrarci uno stronzo senza mordente? Siamo tutti stronzi così, ma quando andiamo al cinema vorremo vedere uno stronzo assoluto, qualcuno che prenda su di sé i nostri vizi e li potenzi al massimo, onde farcene realmente vergognare (o al limite darci la consolazione dei vili: sono pur sempre meno stronzo di lui). Un fighetto ex grunge coi sensi di colpa non ci fa neanche arrabbiare, non ci fa nulla, quasi quasi ha ragione lui, genitori non ci si improvvisa. Dateci una vera canaglia. E il ragazzo di Juno, lo vogliamo caratterizzare in qualche modo? Non è troppo nerd, non è troppo atleta, non è troppo niente, gelatina al gusto di gelatina, nessuno si innamora veramente di un tipo così.

I luoghi comuni esistono, ma non diventano più interessanti a smussarne le punte e a ricoprirli di melassa. Ma quel che è paggio è che in questo modo si tradisce l’adolescenza di cui si vorrebbe parlare, che non è – per quel che ne so e che mi ricordo – un’età carina. Ma neanche un po’. È un’età grottesca e piena di conflitti, in cui si urla e si strepita per un biglietto dei Tokyo Hotel – figurarsi per un bambino. È l’età dei brufoli, e Juno non ne ha: questo per me chiude ogni discorso. E poi, scusate, è un’età manichea. Se ti piacciono gli Stooges, non suoni i Moldy Peaches. I Moldy Peaches li mangi vivi e li vomiti nel vaso della matrigna, perché se ti piacciono di Stooges e Patti Smith l’ultima cosa che vuoi dare di te è un’immagine “tanto carina”.

Certo, se facciamo finta che i sobborghi americani (e quelli italiani, di riflesso), siano pieni di ragazze carine e vitali e sotto-sotto-sotto-sagge come Juno, è chiaro che l’aborto diventi una cosa assurda: che bisogno ce n’è? Nove mesi di nausea e poi un bel pianto, in casa tutti capiscono le tue scelte, fuori è pieno di simpatici ricchi che non vedono l’ora di prenotare il pargolo, insomma, per raschiarlo via bisogna essere veri mostri. Così l’estetica “carina” finisce anche suo malgrado per contribuire alla battaglia dei più salottieri degli attivisti pro-life. Anche se… ma quindi i ratzingeriani atei sono favorevoli all’adozione da parte dei single? No, perché non lo sapevo. E Ratzinger lo sa? Forse è anche per quello che non manda nessuno alle loro manifestazioni. Vabbè, si consolino coi pomodori di Bologna, città generosa.

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