venerdì 13 agosto 2010

Il cinema come labirinto

(Niente spoiler, giuro)

Interrompo l'allegro carosello musicale perché magari passa di qui qualcuno che è curioso di sapere se Inception sia davvero questo ineffabile capolavoro o non piuttosto l'ennesima baracconata holliwoodiana sulle realtà oniriche, ormai un genere a sé stante. Insomma, se vale o no il prezzo dei popcorn.

Lo vale.

Potrebbero anche essere i popcorn migliori dell'anno, visto che quelli di Toy Story 3 li avete innaffiati di lacrime (a proposito, cara Pixar, ormai ho capito che vuoi farmi piangere; ma devi proprio farlo sempre nei primi dieci minuti, il tempo dedicato allo sgranocchio? È indecente).
Vi diranno che è un film cerebrale. A prima vista sì. È intricato, barocco, escheriano, tutto quanto, però... non credeteci troppo. In realtà alla fine si capisce tutto quel che c'è da capire. Se ce l'ho fatta io senza sottotitoli, fidatevi, ci riesce chiunque. Il fatto è che a volte al cinema confondiamo la complessità con la proiezione della complessità. In un disegno di Escher ci si può perdere, ma alla fine è solo un bel po' di inchiostro su un rettangolo di carta. Ma soprattutto, i paradossi di Escher sono tutti in piena luce, e si denunciano da soli: allo stesso modo mi sembra che faccia Nolan.

Non svelo nessun mistero del film se ne racconto un pezzettino minuscolo: il protagonista chiede al suo apprendista di disegnargli in un minuto, su un foglio di carta, un labirinto che in un altro minuto lui non sia in grado di risolvere. Credo che in questa sfida consista il cinema di Nolan: ho due ore per intrappolarvi in un mondo, voi avete due ore per trovare l'uscita. Memento era troppo facile? Proviamo con The Prestige. The Prestige, se non ve lo ricordate, è un altro film stupendo, anche quello imperniato su una sfida metaforica (in quel caso il gioco di prestigio, sempre più difficile e rischioso). Era una pellicola che chiedeva molta concentrazione agli spettatori: per dire, ci sono due voci narranti che leggono due diari diversi; all'inizio del film si mostra un diario e se ne legge un altro. Eppure ricordo che qualche spettatore esigente su internet osò lamentarsi che il trucco era troppo facile, si capiva a metà del secondo tempo... ma del resto è così, se hai deciso che il tuo modo di narrare consiste in una sfida con gli spettatori (“vediamo chi mi sgama”), devi essere disposto a perdere tutte le volte, e tutte le volte a raddoppiare la posta. Nolan è disposto. Ma soprattutto, Nolan è onesto. Gioca forte, rischia e non bara.

Lo paragoneranno alla trilogia di Matrix, o alla mitologia di Lost: altri esempi di labirinti volutamente complessi. Con la differenza che gli architetti di Matrix o di Lost a un certo punto hanno dato la sensazione di essersi persi: gli spettatori non trovavano l'uscita semplicemente perché l'uscita non c'era, gli autori avevano intenzione di aprirla all'ultimo momento con una breccia nel muro, e intanto distraevano il pubblico con digressioni filosofiche, sparatorie, spiegazioni volutamente oscure, botte di sentimentalismo... Questo Nolan non lo fa. Le sparatorie ci sono perché è un film d'azione; i sentimenti ci sono perché i protagonisti hanno emozioni; ma tutto questo non copre gli sbreghi di sceneggiatura. Nolan non vi trascina su un'isola piena di trabocchetti per dirvi, sei anni dopo, che i trabocchetti erano solo un pretesto per mostrarvi dei bei personaggi. Questo è sleale. Pensate a tutte le “non spiegazioni” di Lost. Ecco, Inception è l'esatto contrario. Un film che spiega sé stesso (e riesce a non annoiare). Paradossale, ma senza oscurità. Nolan non è un mago, un mistico, un ciarlatano: è un onesto e abile prestigiatore, con in più un budget hollywoodiano e Di Caprio nel cappello.

Riguardo a Di Caprio: ho l'impressione che da qualche anno in qua stia recitando sempre lo stesso ruolo, con le stesse smorfie: il ruolo, come definirlo? Dell'ossesso. Ha sempre dei misteriosi sensi di colpa, ha sempre delle fobie, è sempre ingrugnato. The Aviator, The Departed, Shutter Island, e ora questo. Nel frattempo qualcosa di speculare sta succedendo a Matt Damon: non importa come lo trucchi, in qualsiasi film lui è il Bugiardo. È una cosa che parte da lontano, forse già da Mr Ripley, e arriva a The Informant (gran bel film, recuperatelo). Ormai vai a colpo sicuro: se c'è Damon, bugie a profusione; se c'è Di Caprio, tormenti e ossessioni. Se li metti assieme ottieni quel bell'esperimento che è The Departed, dove due ragazzi biondi della stessa età che fanno lo stesso mestiere cadono vittime uno delle sue bugie, l'altro delle sue ossessioni. Tutto molto caratteristico, però a questo punto forse le facce di Damon e di Di Caprio stanno diventando due maschere greche: le vediamo da lontano e già sappiamo cosa troveremo in scena. Il che va proprio contro quella concezione labirintesca del cinema contemporaneo alla Nolan, che le attese del pubblico vorrebbe disattenderle. A volte potrebbero scambiarsi i ruoli, giusto per movimentare un po' le cose – ma in effetti questo è già successo: Di Caprio ha fatto il truffatore di Prova a prendermi. Anche se io non me lo ricordo. Quando ho iniziato a scrivere questo pezzo ero convinto che il bugiardo braccato da Tom Hanks fosse Damon. Poi ho controllato. Ma non c'è niente da fare. Nella mia testa quel tizio è un bugiardo, quindi ha la faccia di Damon. L'inconscio è fatto così, non lo puoi controllare. È terribile, no? Ma anche un po' meraviglioso.

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