giovedì 4 agosto 2011

La mia amica Boa

(2000)
La mia amica Boa mi fa morire:

Per un bel po’ di tempo l’ho persa di vista – è in Zelanda per la muta, mi dicevano. E io a pensare che ci sono dei bei tipi giù in Zelanda, dei ragazzoni tosti, fanno tutti sport, hanno maglioni a collo alto e un erre moscia molto intellettuale. Ne prendi uno e come minimo nel tempo libero restaura le pellicole di Eizensozski, t’immagini? “Quelle del peviodo in bianco e nevo, che pev me sono le uniche che vavvebbe la pena vivedeve… e domani pvendo il lavgo col mio tve albevi, pevché non vieni?” Insomma appena cominciavo a immaginarmela, la mia Boa in Zelanda, mi veniva subito in mente che era meglio non pensarci. E passa un mese, passa una stagione, poi l’altra sera invito a cena il mio amico Prisco, e lui: “Senti, perché non chiami anche Boa, che è appena tornata, ed è ancora un po’ stranita?”
“Boa?” trangugio io, indifferente. “Perché, dov’era stata?”
“Ma vuoi scherzare? In Zelanda per la muta, c’è rimasta sei mesi… Ed è tutta scombussolata, ti dico, ha bisogno di vedere della gente, allora la chiami?”
“Maaa, non so, non è che siamo così in confidenza… però guarda, se la vuoi invitare tu…”

Così io passo tutta la domenica a riassettare la casa, scegliere i dischi e sistemare i soprammobili perché stasera vengono qui a cena i miei amici Prisco e Michele, e la mia amica Boa.
È gente che fuma parecchio. Mi affaccio al pianerottolo e li sento ansimare su per le scale (io sto al settimo piano, niente ascensore). Quando finalmente arrivano, mio dio! È uno stecco la mia amica Boa, uno stuzzicadenti! Sta in piedi per miracolo, anzi, perché Prisco le sorregge le spalle. È chiaro che non mangia da mesi. Così alla fine, non era proprio quel paradiso in terra la Zelanda.
“Ciao Boa! Quanto tempo! Come stai?”
“Bene, e tu?”
“Si tira avanti”.
Ma sì, e anche i tipi locali, gran fustacchioni, ma a vederli da vicino niente sostanza. Gente introversa probabilmente, cinque giorni sui libri e poi a sballarsi nel week-end, classici eiaculatori precoci. Per non parlare della cucina.
“Allora io non sapevo a che ora arrivavate, così ho aspettato a fare il sugo. Pensavo di fare una cosa con tagliatelle pancetta affumicata e un goccio di vino, vi va?”
“Fai fai”.
Apro il frigo e nell’involto della pancetta scopro due dita di muffa bianca e verde.
“Vuoi che ti aiutiamo?”
“Noo, faccio da solo”
Con un coltello tiro via le muffa. È gente che fuma parecchio, in fin dei conti gli puoi mettere davanti qualsiasi merda. Non sentono i sapori.

La cena è un successone, benché Boa non tocchi quasi il cibo. I ragazzi vanno matti per il mio sugo e non chiedono di meglio di spartirsi il suo piatto. (Prisco in particolare è un vero ingordo).
“E allora Boa”, azzardo, “dopo la muta, come ci si sente?”
“Mah”, fa lei, “normale, non fosse per tutta la gente che ti fa questa stessa domanda”.
Ecco, ho fatto un bel passo falso. Ma va bene, niente paura. Reagire prontamente. “Che ne direste di un caffè?”
Prisco ne vuole, Michele ringrazia e saluta perché deve svegliarsi presto, Boa domanda: “Posso buttarmi sul divano?”
“Certo, fa' come fossi a casa tua”.
Mi fa impazzire, la mia amica Boa.

Ritirata strategica in cucina. Ora bisogna fare molta attenzione, una altro errore sarebbe fatale. Analizziamo la situazione. Le forze in campo. Michele se n’è andato: ci siamo io, Boa e Prisco. Bisogna fare conversazione (purché lui non accenda la tv…)
E bisogna far entrare Boa nella conversazione. Sennò con quell’idiota di Prisco si finisce per parlare dei risultati delle partite. Purché non accenda per vedere i gol! Lei si addormenta ed è finita.
La caffettiera comincia a sibilare.
‘E allora’, le domanderò ‘questa famosa Zelanda?’ Per carità! Anche questo certamente glielo chiedono tutti. E nessun riferimento alla muta, al suo colore diverso e al fatto che non mangia mai, sarà ipersensibile a queste cose, dovevo pensarci prima.
La caffettiera gorgheggia. Pensa a un argomento. Un buon argomento. Un argomento intrigante. Cos’hai nella testa?
Niente, maledizione.
Cosa vuol dire niente, cerca meglio...
I maschi.
I maschi zelandesi?
E se le chiedessi semplicemente: ‘e allora, c’erano dei bei maschi laggiù?’ Ma perché no? Questo, forse, non glielo ha ancora chiesto nessuno.
Ma sì, tanto vale rischiare.
La caffettiera tossisce e sputazza. Tiro fuori tre tazzine e il vassoio buono. Mentre procedo verso il soggiorno, mi accorgo che Prisco ha spento la luce. Balugina nel corridoio la luce verdognola della tv.

“Tu non lo prendi il caffè, Boa?”
“No, meglio di no”.
E poi non mi piace proprio come Prisco ci si è steso accanto sul divano, il braccio dietro la schiena, cos’è tutta questa confidenza?
“Ma dico, l’hai visto il rigore che hanno dato a quei bastardi? Non hanno neanche più il senso del pudore”.
Si è preso il mezzo del divano e ha stretto Boa contro il bracciale. E ora io che faccio? Se mi metto sull'altro lato non riesco neanche più a vederla in faccia, altro che conversazione. E perciò resto impalato tra il video verde e il divano. Non va. Così non va assolutamente. Devo muovermi in un qualche modo.
“Ma cosa fai”, dice Prisco, “ti metti a sparecchiare a quest’ora?”
“Sì, domani ho la sveglia presto”.
Che manovra geniale. Lasciamo pure Prisco bollire nel suo brodo, con i suoi stupidi rigori da contestare. Se non s’addormenta in due minuti, Boa si sarà fatta comunque un’idea di quanto è noioso il mio amico, peggio di un birroso zelandese. E nel frattempo, io… ci faccio la figura del single responsabile e organizzato, mica perdo tempo con le partite, io, sparecchio subito e se mi gira lavo pure i piatti. Questo sì che è un buon messaggio.
Arriva una vocina soave dal soggiorno: “Vuoi una mano?”.
“Grazie, non c’è bisogno, faccio io”. Gli ospiti sono sacri.

Sennonché, ci dev’essere qualche cosa che in partenza non avevo calcolato, perché man mano che torno nella stanza verde a ritirare i piatti, i bicchieri, le bottiglie, l’olio, i tovaglioli, la tovaglia… ogni volta che passo le ombre dei miei due amici sul divano sono sempre più vicine, sempre più compatte, ormai si riesce a distinguere un’ombra sola, sempre più piccola. Il calcio in televisione è finito, ora c’è un corso universitario di zootecnia. Prisco non ha mai manifestato nessun interesse per la zootecnia, però non cambia canale. Io non ho voglia di cercare il telecomando nell’oscurità, non ho voglia di accendere la luce, non ho voglia di dare un’occhiata più attenta a quello che succede sul mio divano. L’unica cosa che mi viene in mente di fare è ritirarmi a lavare i piatti. Alla fine, domani devo veramente svegliarmi presto. La vita è dura per tutti.
Lavo piatti e bicchieri, strofino con attenzione forchette e coltelli (mi taglio anche un polpastrello, non è niente). Lavo e risciacquo, non ho mai risciacquato così tanto in vita mia. Si alzeranno prima o poi da quel divano, penso. Verranno a darmi la buona notte.
Asciugo le posate una ad una, asciugo anche i bicchieri, in un bicchiere c’è un alone e allora rilavo il bicchiere, anzi tutti i bicchieri, poi li risciacquo e li asciugo. Ma che ora è ormai. Si sono addormentati? E chissà in che posizione. Ma si sveglieranno bene prima o poi.
Sistemo ogni cosa al suo posto. Nel mio cassetto delle posate c’è una vaschetta per i coltelli, una per le forchette, una per i cucchiai, una (più piccola) per i cucchiaini. Una distinzione pratica che non ho mai voluto rispettare. Stanotte sì. Stanotte metterò tutto a posto. Per dimostrare a me stesso che sono un single organizzato e responsabile.
Organizzato.
Responsabile.
Single.

Non ne posso più. È casa mia, dopotutto. Mi lancio nel soggiorno.
Laggiù c’è un gran silenzio, un film muto alla tv, proietta ombre in bianco e nero. Il divano è immobile.
“Prisco”, bisbiglio, “ci sei?”
Una voce dolce, solo appena un poco rauca. “Ci sono solo io. Prisco è andato”.
“Sì? Ma quando?”
Un gran sospiro. “È sceso, è sceso anche lui”.
“Senza nemmeno salutarmi!”
Un altro gran sospiro. Cerco il suo viso nella penombra, lo trovo ancora più pallido del solito, e imperlato di sudore.
“Boa, ma stai bene?”
Un terzo sospiro e poi, come un miracolo: una lacrima. Una lacrima densa, sospesa al bordo del ciglio, incerta se buttarsi giù: finché non è talmente grossa da tracimare, correndo rapida per la guancia come un prigioniero in fuga.
“C’è qualcosa che non va?”.
“Sto bene, sto bene, è solo un po' dura da mandar giù”.
Stringo le spalle. “È un tipo fatto così”.
Tira su il naso. “Sono tutti uguali alla fine”.
Faccio segno col capo come per dire no, non siamo tutti uguali. Poi mi rendo conto di un particolare. Cioè, del fondamentale.
“Ma tu eri in macchina con lui, no?”
Per la prima volta della serata, mi fissa negli occhi. Ha iridi verdi che io vedo anche nel buio. “Davide”, mi dice. “Io sono davvero molto stanca…”
“Puoi restare qui se vuoi. Prendi il mio letto e io starò sul divano”.
“N-no, no. Resto qui se non ti dispiace”.
La mia amica Boa mi fa impazzire.

Tre giorni dopo viene a suonarmi Michele. “Senti, hai mica visto in giro Prisco? A casa sua non c’è nessuno”.
“No, non lo vedo da domenica sera. Vieni dentro, su”.
“Guarda, grazie, ma vado di fretta”.
“Ti faccio un caffè, dai. E poi ti mostro una cosa”. Ho una gran voglia di mostrargliela, in effetti.
“Che strano però. Venerdì dovevamo andare su in montagna, e lui scompare. Ho chiamato in casa e ho chiamato nel suo ufficio: niente…Toh, ma non mi hai detto che c’era Boa! Ciao, Boa!”
“Sssst! Non vedi che dorme?”
“Ha proprio fatto il nido a casa tua, eh? Sembra quasi che non si sia spostata un centimetro dall’altra sera”.
“Senti, tu sai se c’era qualcosa di tenero tra lei e Prisco, negli ultimi tempi?”
“Uscivano assieme, ma niente di importante. In effetti…”
“In effetti?”
“La prima cosa che ho pensato, è stata: vuoi vedere che non ci sia andato con lei, in montagna, senza dirmi niente. Ma anche a casa di Boa non rispondeva nessuno”.
“Infatti lei è qui da domenica”.
Michele non può reprimere una smorfia incredula – con una sfumatura di invidia che è così dolce da assaporare (io poi la pregustavo da giorni).
“Il caffè è pronto. Se invece vuoi restare a cena, stasera ci sono gnocchi alla parmigiana”.
“Aspetta un attimo. Lei è qui dall'altra sera?”
“A quanto pare. Domenica abbiamo tirato tardi, e credo che lei e Prisco abbiano litigato, non so, io ero in cucina. Quando sono tornato, Prisco era già partito, e lei non sapeva come tornare a casa. Così io le ho detto: puoi restare. Le ho offerto anche il mio letto, ma lei ha insistito per restare lì, e si è addormentata di schianto… e da allora si deve ancora svegliare”.
“Ah, allora sta dormendo da tre giorni”. Michele sembra quasi rassicurato, benché questo sia il particolare più curioso di tutta la faccenda. “Certo che è strano…”, ammette.
“Beh, sai, alla sua età… è appena tornata dalla muta, è ancora scombussolata, è quasi normale”.
“Ma potrebbe essere in coma, o qualcosa di simile… forse dovresti chiamare qualcuno…”
“Non è in coma, ha un respiro regolare. Non ha niente, solo molto sonno. Ha litigato con Prisco, deve ancora superare la muta, ed è debolissima: cose che capitano. Credo che un buon piatto di gnocchi la rimetterà in sesto. È così patita”.
“Per la verità, non mi è mai sembrata così in carne”.
“Ma cosa dici? Non mangia mai niente, guardale il viso: pelle e ossa”. Le passo una mano leggera sulla fronte, imperlata di sudore. La mia Boa.
“Sì, ma guarda un po’ più giù”.
“Cosa c’è più giù?”
“Guardale i fianchi, la pancia… a me sembra quasi gonfia”.

In quel preciso momento mi viene in mente che Michele non ha mai voluto bene a Boa. E anzi, sin da bambini, quando eravamo tutti piccoli mostri, chi con gli occhiali spessi come fondi di bottiglia, chi con un apparecchio dentale a museruola, Michele era quello che si prendeva gioco delle debolezze di tutti. Certo, prima della muta, molto prima, Boa era stata una tipa cicciottella, così come io e lui eravamo stati dei ceffi brufolosi. E allora? L’infanzia è un incubo, ma poi ci si sveglia. Perché mettersi a rivangare queste orribili storie, ora? La verità è che Michele non sa crescere. Non si rassegna al fatto che siamo tutti diversi, che siamo adulti. Continua a vedere in noi i bambini di un tempo.
“Sai una cosa, Michele? Anche tu sei sempre quel ragazzino brufoloso”.
“Cosa?”
“Mi hai capito benissimo”.
Michele finge di non capire, ma gli trema la voce. Asciugandosi, i brufoli gli hanno lasciato due rughe grigie sulle guance, due parentesi per ogni suo sorriso. Lui fa finta di niente, tutti facciamo finta di niente, ma sappiamo che ogni sorriso di Michele va inteso tra quelle due parentesi.
“Ti dico che sei lo stesso ragazzino brufoloso, che non cresce mai. Vieni da me a piagnucolare perché il tuo amichetto del cuore ti ha dato un bidone, doveva venire con te in montagna, e a me cosa mi frega? Prisco è un adulto, ha le sue esigenze, non può mica starti appresso come a un poppante…”
“Ma Davide, cosa stai dicendo…” Finge di non capire, ma intanto ha portato le mani al volto, a toccarsi le cicatrici, come quando da ragazzino si torturava allo specchio.
“E anche Boa, non l’hai mai potuta sopportare, l’hai sempre presa in giro, non capisci che è un momento molto difficile per lei?”
“Ma io…”
“Tu non sai osservare le persone, tu non ti accorgi che le persone cambiano ogni giorno, che Prisco cambia, che Boa cambia, e anch’io cambio, e tu ti ostini a trattarci come bambini, quando il vero bambino sei tu. Il solito bambino brufoloso. E adesso puoi anche andartene, non avevi fretta? Io sono occupato, devo fare da mangiare per Boa”.
Michele scappa via, la faccia nelle mani.

È passato un altro paio di giorni, ma credo che non ci sia nulla di cui preoccuparsi. Un buon sonno non può che farle bene – chi lo sa? Forse erano mesi che non dormiva. Con quel cazzo di vita notturna che si fanno in Zelanda, feste tutte le sere, e dio solo sa cosa bevono, cosa si fumano... certo se trovassi il modo di farle mangiare qualcosa, sarei più tranquillo. Ho sempre la speranza che da un momento all’altro si svegli affamata, davanti a un piatto fumante di trenette al pesto, o di lasagne verdi, preparato da me.
“Boa…”
“Mmmmm?”
“Boa, è venerdì, cosa ne dici di tirarti su? Ti ho preparato il risotto allo zafferano…”
“Mmmmmm”.
“Te lo tengo in caldo, vuoi?”
I suoi genitori? Se fossero in pensiero chiamerebbero; ma quelli sono sempre via… In fondo non c’è da stupirsi che Boa sola in casa faccia la fame. Nessuno cucina mai niente per lei. Ma qui da me può riposarsi. Io intanto le preparo il pasticcio di maccheroni al forno (coi funghi). O la polenta coi ciccioli; perché no? Quando si sveglierà avrà abbastanza fame da mangiarsi un bue.
“Boa, è sabato”.
“Mmmmsì?”
“È sabato sera, magari è ora di alzarsi…”
“Mmmmno…”
“Ti piacciono le scaloppine di vitello? Con sopra una fettina di prosciutto e il formaggio? Io le rosolo con un cucchiaino di Marsala…”
Mi fa impazzire, la mia amica Boa.

Domenica, che è festa, mi sveglio presto e stendo la sfoglia. Ho pensato che non saprà resistere a un piatto di ravioli alle erbe. Col sugo di funghi. O tortelloni di zucca? Potrei fare gli uni e gli altri.
A mezzogiorno, mentre sorveglio le tre pentole (mi sono alla fine deciso per un tris di minestre), sento un sibilo dal salotto, e un soprassalto.
“Boa!”
“Ciao Davide”
Come avevo fatto a dimenticare quegli occhi verdi, sottili, quasi due fessure sospese su un mare interiore?
“Ho dormito”.
“Sì”.
Si stiracchia, languida, e mi mostra che è bellissima. Ma come ha fatto Michele a vederla gonfia, è liscia e sottile da far paura… potrei cingerle i fianchi con una mano sola.
“Avrai fame, immagino”.
“Mmmmm”.
“Ti sto preparato un po’ di cose: tortellini alla panna, ravioli e lasagne al ragù. Sai, oggi è festa ”.
Scuote il capo. “Vieni qui”, dice, indicando il posto sul divano accanto a sé.
“Sono sul fuoco in questo momento, ancora qualche minuto…”
“Vieni qui”.
Qui c’è una cosa da dire. Se sono imbarazzato, è anche perché ultimamente ho messo su un po’ di pancia. Specie nell’ultima settimana, con tutto quello che mangiavo – perché alla fine mangiavo anche la sua parte, non lasciavo lì nulla. E poi ero sempre in casa, uscivo solo per fare la spesa giù all’angolo… insomma, mi sento addosso qualche chilo di troppo. E ora lei mi osserva, alla luce del giorno, e ammicca con quell’occhio, sembra quasi che le piaccia più così.
“Dai, vieni. Siediti”.
Mi siedo.
“Tra qualche minuto c’è poi da scolare, eh!”
“Non preoccuparti”.
Si allunga contro di me, accanto a me, si avvolge a me, si lascia stringere, mi stringe. Allora è vero. Quante volte ho sognato che si svegliasse innamorata di me. Ed è successo. È sveglia ora. E mi vuole. Non ci pensa più agli Zelandesi, quei burini. Non pensa più a Prisco. Pensa a me. Mi stringe sempre più forte. Sempre più forte. L’ho salvata. Ora ha bisogno di me. Ha voglia di me. Apre la bocca.
“Boa, lo sai da quanto tempo io…”
Mi mette a tacere con un lunghissimo bacio. Mi stringe sempre più forte, e mi bacia in eterno. La mia amica Boa. Mi fa morire.

*******

"Non sono sicura d'aver capito il senso", disse la schietta Verola quando, dopo alcuni minuti di silenzio, fu chiaro a tutti che il racconto terminava lì. "Comunque chiedevo morte e un po' di morte Mària ce ne ha messa, quindi brava. O bravo? Boh. Ma spero che Taddei sappia fare di meglio domani sera".
"Perché proprio io?" chiese quest'ultimo.
"Così impari ad addormentarti a metà della storia, bamboccione", rispose la franca Verola: e dopo qualche formula di circostanza congedò l'assonnata comitiva, ricordando che la sveglia era alle 6.30, la cucina restava aperta per la colazione fino alle 7, e alle 7.15 erano tutti attesi in palestra per il training intensivo.

6 commenti:

  1. Complimenti a "Mària", la mia amica Boa è un personaggio fantastico, spero di non trovarmela mai a dormire sul divano!

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  2. Mària il turno lo passa di sicuro!
    Io ho capito il gioco a: "Venerdì dovevamo andare su in montagna, e lui scompare."
    Grazie Leo.

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  3. Semplicemente bellissimo. Grande!

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  4. Che meraviglia!
    Ci sono proprio TUTTI.
    Un'antologia estiva.
    Un feuilleton balneare.
    Merci

    Guido S.

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