martedì 2 agosto 2011

Storia di Verola e dei suoi sei spasimanti

Carola dormì saporitamente per tutto il giorno e la notte seguente, la prima vera notte di sonno da quando si era messa in viaggio, per essere svegliata il mattino successivo dalla sorella di ritorno dal suo viaggio di lavoro. Grande fu la meraviglia di quest'ultima, che durante la sua assenza non aveva smesso di pensare con ansia alla sorella e ai di lei struggimenti, quando si rese conto che l'umore di Carola era mutato radicalmente, da insofferente e malinconico ad allegro, garrulo addirittura. Eppure, quando chiese alla sorella il motivo di un tanto singolare sbalzo di umore, non ricevette in risposta che le solite chiacchiere sull'intollerabile tendenza femminile al melodramma, etcetcetc. “E poi non vuoi realmente saperlo, sorella: ti basti sapere che ho capito di non essere la più insultata delle donne; e che con ogni probabilità non lo sono mai stata”.

Questa frase, che nell'intenzione di Carola doveva troncare la discussione, ebbe come spesso avviene l'effetto opposto, accendendo vieppiù la curiosità di Verola, la quale promise che non avrebbe più cessato di tormentare la sorella finché non le avesse spiegato compiutamente chi fosse quindi da ritenersi la più insultata delle donne, e per quale motivo; al che Carola, che in cuor suo non aveva mai realmente voluto nascondere alla diletta sorella i dettagli del di lei disonore, rispose: “Non intendo dilungarmi, diletta sorella, descrivendoti con dovizia di particolari episodi ai quali comunque non crederesti, e costringendoti a dubitare o di me o del tuo caro marito: ma se proprio vuoi sapere cosa escogita tra le mura del vostro palazzo mentre tu non ci sei, fatti invitare alla premiazione di questo o quel premio letterario, e dopo aver informato il tuo sposo che passerai fuori la nottata, declina l'invito all'ultimo momento e vatti a nascondere nel giardino, più precisamente dietro il cespuglio di alloro che ritrae Dafne molestata da Apollo. Ciò che scoprirai, te lo annunzio fin d'ora, ti getterà in uno stato di angoscia e prostrazione; e poiché conosco la tua indole passiva e aggressiva, so che non ne uscirai se non commettendo qualche atto odioso e irreparabile, di cui, ti prevengo, non mi considero in alcun modo responsabile: infatti è solo per la tua insistenza che mi risolvo ad accusare tuo marito di azioni che vanno contro il buon nome tuo, suo e del vostro reame”. Terminato che ebbe questo discorso, salì a fare i bagagli, perché le scenate non le piacevano e non intendeva certo assistere di persona allo smascheramento dell'anziano satiro: inoltre, ogni ora che passava le pesava un poco di più la lontananza dal marito, quell'amabile furfante.

Per farla breve, Verola non attese nemmeno tre giorni per realizzare il piano suggeritole dalla amata sorella: e constatato rapidamente l'impegno e l'ardore col quale il marito si prodigava a fare strame delle sue promesse coniugali, non attese un'ulteriore settimana per assoldare i legulei più esosi e chiedere un divorzio che la controparte accettò senza grosse difficoltà, ottenendo un'indennità che rese colei che fino a qualche anno prima era la fanciulla più piacente del reame, la più ricca signora del medesimo. E tuttavia, come aveva ben previsto la sorella, nemmeno i principeschi alimenti riuscirono in qualche modo a placare la sua rabbia e l'odio divorante che non nutriva più per il solo marito, ma per gli uomini in generale e forse per l'intera specie umana. Questo cieco furore era reso ancora più acerbo dalla consapevolezza che degli uomini, malgrado tutto, Verola continuava ad avere necessità: come riconosceva chiacchierandone al desco con le amiche più care, non avrebbe potuto realmente vivere senza. “Come del resto non saprei vivere senza un rotolo di quella carta per mezzo della quale, con licenza vostra, ci si netta il culo: e tuttavia, proseguendo nella metafora, non per questo ritengo necessario sposare uno di siffatti rotoli, anzi, non mi trattengo mai con essi più dello stretto necessario: e allo stesso modo ritengo giusto e igienico fare con gli uomini d'ora in poi. Perciò, care amiche e confidenti, ho risolto di coricarmi ogni notte con uno diverso, a cui farò tagliare la testa il mattino dopo”. E quando le amiche le fecero presente che un simile progetto, in linea teorica non privo di interesse, una volta messo in pratica avrebbe avuto fin troppo ovvie ricadute penali, e che forse le gocce che le aveva consigliato il dottore andavano prese con regolarità e con più attenzione ai dosaggi, rispose ringraziandole per il loro gentile interessamento, e farfugliando qualche altra fantasia criminale. Indi se ne tornò alla sua residenza privata, e dopo alcuni giorni di attenta riflessione – l'estate afosa era al suo apice – si decise a sfogliare, per la prima volta, l'enorme archivio delle lettere che i suoi ammiratori continuavano a inviarle.

Era Verola nella lettura, come del resto in ogni sua passione, sbrigativa e spietata: così le bastavano pochi istanti per fare giustizia di mille e più confidenze leziose e lacrimevoli, consegnandole senza scrupoli al cestino che riteneva meritassero. E tuttavia le poteva capitare, dopo cento pagine, di soffermarsi su un dettaglio, su un episodio vissuto o immaginato, purché avesse un inizio, uno svolgimento, e un finale, non necessariamente lieto: purché si trattasse di una storia, insomma. Quest'osservazione la turbò, come accade alle scoperte che facciamo su noi stessi quando non siamo più giovani, e lo stupore per l'aver scoperto qualcosa di nuovo su di noi si mescola subito con la vergogna di non averlo capito un po' prima. “In somma è questo che io cerco: non l'uomo potente, Dio me ne scampi! Né il maschio aitante, né quello divertente: voglio un uomo che sappia raccontarmi delle storie. Ebbene, stanti così le cose, non mi mancano certo i mezzi né il discernimento necessari per trovare un partner all'altezza delle mie esigenze”.

Presa che ebbe questa risoluzione, si dedicò col furore consueto alla scrematura dei suoi corrispondenti: nel giro di poche ore li ebbe ridotti al numero di sei, gli unici che le apparissero dotati di qualche inclinazione alla narrativa. Quella notte stessa, gli stessi sei ricevettero per via elettronica un messaggio che li convocava per l'indomani alla residenza estiva dell'ex moglie del Presidente, per una breve vacanza in tutta intimità. Giunti che furono quivi, ognuno credendo in cuor suo di esser l'unico invitato, essi si resero conto soltanto dopo aver consegnato i propri bagagli a un personale di servizio di non avere più alcuna possibilità di collegarsi col resto del mondo: la residenza, infatti, benché amenissima e dotata di ogni delizia e comfort, si ergeva su una rocca remota, appollaiata su uno strapiombo affacciato su un lago sconosciuto ai più, ignorato da ogni antenna o parabola; né i servitori, armati di tutto punto, sembravano inclini a lasciare più uscire alcuno dei sei: fatto, questo, che confermò in ciascuno di loro il sospetto di essere, più che destinatario di un invito galante, vittima di un clamoroso sequestro di persona.

Si era radunata così, nella rocca di Verola, la più eterogenea delle comitive. Ne faceva parte don Tinto, un panciuto parroco di mezza età che, nonostante fosse stato recentemente sospeso a divinis per cause non meglio chiarite, non per questo aveva dismesso il clergyman nero. Di un medesimo colore, ma di foggia quanto mai diversa erano gli indumenti del compagno Aureliano, anarcosindacalista del comparto cognitivo già attenzionato presso alcune questure; vi era poi il professor Esso, il quale malgrado il titolo insigne non era che un grigio insegnante di scuola secondaria inferiore, mentre il muscoloso quarantenne in tuta da ginnastica blu altri non era che Bartolomeo Taddei, già blogger di una qualche fama nei ruggenti anni del neoconservativismo, di cui del resto non parlava più volentieri. Lo accompagnava il misterioso Arci, col quale aveva condiviso anni prima avventure complesse e sostanzialmente incomprensibili. A completare il quadretto, avvolta da un sobrio tailleur la giunonica sagoma di Mària, transessuale di chiara fama, di cui non vi è certo bisogno di ricordare al lettore i prestigiosi riconoscimenti professionali, né l'indirizzo, né tanto meno il numero di telefono.

Fu proprio mentre i sei ammiratori discutevano concitatamente sul da farsi, davanti a un meraviglioso buffet che ne aveva rinfrancate le forze senza lenirne le angosce, che Verola apparve a loro, offrendo a dodici occhi sbigottiti e ansiosi l'immagine di una bellezza appena scalfita dal Tempo, e ravvivata in compenso dalla furia dei recenti rancori. “Cari i miei spasimanti”, disse, “perché questo voi siete, inutile girarci attorno: se vi ho convocati in questo luogo è perché ho deciso di concedermi a uno di voi... anche se io stessa ignoro ancora di chi si tratti. Ma di questo non mi cruccio troppo: all'eletto intendo arrivare per esclusione, dopo avere eliminato uno alla volta tutti i rivali inadeguati. Volete dunque sapere quali prove dovrete affrontare? Non sono certo troppo gravose. Si tratta di inventare una storia, una diversa ogni notte su un argomento scelto da me, così che in capo a sei giorni avrò ascoltato un racconto dalla bocca di ciascuno di voi: a questo punto eliminerò il narratore più scadente, cacciandolo dalla mia residenza, e proponendo ai cinque superstiti un nuovo argomento sul quale imbastire nuovi racconti, e così via. La competizione, se così vogliamo chiamarla, proseguirà dunque per 6+5+4+3+2+1=21 notti; ai termini delle quali dovrei aver trovato fra voi il mio compagno ideale, o se non altro il meno peggio. Ora che vi è palese il motivo per cui vi ho riunito, e il cimento che vi viene proposto, è tempo che chi tra voi non si ritiene all'altezza dell'impresa lo manifesti, di modo che i miei servitori possano scortarlo all'esterno dei miei possedimenti, dove avrà il resto della vita per piangere l'occasione mancata. Ma siccome nessuno di voi poveretti mi pare così impudente o folle da oppormi un simile rifiuto, non mi resta che guidarvi nel giardino di ponente, dove i domestici stanno già portando il caffè in sei tazzine di finissima porcellana di Hong Kong, una sola delle quali ha l'occhiello del manico sbeccato: ovviamente a colui al quale capiterà in sorte la tazza fallata toccherà per primo di cimentarsi con la non facile arte del racconto”.

A quelle parole gli astanti, sbigottiti, non seppero reagire se non farfugliando qualche espressione di genuino sconcerto. Soltanto Arci ebbe la prontezza di spirito di replicare: “Gentile Signora, come vede nessuno di noi, malgrado in cuor suo non osi ritenersi degno di comparire davanti a un giudice tanto esigente, è abbastanza coraggioso da ammetterlo e levarsi di torno. Per cui siamo tutti in ballo, e balleremo. Ma lei deve ancora dirci quale sarà il primo argomento intorno al quale dovremo imbastire i nostri improvvisati canovacci”.

“Ah già”, replicò Verola, “dimenticavo. Vorrei dunque che per risollevare il mio incanaglito umore ciascuno di voi inventasse o ripescasse dalla sua memoria per me una storia di malattia, sofferenza e morte, individuale o perché no, collettiva: battaglie, guerre ed epidemie saranno parimenti bene accette”. “Ah ok”, risposero i sei, tirando fiato, giacché avevano temuto argomenti assai meno abbordabili. E la seguirono senza altri indugi nel giardino occidentale, dove la tazza dal manico sbeccato toccò in sorte a Mària, la quale, dopo una brevissima riflessione iniziò con voce tonante il suo racconto:

6 commenti:

  1. coraggioso! osi là dove Douglas Coupland ha fallito

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  2. Complimenti per tutto. Giusto un'osservazione: dovresti forse calcolare un giorno in meno, perché quando rimane un solo partecipante non può tenersi la contesa.

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  3. Grazie Leonardo per quello che ci stai regalando!
    Aspetto con ansia di ascoltare la voce tonante di Mària...

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  4. Non vedo l'ora di leggere il seguito, grazie :D

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  5. Dissento. La più ricca signora del reame lo sarà stata se mai prima del divorzio, non dopo.

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