giovedì 29 marzo 2012

Un pastrocchio con nomi e cognomi

Tra tante cose discusse e discutibili che troveremo nella nuova legge elettorale, c'è una clausola che rischia di passare inosservata, mentre forse è la chiave di volta della repubblica che ci attende (la terza? la seconda? Abbiamo perso il conto). Le prossime elezioni del 2013 saranno elezioni "quasi" presidenziali. Non sceglieremo più una coalizione (d'altro canto si è già visto che le coalizioni non sempre reggono), ma sulla scheda troveremo i nomi che ogni partito candiderà alla presidenza del consiglio. In fondo si tratta di formalizzare qualcosa che i principali partiti facevano già: sulle schede del 2008 si leggevano molto evidenti i nomi "Berlusconi", "Veltroni", "Casini", "Di Pietro", stampigliati nei rispettivi bollini. Eppure oggi non siamo governati né da Berlusconi, né da Veltroni. La caduta di Berlusconi ha provvisoriamente interrotto il tentativo di trasformare la repubblica parlamentare in semipresidenziale, senza modificare la Costituzione formale (perché il tempo e il consenso non si trovano mai), ma semplicemente truccando le schede. Un tentativo più che mai berlusconiano, non solo perché Berlusconi ne era tra i fautori (del resto anche a sinistra l'idea non dispiaceva a tutti), ma soprattutto per il metodo: cambiare la Costituzione è troppo complicato? E allora cambiamo il bollino: se modifichi la forma, prima o poi anche la sostanza si adegua (continua sull'Unita.it, H1t#119)

Quando però la prassi del nome diventerà ufficiale sarà difficile continuare a parlare di Repubblica parlamentare. Sul piano formale, la nomina del Presidente del Consiglio continuerà a spettare al Capo dello Stato; sul piano sostanziale, al termine di mesi di campagna elettorale ovviamente personalizzata, gli elettori avranno la sensazione di avere eletto il loro presidente. Anche in una situazione di crisi, un governo tecnico di fine legislatura come quello di Monti diventerà praticamente impossibile: la legislatura legherà il suo destino a quello del premier ‘eletto’ dal popolo. Non sarà nemmeno necessaria la maggioranza assoluta dei consensi: chi riuscirà a farsi crocettare almeno una scheda in più, Alfano o Bersani che sia, sarà autorizzato a formare qualsiasi governo con qualsiasi coalizione, senza tradire nessun mandato elettorale né formale né sostanziale. Si capisce che la cosa possa piacere sia ad Alfano, sia a Bersani, sia all’UDC che come ago della bilancia potrebbe veder raddoppiato il suo potere contrattuale: specie se Lega, SeL e IdV (e 5 Stelle) non riuscissero a superare lo sbarramento.
E in caso di emergenza? Quando un leader non riesce più a governare e la situazione economica o geopolitica rende rischioso il ricorso a elezioni anticipate? Non è un caso così impossibile, come abbiamo visto negli ultimi due anni. E dunque sappiamo che il capo di un governo senza più maggioranza né consenso nel Paese ha davanti a sé due strade. Può tirare a campare, forte del sostegno degli italiani che hanno crocettato il bollino col suo nome, comprandosi letteralmente la fiducia di parlamentari eletti in altri schieramenti: è quello che ha fatto Berlusconi tra gli autunni 2010 e 2011, un intero anno buttato via a inseguire i capricci di Scilipoti e compagnia. Oppure il premier può farsi da parte e lasciare che una maggioranza diversa prenda forma ed esprima un governo diverso. Direi che i fatti hanno mostrato quale delle due vie dia risultati e quale sia quella fallimentare. Ecco, dal 2013 questa potrebbe diventare l’unica praticabile. Come se dagli errori i nostri statisti non riuscissero a imparare nulla. Forse soltanto come commetterne più spesso, e più grossi ancora. http://leonardo.blogspot.com

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