venerdì 8 agosto 2014

I 12 dischi più brutti dei Beatles

Sir Perceval Reginald Deafon, Esq., è il critico musicale che durante il suo quarantennale servizio presso il blasonato Montly British Music Magazine conseguì un singolare record: riuscì a stroncare tutti i dischi dei Beatles. Pubblichiamo per la prima volta tradotte in italiano le sue brevi recensioni, che ci offrono un altro punto di vista su una delle più importanti avventure musicali del secolo scorso.

1963 - Please Please Me (Parlophone)
Nella mia onorata carriera di recensore credevo di aver ormai frequentato ogni tipo di abominio musicale. A smentirmi sono accorsi questi quattro teddy boys di Liverpool, curiosamente ancora ignoti - per quel che ne sappiamo - al casellario giudiziale, ma purtroppo non alle classifiche. Si fanno chiamare "Beatles" (sic - l'ortografia non è il loro forte) e, in attesa di trovare un cantante, si arrangiano alternandosi al microfono con risultati che oscillano tra il patetico e l'agghiacciante. Il loro recente 45 giri non è soltanto balzato di recente al primo posto, ma ha anche trovato il punto di raro equilibrio tra stucchevolezza e sguaiataggine.  Il 33 giri omonimo comincia con un ammicco alla pederastia ("She was just 17, you know what I mean", santi numi) e si conclude con le urla beluine di un chitarrista in delirio alcolico od ormonale, non si capisce bene. In mezzo ci sono trenta interminabili minuti, scanditi tra rock'n'roll prevedibili e strani accrocchi di canzoni che qualcuno avrà pur scritto, ma nessuno si è preso la responsabilità di firmare - così che l'onere è stato assunto in persona da due componenti del gruppo - Oh, please, please, Mr Martin, questi hanno problemi con l'ortografia elementare, come possiamo figurarceli davanti a uno spartito?

1963 - With the Beatles (Parlophone)
Che dire. Almeno il primo album aveva il vantaggio della novità. Ora che ormai li conosciamo bene - fin troppo bene - l'idea di trascorrere altro tempo ad ascoltarli risulta ancor meno sopportabile. Se almeno si limitassero a riciclare i soliti rock'n'roll di Chuck Berry o John Lee Hooker - ma no, loro devono spaziare. Dal bubblegum delle Marvelettes al rythm and blues di Smokey Robinson, gli Scarafaggi di Liverpool non disdegnano nessuna pietanza, purché sia già stata abbondantemente rimasticata da artisti dotati di maggior carattere e responsabilità. Tutto quello che Mr Lennon e Mr McCartney sanno aggiungere è qualche "whoa yeah", per la gioia delle fan che, temiamo, stanno già stancandosi.

1964 - A Hard Day's Night (Parlophone)
Se il barile non era mai sembrato particolarmente ricco, non c'è dubbio che i Beatles ormai lo stiano raschiando. Al vertice della popolarità, con un film nelle sale e una ricca agenda di concerti e apparizioni televisive, ai "fantastici quattro" manca soltanto una cosa: nuove canzoni. Finito il vecchio repertorio delle taverne di Liverpool, Mr Lennon e Mr McCartney si ingegnano, per quanto è loro concesso, nel limitato ambito delle loro conoscenze lessicali e armoniche. Quando proprio non sanno che fare, cambiano testo a una vecchia canzone e la reincidono da capo (è il caso, in questo disco, di Any Time at All): colpa loro o di un pubblico di scarsa memoria e cultura musicale? Anche la sconfortante banalità dei testi non lascia immaginare nessuna possibile evoluzione. È triste constatare come le promesse del primo disco - sguaiato, sì, ma vitale - si siano infrante contro le dure necessità della promozione commerciale: e ci rimane il rimpianto di immaginare cosa sarebbero potuti diventare i quattro Beatles se il successo non li avesse incontrati troppo presto, cristallizzandoli prima della loro maturità e costringendoli a recitare - ora anche sul grande schermo - la parte degli allegri cafoncelli di Liverpool. (Continua...)

2 commenti:

  1. E se non avesse avuto poi così torto? ;-)

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  2. Con quel cognome la probabilità che sia tutto inventato è alta. In ogni caso divertenti recensioni e per i primi album nemmeno tanto cattive come avrebbero dovuto.

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